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Archive for ottobre 2018

Giornalisti nel mirino.jpgStupisce che i giornalisti di “Report”, solitamente attenti e coraggiosi, abbiano mandato in onda un’inchiesta il cui unico obiettivo era decisamente quello di demolire il fondo per l’editoria. Sono state utilizzate tutte le armi, anche quelle di un’ironia tragicomica sul “Manifesto” che, piaccia o no, ha il coraggio e la dignità di definirsi ancora “giornale comunista”.
Tra i piccoli giornali a rischio c’è anche “Metropolis”, protagonista in questi giorni di una battaglia sacrosanta, che va sostenuta con tutte le nostre forze. I tagli all’editoria, infatti, sono una vergogna e colpiscono realmente solo i piccoli giornali, quelli che più di tutti garantiscono il pluralismo dell’informazione. Ecco perché vi prego di leggere l’intervista che segue e di diffonderla, se la condividete:

http://www.metropolisweb.it/metropolisweb/2018/10/31/i-tagli-alla-stampa-sanno-di-fascismo-serve-una-rivolta/

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secessione

È partita dalla Regione Veneto, ma si sta allargando a tutto il Nord Italia, la richiesta di autonomia regionale che farebbe gestire da queste Regioni il 90% del gettito fiscale per sostenere il welfare delle singole regioni. Se dovesse realizzarsi questo progetto, le Regioni meridionali sarebbero duramente penalizzate e verrebbe meno il principio costituzionale della parità di trattamento di tutti i cittadini italiani. Il divario Nord/Sud, già allargatosi durante la recente recessione economica, si trasformerebbe in abisso.
La Lega di Salvini rimane la Lega Nord e ha ingannato i meridionali con il suo slogan “prima gli italiani”. Non vogliono il reddito di cittadinanza perché ne beneficerebbero in gran parte i giovani meridionali disoccupati, e hanno ottenuto di spostarlo ad aprile 2019 quando faranno cadere il governo. Non hanno rinunciato alla secessione, ma sono diventati più furbi e la stanno facendo passare, in silenzio, puntando sulla ignavia del M5S che se non ferma questi provvedimenti si renderà complice della definitiva emarginazione della società meridionale.
Fermiamoli!!!
Chiunque ha coscienza della gravità di questo passaggio storico, chiunque ha a cuore l’unità del nostro paese, chi non vuole essere complice della Secessione del Nord, faccia stampare questo appello e lo faccia affiggere nelle scuole, negli uffici pubblici, nelle fabbriche,nei supermercati, presso le edicole e dovunque sia ben visibile e crei opinione. Ogni voto, ogni forma di consenso dato alla Lega costituisce un tradimento della Costituzione e del Sud, un’ ingiustizia perpetrata contro le sue popolazioni.

Osservatorio del Sud

Per firmare: osservatoriodelsud@gmail.com

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Ieri avevo scritto queste poche parole per Mimmo Lucano:

Caro Mimmo,
quando la legalità cancella la giustizia, le persone oneste, coraggiose e coerenti finiscono fatalmente agli arresti e c’è un solo nome adatto agli imputati che commettono i reati che tu hai commesso: perseguitato politico.
Le ragioni per cui cui sei stato colpito tu, sono le stesse per cui furono arrestati e condannati uomini come Antonio Gramsci. Tu oggi ti aggiungi alla nobile schiera degli antifascisti. Sei anche tu un perseguitato politico e finora purtroppo – per quanto è dato sapere – ti fanno compagnia Lavinia Cassaro, l’insegnante di Torino brutalmente licenziata e Mimmo Mignano, Marco Cusano, Antonio Montella, Massimo Napolitano e Roberto Fabbricatore, cinque operai della Fiat di Pomigliano, licenziati anch’essi perché non hanno voluto barattare la dignità con il principio fascista dela fedeltà all’azienda.
Come per loro, anche per te, finora ho sentito tante, troppe parole di solidarietà, ma nessuno ha tradotto in un gesto concreto questa parola bellissima, per la quale tu stai soffrendo e di cui sei un maestro. Ho aspettato invano un tuo collega che non ti stesse vicino a parole, ma riprendesse nella sua città il lavoro che tu sei stato costretto a interrompere a Riace. Nessuno l’ha fatto.
Credo di non sbagliare se immagino che nelle mille difficoltà del momento che vivi, questa solitudine sia la più grande delle tue amarezze. Io non ho nessun modo per seguire il tuo esempio, se non questo: scrivere quello che penso. Mattarella non ha strumenti legali per intervenire? Può darsi, ma questa legalità che ha divorziato dalla giustizia gli imponeva di fare la sola scelta compatibile con il suo mandato: dimettersi. Non lo ricorderemo tra gli antifascisti.

