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Napoli, 19 maggio 1879 – 28 dicembre 1931
Nel 1893, quando si iscrive alla «sezione impiegati» del Partito Socialista, è ancora uno studente ma frequenta sovversivi e si nutre di libri e giornali rivoluzionari che, secondo la polizia, hanno saputo «guastargli il cervello». Troppo giovane per valutare i rischi che corre, il 9 agosto 1894, mentre Crispi soffoca violentemente i moti contadini in Sicilia, si reca in Questura e firma un atto di fede nell’anarchia. Una perquisizione domiciliare consegna così alla polizia una lettera in cui scrive di voler diventare un «santissimo Caserio», l’anarchico che ha ucciso il Presidente della repubblica francese Sadi Carnot. Interrogato, spiega di volere davvero ammazzare Crispi, causa di rovina per tanti uomini, ma aggiunge di non essere capace di uccidere. Denunciato per «apologia di delitto», il 28 agosto è affidato al padre in «libertà provvisoria».
Chiuso in collegio, il ragazzo conserva le sue idee e durante le vacanze frequenta i soliti compagni di fede. Il 6 agosto 1897, disperato per l’isolamento in collegio, tenta il suicido, ma si salva e dopo il liceo si iscrive alla Federazione Socialista. Nelle manifestazioni è così attivo che, profittando dei moti per il pane, il 10 maggio 1898 la polizia lo include tra i «sovversivi pericolosi» e lo arresta. Il 13 giugno è condannato a sei mesi di domicilio coatto a Ischia, ma evade e si consegna a novembre, quando, cessato lo stato d’assedio, può tornare libero. Controllato con cura, il giovane si fa prudente e se prova ad agire, è subito colpito. Il 4 giugno 1899, infatti, «festa dello Statuto», è arrestato per «un manifestino sovversivo diretto all’esercito e stampato alla macchia».
Contrario all’intesa tra Giolitti e Turati, festeggia il primo maggio 1900 con un gruppo di socialisti dissidenti. Nel 1901 entra nel Comitato di lotta al domicilio coatto ma è così vicino ai libertari, da essere segnalato tra gli anarchici italiani in contatto con quelli argentini. Arrestato per oltraggio al papa ed eletto segretario della «Lega di resistenza dei camerieri di caffè e ristoranti», nel 1902 rompe coi socialisti. Decisa a zittire un militante che trova ascolto tra i lavoratori, la polizia intanto forza la mano. Nel 1903 è ripetutamente arrestato: perché porta bandiere anarchiche ai comizi socialisti, turbando l’ordine pubblico, perché si agita in un corteo contro l’Austria, causa incidenti tra il pubblico al Consiglio Comunale, oltraggia Pio X e incita all’odio di classe. Nel 1904 è fermato perché viola la legge di P.S., è in prima linea negli incidenti di settembre per lo sciopero generale e diffonde volantini non autorizzati alla elezioni politiche di novembre.
La repressione rende Vanguardia prudente, finché il 29 marzo 1906 pubblica «La Voce dei Ribelli», che i tipografi, impauriti dalla polizia, rifiutano di stampare. Scritto a mano e diffuso alla macchia, il giornale chiede cambiamenti politici e sociali e tocca temi ancora attuali: la questione morale e una «legalità» estranea alla giustizia sociale, che lascia impuniti coloro che, politici in testa, «rubano […] scappano e portano via parte della ricchezza nazionale». I toni sono violenti – «se occorre distruggervi, […] senza esitare contribuiremo» – ma è una violenza figlia della cecità del potere. Alla «Voce dei Ribelli» fa seguito «I Ribelli», giornale di cronaca e dibattito teorico, che dopo due numeri diventa «Il Picconiere», ma è subito chiuso.
Nel 1907 Vanguardia, presente al Congresso Anarchico di Roma, vive a Milano, è redattore della «Protesta Umana», e tiene conferenze sul domicilio coatto e sull’antimilitarismo. Il 13 novembre parla al comizio di Milano per le vittime politiche, poi è segnalato a Vigevano, Pavia, Santhià, Biella e Lugano. Rimandato a Napoli con foglio di via a febbraio del 1908, fonda il «Sorgete», un gruppo comunista «libero», ostile a ogni organizzazione politica, ma aperto a un sindacalismo di base, fondato sull’azione diretta. Tra i temi di fondo, i diritti negati e il parlamentarismo, che non solo limita la libertà di riunione e di pubblico comizio, ma giunge al sequestro preventivo e alla soppressione dei giornali, all’arresto dei cittadini «per delitto di pensiero» e alle fucilate sul popolo affamato.
Il 7 ottobre 1909, «Sorgiamo!», nuovo giornale di Vanguardia, individua i nemici del popolo – «lo Stato, il Capitale, la Chiesa […] i giudici, gli sbirri, le carceri, i codici, i soldati» – e minaccia di «demolire» il «vecchio e decrepito assetto sociale» che la storia condanna a sparire. Una minaccia che il 13 ottobre 1909, durante le proteste per la condanna a morte di Ferrer, Vanguardia realizza simbolicamente, facendo esplodere un innocuo petardo nella chiesa di Montesanto. Un gesto per cui è condannato a quindici mesi di carcere. Uscito in libertà provvisoria, Vanguardia torna alla lotta sindacale, guidando una vertenza dei tessili della «Wenner» di Scafati, che nel novembre 1910 sfocia in aspri scontri e in una denuncia per mancato omicidio di un poliziotto. Nel 1911 è l’anima del movimento contro il caro-casa e partecipa a vari scioperi. Ad aprile del 1912 è segretario della «Lega dei lavoratori dell’Arte bianca», che guida fino al 17 agosto, quando lo ferma l’esecuzione della condanna per il petardo di Montesanto; tornerà libero per uno sconto di pena l’11 marzo 1913. Il tentativo di dar vita a «La Battaglia», un giornale subito censurato, e due arresti segnano il ritorno alla militanza di Vanguardia, che il 25 gennaio 1917 è sulla linea del fuoco, dove la morte è il volto della guerra. All’orrore delle trincee, reagisce organizzando diserzioni e falsificando licenze, finché il 10 gennaio 1918, scoperto, resta in carcere fino al 15 marzo 1919, quando è assolto per mancanza di prove.
Tornato a Napoli, diventa dirigente della Camera del Lavoro e segretario della «Lega panettieri», che guida in una dura vertenza su orari di lavoro, salari, ufficio di collocamento e igiene dei panifici. Complici le Autorità, i padroni rispondono con l’esercito che fa il pane e la polizia che difende forni e panetterie, ma Vanguardia forma squadre di panettieri che sorprendono il servizio d’ordine e attaccano i crumiri. Scontri e arresti non domano la protesta, che assume un significato emblematico, diventando una ideale «linea del Piave» in un conflitto sul ruolo delle classi sociali e sui costi della guerra che la borghesia ha voluto e ora scarica sulla povera gente. La portata e il significato degli eventi in una città inquieta, allarmano il Prefetto, sicché, quando il pane scarseggia, i militari sbaraccano e Vanguardia ottiene l’apertura di punti vendita comunali a prezzo politico. Il giovane al quale le idee rivoluzionarie avrebbero guastato il cervello, ha dimostrato un grande equilibrio e ha vinto, lottando coraggiosamente per i diritti della povera gente.
La vittoria, che il 10 dicembre 1919 i lavoratori salutano come la prima di una lunga serie, in realtà ha spaventato i padroni, ma i Fasci di Combattimento, nati a marzo, non preoccupano ancora. Ai primi del 1921 però, mentre lo squadrismo dilaga, Vanguardia crea il «Circolo popolare» e la «Lega Inquilini» che ostacola le pretese esorbitanti dei padroni di case, tentando di dare forza al malcontento e opporre agli squadristi propaganda e lotta sindacale. La violenza fascista vanifica però il tentativo. Benché denunciato per un manifesto clandestino e arrestato per lesioni a vigili urbani, a luglio del 1922 Vanguardia guida la «Lega panettieri» in una vittoriosa vertenza su salari e lavoro notturno, ma il fascismo giunto al potere lo ferma. Il primo maggio 1924, l’anarchico si reca con alcuni compagni in una bettola, sale su un tavolo e con grande dignità canta l’Internazionale e si fa arrestare.
Il 22 novembre 1926, con le leggi «fascistissime», giungono la condanna a quattro anni di confino e il viaggio disumano che lo conduce a Pantelleria, sfinito e incatenato ad altri confinati. Ritenuto pericoloso, l’anarchico è esposto all’arbitrio dei militi e la sorella, per sottrarlo a quell’inferno, chiede al duce di perdonare «le colpe giovanili di un italiano», che al tempo della guerra «ha esposto la vita sul campo dell’onore». L’Alto Commissario Castelli, convinto che Vanguardia sia fermo nelle sue idee, esprime parere contrario e mentre l’istanza è archiviata, il confinato finisce a Ustica, dove l regime di polizia è più spietato. L’isola gode di una fama sinistra: vi impazza, ricorderà anni dopo Aldo Garosci, un aguzzino, brutale e neuropatico. Non bastasse, Cesare Mori, il «prefetto di ferro» inviato a Palermo con pieni poteri per risolvere il problema dei rapporti tra regime e mafia, ritiene che la colonia, in cui vivono in media 360 sovversivi ritenuti pericolosi, possa fare da base a un pericoloso movimento. Per controllare i confinati, Mori utilizza Vincenzo Picone, un finto confinato politico e un confinato vero, Riccardo Fidel, sedicente comunista, che all’insaputa del Picone fa da provocatore.
Per ottenere la libertà a spese dei compagni, Fidel fa credere a Picone che i confinati preparano una rivolta e la fuga. Ingannate dalle spie, le Autorità di polizia si convincono che una nave si è già accostata all’isola e poi allontanata tenendo una rotta inconsueta. Il 30 settembre 1927 Mori mette l’isola a soqquadro con perquisizioni da cui non emerge uno straccio di prova, ma sostiene che i confinati, d’accordo «con sovversivi del Regno e dell’estero», hanno un piano «di evasione e ribellione contro i poteri dello Stato». E’ così che 56 confinati, tra cui Vanguardia, sono denunciati al Tribunale Speciale. Il 10 ottobre 1927, accusato di attentato alla sicurezza dello Stato, l’anarchico finisce in carcere duro a Palermo e poi a Napoli. Per mesi, interrogatori brutali si alternano a offerte «vantaggi» in cambio di «collaborazione». Vanguardia, però, non non compra la libertà vendendo la dignità. Negli anni delle prime battaglie aveva orgogliosamente affermato: «Non varranno prepotenze e violenze […]; respingeremo senza esitazione qualsiasi mezzo voi adotterete». É stanco e malato, quando, assolto per insufficienza di prove, agli inizi del 1929 è trasferito a Ponza, dove la salute peggiora di giorno in giorno. Quando possono, i tiranni evitano di trasformare in eroi le loro vittime; Mussolini perciò non ha dubbi: l’ora della liberazione non deve coincidere con quella della morte.
L’uomo che l’1febbraio 1930 torna a Napoli è molto sofferente. Non è in grado di nuocere, ma il regime, che lo ritiene ancora pericoloso, lo tormenta con frequenti perquisizioni; il 27 ottobre 1930, per l’ottavo anniversario della marcia su Roma, lo tiene in cella per una giornata. É il 10 novembre del 1931, quando torna in Questura per una bomba esplosa nella zona del porto. Di lì a poco, il 28 dicembre 1931 muore nella sua abitazione al n. 45 di via Bernini.

