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Posts Tagged ‘Cota’

Bruciano i bambini rom. Non è fumo di camino, ma razzismo, e le parole del lutto diventano miseria e complicità morale. Gli storici domani documenteranno ciò che oggi fingiamo d’ignorare. Nei libri il capitolo s’aprirà col titolo prevedibile: L’Italia di nuovo razzista. Altro esito politico non poteva avere la serie di menzogne che i moderati chiamano revisionismo storico e non è una polemica tra studiosi, ma un crimine compiuto in nome del profitto.

C’è da aspettarselo. Molti storceranno il naso, altri si fingeranno scandalizzati, qualcuno protesterà, ma diciamolo: questi morti hanno mandanti morali. Li hanno uccisi anzitutto i tanti storici che hanno taciuto o disertato, se gli italiani sono ancora “brava gente”. Tanti storici e, di conseguenza, la storia male appresa e peggio insegnata per decenni nelle scuole e nelle università della repubblica. E qui sì, qui, ben più che in matematica e scienze, il sistema formativo ha fatto i suoi danni, perché, occorrerà pur dirselo, là si sono formati Gelmini, Carfagna, Brambilla, Maroni e compagnia cantante.
Molti protesteranno scandalizzati, ma è così. Li ha uccisi una consapevole manomissione della verità storica a fini di eversione politica. Li hanno uccisi – e altri ne uccideranno – le “verità” ingigantite o mai provate, versate come ondate di fango sulla Resistenza, il “sangue dei vinti” che non fu nemmeno goccia nell’oceano dimenticato di quello versato dai 60.000 milioni di morti causati dagli aggressori nazifascisti. Li hanno uccisi i giorni della memoria falsificata e la volontà politica di ingigantire mediaticamente la tragedia delle foibe per rivalutare il vecchio nazionalismo fascista, col suo corteo impunito di leggi sulla razza e collaborazione con le SS. Il mandante morale è il neofascismo dilagante, con le sue guerre tra poveri, le sue nuove camicie e le sue rinnovate leggi razziali.

Il fanatismo etnico, come quello religioso, è stato e sarà sempre l’arma segreta dello sfruttamento. “Divide et impera“. E’ antica scienza politica, la stessa che oggi produce Rosarno, i rastrellamenti romani, gli affondamenti mediterranei. Oggi come ieri, ha taciuto o fa poco la scuola annichilita, là dove dovrebbe levare gli scudi, rompere i patti concertativi dei sindacati, denunciare la regolamentazione dello sciopero e aprire uno scontro senza quartiere con un Ministero che s’è fatto e si fa paladino di feroci discriminazioni: il “tetto” del 30 % per gli immigrati, le graduatorie regionali per i docenti, la corsia privilegiata per gli studenti “indigeni” nell’accesso alle borse di studio. La scuola invece tace e si acconcia al tempo nuovo, dopo avere abbandonato al suo destino i precari. Una sola battaglia prende a cuore, quella sulla valutazione, sacrosanta quanto si vuole, ma ricca d’ombre corporative.

Bruciano i bambini rom, nella memoria corta di un Paese di “senzastoria“, in un’Italia tutta escort e Pil, Mibtel e veline, shopping e consumi, Un’Italia di nuovo razzista.
Sono morti che pesano sulla coscienza di tutti“, sento dire. E’ un ritornello. Lo ripetono in tanti e mi ribello. Ognuno si prenda quel che gli compete e smettiamola con questa notte indistinta, in cui le vacche sono solo scure. Non è così. Non è colpa di tutti e anche questo va detto.
Chi ce l’ha messi, chi è che ancora li difende, i Cota alle Regioni, i Borghezio in Europa, i Gasparri e i Quagliariello in Parlamento, i Bossi e i Larussa a governare? Chi l’ha portato Alemanno al governo della capitale? Chi è stato?
Non siamo stati tutti.

Con questa gente non ho nulla a che spartire. Ho protestato, ho scritto parole di fuoco, quando Veltroni ha chiesto l’espulsione di tutti i rom solo perché un rumeno aveva stuprato un’italiana. Non li votati io, questi campioni della democrazia che hanno fatto a gara con la destra nella caccia all’uomo, nelle scelte forcaiole, nelle politiche di discriminazione razziale. Non c’entro nulla con questa gente che, pur di governare, ha fatto causa comune col razzismo leghista.

