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Archive for maggio 2015

Pietro Raimondi giovanissimo operaio tessile ucciso durante la Settimana Rossa

Nel giugno 1914, quando i moti della Settimana Rossa scuotono il Paese, colto di sorpresa in una delicata fase di transizione, le luci si vanno spegnendo sul mito della belle époque, ma le classi dirigenti sembrano muoversi ancora sui ritmi del can can e offrono di sé un’immagine frivola e disattenta. E’ probabile, però, che a noi sia giunta la percezione deformata di una proiezione esterna. In realtà, lo strappo c’è stato e il rifiuto della mediazione giolittiana chiude un’epoca. Giolitti ha segnato la crescita e il modello di sviluppo economico, ma per la borghesia, tornata alle ambizioni imperialistiche, è ormai solo un freno. A ben vedere, i «padroni del vapore» sanno ciò che vogliono, hanno colto per tempo segnali di svolta nelle linee di tendenza della diplomazia internazionale e sono cosi determinati, da rompere con Giolitti proprio quando il vecchio statista ha avviato una politica estera di ispirazione espansionistica, adattando con accortezza e tempismo le scelte economiche e la pratica di governo al contesto interno e internazionale…

Chi è interessato a proseguire nella lettura può aprire il seguente link:

Proletari contro la guerra note in calce (ebook scaricabile dal sito “1914-2014 Cento anni di guerre

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Se, come pare accertato, anche dal peggio chi vuole ricava insegnamenti positivi, val la pena provare. La citazione testuale è indiscutibilmente lunga, ma anche incredibilmente «istruttiva». Con le parole che Copia di spergiuroseguono si apre il punto 2 dell’articolo 1 della riforma Giannini, la nauseante «buona scuola» di Renzi:
«Le istituzioni scolastiche – si legge – garantiscono la partecipazione alle decisioni degli organi collegiali e la loro organizzazione è orientata alla massima flessibilità, diversificazione, efficienza ed efficacia del servizio scolastico […]. In tale ambito, l’istituzione scolastica effettua la programmazione triennale dell’offerta formativa».
Una vergogna linguistica, prima ancora che politica. Basta leggere, per sentire d’istinto il bisogno irresistibile di ribellarsi. Non so che si intenda per «istituzioni scolastiche», ma registro un dato: gli Organi Collegiali non decideranno più nulla in piena autonomia. E’ un fatto sconvolgente che nessun linguaggio criptato, nemmeno quello da loggia massonica in cui è scritta la legge riesce a nascondere. Chi «partecipa» è la parte di un tutto, che in questo caso è rappresentato da indefinite «istituzioni scolastiche». Chiunque abbia messo materialmente penna su carta per produrre questo rompicapo cumano, è riuscito a scrivere molto male, ma non ha potuto tenere segreto il vaticinio. Chiarissima, infatti, addirittura rivelatrice, è l’affermazione iniziale del secondo periodo, quello in cui il soggetto, inizialmente plurale, diventa misteriosamente singolare: un lapsus freudiano per «dirigente scolastico», o la pura difficoltà di esprimersi nella lingua di Dante? Quale che sia la risposta, il significato è lampante e non lascia spazio ai dubbi «l’Istituzione scolastica effettua la programmazione triennale dell’offerta formativa». L’Istituzione, quindi, quale che essa sia e chiunque si celi dietro le parole. Non il Collegio dei Docenti, però, che, per conseguenza logica, non ha più alcun potere deliberante in tema di funzionamento didattico e programmazione dell’azione educativa, nel rispetto della libertà di insegnamento garantita a ciascun docente.
Certo, il governo dirà che non è vero, nicchierà e negherà, contando sulla voluta ambiguità dal testo. E si capisce. Per privare esplicitamente qualcuno di un potere, quando si sa di toccare tasti delicatissimi di natura costituzionale, occorre quantomeno un minimo di coraggio. Qui, invece si è volutamente presa la via obliqua. Non si è negato nulla a nessuno: ci si è contentati di attribuire a un altro, «ope legis», i poteri del Collegio, senza nominarlo. Dietro il periodare contorto, sintatticamente ansimante, si legge chiara la paura di chi colpisce vigliaccamente a tradimento.
Non è vero che il ceffone del 5 maggio non ha lasciato il segno sul volto del governo. Ogni rigo di questa parte della legge ne rivela l’effetto; Renzi storce il linguaggio e gioca a nascondino nelle zone d’ombra linguistiche che denunciano la doppiezza. Perché? Perché teme di uscire con le ossa rotte dal voto imminente e sa che non basterà precettare, per fermare la protesta. E’ vero, il blocco degli scrutini finirà, ma in campo ci sono ormai un governo di senza di senza storia e settant’anni di lotte per la democratica dal basso. Malconcia, non sempre luminosa e talora ridotta al lumicino, mai però messa davvero in ginocchio. Renzi sa – e per questo ha paura – che non chiuderà la partita nemmeno se riuscirà a rifilare la sua pugnalata alla schiena del Paese. Sa, non può non saperlo, che alla ripresa la sfida sarà più aperta che mai. Il passo più lungo della gamba l’ha già fatto e il mondo che ha sfidato non gli consentirà di ritrovare l’equilibrio.
Il malgoverno riesce talvolta a passare tra le maglie di quella indifferenza che Gramsci giustamente odiava. Ci riesce soprattutto perché favorito dall’assuefazione: è da tempo immemorabile che ci governano male e siamo abituati. Stavolta però si tratta di altro. Come l’olio malaccortamente versato su una tovaglia immacolata si allarga e varca confini impensati, così la protervia di Renzi allarma il Paese, che sente il veleno della reazione e si leva a difesa. Nella mia giovinezza un libro lasciò il segno per tutti gli anni che sono venuti. L’aveva curato per Einaudi Ernesto Rossi e conteneva scritti preziosi di Aldo Garosci, Alberto Tarchiani, Umberto Calosso e Gaetano Salvemini. Iniziava con la storia di un foglio clandestino – il «Non Mollare» – proseguiva con «L’Italia Libera», De Rosa e l’attentato di Bruxelles, il «processo degli intellettuali», il sacrificio di De Bosis, Monte Pelato e l’assassinio di Rosselli. Si intitolava «No al fascismo» ed era un’ode alla libertà e una indimenticabile lezione di storia della lotta per quei diritti che oggi si tenta di cancellare. Di questo si tratta stavolta, non di scuola: diritti inviolabili che sono costati sangue. Stavolta è tradimento della Costituzione su cui si è giurato. Quel tradimento che legittima la resistenza e rende illegittimo il capo spergiuro.