Fonti e bibliografia:
Archivio Centrale dello Stato, fascicoli intestati a Vanguardia in Casellario Politico Centrale, b. 5312 e Confino, Fascicoli Personali, b. 1046. Archivio di Stato di Napoli, Questura, Gabinetto, I parte, II serie, 1888-1901, b. 86 bis, «Fascio dei lavoratori. Iscritti»; b. 86 ter, f. «Federazione Socialista Napoletana» e b. 110, «Camerieri di caffè e ristoranti»; Schedario politico, fascicoli intestati a Vanguardia in Sovversivi annuali, b. 96 e Sovversivi deceduti, b. 110. Rosa Spadafora, Il popolo al confino, La persecuzione fascista in Campania, I, pp. 512-13; Giuseppe Aragno, Siete piccini perché siete in ginocchio. Il Fascio dei Lavoratori, prima sezione del PSI a Napoli, (1893-1894), Bulzoni, Roma, 1989, pp. 110-112;  Idem, biografia in AA. VV., Dizionario Biografico degli Anarchici Italiani, II, (I-Z), Biblioteca Serantini, Pisa, 2004, pp. 648-49. Idem, Antifascismo e potere, Storia di storie, Bastogi, Foggia, 2012, pp. 23-40; Fabrizio Giulietti, Umberto Vanguardia. Azione e propaganda di un anarchico napoletano, (1879, 1931), Galzerano, Casalvelino Scalo, 2009.

