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Archive for aprile 2016

 

Voci sulla cittàVenerdì 29 aprile 2016, alle ore 18:30, a Napoli in Piazza Vanvitelli, sarà presentato il libro Voci sulla città: de Magistris e la Napoli da raccontare.

Sono in quindici, e ognuno ha raccontato la sua Napoli. Come è, come era e come sarà.

Voci sulla città – de Magistris e la Napoli da raccontare è un volume che raccoglie le testimonianze di chi ha accolto l’invito a raccontare, da diverse angolazioni, una città che ha ritrovato l’orgoglio e che vive, attualmente, un sentimento vivo di appartenenza e cura.

Un libro scritto a più mani, da Pino Aprile, Giuseppe Aragno, Arsenale K, Luigi Bartalini, Alessandra Clemente, Luca Dalisi, Rosaria De Cicco, Maurizio de Giovanni, Gaetano Di Vaio, Chiara Guidi, Giuseppe Ferraro, Antonio Massari, Sandro Ruotolo, Alex Zanotelli, Eleonora e Ruben e lo stesso Luigi de Magistris, che narra quali trasformazioni hanno contribuito al cambiamento di Napoli e su quali si deve ancora lavorare.

Interverranno

Sandro Ruotolo, Gaetano Di Vaio, Chiara Guida, Giuseppe Ferraro, Giuseppe Aragno, Rosaria de Cicco, Luigi Bartalini, Arsenale K.

Interventi musicali:

Riva
Pepp oh
Lello Petrarca
Marzouk Majeri- Fanfara Station

Modera

Anna Assumma (Giornalista)

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LiberiamociLunedì, 25 aprile, ho invitato con modi civili e a buon diritto la signora Valente a togliersi dai piedi, allontanandosi dal corteo in festa per una ricorrenza che non la riguarda. Sapevo bene che giornali e televisioni, famosi nel mondo per la loro indecente dipendenza dal potere politico, avrebbero montato il caso e penso che l’articolo fosse addirittura già pronto.
Non amo l’ipocrisia, soprattutto quando si presenta nei panni tragicomici di un obbligo che sa di ricatto: ma come, non prendi le distanze da tanta violenza? Non ho paura dei pennivendoli, dei trasformisti alla Gennaro Migliore e dei saputelli un po’ serpentelli in veste di saggi, che appestano la nostra vita pubblica. Alla loro domanda rispondo no e lo faccio serenamente, perché c’è un solo giudice cui riconosco il diritto di guastarmi il sonno: è la coscienza, che mi impedirebbe di seguire Migliore nel suo giro del mondo che, guarda caso, lo conduce sulle posizioni di Michele Serra, il quale non se ne duole e non si domanda com’è che si trova a viaggiare con simili compagni di strada.
No, non prendo le distanze da chi ha messo fuori dalla festa di un popolo libero l’esponente di un partito che fa del disprezzo per la legalità repubblicana il pilastro della sua pratica politica e frequenta più spesso gli uffici dei giudici istruttori, che le aule parlamentari. Mi guardo attorno piuttosto e mi confermo in una certezza amara: l’Italia è un Paese gravemente malato. Un Paese in cui violento è chi mette fuori da un corteo per la festa della Liberazione gli esponenti di un partito di non eletti, nominati e abusivi, entrati in Parlamento senza alcun mandato del popolo sovrano, grazie a una legge fuorilegge; gente che invece di dimettersi di fronte a una inappellabile sentenza della Consulta ha aggredito la Costituzione nata dalla Liberazione, per scriverne un’altra che ne confermi il potere e le riconosca una legittimità che non ha avuto dal popolo, unico titolare della sovranità repubblicana. E’ come se un ladro, colto in flagrante,  abolisse il furto dai reati previsti nel Codice Penale.
Di questo andazzo vergognoso, della deriva cilena di una democrazia che quotidianamente fa i conti con il manganello di forze dell’ordine ripetutamente, ma invano invitate dall’Europa a mettersi in regola e rendersi riconoscibili nelle piazze, di questa miseria morale di cui è garante il Pd, Serra, Migliore e le bande di sedicenti deputati e strapagati velinari non si scandalizzano. No, a questi signori pare violenza l’espulsione da un corteo e pare legale e normale l’assalto ai territori, l’avvelenamento dell’aria, dell’acqua e del suolo voluta da una banda di portoghesi delle Istituzioni, che hanno stravolto la vita democratica del Paese. E sono proprio loro, naturalmente , che si ergono a paladini di una provocatrice, venuta apposta al corteo per farsi cacciare, dopo che appena ventiquattro ore prima s’era accampata con un capobanda nella Prefettura, complice il Prefetto, per una riunione di partito.
Cosa sia stato il 25 aprile per questa gente non è facile capire. Sembra quasi si sia trattato di una cerimonia in smoking e abito da sera e non di lotta armata. In quanto allo “spirito del 25 aprile” che sarebbe incompatibile con il verbo “cacciare”, Serra e compagni fingono d’ignorare che si trattò proprio della “cacciata” dei nazisti e dei loro miserabili complici fascisti. Fingono, perché altrimenti dovrebbero spiegarci come fanno a mettere assieme il loro amore per l’antifascismo e la loro vicinanza vergognosa a chi si è preso i voti dei neo fascisti. Sia pure annacquati dal lavorio dei “liberali” come Croce, che votò la fiducia a Mussolini anche dopo  l’omicidio Matteotti, nei Comitati di Liberazione Nazionale, non ci furono amici dichiarati dei fascisti. Ci furono, sì, moderatissimi alla Serra e giravoltisti alla Migliore, ma di questo paghiamo ancora le conseguenze e si spera che stavolta si evitino gli infiltrati. A cominciare dalla Valente, che il suo campo ce l’ha e non è compatibile con quello di chi difende la Costituzione.

