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Archive for aprile 2013

giornalebord[1]Primo Maggio. Un tempo bastava la parola ad evocare un mondo: l’esposizione universale a Parigi, le mille società dei lavoratori che acquistavano coscienza di sé, discutevano di diritti da conquistare, modalità di lotta, coscienza di classe e cultura operaia. Da alcuni anni tutto questo sembra svanito nel nulla. Nessuno ricorda e il Primo ha perso il suo significato profondo. E’ stato giorno di lotta e non di rado di lutto, ma in questo tempo senz’anima e senza storia s’è ridotto al “concertone” romano ed è ormai una strana festa del lavoro: senza lavoro, senza memoria e senza verità. Quante scuole quest’anno hanno ricordato l’uno maggio del 1947, festeggiato a Portella della Ginestra, nel pianoro che si stende tra San Cipirello, San Giuseppe Jato e Piana degli Albanesi? Chi le ricorderà domani le migliaia di persone raccolte attorno alle bandiere rosse, e i sogni, le speranze della neonata repubblica stroncati sul nascere dal fuoco aperto sui contadini inermi? Chi li ricorderà i morti e i feriti fatti dai padroni quel giorno?
I libri di storia soffrono ormai di preoccupanti vuoti memoria, confusi e generici si son fatti i programmi di studio e ci si può giurare: nel trionfo apologetico della bontà dei “datori di lavoro”, quando se andrà via la generazione dell’ormai lontano Sessantotto, si perderà persino la memoria di un’antica tradizione della zona. A Portella della Ginestra, infatti, i lavoratori si adunavano in festa per il Primo Maggio fin dai giorni entusiasti e terribili dei Fasci siciliani, quando Nicola Barbato, apostolo del primo socialismo, parlava ai contadini, ritto in piedi su una roccia che diverrà poi il “sasso di Barbato“. L’antico organizzatore sindacale pagò col carcere dell’Italia liberale la sua passione socialista, ma non fu mai cancellato dalla memoria popolare, come accade oggi, mentre un nuovo regime autoritari cancella la storia del movimento operaio e chi si ostina a parlarne o è un patetico nostalgico o, peggio ancora, un pericoloso sovversivo comunista. Presto purtroppo nessuno ricorderà che, caduto il fascismo, non solo quell’antica tradizione era stata ripresa, ma il primo maggio del 1947 i contadini si riunirono nel pianoro per festeggiare, assieme alla festa del lavoro, la sinistra vittoriosa sul fronte padronale, guidato dalla Democrazia Cristiana, alle prime elezioni regionali che si erano tenute il 20 aprile, dopo una campagna elettorale segnata dalla crescente violenza mafiosa. I segnali di trame occulte, intese inconfessabili, rapporti oscuri tra politica e malavita organizzata, che conducono difilato ai processi in corso sulle connivenze tra Stato e mafia, erano chiari sin da quei giorni lontani: Il 4 gennaio, infatti, era stato ucciso Accursio Miraglia, dirigente del PCI e animatore delle lotte contadine; di lì a poco, il 17 gennaio, era caduto il comunista Pietro Macchiarella e nei Cantieri Navali di Palermo erano stati impunemente esplosi colpi d’arma da fuoco. S’era votato in un clima così minaccioso, che ai comizi noti esponente della mafia avevano potuto pubblicamente minacciare gli elettori.
I fermati non furono mai arrestati, si escluse subito l’intreccio politica-mafia e le indagini si concentrarono sulla banda Giuliano. Il quadro dell’inchiesta diventò ben presto quello tipico della storia della repubblica quando in discussione sono state e sono le relazioni tra malavita organizzata e colletti bianchi. Indagini chiuse rapidamente, omissioni, perizie balistiche inesistenti, vittime sepolte senza autopsia, attenzione rivolta ai killer. Ai mandanti non pensa nessuno e gli imputati si riducono al “bandito” Salvatore Giuliano – un ex agente dei servizi segreti di Salò – e gli uomini della sua banda. Cinque anni dopo la “giustizia” si ferma lì: ergastolo per Giuliano, al quale s’era intanto chiusa la bocca per sempre dopo un conflitto a fuoco, e per gli undici componenti della sua banda.
Fu chiaro a tutti, anche ai giudici, che lo scrissero nella sentenza: la strage intendeva colpire i comunisti, impegnati nelle aspre lotte per i diritti dei contadini; i giudici facevano cenno a una forma di “supplenza”: i “banditi”, di fatto, avevano operato come una sorta di “polizia di riserva”. Ciò che non poteva consentirsi lo Stato al servizio dei padroni, era stato compiuto dai mafiosi.
Il Primo maggio del 1947 non è solo la prova storica che una sinistra vera è ugualmente pericolosa per gli interessi dei padroni e delle cosche mafiose, ma ricorda a chi vuole capire che il padronato ha sempre remato contro l’Italia nata così come vollero gli antifascisti. Se il Paese avesse memoria storica e coscienza di se stesso, sentirebbe fino in fondo la violenza che sta subendo dal governo Letta. Un governo che ignora il risultato delle urne, rivendica pubblicamente la sua collocazione storica nell’area che fu della DC, pilastro, con Scelba, della reazione antifascista, e di fatto, riconduce indietro le lancette della storia. Questa memoria non c’è. La scuola è stata piegata, l’università è in ginocchio e manca un’autentica sinistra di classe. O si trova modi di organizzarla rapidamente contro questa sorta di golpe o è bene dirselo chiaro: crisi della finanza e crisi della democrazia sono ormai un treno che procede spedito sullo stesso binario. Alla prima sosta, attende paziente, ma minaccioso, il fascismo del nuovo millennio.

