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Turati

Nella storia del movimento operaio e socialista esistono le teorie e le loro «letture». Il dato è fisiologico ma va difeso con molta onestà intellettuale dalle sue frequenti degenerazioni patologiche. In questo senso il dibattito in corso nel corpo vivo di «Potere al Popolo!» fa suonare per me come un campanello di allarme.
Nel 1892, quando nasce a Genova il primo grande partito di massa e organizza operai, artigiani e contadini, le condizioni economiche e sociali – e di conseguenza il livello della coscienza di classe – sembrano inadeguate. Il partito, pensano molti contemporanei, nasce decisamente prematuro. Non a caso, mentre gli anarchici gridano subito allo scandalo e gli appiccicano  l’etichetta di «legalitario», Antonio Labriola vede nel partito di Filippo Turati un movimento di intellettuali borghesi e un allevamento di «bestiame votante».
Spero che oggi siamo d’accordo: benché fosse un riformista, Turati aveva ragione. Il Partito dei lavoratori nasce da una necessità della storia, sicché, come talvolta capita, corregge la dottrina e si trasforma in una lezione da non dimenticare: non possiamo ordinare i fatti in virtù della nostra lettura di una teoria.
Di lì a poco, le posizioni si rovesciano e Labriola rompe lo schema. In una Sicilia simbolo di arretratezza, l’incontro tra intellettuali di formazione borghese e contadini ferocemente sfruttati segna infatti per lui una forte crescita della coscienza di classe. Turati, invece, per una volta operaista e più marxista del filosofo materialista, si interroga sulla maturità della coscienza di classe dei contadini siciliani – non si tratta per caso dell’endemico ribellismo del Sud? – e diffida dei Fasci Siciliani. Il leader socialista immagina quel movimento di un Sud che non conosce come una sorta di figlio del brigantaggio, nato e cresciuto in un covo di malfattori, agitato da arruffapopoli repubblicani. E’ così che ancora oggi noi meridionali siamo per tanta parte del Paese, come dimostra la ricostruzione storica delle cosiddette Quattro Giornate.
Turati, tuttavia, è un uomo scrupoloso e non vuole fermarsi alle apparenze. Mentre Crispi occupa militarmente l’isola e ricorre allo stato d’assedio, calpestando lo Statuto Albertino, a gennaio del 1894 assieme ad Anna Kuliscioff, si rivolge a Federico Engels, giunto alla fine del suo percorso, per sapere quale contegno deve tenere il partito di fronte ai Fasci Siciliani, «un movimento rivoluzionario non lontano, che ciascuno sente nell’aria».
Engels mette mano alla teoria e detta la sua regola: «La vittoria della piccola borghesia in disintegrazione», scrive, così come quella «dei contadini porterà a un ministero di repubblicani convertiti. Ciò ci procurerà il suffragio elettorale e una libertà di movimento assai più considerevole. Oppure ci porterà la repubblica borghese, con gli stessi uomini e qualche mazziniano con essi. Ciò allargherebbe ancora e di assai la nostra libertà. Evidentemente non è a noi che spetta di preparare direttamente un movimento che non è quello che noi rappresentiamo. Se […] il movimento è davvero nazionale, i nostri uomini non staranno nascosti. Ma dovrà essere ben inteso, e […] dovremo proclamarlo altamente, che noi partecipiamo come partito indipendente, alleato ai radicali e ai repubblicani, ma […] distinto da essi».
Naturalmente, mentre Turati e compagni verificano le intenzioni dei possibili alleati, Crispi schiaccia il movimento siciliano e scioglie il partito socialista.
Oggi, mentre la «repubblica borghese» c’è e vacilla, mentre su alcuni argomenti si mette in discussione il diritto di voto e molte libertà conquistate sono cancellate, noi che facciamo? Dimentichiamo il disastro che nasce dallo schematismo dottrinario? Ci collochiamo più indietro di Turati, mentre la reazione avanza, e aspettiamo di costruire il movimento che rappresentiamo o immaginiamo di rappresentare? Eppure – anche questo dimentichiamo? – di lì a pochi anni, senza la collaborazione della borghesia costituzionale, i socialisti da soli non avrebbero mai potuto fermare gli «spettri del ‘98» e una feroce svolta autoritaria.
Non credo che le alleanze tattiche debbano essere una costante, ma vorrei sapere se la logica della transizione cui fa cenno Engels sia per «Potere al Popolo!» un’eresia e non vada nemmeno tentata. Ho bisogno di capire se posso essere così comunista da sentire molto lontani da me i socialdemocratici e ricordare, tuttavia, che Giacomo Matteotti, un socialdemocratico, si fa uccidere dai fascisti nel 1924, perché ha capito in quale baratro siamo caduti, mentre un altro martire, Antonio Gramsci, un grande comunista, immagina che «le forze reali dello Stato borghese (esercito, magistratura, giornali, Vaticano, massoneria […] passano dalla parte delle opposizioni», sicché «se il fascismo volesse resistere […] sarebbe distrutto in una lunga guerra civile».
Vorrei capire, insomma, se siamo davvero così capaci di «fare tutto al contrario», da riuscire a svincolarci dalla morsa di letture e lettori di teorie e guardare con senso politico ai fatti, come ci si presentano nel momento che viviamo.