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Turati

Nella storia del movimento operaio e socialista esistono le teorie e le loro «letture». Il dato è fisiologico ma va difeso con molta onestà intellettuale dalle sue frequenti degenerazioni patologiche. In questo senso il dibattito in corso nel corpo vivo di «Potere al Popolo!» fa suonare per me come un campanello di allarme.
Nel 1892, quando nasce a Genova il primo grande partito di massa e organizza operai, artigiani e contadini, le condizioni economiche e sociali – e di conseguenza il livello della coscienza di classe – sembrano inadeguate. Il partito, pensano molti contemporanei, nasce decisamente prematuro. Non a caso, mentre gli anarchici gridano subito allo scandalo e gli appiccicano  l’etichetta di «legalitario», Antonio Labriola vede nel partito di Filippo Turati un movimento di intellettuali borghesi e un allevamento di «bestiame votante».
Spero che oggi siamo d’accordo: benché fosse un riformista, Turati aveva ragione. Il Partito dei lavoratori nasce da una necessità della storia, sicché, come talvolta capita, corregge la dottrina e si trasforma in una lezione da non dimenticare: non possiamo ordinare i fatti in virtù della nostra lettura di una teoria.
Di lì a poco, le posizioni si rovesciano e Labriola rompe lo schema. In una Sicilia simbolo di arretratezza, l’incontro tra intellettuali di formazione borghese e contadini ferocemente sfruttati segna infatti per lui una forte crescita della coscienza di classe. Turati, invece, per una volta operaista e più marxista del filosofo materialista, si interroga sulla maturità della coscienza di classe dei contadini siciliani – non si tratta per caso dell’endemico ribellismo del Sud? – e diffida dei Fasci Siciliani. Il leader socialista immagina quel movimento di un Sud che non conosce come una sorta di figlio del brigantaggio, nato e cresciuto in un covo di malfattori, agitato da arruffapopoli repubblicani. E’ così che ancora oggi noi meridionali siamo per tanta parte del Paese, come dimostra la ricostruzione storica delle cosiddette Quattro Giornate.
Turati, tuttavia, è un uomo scrupoloso e non vuole fermarsi alle apparenze. Mentre Crispi occupa militarmente l’isola e ricorre allo stato d’assedio, calpestando lo Statuto Albertino, a gennaio del 1894 assieme ad Anna Kuliscioff, si rivolge a Federico Engels, giunto alla fine del suo percorso, per sapere quale contegno deve tenere il partito di fronte ai Fasci Siciliani, «un movimento rivoluzionario non lontano, che ciascuno sente nell’aria».
Engels mette mano alla teoria e detta la sua regola: «La vittoria della piccola borghesia in disintegrazione», scrive, così come quella «dei contadini porterà a un ministero di repubblicani convertiti. Ciò ci procurerà il suffragio elettorale e una libertà di movimento assai più considerevole. Oppure ci porterà la repubblica borghese, con gli stessi uomini e qualche mazziniano con essi. Ciò allargherebbe ancora e di assai la nostra libertà. Evidentemente non è a noi che spetta di preparare direttamente un movimento che non è quello che noi rappresentiamo. Se […] il movimento è davvero nazionale, i nostri uomini non staranno nascosti. Ma dovrà essere ben inteso, e […] dovremo proclamarlo altamente, che noi partecipiamo come partito indipendente, alleato ai radicali e ai repubblicani, ma […] distinto da essi».
Naturalmente, mentre Turati e compagni verificano le intenzioni dei possibili alleati, Crispi schiaccia il movimento siciliano e scioglie il partito socialista.
Oggi, mentre la «repubblica borghese» c’è e vacilla, mentre su alcuni argomenti si mette in discussione il diritto di voto e molte libertà conquistate sono cancellate, noi che facciamo? Dimentichiamo il disastro che nasce dallo schematismo dottrinario? Ci collochiamo più indietro di Turati, mentre la reazione avanza, e aspettiamo di costruire il movimento che rappresentiamo o immaginiamo di rappresentare? Eppure – anche questo dimentichiamo? – di lì a pochi anni, senza la collaborazione della borghesia costituzionale, i socialisti da soli non avrebbero mai potuto fermare gli «spettri del ‘98» e una feroce svolta autoritaria.
Non credo che le alleanze tattiche debbano essere una costante, ma vorrei sapere se la logica della transizione cui fa cenno Engels sia per «Potere al Popolo!» un’eresia e non vada nemmeno tentata. Ho bisogno di capire se posso essere così comunista da sentire molto lontani da me i socialdemocratici e ricordare, tuttavia, che Giacomo Matteotti, un socialdemocratico, si fa uccidere dai fascisti nel 1924, perché ha capito in quale baratro siamo caduti, mentre un altro martire, Antonio Gramsci, un grande comunista, immagina che «le forze reali dello Stato borghese (esercito, magistratura, giornali, Vaticano, massoneria […] passano dalla parte delle opposizioni», sicché «se il fascismo volesse resistere […] sarebbe distrutto in una lunga guerra civile».
Vorrei capire, insomma, se siamo davvero così capaci di «fare tutto al contrario», da riuscire a svincolarci dalla morsa di letture e lettori di teorie e guardare con senso politico ai fatti, come ci si presentano nel momento che viviamo.

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Nella millenaria storia del potere l’impostura è una costante e non a caso il cardinale Mazzarino ebbe chiaro un principio: il trono si conquista con le armi ma la sua conservazione si affida poi alle verità di fede e alle superstizioni.
Dopo il 1789, De Maistre, teorico della controrivoluzione e protagonista della Restaurazione, approfondì la riflessione sul potere, tracciando il confine invalicabile che ne assicura la conservazione: “fuori dalla portata di comprensione della folla dei governati”. Non solo una dichiarazione di guerra senza quartiere alla formazione del popolo e all’educazione della sua coscienza critica, ma anche una considerazione di estrema attualità, che conduce a una nuova caratteristica costante nell’esercizio del potere: più ignoranti sono i governati, più garantiti risultano i governanti e gli interessi che rappresentano.
L’educazione popolare non deve puntare alla ragione, ma ai sentimenti. Leggere, scrivere e fare di conto sono armi pericolose, che il popolo non deve possedere. La condizione naturale dell’ignoranza è una delle garanzie del potere e nulla indebolisce la capacità di valutare, quanto i classici strumenti utilizzati contro il senso critico dei popoli: la religione, la tradizione, il patriottismo e via così fino al pregiudizio.
Costruire imposture è compito degli intellettuali, per i quali condizione sociale, popolarità e reddito dipendono molto spesso dalla capacità di soddisfare il potere convincendo i popoli ad accettare ciò che, se potessero valutare con senso critico, certamente rifiuterebbero. Rivelatore in questo senso è il significato etimologico del sostantivo impostura, che deriva dal latino imponere e vuol dire anche “far portare un peso”.
Naturalmente questa riflessione sul potere non è fine a se stessa ma ha un preciso intento politico: indurre a discutere sul presente, per valutare l’impostura dei 5 Stelle – un inganno che sfocia nel tradimento – inserirla nel contesto di una crisi della democrazia e ragionare sul percorso di resistenza e liberazione da costruire.
In questi giorni ho voluto rileggere Pietro Grifone e la sua storia del capitale finanziario come cornice delle politiche fasciste. Non è stato tempo perso. Quando ascolto Freccero e Mieli, due dei più attivi costruttori di inganni del potere, autentici manipolatori della realtà, e attorno a me vedo le conseguenze del devastante attacco portato al sistema formativo, la tragedia di sterminate masse di sfruttati e le giovani generazioni derubate del futuro, non mi lascio ingannare. Per quanto cresciuto alla scuola del dubbio, ho maturato alcune certezze e so di avere un sogno. Sono certo che, come in ogni stagione di crisi del capitale finanziario, il rischio dell’avventura autoritaria è dietro l’angolo. Accadde col crispismo nell’ultimo decennio dell’Ottocento, quando esplosero lo scandalo della Banca Romana e la bolla immobiliare; avvenne di nuovo col fascismo, nato dalla crisi del dopoguerra e dalla necessità di decidere chi dovesse pagare i costi del primo conflitto mondiale; accade oggi, mentre una crisi economica epocale diventa crisi delle Istituzioni e nasce un governo di estrema destra che non ha precedenti nella storia della repubblica.
Se e quando ci decideremo a farlo – e tempo non ce n’è più – capiremo che la vittoria dei 5 Stelle è una nuova impostura. Dopo aver sbandierato lo slogan del “mai con la Lega”, oggi fanno il governo con Salvini, il leader dell’estrema destra che al Sud ha occupato la zona grigia degli ex feudi berlusconiani.
C’è una parte sana di questo nostro Paese malato disposta a battersi per fermare il fiume di fango che ci travolge? Lo sapremo solo – ed ecco il sogno – quando proveremo a costruire un fronte unito di resistenza democratica , una unità reale dei movimenti e delle forze disperse di quella che è stata l’Italia antifascista. Un’Italia che esiste, che va dai cattolici di base impegnati nel sociale a ciò che resta dell’estrema sinistra. Unita, questa Italia può smascherare l’impostura e denunciare il tradimento.
Lo faremo?
Ai tempi di Gramsci, Amendola e Turati ognuno pensò di far da solo e per venirne fuori ci vollero poi vent’anni di dittatura, infinite tragedie e la faticosa unità del fronte antifascista . Un vantaggio però oggi c’è: la Costituzione, attorno alla quale unire le forze di una nuova resistenza.