Da tempo faccio parte per me stesso, e anche in questi mesi, mentre si faceva filosofia morale sulla violenza romana degli studenti, sulle pratiche della lotta e su tutti i distinguo che mettono in pace la coscienza, anche in questi mesi c’era chi stava con gli studenti. E ci sto ancora. Sto con le loro mille ragioni, con la loro rabbia, coi loro diritti, coi loro tentativi di saldare le lotte, con la loro sacrosanta voglia di ribellarsi. Perché non altro resta. Ribellarsi.

Lasciatemelo dire. No, davvero non c’entro nulla con questi poveri morti.

Uscito su “Fuoriregistro” l’8 febbraio 2011.  

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Le commemorazioni non guardano indietro, però – sembra fatale – diventano una sorta di “memoria a scadenza fissa”, il “gesso” che immobilizza fratture scomposte tra un mitico “passato” e un infelice “presente”. Per un giorno inni bandiere al vento e valori universali, poi il limbo d’un realismo rinunciatario, che è quasi sempre rassegnazione o, se si vuole, identità annacquata in cerca di consensi. D’accordo, anche questo è politica, ma dirlo onestamente non ci farà male: esistono due “memorie”. Una, ufficiale e condivisa, non lascia segni, non fa domande. E’ Narciso allo specchio: guarda se stessa e ignora il presente. L’altra, sempre più rara, indaga il passato per capire il presente. E’ la storia “maestra di vita”, che racconta la verità nuda e cruda, parla alle coscienze, ma non trova ascolto, non insegna più niente a nessuno e dà fastidio, perché ci mette davanti noi stessi, così come siamo davvero. E non è un bel vedere.
Me lo chiedono spesso: “Ci dici delle Quattro Giornate?”. Da me si attendono retorica e poesia: “o campana, campana, campana, / la mia favola breve è finita / la breve mia favola vana”. Io, invece, tiro fuori il presente. Il primo pensiero non è per ciò ch’è stato, m’importa quel che accade e, più che raccontare, faccio domande. Perché, mi chiedo, qui a Napoli, superato il liceo Vico, alla Cesarea, la vecchia sede del PCI ospita ancora un partito antifascista, ma non porta più il nome di Maddalena Cerasuolo? Sono avvenute cose che non so? Non è più decorata al valor militare, non è la donna che “trattò ” al Vico delle Trone coi tedeschi? Non fu lei che lottò come un veterano assieme ai partigiani di Materdei e della Stella, salvando dalla distruzione il Ponte della Sanità e consentendo agli Alleati di avanzare verso quel Nord nel quale oggi Bossi resuscita il razzismo?
Risposte non ne ho e quindi insisto. Perché non ricordiamo più ciò che a Longo sembrò decisivo: “dopo Napoli la parola d’ordine dell’insurrezione finale acquistò un senso e un valore e fu allora la direttiva di marcia per la parte più audace della Resistenza italiana“? Cos’è cambiato? Guastiamo la festa a Brunetta, che ci accusa d’essere un “cancro“? Ma che sanno Brunetta e Bossi dell’Italia, del Sud e dell’antifascismo? Qualcuno glielo spieghi, per favore, chi era Ezio Murolo che, a Poggioreale, con Tito, il fratello anarchico, organizzò e guidò gli insorti contro i nazisti, in una battaglia che, come molti esponenti di questa maggioranza, li avrebbe visti assenti o, peggio, dall’altra parte della barricata. “Ardito” nella Grande Guerra, dannunziano a Fiume, poi giornalista al “Mondo” di Giovanni Amendola, infine coinvolto “nei maneggi sovversivi” ai tempi della guerra di Spagna e spedito al confino, Ezio Murolo fu “guastatore paracadutista” dietro le linee naziste e si batté per liberare il Nord, la Padania di Bossi, dopo aver meritato qui a Napoli una medaglia d’oro. Non possiamo dirlo perché oggi i partigiani passano spesso per “terroristi”? Io lo racconto, checché ne pensino l’elettorato più o meno moderato a centro ed a sinistra e Cota a destra: Murolo contribuì a liberare il Nord. Erano i giorni in cui, a dar retta a Galli Della Loggia e gli storici della destra fascio-leghista, la “Patria” moriva. Quale Patria? Quella fascista, che un pugno di inqualificabili nostalgici prova a rivalutare? La patria razzista, resuscitata dalle leggi sui clandestini? Qualcuno