Le avrei pubblicate qui sul mio Blog, da sole, quando mi è giunta, con la richiesta di dare massima diffusione, una lettera inviata da Massimo Napolitano a Paola Esposito e Antonio Di Maio, genitori del ministro Luigi Di Maio. La metto assieme al mio messaggio per il sindaco di Riace e mi domando fino a quando assisteremo indifferenti all’omicidio della democrazia che si commette ogni giorno davanti ai nostri occhi.

Mi chiamo Massimo Napolitano. Sono uno dei cinque licenziati FIAT di Pomigliano che dopo la sentenza della Cassazione ha definitivamente  chiuso con la FIAT.
Sono un operaio e sempre questo ho fatto, lavorare con le mani. Non so fare altro. Questa lettera è stata scritta con l’aiuto di compagni che hanno più confidenza con la penna di me. Sono pensieri miei,  condivisi con i compagni che sono stati licenziati insieme a me.
Perché siamo stati licenziati? Perché ci siamo permessi di criticare la politica aziendale dell’allora amministratore delegato, Sergio Marchionne. L’abbiamo fatto inscenando il suo finto suicidio. Perché si suicidava? Per il rimorso. Per il rimorso delle tragedie personali che la sua politica aziendale aveva determinato in molti di noi e tra le nostre famiglie e che aveva portato al suicidio di due nostri compagni: Peppe De Crescenzo e Maria Baratto. E al tentato suicidio di diversi altri.
I piani industriali di Marchionne hanno risanato i debiti della FIAT e hanno fatto guadagnare montagne di soldi agli azionisti, ma per gli operai sono stati una catastrofe. La metà di noi è stata a cassa integrazione per anni e l’altra metà ha lavorato con ritmi inumani.
Io ero stato trasferito a Nola nel 2008 insieme ad altri 315 operai. Eravamo tutti “limitati fisici”, per patologie maturate in anni di lavoro sulle linee di montaggio, o “sindacalizzati” che per il padrone è la malattia più grave che un operaio può avere. Il nostro era un reparto dove stavamo li a fare niente. Per chi mastica un po’ di cose di fabbrica sa che uno stabilimento che non produce niente è prossimo alla chiusura. E noi vivevamo questa drammatica attesa con i quattro soldi che ci venivano dati per la cassa integrazione, aspettando la chiusura. Qualcuno di noi non ha resistito, dopo un po’ sono iniziati i problemi in famiglia, la depressione, l’isolamento, fino alla scelta senza ritorno di farla finita. 
Il finto suicidio di Marchionne è avvenuto nello stesso giorno dei funerali di Maria Baratto. Eravamo esasperati e arrabbiati. Morivano nostri compagni e nessuno se ne fregava. L’unica cosa che valeva era il rilancio della FIAT, la conquista dell’America. Marchionne era il personaggio più osannato dai politici, dai giornalisti. Cosa contavano due operai morti e la sofferenza silenziosa di migliaia di altri? Niente.
Abbiamo scelto di denunciare quello che stava succedendo utilizzando un’arma pacifica. Non siamo stati violenti, non abbiamo organizzato picchetti e manifestazioni. Forse perché siamo napoletani, abbiamo utilizzato le vecchie armi di Pulcinella, accusare il responsabile dei nostri guai con lo scherzo. Quelli che ne sanno più di noi la chiamano satira.
Non lo sapevamo ancora, ma anche questo non ci era consentito. Mettere al centro di una rappresentazione il nostro capo, anche se fuori dallo stabilimento non ci era consentito. Ci hanno dato addosso la stampa, i giudici, la FIAT. Ci hanno accusato di aver intaccato la dignità dell’amministratore delegato. Abbiamo verificato praticamente che in una società dove si dice che siamo tutti cittadini, ci sono persone che sono più cittadini degli altri. Due compagni morti valevano meno della “dignità” di un padrone.
Siamo stati condannati alla miseria della disoccupazione. Quando abbiamo cercato di far conoscere la nostra situazione abbiamo preso altre mazzate. L’ultima è stata quella di essere stati allontanati da Roma per due anni con quello che chiamano un Daspo. Cosa avevamo fatto? Anche qui nessuna violenza, siamo saliti su un tetto di un palazzo pubblico di Roma per attirare l’attenzione. Tre parlamentari del partito 5 Stelle sono venuti a parlare con noi e a darci la loro solidarietà. Subito dopo siamo scesi e le guardie ci hanno fermati e portati per ore in questura. Dopo il Daspo.
Ho capito che c’è poco da fare per gente come me in Italia. Si, molti dicono che le cose stanno cambiando, ma io tutti questi cambiamenti non li vedo. Ho lottato nel mio piccolo contro quelli che oggi chiamano i “poteri forti” e sono stato stritolato. Oggi che i “poteri forti” sono sotto accusa, sono sempre io e quelli come me a prendere le bastonate.
Mi dispiace. Abbandonare i compagni è brutto. Abbandonare il mio paese mi riempie di malinconia. Ma io non posso più rimanere qui. I miei figli e mia moglie sono già partiti. Forse hanno capito prima di me che non era aria per gente come noi. Sabato parto anch’io. Me ne vado in Inghilterra dove i miei figli mi dicono che è ancora possibile vivere una vita dignitosa, con un lavoro. E senza dover sempre abbassare la testa.

