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Archive for maggio 2010

“Gerarchia” fu la rivista ufficiale del fascismo. Nella miseria morale e nell’indigenza culturale dello squadrismo diventato governo contribuì a creare la “mistica” fascista e il mito del duce. Mussolini la inaugurò il 25 gennaio del 1922 con l’articolo Breve preludio, in cui la retorica vuota di contenuti, preannunciava confusamente i caratteri di fondo della “civiltà fascista“, fondata su una “scala di valori umani, responsabilità, doveri, disciplina” che in nome dell’ordine costituito e dell’obbendienza cieca al “duce che ha sempre ragione“, cancellava i diritti e metteva al bando l’intelligenza critica. Oggi è facile vederlo. La tragedia dell’8 settembre del ’43 era già tutta in quel lontano gennaio del ’22.

Gerarchia e obbedienza sono gli sconcertanti concetti ispiratori della circolare di Marcello Limina, alto funzionario dell’Ufficio Scolastico Regionale dellM’Emilia Romagna che ha trovato in Maria Stella Gelmini, ministro della Repubblica nata dall’antifascismo, un solerte avvocato d’ufficio. La preoccupante circolare suscita da giorni le motivate preoccupazioni e le proteste degli insegnanti.

Mentre il governo tenta di mettere il bavaglio ai magistrati e i giornalisti sono costretti a difendere come possono la libertà dell’ informazione, com’era prevedibile, giunge l’attacco portato agli insegnanti. E’ bene dirlo chiaro e forte: quello che sta accadendo non ha precedenti e non è più tempo di mezze parole e pannicelli caldi. Limina e Gelmini sono tenuti a saperlo, maestri e maestre gliel’hanno insegnato: l’Italia è una Repubblica democratica. E’ il primo articolo dei “Principi Fondamentali” della nostra Costituzione e farebbero bene a ricordarsene perché fuori o, peggio ancora, contro questo principio, tutto ciò che si scrive, se non costituisce reato, è cartastraccia. Negli atti della Costituente quel noto sovversivo che risponde al nome di Amintore Fanfani, illustrando il principio all’Assemblea, usò parole che oggi sono prescrizione inderogabile per ogni cittadino della Repubblica, anche e soprattutto per i dirigenti degli uffici scolastici e i loro avvocati: “Nella nostra formulazione l’espressione democratica vuole indicare i caratteri tradizionali, i fondamenti di libertà e di uguaglianza, senza dei quali non è democrazia“. Sembrerebbe ovvio ma non lo è. La circolare recentemente firmata dal responsabile degli Uffici scolastici dell’Emilia Romagna dimostra che c’è ancora chi – come nel tragico ventennio fascista – ritiene che l’esercizio dei diritti, persino di quelli sanciti dai fondamentali principi della Costituzione, sia subordinato al capriccio delle gerarchie. Le cose non stanno così ed è anzi il contrario: è Limina a dover dar conto agli insegnanti di quello che ha scritto nella sua malaccorta circolare. L’uguaglianza dei cittadini produce infatti, in termini concreti, quello che, in senso epistemologico, si definisce “assioma“, vale a dire un principio assunto come vero in quanto è evidente e fa da punto di partenza di un contesto teorico di riferimento. Se Gelmini è libera di dire alla stampa ciò che pensa di scuola e di insegnanti, se Brunetta può definire pubblicamente fannulloni gli impiegati, gli insegnanti e gli impiegati possono dire alla stampa ciò che pensano del governo e della sua politica scolastica. Questa è in concreto l’uguaglianza nella democrazia repubblicana e non c’è circolare che tenga: chiunque, impiegato o no, può liberamente manifestare opinioni relative ai ministri di turno. Gli insegnanti possono, lo fanno e lo faranno, come io lo faccio, e non c’è legge che possa legittimamente impedirlo a meno di non dichiarare guerra alla democrazia, assumersi la responsabilità di violare la Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino e indurre i cittadini a esercitare il sacrosanto diritto/dovere alla resistenza all’oppressione.

E’ stupefacente che Marcello Limina e Maria Stella Gelmini, fingano d’ignorarlo. La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo e richiede l’adempimento dei doveri. E’ scritto nell’articolo due della Costituzione e non ci sono dubbi: è dovere primario di un ministro rispettare i diritti dei cittadini. Lo ricordava ai colleghi l’onorevole Ruini: la inscindibilità del binomio diritti-doveri “tipicamente mazziniano“, risale alla Rivoluzione francese – non è, quindi sessantottino – ed “è accolto da tutti, è ormai assiomatico“. Quando fu chiaro che il diritto di qualcuno è automaticamente dovere che hanno gli altri di rispettarlo, quando Giuseppe Dossetti puntualizzò che fosse da ritenere “assiomatico” che i diritti fondamentali delle persone sono vigenti anteriormente ad ogni concessione da parte dello Stato e, quindi, incoercibili, Marchesi – orribile a dirsi, un comunista! – ricordò che ci sono diritti insopprimibili che non sono riconosciuti esplicitamente dalla Costituzione, perché essa – tutti convennero – sottintende quelli storicamente preesistenti alla formazione dello Stato: vivere, muoveri, formarsi una famiglia, procreare, parlare. Parlare, sì. Parlare, checché ne pensino Limina e Gelmini. Parlare e, quindi, criticare sono un diritto naturale e incoercibile. Marchesi, sempre lui, il comunista, quasi temesse l’emergere dei Limina, trovò consenso unanime allorché, concordata una definizione giuridica – l’uomo è un “animale sociale“- ricordò che in ogni dovere è implicito un diritto: quello alla “libertà interiore, che non ci può essere data e tolta da nessun governo” in quanto “approdo supremo del proprio personale destino, che non può essere regolato né minacciato dalla legge“. Sono parole che Limina e il suo avvocato troveranno a pagina 38 degli Atti della Prima Sottocommissione dell’Assemblea Costituente. L’alba della Repubblica, dopo la tragedia di quel fascismo a cui tanti, troppi comportamenti e disegni di legge di questo governo sembrano volerci ricondurre. Primi fra tutti, quelli di natura odiosamente censoria che mirano apertamente a impedire o punire la manifestazione di dissenso.