Uscito su “Fuoriregistro” l’1 maggio 2013 e su “Liberazione.it” il 2 maggio 2013 col titolo Passato e presente. Un terribile primo maggio 

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Dopo Milano e il Palazzo di Giustizia assalito con furia giacobina come fosse la Bastiglia, anche Roma è caduta. Il Parlamento è in mano a una destra autentica e alla sua dozzinale imitazione di sinistra. Qualcuno domani titolerà che l’Italia ha un nuovo governo e molti, ingenui, speranzosi o compromessi col potere, andranno a cercare nel nome dei ministri la dignità delle Istituzioni violate. Si può esserne certi purtroppo: chi ama la scuola troverà nei molti e prestigiosi titoli della ministra dell’Istruzione, professoressa Maria Chiara Carrozza, ragioni di speranza che Profumo, Rossi Doria e Ugolini non potevano offrire e per un po’ molti lavoratori traditi sogneranno di certo impossibili miglioramenti, solo perché tra i ministri non troveranno più la tragica figura della Fornero. La verità però è diversa e veramente amara: nonostante l’aperto rifiuto manifestato dagli elettori, oggi un Parlamento commissariato ha votato la fiducia a un nuovo governo Monti. Identica maggioranza, coincidenti priorità – anzitutto i mercati, poi l’umanità dolente in lotta con la disperazione – e una legittimità democratica ancora più impalpabile.
Dovendo spiegare agli elettori increduli il voto di fiducia del PD che tradiva l’esplicito mandato elettorale, l’on. Roberto Speranza non ha saputo trovar di meglio che un distorto pensiero di Don Milani. “A che serve avere le mani pulite se le teniamo in tasca?“, ha chiesto infatti, con incredibile faccia tosta ai deputati del Movimento 5 Stelle; poi, senza alcuna vergogna, paragonando Aldo Moro ed Enrico Berlinguer a Berlusconi e Letta, ha sostenuto senza esitare che il “nuovo” governo è ciò che serve e che chiede il Paese. Un assioma, una sorta di verità di fede che non ha bisogno di dimostrazione. Avesse potuto rispondergli, Don Milani, improvvidamente chiamato in causa, gli avrebbe di sicuro opposto con la sua proverbiale franchezza una scomoda verità: coloro che troppo spesso appello alla fede, la ricordano a se stessi prima che agli altri e la “reggono con le unghie e coi denti […] sono interiormente rosi dal timore che non sia proprio vero ciò che dicono“. In quanto a un governo nato come nasce quello votato dell’on. Speranza, da buon maestro, Don Milani avrebbe ricordato al neoministro Carrozza che gente che ama la scuola in quel governo che difende i privilegi di classe non doveva entrarci, perché “il mondo dei ricchi non si deve amare” e “sono trecent’anni precisi che la famiglia secolarmente analfabeta […] mantiene agli studi la famiglia secolarmente universitaria del signorino“.
C’è poco da cavillare in politichese. I filosofi del “momento eccezionale“, i sacerdoti dell’eterna “emergenza“, gli utopisti della “svolta“, che promettono la rivoluzione però tengono d’occhio i “mercati“, non convincono più nemmeno se stessi. E’ inutile perciò che l’on. Speranza si attacchi a Don Milani: Berlusconi non è Aldo Moro e questo è l’ennesimo governo del signorino.