glielo spieghi che, prima ancora di Rosselli e di Altiero Spinelli, prima di quel miracolo di passione politica che fu il Manifesto di Ventotene, Antonio Ottaviano, uno dei tanti combattenti delle Quattro Giornate, s’era già fatto processare dal Tribunale Speciale, per aver provato a dar vita a una federazione di Stati europei, “L’Europa Unita”, come baluardo contro il pericolo nazifascista. Ben altra Europa che quella di Bossi, Brunetta, Berlusconi e Marchionne, nella quale si negano i diritti dei lavoratori, torna il razzismo, contano solo le banche e i banchieri, si riduce a merce il sapere, si precarizzano i docenti e si attacca la scuola pubblica, di cui nessuno più ricorda il ruolo nella Resistenza. Se ne trova traccia in un prezioso e sconosciuto “numero unico” del “Comitato di Liberazione Nazionale”, che ricorda i nomi dei suoi martiri e militanti; gente di ogni parte del Paese, checché ne pensi la Lega: Quintino Vona, vice preside “in una Scuola Media di Milano, caduto sotto il piombo di sgherri della ‘Muti’ il pomeriggio del 7 settembre”; Salvatore Principato, siciliano di Piazza Armerino, che, massacrato a Piazzale Loreto con 14 compagni “dopo essere stato torturato nelle carceri fasciste” aveva saputo “incoraggiare, nel momento estremo, le povere vittime, allargando le braccia: coraggio, è questione di pochi istanti”. Bisognerebbe tornarci su, ricordarla, la scuola delle maestre napoletane Giovanna Annunziata e Anna Bonagura, “arrestate e denunziate per reato di istigazione e oltraggio alla persona di S. E. il capo dello Stato” perché i loro studenti “hanno strappato dai libri di testo una effige del Duce” e uno addirittura “la ridusse in due parti e la lanciò dal balcone“. Si capirebbe perché si vuole distruggere la scuola, sarebbe chiaro che essa è stata e può essere presidio della democrazia. Si capirebbe che forse non è un caso se i precari della scuola stiano dando oggi luogo a una lotta che sa di Resistenza. Scuola e politica, nel senso alto e nobile della parola, nel senso di pensiero critico e non di puro e semplice addestramento al lavoro dipendente o alle professioni. La scuola di Lina Merlin, che non fu solo la socialista delle “case chiuse”, la partigiana e la deputata alla Costituente, ma la giovanissima maestra antifascista che si lasciò licenziare per non giurare fedeltà al regime. Occorrerà che qualcuno lo dica al leghista Maroni e lo ricordi ai nostri studenti: quando gli “scienziati” fascisti scoprirono la tragica purezza “ariana” del nostro popolo, che è stato e sarà sempre un’inestricabile e meravigliosa fusione di geni e culture, studenti come Teresa Mattei rifiutarono di assistere alle tragicomiche lezioni sulla razza e furono espulsi da tutte le scuole d’Italia. E pazienza se anni dopo, ormai deputata e dirigente del PCI e dell’Unione Donne Democratiche, l’ex comandante di compagnia di una “Brigata Garibaldi”, entrò in rotta di collisione con Togliatti e conobbe l’onta di una nuova espulsione.
Il passato non cambia e non si cancella. Arfè non sbagliava. Per le forze politiche di radice antifascista, la Resistenza non è più un riferimento e la globalizzazione ha sconvolto rapporti e modi di produzione, sistemi di valori, prassi politica, ideologie, mentalità, costumi e rapporti sociali. Questa, tuttavia, è la storia, queste le profonde radici politiche delle Quattro Giornate, rivolta di popolo da cui ricevono linfa vitale la guerra di Liberazione e quella Costituzione che, non a caso, è nel mirino di un Parlamento di “nominati” e di un governo sostenuto da forze politiche che non hanno tradizione e cultura antifascista. Di questo si tratta. Non di altro. Di riaffermare e, se occorre, difendere i principi della democrazia. Costi quel che costi. Non solo Napoli, ancora “milionaria“, come amaramente la definì Eduardo De Filippo, ma l’intero Paese, tornato povero, privato della cultura, della scuola e del lavoro, ridotto a terra di razzismo e malaffare, di pennivendoli, guitti e velinari, l’intero Paese ha bisogno di ricordare. Senza memoria non si ricomincia.