Fuoriregistro, 27 maggio 2015, La Sinistra Quotidiana, 27 maggio 2015,

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news18486In partenza per Benevento. Un liceo, le “Giornate giannoniane”, una città del Sud , gli studenti , la storia dell’antifascismo. La buona scuola prima del disastro Renzi, senza Renzi e il suo analfabetismo di ritorno , contro Renzi che la vuole ammazzare.

Il 22 e il 23 maggio prossimi la nuova edizione delle giornate giannoniane. Così come previsto dal piano dell’offerta formativa del liceo classico “Giannone” di Benevento, ritornano le giornate giannoniane che, dalla loro fondazione, cercano di rivolgere una particolare attenzione alla storia, disciplina formativa fondamentale, sia la completa maturazione della personalità delle studentesse e degli studenti, che per la caratteristica specificità del curricolo del liceo classico. Le tematiche su cui si propone di lavorare – e di lavorare in una prospettiva almeno triennale – sono state quest’anno determinate da una serie di anniversari profondamente significativi per la storia del nostro paese: dal centenario dell’ingresso dell’Italia nella grande guerra (e, nel 2016, delle alterne vicende del secondo anno italiano di guerra, fino alla tragedia di Caporetto, nel 2017) al settantesimo del 25 aprile 1945 (e, come sopra, in successione: del referendum istituzionale, fino alla approvazione della Costituzione italiana del 27 dicembre 1947). La storia italiana del XX secolo al centro dell’attenzione, quindi, ma una storia coniugata con la letteratura, la storia dell’arte, la musica, il cinema. Si comincia venerdì 22 maggio. Dalle ore 10 alle 13, nell’aula magna “Giovanni Palatucci” del liceo, “A cent’anni dall’ingresso dell’Italia in guerra“. Dopo l’introduzione della dirigente scolastica Norma Fortuna Pedicini, e coordinati dal responsabile del dipartimento di Filosofia e Storia, Amerigo Ciervo, i docenti Nicola Sguera e Carmen Caggiano presenteranno agli studenti e alle studentesse dell’ultimo anno e a chi vorrà intervenire le loro comunicazioni, rispettivamente dedicate a come il cinema e la letteratura hanno raccontato la guerra. I lavori della mattinata saranno conclusi dalla relazione (“La grande guerra degli italiani: un secolo dopo”) di Luigi Parente, docente emerito di Storia contemporanea presso “L’Orientale” di Napoli. I lavori riprenderanno nel pomeriggio, alle 15 con : A settant’anni della Liberazione A settant’anni della Liberazione. Coordinerà la giornalista Enza Nunziato e le comunicazioni saranno di Amerigo Ciervo, (Per una storia dei partigiani sanniti) Donato Faiella (La Resistenza delle donne) e del presidente provinciale dell’ANPI, Antonio Conte, sulla funzione politica e culturale dell’associazione nella società italiana. Concluderà la sessione pomeridiana la relazione dello storico Giuseppe Aragno su “Volti e storie dell’antifascismo popolare in Campania”. Il giorno successivo, sabato 23 maggio, le III liceali assisteranno presso il Mulino Pacifico a una rappresentazione a cura della Solot di Medaglia d’oro, di Michelangelo Fetto, sui bombardamenti di Benevento Nel pomeriggio, dalle ore 18.30 alle 20 un appuntamento ormai tradizionale del liceo con la città “Le letture del Giannone alla città” In alcuni punti del centro (Prefettura, Chiostro di S. Sofia, Piazza Matteotti, Piazzetta Torre, Hortus Conclusus, Palazzo Paolo V, Rocca dei Rettori) una decina di classi dell’istituto, insieme ad alcuni ex-alunni leggeranno brani ispirati alle due guerre. La manifestazione si concluderà alle ore ore 20,45, nel cortile del “Giannone” con una rilettura della Medea di Euripide a cura della III B, diretta da Enrico Torzillo e coordinata da Massimiliano Calabrese.

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Non una parola è mia. Ognuna della parole che seguono, tuttavia, ha un così forte senso di libertà, da trovare legittima cittadinanza nel mio blog. E’ una regola che violo molto raramente. Qui scrivo io. Questa è la regola, certo. Ma che senso ha una regola, se non c’è un’eccezione e se non è possibile violarla? Nessun senso. Ecco perché do la parola all’USI-AIT Educazione.

