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Archive for dicembre 2013

E’ un tiro al piccione e non è questione di colore politico. Come si parla di scuola e di insegnanti tutti hanno un colpo da sparare, anche chi a scuola ci vive. Persino in una riflessione sensata ti puoi imbattere in un attacco generico e superficiale. La scuola, sostiene Giuseppe Montesano, scrittore e docente,

14636_1208811834021_1640469587_522820_6273709_n“deve dire […] chi è Platone, non può non dirlo, e non solo perché sta scritto nel misero programma ministeriale, ma perché è il suo unico compito, la sua unica chance, deve spiegare la geografia astronomica, i terremoti, i pianeti, le cose elementari e importanti della cultura. Però si tratta di un punto di partenza, quando invece è considerato il punto di arrivo, diventando così una stupida gabbia, e non un grimaldello per aprire la gabbia. Questo non succede solo perché molti insegnanti sono pigri, ripetitivi, figli di questa società e quindi uguali agli alunni, ma anche perché gli alunni adolescenti hanno sì una grande potenzialità, che gli insegnanti, adulti, in genere non hanno più, ma questa energia spesso non sanno nemmeno di averla e non sanno che possono usarla per sapere e capire il mondo: tutto gli insegna, dalla scuola alla famiglia alla società, che il mondo devono solo accettarlo senza capirlo“.

Gli insegnanti sono figli di questa società, scrive Montesano. E’ proprio così o si tratta di una banale generalizzazione? Si insegna per quaranta anni; in servizio ci sono, quindi, docenti nati negli anni Cinquanta, che si sono formati quando la repubblica era giovanissima: anni Sessanta – Settanta. C’è chi è nato invece quando altri docenti completavano gli studi o iniziavano la carriera e ha cominciato a insegnare negli anni Novanta. L’Italia era profondamente cambiata. E c’è anche una terza generazione, i più giovani, quelli entrati da pochissimi anni. Anche qui le differenze sono enormi e non sono figli di società uguali tra loro. Se poi società sta per epoca della storia e indica in senso lato un mondo, un “tempo”  con le sue caratteristiche generali e la sua cultura, beh, questo è accaduto e accadrà sempre e nessuno potrà evitarlo, ma le differenza esistono ugualmente. Gli storici del Novecento non hanno interpretato i fatti della storia tutti allo stesso modo e nessuno si azzarderebbe a sostenere che gli artisti, diventati “adulti”, perdono la creatività. Non si capisce perché, invece, i docenti peggiorano con gli anni e lavorano tutti allo stesso modo. Si tratta di un’affermazione che non è solo generica e superficiale, ma decisamente deformante, perché induce a riflettere su uno stereotipo di docente, un insegnante che non esiste, non sui docenti in carne ed ossa. Stesso discorso per la scuola, che, secondo Montesano,  insegnerebbe ad accettare il mondo senza capirlo. E’ un’affermazione molto parzialmente vera e somiglia maledettamente a un luogo comune. Che la scuola sia figlia di un “tempo della storia” è vero. Vero è anche, però, che in una società chiusa e repressiva come quella russa della seconda metà dell’Ottocento, quando una riforma di carattere democratico aprì le porte della formazione a tutti, anche ai figli dei contadini, i docenti “progressisti” tirarono su la generazione di rivoluzionari che scardinò l’impero. Nel Sud borbonico, dopo il 1848, le scuole private libere, come quella di De Sanctis, furono tutte chiuse: erano una minaccia per l’ordine costituito e la formazione fu affidata al clero. Per non dire dell’Italia risorgimentale, che non fu mai larga di maniche con la scuola – troppo alfabeto fa male alla salute – ma si ritrovò coi maestri socialisti che facevanoo guerra all’analfabetismo nonostante gli stipendi da fame.
Non c’è dubbio, la scuola è figlia di un tempo storico, ma davvero è pensabile che quotidianamente tutti gli insegnanti si mettano all’opera per convincere gli studenti che il mondo migliore è quello che hanno e devono accettarlo? E’ credibile che essi vadano a scuola per fare dei nostri ragazzi degli utili idioti, rassegnati, imbottiti di nozioni e incapaci di capire? Tutti gli insegnanti, in tutte le nostre scuole? Le cose non stanno così. Ogni scuola, in realtà, è una sorta di repubblica a sé, una collettività con caratteri distinti, con insegnanti pigri, insegnanti attivi, lavoratori solerti, menti aperte e gente chiusa e ottusa. All’interno di ognuna delle nostre istituzioni scolastiche ci sono manipoli di docenti che hanno un’idea emancipatrice della formazione. Bisogna stare attenti alle semplificazioni. Esse  hanno una valenza divulgativa, un impatto molto condizionante e spesso sono dannose. Generalizzare vuol dire cogliere i caratteri generali e perdere quelli particolari. I dettagli, però, non sempre sono dati secondari e spesso sono decisivi per disegnare un profilo. Quando si dice totalitarismo, per esempio, si riesce a mettere agevolmente assieme fascismo, nazismo e bolscevismo. Chiunque si metta a guardar bene, però, si accorge che è un imbroglio. Tre dittature, certo, ma L’Italia fascista non è la Germania nazista e soprattutto nazismo, fascismo e bolscevismo sono tre pianeti lontani e profondamente diversi tra loro.
E’ vero, un insegnante deve dire chi era Platone, ma è vero anche che non può farlo senza passare per Socrate, senza indurre cioè a rifiutare un mondo che non si è capito.