Articolo uscito, con qualche ritaglio, sull’edizione napoletana di “Repubblica” il 28 settembre 2010 e, nella sua  versione originale, Su “Fuoriregistro

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In una logica di mercato e profitto, Marchionne ha perfettamente ragione. Fa il suo mestiere: garantisce l’azienda e non gl’importa nulla se, coi soldi nostri, s’è tenuto a galla quando stava affondando. E storia antica: dallo Stato, la Fiat prende e non paga interessi.
Vent’anni fa, per difendere i margini di profitto degli azionisti d’una “grande azienda“, il cosiddetto “top manager” avrebbe fatto di Mirafiori un punto di forza della progettazione, del lavoro sui prototipi e sul loro sviluppo e si sarebbe affrettato a “delocalizzare” al Sud, nelle colonie meridionali. Uno Stato pronto a rimettere in sesto l’azienda coi soldi della collettività gli avrebbe assicurato elogi e quattrini.
Vent’anni fa il Sud era la Serbia di Callieri, Romiti e compagnia cantante e al sindacato giungevano le sollecitazioni che oggi ripete ineffabile Sacconi, recitando da guitto l’antico copione: “Occorrono relazioni sindacali cooperative. Il compito della Cgil, se vuole davvero rappresentare i lavoratori è quello di favorire la produzione.
Vent’anni fa, di proprietà e di furto, dei misteri dell’accumulazione primaria, dei fiumi di sangue versato versati dalla povera gente in due guerre mondiali per soddisfare i bisogni del padronato e la “baracca Agnelli” si smise di parlare. E oggi, se qualcuno s’azzarda a far cenno ai costi umani e sociali della ristrutturazione, la risposta è una e arrogante: “il sacrificio è quando ci metto di tasca mia!
Come e perché poche tasche siano così piene da poter fare “sacrifici” e tantissime così vuote, che il solo sacrificio possibile sia la vita da mandare al macello, non è più tema di discussione.

E’ accaduto tutto negli stessi anni. Le bombe del “terrorismo borghese“, di cui oggi qualcosa si comincia a capire, i giudici “pericolosi” – Falcone, Borsellino, gli antenati delle “toghe rosse” – fatti a pezzi uno dietro l’altro da “pezzi di Stato deviati“, la Caporetto sindacale passata alla storia col nome di “concertazione” e, dulcis in fundo, il governo D’Alema e le sue “bombe pacifiste” sulla Serbia ridotta a colonia.
Se si mettono insieme i fatti correttamente, questa è la storia e occorre dirlo: quando è servito, la “sinistra di governo” ha saputo far bene il gran lavoro sporco.

Senza tutto questo, Marchionne non sarebbe mai nato, la Lega di Bossi sarebbe ancora quel che era – un fenomeno da baraccone – e Cota e Chiamparino , d’accordo infine su un’idea razzista della politica , non avrebbero messo le tende in una Torino che difenderà “in tutti i modi il diritto dei torinesi a vedere rispettati gli impegni della Fiat sul futuro della città“, perché, si sa, “Mirafiori non è Pomigliano“. In altre parole: se ne avete bisogno, colpite pure a Sud, ma lasciateci in pace.
Senza tutto questo, nessuno si sarebbe azzardato a chiedere al sindacato di “cambiare cultura“, perché la Crysler si sta salvando affamando il lavoratori. Tutto questo però è accaduto e non c’è da stupirsi: la colonia serba bacia le mani al padrone che l’ha resa schiava, a Krakujevac dei cialtroni chiamati “management” esultano perché hanno dimostrato le loro miserabili capacità: gli operai affamati accettano ogni condizione imposta dal partner italiano e chi si azzarda a ricordare che un pugno di sedicenti imprenditori e finanzieri ha precipitato il pianeta in una crisi che li sta arricchendo a speso delle masse è un “vetero-comunsta attestato su posizioni ideologiche“.