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Nella millenaria storia del potere l’impostura è una costante e non a caso il cardinale Mazzarino ebbe chiaro un principio: il trono si conquista con le armi ma la sua conservazione si affida poi alle verità di fede e alle superstizioni.
Dopo il 1789, De Maistre, teorico della controrivoluzione e protagonista della Restaurazione, approfondì la riflessione sul potere, tracciando il confine invalicabile che ne assicura la conservazione: “fuori dalla portata di comprensione della folla dei governati”. Non solo una dichiarazione di guerra senza quartiere alla formazione del popolo e all’educazione della sua coscienza critica, ma anche una considerazione di estrema attualità, che conduce a una nuova caratteristica costante nell’esercizio del potere: più ignoranti sono i governati, più garantiti risultano i governanti e gli interessi che rappresentano.
L’educazione popolare non deve puntare alla ragione, ma ai sentimenti. Leggere, scrivere e fare di conto sono armi pericolose, che il popolo non deve possedere. La condizione naturale dell’ignoranza è una delle garanzie del potere e nulla indebolisce la capacità di valutare, quanto i classici strumenti utilizzati contro il senso critico dei popoli: la religione, la tradizione, il patriottismo e via così fino al pregiudizio.
Costruire imposture è compito degli intellettuali, per i quali condizione sociale, popolarità e reddito dipendono molto spesso dalla capacità di soddisfare il potere convincendo i popoli ad accettare ciò che, se potessero valutare con senso critico, certamente rifiuterebbero. Rivelatore in questo senso è il significato etimologico del sostantivo impostura, che deriva dal latino imponere e vuol dire anche “far portare un peso”.
Naturalmente questa riflessione sul potere non è fine a se stessa ma ha un preciso intento politico: indurre a discutere sul presente, per valutare l’impostura dei 5 Stelle – un inganno che sfocia nel tradimento – inserirla nel contesto di una crisi della democrazia e ragionare sul percorso di resistenza e liberazione da costruire.
In questi giorni ho voluto rileggere Pietro Grifone e la sua storia del capitale finanziario come cornice delle politiche fasciste. Non è stato tempo perso. Quando ascolto Freccero e Mieli, due dei più attivi costruttori di inganni del potere, autentici manipolatori della realtà, e attorno a me vedo le conseguenze del devastante attacco portato al sistema formativo, la tragedia di sterminate masse di sfruttati e le giovani generazioni derubate del futuro, non mi lascio ingannare. Per quanto cresciuto alla scuola del dubbio, ho maturato alcune certezze e so di avere un sogno. Sono certo che, come in ogni stagione di crisi del capitale finanziario, il rischio dell’avventura autoritaria è dietro l’angolo. Accadde col crispismo nell’ultimo decennio dell’Ottocento, quando esplosero lo scandalo della Banca Romana e la bolla immobiliare; avvenne di nuovo col fascismo, nato dalla crisi del dopoguerra e dalla necessità di decidere chi dovesse pagare i costi del primo conflitto mondiale; accade oggi, mentre una crisi economica epocale diventa crisi delle Istituzioni e nasce un governo di estrema destra che non ha precedenti nella storia della repubblica.
Se e quando ci decideremo a farlo – e tempo non ce n’è più – capiremo che la vittoria dei 5 Stelle è una nuova impostura. Dopo aver sbandierato lo slogan del “mai con la Lega”, oggi fanno il governo con Salvini, il leader dell’estrema destra che al Sud ha occupato la zona grigia degli ex feudi berlusconiani.
C’è una parte sana di questo nostro Paese malato disposta a battersi per fermare il fiume di fango che ci travolge? Lo sapremo solo – ed ecco il sogno – quando proveremo a costruire un fronte unito di resistenza democratica , una unità reale dei movimenti e delle forze disperse di quella che è stata l’Italia antifascista. Un’Italia che esiste, che va dai cattolici di base impegnati nel sociale a ciò che resta dell’estrema sinistra. Unita, questa Italia può smascherare l’impostura e denunciare il tradimento.
Lo faremo?
Ai tempi di Gramsci, Amendola e Turati ognuno pensò di far da solo e per venirne fuori ci vollero poi vent’anni di dittatura, infinite tragedie e la faticosa unità del fronte antifascista . Un vantaggio però oggi c’è: la Costituzione, attorno alla quale unire le forze di una nuova resistenza.