Uscito su “Fuoriregistro” l’1 gennaio 2014 e sul “Manifesto” il 7 gennaio 2104 col titolo Insegnano il mondo senza capirlo.

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Giustizia e LibertàI padroni sono allegri in questo fine d’anno e fanno festa. Si sentono sicuri. In Turchia, nell’Africa mediterranea, in Grecia, ovunque le masse sono state schiacciate. Se non fossero ubriachi di facili vittorie, si accorgerebbero, che più vincono, più aumenta la gente che lotta. Ai Parlamenti non crede più nessuno, perché non contano più nulla. «Una dittatura non si abbatte col decalogo di Mosè né con eccezioni procedurali», ci ha insegnato Rosselli, e «una banda non abbandona la preda per il Sermone della Montagna». Noi lo sappiamo bene e non ci sfugge che «la necessità rivoluzionaria della lotta non può sentirla che chi abbia acquistato una coscienza adeguata». La coscienza, tuttavia, si crea e non c’è maestra migliore dell’ingiustizia sociale. E’ evidente, perciò: l’insurrezione per ora è schiacciata, ma la rivoluzione avanza ed è solo questione di tempo. Un nuovo fascismo si è accampato nel cuore dell’Europa. Ha espropriato gli elettori, ha annichilito i Parlamenti e a chi si rivolta per fame o per amore di libertà, oggi come ieri risponde con lo scherno. Messe a tacere le opposizioni e create maggioranze che non rappresentano più nemmeno se stesse, schiera nelle piazze i suoi sgherri, «tiene in pugno le armi e dice: ‘solo con le armi discuto’. Bisogna dunque parlare di guerra».
Nel deserto che ci circonda, sotto la cenere della civiltà del lavoro, c’è un sistema di valori più vivo che mai. Quando il precario troverà la solidarietà attiva di chi lavora e sentirà la rabbia del disoccupato sommarsi alla sua, vorrà dire che gli sfruttati sono di nuovo uniti. Lentamente, forse confusamente, ma inesorabilmente questo sta accadendo. E’ un processo lento, ma sicuro e inarrestabile. Si avvicina il momento della resa dei conti. Quel giorno i padroni e i loro servi sciocchi cominceranno a tremare e avranno ragione di farlo, perché non faremo prigionieri e chi verrà a parlarci di clemenza sarà il peggiore dei nemici e come tale verrà trattato. Il tempo della clemenza si è ormai consumato e la pietà è morta: l’hanno uccisa gli sfruttatori in nome del profitto.
Molti pensano che l’unità degli sfruttati sia solo un’utopia irrealizzabile, un’inutile eredità del Novecento. I secoli, però, non esistono, sono solo un modo come un altro per misurare il tempo e non si cambia il mondo solo perché si gira di pagina al calendario. Ieri come oggi, ci sono sventurati che preferiscono pregare, invece di lottare. Porgono l’altra guancia e credono di risolvere i loro problemi – che sono quelli di tutti gli sfruttati – affrontandoli individualmente, accordandosi con chi li deruba, accettando condizioni sempre più penose, convinti come sono che per loro la discesa poi si fermerà. Altri, rassegnati, si chiudono in se stessi e finiscono per odiare tutto e tutti. Noi siamo tanti, però, e cresciamo così tanto ogni giorno, che gli untorelli, gli individualisti, i furbi, i pennivendoli e gli sbirri non potranno fermaci. Ingoieremo ancora rospi e faticheremo da morire, questo è vero, però difenderemo la speranza e coltiveremo la passione. Noi lo sappiamo e i padroni se ne accorgeranno: non gli basteranno scorte armate e piazze presidiate. Non vinceremo in un giorno, ma vinceremo.