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A seguito dei numerosi attacchi alla riforma “La Buona Scuola” portati avanti da studenti e docenti, il Presidente del Consiglio Renzi non ha trovato di meglio da fare, se non allestire l’ennesimo show televisivo in cui lui, e non il Ministro dell’Istruzione Giannini, spiega, in uno scenario precostruito, i fini e gli obiettivi del suo governo in materia di istruzione.
renzibugieEbbene, Renzi può mettere in scena ciò che meglio crede, ma assolutamente non può far passare per riforma scolastica la “sua“: una riforma che non parla affatto di “didattica” e che assomiglia sempre di più ad un piano di organizzazione della forza lavoro. Nelle ultime sue dichiarazioni ha parlato di apertura e disponibilità al dialogo, ma ha puntato l’accento su un unico termine: valutazione. Approfondendo da un punto di vista più ampio la questione, si potrebbe dire che Renzi miri a tenere in piedi e rafforzare ulteriormente quei meccanismi di etichettatura che ruotano intorno all’ Istituto Nazionale di Valutazione. Dopo il boicottaggio delle Prove Nazionali Invalsi, infatti, ecco la forzatura politica che restituisce “dignità” ad un organo fortemente attaccato e ridicolizzato recentemente. La questione è la seguente. La scuola è ancora il luogo dove il mercato non ha trovato completa agibilità, quantomeno ideologica.
reNel momento in cui lo Stato ha da tempo rinunciato al suo ruolo politico delegando proprio al mercato i compiti propositivi e decisionali, la scuola è risultata essere un organo resistente, difficile da riempire e modificare a proprio piacimento. Il ruolo che lo stato si è riservato rispetto al mercato è quello di amministratore e di poliziotto. E quale compito svolge l’amministrazione zelante di una azienda se non quello di valutare, ovvero “attribuire valore e spendibilità“? Quali compiti svolge la polizia se non quello di far rientrare in un “utile” per lo Stato ogni attività umana, reprimendola in caso essa non corrisponda ai criteri di legge imposti dallo Stato stesso? Ecco cosa significa “valutare“: appiattire l’essere umano su criteri di mercato; stimolarlo attraverso la punizione e il premio. “Valutare” e “reprimere” sono, infatti, gli ultimi drammatici scampoli di rappresentazione attraverso cui lo stato si manifesta, attraverso i quali giustifica la propria esistenza. “Valutare e “reprimere” sono, infatti, questi gli ultimi principi fondanti della “governance“. “Valutare” e “reprimere” equivalgono quindi a governare, e “governare e sfruttare significano la stessa cosa” diceva a suo tempo Bakunin.
Agevolare lo sfruttamento, questo è il disegno di legge che si trova raffigurato dietro la lavagna di Renzi. Questo significheranno in realtà le parole propagandistiche del governo: alternanza Scuola/Lavoro; competitività; merito; ecc. Ecco dunque che la battaglia contro “La Buona Scuola” è una battaglia di tutti e tutte e non solo di insegnanti e studenti.
E NOI CHE COSA FACCIAMO?
re1Senza una vera, forte, corale risposta i governanti, guidati da poteri forti, riusciranno nel loro intento. Occorre rafforzare la mobilitazione permanente una delle poche forme che ha sinora funzionato nella storia dei popoli. Occupare le scuole, viverle della nostra presenza, adulti e piccoli esseri, liberarle con la nostra presenza in lezioni libertarie ad oltranza, cultura e scambio di idee, cibo, arti, il suono dei nostri sonni pieni di utopie, porterebbe di certo un cambio rivoluzionario. Sceglierle/adottarle come nostre case, collettive, comunitarie e lì praticare una politica libertaria altra che faccia vedere com’è bello farne parte. Una simile prospettiva è possibile ma abbiamo le forze dal basso per farlo? Forse cercandole in quei movimenti che da tempo praticano lotte di esistenza sui territori si potrebbe trovare nel mutuo soccorso e nella solidarietà una ulteriore spinta per andare avanti nella lotta che non è di rivendicazione di una lavoro ma rappresenta una presa di coscienza della grave minaccia che subiscono le vite di tutti e tutte se questo decreto entrerà effettivamente in vigore. Occorre cercare/tessere aiuto fuori dalle gabbie che il sistema ha districato per portare all’immobilismo di quanti invece fondamentalmente rifiutano questo stato di cose esistenti. L’immobilismo di oggi, a seguito dello sciopero del cinque maggio scorso, fortemente voluto dalla base dei lavoratori – cosa che ha costretto i grandi sindacati a mobilitarsi – è stato o meno un fallimento? In termini di numeri certamente no, in relazione agli effetti sortiti è stato un frustrante buco nell’acqua che ha mostrato, se ve ne fosse ancora bisogno, l’inadeguatezza di talune metodologie di lotta sindacale che non ci hanno mai convinto, non ci convinceranno mai. Dopo le trattative volute, non dal governo, ma dal PD i sindacati concertativi escono sconfitti dal tavolo mentre l’iter di discussione del DDL in parlamento procede spedito come un treno, Renzi dichiara che è pronto all’ascolto di tutti ma poi deciderà e deciderà, da solo, senza modificare di una virgola l’impianto della sedicente riforma. Intanto alcuni sindacati cominciano a prendere le distanze dalla lotta, si mostrano i primi segni del cedimento e, nel frattempo, si continua a perdere tempo, il fronte della lotta rischia di sfaldarsi, la sfiducia e l’impotenza potrebbero, in questo caso, giocare un ruolo