Uscito su “Fuoriregistro” il 29 aprile 2013

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C’è un’appassionata corsa alla “scoperta” dei ministri. Chi sono, che hanno fatto, che pensano… Capisco il bisogno di informare, mentre è in corso la più capillare campagna di disinformazione della storia della repubblica, ma a me sembra chiaro che chi sono non conta nulla. Potrebbero essere il meglio che passa il convento, non cambierebbe nulla. Il problema è il convento. Mettete insieme, se vi riesce, il meglio che esiste in fatto di orchestrali, affidateli al miglior direttore d’orchestra che si possa immaginare, poi fate pure l’esperimento. Portate il maestro e i musicisti al San Carlo o alla Scala e organizzate il concerto con un’opera da tre soldi, che ha le note stonate messe a casaccio sul pentagramma da un compositore che non ha genio e qualità. Voi credete davvero che ne verrà fuori una rappresentazione degna di essere ascoltata?
Questo governo è nato da una forzatura indecente della Costituzione. E’ figlio di elezioni politiche tradite, è nato per fare il contrario di ciò che la gente ha chiesto col voto e ha sulle spalle il sospetto fondato di un miserabile colpo si Stato. Cosa volete che possano contare i ministri e la loro qualità?
Questo governo è figlio dei poteri forti, un’orchestra costruita apposta per stonare. Non importa chi sono i ministri che ne fanno parte. Quello che conta è rovesciarlo.

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Ha torto Napolitano. L’orrore per gli “accordi” tra forze politiche inconciliabili non solo è del tutto comprensibile, ma ha radici profonde nella storia della repubblica e riguarda direttamente la vicenda della parte politica in cui ha militato per buona parte della sua vita. Di quell’orrore di cui egli si fa giudice sprezzante, la sua carriera e le sue scelte di dirigente sono, a ben vedere, una delle cause non secondarie.

Per quanto m’è dato sapere, non se n’è mai scritto o parlato. L’ho scoperto da un po’, cercando il “volto politico” delle Quattro Giornate di Napoli, che furono davvero l’inizio della Resistenza, con cui condividono pagine eroiche e domande che attendono invano risposte. Non so se avrò forze e vita per proseguire le mie ricerche e giungere a raccontare in un libro il mondo che sto scoprendo, ma ho promesso a me stesso di non sprecare tempo. Intanto, come s’usa fare talora ai dotti convegni, voglio annunciare qui i primi risultati della mia appassionante ricerca.

Un valoroso partigiano, Edoardo Pansini, che aveva preso parte all’insurrezione col figlio Adolfo, studente di architettura caduto al Vomero, armi in pugno, negli scontri sanguinosi coi tedeschi alla Masseria Pezzalonga, lo aveva sostenuto subito, sin dal dicembre del 1943: nell’Italia dilaniata dalla guerra, non c’erano “liberatori”. C’era un popolo che aveva ritrovato se stesso e la sua dignità e lottava per un mondo migliore. Lo diceva chiaro, Eduardo Pansini, in un discorso che avrebbe voluto leggere alla radio e finì invece censurato dagli “alleati” assieme al “Cimento”, una sua rivista soppressa dai fascisti, tornata in vita subito dopo la rivolta e prontamente “silenziata” dagli anglo-americani. Già perseguitato politico durante il fascismo, poche settimane dopo le Quattro Giornate, di cui era stato protagonista, nell’indifferenza di buona parte della sinistra, che non aveva “orrore” per le “intese” con forze politiche incompatibili, il Pansini finì addirittura in manette, arrestato da quei carabinieri che, nonostante il sacrificio di alcuni tra loro – l’eroico Salvo D’Acquisto, il manipolo di militi fucilato dopo la strenua difesa della Centrale telefonica – non vennero meno alla loro tradizionale fedeltà al padrone di turno.