Lo dico con la consapevolezza delle parole gravi e la serenità di chi è in pace con la coscienza: la misura è colma. Chi ha a cuore la democrazia – e ci contiamo a milioni – non può accettare senza reagire una involuzione autoritaria. E bene ha fatto la Cgil a chiedere il ritiro immediato della nota e le dimissioni del direttore dell’Ufficio scolastico regionale dell’Emilia Romagna.

Uscito su “Fuoriregistro” il 24 maggio 2010

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Prendo in prestito il bellissimo titolo di “Fuoriregistro” e contravvengo a una regola. Quando è nato, questo blog voleva essere un raccoglitore di parole e pensieri esclusivamente “miei“. Per una volta non sarà così e mi spiace che accada, perché solo un evento eccezionalmente drammatico poteva indurmi a farlo, e l’evento purtroppo s’è verificato. Pochi mesi mesi fa, con una manovra da “regime” e la protervia di chi sente di poter fare quel che vuole, Ferruccio De Bortoli prima mi ha dato gratuitamente dato del “negazionista“, s’è poi rifiutato di pubblicare la mia replica sottoscritta da alcune personalità di spicco della nostra vita culturale e politica, senza mostrare rispetto nemmeno per il nome e la storia di Gerardo Marotta. Oggi, la decisione di Maria Luisa Busi di “essere sollevata dalla mansione di conduttrice dell’edizione delle 20 del TG1” ripropone in termini molto più drammatici la questione della salute della democrazia in un Paese che scivola pericolosamente sulla china di un’avventura autoritaria. Le parole della Busi non richiedono commenti polemici o retorici. Meritano solo tutta la possibile solidarietà e quel “rispetto” cui la conduttrice fa riferimento nella coraggiosa lettera al direttore Minzolini che ritengo di pubblicare, perché, in un momento di evidente e dolorosa emergenza democratica, abbia la maggiore diffusione possibile e susciti finalmente l’indignata reazione di quanti, al di là delle divergenze politiche, hanno veramente a cuore il destino del nostro Paese. In quanto al Minzolini, ognuno ha la sua maniera di concepire la decenza, ma sarebbe ora che l’Ordine dei Giornalisti sanzionasse i suoi comportamenti. La “Carta dei Doveri” del giornalista è chiarissima: chi ha la responsabilità di “fare informazione” costituisce un delicato anello di congiunzione tra il fatto e la collettività, è lo strumento che consente ai cittadini di esercitare con cognizione di causa l’esercizio di quella sovranità che, non lo dico io, ma l’art. 1 della Costituzione, “appartiene al popolo”. La distorsione della realtà, l’occultamento delle notizie impedisce, di fatto, alla collettività un consapevole esercizio di questa prerogativa e inceppa il meccanismo democratico. E’ sotto gli occhi di tutti: Minzolini da tempo va assumendosi la  responsabilità gravissima di subordinare un ipmortantissimo strumento di informazione pubblica, qual è il TG che dirige, agli interessi del Governo. In discussione è la credibilità dell’informazione e la lettera della Busi non è solo coraggiosa. E’ la prova che Minzolini ha superato di gran lunga il segno e la misura. Non occorrono avvertimenti. E’ tempo di sospensioni e radiazioni.  

Caro direttore,

ti chiedo di essere sollevata dalla mansione di conduttrice dell’edizione delle 20 del TG1, essendosi determinata una situazione che non mi consente di svolgere questo compito senza pregiudizio per le mie convinzioni professionali. Questa è per me una scelta difficile, ma obbligata. Considero la linea editoriale che hai voluto imprimere al giornale una sorta di dirottamento, a causa del quale il TG1 rischia di schiantarsi contro una definitiva perdita di credibilità nei confronti dei telespettatori.

Come ha detto il presidente della Commissione di Vigilanza Rai Sergio Zavoli: ‘la più grande testata italiana, rinunciando alla sua tradizionale struttura, ha visto trasformare, insieme con la sua identità, parte dell’ascolto tradizionale’.

