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Archive for gennaio 2018

La stampa alla scoperta di “Potere al Popolo”…

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ImmagineNAPOLI per la CAMERA ha 4 collegi UNINOMINALI.
NAPOLI – San Carlo Arena (+ Vomero, Arenella, Piscinola, Miano). Candidato Giuseppe Aragno
NAPOLI – Ponticelli (+ San Giovanni, zona industriale, Barra, Vicaria, Poggioreale, Ponticeli, San Pietro a Patierno, Secondigliano, Scampia). Candidata Barbara Pierro
NAPOLI – Fuorigrotta (+Chiaiano, Pianura, Soccavo, Fuorigrotta, Bagnoli). Salvatore Cosentino – Candidato Potere al Popolo Napoli
NAPOLI – San Lorenzo (+Posillipo, Chiaia, Pendino, Porto, San Giuseppe, San Lorenzo, Montecalvario, Avvocata, Stella). Candidata Chiara Capretti.

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Potere al popoloDovrei ringraziare Antonio Polito e il “Corriere del Mezzogiorno”. Nessuno finora ha saputo farmi una propaganda così efficace. Non ci credete? E allora leggete:

“Napoli, mettiamoci nei panni di un elettore del Vomero. Nessuno potrebbe distinguere tra Paolo Siani e il resto dei candidati Pd. Quel voto contribuirà anche a consegnare un seggio ereditario a Piero De Luca, il figlio di Vincenzo, e gli assicurerà pure una scorta nella persona di Franco Alfieri, capo dello staff del padre del figlio e “uomo delle fritture di pesce”

Paolo Siani, dimostrando una precoce abilità politica, ha risposto qualche giorno fa alle mie obiezioni sulla sua candidatura dalle colonne di questo giornale, e lo ha fatto con tanto fervore che poco ci mancava mi chiedesse anche il voto. Esercito il mio diritto elettorale a Roma, e dunque non sono nelle condizioni di aiutarlo. Ma devo confessare che se anche il mio seggio fosse al Vomero, cioè nel collegio dove lui è candidato per il Pd all’uninominale, avrei molti e seri problemi ad apporre la mia croce sul suo nome. E non per sfiducia o disistima nei suoi confronti (ne abbiamo già parlato la scorsa settimana), ma per la semplice ragione che votando lui non voterei solo lui ma anche molte altre persone che non credo lo meritino. Vale la pena spiegare questo mio dubbio ai lettori non perché sia di qualche interesse come voto, ma perché il caso Siani-Vomero è illuminante del peggior difetto della legge elettorale che sperimentiamo tra un mese per la prima volta, e anche del modo davvero misero in cui i partiti l’hanno interpretata scegliendo i candidati. Nessun elettore del Vomero infatti, neanche se lo volesse, potrebbe distinguere tra Siani e il resto dei candidati del Pd. Non è come per le elezioni comunali, dove si può votare da un lato per un sindaco e dall’altro per un simbolo. Anzi, non solo il voto non è disgiunto, ma è così strettamente collegato che i voti che prende Siani vanno in parte anche a coloro che il vertice del Pd, nella notte dei lunghi coltelli a Roma, ha deciso debbano essere eletti nei collegi plurinominali, dove vige il sistema della lista bloccata, e non è l’elettore ma il capo partito a scegliere chi andrà a Montecitorio o a Palazzo Madama.