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I diritti che voi ci avete tolto

non nacquero per volontà di Dio

e non sono venuti giù dal cielo

come a volte la pioggia

nella calura estiva.

Coi diritti non c’entra nulla Dio.

Li abbiamo conquistati

col coraggio e la lotta

e goccia dopo goccia

ci son costati tutti

un mare sconfinato

di sangue e di dolore.

Non parlate di pace:

La pace non l’avrete.

E non tirate fuori

la favola dell’amore.

Non ci sarà Natale a questo mondo

fino a quando i presepi

avranno un padrone.

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Nella scuola che ha in mente Renzi «si impara davvero». Un giornalista gli chiederebbe se pensa di tornaci, a scuola, lui che ha studiato quando non si imparava nulla, ma uno così acuto non s’è trovato e il «sindaco d’Italia» vola come Copia di imagesun treno: prima di tutto, dice, un forte investimento. Edilizia scolastica, docenti, formazione, sviluppo tecnologico della didattica: tutto coperto d’oro. Nessuno gli chiede da dove prenderà i quattrini, col pareggio di bilancio in Costituzione e i mastini della troika alle calcagna, e lui si scapicolla. Il menu, studiato ad arte, è buono per ogni palato, destra, centro e la sciatta imitazione della sinistra che passa il convento: la valutazione all’Invalsi, il modello anglo-sassone come pietra filosofale, più potere a dirigenti scolastici che non capiscono nulla di pedagogia e didattica, un’ennesima revisione delle procedure di selezione – vince chi lavora meglio e di più a costo zero – e via con le progressioni di carriera, la tecnologia nella didattica, psicologi – una terapia a sostegno della disperazione? – e il mirabolante premio di produzione per i migliori. Non è chiaro – nessuno ha cercato di capirlo – ma c’è il dubbio fondato che a formar cittadini non pensa nessuno; si vorrebbe un gregge e il padrone premierà chi non ragiona e non fa ragionare. Di qui partirono ai tempi loro Berlinguer, Moratti, Gelmini e Profumo – la destra dei berluscones fedeli o traditori e la sinistra passata armi e bagagli dal marxismo al liberismo – e siamo ridotti con gli analfabeti in Parlamento.
Nel gioco delle tre carte il finto tonto vince, incassa il malloppo e tace. Per lui, parlano gli occhi compiaciuti per l’onestà del compare, che paga senza fiatare, e il lampo tentatore di chi intasca un gruzzolo insperato. Quando il terzo lestofante fa lo scettico e cerca il pelo nell’uovo, lui lo guarda ironico, alza la posta e vince ancora. Muto, una smorfia furba e gli occhi eccitati, si gioca tutto come dicesse a se stesso: “ora o mai più” e torna a far bottino. I venditori di fumo danno corpo alla speranza del disperato, gli fanno vedere luci accese dove tutto è buio pesto e va sempre così: i gonzi abboccano all’amo e si fanno spennare. Si ruba in mille modi, ma a volte c’è dell’arte e persino la legge aggiunge al reato una parola che sa di complimento: furto con destrezza. Lo sanno tutti, però, che nemmeno il migliore dei pifferai porterebbe i suoi topi a morire, se non vi fossero condizioni date e sorci ormai pronti a farsi incantare.