Amo questo giornale, dove lavoro da 21 anni. Perché è un grande giornale. È stato il giornale di Vespa, Frajese, Longhi, Morrione, Fava, Giuntella. Il giornale delle culture diverse, delle idee diverse. Le conteneva tutte, era questa la sua ricchezza. Era il loro giornale, il nostro giornale. Anche dei colleghi che hai rimosso dai loro incarichi e di molti altri qui dentro che sono stati emarginati. Questo è il giornale che ha sempre parlato a tutto il Paese. Il giornale degli italiani. Il giornale che ha dato voce a tutte le voci. Non è mai stato il giornale di una voce sola. Oggi l’informazione del TG1 è un’informazione parziale e di parte. Dov’è il paese reale? Dove sono le donne della vita reale? Quelle che devono aspettare mesi per una mammografia, se non possono pagarla? Quelle coi salari peggiori d’Europa, quelle che fanno fatica ogni giorno ad andare avanti perché negli asili nido non c’è posto per tutti i nostri figli? Devono farsi levare il sangue e morire per avere l’onore di un nostro titolo. E dove sono le donne e gli uomini che hanno perso il lavoro? Un milione di persone, dietro alle quali ci sono le loro famiglie. Dove sono i giovani, per la prima volta con un futuro peggiore dei padri? E i quarantenni ancora precari, a 800 euro al mese, che non possono comprare neanche un divano, figuriamoci mettere al mondo un figlio? E dove sono i cassintegrati dell’Alitalia? Che fine hanno fatto? E le centinaia di aziende che chiudono e gli imprenditori del Nord Est che si tolgono la vita perché falliti? Dov’è questa Italia che abbiamo il dovere di raccontare? Quell’Italia esiste. Ma il TG1 l’ha eliminata. Anche io compro la carta igienica per mia figlia che frequenta la prima elementare in una scuola pubblica. Ma la sera, nel TG1 delle 20, diamo spazio solo ai ministri Gelmini e Brunetta che presentano il nuovo grande progetto per la digitalizzazione della scuola, compreso di lavagna interattiva multimediale.

L’Italia che vive una drammatica crisi sociale è finita nel binario morto della nostra indifferenza. Schiacciata tra un’informazione di parte – un editoriale sulla giustizia, uno contro i pentiti di mafia, un altro sull’inchiesta di Trani nel quale hai affermato di non essere indagato, smentito dai fatti il giorno dopo – e l’infotainment quotidiano: da quante volte occorre lavarsi le mani ogni giorno, alla caccia al coccodrillo nel lago, alle mutande antiscippo. Una scelta editoriale con la quale stiamo arricchendo le sceneggiature dei programmi di satira e impoverendo la nostra reputazione di primo giornale del servizio pubblico della più importante azienda culturale del Paese. Oltre che i cittadini, ne fanno le spese tanti bravi colleghi che potrebbero dedicarsi con maggiore soddisfazione a ben altre inchieste di più alto profilo e interesse generale.

Un giornalista ha un unico strumento per difendere le proprie convinzioni professionali: levare al pezzo la propria firma. Un conduttore, una conduttrice, può soltanto levare la propria faccia, a questo punto. Nell’affidamento dei telespettatori è infatti al conduttore che viene ricollegata la notizia. È lui che ricopre primariamente il ruolo di garante del rapporto di fiducia che sussiste con i telespettatori.

I fatti dell’Aquila ne sono stata la prova. Quando centinaia di persone hanno inveito contro la troupe che guidavo al grido di ‘vergogna!’ e ‘scodinzolini!’, ho capito che quel rapporto di fiducia che ci ha sempre legato al nostro pubblico era davvero compromesso. È quello che accade quando si privilegia la comunicazione all’informazione, la propaganda alla verifica.

Ho fatto dell’onestà e della lealtà lo stile della mia vita e della mia professione. Dissentire non è tradire. Non rammento chi lo ha detto recentemente. Pertanto:

1) respingo l’accusa di avere avuto un comportamento scorretto. Le critiche che ho espresso pubblicamente – ricordo che si tratta di un mio diritto oltre che di un dovere essendo una consigliera della FNSI – le avevo già mosse anche nelle riunioni di sommario e a te, personalmente. Con spirito di leale collaborazione, pensando che in un lavoro come il nostro la circolazione delle idee e la pluralità delle opinioni costituisca un arricchimento. Per questo ho continuato a condurre in questi mesi. Ma è palese che non c’è più alcuno spazio per la dialettica democratica al TG1. Sono i tempi del pensiero unico. Chi non ci sta è fuori, prima o dopo.

2) Respingo l’accusa che mi è stata mossa di sputare nel piatto in cui mangio. Ricordo che la pietanza è quella di un semplice inviato, che chiede semplicemente che quel piatto contenga gli ingredienti giusti. Tutti e onesti. E tengo a precisare di avere sempre rifiutato compensi fuori dalla Rai, lautamente offerti dalle grandi aziende per i volti chiamati a presentare le loro conventions, ritenendo che un giornalista del servizio pubblico non debba trarre profitto dal proprio ruolo.