Agoravox, 16 maggio 2018.

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 Alcuni-ribelli-680x458_c«Gino Strada che dà dello “sbirro” a Marco Minniti è la certificazione – ce ne fosse ancora bisogno – della morte della sinistra italiana». Così Michele Serra apre il suo epicedio per una sinistra che ha frequentato come infiltrato e di cui ignora evidentemente la storia.
Variante di “birro”, in italiano “sbirro”  sta per “guardia in servizio di polizia in Comuni, repubbliche e signorie medievali e rinascimentali e indica oggi il “poliziotto” in senso spregiativo. Per il lavoro svolto nel Mediterraneo, Marco Minniti, ministro di polizia, non è semplicemente uno “sbirro” e Gino Strada è stato perciò decisamente generoso; dal momento che consegna a carcerieri e boia di Libia i “clandestini” sorpresi nel Canale di Sicilia, Minniti ricorda direttamente lo sbirro fascista, di cui l’Italia dovrebbe avere ancora vergognosa memoria.
Serra non lo sa, ma Turati chiamò “tirapiedi” i poliziotti che gli sequestravano la “Critica Sociale”, definì pubblicamente “bambino demente e scemo” il reazionario Sonnino  e “teppisti di destra furono per lui i deputati ministeriali. In quanto al moderatissimo Treves, ritenne che Bresci avesse fatto benissimo ad ammazzare Umberto I, e definì l’omicidio “una bellissima cosa”.
In tema di “divisioni” tra anime inconciliabili della sinistra, a Serra conviene di non ricordarlo, ma il Psi nacque a Genova nel 1892 dall’aspra separazione tra i libertari anarchici e i cosiddetti “legalitari” e il Pci sorse a Livorno dall’inconciliabile dissenso tra riformisti e rivoluzionari. Una sinistra unita non s’è mai vista e le sinistre non sono state mai così vive, come quando hanno vissuto divise. E’ perciò che quelli come lui le vogliono unite…
Quella che Serra conserva nel suo cortile non è la sinistra. E’ la sua mostruosa degenerazione neoliberista, la sinistra degli “sbirri”, un aborto che ha il suo padre naturale nel socialismo di Mussolini.

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Ho ricevuto il testo di un appello in difesa della Costituzione, un invito a firmarlo e la proposta di comitatopartecipare a una iniziativa che intende creare «in ogni regione, in ogni città ed in ogni quartiere, […] comitati unitari di cittadini attivi che organizzino attività di informazione e di divulgazione, coinvolgendo anche la scuola della Repubblica, per rendere consapevole l’opinione pubblica della gravità dei processi in corso ed attivare una effettiva partecipazione popolare ai processi decisionali.
Proponiamo una settimana di mobilitazione, in coincidenza con la celebrazione del 25 aprile, previa intesa con le associazioni partigiane, chiedendo alle associazioni, alle strutture politiche e sindacali, ai corpi intermedi, di aderire al Coordinamento per la democrazia costituzionale, di promuovere iniziative territoriali, e di contribuire a diffondere un manifesto/documento comune su tutto il territorio nazionale».
Mi pareva così naturale firmare, che non ho perso tempo a cercare i promotori. Solo dopo aver firmato, ho scoperto che c’erano anche Fassina, Chiti, e altri campioni del PD. All’amico che mi invitava ho risposto così:

«Non ci sarò. A malincuore, forse, ma per scelta e dopo averci a lungo pensato. Rispondo a te, perché non voglio crearti problemi, ma non avrei avuto alcun problema a rendere pubblica la mia decisione. Lunedì, alla stessa ora si riunisce il Comitato di lotta per la difesa della Scuola pubblica e non intendo mancare. Non ci saranno grandi nomi e nemmeno la direttrice di un giornale che sino alle ultime elezioni politiche tagliava i pezzi di un collaboratore che puntava il dito sul PD e ospitava gli appelli di Bevilacqua per il “voto utile”. Nessuno si accorgerà dei poveri precari, ma mi sentirò meglio con loro, perché, soli e disperati, da tempo urlano inascoltati una verità che, a quanto pare, molti scoprono oggi: la Costituzione antifascista è ormai cartastraccia. Aggiungo solo che dopo aver aderito all’iniziativa, mi vado convincendo che per coerenza dovrò ritirare la mia firma. Ritengo inaccettabile, infatti, la presenza tra i promotori di alcuni parlamentari della sedicente “sinistra PD” e degli eterni “possibilisti” di SEL, nominati grazie all’accordo elettorale di Vendola col PD. Il Partito di Renzi non ha nulla da spartire con la legalità repubblicana e con i valori della sinistra; non a caso, del resto, governa con la feccia di destra guidata da Alfano.
Dopo la sentenza della Corte Costituzionale, considero questo Parlamento privo di ogni legittimità morale e politica. Chi ci è entrato, grazie a una legge dichiarata poi ufficialmente illegale, avrebbe dovuto chiedere lo scioglimento delle Camere e le immediate elezioni con una legge proporzionale e senza premio di maggioranza, come indicava chiaramente la Consulta. Di fronte al probabile rifiuto, non potevano esserci dubbi: occorreva uscire dall’Aula, rifiutarsi di rientrarvi e promuovere iniziative di difesa della Costituzione da quello che in effetti è un colpo di mano autoritario. Nessuno l’ha fatto e nessuno ha trattato o tratta Renzi e i suoi camerati come vanno trattati i delinquenti. Perché di questo si tratta: delinquenti. Si va, si prende posto, si polemizza su questo o quel provvedimento, ma non si contesta radicalmente e senza mezzi termini l’esistenza stessa del governo, la sua illegittimità costituzionale e la sua condotta autoritaria; chiusa – ma sarebbe meglio dire strangolata – la discussione, si vota, come se nulla fosse accaduto, come se non ci trovassimo di fronte a una tragicomica riesumazione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni. In queste condizioni si è eletto persino un Presidente della repubblica e i “difensori della Costituzione” hanno votato e applaudito!
Sono disgustato e non m’importa nulla se passerò per “estremista”. Il mio moderatissimo Arfè, negli ultimi anni della vita, si difendeva da quest’accusa ribaltandola: non sono io che mi spingo sempre più sui confini estremi della sinistra, ma gli altri a correre verso destra. Lo so, il paragone Aragno-Arfè è improponibile, ma nella mia piccola dimensione non ho dubbi: sarò un estremista pericoloso, ma non posso fare a meno di dissentire. La mia coscienza mi impedisce di collaborare con chi ancora milita nel PD o collabora col partito di Renzi negli Enti Locali.
Credimi: ogni parola che leggerai mi è costata una terribile fatica, ma ti ho scritto fino in fondo ciò che penso. Non pretendo di aver ragione, però sono troppo stanco e amareggiato per ascoltare le ragioni degli altri. Te lo dirò, perciò, con le parole di Filippo Turati a un suo amico napoletano: “perdonami e fammi perdonare”.
Cari saluti».