«Vuoi anche i voti del centrodestra? Vuoi i voti di Grillo?» chiedono da un po’ i finti tonti, compari di Renzi, e lui vende tappeti: «Assolutamente sì. Non è uno scandalo, è logica: se non si ottengono i voti di coloro che non hanno votato il Partito Democratico alle precedenti elezioni, si perde». Un tempo, a parità di condizioni – compreso il cieco sostegno della stampa – di logico ci sarebbe stata solo la reazione della gente disgustata e il fenomeno da baraccone avrebbe chiuso bottega in un amen. Fino all’anno scorso – è vero pare un secolo – persino uno come Bersani lo cancellò dalla scena, ma s’è lavorato per girare a ritroso le pagine della storia ed ecco i risultati.
Fino a qualche anno fa, un leader convinto di poter convincere in un sol colpo il qualunquista, chi soffre d’orticaria se parli di politica, l’elettore di destra, di sinistra e persino l’astensionista, avrebbe rischiato la camicia di forza. Finché la destra ha rappresentato un pianeta con radici nella storia e un sistema di disvalori che a molti sembravano valori, un leader di destra sano di mente non avrebbe mai pensato di conquistare consensi in un pianeta antagonista, tra gente di sinistra che lottava per una società fondata su valori alternativi e contrapposti a quelli della destra. Oggi no. Da quando la «sinistra parlamentare» ha ripudiato Marx, adottando il pensiero liberista per puntare a centro, c’è stato un inarrestabile e profondo sconfinamento in territori tradizionalmente occupati dalla destra. Il «cambiamento» di Renzi, giunto in piena corsa, diventa perciò per la storia della repubblica il punto culminante di un arretramento culturale e politico più drammatico di quello prodotto da Berlusconi e si riassume in un dato sconvolgente: per la prima volta nella nostra storia, un uomo che esprime valori di destra giunge a guidare un grande partito che ha radici e base di consenso tra quella che un tempo era gente di centrosinistra. Non era accaduto nemmeno con Berlusconi, che, a onor del vero, vaneggiava e vaneggia di comunisti alla Bersani. Renzi non ha soluzioni per la scuola, che silura come Gelmini e Carrozza, né vie nuove per la politica. Giungiamo a lui perché i partiti, i suoi veri compari nel gioco delle tre carte, ridotti a comitati elettorali e camarille, hanno interpretato a loro modo l’invito di Cattaneo a fare gli italiani. Ne son venuti fuori così gli elettori che occorrevano al leader del «tempo nuovo», quelli «che non hanno bollini e non hanno etichette». Il «bestiame votante» che a fine Ottocento inquietava Antonio Labriola.
Il Renzi politico non è figlio di se stesso. L’ha creato il lavoro condotto alternativamente da governi che hanno condiviso un punto fermo – il mitico «centro» – , una legge elettorale incostituzionale e un programma unico, di volta in volta definito, a seconda dei casi, di «destra» o di «sinistra». Un programma che aveva e ha nel mirino i diritti garantiti della Costituzione.

Uscito su “Fuoriregistro” il 21 dicembre 2013 e su “Liberazione” il 31 dicembre 2013