3) Respingo come offensive le affermazioni contenute nella tua lettera dopo l’intervista rilasciata a Repubblica, lettera nella quale hai sollecitato all’azienda un provvedimento disciplinare nei miei confronti: mi hai accusato di ‘danneggiare il giornale per cui lavoro’, con le mie dichiarazioni sui dati d’ascolto. I dati resi pubblici hanno confermato quelle dichiarazioni. Trovo inoltre paradossale la tua considerazione seguente: ‘il TG1 darà conto delle posizioni delle minoranze ma non stravolgerà i fatti in ossequio a campagne ideologiche’. Posso dirti che l’unica campagna a cui mi dedico è quella dove trascorro i week end con la famiglia. Spero tu possa dire altrettanto. Viceversa ho notato come non si sia levata una tua parola contro la violenta campagna diffamatoria che i quotidiani Il Giornale, Libero e il settimanale Panorama – anche utilizzando impropriamente corrispondenza aziendale a me diretta – hanno scatenato nei miei confronti in seguito alle mie critiche alla tua linea editoriale. Un attacco a orologeria: screditare subito chi dissente per indebolire la valenza delle sue affermazioni. Sono stata definita ‘tosa ciacolante – ragazza chiacchierona – cronista senza cronaca, editorialista senza editorialì’ e via di questo passo. Non è ciò che mi disse il Presidente Ciampi consegnandomi il Premio Saint Vincent di giornalismo, al Quirinale. A queste vigliaccate risponderà il mio legale.

Ma sappi che non è certo per questo che lascio la conduzione delle 20. Thomas Bernhard, in Antichi Maestri, scrive decine di volte una parola che amo molto: rispetto. Non di ammirazione viviamo, dice, ma è di rispetto che abbiamo bisogno.

Caro direttore, credo che occorra maggiore rispetto. Per le notizie, per il pubblico, per la verità. Quello che nutro per la storia del TG1, per la mia azienda, mi porta a questa decisione. Il rispetto per i telespettatori, nostri unici referenti. Dovremmo ricordarlo sempre. Anche tu ne avresti il dovere”.

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Occorre dare a Cesare, ciò che a Cesare si deve. Giorgio Israel, che non ritiene lesiva della sua dignità la collaborazione col ministro Gelmini, s’è offeso: gli hanno dato del “negazionista“. E’ accaduto anche a me e so che la parola può ferire profondamente. Mi auguro perciò con lui che “esistano ancora persone perbene capaci di tenersi alla larga da questo schifo“, ma prendo atto: abbiamo una diversa concezione dello “schifo” e non se l’abbia a male se civilmente gli ricordo che la vera saggezza insegna la prudenza e qualche volta è vero: “Chi ha colpa del suo mal pianga se stesso“.
Sia come sia, Israel non nega, e sostenerlo sarebbe mentire. Provoca, questo sì, fa il “cascatore” e, se trova lo sgambetto al limite dell’area, leva le braccia al cielo e invoca il … calcio di rigore. Questo sperava, utilizzando quel modello di giornalismo indipendente che è Il “Foglio” di Giuliano Ferrara, il matematico con l’hobby della didattica, su questo contava, quando s’è avventurato in una requisitoria sui disturbi specifici di apprendimento che, senza negare nulla, autorizza a preoccuparsi seriamente dello stato degli studi matematici nelle università del nostro Paese: uno sgambetto e il tuffo. Se cadendo s’è fatto male, certo, non fa piacere, ma si sa: sono gli incerti del mestiere.
Secoli fa” – scrive l’offeso professore con evidente nostalgia – “il calcolo mentale e l’arte della memoria erano considerati una virtù da coltivare intensamente. Oggi facciamo persino il conto della spesa sulla calcolatrice del cellulare e imparare le tabelline è opzionale“. Per evitare gli strali del neofita della didattica, occorrerà attrezzarsi: a scuola studieremo i conti lunghissimi dei supermercati, daremo il bando alle calcolatrici e, per esser certi di non sbagliare, pretenderemo tabelline a memoria tre volte al giorno per trenta volte trenta. Non dovesse bastare, il trenta diventerà sessanta e non è detto che finisca qui. Una certezza l’abbiamo: avremo così dei matematici valenti come il celebre “settecentesco Leonhard Euler“, in grado di “calcolare a mente uno sviluppo in serie fino al settimo termine” e fare, quindi, un mare di calcoli difficili, ricordando a memoria un’immensa quantità di risultati parziali. Tutto questo ci riuscirà facilmente con chiunque, quali che siano le capacità, i problemi e le difficoltà; la ricetta è sicura – garantisce Israel e bisogna credergli – bastano il conto del supermarket, l’eliminazione delle calcolatrici e le tabelline studiate a memoria. Come non bastasse, elimineremo la “discalculia“, la difficoltà di calcolo, che, sostiene Israel è “la componente evanescente” di un “disturbo scientificamente inconsistente” e, quel che più conta, “quasi sempre indotta da cattivo insegnamento“. Israel, quindi, non s’è mai sognato di negare decisamente, ha preferito tuffarsi in area e sperare gli andasse bene. Israel non nega nulla. Si limita a disegnare un quadro qualunquistico e grottesco degli insegnanti. Colpisce nel mucchio e, poiché non fa nomi, ripete con una punta di monotonia, che non offende nessuno. Se dico bestiario non offendo le bestie, sostiene arditamente il consulente della Gelmini, e si lascia andare alle sue acutissime descrizioni. Questa, per fare un esempio, è, per il correttissimo matematico, una indefinita “Scuola materna“. Tre personaggi. Un genitore muto, un ragazzino querulo che accusa, e una maestra stupida e ignorante. Nessun nome, come fa solitamente chi ha un cuore da leone.