C’è chi continua a sostenere che questa infinita vergogna si chiama globalizzazione e finge di non saperlo: è solo sfruttamento. E’ vero, la lezione è antica. E, tuttavia, nessuno la vuole imparare: chi semina vento, raccoglie tempesta.

Uscito su “Fuoriregistro” il 24 luglio 2010.

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Sono anni che Bossi prende soldi a palate per governare l’Italia che intende affondare. A Roma fa il ministro della repubblica, a Pontida, il “padre della patria” d’una barzelletta che chiama Padania e smania, minaccia sfracelli e promette macelli. Come la gru di Chichibbio sta in equilibrio precario: nessuno sa se ha due zampe o una sola. In quanto alla testa è piuttosto modesta. A Pontida protesta ma a Roma è ortodosso, si veste da fesso e domanda perdono se la spara più grossa. Ce l’ha duro a Milano e s’ammoscia per lo scirocco romano. A Pontida è guerriero feroce, A Roma si tace, a Bergamo pare Brighella, sui colli fatali è un gran Pulcinella, a Strasburgo domanda insistente un brevetto per l’inesistente. E’ un delirio che prende i padani, la repubblica dei ciarlatani a spese dei contribuenti italiani. Ogni giorno fa guerra il carroccio, ma in pace, da vero fantoccio, si tace rapace quando mette i piedi e le mani nei salotti e gli affari romani.

In un Paese normale Bossi e compagni sarebbero il paranormale, un fenomeno da baraccone, la rissa d’un ubriacone. Qui da noi governano l’Italia per conto della Padania, con un grande programma nazionale: la graduatoria regionale dei docenti, non importa se deficienti, bambini neri affamati nella scuola privatizzata, un ghetto per alunni stranieri in una scuola specializzata in negrieri, sputi alla bandiera, campi di concentramento e l’obbligo d’insegnamento della lingua di Cassano Magnago, Verona, Pastrengo e Legnago. Il programma è centrato sui discorsi politici di Bossi, sul federalismo targato Cota, sulla musica e il folclore di Zaia governatore, sulla politica delle integrazioni pensata dal geniale Maroni.

Ameana puella defututa
Tota milia me decem poposcit,
[…] Propinqui, quibus est puella curae,
amicos medicosque convocate:
non est sana puella…

Amici e voi che avete la ragazza in cura, i medici convocate! E’ malata, si vede, non è sana, è impazzita davvero la fanciulla.