Repubblicano di formazione mazziniana, Edoardo Pansini, che aveva visto il figlio sacrificare la sua giovane vita agli ideali cui egli l’aveva educato, non si piegò ai compromessi con la monarchia, non accettò gli accordi tra partiti incompatibili, i cavilli legali cui si attaccava con successo il futuro Presidente della Repubblica, Enrico De Nicola, difendendo in Tribunale e nella battaglia politica gli esponenti del regime; egli pagò con una spietata cancellazione dalla storia il suo rifiuto della “larga intesa” e il tentativo di proseguire la lotta iniziata con le Quattro Giornate, per stanare i gerarchi impuniti e impedire che si riciclassero all’ombra degli anglo-americani, della Democrazia Cristiana e di parte della rinascente sinistra, che si mostrò subito più papalina del papa. Quella sinistra che, intesa dopo intesa, disfatta dopo disfatta, uomini come Napolitano hanno prima snaturato, poi condotto all’estinzione assieme alla Costituzione, esempio nobile di compromesso che, non a caso, il “nuovo” Presidente ha barattato con il fatale marciume di intese così “larghe”, da mettere assieme la politica nobile e quella ignobile, nella nebbia di una retorica nazionale che assolve persino chi, corrotto, corrompe.

Nessuno ci ha fatto mai caso, ma il figlio di Pansini, ucciso in combattimento, non fu decorato. Si preferì confermare la ricostruzione americana e la prima, nobile pagina della Resistenza fu ridotta così alla rivolta degli “scugnizzi”. Eppure non si trattava di un caduto senza storia o di un “eroe per caso”. Appena ventunenne, il giovane studente di architettura, era un antifascista conosciuto dalla polizia politica perché anni prima, dopo aver organizzato un gruppo di giovani cospiratori, era stato scoperto, aveva subito un processo ed era stato in carcere per quasi un anno. Non uno “scugnizzo”, quindi, ma un valoroso militante dell’Italia che nasceva. All’epoca Giorgio Napolitano, più o meno coetaneo di Adolfo Pansini, si dilettava a fare il critico teatrale nel gruppo universitario fascista, collaborava con il settimanale “IX maggio” e faceva la fronda, civettando molto prudentemente con alcuni antifascisti. Lì forse, all’università, fermo a metà del guado tra fascismo e antifascismo, in attesa che giovani come Pansini decidessero il corso della Storia e dessero la vita perché nascesse la Repubblica che oggi presiede, Napolitano sperimentava per la prima volta la sua dottrina delle “larghe intese”.

Perché Pansini non fu proposto per la decorazione? Perché guastava il “quadro” della città di plebe che si rivolta solo per disperazione? E perché gli altri capi delle rivolta prima non protestarono e poi non hanno mai raccontato? Forse perché la scelta della “continuità dello Stato” e la prima “larga intesa” non lo consentivano? Per quanto mi riguarda, più scavo nel passato e più mi pare di capire perché l’ombra lunga del “compromesso” giunge fino ai giorni nostri. Nel passato negato o taciuto c’è molto probabilmente la spiegazione profonda della  sconfitta di oggi. Nella lettura di ciò che sta accadendo alla repubblica c’è un equivoco di fondo. Napolitano non è, come i lascia credere, l’inevitabile figlio della crisi. No. Lui e molti dei suoi sedicenti “compagni” ne sono evidentemente i naturali e legittimi genitori.

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Certo, chi si aspettava i carri armati e l’assalto aereo al Quirinale, come accadde in Cile col palazzo della Moneda, penserà che è tutto normale: questa è solo una grave crisi delle Istituzioni. Io penso che al di là della forma, nella sostanza le cose stiano in modo diverse e la faccenda sia molto più grave di quello che si voglia credere. Lo dico timoroso delle mie parole, ma intimamente convinto di quello che scrivo: in un Parlamento paralizzato, incapace di eleggere il Capo dello Stato, sottomesso a un governo caduto e resuscitato senza fiducia delle Camere, il pellegrinaggio al colle del Quirinale contiene in sé tutti gli elementi che definiscono oggi un moderno colpo di Stato. Cadiamo, anche questo va detto, come meritiamo: incapaci di occupare le piazze e disporci a quadrato a difesa della libertà e dei diritti. Non un gruppo che organizzi la protesta su Facebook, non un cellulare che chiami a raccolta. Inerti di fronte al nemico. Traditori di noi stessi, noi tutti lo confermiamo: ognuno, si dice, è artefice del proprio destino. 