Agoravox, 27 ottobre 2018

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Tornando a rifletterci qualche giorno dopo, quando le emozioni sono lontane e c’è spazio per la riflessione, l’Assemblea nazionale di Potere al Popolo ha una qualità su cui vale la pena di fermarsi: tanti giovani in gamba, che per la prima volta parlavano in pubblico emozionati, non si vedevano da moltissimo tempo.
Tra i molti meriti di Potere al Popolo c’è anche e forse soprattutto questo: non ha messo assieme solo un manipolo di vecchi e indomabili militanti, ma ha saputo avvicinare alla politica giovani preparati, ricchi di qualità e mossi solo dalla passione.
Non è cosa da poco in tempi come questi. Chi ha voglia e pazienza, guardi il video dell’assemblea e si renderà conto di quello che si sta muovendo.

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E’ un coro funereo: la sinistra è finita. Io credo invece che non ci siano sogni impossibili, quando si va nella direzione in cui si dipana il filo della vicenda umana. La sinistra per me è più viva e vitale che mai; le mancavano interpreti adeguati e riferimenti credibili. Ora che a poco a poco emergono, nonostante le difficoltà, saranno in molti a scoprire che non ci sono funerali da preparare ma sogni da realizzare.
Uno di questi sogni ha finalmente un nome: si chiama Potere al Popolo. Avanti, perciò, sempre avanti! Gridiamolo forte come i primi socialisti e ricordiamolo sempre: nessuno lo avrebbe immaginato, ma quegli uomini e quelle donne furono i protagonisti del secolo dei lavoratori e scrissero uno dei capitoli più belli della vicenda umana. Quel capitolo non si è mai chiuso.