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Renzi, un capobandaVado a memoria, ma credo di non sbagliare se scrivo che la situazione è ormai da allarme rosso. Napoli ha bisogno di un fortissimo scatto di orgoglio della sua gente e di quella unità che ha mostrato sempre nelle sue ore difficili e pericolose. Bisogna trovarla, l’unità, perché in discussione c’è la sua dignità.

Nella storia della Repubblica non è mai accaduto. Per trovare un precedente simile, bisogna risalire al settembre del ‘43, all’Italia monarchica ridotta in ginocchio, all’occupazione dei tedeschi e al loro intento vile di sottomettere la città per dare un esempio feroce al Paese e ai loro titubanti alleati. Ieri come oggi il messaggio è chiaro e il pericolo evidente: chi si mette contro di me, non ha speranze. Per l’ennesima volta in un anno, Renzi, nei panni di Presidente del Consiglio dei Ministri, ha voluto presentarsi a Napoli senza recarsi nella sede del Comune, senza incontrare i rappresentanti eletti delle libere Istituzioni cittadine, senza confrontarsi con il popolo che pretende di governare. Con il disprezzo vile dei deboli, ha avvisato Prefettura e Questura, si è nascosto dietro cavalli di Frisia e uomini armati, sputando in faccia a una città civile, ricca di storia e cultura, calpestando la dignità dei suoi cittadini e le regole che impongono la collaborazione tra i rappresentanti delle Istituzioni.

Come i tedeschi filmavano le loro tragiche imprese, invitando la popolazione stremata a raccogliere gli avanzi dei loro saccheggi, così Renzi chiama le televisioni amiche o sottomesse per filmare le sue tristi apparizioni. A parte questo terribile esempio, un contegno simile non si è mai registrato. Garibaldi chiamò nel suo governo Liborio Romano, ministro dell’odiato Borbone, perché sentì che una rottura aperta coi napoletani sarebbe stato segno di un eccesso intollerabile persino per un conquistatore giunto in armi. Nessuno, nemmeno il peggiore dei gerarchi in orbace, si azzardò mai a utilizzare le istituzioni a fini personali e riunì le sue bande, senza tenere nel debito conto la dignità della città e dei suoi abitanti. Per quanto non eletto, un podestà fascista riceveva immancabilmente l’omaggio dell’ospite venuto da Roma e l’accoglieva nella sua città, perché nessuno, nemmeno i boia di Matteotti, Amendola, Gobetti e Rosselli, erano così arroganti da offendere la dignità di un popolo che pretendevano di governare. Non si permise di farlo Mussolini, accolto gelidamente dagli operai della città dopo l’omicidio Matteotti, qui, a Napoli, dove viveva ancora Aurelio Padovani, il suo rivale più acceso e il solo fascista che gli si pose davanti come un ostacolo serio sulla via del potere assoluto.

