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Posts Tagged ‘Strasburgo’

0301_alexis-tsipras_1260Oggi, mentre la presenza di Tsipras a Strasburgo consente ai cittadini dell’UE di scoprire che esiste un Parlamento europeo, non mi va di affrontare ragionamenti lunghi e complicati. M’interessa solo riflettere brevemente sul principio etico di cui si è fatto paladino il ministro e neofilosofo Schäuble, uno dei più riusciti prodotti di laboratorio della cultura autoritaria espressa dal capitale finanziario tedesco.
Secondo il ministro di Angela Merkell, esiste una ragione morale per cui non si deve tagliare il debito alla Grecia: chi sbaglia e s’indebita, afferma infatti il sacerdote dell’etica neoliberista, deve pagare altrimenti prima o poi continuerà a spillare quattrini.
Occorre immaginare che l’asceta tedesco non sia così ottuso da negare che, adottato per una banale questione di debiti, il suo “principio morale” sia tanto più valido, quanto più efferato è il crimine da condannare.  Egli, quindi, dovrebbe riconoscere che la Germania avrebbe dovuto pagare per intero le riparazioni per i suoi atroci crimini, dopo la guerra scatenata contro l’umanità. E non basta. Dal momento che il suo contegno al tavolo delle trattative dimostra oggi senza possibilità di dubbio che la grazia ottenuta ha impedito ai tedeschi di imparare la lezione, sicché la ferocia teutonica torna da protagonista sul palcoscenico della storia, il signor Schäuble dovrebbe mettersi anzitutto d’accordo con se stesso. Dovrebbe – ecco una questione di autentica morale! – provare a spiegare a tutti noi come fa a parlare di morale ai Greci, dopo che la Germania, senza scomodare l’etica, ha chiesto e ottenuto nel 1953 e poi al momento dell’unificazione ciò che ora nega ai Greci per una questione… morale.

Fuoriregistro“, 9 luglio 2015 e “Agoravox“, 8 luglio 2015

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Ridurre l’anomalia italiana al caso Berlusconi e – peggio ancora – illudersi di superarla monitorando le reazioni dei berlusconiani e andare avanti con questo governo significa votare al suicidio la nostra democrazia. Comunque vada, il modo in cui esce di scena un uomo che, piaccia o meno, s’intesta un’età della storia d’Italia, proietterà sul futuro le ombre di un passato con cui fare i conti. Inutile ingannare se stessi, la tempesta non ha precedenti. Si naviga a vista, l’ago della bussola è impazzito e se le stelle segnano la rotta si sa: non c’è mare che non abbia tragedie da raccontare e gli astri che guidarono Colombo oltre l’Oceano mare, fino alle sue Indie americane altre volte avevano spinto al naufragio esperti nocchieri. Questo è in fondo la storia: maestra senza allievi, Cassandra di verità negate, che trovano conferma postuma nel disastro invano previsto e mai evitato.
Ora tutto pare chiaro e persino facile: c’è una sentenza e si applichi, ipso facto decada il condannato e le Istituzioni facciano quadrato. Basterà solo questo a difendere la legalità repubblicana? Se un conformismo più dannoso della mancanza di rispetto non fosse la foglia di fico di Istituzioni sempre meno credibili, qualcuno troverebbe l’animo di riconoscerlo: la sacrosanta condanna di Berlusconi giunge quando l’uomo incarna una crisi che ormai lo trascende. Paradossalmente egli non ha tutti i torti a sentirsi tradito e in questo suo indecente «diritto» di recriminare si cela forse l’origine vera dell’ultima e più pericolosa anomalia italiana. Un’anomalia che stavolta riguarda direttamente il capo dello Stato. Tre anni fa, in occasione del decennale della morte di Craxi, condannato in ultima istanza come il leader delle destre, Napolitano gli rese omaggio e scrisse alla moglie parole che oggi pesano come macigni: «Cara Signora, ricorre domani il decimo anniversario della morte di Bettino Craxi, e io desidero innanzitutto esprimere a lei, ai suoi figli, ai suoi famigliari, la mia vicinanza personale in un momento che è per voi di particolare tristezza, nel ricordo di vicende conclusesi tragicamente». Non si può tacerlo, perché ha legami diretti con quanto accade e ha fatto molto male alla salute della repubblica.
Allora come oggi, il Parlamento era figlio di una legge decisamente incostituzionale, ma Napolitano si mostrava inconsapevole della gravità della situazione. Mentre manipoli di «nominati» di ogni parte politica bivaccavano nell’aula grigia e sorda di mussoliniana memoria, egli non trovava di meglio che ricordare il pregiudicato Craxi e il suo personale rapporto «franco e leale, nel dissenso e nel consenso» col quello che giungeva a definire «protagonista del confronto nella sinistra italiana ed europea». Per il Capo dello Stato, l’uomo che aveva chiuso nella vergogna i cento, nobili anni di storia del partito di Turati, Nenni e Pertini aveva dato un «apporto incontestabile ai fini di una visione e di un’azione che possano risultare largamente condivise nel Parlamento e nel paese proiettandosi nel mondo d’oggi, pur tanto mutato rispetto a quello di alcuni decenni fa». E’ a questi precedenti, che fanno appello gli eversori quando perorano la causa del loro pregiudicato.
Salvandolo dall’estrema ingiuria, la morte impedì a Gaetano Arfè, grande storico del socialismo, politico tra i più intellettualmente onesti dell’Italia del Novecento e irriducibile nemico di Craxi, di replicare a Napolitano. Oggi, tuttavia – ecco Cassandra e la storia maestra senza allievi – quando il disastro è compiuto, oggi il suo giudizio, espresso nel fuoco di mille battaglie, si proietta fatalmente sul caso Berlusconi e si fa per Napolitano un dito puntato che non si può piegare ricorrendo alla Corte Costituzionale. Dove il Capo dello Stato vedeva il lavoro di uno statista, Arfè coglieva la rozza sostituzione degli ideali dell’antifascismo con una sorta di strumentale «sovraideologia, brandita e utilizzata come strumento di costruzione di un nuovo potere». A Bettino Craxi anche Arfè attribuiva un progetto; si trattava però di «un disegno venato di paranoia, […] perseguito con magistrale destrezza tattica, ma con altrettanto grande miseria morale». Per questo era «affondato nel fango». Perché lo meritava. Se Napolitano indugiava su un dato marginale – «il peso della responsabilità caduto con durezza senza eguali sulla persona di Craxi» – e si spingeva fino a ricordare che per una delle sentenze subite da Craxi «la Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo […] ritenne […] violato il diritto ad un processo equo». Arfè guardava lontano e, senza tirare in ballo Strasburgo e l’equità dei processo, coglieva il nodo irrisolto della vicenda: il nesso di continuità tra craxismo e berlusconismo. Per Arfè il craxismo pervadeva ormai l’intero mondo politico, offriva modelli di comportamenti ai gruppi dirigenti, pericolosi strumenti di lotta politica e nuove tecniche di propaganda e manipolazione del consenso. «Sotto questo aspetto – egli denunciò lucidamente – il craxismo è sopravvissuto a Craxi».
Questo rinnovarsi della «sovraideologia» craxiana nell’esperienza berlusconiana e il suo perncioso radicarsi nei gangli della vita pubblica italiana, Napolitano l’ha colpevolmente ignorato fino alla sua discutibile rielezione, avvenuta anche grazie al consenso di Silvio Berlusconi; è stato Napolitano a volere le «larghe intese» con Berlusconi e con i berlusconiani e sempre lui, Napolitano, ha invitato un nuovo Parlamento di «nominati» a metter mano alla Costituzione.
Si può gridare allo scandalo per le posizioni eversive assunte dal partito di Berlusconi e stupirsi per il caso «anomalo» del leader condannato, sta di fatto, però, che è difficile negare a Berlusconi ciò che Napolitano ha ritenuto si dovesse a Craxi: pregiudicato, sì, ma degno di essere lodato. In questo senso, i fatti e la loro estrema crudezza parlano chiaro: l’anomalia italiana non si identifica solo con Berlusconi e meglio sarebbe per tutti se, risolta la pratica dell’arresto e messo il condannato fuori dal Senato, il suo sponsor, ottenuta una legge elettorale, lasciasse quel Quirinale mai occupato due volte dalla stessa persona.