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L’internazionale delle destre non è solo una minaccia, ma un fatto compiuto. Dopo l’arresto di Riace, la chiusura alle 21 dei negozi etnici e il divieto per i migranti di uscire fuori dai centri di accoglienza dalle 20 alle 8 – una sorta di coprifuoco – l’attacco delle destre si sposta in Francia. Apprendo in questo momento con angoscia e stupore che a Parigi è in corso una perquisizione in casa di Mélenchon, leader di France Insoumise. Non c’è contestazione  di reato. Ecco un drammatico filmato in cui Mélenchon parla di repressione politica.
Mentre scrivo, anche i collaboratori di Mélenchon subiscono perquisizioni domiciliari. Tutto ormai somiglia a un incubo, ma è purtroppo la realtà. Mentre mi domando in che mondo vivranno i nostri figli e come si possa provare a fermare la reazione che ci sta travolgendo, Mélenchon chiama alla mobilitazione i francesi davanti alla sede della France Insoumise. Viene in mente la lucida analisi di Piero Grifone che ci regalò una bussola: il fascismo è il regime del capitale finanziario. Forse quella bussola avremmo dovuto utilizzarla meglio e ora non c’è più tempo. Che fare? Anzitutto questo: ragionare in termini di resistenza.

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Hai votato. Ti dicono il risultato, ti fai un’opinione, sai che altri ne avranno una diversa dalla tua e va bene così. E’ nella logica delle cose, e si può dire che è una fortuna: se avessimo tutti la stessa opinione su tutto, il mondo sarebbe una gabbia di matti.
Una certezza ce l’hai: al di là delle interpretazioni che ognuno darà della faccenda, dopo la votazione Potere al Popolo ha finalmente uno Statuto. E’ un punto fermo. Ora – ti dici – andremo rapidamente avanti, perché da qualunque parte la guardi questa amara vicenda, su un punto almeno siamo d’accordo tutti: è ora di piantarla. Polemiche e scontri pubblici in un Coordinamento che nessuno ha mai eletto hanno prodotto danni evidentemente gravi. Non è più tempo di due verità contrapposte. Chi non è nel Coordinamento non ha alcuna possibilità di giudicare. C’è solo un modo per uscirne: organizzarsi, così come prevede lo Statuto approvato.
Davvero tutti d’accordo? Chi ha votato certamente sì. Non lo sono, invece, Acerbo e compagni, che subito dopo il voto ricominciano il can can. Altro che andare avanti. Rifondazione non accetta l’esito della votazione! Andrebbe bene persino così se, in nome della storia e dell’identità del partito, i dirigenti decidessero di sbattere la porta e andare per la loro strada. Le cose però non stanno così. Rifondazione non esce e non entra. Sta ferma sotto l’arco della porta, chiede di ignorare – o calpestare? – la decisione di chi ha votato e tornare a discutere in quel Coordinamento di autonominati che ha prodotto i due Statuti.
In un sussulto di ottimismo, speri che, assieme alla richiesta di tornare alla  discussione, Rifondazione abbia assicurato anche che non deciderà più nulla in tema di appelli, alleanze, poli ed elezioni, finché non saremo fuori dal pantano.
Un ottimismo eccessivo: Rifondazione non garantisce nulla. Potere al Popolo ha firmato l’appello di Lisbona? Pazienza. Ferrero e gli antiliberisti come lui hanno lavorato, lavorano e lavoreranno ancora per formare un “quarto polo” che includa i liberisti di Leu. Una scelta inconciliabile con potere al Popolo.
Come per lo Statuto, così per le eventuali elezioni e per gli alleati, Potere al Popolo è inchiodato a un’eterna e forse mortale discussione. Rifondazione non se ne va, non esce, non entra, sta sotto la porta: qui aspetta e altrove contratta. La conseguenza evidente del mistero fisico per cui un partito sta fermo e contemporaneamente corre  è sotto gli occhi di tutti: finché ha potuto tenere la sua “non posizione” e starsene immobile, mentre camminava, il partito della Rifondazione ha fatto ciò che credeva, come meglio voleva, frenando la corsa di Potere al Popolo.
E’ inutile chiedere nuove discussioni. L’approvazione dello Statuto apre una fase nuova e indietro non si torna. Rifondazione deve scegliere se stare ferma o camminare. Se, per dirla tutta e fuori dai denti, restare o andare via.

Sinistra news, 10 ottobre 2108;  Contropiano, 11 ottobre 2018

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