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Ringrazio Aurora del Vecchio che mi ha consentito di riflettere attentamente sull’evoluzione della specie. Avevo sempre creduto, infatti, che il processo evolutivo avesse seguito per grandi linee questo percorso: esseri venuti dal mare – abbiamo nel sangue quasi tutte le sostanze contenute nell’acqua marina – si adattano a vivere tra acqua e terra. Più o meno anfibi, questi organismi si modificano al punto di abbandonare il mare e vivere stabilmente sulla terraferma. Tra le specie che meglio sanno adattarsi, una si distingue tra tutte: la scimmia antropomorfa. Passo dopo passo, la coda si atrofizza e oggi non è che un’appendice estrema della colonna vertebrale, il coccige, testimone di ciò che fummo in un tempo che ritenevo lontano. A noi non restano che alcune vertebre saldate tra loro e prive di una funzione reale. Fermamente credevo che, partiti, dal mare e approdati a terra, per mille vie e nel corso di un tempo che è molto più lungo delle età della storia, ci fossimo trasformati in quello che siamo. Credevo anche che questo valesse per tutti noi. E’ proprio vero, però, che nessuna scienza è mai così esatta che non si possano registrare delle inspiegabili contraddizioni. Prendete la politica, per esempio, e osservate uno dei suoi esemplari più noti: il “leader di sinistra”.
clip_image002Se si mettono assieme gli elementi che possediamo, è facile credere che ad un certo punto del cammino, nonostante le differenze enormi – riformisti, rivoluzionari, socialisti, socialdemocratici, comunisti e chi più ne ha più ne metta – nonostante questo e molto altro, la trasformazione c’è stata: Bordiga, Gramsci, Togliatti, Berlinguer per quanto lontani tra loro ti sembrano della stessa famiglia. Poi, però, qualcosa deve essere evidentemente accaduta; quando ti trovi davanti a Renzi, infatti, i conti non tornano e te ne rendi conto con dolorosa chiarezza. Per carità, la coda non si vede, ma come escludere che la tenga prudentemente nascosta? Riformista, rivoluzionario, socialista, socialdemocratico, comunista? Nulla di nulla e forse l’esatto contrario. Tutto ti fa pensare davvero a una misteriosa involuzione: l’homo sapiens si è modificato anche nell’aspetto esteriore. Per ora si tratta di sfumature, dettagli – occhi lievemente spenti e una fissità da bambolotto di plastica, che sconcerta – ma il processo involutivo, tuttavia, il pericoloso ritorno ai pitecantropi non richiede approfondite analisi o dimostrazioni. Il passaggio dalla scimmia antropomorfa ai suoi lontani antenati si documenta da solo. “Renzi, fuori la coda!”, ti viene da esclamare ma, se ti fermi e rifletti, ti rendi conto che, oltre al leader, ci sono in giro tre milioni di figli dell’homo sapiens che l’hanno votato! Un dubbio angoscioso allora ti sorge: non è che le involuzioni sono contagiose? Se è così, vade retro Renzi, alla mia età, ci manca solo la coda!