Allargando il cerchio, si potrebbe dire che un pezzettino di ogni voto che andrà al pediatra Siani e al suo impegno civile servirà anche a riportare in Parlamento per esempio Valeria Valente, la candidata sindaca sconfitta nella cui lista erano stati inseriti a loro insaputa degli ignari cittadini, e che condusse il Pd in città al minimo storico dell’11%. O che quel voto contribuirà a consegnare un seggio ereditario a Piero De Luca, il figlio di Vincenzo, e gli assicurerà pure una scorta nella persona di Franco Alfieri, capo dello staff del padre del figlio e destinatario del celebre speech della frittura di pesce , vera e propria summa della concezione clientelare della politica (peraltro ininfluente, visto che per quante fritture di pesce abbia poi Alfieri realmente offerto agli elettori, nelle terre di De Luca il referendum il Pd lo perse come nel resto d’Italia).
Oddio, a dire il vero se fossi un elettore del Vomero avrei molti problemi anche a votare per i candidati degli altri maggiori partiti, chiunque essi siano. Dando il mio consenso a quello di centrodestra, infatti, potrei rendermi responsabile di contribuire all’elezione in Parlamento di Giggino ’a purpetta Cesaro, notabile della peggiore politica meridionale, per giunta indagato insieme al figlio per una storia di voto di scambio, tipo io ti faccio un favore e tu mi porti trenta voti certificati. Scusate, ma non fa per me (la sua candidatura è ancora sub judice, non ci resta che sperare in un motu proprio del pontefice di Arcore che lo escluda).
Ci sarebbero i Cinque Stelle, sento già qualcuno obiettare. Chi? Quelli che, mutuando i metodi della Romania comunista o dell’Iran degli ayatollah, si tengono per una settimana in una stanza segreta i risultati delle consultazioni tra i loro militanti, non dicendo nemmeno quanti voti ha preso chi, e poi fanno uscire liste rivedute e corrette nelle quali il nuovo boss, il Di Maio candidato a Pomigliano, ha depennato e aggiunto a piacimento, e poi dice pure che da loro i candidati li scelgono gli elettori con la democrazia diretta?Voi potreste chiedermi: «E allora come te la cavi tu, elettore del Vomero, se vuoi rispettare l’appello di Mattarella ad andare comunque alle urne?». Vi potrei rispondere solo parafrasando Totò: «E che sono del Vomero io?»”.
Antonio Polito