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Manifesti per il 1° maggio sequestrati nel 1892

Manifesti per il 1° maggio sequestrati nel 1892

Cominciò così: manifesti incollati di notte sui muri, riunioni più o meno segrete per evitare l’arresto e la decisione di astenersi dal lavoro.
La risposta dei padroni non si fece attendere:

Nota n. 1838 Urgente e riservata alla persona
Agli Uffici dipendenti
Oggetto: Agitazione pel 1° maggio.
Le SS.LL. sapranno già come da varii gruppi di affiliati ai partiti sovversivi si studii con ogni sorta di maneggio di animare l’agitazione pel 1° maggio che, secondo i disegni dei più arrischiati, dovrà, come essi dicono, segnare una data memoranda nella storia di queste agitazioni.
Al gruppo di questi ultimi appartengono tra gli altri i noti anarchici Mariano Gennaro Pietraroia, Vincenzo Petillo, Giovanni Bergamasco, Attilio Volpi, Gerolamo Tommasoni (fatti questi due rimpatriare, ma che potrebbero da un giorno all’altro tornare) Augusto Tralascia e Luigi Perna. Ad essi si è collegato l’altro noto socialista-repubblicano Luigi Alfano, rappresentante il Circolo «Gioventù Operosa», giovane turbolento ed audace.

Circolare segreta della Questura di Napoli

Circolare segreta della Questura di Napoli per il 1° maggio 1892

Costoro, riunitisi in comitato segreto tendono a organizzare pel 1°, maggio un movimento rivoluzionario ed a prepararsi, intanto, il terreno adatto, eccitando gli animi degli operai con la propaganda dei loro principii e col formulare il malcontento verso gli attuali ordinamenti sociale e politico.
Mentre sarà mia cura di tener dietro alle segrete macchinazioni di costoro per prevenirne a tempo gli effetti, desidero intanto di richiamare su di essi la speciale attenzione della SS. LL. perché con attiva ed oculata vigilanza li seguano nei loro maneggi presso gli operai. E se avvenga loro di sorprenderli in mezzo agli operai stessi, (avvertendo cessi si mischiano a preferenza tra i disoccupati e nei luoghi ove questi sogliono raccogliersi nella speranza di essere chiamati al lavoro) poiché non potrebbe cader dubbio sullo scopo della loro presenza tra essi, cioè di sommuoverne gli animi e spingerli a tumultuare, vorranno, senz’altro, disporne l’accompagnamento in quest’ufficio per quegli ulteriori provvedimenti, che fossero del caso!
A contrastare poi alle mene di costoro e di quanti altri tendano a turbare per l’occasione suddetta l’ordine pubblico, Le prego di usare, nei modi che più crederanno convenienti e conducenti allo scopo, della loro personale influenza presso le locali società operaie, affinché le mene e le insinuazioni degli agitatori, i quali devono essere in questi giorni, anche più del solito, personalmente e strettamente vigilati, non abbiano presa su di esse.
Dalla solerzia delle SS. LL. mi attendo, in questo servizio di somma importanza, la più attiva e ed accorta cooperazione nel supremo interesse del mantenimento dell’ordine pubblico. Gradirò un cenno di ricevuta della presente che dev’essere tenuta segreta.
Il Questore
“.

Gli operai chiedevano le otto ore – in Italia se ne facevano anche 14, donne e bambini compresi – ma i padroni sostenevano che la richiesta era una pazzia, perché non avrebbero potuto sostenere la concorrenza. La repressione scattò immediata e violentissima: manifesti sequestrati, arresti preventivi, piani militari dettagliati, mappe con i punti in cui nascondere le truppe, città presidiate con la cavalleria e infine, il 1° maggio, cariche, arresti, denunce per associazione sovversiva, disobbedienza alle leggi e istigazione all’odio di classe. Il potere s’illuse che  la lotta dei lavoratori fosse stata sepolta sotto secoli di galera, ma vennero, invece, ancora “feste del lavoro”.
Nel 1894, Crispi sciolse il Partito Socialista e segregò nelle isole del soggiorno obbligato e nei penitenziari migliaia di lavoratori. I proletari, però, non si fermarono e si fecero di nuovo “feste del lavoro”. A maggio del 1898, il generale Bava Beccaris sparò a mitraglia sulla folla disarmata e il re lo decorò come fosse un eroe. I proletari, però, non si arresero e Rudinì ricorse agli stati d’assedio e ai tribunali di guerra. Secoli di domicilio coatto non bastarono a “ricondurre all’ordine il Paese”. Muro contro muro, finì che Gaetano Bresci vendicò i morti del ’98 e l’oltraggiosa medaglia al generale assassino, uccidendo Umberto I. La violenza è figlia del malgoverno e la sola possibile guerra preventiva si combatte con le armi della giustizia sociale. Nel 1892, Giovanni Bovio, difendendo gli operai arrestati per le manifestazioni del 1° maggio lo aveva avvertito lucidamente, quando, rivolto ai giudici, aveva urlato a nome degli imputati:

per carità di voi stessi e per quel pudore che è l’ultimo custode delle società umane, non ci fate dubitare della giustizia. Io fui nato ad esser cavaliere e tu mi hai fatto malfattore, ed ora ti fai giudice! Così gridò il figlio a Nicolò III estense, provocatore e parricida. A quelli che ci chiamano fratelli e poi ci processano noi ricordiamo che fummo nati al lavoro e li avvisiamo: non fate noi delinquenti e voi giudici!”

Un monito inascoltato, ma chiaro e più che mai attuale, così come attuali sono tornati i manifesti e la propaganda di quel lontano 1892. Giolitti, Turati e la necessità della pace sociale a garanzia della crescita costrinsero i padroni alla resa, ma oggi troppi diritti sono di nuovo calpestati, troppa gente è senza lavoro, troppi salari non bastano a cancellare la fame. Ovunque ormai il lavoro non ha né orari, né tutele e non è tempo di primo maggio in piazza San Giovanni con canzoni e chitarre. Il pupo analfabeta e i suoi pupari possono anche pensare di ricondurre le masse al 1892, ma devono sapere che, così facendo, preparano un nuovo ’98. Oggi come allora non basteranno questori, circolari segrete, reggimenti in piazza, stati d’assedio e tribunali di guerra.