Agoravox, 16 maggio 2018.

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 Alcuni-ribelli-680x458_c«Gino Strada che dà dello “sbirro” a Marco Minniti è la certificazione – ce ne fosse ancora bisogno – della morte della sinistra italiana». Così Michele Serra apre il suo epicedio per una sinistra che ha frequentato come infiltrato e di cui ignora evidentemente la storia.
Variante di “birro”, in italiano “sbirro”  sta per “guardia in servizio di polizia in Comuni, repubbliche e signorie medievali e rinascimentali e indica oggi il “poliziotto” in senso spregiativo. Per il lavoro svolto nel Mediterraneo, Marco Minniti, ministro di polizia, non è semplicemente uno “sbirro” e Gino Strada è stato perciò decisamente generoso; dal momento che consegna a carcerieri e boia di Libia i “clandestini” sorpresi nel Canale di Sicilia, Minniti ricorda direttamente lo sbirro fascista, di cui l’Italia dovrebbe avere ancora vergognosa memoria.
Serra non lo sa, ma Turati chiamò “tirapiedi” i poliziotti che gli sequestravano la “Critica Sociale”, definì pubblicamente “bambino demente e scemo” il reazionario Sonnino  e “teppisti di destra furono per lui i deputati ministeriali. In quanto al moderatissimo Treves, ritenne che Bresci avesse fatto benissimo ad ammazzare Umberto I, e definì l’omicidio “una bellissima cosa”.
In tema di “divisioni” tra anime inconciliabili della sinistra, a Serra conviene di non ricordarlo, ma il Psi nacque a Genova nel 1892 dall’aspra separazione tra i libertari anarchici e i cosiddetti “legalitari” e il Pci sorse a Livorno dall’inconciliabile dissenso tra riformisti e rivoluzionari. Una sinistra unita non s’è mai vista e le sinistre non sono state mai così vive, come quando hanno vissuto divise. E’ perciò che quelli come lui le vogliono unite…
Quella che Serra conserva nel suo cortile non è la sinistra. E’ la sua mostruosa degenerazione neoliberista, la sinistra degli “sbirri”, un aborto che ha il suo padre naturale nel socialismo di Mussolini.

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Ho ricevuto il testo di un appello in difesa della Costituzione, un invito a firmarlo e la proposta di comitatopartecipare a una iniziativa che intende creare «in ogni regione, in ogni città ed in ogni quartiere, […] comitati unitari di cittadini attivi che organizzino attività di informazione e di divulgazione, coinvolgendo anche la scuola della Repubblica, per rendere consapevole l’opinione pubblica della gravità dei processi in corso ed attivare una effettiva partecipazione popolare ai processi decisionali.
Proponiamo una settimana di mobilitazione, in coincidenza con la celebrazione del 25 aprile, previa intesa con le associazioni partigiane, chiedendo alle associazioni, alle strutture politiche e sindacali, ai corpi intermedi, di aderire al Coordinamento per la democrazia costituzionale, di promuovere iniziative territoriali, e di contribuire a diffondere un manifesto/documento comune su tutto il territorio nazionale».
Mi pareva così naturale firmare, che non ho perso tempo a cercare i promotori. Solo dopo aver firmato, ho scoperto che c’erano anche Fassina, Chiti, e altri campioni del PD. All’amico che mi invitava ho risposto così:

«Non ci sarò. A malincuore, forse, ma per scelta e dopo averci a lungo pensato. Rispondo a te, perché non voglio crearti problemi, ma non avrei avuto alcun problema a rendere pubblica la mia decisione. Lunedì, alla stessa ora si riunisce il Comitato di lotta per la difesa della Scuola pubblica e non intendo mancare. Non ci saranno grandi nomi e nemmeno la direttrice di un giornale che sino alle ultime elezioni politiche tagliava i pezzi di un collaboratore che puntava il dito sul PD e ospitava gli appelli di Bevilacqua per il “voto utile”. Nessuno si accorgerà dei poveri precari, ma mi sentirò meglio con loro, perché, soli e disperati, da tempo urlano inascoltati una verità che, a quanto pare, molti scoprono oggi: la Costituzione antifascista è ormai cartastraccia. Aggiungo solo che dopo aver aderito all’iniziativa, mi vado convincendo che per coerenza dovrò ritirare la mia firma. Ritengo inaccettabile, infatti, la presenza tra i promotori di alcuni parlamentari della sedicente “sinistra PD” e degli eterni “possibilisti” di SEL, nominati grazie all’accordo elettorale di Vendola col PD. Il Partito di Renzi non ha nulla da spartire con la legalità repubblicana e con i valori della sinistra; non a caso, del resto, governa con la feccia di destra guidata da Alfano.
Dopo la sentenza della Corte Costituzionale, considero questo Parlamento privo di ogni legittimità morale e politica. Chi ci è entrato, grazie a una legge dichiarata poi ufficialmente illegale, avrebbe dovuto chiedere lo scioglimento delle Camere e le immediate elezioni con una legge proporzionale e senza premio di maggioranza, come indicava chiaramente la Consulta. Di fronte al probabile rifiuto, non potevano esserci dubbi: occorreva uscire dall’Aula, rifiutarsi di rientrarvi e promuovere iniziative di difesa della Costituzione da quello che in effetti è un colpo di mano autoritario. Nessuno l’ha fatto e nessuno ha trattato o tratta Renzi e i suoi camerati come vanno trattati i delinquenti. Perché di questo si tratta: delinquenti. Si va, si prende posto, si polemizza su questo o quel provvedimento, ma non si contesta radicalmente e senza mezzi termini l’esistenza stessa del governo, la sua illegittimità costituzionale e la sua condotta autoritaria; chiusa – ma sarebbe meglio dire strangolata – la discussione, si vota, come se nulla fosse accaduto, come se non ci trovassimo di fronte a una tragicomica riesumazione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni. In queste condizioni si è eletto persino un Presidente della repubblica e i “difensori della Costituzione” hanno votato e applaudito!
Sono disgustato e non m’importa nulla se passerò per “estremista”. Il mio moderatissimo Arfè, negli ultimi anni della vita, si difendeva da quest’accusa ribaltandola: non sono io che mi spingo sempre più sui confini estremi della sinistra, ma gli altri a correre verso destra. Lo so, il paragone Aragno-Arfè è improponibile, ma nella mia piccola dimensione non ho dubbi: sarò un estremista pericoloso, ma non posso fare a meno di dissentire. La mia coscienza mi impedisce di collaborare con chi ancora milita nel PD o collabora col partito di Renzi negli Enti Locali.
Credimi: ogni parola che leggerai mi è costata una terribile fatica, ma ti ho scritto fino in fondo ciò che penso. Non pretendo di aver ragione, però sono troppo stanco e amareggiato per ascoltare le ragioni degli altri. Te lo dirò, perciò, con le parole di Filippo Turati a un suo amico napoletano: “perdonami e fammi perdonare”.
Cari saluti».