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clip_image002Oggi la prima presentazione, alle 18 presso il Circolo della Stampa di Trieste (Corso Italia 13), con la partecipazione di Ljubo Susic e di Alessandra Kersevan. Altre seguiranno.  Leggete questa nota dell’ottima Claudia, poi, acquistatelo di corsa: si chiama La “Banda Collotti”. Storia di un corpo di repressione al confine orientale d’Italia, ed. Kappavu. Claudia Cernigoi non ha bisogno certo che sia io a dirlo, ma lo faccio ugualmente, in segno di stima e di amicizia: per quel che vale la mia parola, garantisco: una lettura preziosa.

“Ho cominciato a scrivere questo libro più di dieci anni fa, pensando all’inizio di farne un breve dossier, come quelli che pubblico per la Nuova Alabarda. Avevo iniziato riordinando un po’ di documenti storici e di testimonianze e poi, andando avanti, mi sono accorta che mentre scrivevo la storia del corpo di repressione avevo iniziato a ricostruire anche una parte della storia della Resistenza di queste terre, e così ho proseguito raccogliendo altri documenti, ma soprattutto testimonianze di persone che avevano vissuto quei momenti e me ne hanno resa partecipe. Così ne è uscito un libro piuttosto corposo, ricerca che per me ha significato non solo conoscere fatti storici ma anche entrare in contatto con tante persone che avevano lottato e sofferto per la libertà, ed alla fine ne sono uscita più ricca interiormente. Ringrazio ancora tutti coloro che mi hanno aiutata e che sono ricordati all’inizio del libro, e mando un pensiero particolare agli ex prigionieri che hanno accettato di visitare la sede di via Cologna, dove erano stati detenuti e torturati, per ricostruire con noi, che “viviamo tranquilli nelle nostre tiepide case” quei tempi terribili che non abbiamo vissuto, noi che grazie al sacrificio di persone come loro oggi possiamo vivere liberamente”.