fondamentale, anzi è probabilmente questo il vero obiettivo del governo: così si spiegano i beceri tentativi di mostrare qualche lieve apertura, come l’approvazione del ridicolo emendamento che vieta ai Dirigenti di assumere i familiari. Ad ogni modo si potrebbe concludere che non vi è nulla di nuovo sotto al sole, si continua ad assistere al vecchio pompieraggio sociale ma, in verità, qualcosa di nuovo si intravede, ovvero si pensi alla capacità di molti lavoratori e lavoratrici, studenti e studentesse di unirsi e lottare in maniera autorganizzata. Noi dell’USI-AIT Educazione, poiché sindacato che si ispira all’anarcosindacalismo che rifiuta la delega e i leaderismi, sosteniamo queste pratiche di lotta e le riteniamo le sole possibili. Occorre fare informazione e pressioni per disvelare gli inganni dei governi, ma anche per denunciare le manovrine di quelle realtà che si dicono a tutela dei lavoratori ma poi sono sempre disposte alla concertazione più becera, quelle che oggi rimangono nel silenzio quelle che non hanno saputo e voluto andare all’incasso della giornata del cinque maggio e si sono lasciate perdere nei meandri dei palazzi. Denunciamo con forza questo stato di cose, invitiamo i mobilitati a mantenere alta l’attenzione sulle questioni sopra evidenziate, riteniamo che sia tuttavia, necessario rifuggire da ogni strumentalizzazione, quindi occorre perseverare sulla strada dell’autogestione della lotta, senza deleghe e accordi taciti.
re2Attraverso l’aggiornamento obbligatorio dei docenti si può prospettare un panorama che forse ancora non tutti hanno pienamente conto, malgrado sia convinzione diffusa che il DDL sia la morte della scuola. Tramite questi corsi obbligatori il governo di turno potrebbe agilmente indicare la linea politica delle materie di insegnamento e i docenti ultra-precarizzati e sottoposti al placet del Dirigente dovranno “aggiornarsi” pena …. il licenziamento o lo spostamento in altra sede attraverso l’iscrizione “d’ufficio” negli albi regionali. Certamente questo stato di cose conviene alle grandi aziende ma non solo, infatti questi corsi di aggiornamento saranno gestiti anche dai sindacati stessi attraverso le proprie appendici “culturali“: sarà, forse questo il motivo per il quale la cisl (ma non solo) si mostra conciliante? Sono questi dubbi irrisolti ma guardando a quello che è successo con il concorso a cattedra del ministro Profumo si ricorderà che, in buona sostanza, i docenti precari in mobilitazione rimasero i soli a protestare mentre i grandi sindacati nel pieno della protesta scaturita dal basso, già organizzavano i corsi di formazione per sostenere il concorso. Forse è per questo che oggi i docenti che hanno superato il concorso Profumo ricevono un, apparente, trattamento di favore dal Governo che afferma come questi saranno tutti stabilizzati. Tutte queste riflessioni devono indurci a propagare due azioni fondamentali: astensionismo elettorale attivo, perché noi non crediamo nella delega e oggi per colpire le forze di governo che hanno sostenuto il DDL “la buona scuola”, inoltre per danneggiare seriamente le forze sindacali che agitano le piazze con un dito (giusto l’apparenza necessaria per non perdere il consenso degli iscritti) mentre a piene mani affossano con le loro attese, silenzi e false promesse, la mobilitazione. Ci appelliamo a tutti i lavoratori e le lavoratrici della scuola, a tutti gli studenti e le studentesse, a tutti coloro i quali hanno a cuore la libertà: boicottate tramite il non voto il PD e affini, presentate il ritiro della delega sindacale a quelle grandi organizzazioni che oggi hanno svenduto la lotta consegnando all’oblio della meritocrazia PD il nostro futuro, le nostre felicità e bisogni.
Alcune sigle sindacali hanno agitato lo spauracchio dello sciopero degli scrutini quasi fosse una panacea, capace di risolvere tutti i problemi, poiché costringerebbe il governo a fare retromarcia. In realtà sappiamo tutti che non è così … perlomeno all’interno della “cornice” normo/contrattuale esistente: si tratterebbe, al massimo, di un “differimento” che non coinvolgerebbe le classi terminali e che – nell’immediato – serve solo a dare visibilità mediatica ai soliti – e sempiterni – leader. Se è blocco che sia vero e non fittizio. La ricerca di taluni effetti speciali che rispondono a una mera estetica della lotta non incantano noi, non incantano i lavoratori, le lavoratrici, gli studenti e le studentesse. La lotta deve essere efficace e non un mero momento carnascialesco che poi riconduce tutto alla norma. Talune “grandi” sigle che prima agitavano le piazze oggi rimangono in silenzio o iniziano a buttare giù la maschera. In questo momento di estremo pericolo occorre fare chiarezza e questa chiarezza non la chiediamo noi, ma la chiedono coloro i quali vivono la scuola. Chiarezza sulle proprie reali intenzioni, chiarezza su alleanze accordi e simili. Gli attori sociali della scuola ormai non si ingannano e non devono fermarsi. La mobilitazione sarà lunga e non certo si fermerà a giugno, anche in caso di approvazione del DDL infatti, occorrerà continuare la lotta più convinti e determinati che mai e in tutto questo panorama l’USI AIT Educzione c’è lotta e vive insieme ai lavoratori e alle lavoratrici, agli studenti e alle studentesse, perché è di queste categorie, non di stipendiati, che il nostro sindacato è fatto.
Evviva l’Unione!