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Manifesti per il 1° maggio sequestrati nel 1892

Manifesti per il 1° maggio sequestrati nel 1892

Cominciò così: manifesti incollati di notte sui muri, riunioni più o meno segrete per evitare l’arresto e la decisione di astenersi dal lavoro.
La risposta dei padroni non si fece attendere:

Nota n. 1838 Urgente e riservata alla persona
Agli Uffici dipendenti
Oggetto: Agitazione pel 1° maggio.
Le SS.LL. sapranno già come da varii gruppi di affiliati ai partiti sovversivi si studii con ogni sorta di maneggio di animare l’agitazione pel 1° maggio che, secondo i disegni dei più arrischiati, dovrà, come essi dicono, segnare una data memoranda nella storia di queste agitazioni.
Al gruppo di questi ultimi appartengono tra gli altri i noti anarchici Mariano Gennaro Pietraroia, Vincenzo Petillo, Giovanni Bergamasco, Attilio Volpi, Gerolamo Tommasoni (fatti questi due rimpatriare, ma che potrebbero da un giorno all’altro tornare) Augusto Tralascia e Luigi Perna. Ad essi si è collegato l’altro noto socialista-repubblicano Luigi Alfano, rappresentante il Circolo «Gioventù Operosa», giovane turbolento ed audace.

Circolare segreta della Questura di Napoli

Circolare segreta della Questura di Napoli per il 1° maggio 1892

Costoro, riunitisi in comitato segreto tendono a organizzare pel 1°, maggio un movimento rivoluzionario ed a prepararsi, intanto, il terreno adatto, eccitando gli animi degli operai con la propaganda dei loro principii e col formulare il malcontento verso gli attuali ordinamenti sociale e politico.
Mentre sarà mia cura di tener dietro alle segrete macchinazioni di costoro per prevenirne a tempo gli effetti, desidero intanto di richiamare su di essi la speciale attenzione della SS. LL. perché con attiva ed oculata vigilanza li seguano nei loro maneggi presso gli operai. E se avvenga loro di sorprenderli in mezzo agli operai stessi, (avvertendo cessi si mischiano a preferenza tra i disoccupati e nei luoghi ove questi sogliono raccogliersi nella speranza di essere chiamati al lavoro) poiché non potrebbe cader dubbio sullo scopo della loro presenza tra essi, cioè di sommuoverne gli animi e spingerli a tumultuare, vorranno, senz’altro, disporne l’accompagnamento in quest’ufficio per quegli ulteriori provvedimenti, che fossero del caso!
A contrastare poi alle mene di costoro e di quanti altri tendano a turbare per l’occasione suddetta l’ordine pubblico, Le prego di usare, nei modi che più crederanno convenienti e conducenti allo scopo, della loro personale influenza presso le locali società operaie, affinché le mene e le insinuazioni degli agitatori, i quali devono essere in questi giorni, anche più del solito, personalmente e strettamente vigilati, non abbiano presa su di esse.
Dalla solerzia delle SS. LL. mi attendo, in questo servizio di somma importanza, la più attiva e ed accorta cooperazione nel supremo interesse del mantenimento dell’ordine pubblico. Gradirò un cenno di ricevuta della presente che dev’essere tenuta segreta.
Il Questore
“.

Gli operai chiedevano le otto ore – in Italia se ne facevano anche 14, donne e bambini compresi – ma i padroni sostenevano che la richiesta era una pazzia, perché non avrebbero potuto sostenere la concorrenza. La repressione scattò immediata e violentissima: manifesti sequestrati, arresti preventivi, piani militari dettagliati, mappe con i punti in cui nascondere le truppe, città presidiate con la cavalleria e infine, il 1° maggio, cariche, arresti, denunce per associazione sovversiva, disobbedienza alle leggi e istigazione all’odio di classe. Il potere s’illuse che  la lotta dei lavoratori fosse stata sepolta sotto secoli di galera, ma vennero, invece, ancora “feste del lavoro”.
Nel 1894, Crispi sciolse il Partito Socialista e segregò nelle isole del soggiorno obbligato e nei penitenziari migliaia di lavoratori. I proletari, però, non si fermarono e si fecero di nuovo “feste del lavoro”. A maggio del 1898, il generale Bava Beccaris sparò a mitraglia sulla folla disarmata e il re lo decorò come fosse un eroe. I proletari, però, non si arresero e Rudinì ricorse agli stati d’assedio e ai tribunali di guerra. Secoli di domicilio coatto non bastarono a “ricondurre all’ordine il Paese”. Muro contro muro, finì che Gaetano Bresci vendicò i morti del ’98 e l’oltraggiosa medaglia al generale assassino, uccidendo Umberto I. La violenza è figlia del malgoverno e la sola possibile guerra preventiva si combatte con le armi della giustizia sociale. Nel 1892, Giovanni Bovio, difendendo gli operai arrestati per le manifestazioni del 1° maggio lo aveva avvertito lucidamente, quando, rivolto ai giudici, aveva urlato a nome degli imputati:

per carità di voi stessi e per quel pudore che è l’ultimo custode delle società umane, non ci fate dubitare della giustizia. Io fui nato ad esser cavaliere e tu mi hai fatto malfattore, ed ora ti fai giudice! Così gridò il figlio a Nicolò III estense, provocatore e parricida. A quelli che ci chiamano fratelli e poi ci processano noi ricordiamo che fummo nati al lavoro e li avvisiamo: non fate noi delinquenti e voi giudici!”

Un monito inascoltato, ma chiaro e più che mai attuale, così come attuali sono tornati i manifesti e la propaganda di quel lontano 1892. Giolitti, Turati e la necessità della pace sociale a garanzia della crescita costrinsero i padroni alla resa, ma oggi troppi diritti sono di nuovo calpestati, troppa gente è senza lavoro, troppi salari non bastano a cancellare la fame. Ovunque ormai il lavoro non ha né orari, né tutele e non è tempo di primo maggio in piazza San Giovanni con canzoni e chitarre. Il pupo analfabeta e i suoi pupari possono anche pensare di ricondurre le masse al 1892, ma devono sapere che, così facendo, preparano un nuovo ’98. Oggi come allora non basteranno questori, circolari segrete, reggimenti in piazza, stati d’assedio e tribunali di guerra.

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In una lontana introduzione a un ormai classico saggio di Pietro Grifone sul peso della finanza nella nostra storia, Vittorio Foa tornava addirittura a Bucharin per cogliere nella «simbiosi del capitale bancario con quello industriale» l’essenza della finanza e ricordare un insegnamento di Lenin che non è mai stato attuale come oggi: non si può modificare la natura socialmente ingiusta e strutturalmente aggressiva del capitalismo dandogli una mano di vernice democratica. Il capitale in crisi non lascia vivere i diritti.
I ricorsi preoccupano la ministraA guardare com’è ridotto il diritto allo studio, sancito dalla Costituzione, è difficile dar torto al rivoluzionario russo. Ai ragazzi provenienti da classi subalterne si garantiscono scuole e università solo nelle fasi di espansione e crescita o quando, comunque, la difesa del saggio di profitto chiede pace sociale e un fantoccio di democrazia. E’ questione di accumulazione, ma anche di «gerarchie sociali». La borghesia, figlia di una rivoluzione vittoriosa, conosce i meccanismi della storia e sa che una riforma del sistema formativo produsse il personale politico del populismo russo, avviò il processo che condusse all’ottobre rosso e costò l’Impero agli zar.
Di educazione in senso socratico – quella che ha a cuore l’intelligenza critica e l’autonomia del pensiero – non parla più nessuno; Socrate non è un’offerta che rientri nei piani dell’azienda. Cosa sia cambiato da Gelmini in poi, dove si differenzino i modelli di società, cosa distingua tra loro l’idea dei rapporti tra le classi e la concezione dello Stato non è dato capire. Il linguaggio è stato così violentemente deformato che un discorso politico diventa un non senso. E’ una torre di Babele; Una linea comune, al contrario, traspare: la sottomissione incondizionata al predominio del capitale finanziario, la rinuncia ad assumere ruoli di mediazione di stampo giolittiano – persino il Giolitti del dopo Turati – con quel che ne discende in termini di trasparenza, autoritarismo, controlli di banche private sui pubblici affari e scelte operate all’ombra impenetrabile di consigli d’amministrazione.