Bambino: Maestra, Luca dice che 2 più 3 fa 5, io dico che fa 6. Chi ha ragione?
Maestra: Non dovete parlare di numeri !!
All’uscita dalla scuola:
Maestra al genitore: La avverto che il suo bambino parla sempre di numeri. Non si deve parlare di numeri prima della prima elementare. Assolutamente. È controproducente. In questa fase noi dobbiamo introdurre i bambini soltanto agli indicatori topologici, “davanti”, “dietro”, “sopra”, “sotto”, in modo che acquisiscano il senso della spazialità, assieme a quello della temporalità. Ma niente numeri, mi raccomando, nemmeno a casa!

E non va meglio proseguendo gli studi.

In una “Terza elementare” la maestra è demente, la botta fulminante:
Bambino: Maestra, è questa l’altezza di un trapezio?
Maestra: Ancora non dovete sapere cos’è l’altezza
“.

Israel è tutto qui, in queste sue scenette drammatiche e rivelatrici. Lui è l’alunno, lui la maestra, lui la scuola. Lui, lo scienziato convinto che la psicologia curi solo malati, il professore che pensa di conoscere il confine tra malattia biologica e malattia dell’animo.

Uscito su “Fuoriregistro” il 22 maggio 2010.

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Quest’intervento ha ormai sette anni. A rileggerlo la soddisfazione è amara: non avevi torto, ma a che serve saperlo? Meglio sarebbe stato il contrario e poter dire: tutto sbagliato, amico mio. Tutto dall’a alla zeta. Ma sbagliato non era. Bastava guardare. Dietro l’angolo era pronta una Gelmini.

Si grida da più parti che oggi, finalmente, dopo ottant’anni, la scuola può avviare un processo di riforma.
Sarò pignolo, ma mi attacco ai numeri, faccio conti aritmetici, quelli del pallottoliere, e mi sento spaesato. Ottant’anni indietro conducono al fascismo ed io, che mi avvio alla pensione, scopro con angoscia di essere stato senza accorgermene studente e insegnante di una scuola fascista.
Senza accorgermene. Mai, nemmeno una volta. Nemmeno quando i professori fascisti erano tutti a scuola per ragioni anagrafiche e per la generosità di vincitori che sono oggi sotto processo.
Anomalie della storia.
Inquieto, mi chiedo se per caso non sia frutto della mia incipiente confusione senile anche l’idea – peregrina a quanto pare – che io abbia insegnato nelle scuole dello Stato, quelle che Berlinguer ha proditoriamente liquidato – ne pagherà mai la colpa? – per fare spazio alle alchimie paritarie in barba alla Costituzione. Mi soccorrono, per fortuna, carte inoppugnabili. La deprecata burocrazia me le ha donate in trentadue anni di servizio e mi conforto: le scuole dello Stato sono esistite ed io ci ho studiato e lavorato. Ho sperato, lo ammetto, che migliorassero, ma non avrei mai pensato di vivere così a lungo da vederle morire. Ed ecco, improvviso, mi sorge ancora un dubbio. vuoi vedere, mi chiedo, che dopo ottant’anni, siamo punto e daccapo e ci propinano di nuovo una scuola fascista?
Pignolo come sono leggo, m’informo, mi metto a comparare – la vecchia scuola questo me l’ha insegnato – e mi accorgo di sbagliare: la scuola fascista era un capolavoro rispetto a quella che è nata. Formava bene poche persone, era dichiaratamente di classe, aveva degli ideali – non a caso l’aveva pensata Gentile – e la diceva tutta e sino in fondo la verità: la democrazia è un tragico errore. Intestategli le piazza a Gentile, se vi pare, ma la pensava così e lo diceva.
Oggi è diverso.
Oggi, che il fascismo non c’è ma il governo ignora il Parlamento scippandolo delle sue competenze, oggi come la mettiamo? Questo, mi chiedo, mentre quel diabolico ragionare critico che mi ha accompagnato negli anni in cui ero studente e non mi ha più lasciato – ecco i danni irrimediabili fatti dalla scuola statale repubblicana giustamente assassinata da sinistra e da destra – il ragionare diabolico mi pone la domanda che non so soffocare: ma dov’era il Parlamento pochi anni fa, quando la scuola si poteva affondare, le guerre non erano guerre, i pacifisti erano degli inguaribili sognatori rompiscatole che intasavano la via per Assisi, i no global si potevano impunemente massacrare a Napoli col calcio del fucile e le giberne, anticipando le sparatorie di Genova, dov’era quando la Costituzione s’era fatta vecchia e bisognava cambiarla con la Bicamerale?
Mi rispondo con una promessa – ci penserò seriamente e mi darò risposte precise – e vado avanti. Oggi, dicevo, come la mettiamo? Altro che scandalose assenze alle votazioni parlamentari! Peggio, assai peggio abbiamo fatto quando c’eravamo ed era come se non ci fossimo: eravamo muti, sordi e ciechi.
Accade quello che – ahimè – qualche fastidiosa Cassandra aveva previsto. Siamo a questo: chi discute apre il “dibattito ideologico”. Ed eccolo di nuovo il diavoletto fastidioso che ho appena messo a tacere. Eccolo tornare alla carica – fanno bene a chiuderla la scuola dello Stato se non vogliono tra i piedi rompiscatole che pensano – e domandare impertinente: e chi l’ha inventato questo non senso, mi chiede a bruciapelo, chi? Quelli che oggi firmano la riforma o chi l’ha avviata partendo da presupposti non meno pericolosi? Per non rispondere avventatamente faccio nuove promesse di serie riflessioni e mi affretto a concludere.
A che serve fare appello alla vecchia coscienza di militante? Ne ho fin sopra i capelli delle mezze verità e da buon sindacalista so che l’arte del compromesso consiste nel disegnare profili compatibili con gli obiettivi per cui firmi un accordo. Dopo di che fai i conti con i tuoi principi etici e tiri le somme.
D’accordo, torno al tema, e le tiro le somme. Ora, si capisce, i nuovi riformisti si augurano che il MIUR avverta come sia decisivo per la riforma realizzare una vera autonomia. Bisognava aspettarselo. Bisognava che se lo aspettasse chi improvvido e frettoloso l’ha voluta l’autonomia che vediamo operante ogni giorno, in balia delle convulsioni, senza soldi, col federalismo che sfonda, con i Dirigenti niente scuola e solo azienda.
E chi l’ha voluta per favore? Chi e perché? domanda incorreggibile il solito ragionare critico e lo caccio via.
La riforma che fa rimpiangere Gentile ora c’è e facciamoci i conti.
Che faremo noi docenti? Fino a che punto potremo e vorremo spingerci per tentare di difendere i bisogni reali degli studenti? Chi e cosa abbiamo alle spalle? La Costituzione è ancora un baluardo attorno a cui arroccarsi?
C’è qualcuno che pensi di chiederlo con la necessaria urgenza al Presidente della Repubblica?