Polito non è del Vomero. Se lo fosse, dopo questa efficace demolizione di Siani e soci, non potrebbe che aggiungere: “a questo punto l’unico candidato da votare è Giuseppe Aragno di “Potere al Popolo”. Lui, infatti, con questo fango non c’entra assolutamente nulla.

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Un ormai lontano 27 gennaio nelle parole scritte per Fuoriregistro.  Anche la critica alla “memoria di Stato” è ormai memoria e mi piace poter dire a me stesso che non modificherei di una virgola ciò che scrissi. Avevo e ho di Napolitano una pessima opinione e di ministri come Mastella conservo immutato il disgusto più profondo.

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Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica grazie al voto di deputati che nessuno ha mai eletto – i precedenti di questo Parlamento vanno cercati nella Camera dei Fasci e delle Corporazioni – s’è nominato paladino ritardatario della Shoa e difensore d’ufficio del sionismo. Va bene così. Ho fondati motivi per temere che non durerà ancora molto, ma per il momento ognuno è libero di esprimere le sue opinioni e ne approfitto per ricordare a Napolitano come, grazie all’amnistia firmata da Palmiro Togliatti, segretario del suo partito politico, la stragrande maggioranza degli italiani responsabili dell’Olocausto l’hanno fatta franca. Non so se ne ha memoria, ma mi creda, persino i firmatari del “Manifesto degli scienziati razzisti“, pubblicato in pompa magna sul “Giornale d’Italia” il 14 luglio 1938, transitarono senza difficoltà dalle cattedre delle università fasciste a quelle repubblicane. Sabato Visco c’era ancora nel 1963, Eduardo Zavattari nel 1958, Nicola Pende nel 1955.
E qui mi fermerei per carità di patria, se il Presidente non ci avesse intimato di dimenticare le responsabilità del sionismo e non fossi preso dal timore di dover imparare ad esaltare o rifiutare “ope legis“, così come per legge si va ormai decidendo quello che occorre ricordare o dimenticare. Le mie opinioni politiche riguardano la mia coscienza e sono vincolate solo dalla legalità costituzionale che tutela la libertà di espressione del pensiero e quella d’insegnamento. La mia generazione non ha atteso il 2006 per esprimere la sua condanna irrevocabile delle aggressioni sovietiche: quando Napolitano e molti altri tacevano io e tanti come me, che oggi ritengono assolutamente inaccettabile il martirio della Palestina, facemmo sentire la nostra voce e uscimmo dal Pci. Oggi come allora, alta e libera deve poter salire la nostra protesta per Beirut massacrata, la Palestina martirizzata, per Guantanamo torturata e per tutto ciò che sarà domani la memoria di oggi. Il male non si combatte calendario alla mano, nei giorni deputati all’uso pubblico della storia. Il ministro Mastella faccia le leggi che vuole – leggi erano pure quelle fasciste – ma chi è abituato a star zitto quando conviene, non ci ridurrà a pecore obbedienti e non otterrà di farci tacere criminalizzandoci e minacciandoci.
Fosse vivo oggi Primo Levi – l’ha ucciso la repellenza per l’ipocrisia – ripeterebbe ciò che disse anni fa, di fronte al Libano massacrato, a un giornalista che chiedeva: “Qual è la lacerazione più profonda che provano oggi gli ebrei davanti a quello che accade in Libano?“. La lacerazione, egli rispose, “è tra l’immagine che ci eravamo costruiti dello Stato d’Israele (e cioè di essere il paese oasi, il paese della ricostruzione della nazione ebraica) e, invece, la nuova evoluzione, in senso militarista, in senso larvatamente fascista. Si trattava di ridare un centro non solo geografico, ma anche culturale, all’ebraismo mondiale. Adesso stiamo assistendo al prevalere delle istanze nazionaliste in senso aggressivo“.[1]. Che farebbe Mastella? Ne chiederebbe l’arresto? E che senso hanno di fronte ad un uomo di tale statura, di fronte alla sua tragica testimonianza, le parole del Presidente della Repubblica?
Lo dico apertamente: non vorrei essere nei panni degli storici che verranno. Cosa potranno dire di noi, a cosa si appiglieranno per giustificare la vergogna in cui sprofondiamo? Quando avranno di fronte le leggi dei nostri Parlamenti, le dichiarazioni dei nostri politici, le cronache dei nostri giornali in questi primi anni del nuovo secolo, si chiederanno invano dove sia finita l’intelligenza critica della nostra gente. Alla fine della guerra libica Salvemini ebbe lucidamente a domandarsi: “Non esistevano, dunque, in Italia studiosi seri e coscienziosi? Che cosa facevano gli insegnanti universitari di geografia, di storia, di letterature classiche, di diritto internazionale, di cose orientali? Credettero anch’essi alle frottole dei giornali? E se non ci credettero, perché lasciarono che il paese fosse ingannato? Oppure considerarono la faccenda come del tutto indifferente per la loro olimpica serenità?“.[2] Non fece a tempo a cercare risposte: seguirono a ruota la “Grande guerra” e il fascismo.

Note

1) Primo Levi, “La Repubblica”, 28 giugno 1982
2) Gaetano Salvemini in AA. VV., Come siamo andati in Libia, La Voce, Firenze 1914, p. X.