Ci voleva Renzi per assistere a questa vergogna che mira a condizionare il risultato di elezioni imminenti, offrendo al Paese questo spettacolo oltraggioso per la città e per i suoi cittadini. Renzi, il servo sciocco dell’Europa neoliberista, che calpesta le regole del gioco e non si limita a vendere fumo, ma svende il Paese agli interessi e agli uomini peggiori del capitale, come ha rivelato l’oscena faccenda Guidi. Ci voleva Renzi, un sedicente Presidente del Consiglio, per vedere all’opera un capobanda che riunisce i suoi nelle sedi istituzionali, alla vigilia di elezioni amministrative sempre più politiche.

La paura è cattiva consigliera. Probabilmente Renzi sa che a Napoli è iniziata la sua caduta e gioca la partita con le carte truccate e la pistola in tasca, qui minacciando, lì blandendo e ovunque parlando alla pancia della gente: chi vuole soldi e potere, racconta, voti Valente e li avrà.

Nessuno ha mai così apertamente violato la legalità repubblicana. E’ un ceffone così violento assestato in pieno viso alla capitale del Sud, che la sola risposta possibile, l’unica che possa salvare il futuro della città e la sua dignità, è quella che conduce a votare per De Magistris. Votarlo non solo perché il sindaco ha meritato ampiamente la conferma, ma perché l’odio di Renzi è diventato ad un tempo una minaccia mortale e la miglior garanzia del valore del nostro sindaco.

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realdemocracynowCi sono 4 milioni di italiani all’estero che non sanno nemmeno che c’è un referendum, ma peseranno sul quorum. Un’amica che lavora a Bruxelles poco fa mi diceva per telefono che c’è un forte malcontento. Quelli del PD, il partito di governo, dovrebbero avere la decenza di tacere. E’ una scelta del governo quella di tenere sottotraccia i referendum; ambasciatori e consoli ubbidiscono. Non si è mai vista una cosa di questo genere. Quattro milioni di votanti che non sanno nemmeno dove votare… E quelli del PD, sedicenti “democratici”, se la prendono con i Comuni per due o tre schede che non sono arrivate? Renzi è un uomo pericoloso.

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Ti si vede poco.
Sto scrivendo.
Cosa?
Un libro più o meno così

scansione0028Poiché anarchici nelle Quattro Giornate non ne trovi, la domanda è inevitabile: dopo Merlino, Malatesta e l‘Internazionale, tutto ciò che sopravvive a Napoli della fertile tradizione libertaria è il coraggio di Maria Bakunin? Basta poco per capire che è impossibile, purtroppo, però, se non «fanno folclore», non sono lazzari o bambini-soldato, più incoscienti che eroi, se non portano acqua al mulino del «vento del Nord», i protagonisti della Resistenza in Campania sono nomi in un elenco. Si sa se sono militari o civili, adulti o adolescenti, capi o gregari, ma è raro che emerga la fede politica. Se non si fosse prestata tanta attenzione agli scugnizzi, ci saremmo stupiti di piazze armate senza i militanti di un movimento così presente nella storia della città e così legato alla teoria e alla pratica dell’insurrezione. Un’assenza tanto più sospetta, quanto più chiaro è il timore di Badoglio, che lascia gli anarchici al confino finché può e a Napoli c’è il caso-limite di Roberto Sarno, liberato addirittura tre mesi dopo la caduta del fascismo, il 21 ottobre del ‘43.
Si prenda il caso di Tito Murolo, comandante del quartiere Vasto, che presidia una importante via di accesso alla città e ostacola gli spostamenti dei nazisti verso Poggioreale. Di lui si sa che è un civile, forse ferroviere, ma nessuno si avvede che è fratello del comunista Ezio Murolo, nemmeno chi ne conosce la storia e indica come dato caratteristico della rivolta la presenza di «famiglie partigiane». Eppure la vicenda di Ezio conduce a quella di Tito, come appare chiaro da questa lettera:

«Parigi, 19-11-1925 35, Rue de Varenne, Paris VII
“Un po’ di tutto” – Rivista Italiana Mensile diretta da Tito Murolo
Carissimo Ezio, non so spiegarmi questo tuo silenzio prolungato. Ti prego di farmi tenere subito tue nuove e dei nostri, che non si degnano di rispondermi. […] Le cose cominciano ad andare molto meglio. Ti ho scritto da Spa, Liegi e da Parigi,
In attesa ti abbraccio,
tuo aff.mo Tito».