Uscito su “Fuoriregistro” il 10 marzo del 2003

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Per naturale modestia, Belpietro nega, ma lo sa bene e ne va giustamente orgoglioso: “Libero” e il suo direttore sono la punta di diamante della difesa mediatica allestita dai Berlusconi. Nulla di strano perciò se, in uno dei ripetuti giorni che segnano a lutto la vita della Repubblica come cupi rintocchi d’una campana a morto, il suo “Libero” titoli assai poco liberalmente: “Sconfitta la linea laicista: Contrordine, ora il voto di religione vale in pagella“.
Telesio Interlenghi, che impazzò nel Ventennio, non avrebbe saputo far meglio e il merito va riconosciuto. La parola “laicista” si studia d’inventar fazioni, sottintende fanatismi ideologici e fobie integraliste del tutto estranei al valore e al significato di “laico“, che, viceversa, si pone per sua natura sopra le parti e non vuol dire solo autonomia dall’autorità ecclesiastica, ma pari distanza da ogni verità di fede e rifiuto di qualsivoglia rigidità ideologica. Laico è il pensiero scientifico anche di colui che crede in una qualche divinità, laica è la fertile necessità del dubbio, laica la consapevolezza che ogni certezza è per sua natura incerta e ha carattere puramente soggettivo. Ognuna delle mie certezze, ammessa che io ne abbia, è veramente e solamente mia e non c’è maggior affronto alla libertà del pensiero che una certezza imposta agli incerti, un dubbio soffocato in chi dubita, una fede che pretenda di essere verità dimostrata. Laicisti, quindi, sono propriamente Belpietro e l’avvocato Gelmini che cantano vittoria perché il voto di religione entrerà a scuola nel computo dei crediti, evitando così – qui al fanatismo rischia di sommarsi l’inganno – che gli “unici ad essere discriminati” siano “i ragazzi che frequentano l’ora di religione“.
Mai come in questo caso il privilegio e la discriminazione sono figli di una scelta del governo che, tagliando i fondi necessari, impedisce ai tanti studenti che non hanno bisogno di religione di svolgere le attività alternative previste dalla legge. Anche questo è scritto nella decisione del Consiglio di Stato, ma Belpietro si guarda bene dal dirlo. Secondo la migliore tradizione della disinformazione, di cui Interlenghi fu maestro, il suo giornale, che si tiene in piedi grazie ai soldi dei Berlusconi, volutamente ignora che in Italia – Gelmini dovrebbe saperlo – tutti i cittadini, anche quelli di fede maomettana, sono uguali davanti alla legge e non c’è nessun obbligo di credere in Dio. .
La verità, è che il pensiero laico qui non c’entra nulla. Trionfano, invece, l’integralismo, una concezione autoritaria della politica e una visione discriminatoria della formazione.
Con buona pace di “Libero” e del liberissimo Belpietro.