U.S.I.- A.I.T. EDUCAZIONE
c/o U.S.I.-A.I.T. Milano (sede Ticinese)
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Cara amica,
il tuo messaggio affettuoso suona per me come un meritato rimprovero. Mi faccio sentire poco e lo so. downloadAnch’io ti penso spesso, però, e spero che le cose non ti vadano troppo male. Non dico bene, perché di questi tempi non è assolutamente possibile; tutto quanto si può fare è difendersi, provando a farsi scivolare addosso il disastro che travolge il Paese. Io mi chiudo a riccio, mi isolo, scribacchio, rifletto e ricomincio a lavorare per i miei due libri il che significa che, di fatto, non ne sto scrivendo nessuno e questo non mi piace. Per le Quattro Giornate potrei certamente considerare chiusa la ricerca e so anche che ne verrebbe fuori un ottimo lavoro. Il fatto è, che il mondo attorno a me somiglia sempre più a un deserto ingombro di macerie e spazzatura e la mia attenzione a volte è assorbita da una riflessione rabbiosa sul come uscire da questo pantano, spesso è presa da una sensazione di doloroso stupore. Non avrei mai immaginato di dover vivere gli ultimi anni della mia vita in un tempo così oscuro e feroce.
Quando la solitudine mi pesa troppo, evado, cerco i compagni, ma puntualmente ne esco avvilito e, se possibile, più inquieto: ognuno coltiva il suo orticello e nessuno sente il bisogno di unire gli sforzi per saldare le lotte. Ieri, a Piazza del Plebiscito, c’era una manifestazione per la sorte tragica della scuola, ma eravamo pochissimi. In città c’era un riunione di antimilitaristi che vogliono far guerra alla guerra (per carità, chi gli dà torto?), c’era la solita congrega di quelli che saprebbero risolvere i problemi della Grecia meglio di Tsipras – e magari hanno pure ragione – c’erano gli occupanti dei vari centri sociali, ognuno attivo nella propria fortezza – chi lotta per l’acqua, chi per la Palestina, chi per Bagnoli e mille altri ancora – ma la scuola moriva sola, ammazzata senza trovare un aiuto nemmeno a volerlo pagare. E’ come se un Gap alla rovescia si muova indisturbato nel Paese. No, noi non conosciamo l’indifferenza che Gramsci odiava, però ci appassioniamo a un problema per volta…
Non avendo con chi prendermela, ho attaccato briga con alcuni agenti della Digos e solo per miracolo non ho finito la serata in Questura. Data l’età, sarebbe stata la prova provata che sono un deficiente; devo dire, però, che alla fine un round l’ho vinto: almeno due agenti della polizia politica sono tornati a casa con qualche dubbio sulla legalità che credono di difendere, mentre uccidono la giustizia sociale  e con la coscienza un po’ meno serena. Certo, quando gli ho detto che la gente li odia, ho temuto il peggio, ma forse lo sanno e non gliene importa. Sta di fatto che non hanno replicato nemmeno quando gli ho detto chiaro che e si sono messi dalla parte sbagliata, perché invece di difendere saltimbanchi pericolosi come Renzi, dovrebbero dare la caccia a chi ha rubato il futuro ai loro figli. Mi ha confortato molto, alla fine, una frase sibilata in un soffio, da uno dei quattro: “prof. ma perché siete così pochi?”.
L’ha capito pure la Digos che dovremmo stare tutti in piazza attorno alla scuola, non lo capiscono i compagni, che magari fanno anche a botte coi celerini, ma solo quando la cosa gli pare veramente molto rivoluzionaria…
Basta, che mi arrabbio troppo.
Mia moglie per fortuna è tornata a una vita normale e la schiena va molto meglio. Il cane fa i conti con il tumore e con gli effetti delle cure, ma in realtà non se ne rende conto, vive una vita tutto sommato felice e riesce a dare ancora molto al suo vecchio padrone, senza chiedere altro che un po’ di affetto. Con la nostra genetica arroganza, noi pensiamo, sprezzanti, che una vita amara sia una vita da cani, ma i cani ci sono di gran lunga superiori per lealtà e onestà nei comportamenti. I cani fanno una vita migliore della nostra. La mia Alice non ha consapevolezza del tempo che passa, della vecchiaia e della morte che giunge. Finché sarà in questa condizione, non ci saranno ragioni per aiutarla ad andarsene.
Mi spiace per ciò che mi dici sulle tue linee telefoniche. Proviamo a crederci: nella barbarie che ormai ci assedia, qualcuno dei gestori a cui ti sei affidata troverà modo di riattivare il servizio. Magari ci riuscirà da un call center hawayano un libico sfruttato che lavora per telecom…
Mi dici che hanno preso un “terrorista”. Ti dico di non sperare che sia uno di quelli veri… i ministri sono tutti a piede libero e organizzano indisturbati nuovi massacri libici.
E’ tardi e sono stanco. Prometto: la prossima volta manterrò la promessa e ti dirò cos’erano e che facevano i Gap. Intanto, animo, amica mia. Passerà anche questo e prima, però, passeremo noi. Forse non è un male.
Un abbraccio e la promessa di farmi vivo.
A presto.