Uscito su “Liberazione.it” l’8 agosto 2013 e sul Manifesto il 10 agosto 2013 col titolo Corsi e ricorsi. Napolitano e il precedente di Craxi

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Sono anni che Bossi prende soldi a palate per governare l’Italia che intende affondare. A Roma fa il ministro della repubblica, a Pontida, il “padre della patria” d’una barzelletta che chiama Padania e smania, minaccia sfracelli e promette macelli. Come la gru di Chichibbio sta in equilibrio precario: nessuno sa se ha due zampe o una sola. In quanto alla testa è piuttosto modesta. A Pontida protesta ma a Roma è ortodosso, si veste da fesso e domanda perdono se la spara più grossa. Ce l’ha duro a Milano e s’ammoscia per lo scirocco romano. A Pontida è guerriero feroce, A Roma si tace, a Bergamo pare Brighella, sui colli fatali è un gran Pulcinella, a Strasburgo domanda insistente un brevetto per l’inesistente. E’ un delirio che prende i padani, la repubblica dei ciarlatani a spese dei contribuenti italiani. Ogni giorno fa guerra il carroccio, ma in pace, da vero fantoccio, si tace rapace quando mette i piedi e le mani nei salotti e gli affari romani.

In un Paese normale Bossi e compagni sarebbero il paranormale, un fenomeno da baraccone, la rissa d’un ubriacone. Qui da noi governano l’Italia per conto della Padania, con un grande programma nazionale: la graduatoria regionale dei docenti, non importa se deficienti, bambini neri affamati nella scuola privatizzata, un ghetto per alunni stranieri in una scuola specializzata in negrieri, sputi alla bandiera, campi di concentramento e l’obbligo d’insegnamento della lingua di Cassano Magnago, Verona, Pastrengo e Legnago. Il programma è centrato sui discorsi politici di Bossi, sul federalismo targato Cota, sulla musica e il folclore di Zaia governatore, sulla politica delle integrazioni pensata dal geniale Maroni.

Ameana puella defututa
Tota milia me decem poposcit,
[…] Propinqui, quibus est puella curae,
amicos medicosque convocate:
non est sana puella…

Amici e voi che avete la ragazza in cura, i medici convocate! E’ malata, si vede, non è sana, è impazzita davvero la fanciulla.

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