Uscito su “Fuoriregistro” il 14 maggio 2010

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Una linea sottile sulla fronte larga e stempiata. Null’altro. La terribile tempesta del dubbio era tutta lì, a guardarla da fuori: una ruga che segnava la pelle. Federico era un uomo ancora giovanile, due occhi di un intenso verde acquamarina, un sorriso dolce sulle labbra sottili e nessuna inquietudine nel disegno armonioso del naso greco.
Sicuro, certo, sicurissimo, Lina, e, per favore, non pensare che la sicurezza e il dubbio siano davvero così alternativi da essere incompatibili. Non pensarlo, ti prego. Sai volare più alto.
Lina sprofondò le belle mani inquiete nelle larghe tasche del suo camicie bianco e sussurrò in un respiro:
Nei patti che ci hanno unito, quando questa pazzia è cominciata, c’era anche questo, ricordi? Uno sarà il dubbio dell’altra anche quando la certezza apparirà non solo ragionevole, ma sostenuta dalle prove di laboratorio possibili in queste condizioni.
Mentre poggiava la schiena sul muro, se ne rese conto e sospirò. Era stanchissima, Lina, e uno specchio le avrebbe restituito di sé l’immagine dei giorni bui: il viso troppo lungo, il naso lievemente aguzzo, gli occhi, solitamente fulminanti, sicuramente lenti e spenti, le labbra carnose, ma serrate in una smorfia e in testa – non c’era bisogno di specchio – in testa quell’idea parassita del sogno: “Sto dormendo, dormo… tra poco mi sveglio di soprassalto e tutto cambia. Sto dormendo, dormo, sto solo sognando…
Federico la conosceva così bene ormai che seppe leggerle il pensiero dietro l’inerzia insolita delle pupille:
E smettila di pensare che sogni, smettila di fuggire o tentare di evadere…
Smettila di dubitare, lo interruppe Lina con la voce spezzata dall’ansia. Questo vorresti. Che smettessi di dubitare per non dover a tua svolta tornare a porti domande cui non trovi risposte. Lascia dormire per una volta la ragione, tu mi dici, riconosci che sei impotente. Non saremo mai certi, mai, se non metteremo alla prova la nostra scienza. E’ questo che vuoi?
Federico ebbe un moto di stizza e per un attimo sembrò meno giovanile e sereno. Levò lo sguardo dalle carte che aveva continuato a studiare mentre Lina parlava, si tenne dentro la rabbia e replicò apparentemente calmo:
Sono io che decido, lo sai.
Giochi solo d’azzardo – sibilò la donna guardandolo di sbieco, con gli occhi improvvisamente stretti e taglienti. Nella voce, però, non c’era disprezzo. – Non ti racconto perché siamo ormai a questo. Conosci ogni cosa meglio di me.
Certo che so, la interruppe Federico scostando la lampada accesa nella penombra del laboratorio. Come tu sai che stavolta la scelta è assolutamente obbligata.
Un po’ di tempo, Federico, un poco forse ne avremmo ancora…
Non faremo in due giorni quello che in tanti non hanno potuto o saputo fare in due secoli.
Quando sfiorò con la punta dell’indice il piccolo monitor che aveva davanti, Lina si arrese.
Non ci hanno lasciato scelta, esclamò disperata.
Federico non rispose. Non c’era più nulla da dire. Il pianeta disseminato di scorie nucleari andava incontro al suo destino. Non c’era più nulla da dire e non c’era più tempo, le scorie stavano distruggendo ogni involucro protettivo. Due secoli prima, la sicurezza mai matematica di una scienza orgogliosa fino all’arroganza, sollecitata per giunta da interessi economici e oscure questioni politiche, aveva ritenuto d’avallare la scelta d’una nuova energia nucleare. Studiosi di ogni tendenza, Federico e Lina del tempo, s’erano scontrati in un dibattito che aveva fatalmente assunto i caratteri ideologici di contrapposte crociate. Erano tempi in cui la più terribile ideologia consisteva nell’odio per le ideologie e non c’era stato scampo: s’era smarrita la consapevolezza che la terra non è un laboratorio e l’umanità non può essere ridotta a cavia. Ciò che soprattutto s’era persa era la consapevolezza d’un rischio inaccettabile: scaricare sugli ignari pronipoti il peso d’un egoismo miope e miserabile. Due secoli dopo, la storia si ripeteva al contrario. I due scienziati potevano litigare, ma non avevano scelta. Due giorni ancora e sarebbe finita per sempre.
Federico si preparò a dare le ultime disposizioni. Non c’era panico attorno. Solo rassegnazione. E fu Lina a rompere un silenzio che le pesava come una lastra di piombo.
Non so chi abbia ragione, Federico, tu con la tua certezza dubbiosa, io con i miei dubbi incerti. Lo vedremo tra poco. Prima, però, dimmi cosa pensi: se andrà bene, la smetteremo di mentire a noi stessi?
La linea sottile sulla fronte larga e stempiata di Federico si approfondì lievemente e un velo offuscò i suoi occhi più verdi del mare.

La foto è tratta da Mimmo Iodice, Uno sguardo da Capodimonte,Transiti.
Uscito su “Fuoriregistro” il 12 maggio 2010.