Agoravox, 22 maggio 2015

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Un bellissimo commento giunto poco fa da una collega per replicare a un dirigente scolastico che aveva commentato un articolo, cantando le lodi di Renzi su “Fuoriregistro”:
In bocca al lupo a Matteo Renzi che vuol fare una delle cose più difficili in Italia: cambiare la scuola, migliorare l’edilizia scolastica, premiare il merito, in un contesto dove si boicottano le prove Invalsi e come sempre si minaccia di bloccare gli scrutini!
Volere la buona scuola e attuarla sarà il compito di tutti coloro che alla scuola ci credono!
Francesco Semeraro, dirigente scolastico in pensione dal 1/9/2010″.

Potrà insistere quanto vuole il DS Semeraro, la collega lo ha fulminato:

In bocca al lupo ai nostri ragazzi. Per cambiare la scuola occorrono almeno tre qualità: cultura, onestà intellettuale e capacità di governo. Renzi è un analfabeta, sia sul piano delle conoscenze che dei valori; è molto disonesto intellettualmente, come ha dimostrato ampiamente in mille occasioni senza lasciare spazio a dubbi (e cito per tutte la vicenda Letta); in quanto alle capacità di governo, è riuscito a fare peggio di Berlusconi e pareva davvero impossibile.
Credere nella scuola? Anche Gentile ci credeva. Ciò non toglie che ne costruì una fascista, classista e nemica dei lavoratori
”.

Brava Cristina!

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Campanilismo nazionalista, in una giornata di influenza…

imagesI commenti dei “tifosi tecnici“:
De Laurentis non mette mano alla tasca… L’allenatore non cambia il modulo… I calciatori fanno la bella vita…

I fatti, prima delle opinioni:
a) due reti irregolari (fuorigioco netto e difensore “affondato”) e un fuorigioco inventato hanno deciso la qualificazione. Scelte arbitrali troppo facili per credere all’errore.
b) Il Dnipro, a essere indulgenti, è una buona squadra di serie B.
c) gli arbitri delle due gare sono dodici mezze calzette. Farebbero pena anche in Serie C.

L’opinione:
Il calcio è malato e non potrebbe essere altrimenti in un mondo messo così male. I calciatori arrestati in campo negli anni Ottanta, le due indecenti squalifiche di Maradona negli anni Novanta e recentemente i tre scudetti tolti alla Juve per gli imbrogli che c’erano dietro, sono solo la punta dell’iceberg, ma bastano a dimostrare che non si tratta di complottismo: spesso le partite non si vincono in campo. C’è poi una mina vagante, un elemento irrazionale ma decisivo nella vita come nel calcio: la fortuna, che stavolta ha giocato contro il Napoli.
Infine una considerazione: questi sono gli stessi calciatori che in Germania hanno incantato contro una squadra fortissima. Come si fa a dire che sono scarsi e a non capire che i conti non tornano?

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downloadNotte insonne e pessimo umore. Uno sguardo alla posta e da facebook le solite, mille richieste di voto a sinistra: “L’importanza del voto ligure!”… “Siamo l’alternativa a sinistra, ora puoi scegliere”… “ci interessa un voto che dimostri l’esistenza di questo spazio alternativo all’austerità”…
Finora, me ne sono stato zitto e ho sopportato per istintiva ritrosia e per il rispetto che devo a chi la pensa diversamente da me. Ora però sono stanco. Ogni giorno appelli al voto, ogni giorno un sottile ricatto psicologico: mentre tutto crolla, ti tiri indietro?
Per me tutto è già crollato e siamo all’anno zero.
Mi rifiuto di avere da spartire qualcosa col PD in tutte le sue versioni, anche quella della sedicente opposizione di sinistra che si oppone, si oppone, ma sta bene incollata alle poltrone o se ne va, per “rifondare la sinistra“. Mi rifiuto di avere a che fare con i suoi alleati passati, presenti e probabilmente futuri. Mi rifiuto di avere a che fare con chi qui è contro il PD e lì si presenta come suo alleato. Rispetto le opinioni di chi si sente rappresentato da Fassina, ma chiedo rispetto per la mia opinione. Provo un fastidio profondo per tutti coloro che hanno avuto ruoli dirigenti in ciò che resta della sinistra e pretendono di continuare ad averne dopo la Caporetto annunciata a cui ci hanno condotto.
Per anni sono stato attaccato e irriso, per anni mi si è fatto passare per l’immancabile profeta di sventure, per un deficiente che non capiva nulla o – peggio ancora – per un opportunista che stava facendo una finta battaglia per ricavarne vantaggi personali. Per mettere a tacere i sedicenti “compagni” e per questioni di dignità, ho mollato tutto e non era pochissimo, ho rifiutato la facile via dell’ufficio studi del sindacato, una sistemazione ricca di onori e prebende all’università; sono uscito sbattendo la porta dalla Società degli storici contemporanei e da ultimo, quando è passata la Gelmini, ho rifiutato persino il mio piccolo contratto all’università. Per un attimo mi sono illuso che in Campania, “Maggio” potesse aprire una breccia. Sbagliavo. I soliti “sinistri” l’hanno impedito.
Per favore, non chiedetemi di votare questa gente e non ricominciate con il giochino del “vuoto a sinistra”, delle destre pericolose, del test importante e roba del genere. Fatta salva la buona fede dei militanti, tra le destre più autentiche ci sono per me oggi le attuali sinistre. Tutte. Nessuna esclusa. E’ un’opinione come un’altra e va rispettata, perciò non fate campagna elettorale con me, perché vi cancello dai miei amici. Lo so, non ve ne importa nulla, ma il lo faccio ugualmente.