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Mentre il sogno dell’Europa dei popoli immaginata da Altiero Spinelli, degenera in un incubo fatto di banche, banchieri, borse e capitali e c’è da chiedersi perché un greco dovrebbe sentirsi cittadino europeo, una lucidissima legge di Darwin può aiutarci a capire di dove nasca la barbarie che ci cresce in casa.
Nella lotta per l’esistenza, un elemento comune associa specie tra loro lontane, sicché l’erba è vitale per la locusta quanto per i cavalli. Nella ferocia dello scontro, tuttavia, nulla è più raggelante d’una dipendenza che riguardi specie appartenenti allo stesso genere. Tra diverse qualità di frumento sapientemente affidate ai solchi d’uno stesso terreno, una sola produrrà col passare degli anni le sue pannocchie. Il clima, la fecondità, la capacità di adattamento garantiranno la procreazione a una sola qualità di frumento e condanneranno le altre all’estinzione. A mettere assieme varietà diverse di parassiti della stessa specie, come le sanguisughe officinali, ne nasce una lotta disperata per la vita e la morte e una sola alla fine risulta padrona del campo. Le altre sono uccise e talvolta la separazione è il solo elemento di salvezza. Il buon contadino sa che un gruppo misto di varietà anche profondamente affini, come piselli di ogni colore, richiede raccolti separati e semi mescolati in proporzioni equlibrate.
Nella lotta per l’esistenza, più vicine sono le specie, più comune è il genere di provenienza, più si somigliano le abitudini e la struttura, più aspra è la lotta. Benché vi assuma i connotati più barbari e più lontani dalle leggi della selezione naturale, la lotta per l’esistenza tra le specie umane non è causata da profonde differenze di genere, di etnie o di modelli culturali, come ci si vuol far credere da un po’, tornando a concezioni irrazionalistiche delle scienze naturali e di quelle umane. Diversamente da ogni altra specie, l’uomo non si contenta di possedere cibo e spazio vitale, ma tende a sottrarre l’uno e l’altro a ogni varietà della sua specie. Unendosi, per sancire separazioni decise dalla prepotenza e garantirsi la sopravvivenza, gli uomini costituiscono gruppi minoritari che si impadroniscono delle risorse e dei mezzi di produzione e formano così classi privilegiate che tendono a instaurare rapporti parassitari nei confronti di vasti gruppi “parassitati“.
Fin quando è possibile, le classi dominanti impongono il proprio dominio ed esercitano una vera e propria “selezione della specie“, attraverso il controllo del potere politico e l’espressione di una cultura dominante che richiede il possesso pieno delle istituzioni educative e la soppressione della libertà intellettuale. Se le classi “parassitate” rivendicano diritti, quelle “parassite” che detengono il potere politico scatenano un violentissimo apparato repressivo, legittimato dalla legalizzazione della “legge del più forte“. La teoria del libero mercato, l’espressione più compiuta del meccanismo parassitario, garantisce il dominio di classe e sostituisce alla selezione naturale “sana” della lotta per la sopravvivenza la ferocia ingiustificata del controllo dei processi economici. Il licenziamento e la disoccupazione sono gli strumenti “pacifici” con cui i ceti parassiti si impongono a quelli parassitati non per distruggerli, ché da soli non potrebbero vivere, ma per ridurli a “riserva alimentare”, come una vera e propria tenia sociale. Quando questi strumenti non bastano, ci sono le forze armate e la cancellazione delle libertà, prima tra tutte quella d’insegnamento,
Dietro la cosiddetta “riforma Gelmini“, col suo naturale codiclllo di guerra tra poveri e intolleranza razziale, col suo “tetto” di alunni stranieri e miracolose “graduatorie regionali“, dietro i bambini messi a pane e acqua e il separatismo travestito da federalismo propugnato da Cota, Bricolo e Berlusconi, non c’è altro che questo: la volontà d’imporre un rinnovato dominio di classe. Per noi lavoratori intellettuali, valgono ancora, anzi, hanno oggi più valore di ieri, le parole di Albert Einstein: “Facciamo dunque tutti appello alle nostre forze. Non stanchiamoci di restare costantemente in guardia, affinché in seguito non si possa dire della cerchia degli intellettuali di questo paese: hanno ceduto pavidamente e senza lottare l’eredità che avevano ricevuto dai loro predecessori, un’eredità di cui non si sono rivelati degni“.
Teniamole presenti, queste parole, e ricordiamo: se è vero che il parassita ha un bisogno vitale del “parassitato“, non è vero il contrario. Forse non accadrà, forse c’è spazio ancora per la mediazione di quel “saggio contadino” che chiamiamo politica, forse Lombroso non ha già sostituito Darwin negli strumenti della disinformazione di massa e non arriveremo al “muro contro muro” come il dramma greco e la dilagante barbarie leghista fanno temere. Dovesse accadere, è bene pensarci per tempo, perché Lenin ha ragione, “senza teoria rivoluzionaria non esiste movimento rivoluzionario“, ma i lavoratori della formazione sanno che l’insegnamento nella scuola statale è, per sua natura, rivoluzionario e lo sa benissimo la Gelmini che, non a caso, contro la scuola scatena la pesantissima offensiva del governo. Il lavoro della scuola non produce, come vorrebbero Gelmini e soci, una “standardizzazione” della volontà collettiva, non è riduzione dell’autonomia critica delle masse alle leggi del pensiero unico. La scuola, per usare le parole con cui Che Guevara defini la rivoluzione, “è esattamente tutto il contrario, è liberatrice della capacità individuale dell’uomo“.
In quanto tale, scuola è rivoluzione ed è naturale che la reazione ormai ci spari addosso. Il fatto è che non ci sono fucili che ammazzano le idee.