Da Fuoriregistro, 27 gennaio 2007

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Cava Memoria

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CopertinaCara/o concittadina/o,
sono candidato alla Camera nel tuo Collegio uninominale, ma tu non lo sai. Non leggi il mio nome sui giornali, non mi vedi e molto probabilmente non mi vedrai mai apparire in televisione. Per i prossimi quaranta giorni ti costringeranno ad ascoltare politici che chiedono voti. Gli stessi di sempre. Con un’incredibile faccia tosta ripeteranno le loro eterne promesse e ti racconteranno la favola del “cambiamento”, del milione di posti sicuri, di nuovi ospedali, di una scuola efficiente e di una università gratuita. Per quaranta giorni ti parleranno del paradiso terrestre poi, finite le elezioni, tutto sarà com’è e quelli che oggi litigano e se ne dicono di tutti i colori torneranno amici.
Probabilmente ti sto raccontando cose che conosci meglio di me. Tu sai bene che per la politica noi ormai non esistiamo, siamo tutt’al più dei numeri, delle percentuali. Tu sai, come me, che noi facciamo parte del “bestiame votante”. Quelli che si tengono buoni solo per portarli più facilmente al macello.
Non ci conosciamo, dicevo, e sembra vero: non ci siamo mai stretti la mano e non abbiamo mai parlato anche se viviamo nella stessa città, nello stesso quartiere, nella stessa strada. Eppure, credimi, chiunque tu sia, molto probabilmente noi viviamo gli stessi problemi. Ogni giorno più seri e più assillanti. E se per caso e per fortuna non dobbiamo fare i conti con la fame, la disoccupazione e la precarietà, se abbiamo una famiglia e possiamo mantenerla, ci tormenta la preoccupazione per il futuro dei figli e dei nipoti.
Che tu sia un’operaia appena licenziata, un infermiere precario che lavora giorno e notte, una ex-insegnante che sopravvive con la pensione minima, un disoccupato che ha smesso di cercare lavoro per disperazione, una laureata che il lavoro non l’ha mai cercato perché sa che non ce n’è, un barbiere che ha appena dovuto licenziare l’apprendista per non chiudere bottega, chiunque tu sia, io e te ci conosciamo. Noi condividiamo difficoltà, paura e frustrazione e sappiamo cos’è l’ansia per un futuro sempre più incerto.
Mentre tutto questo ci accade ogni giorno, in televisione i soliti volti, gli uomini dei partiti che ci hanno trascinato in questa situazione disperata, ci dicono che sanno come risolvere i nostri problemi. La verità è che i veri responsabili di questo sfascio sono proprio loro e perciò se ne devono andare. Assieme, io e te, dobbiamo mandarli via.
In una lettera necessariamente breve, io e i miei compagni non possiamo spiegarti perché abbiamo deciso di affrontare questa battaglia, ma non lo farà per noi il circo mediatico, che purtroppo è in mano a chi comanda.
Se vuoi affidare il tuo futuro al “meno peggio” o addirittura pensi di non votare, perché non ti senti rappresentato, prova a capire chi sono e cosa ho da proporti. Io sono certo di potere portare in Parlamento la tua voce, di poterti rappresentare e di poter finalmente restituire alla politica dopo decenni quella dignità che ormai non ha più.
Per incontrarci, scrivimi a questo indirizzo mail garagno.pap@yhaoo.it o chiamami al numero 3512665595 (se non rispondo subito, lo farò in giornata).

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Giuseppe Aragno
Candidato Alla Camera
Collegio Napoli 3

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CopertinaL’ultimo capolavoro di Minniti, uomo di punta del PD e quindi sostenitore di Paolo Siani, è la battaglia delle “notizie false”, che fa tornare alla mente il Minculpop del famigerato Ventennio. Eppure, se esistono verità false, costruite scientificamente su un insieme di fatti inventati o decisamente deformati, una mistificazione che immerge il cittadino in una dimensione virtuale  estranea alla realtà, bene, di questa mistificazione Minniti è parte integrante.
Recentemente l’Onu, per esempio, scioccato dalle violenze e dagli abusi commessi in Libia pur di fermare gli sventurati in fuga dall’Africa, ha definito disumani gli accordi voluti da Minniti, ministro più o meno fascista. In Italia però l’informazione non la fa l’ONU ma una stampa tra le meno libere dell’Occidente. Una stampa che infatti non ci racconta Minniti come il carnefice libico dei migranti, ma come l’uomo di Stato che ha drasticamente ridotto gli sbarchi. A quale prezzo noi non dobbiamo saperlo, come nulla seppero i nostri nonni dei gas utilizzati in Etiopia contro le truppe nemiche e contro la popolazione, colpendo paesi, bestiame e acque di laghi e fiumi
Se il progetto autoritario dovesse riuscire, avremmo di nuovo una verità di Stato di cui sarebbero garanti le autorità di polizia. La fascistizzazione del Paese prosegue a passo spedito, quindi, ma Paolo Siani, il democratico galantuomo candidato dal PD di Minniti per ripulire l’immagine di un partito impresentabile, su questo tema tace. E non c’è dubbio: chi tace acconsente.

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