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In una lontana introduzione a un ormai classico saggio di Pietro Grifone sul peso della finanza nella nostra storia, Vittorio Foa tornava addirittura a Bucharin per cogliere nella «simbiosi del capitale bancario con quello industriale» l’essenza della finanza e ricordare un insegnamento di Lenin che non è mai stato attuale come oggi: non si può modificare la natura socialmente ingiusta e strutturalmente aggressiva del capitalismo dandogli una mano di vernice democratica. Il capitale in crisi non lascia vivere i diritti.
I ricorsi preoccupano la ministraA guardare com’è ridotto il diritto allo studio, sancito dalla Costituzione, è difficile dar torto al rivoluzionario russo. Ai ragazzi provenienti da classi subalterne si garantiscono scuole e università solo nelle fasi di espansione e crescita o quando, comunque, la difesa del saggio di profitto chiede pace sociale e un fantoccio di democrazia. E’ questione di accumulazione, ma anche di «gerarchie sociali». La borghesia, figlia di una rivoluzione vittoriosa, conosce i meccanismi della storia e sa che una riforma del sistema formativo produsse il personale politico del populismo russo, avviò il processo che condusse all’ottobre rosso e costò l’Impero agli zar.
Di educazione in senso socratico – quella che ha a cuore l’intelligenza critica e l’autonomia del pensiero – non parla più nessuno; Socrate non è un’offerta che rientri nei piani dell’azienda. Cosa sia cambiato da Gelmini in poi, dove si differenzino i modelli di società, cosa distingua tra loro l’idea dei rapporti tra le classi e la concezione dello Stato non è dato capire. Il linguaggio è stato così violentemente deformato che un discorso politico diventa un non senso. E’ una torre di Babele; Una linea comune, al contrario, traspare: la sottomissione incondizionata al predominio del capitale finanziario, la rinuncia ad assumere ruoli di mediazione di stampo giolittiano – persino il Giolitti del dopo Turati – con quel che ne discende in termini di trasparenza, autoritarismo, controlli di banche private sui pubblici affari e scelte operate all’ombra impenetrabile di consigli d’amministrazione.
Non è un caso se pratica di governo e cultura storica parlino ormai lingue diverse e il dibattito politico si riduca al desolante scontro tra opposizioni che fanno i conti della spesa, misurando il rapporto qualità-prezzo e maggioranze che insistono su promozioni da supermarket: «qui da me, prendi uno e acquisti tre». Tutto qui. Solo un’offerta accattivante, tutta lustrini e paillettes, mentre la miseria cresce e la tragedia incombe.
Non smentisce la regola la ministra Carrozza, ultima arrivata, in ordine di tempo, a quel Ministero dell’Istruzione che da anni spara a raffica su scuole e università, da anni precarizza e umilia il personale docente e lascia ai giovani briciole di istruzione che annunciano l’avviamento a un lavoro che non c’è. Ieri, in un incontro informativo coi sindacati, la ministra ha mandato in onda il suo spot, tutto numeri e percentuali: 11.268 docenti assunti per l’anno che comincia, le nomine divise a metà, 50% dalle graduatorie e 50% dal concorsone 2012, nozze coi fichi secchi, un tanto ai precari più anziani e qualcosa a giovani scelti con “metodo meritocratico”, come comanda lo slogan che tira di più. Un colpo al cerchio e uno alla botte, senza far cenno alle procedure del concorso che non sono state completate e alla marea dei ricorsi pronta a salire. L’edificio crolla: 450 milioni per la sicurezza degli stabili sui 13 miliardi necessari e se un disastro farà morti ci penserà Napolitano con l’immancabile telegramma.
C’è chi ritiene che sia un problema culturale, chi sospetta si tratti invece di una cultura che non c’è più, ma la ministra non si fa domande. Come scendesse dalla luna, si dice sconcertata. Chissà, forse gli addetti all’immagine le hanno assicurato che la campagna pubblicitaria è andata bene e funzionerà. Non è facile capire, ma è certo che non si è accorta che le sue 11.000 immissioni sono ad un tempo un modelle perfetto d’ingiustizia sociale e un granello di sabbia nel deserto. Chiunque al suo posto ricorderebbe il fanciullo di Sant’Agostino che con la sua conchiglia travasa l’Oceano mare in un buco scavato sulla sabbia. Lei no. Per lei l’«offerta è giusta» e c’è poco da discutere: prendere o lasciare, come vuole il mercato. In quanto ai ricorsi, secondo il costume della neonata democrazia autoritaria, stupita che la gente ancora pensi, si opponga e tenti le vie legali, la Carrozza scarta e finisce fatalmente fuori strada: c’è un’emergenza, dice, «la soluzione non può essere sempre il ricorso». La faccenda dei ricorsi, insomma, questo malnato diritto di difendere diritti, è un vero eccesso di diritti, un’anomalia da sanare al più presto. Chissà, forse la ministra pensa a una nuova campagna e all’immancabile offerta accattivante. E’ urgente: la gente deve capire che la democrazia crea troppi impicci al mercato.
La storia, maestra senza allievi, è lì a dimostrarlo: la borghesia divisa sperimenta percorsi differenti ma non lontani tra loro. Per dirla con Gramsci, è al bivio di un nuovo «experimentum crucis»: non sa dove andare, ma non vuole stare ferma e si compatterà. Anche la sinistra è giunta ormai a un bivio cruciale: la gente è allo stremo. Il generico appello alla «legalità» non può bastare. Occorre tornare a una inequivocabile categoria di sinistra: la giustizia sociale.

Uscito su “Fuoriregistro” il 21 agosto 2013 e su Liberazione.it e Report On Line il 22 agosto 2013