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tessera-riconoscimentoIl circo mediatico ha inserito il diritto dei popoli alla resistenza nell’indice dei temi proibiti. Persino i social network alternativi vanno per la tangente e giocano fuori casa: Locke, la Dichiarazione d’Indipendenza degli USA, quella dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, la Costituzione francese del 1793. L’Italia non c’entra. L’Italia è il sogno dei padroni, il porto franco degli abusi di potere, la terra di nessuno in cui giocare a tiro a segno coi diritti per massacrare le classi subalterne. Ti fa gola il malloppo delle pensioni? Vuoi un fisco progressivo alla rovescia, così più hai meno paghi? Vuoi rubare quattrini alla povera gente per foraggiare le scuole private dei ricchi? Questo e altro puoi fare impunemente qui da noi. L’Italia è l’Eden dei delinquenti politici e male che vada, ci sono i servizi sociali. Qui l’abuso è protetto e se il popolo si rivolta, manganellate e carcere duro per i caporioni. Stupidi tangheri, l’ordine regna a Roma più che a Berlino!
Ma è proprio vero che il diritto a ribellarsi agli abusi del potere non ha avuto cittadinanza italiana? Davvero nessuno s’è posto il problema dei limiti dell’esercizio legale della violenza materiale e morale da parte dello Stato, nemmeno dopo l’esperienza fascista? No, non è così. La rassegnazione giuridica agli abusi di uno Stato classista è più recente di quanto si creda: è nata nel 1930 col Codice fascista di Rocco, ancora oggi fonte privilegiata del diritto penale, e vive nella repubblica antifascista per un male genetico che gli esperti chiamano «continuità dello Stato». Dal 1890 al 1930, in tema di resistenza alla violenza del potere, fece testo il Codice Zanardelli, che all’articolo 199 recitava: le disposizioni riguardanti i reati di oltraggio, violenza e minaccia a pubblico ufficiale «non si applicano quando il pubblico ufficiale abbia dato causa al fatto, eccedendo con atti arbitrari i limiti della sua funzione». Certo, la pratica fu altro, ma la dottrina sancì il principio del «vim repellere licet» e ammonì il potere: guai a chi offende le libertà fondamentali del cittadino. Non solo, quindi, i giuristi si posero il problema degli eccessi del potere, da cui deriva il diritto a resistere, ma vollero arginarlo.
Caduto il fascismo, il tema tornò in agenda, come mostrano gli atti della Costituente. Il secondo comma dell’articolo 50 della Carta Costituzionale, infatti, oggi articolo 54, secco e per molti versi esemplare, portava la firma di Dossetti e affermava che «quando i poteri pubblici violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla Costituzione la resistenza all’oppressione è diritto e dovere dei cittadini». Il dramma del fascismo, dopo l’eclissi parziale con Crispi e la «dittatura parlamentare» di Giolitti, era così vivo che gli «uomini d’ordine» penarono a battere l’ala avanzata dell’antifascismo militante, giunto ancora una volta diviso all’appuntamento con la storia. Il comma non passò, ma il dibattito conserva intatta la sua attualità.
Colpiscono, per dirne una, le parole di Orazio Condorelli, che così mise agli atti il suo no: «questo diritto di resistenza, che si manifesta attraverso insurrezioni, colpi di Stato, rivoluzioni, non è un diritto, ma la stessa realtà storica […]. Sono fatti logicamente anteriori al diritto». Non si tratta solo di argomenti estranei a un’assemblea nata dalla Resistenza. E’ che Condorelli, vecchio iscritto al partito fascista, politico di terz’ordine, accademico indifferente alle leggi razziali e alla sorte dei colleghi ebrei, reduce dall’arresto e dall’internamento per il passato politico, era inserito nel cuore della repubblica. Se ne irritò persino il cattolico Tommaso Merlin, che gli oppose il valore giuridico e filosofico del principio di resistenza dal punto di vista di San Tommaso: «Bisogna dire che il regime tirannico non è giusto, perché non è ordinato al bene comune ma al bene privato di colui che governa. Per tale ragione, il sovvertimento di questo regime non ha carattere di sedizione». Benché il Vaticano, con paradossale «laicismo», conservasse il principio nell’ispirazione liberale del Codice Zanardelli, adottato al momento dei Patti del Laterano, i cattolici da operetta, schierati con i Condorelli, ripudiarono San Tommaso, come Pietro ripudiò Cristo.
Due tesi ottennero l’abolizione. Una, incompatibile con le radici della repubblica, fu del liberale Francesco Colitto. Implicita condanna dell’antifascismo, sosteneva che «qualunque sia il motivo da cui un cittadino possa essere indotto a disobbedire alla legge, legittimamente emanata, quel cittadino deve sempre essere considerato un ribelle e trattato come tale». Bene avevano fatto quindi i fascisti a incarcerare Pertini e Gramsci. La seconda, targata DC, vide in quel diritto caratteri metagiuridici e affermò che la Costituzione non può «accertare quando il cittadino eserciti una legittima ribellione al diritto e quando invece questa sia da ritenere illegittima».
Sono trascorsi settant’anni. Erri De Luca è processato per reati d’opinione, parlamentari eletti con una legge ufficialmente incostituzionale cambiano la Costituzione, privatizzano la scuola, varano un dispositivo elettorale che ricalca quello appena abolito dalla Consulta. Il dibattito della Costituente, non decretò l’inammissibilità del principio ma rifiutò una norma ed è più attuale che mai. Come ignorare le ragioni di Mortati allorché, Costituzione alla mano, osservò che «la resistenza trae titolo di legittimazione dal principio della sovranità popolare perché questa, basata com’è sull’adesione attiva dei cittadini ai valori consacrati nella Costituzione, non può non abilitare quanti siano più sensibili a essi ad assumere la funzione di una loro difesa […] quando ciò si palesi necessario per l’insufficienza e la carenza degli organi ad essa preposti»?
Saremo tutti così insensibili, da ignorare che la Consulta ha definito politicamente e moralmente compromessa la legittimità del Parlamento?