Uscito su “Fuoriregistro” il 6 maggio 2010

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Nelle banche, sulle quali marciano – per ora, si direbbe, disarmate – le bande in divisa verde guidate da Bossi e Cota, vige la regola aurea del “contributo spese” che – ignobile scialacquo! – consente all’impiegato di trovar casa senza svenarsi per tener dietro al principio dell’efficienza. Mai nessuno, per ora, in nome della “qualità“, s’è mai sognato di lasciare a casa chi abbia esperienza e “numeri” professionali in omaggio alla colta dottrina leghista che, detta così, alla buona, nell’Europa senza confini, si riduce paradossalmente al classico e un po’ demodémogli e buoi dei paesi tuoi“.
Principessa del merito“, l’efficientista Gelmini, avvocato padano targato Calabria, per ottenere la “qualità” nelle scuole della Repubblica, ha invertito il principio: a decidere del merito, in tema di formazione, non è più il valore del lavoratore ma, incredibile a dirsi, la sua residenza! Lo scopo è chiaro. Poiché è dal Sud che si sale a Nord in cerca di lavoro, a partire dal 2011, un mediocre indigeno leghista” avrà precedenza assoluta sul migliore dei docenti delle colonie meridionali, col risultato che la celtica Padania realizza l’evangelico principio per cui “gli ultimi saranno i primi“. E, vivaddio, beati i poveri di spirito.

Se l’opposizione continua a dormire non c’è più a che santo votarsi e il “miracolo”, se così può chiamarsi, può venire solo dal campo del “nemico”. Può darsi che sia vero. Il “comunista” Fini, cha ha mille colpe e infinite resposabilità, non fa una battaglia puramente personale e, in ogni caso, agli ex camerati glielo spiega da tempo con la chiarezza dell’abbeccedario: a tutto c’è un limite. Il paragone sembrerà azzardato, ma ha un suo fondamento. Passato nel campo liberale, l’ex delfino di Giorgio Almirante ragiona come Giolitti faceva con Crispi, Pelluox e Rudinì: se la politica non sa far altro che scatenare guerre tra i poveri e utilizzare la forza dello Stato a difesa esclusiva dei privilegi d’una minoranza contro i diritti della stragrande maggioranza dei lavoratori, non si va lontano. Ed è facile capirlo, sembra dire: dietro la crisi economica c’è lo spettro di quella istituzionale e, peggio ancora, di uno scontro sociale dalle dimensioni e dagli esiti imprevedibili. Sia come sia, checché pensi Fini, la politica muore di tatticismo se un miliardario che governa e può comprare tutto facilmente, trova immediatamente chi si vende; la politica muore se milioni di cittadini si riducono a stupidi serpentelli intorpiditi da un pifferaio e il paese naviga nella burrasca, macchine avanti tutta, la prua verso gli scogli.

La scuola che la Gelmini costruisce è quella di Adro: abbandona al suo destino i bambini poveri di ogni sud, marocchini e sudici terroni, e chiarisce il principio etico cui s’ispira l’avvocato più o meno calabrese, eseguendo ordini di cui non ha i mezzi per cogliere l’obiettivo: “divide et impera“. E’ in nome di questo ethos che si tagliano al Sud il doppio dei posti di lavoro del nord e del centro messi assieme e, con la crescente miseria prodotta nel Mezzogiorno, si pensa di affrontare la crisi del “miracolo padano“. scatenando un’ennesima guerra tra i poveri. Ma c’è di più. C’è un assaggio di “federalismo” e si capisce bene ciò che accade: da minaccia armata, il secessionismo diventa rapina legalizzata.
Chi ha memoria ricorda: barbari di questa pasta ci condussero al 25 aprile.