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Confesso il mio peccato: torno spesso alle antiche letture. Gli anni, la formazione, il tipo di cultura, le scorie fatali della militanza hanno finito per collocarmi in quella sorte di “prigione” che molti, non senza disprezzo, definiscono “ideologia” e una sparuta pattuglia di sopravvissuti ritiene sia coerenza tra un sistema di valori, alcuni strumenti di analisi e scelte di vita che coincidono con opinioni politiche. Questa sorta di confessata sclerosi spiega probabilmente la diffidenza stupita per la fiduciosa ricerca del futuro del sistema formativo negli impegni strappati ai candidati e nella cartastraccia che diventano in genere programmi elettorali.
In un’ormai lontana introduzione a un ancor più lontano studio economico di Pietro Grifone, Vittorio Foa, tornava addirittura a Bucharin per individuare nella “simbiosi del capitale bancario con quello industriale” l’essenza della finanza e ricordava un insegnamento di Lenin che non è stato mai attuale come oggi: è impossibile modificare la natura necessariamente aggressiva e socialmente ingiusta del capitalismo, ripulendolo e dandogli una mano di vernice democratica. Il capitale in crisi non lascia sopravvivere diritti. Si studia, studiano i figli delle classi subalterne, nelle fasi di espansione, nei momenti di crescita economica o quando, comunque, i margini di profitto chiedono pace sociale e un fantoccio di democrazia. E’ questione di accumulazione, ma anche di “gerarchie sociali“. La borghesia è nata da una rivoluzione vittoriosa, conosce perfettamente i meccanismi della storia e sa che probabilmente la riforma della scuola e dell’università costò l’Impero agli zar, perché produsse il personale politico del populismo russo e condusse all’ottobre rosso.
Di tutto questo non si parla, mentre il voto è imminente. Va di moda invece una bestemmia: l’offerta elettorale. Un modo per dire che il voto è sul mercato. Offerta. Te lo ripetono con arroganza liberista, mentre si spara a raffica sulla scuola di ogni ordine e grado, mentre si precarizza e si umilia il personale docente e ai giovani si lasciano briciole di istruzione che preannunciano l’avviamento al lavoro. Di educazione nel senso socratico del termine – quella che bada all’intelligenza critica e all’utonomia del pensiero – non parla più nessuno; Socrate non rientra nell’offerta elettorale. Ormai il linguaggio è così drammaticamente deformato, che “aprire” un discorso politico appare un non senso e non si trovano più le parole per porsi domande elementari. Tra Monti e Bersani, col codazzo di forze minori pronte a “dialogare“, quali diversi modelli sociali, quale concezione dei rapporti tra le classi e quale Stato? Per quanti sforzi tu faccia per capire, la sola differenza che cogli è veramente desolante. La banda dei tecnocrati propende per condizioni di predominio del capitale finanziario, senza mediazioni liberal-democratiche di stampo giolittiano, senza “idilli turatiani”, se parlando di Fassina o Vendola, si può scomodare Turati. Un’idea di destra elitaria, con quel che ne consegue in termini di autoritarismo, trasparenza e decisioni prese in modo anonimo nell’ombra impenetrabile di consigli d’amministrazione e controlli di banche alle banche. Un modello sociale che lascia impunito Montepaschi, conduce in Mali e produce F35. In quanto ai “politici”, ecco l’altro volto del capitale, quello più o meno industriale, in cui l’autorità diventa giocoforza azienda – il “sistema Italia” – e “comanda“, come i padroni del vapore che si son “fatti da sé” e possono sfidare le regole in nome dell’efficienza e della produttività. Una “democrazia autoritaria“, che pareva contraddizione in termini e s’è vista all’opera in un esordio nemmeno balbettante, mentre apriva coni d’ombra di natura diversa, senza evitarci la Libia, il Mali e gli F35.
A ben vedere, la borghesia, divisa, sperimenta percorsi differenti ma non lontani tra loro. Per dirla con Gramsci, è al bivio di un nuovo experimentum crucis: non sa dove andare, ma non vuole star ferma e si compatterà. Anche i lavoratori sono a un bivio cruciale: avanti così non si andrà a lungo. Occorre qualcosa che non sia “offerta“, qualcosa che sia analisi e discussione e provenga dal basso. Parole nette se ne sono dette: niente Mali, niente F35, nessun dialogo con le due destre. Si potrebbe firmare una cambiale in bianco, se un abbozzo di riflessione nei giorni che abbiamo davanti, per carità di patria e onestà intellettuale, consentisse di trasformare il generico e insufficiente appello a una “legalità” tutta “giudiziaria“, in una schietta categoria di sinistra: giustizia sociale. Allora sì che scuola e università sarebbero al sicuro. E con esse l’insieme delle conquiste che hanno fatto la nostra storia migliore.

Uscito su “Fuoriregistro” il 13 febbraio 2013  

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Ancora un palazzo del potere, ancora qualcosa che vola dalle sue finestre, ancora una “morte” che rimarrà impunita. Stavolta tocca direttamente alla democrazia. Qui da noi va così. Qui da noi dalla finestra della Questura a Milano volò a terra l’anarchico Pino Pinelli e Vincenzo Guida, il questore, spudoratamente ne infangò la memoria. S’era ucciso, sostenne, schiacciato dal peso delle prove che lo inchiodavano alla sua responsabilità per la strage di Piazza Fontana. Pinelli era stato partigiano e il questore fascista come fasciste erano le bombe di Milano. Sembra strano, ma è così: passato senza colpo ferire da Mussolini a Einaudi, aveva diretto la colonia penale di Ventotene dov’erano reclusi Pertini e Terracini. Sono storie di questori che andrebbero insegnate. Ma forse è proprio quello che non si vuole.
Qui da noi va così: fanno testo i questori, salvo smentita postuma degli storici tra cinquant’anni, quando probabilmente “scopriremo” e non servirà a nulla che gli ignobili lacrimogeni sparati dalle finestre di via Arenula, proprio sotto il naso dell’inconsapevole!? ministro Severino, sono l’esito previsto di un progetto studiato a tavolino dai teorici della “postdemocrazia”, accorsi al capezzale dell’agonizzante Repubblica democratica. Oggi no: oggi, contro l’evidenza, ha ragione l’ineffabile questore Della Rocca: «sono stati sparati “a parabola” non diretti sui manifestanti. La traiettoria è stata deviata perché hanno urtato sull’edificio». E c’è da giuraci: il ministro Cancellieri non pagherà col licenziamento la tragicomica tesi della “legittima difesa” tirata fuori per giustificare i soliti “servitori dello Stato” che ormai ammazzano di botte chiunque si azzardi a manifestare dissenso.
Qui da noi va così. Questo è un Paese in cui, in nome della legalità, Farini, presidente del Senato, cogliendo al volo l’occasione dell’attentato Acciarito, non esitò a scrivere al Presidente del Consiglio Rudinì che «l’Agenzia Stefani va diffondendo non esservi complotto: è male dico. Ottima cosa sarebbe la convinzione d’un complotto, per indurre questa società molle a difendersi». E poiché di queste cose non si vuole che si parli, ecco i colpi alla scuola e all’università. Ai Rudinì di ogni tempo occorre anzitutto un rassegnato “bestiame votante”. L’insegnamento della storia in libere istituzioni formative potrebbe di fatto complicare la via alla “postdemocrazia” di cui questo governo s’è fatto il portabandiera. E, guarda caso, è proprio su studenti e professori che i lacrimogeni volano clandestini dai palazzi del potere. Docenti e studenti per ragioni di forza maggiore, perché piegando la scuola e l’università si vuole spezzare il filo forte e decisivo della trasmissione della memoria storica.
Qui da noi va così. Qui da noi lo Statuto albertino escludeva lo stato d’assedio perché non riconosceva a un Esecutivo il diritto di sospendere la Costituzione, ma contro gli “scrupoli garantisti“, Crispi non esitò a proclamarlo per colpire il “reato politico” o, se si vuole, il dissenso e a chi, in nome della legge, si opponeva rispose che, «di fronte allo Statuto, c’è una legge eterna, la legge che impone di garantire l’esistenza delle nazioni». Di lì a poco, un potere che non riconosceva freni alla sua azione decorava di medaglia al valor militare un mascalzone in divisa che aveva sparato a raffica sulla folla inerme e condannava alla galera il mite Turati e Anna Kuliscioff, colpevoli di socialismo.
Qui da noi va così. Da noi qui c’è sempre un ’98 in agguato, da quando Mazzini s’è spento clandestino in patria sotto falso nome, inseguito da una condanna a morte in contumacia che nessuno mai cancellò, e Garibaldi morente non s’è liberato della  polizia che lo teneva d’occhio come un volgare malfattore. Qui da noi per gli ideali “rossi”, i lavoratori si son fatti secoli di galera prima e dopo la Resistenza e il reato politico è stato ed è terreno privilegiato di tutte le polizie, passate attraverso le varie epoche della nostra storia senza mai dar conto di sé al “popolo sovrano”. Dietro i questori che parlano a ruota libera e gestiscono la piazza fuori dalla regole, c’è una malintesa e deformata idea liberale che ha sempre partorito governi reazionari e non a caso in buona parte i liberali confluirono nel listone fascista. Quest’idea, che è tornata di moda assieme a un liberismo che pare articolo di fede, ce l’ha a morte con la formazione di massa. L’attacco che oggi si porta alla formazione con l’alibi dell’ordine pubblico risponde perfettamente alla filosofia del bastone e della carota enunciata impunemente dal ministro Profumo ed è anzi la spia più evidente e inquietante d’una idea liberale che non solo vive di paure irrazionali e falsi miti, ma periodicamente lascia emergere dal suo seno un elemento occulto di continuità con una vocazione autoritaria che da Crispi alla DC di Scelba, giù fino ai giorni di Genova e ai tecnici alla Monti è un dato ineliminabile della nostra storia.
Occorre dirselo e trovare al più presto una via d’uscita: qui l’ordine pubblico non c’entra veramente nulla. In discussione è ancora una volta la democrazia.