Fuoriregistro, 13 maggio 2015, Agoravox e La Sinistra Quotidiana, 13 maggio 2015,

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ImmagineC’è un limite che nessuno dovrebbe azzardarsi a superare. Renzi finge di non saperlo e, incurante persino del dissenso fortissimo che rischia di mandare in pezzi il suo stesso partito, dimostra che i suoi interlocutori veri non sono più i cittadini, che non l’hanno mai votato in elezioni politiche, i sindacati, il mondo della cultura e nemmeno il Parlamento, ormai delegittimato politicamente e moralmente da una pesantissima sentenza della Corte Costituzionale. Dopo la manifestazione del 5 maggio, il distacco tra paese legale e paese reale è apparso davvero abissale, ma Renzi procede per la sua strada come un caudillo della peggiore tradizione sudamericana. Ciò che accade nel Paese è di una gravità che trova i suoi precedenti solo nella buia esperienza crispina e nella tragedia che condusse la fascismo. Tutto questo è ormai intollerabile. Lo dicono chiaro i docenti del liceo “Adolfo Pansini”, intitolato a un giovane ed eroico combattente caduto nelle Quattro Giornate”.
Ecco il documento approvato dal Collegio dei Docenti, per boicottare le imminenti prove INVALSI, che il governo sceglie di effettuare nonostante le proteste e i giudizi negativi dei Paesi che li hanno adottati per primi. Quando l’ingiustizia diventa legge la resistenza è un obbligo morale. E’ questo il titolo che i docenti hanno dato al loro documento e non hanno torto.

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I docenti del liceo classico statale Adolfo Pansini di Napoli dichiarano di astenersi dallo svolgimento delle prove INVALSI previste per il 12/05/2015, come atto di protesta e di disobbedienza civile nei confronti di un disegno di legge che rappresenta la morte della scuola pubblica e CHIAMANO ALL’IMPEGNO SOLIDALE TUTTI I COLLEGHI D’ITALIA.
Se l’INVALSI è la via per imporre il pensiero unico e spogliare la scuola della sua natura umana, bisogna togliere il proiettile dalla pistola prima che spari. Chiediamo a tutti i lavoratori della scuola di non essere complici e conniventi di questo suicidio dell’istruzione pubblica e di condividere la nostra protesta.
La scuola italiana, ormai da anni, subisce un attacco indiscriminato da parte dei governi di ogni colore politico. Tutte le sedicenti riforme della scuola, dalla “Moratti” alla “Giannini”, hanno avuto come unico obiettivo lo smantellamento dell’istruzione statale, laica, democratica, pluralista, aperta a tutti, in palese violazione dell’art. 3 della Costituzione.
Intendiamo contestare un modello di scuola che, ormai, tiene conto esclusivamente delle esigenze di un mercato del lavoro orientato a formare, per lo più, quadri dirigenti, ma che, contemporaneamente, genera una forza lavoro dequalificata, intercambiabile, poco specializzata e, soprattutto, priva dei necessari strumenti critici.
Non a caso, il progetto di legge si serve di un omologante sistema di valutazione, affidato essenzialmente alla somministrazione di test, proprio mentre in ambito europeo si dubita fortemente della validità pedagogica di tale strumento di verifica.
Queste prove sono state presentate negli anni come uno strumento per monitorare “la qualità dei sistemi scolastici”, ma in realtà in che modo sono state utilizzate per migliorare effettivamente la qualità dell’istruzione e quali interventi ha svolto il Miur, se non quello di sottrarre risorse e di creare una divaricazione sempre più forte tra i programmi svolti e le prove somministrate? E come coniugare allora i test INVALSI con la didattica delle competenze? Se costituiscono solo un monitoraggio, perché nelle scuole medie sono di fatto una prova d’esame? Tali test, piuttosto, risultano destabilizzanti per uno studente che si trova ad essere valutato più volte con modalità diverse.
I docenti del Pansini, per questi motivi, DICONO DI NO ad una riforma che decreterebbe la fine della scuola dell’inclusione, della solidarietà, dell’uguaglianza, della laicità e della democrazia. Non sarà, infatti, più possibile formare menti critiche, teste pensanti, valorizzare il pensiero divergente, combattere le disuguaglianze sociali. Le prove INVALSI, avvalorando la falsa convinzione che di fronte ad un problema ci sia una ed una sola soluzione possibile, sono strutturate per testare capacità ed abilità meccanico/ripetitive che poco hanno a che fare con l’intelligenza e la consapevolezza critica.
Il governo Renzi, dopo l’indiscusso successo dello sciopero del 5/5, che ha visto l’adesione pressoché unanime del mondo dei lavoratori della scuola come non accadeva da anni, continua a mostrarsi sordo alle critiche che pure piovono da ogni parte nei confronti della riforma “Giannini”, dimostrando di non voler tenere in considerazione il parere di chi nella scuola pubblica lavora ormai da anni, spendendosi con cura e dedizione, spesso non riconosciute né valorizzate.
Se la “buona scuola” diventerà legge, la disparità tra Istituti, privi di quei sacrosanti finanziamenti che lo Stato dovrebbe garantire, nel rispetto del dettato costituzionale, sarà gravemente accentuata, acuendo in modo irreversibile le disparità di ordine geografico, sociale, economico e culturale che già deprimono il nostro Paese. La frammentazione dei percorsi di istruzione seguiti nelle singole scuole italiane sarà ulteriormente accentuata dal ruolo eccessivamente gerarchico attribuito al dirigente scolastico. L’assoluta libertà di insegnamento sarà, poi, condizionata dall’eventuale presenza di sponsor privati, portatori di interessi propri, che entrano in contrasto con la libertà dei fini tipica dell’insegnamento laico. La stessa possibilità, per alcuni Istituti scolastici, di usufruire del 5 per mille avvantaggerà soltanto quelle scuole che operano in quartieri più abbienti.
Ribadiamo, pertanto, con forza la nostra opposizione al DDL cosiddetto “la buona scuola”, di cui chiediamo il ritiro immediato”.

Fuoriregistro, 9 maggio 2015

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