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Mentre il sogno dell’Europa dei popoli immaginata da Altiero Spinelli, degenera in un incubo fatto di banche, banchieri, borse e capitali e c’è da chiedersi perché un greco dovrebbe sentirsi cittadino europeo, una lucidissima legge di Darwin può aiutarci a capire di dove nasca la barbarie che ci cresce in casa.
Nella lotta per l’esistenza, un elemento comune associa specie tra loro lontane, sicché l’erba è vitale per la locusta quanto per i cavalli. Nella ferocia dello scontro, tuttavia, nulla è più raggelante d’una dipendenza che riguardi specie appartenenti allo stesso genere. Tra diverse qualità di frumento sapientemente affidate ai solchi d’uno stesso terreno, una sola produrrà col passare degli anni le sue pannocchie. Il clima, la fecondità, la capacità di adattamento garantiranno la procreazione a una sola qualità di frumento e condanneranno le altre all’estinzione. A mettere assieme varietà diverse di parassiti della stessa specie, come le sanguisughe officinali, ne nasce una lotta disperata per la vita e la morte e una sola alla fine risulta padrona del campo. Le altre sono uccise e talvolta la separazione è il solo elemento di salvezza. Il buon contadino sa che un gruppo misto di varietà anche profondamente affini, come piselli di ogni colore, richiede raccolti separati e semi mescolati in proporzioni equlibrate.
Nella lotta per l’esistenza, più vicine sono le specie, più comune è il genere di provenienza, più si somigliano le abitudini e la struttura, più aspra è la lotta. Benché vi assuma i connotati più barbari e più lontani dalle leggi della selezione naturale, la lotta per l’esistenza tra le specie umane non è causata da profonde differenze di genere, di etnie o di modelli culturali, come ci si vuol far credere da un po’, tornando a concezioni irrazionalistiche delle scienze naturali e di quelle umane. Diversamente da ogni altra specie, l’uomo non si contenta di possedere cibo e spazio vitale, ma tende a sottrarre l’uno e l’altro a ogni varietà della sua specie. Unendosi, per sancire separazioni decise dalla prepotenza e garantirsi la sopravvivenza, gli uomini costituiscono gruppi minoritari che si impadroniscono delle risorse e dei mezzi di produzione e formano così classi privilegiate che tendono a instaurare rapporti parassitari nei confronti di vasti gruppi “parassitati“.
Fin quando è possibile, le classi dominanti impongono il proprio dominio ed esercitano una vera e propria “selezione della specie“, attraverso il controllo del potere politico e l’espressione di una cultura dominante che richiede il possesso pieno delle istituzioni educative e la soppressione della libertà intellettuale. Se le classi “parassitate” rivendicano diritti, quelle “parassite” che detengono il potere politico scatenano un violentissimo apparato repressivo, legittimato dalla legalizzazione della “legge del più forte“. La teoria del libero mercato, l’espressione più compiuta del meccanismo parassitario, garantisce il dominio di classe e sostituisce alla selezione naturale “sana” della lotta per la sopravvivenza la ferocia ingiustificata del controllo dei processi economici. Il licenziamento e la disoccupazione sono gli strumenti “pacifici” con cui i ceti parassiti si impongono a quelli parassitati non per distruggerli, ché da soli non potrebbero vivere, ma per ridurli a “riserva alimentare”, come una vera e propria tenia sociale. Quando questi strumenti non bastano, ci sono le forze armate e la cancellazione delle libertà, prima tra tutte quella d’insegnamento,
Dietro la cosiddetta “riforma Gelmini“, col suo naturale codiclllo di guerra tra poveri e intolleranza razziale, col suo “tetto” di alunni stranieri e miracolose “graduatorie regionali“, dietro i bambini messi a pane e acqua e il separatismo travestito da federalismo propugnato da Cota, Bricolo e Berlusconi, non c’è altro che questo: la volontà d’imporre un rinnovato dominio di classe. Per noi lavoratori intellettuali, valgono ancora, anzi, hanno oggi più valore di ieri, le parole di Albert Einstein: “Facciamo dunque tutti appello alle nostre forze. Non stanchiamoci di restare costantemente in guardia, affinché in seguito non si possa dire della cerchia degli intellettuali di questo paese: hanno ceduto pavidamente e senza lottare l’eredità che avevano ricevuto dai loro predecessori, un’eredità di cui non si sono rivelati degni“.
Teniamole presenti, queste parole, e ricordiamo: se è vero che il parassita ha un bisogno vitale del “parassitato“, non è vero il contrario. Forse non accadrà, forse c’è spazio ancora per la mediazione di quel “saggio contadino” che chiamiamo politica, forse Lombroso non ha già sostituito Darwin negli strumenti della disinformazione di massa e non arriveremo al “muro contro muro” come il dramma greco e la dilagante barbarie leghista fanno temere. Dovesse accadere, è bene pensarci per tempo, perché Lenin ha ragione, “senza teoria rivoluzionaria non esiste movimento rivoluzionario“, ma i lavoratori della formazione sanno che l’insegnamento nella scuola statale è, per sua natura, rivoluzionario e lo sa benissimo la Gelmini che, non a caso, contro la scuola scatena la pesantissima offensiva del governo. Il lavoro della scuola non produce, come vorrebbero Gelmini e soci, una “standardizzazione” della volontà collettiva, non è riduzione dell’autonomia critica delle masse alle leggi del pensiero unico. La scuola, per usare le parole con cui Che Guevara defini la rivoluzione, “è esattamente tutto il contrario, è liberatrice della capacità individuale dell’uomo“.
In quanto tale, scuola è rivoluzione ed è naturale che la reazione ormai ci spari addosso. Il fatto è che non ci sono fucili che ammazzano le idee.

Uscito su “Fuoriregistro” il 6 maggio 2010

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