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OveAhWIWHOZUtIc-556x313-noPadNon s’è mai vista tanta cattiva politica, quanta se ne trova nel diluvio di «tecnici» che ci piove addosso dai tempi di Monti e, a ben vedere, non dipende solo del fatto che in fondo anche un «esperto» ragiona in termini politici. E’ che, per sua natura, il predominio dei «tecnici» nella vita pubblica è un dato politico. In questo senso, il silenzio sui responsabili del ritardo con cui esce di scena la legge Calderoli ha un’evidente valenza politica, come politica è la ragione per cui ora si insiste soprattutto sulla sentenza della Consulta che non ha valore retroattivo, sulla legittimità delle Camere e la validità di norme e nomine «passate in giudicato» durante tre legislature su cui pesa l’ombra di una legge fuorilegge. Di fatto, se è vero che ai «tecnici», a torto o a ragione, può bastare questa rassicurazione, non è meno vero che una legalità così zoppicante sul piano morale a buon diritto interroga gli storici sul processo degenerativo della nostra vita politica e può sembrare ai filosofi incompatibile con l’etica repubblicana.
Si sa, la Consulta «giudica sulle controversie» e si muove, quindi, solo secondo il principio base della giurisdizione: «nemo judex sine actore». Anche qui però, chi si ferma sul dato tecnico scivola sul terreno di un’assoluzione politica fondata su una legalità priva di legittimità etica, perché non è vero che senza denunzia non ci sono reati e colpevoli. Anche a non tener conto delle risposte «tecniche» che celano fini politici – il no della Consulta al referendum sulla legge Calderoli nel 2012 – come non pensare che si faccia quadrato attorno alla «continuità dello Stato», quale che esso sia a quanto pare, solo per sfuggire a una domanda cruciale: è inevitabile che una legge elettorale, tecnicamente e moralmente oscena, condizioni per otto anni la vita politica di un Paese o, sia pure come difesa «da ultima spiaggia», la Costituzione ha in sé, un meccanismo di salvaguardia?
Il Presidente della Repubblica, in effetti, ha un potere di veto sospensivo per ragioni di legittimità, sicché, se pensa che una legge contrasti con la Costituzione di cui è supremo custode, può rinviarla alle Camere. A suo tempo Ciampi non lo fece e Napolitano s’è poi fermato alle critiche. C’è un luogo comune «tecnico», moralmente dubbio, che non ha radici nello «spirito» della Costituzione e non trova piena conferma negli Atti della Costituente. Si dice che il rinvio alle Camere sia l’ultima carta; se le Camere insistono, va promulgata. In effetti, l’Assemblea discusse con passione sulla «necessità giuridica e morale» che il Presidente rifiutasse di promulgare leggi incostituzionali e sul suo eventuale diritto di proporre azione di incostituzionalità di una legge. Nell’illusione di un contrasto tra «uomini eminenti […] sensibili ai problemi della libertà e del decoro del Paese», l’Assemblea non volle riconoscere questo diritto al Presidente della Repubblica ma gli indicò un imperativo morale. In caso di «extrema ratio», infatti, nella prospettiva storica di un conflitto di alto profilo, si disegnò una via di fuga; il rifiuto di contribuire sia formalmente «alla formazione di leggi anticostituzionali si manifesterà attraverso le dimissioni. Il Presidente aprirà la crisi e il Paese finirà per decidere attraverso le elezioni». Non si pensò – sembrò irreale – che il contrasto potesse nascere proprio su una legge che negava al Paese la facoltà di decidere come uscire dalla crisi.
All’«extrema ratio» siamo purtroppo giunti, e Napolitano avrebbe avuto motivo di manifestare il suo dissenso ultimativo, ma non l’hai mai fatto. Ha consentito a Prodi, privo di maggioranza, di tornare al governo col mandato esplicito di cambiare la legge elettorale, perché quella Calderoli era palesemente illegittima – ma la legge non è stata cambiata; ha firmato il Lodo Alfano – e la Consulta ha rimediato – e ha promulgato la riforma Gelmini che fa cartastraccia della Costituzione. Fino alla fine del suo primo mandato, si poteva pensare che, a rendere impossibile lo scontro, fosse proprio una questione tecnica dal valore profondamente politico: le dimissioni e la crisi non avrebbero risolto il problema, perché si sarebbe tornati al voto con la legge truffa. E’ venuta poi la rielezione. Un rifiuto pubblico e motivato Napolitano non l’ha opposto, non ha replicato che declinava l’offerta degli figli di una legge fuorilegge. Ha preferito farsi rieleggere, ha posto alle Camere condizioni da Repubblica presidenziale – o così o me ne vado – ma la legge non è stata cambiata e il Presidente non solo non se n’eè andato, ma ha deciso che non si vota nemmeno ora che la legge c’è, perché l’ha fatta la Consulta: la legge Calderoli senza premio di maggioranza e coi voti di preferenza.
Gli «esperti» ci rassicurano: anche se non si voterà, siamo nei confini della «legalità tecnica». Quali ombre, però, proietti tutto questo sulla nostra vita politica, sulla storia di questi anni e sul prestigio delle Istituzioni lo dicono le parole di fuoco della Costituente. Chi vuole può leggerle. Dicono che è «peggio un Presidente della Repubblica che firma una legge incostituzionale, violatrice della libertà dei cittadini, che un Presidente che si vede sconfessato dalla Corte Costituzionale. Nell’un caso si tratta di un prestigio di sostanza, storico, nell’altro caso di un prestigio che rimane nella cronaca». Meglio, quindi, «un Presidente della repubblica che si dimetta prima, denunciando Governo e maggioranza, che un Presidente costretto a dimettersi dopo». Napolitano è riuscito a fare entrambe le cose: firmare il Lodo Alfano, dichiarato poi incostituzionale, e contestare la legge elettorale senza dimettersi, come pure aveva promesso, tornando al Quirinale. Non bastasse, sostiene che le Camere venute fuori da una legge ufficialmente incostituzionale, possano, cambiare la Costituzione.
A questa singolare e terribile tragedia politica ci hanno condotto il neoliberismo e una immorale «legalità tecnica».

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