Non è un caso se pratica di governo e cultura storica parlino ormai lingue diverse e il dibattito politico si riduca al desolante scontro tra opposizioni che fanno i conti della spesa, misurando il rapporto qualità-prezzo e maggioranze che insistono su promozioni da supermarket: «qui da me, prendi uno e acquisti tre». Tutto qui. Solo un’offerta accattivante, tutta lustrini e paillettes, mentre la miseria cresce e la tragedia incombe.
Non smentisce la regola la ministra Carrozza, ultima arrivata, in ordine di tempo, a quel Ministero dell’Istruzione che da anni spara a raffica su scuole e università, da anni precarizza e umilia il personale docente e lascia ai giovani briciole di istruzione che annunciano l’avviamento a un lavoro che non c’è. Ieri, in un incontro informativo coi sindacati, la ministra ha mandato in onda il suo spot, tutto numeri e percentuali: 11.268 docenti assunti per l’anno che comincia, le nomine divise a metà, 50% dalle graduatorie e 50% dal concorsone 2012, nozze coi fichi secchi, un tanto ai precari più anziani e qualcosa a giovani scelti con “metodo meritocratico”, come comanda lo slogan che tira di più. Un colpo al cerchio e uno alla botte, senza far cenno alle procedure del concorso che non sono state completate e alla marea dei ricorsi pronta a salire. L’edificio crolla: 450 milioni per la sicurezza degli stabili sui 13 miliardi necessari e se un disastro farà morti ci penserà Napolitano con l’immancabile telegramma.
C’è chi ritiene che sia un problema culturale, chi sospetta si tratti invece di una cultura che non c’è più, ma la ministra non si fa domande. Come scendesse dalla luna, si dice sconcertata. Chissà, forse gli addetti all’immagine le hanno assicurato che la campagna pubblicitaria è andata bene e funzionerà. Non è facile capire, ma è certo che non si è accorta che le sue 11.000 immissioni sono ad un tempo un modelle perfetto d’ingiustizia sociale e un granello di sabbia nel deserto. Chiunque al suo posto ricorderebbe il fanciullo di Sant’Agostino che con la sua conchiglia travasa l’Oceano mare in un buco scavato sulla sabbia. Lei no. Per lei l’«offerta è giusta» e c’è poco da discutere: prendere o lasciare, come vuole il mercato. In quanto ai ricorsi, secondo il costume della neonata democrazia autoritaria, stupita che la gente ancora pensi, si opponga e tenti le vie legali, la Carrozza scarta e finisce fatalmente fuori strada: c’è un’emergenza, dice, «la soluzione non può essere sempre il ricorso». La faccenda dei ricorsi, insomma, questo malnato diritto di difendere diritti, è un vero eccesso di diritti, un’anomalia da sanare al più presto. Chissà, forse la ministra pensa a una nuova campagna e all’immancabile offerta accattivante. E’ urgente: la gente deve capire che la democrazia crea troppi impicci al mercato.
La storia, maestra senza allievi, è lì a dimostrarlo: la borghesia divisa sperimenta percorsi differenti ma non lontani tra loro. Per dirla con Gramsci, è al bivio di un nuovo «experimentum crucis»: non sa dove andare, ma non vuole stare ferma e si compatterà. Anche la sinistra è giunta ormai a un bivio cruciale: la gente è allo stremo. Il generico appello alla «legalità» non può bastare. Occorre tornare a una inequivocabile categoria di sinistra: la giustizia sociale.

Uscito su “Fuoriregistro” il 21 agosto 2013 e su Liberazione.it e Report On Line il 22 agosto 2013