Inconsapevoli, paradossali, ma preziosi custodi della memoria storica, gli archivi di polizia narrano la storia di due fratelli uniti dall’ostilità per il regime, benché su posizioni politiche diverse: Tito, infatti, giornalista e non ferroviere, è anarchico, mentre il fratello per la polizia è comunista, ma è evidente: entrambi portano nell’insurrezione la loro militanza antifascista e una consapevole visione politica del Paese da ricostruire. Del libertario, la polizia disegna un profilo buio:

«Murolo è di pessimi precedenti morali per i numerosi processi e le condanne subite per furto, appropriazione, prevaricazione, falso e diserzione in tempo di guerra, per la quale fu condannato all’ergastolo».

In realtà, furto e truffa sono montature ed è stato assolto: «il fatto non costituisce reato». In quanto alla diserzione, che un’amnistia cancella dopo la «grande guerra», è la scelta politica di una intera generazione di antimilitaristi. La condanna per appropriazione c’è stata: emessa all’estero, ha colpito un «immigrato sovversivo» in nome di una legalità di parte che ignora la giustizia sociale. Qui ognuno risolva con se stesso la questione del tempo: parliamo di ieri o di oggi? La verità, per stare ai fatti, è che la Questura vuole un «atto di comparizione per oziosi vagabondi e pregiudicati», che porti Murolo davanti alla Commissione per l’ammonizione e ne faccia una «persona pericolosa per la sicurezza dello Stato». Il problema del «tempo» stavolta non c’è: ieri come oggi, per questo genere di cose in polizia ci sono maestri e tra i magistrati non mancano servi ambiziosi e utili idioti.
Chi è Tito Murolo dal punto di vista del potere? Un autentico «nemico del nuovo ordine fascista»: ha dissipato «la quota patrimoniale assegnatagli dal padre, […] mena vita randagia e dissoluta» a spese del fratello e «non offre alcun affidamento». Su questa falsariga, la polizia tesse la trama di una vita: Murolo espatria in Francia nel 1922, da lì passa in Algeria, poi di nuovo in Francia e infine in Belgio. E’ il ritratto, falso ma verosimile, di un irrequieto che non si ferma mai, un asociale, «randagio» per scelta di vita più che per necessità. La realtà è che in Italia Murolo è atteso da fascisti e questurini e all’estero, per evitare espulsioni, gli occorrerebbero documenti, lavoro e una vita lontana dalla politica. Invece, dove si ferma, là nascono guai. E’ un giornalista, si arrangia, diventa cameriere avventizio, ma in Algeria l’accusano di «un complotto contro Sua Eccellenza il Capo del Governo», a Bruxelles lo segnalano per le sue idee anarchiche e persino l’amicizia con Arturo Labriola, che è stato sindaco, deputato e ministro, ma è antifascista, costituisce una pessima credenziale. Non ha sparato al Bataclan solo perché la polizia non legge il futuro.
Il 3 gennaio 1932 tenta di passare l’ennesimo confino per rientrare in Italia, ma a Bardonecchia lo arrestano e gli ritirano il passaporto. A Napoli l’aspettano l’ammonizione e una serie di guai con la giustizia, braccio armato di una dittatura che non dà pace ai «sovversivi». Quando, oppresso dalla sorveglianza, prova a rifarsi una vita a Imperia, gestendo un albergo con Maria Schaunir, la moglie berlinese, le cose gli vanno male, ma non s’arrende. Vende tutto, si improvvisa «produttore di ingrandimenti fotografici per conto di una ditta di Torino» e nel 1936 trova finalmente lavoro in una fabbrica di esplosivi, a Cosseria, nei dintorni di Savona. Ora sì, ora sembra ridotto alla ragione: non è iscritto al partito fascista, ma ha la tessera di un sindacato corporativo e si guarda bene dal manifestare dissenso. Potrebbe bastare, ma come nei nostri tempi agli uomini della lotta armata si fanno sconti di pena e condizioni carcerarie più umane solo in cambio del «pentimento», così i fascisti pretendono partecipazione attiva alla vita del regime. Non basta tacere, c’è da fare il pupo e applaudire nelle adunate, sicche gli storici diranno che c’era consenso. Murolo non lo fa. Il silenzio così sa di disprezzo e dà più fastidio di un manifesto antifascista. Fino al 1940 tra lui e il regime c’è una precaria pace armata, poi la guerra del duce riapre le ostilità e il Prefetto di Savona, un modello di fascista zelante, va per le spicce. Come si fa oggi con chi si ribella agli esportatori di democrazia, il Prefetto chiede a Mussolini che Murolo