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6269781250_6aa9a0fee3[1]Il prossimo 25 aprile, in una città mobilitata contro il ricatto del debito e la distruzione dello stato sociale, Madrid celebrerà la «festa nazionale per la liberazione da tutti i fascismi» e renderà omaggio alle donne e agli uomini accorsi in Spagna in difesa della Repubblica minacciata da Franco. Sarà l’occasione per una riflessione sulla lotta antifascista di resistenza, sull’attualità e il valore del 25 aprile in un’Europa paradossalmente «unita» eppure divisa come non pareva potesse più esserlo. E’ difficile immaginare in quante scuole e università italiane ci sarà spazio per ricordare e quanti giovani, nel clima politico che viviamo, conoscano Rosselli, Pesce o Vincenzo Perrone, caduto per mano franchista a Monte Pelato, e le ragioni per cui migliaia di ragazzi e ragazze nel 1936 partirono dall’Italia per combattere una guerra che non pareva riguardarli. Tra presente e passato s’è ormai creato un pericoloso «corto circuito» e non c’è nulla purtroppo che somigli a un gregge quanto un popolo che ignora la sua storia.
Lo dicono in tanti: «in Europa c’è la crisi». Pochi, tuttavia colgono probabilmente la contraddizione storica da cui essa scaturisce. Figlia del«Manifesto” scritto da Spinelli, Rossi e Colorni, confinati a Ventotene, e perciò «geneticamente» antifascista, l’Europa unita, infatti, non solo ha smarrito i suoi autentici connotati, ma si va sempre più trasformando nel suo esatto contrario. Nata per impedire l’«oppressione degli stranieri dominatori», è uno strumento di oppressione di alcune élite su masse popolari escluse dai processi decisionali; concepita come antidoto alla degenerazione degli ideali di indipendenza nazionale in quel nazionalismo imperialista che intralciava la libera circolazione di uomini e merci, con la vicenda libica sembra ormai tornata all’imperialismo. In quanto alla libera circolazione, porte spalancate per le merci, soprattutto se speculano sulla qualità, sul costo del lavoro e sui diritti negati, ma per quanto riguarda gli uomini, entro e fuori dai suoi confini, l’Europa mortifica le ragioni stesse della sua esistenza. Da anni ormai una umanità dolente paga sulla propria pelle il naufragio di quel capitalismo che dopo il crollo del muro di Berlino aveva annunciato l’età dell’oro e la «fine della storia». Mentre gli immigrati sono respinti o internati e chi domanda asilo solo raramente trova accoglienza, entro i confini della «terra promessa» l’egemonia dei «paesi creditori» su quelli debitori disegna ormai il quadro di una vera colonizzazione interna. Non bastasse questa grave miseria morale, l’Europa unita, in mano ad élite che governano senza mandato, snatura se stessa, adottando un modello di «democrazia senza partecipazione» e ripudia persino Montesquieu. A rendere più profonda la rottura con l’ispirazione solidaristica dell’idea federalista, a fare dell’Europa un’atroce «zona franca» nella corsa al ribasso sui diritti dei lavoratori hanno pensato poi, negli ultimi anni, l’olocausto mediterraneo e la Grecia, asservita agli interessi delle banche. Un disprezzo così profondo per la vita umana, richiama alla mente le riflessioni di Hannah Arendt, sulla «banalità del male» e la filosofia della storia che tra le due guerre mondiali scrisse le pagine più buie della vita dell’Occidente. Dietro il dramma che si profila minaccioso e chiaro all’orizzonte, si intuiscono le ragioni insondabili del profitto che antepongono all’umanità sottomessa gli interessi parassitari di quel capitale finanziario che vide nel fascismo la sua naturale tutela.
In questo quadro, recuperare alla memoria storica la dimensione internazionale dell’antifascismo e della Resistenza, ovunque sia possibile – scuola, università, dibattito culturale, movimenti di lotta alla globalizzazione dello sfruttamento – significa far crescere intelligenze critiche e combattere il pensiero unico. C’è un passo del «Manifesto di Ventotene» in cui l’esperienza di chi ha vissuto la repressione fascista e ha combattuto la sua battaglia per i diritti e la dignità si volge al futuro con uno sguardo così penetrante, da sembrare profetico. E’ un passo che andrebbe studiato L’Europa dei popoli uniti, vi si legge, non nascerà senza contrasti. I «privilegiati […] cercheranno subdolamente o con la violenza di smorzare l’ondata di sentimenti e passioni internazionalistiche». Gli antifascisti non hanno dubbi: «quei gruppi del capitalismo […] che hanno legato le sorti dei loro profitti a quelle degli stati» – scrivono con mano ferma – «già fin da oggi, sentono che l’edificio scricchiola e cercano di salvarsi. […] hanno uomini e quadri abili ed adusati al comando […], si batteranno accanitamente per conservare la loro supremazia. Nel grave momento sapranno presentarsi ben camuffati. Si proclameranno amanti della pace, della libertà, del benessere generale delle classi più povere. Già nel passato abbiamo visto come si siano insinuati dentro i movimenti popolari e li abbiano paralizzati, deviati convertiti nel preciso contrario. Senza dubbio saranno la forza più pericolosa con cui si dovrà fare i conti».
Tornare all’antifascismo e alla sua lunga stagione di lotte condotte tra incomprensioni, fratture e scontri dolorosi come accadde per la guerra di Spagna non vuol dire cercare rifugio nel passato di fronte alle sconfitte del presente, ma cogliere la lezione che viene dai fatti: c’è nell’antifascismo europeo un filo rosso che lega il passato al presente e disegna una via per il futuro. Il cammino aperto in Spagna da giovani accorsi da ogni Paese a sostegno della libertà e dei diritti calpestati, non si è fermato a Guernica o a Barcellona, nonostante la ferocia dei primi bombardamenti terroristici. Molti dei combattenti italiani di Spagna presero anni dopo la via dei monti e combatterono la guerra partigiana, testimoni troppo spesso dimenticati di una vicenda che segna in maniera indelebile la storia del Novecento. La guerra di Spagna, ebbe a scrivere Pierre Vilar, «come fatto culturale ebbe un valore universale». Il valore che Carlo Rosselli, un grande antifascista, seppe riassumere in una frase che sembra scolpita nella storia: «Non vinceremo in un giorno, ma vinceremo».
Molte cose sono cambiate, ma l’Europa in cui viviamo sembra restituire alla sfida di Rosselli il valore di un monito a futura memoria. E’ necessario che il filo della memoria non si spezzi. Non a caso Madrid che lotta in piazza, sente il bisogno di ricordare: nella memoria storica c’è spesso il senso più profondo del presente. E’ una lotta che qui da noi dovrebbe fare della scuola statale non solo il punto di sutura tra tempo della storia e tempo della vita, ma un baluardo che va difeso. Costi quel che costi.

Uscito su “Fuoriregistro” il 17 aprile 2013

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