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Confesso il mio peccato: torno spesso alle antiche letture. Gli anni, la formazione, il tipo di cultura, le scorie fatali della militanza hanno finito per collocarmi in quella sorte di “prigione” che molti, non senza disprezzo, definiscono “ideologia” e una sparuta pattuglia di sopravvissuti ritiene sia coerenza tra un sistema di valori, alcuni strumenti di analisi e scelte di vita che coincidono con opinioni politiche. Questa sorta di confessata sclerosi spiega probabilmente la diffidenza stupita per la fiduciosa ricerca del futuro del sistema formativo negli impegni strappati ai candidati e nella cartastraccia che diventano in genere programmi elettorali.
In un’ormai lontana introduzione a un ancor più lontano studio economico di Pietro Grifone, Vittorio Foa, tornava addirittura a Bucharin per individuare nella “simbiosi del capitale bancario con quello industriale” l’essenza della finanza e ricordava un insegnamento di Lenin che non è stato mai attuale come oggi: è impossibile modificare la natura necessariamente aggressiva e socialmente ingiusta del capitalismo, ripulendolo e dandogli una mano di vernice democratica. Il capitale in crisi non lascia sopravvivere diritti. Si studia, studiano i figli delle classi subalterne, nelle fasi di espansione, nei momenti di crescita economica o quando, comunque, i margini di profitto chiedono pace sociale e un fantoccio di democrazia. E’ questione di accumulazione, ma anche di “gerarchie sociali“. La borghesia è nata da una rivoluzione vittoriosa, conosce perfettamente i meccanismi della storia e sa che probabilmente la riforma della scuola e dell’università costò l’Impero agli zar, perché produsse il personale politico del populismo russo e condusse all’ottobre rosso.
Di tutto questo non si parla, mentre il voto è imminente. Va di moda invece una bestemmia: l’offerta elettorale. Un modo per dire che il voto è sul mercato. Offerta. Te lo ripetono con arroganza liberista, mentre si spara a raffica sulla scuola di ogni ordine e grado, mentre si precarizza e si umilia il personale docente e ai giovani si lasciano briciole di istruzione che preannunciano l’avviamento al lavoro. Di educazione nel senso socratico del termine – quella che bada all’intelligenza critica e all’utonomia del pensiero – non parla più nessuno; Socrate non rientra nell’offerta elettorale. Ormai il linguaggio è così drammaticamente deformato, che “aprire” un discorso politico appare un non senso e non si trovano più le parole per porsi domande elementari. Tra Monti e Bersani, col codazzo di forze minori pronte a “dialogare“, quali diversi modelli sociali, quale concezione dei rapporti tra le classi e quale Stato? Per quanti sforzi tu faccia per capire, la sola differenza che cogli è veramente desolante. La banda dei tecnocrati propende per condizioni di predominio del capitale finanziario, senza mediazioni liberal-democratiche di stampo giolittiano, senza “idilli turatiani”, se parlando di Fassina o Vendola, si può scomodare Turati. Un’idea di destra elitaria, con quel che ne consegue in termini di autoritarismo, trasparenza e decisioni prese in modo anonimo nell’ombra impenetrabile di consigli d’amministrazione e controlli di banche alle banche. Un modello sociale che lascia impunito Montepaschi, conduce in Mali e produce F35. In quanto ai “politici”, ecco l’altro volto del capitale, quello più o meno industriale, in cui l’autorità diventa giocoforza azienda – il “sistema Italia” – e “comanda“, come i padroni del vapore che si son “fatti da sé” e possono sfidare le regole in nome dell’efficienza e della produttività. Una “democrazia autoritaria“, che pareva contraddizione in termini e s’è vista all’opera in un esordio nemmeno balbettante, mentre apriva coni d’ombra di natura diversa, senza evitarci la Libia, il Mali e gli F35.
A ben vedere, la borghesia, divisa, sperimenta percorsi differenti ma non lontani tra loro. Per dirla con Gramsci, è al bivio di un nuovo experimentum crucis: non sa dove andare, ma non vuole star ferma e si compatterà. Anche i lavoratori sono a un bivio cruciale: avanti così non si andrà a lungo. Occorre qualcosa che non sia “offerta“, qualcosa che sia analisi e discussione e provenga dal basso. Parole nette se ne sono dette: niente Mali, niente F35, nessun dialogo con le due destre. Si potrebbe firmare una cambiale in bianco, se un abbozzo di riflessione nei giorni che abbiamo davanti, per carità di patria e onestà intellettuale, consentisse di trasformare il generico e insufficiente appello a una “legalità” tutta “giudiziaria“, in una schietta categoria di sinistra: giustizia sociale. Allora sì che scuola e università sarebbero al sicuro. E con esse l’insieme delle conquiste che hanno fatto la nostra storia migliore.

Uscito su “Fuoriregistro” il 13 febbraio 2013  

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