«sia fatto licenziare subito dallo stabilimento e fatto allontanare anche da Cosseria con foglio di via obbligatorio per Caivano con diffida a non tornare più in […] zona. Considerati i pessimi precedenti che lo definiscono soggetto particolarmente  pericoloso, tenuto conto che non ha dato prove concrete di serio e sincero ravvedimento, il Murolo costituisce nell’attuale momento un serio e costante pericolo non solo per lo stabilimento “Ammonia e Derivati!” nel quale è occupato, ma anche per gli altri importanti stabilimenti ausiliari esistenti in questa zona».

Frequenta moschee, avrebbe scritto oggi che il tempo s’è fermato. Giunsero, come oggi giungono, un nuovo foglio di via e un nuovo rimpatrio. Anarchico o musulmano, però, non è la repressione che vince la partita e Murolo cacciò e caccerà i barbari durante le Quattro Giornate.

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cesare-bruto-cassio-e-recalcaltiNon votate.
Questo è l’invito rivolto agli italiani da Giorgio Napolitano.

Per cinquant’anni, quando si è trattato di ottenere un posto in Parlamento, quest’uomo i voti li ha chiesti e quello che è peggio, il giorno in cui non ne ha avuti e gli elettori lo hanno trombato, ha brigato, si è messo d’accordo con Ciampi e si è fatto nominare senatore a vita per meriti ignoti. Tranne il suo complice Ciampi, nessuno sa in che modo Napolitano abbia dato lustro alla patria.

Dalla nascita all’agonia che precede la morte della Repubblica, quest’uomo ha partecipato e partecipa alla vita pubblica in ruoli di comando e di responsabilità. Dalla posizione favorevole all’uso della forza nell’occupazione sovietica dell’Ungheria, ai bombardamenti che a tutti i costi ha voluto sulla Libia, dalle migliaia di morti sul lavoro, ai suicidi degli esodati, dei disoccupati e dei licenziati e via così fino alle stragi di migranti nel Mediterraneo, incalcolabile è il numero dei morti che ha causato direttamente o indirettamente. Se il Paese affonda, se intere generazioni di giovani non hanno futuro, se il sacrifico della vita dei nostri partigiani è diventato vano, quest’uomo è uno dei massimi responsabili della tragedia. Uno dei più colpevoli, tra quanti ci hanno governato. Giorgio Napolitano, che si è fatto nominare due volte Presidente della Repubblica, sta distruggendo la Costituzione che ha giurato di difendere.

Nemmeno il peggiore dei fascisti ha fatto al suo Paese così tanto male, quanto è riuscito a farne questo comunista rinnegato. Sono stato contrario alla violenza politica ai tempi delle BR, ma ho sempre riconosciuto le nobili ragioni di Bruto e Cassio, che la storia non ha mai potuto liquidare come volgari assassini. Quest’uomo non ha le qualità di Cesare, ma è stato ed è più pericoloso e ambizioso di lui. Purtroppo una Resistenza di popolo tarda a organizzarsi e GAP non ne esistono ancora, ma c’è poco da fare i moralisti, pacifisti e non violenti. Questo vecchio osceno è un traditore e come tale meriterebbe di essere trattato.

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sabrinaL’Italia neofascista,
l’italia razzista
l’Italia senza vergogna
l’Italia del Patto del Nazareno
l’Italia di Berlusconi e della Meloni
l’Italia di Renzi, Verdini, Alfano e Salvini
l’Italia di Boschi, di Guidi e degli affari loschi
l’Italia della Banca Etruria e di Bankitalia
l’Italia delle amebe “fedeli alla ditta”
l’Italia di Giorgio Napolitano
l’Italia che non va a votare
perché spera di poterti imbrogliare…
L’Italia

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