Uscito su “Fuoriregistro” il 16 novembre 2012 

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Immagino che la sera spegnerebbe il televisore con un moto di ripulsa sconfortata, subito dopo i titoli del Tg3, nella penombra del suo studio che non ho più rivisto. La sera ci sorprendeva inattesa, come accade di questi tempi, quando il sole d’un tratto si inclina veloce all’orizzonte, per sparire in un preludio di autunno che il caldo micidiale non potrà fermare. Non so che direbbe e, per quanto profonda, non c’è amicizia che consenta di dare la parola a chi non c’è più. Di “libera stampa“, Arfè s’intendeva come pochi e di cialtroni che vendono fumo la sera tra pubblico e privato non si stupiva più. E’ singolare, diceva, l’ambigua passione per i dettagli e il disinteresse voluto per i problemi concreti. E come dargli torto, se in questo disastrato settembre di borse crollate e di vite tagliate, la prima pagina, parlando di scuola, è toccata all’abbraccio tra Lupi e Gelmini? Vera o presunta, la “storica pace”, dopo gli scontri estivi, ha tenuto il campo e “fatto ombra” all’agonia reale della scuola. Il problema di chi ci governa non è, come sarebbe lecito aspettarsi, il crollo verticale degli investimenti che si somma al taglio indiscriminato di risorse per l’ordinario e ai milioni di euro dirottati dal pubblico al privato. Lupi, portavoce degli interessi oscuri di Comunione e Liberazione ce l’ha con Gelmini non perché ha falcidiato gli organici e licenziato persino banchi, lavagne e cattedre. Ce l’ha, perché assume 66 mila precari. La smorfia disgustata di Arfè la conosco così bene, che mi pare di vederla e mi torna in mente chiaro il suo richiamo alla Costituzione. Il dio dei socialisti onesti l’ha risparmiato, chiamandolo a far compagnia al suo Turati, mentre il diritto al lavoro, garantito dalla Costituzione, tocca nervi scoperti dei ciellini e, a dar retta a Lupi e compagni, in futuro sarà difficile diventare docente per chi oggi comincia l’ università. Chi abbia torto o ragione tra i due ras lombardi, per la povera gente, non conta un bel nulla. Tutto quello che c’è dietro gli attacchi violenti, le liti, gli abbracci e i patti di pacificazione è che ormai si governa così, tra guerre per bande che mettono diritto contro diritto, generazione contro generazione, bianco contro nero, lavoratore contro disoccupato. Il Paese si sfascia, la casa crolla e la Costituzione è cartastraccia, con buona pace di Napolitano che si occupa di guerre e manovre finanziarie, qui ammonendo, là invadendo il campo, sempre, ovunque e comunque, ignorando il Parlamento e la sofferenza della povera gente.
Non ho dubbi. Uno storico del valore di Arfè lo vedrebbe lucidamente: sono vere tutt’e due le cose. E’ vero che i precari hanno diritto al lavoro, non meno vero è che ai giovani spetta un futuro. E’ vero e nessuno dovrebbe poter scegliere tra diritti contrapposti. I diritti sono vita per le democrazie. Negarne uno, in nome di un altro, significa ferire a morte la civile convivenza e la giustizia sociale. Nessuno potrebbe, ma lo fanno e non si trova una via per poterli fermare. Tutto questo accade perché dopo la bancarotta del socialismo, il delirio neoliberista che ha causato il disastro, fa la diagnosi e suggerisce le cure velenose che intossicano sempre più un Paese sofferente e sconcertato. La scuola, quella vera e concreta, quella che Arfè amava e ch’era stata la vita di suo padre, la scuola fatta di ragazzi, famiglie, personale docente e non docente, già prima di Gelmini e Tremonti, con Berlinguer, Moratti e Fioroni, ha vissuto di stenti. Quando è arrivata Gelmini a fare da curatore fallimentare, una scuola su due risultava costruita in zone a rischio sismico e fuori norma, un numero impressionante di edifici scolastici era privo di agibilità statica e spesso anche di documentazione igienico-sanitaria; introvabili risultavano gli attestati di prevenzione incendi. Sono poi venuti a mancare gesso per lavagne, sapone nei bagni, asciugamani usa e getta e carta igienica, difficile s’è fatto l’accesso alle cassette per il pronto soccorso e non serve proseguire. Ce n’era quanto bastava per temere il collasso che i dati Inail sugli incidenti del 2008 mostravano incombente: 92.060 infortuni occorsi ai ragazzi (+1,6% rispetto al 2007) e 13.879 ai docenti (+1,8 per cento).
Qui più o meno si fermava la conoscenza diretta del problema quando Arfè se n’è andato. Su questo mare di guai, cancellato ogni principio didattico per far spazio ai conti della spesa, si inseriscono le classi pollaio, in spregio di ogni legale rapporto tra aule e alunni e il sacrificio degli insegnanti precari grida invano vendetta. Mentre i ragazzi iniziano tra le proteste, Lupi e Gelmini non trovano di meglio che puntare all’ennesima guerra tra poveri, per vincere scontri di potere che con la scuola non c’entrano nulla. La Costituzione, diceva Arfè, sarebbe un baluardo, ma più il tempo passa, più si indebolisce. Di mio, ci aggiungo solo che forse basterebbe organizzarsi dal basso e cominciare a dire dei no. No, noi questo non lo faremo. Ripugna alla coscienza e non è legale. Quante volte, a lezione da grandi storici, ho ascoltata l’amara considerazione: questo è un Paese in cui, durante il fascismo, dell’intero corpo docente, all’università, solo in dodici rifiutarono di giurare per Mussolini. “Fortunato quel paese che non ha bisogno di eroi, ha scritto Brecht. Gaetano Arfè, maestro d’altri tempi che se n’è andato il 13 settembre di quattro anni fa, intuendo dove andavamo a parare e guardandomi con disperata compassione, lucidamente corresse: “Io direi: fortunato quel paese che quando ha avuto bisogno di eroi li ha trovati, sventurato il paese che non sappia mantenersene degno“.

Uscito su “Fuoriregistro” il 13 settembre 2011

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