Da “Fuoriregistro“, 24 aprile 2010

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Non lo dice nessuno, ma si sa: Cota è notoriamente abortista. Non si tratta di sfatare un mito e non c’entra nemmeno il Garibaldi frà massone, pirata e faccendiere dei sussidiari sfascisti su cui si forma la gioventù leghista. In discussione, se ma, c’è il modello “culturale” – si fa per dire – che Cota, Maroni e Goisis rappresentano al meglio. Lo ha ripetuto a lettere chiare persino Napolitano, che di solito, ama collocarsi “fuori della mischia”: la criminalità organizzata “meridionale” fa affari d’oro con le complici regioni del Nord. La “questione settentrionale” del Nord leghista, perciò, non passa certamente, come piacerebbe a Cota, l’ineffabile ex secessionista, per la “pillola abortiva”, ma un problema di aborto in casa leghista esiste certamente e riguarda la scelta di interrompere lo sviluppo di un popolo civile. In questo senso, non c’è pillola più abortiva della legge elettorale di Calderoli e, da Pontida a Lampedusa, la tragedia che incombe non sono gli immigrati che ci “islamizzano“, ma le leggi sull’immigrazione che ci imbarbariscono, la scuola e la ricerca sfasciate che sopprimono la ragione critica e fanno dell’egoismo individualista italiota la base “culturale” del fanatismo scatenato dalla Lega padana.
Saviano, che il Sillabo leghista metterebbe volentieri all’indice assieme al Corano, l’ha dimostrato senza possibilità di dubbio: il sistema economico “legale”, che il Carroccio si vanta di rappresentare, non sta a galla senza quello illegale. E qui la geografia politica non c’entra; non ci sono un Sud “mafioso” e un Nord “virtuoso“. Esistono cittadini onesti – e sono italiani – e ci sono delinquenti che non hanno patria e cittadinanza, ma riferimenti politici in ogni parte del Paese. Dal mondo dell’alta moda alle sempre più malconce fabbriche del nord-est, sono in tanti a smaltire, in accordo con le ecomafie, rifiuti a basso costo in barba alle norme sull’inquinamento. In quanto alla buffonata del sedicente “federalismo fiscale”, nessuno si fa illusioni: Cota non ha mai letto gli studi di Nitti sul bilancio dello Stato. Gli farebbe bene, ma a lui basta Bossi. Dopo cinquant’anni di cieca “piemontesizzazione”, dopo vent’anni di fascismo nato e prosperato soprattutto in terre padane, dopo il craxismo che, spiace dirlo, ebbe la sua culla nella patria di Turati, “marca padana” hanno anche berlusconismo e leghismo e, non bastasse, lo spostamento di risorse dal Sud al Nord è stato tale che solo una banda di incoscienti si lascerebbe tentare dall’impresa. Si dice, mentendo, che il Sud pesi sul Nord. Basterebbe saper contare fino a dieci e usare almeno un pallottoliere per capire che non è così. Il reddito del Nord – il dato è del 2003 e oggi sarebbe ulteriormente sbilanciato – ammonta al 53 % del totale nazionale mentre al Sud è solo il 26.3 %, e non è tutto. Il 54.3 % del reddito da lavoro dipendente – vale a dire salari, stipendi, pensioni, ammortizzatori sociali e compagnia cantante – un settore in cui l’evasione è pari a zero in tutto il Paese – si colloca al Nord, mentre il sud non giunge al 25 %. La metà. Ciò significa, ad esempio, che per ogni pensione pagata al Sud, la previdenza ne paga due al Nord. In quanto ai redditi da capitale, le percentuali sono del 57,3 % al Nord e del 21,4 % al Sud. Anche qui, il doppio o la metà, a secondo dei punti di vista. Un dato per certi versi sconvolgente. Se fosse vero, ma è molto improbabile, che nel Piemonte di Cota l’evasione Irap supera di poco il 30,53 %, appare chiaro: anche se l’evasione calabrese fosse totale, il Piemonte di Cota sottrarrebbe molto più che la Calabria. Rimane il sommerso, la terra senza nome in cui miseria del Sud e ricchezza del Nord si incontrano fatalmente sul terreno degli affari sporchi. Bene, solo tre anni fa i dati relativi al lavoro nero o irregolare vedevano al primo posto assoluto con l’88,1 % la provincia di Bolzano. A livello regionale, il Piemonte di Cota col 64,4 % era di poco più virtuoso della Calabria, ma registrava dati negativi rispetto a tutte le altre aree del Mezzogiorno.
In questo quadro, non ci sono dubbi, Cota, Maroni e Calderoli sostengono il più pericoloso e immorale degli aborti: quello che nega la vita alla solidarietà. Mettano in campo, se li hanno, i minacciati 400.000 fucili, gli sfascisti in verde, ma ricordino: giocando coi numeri e le armi, Benito Mussolini mise in campo otto milioni di baionette. Non salvarono il Paese dalla disgregazione e non gli evitarono Piazzale Loreto.

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