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Archive for maggio 2011

Una lettera che faccio mia. C’è chi s’illude che una moderna “democrazia autoritaria” possa scivolare sulla buccia di banana di un voto. Io no. Qui Berlusconi c’entra poco. La legge 62 sull’editoria è un capolavoro del PD. Chiedete lumi a Giuseppe Giulietti e Vannino Chiti, “bardi” della democrazia, che l’hanno presentata in Parlamento.
C’è chi fa l’ingenuo e scrive che si tratta di “scarsa conoscenza di cosa sia la Rete”. Io credo sia il contrario. Lo Stato conosce bene le potenzialità di Internet e affida alla magistratura, che ne è un pilastro, il compito di applicare leggi che mettono il bavaglio. La verità è che quando un Parlamento assume i connotati di una Bastiglia, tutto ciò che ci si può inventare è un 14 luglio.

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Cari amici,
purtroppo è accaduto il peggio. Per la prima volta in Italia e in Europa una Corte d’Appello ha condannato l’autore di un normalissimo blog, qual era “Accadeinsicilia”, per stampa clandestina. Si tratta del secondo giudizio di merito, che in questo momento, nel clima pesante che l’Italia vive, può fare giurisprudenza e determinare la fine di una libertà civile che è emblema della nostra epoca. Sono arrivati attestati di sostegno dalla FNSI, da “Ossigeno per l’informazione” diretta da Alberto Spampinato, da Sabina Guzzanti, da numerosi giornalisti e blogger italiani. E di queste testimonianze si ringrazia sentitamente. Oggi è uscito su “Il Fatto” edizione on Line, un articolo firmato di Enzo Di Frenna, che sintetizza bene ciò che non è più un “rischio”, ma una realtà drammatica, che coinvolge circa 50mila blogger, dal 2 maggio etichettati come fuorilegge. Il giornalista del “Fatto”, nel prendere atto che “in un polveroso palazzo di giustizia celebriamo la morte dei blog” avanza delle proposte, che meritano di essere discusse con la massima urgenza, perché non si arrivi all’irreparabile. Vi prego di fare circolare questo intervento e di pubblicarlo nei vostri blog e giornali, perché la discussione sia la più ampia possibile.
Un caro saluto e a presto.
Giovanna Corradini

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Bocce ferme. Dopo risse, aggressioni e concerti, tacciono finalmente i candidati, ma il rantolo della politica vive nel delirio di Berlusconi: “Mister Obama, ho una nuova maggioranza”. Dietro le luci psichedeliche, due liberismi a confronto; a Milano Pisapia, un ex comunista, si volge ai “moderati” e una sinistra tutta belle maniere e società civile promette di sterilizzare il conflitto e ripristinare le regole del gioco. A Napoli, la voglia di riscatto si affida a De Magistris, un magistrato messo fuori dalla magistratura, una sorta di “perseguitato politico” che fa da argine allo strapotere della criminalità organizzata, ma non va oltre le cicliche e storicamente sterili “campagne morali” d’una borghesia sorpresa dalla sua stessa miseria morale. A completare il quadro, le bandiere rosse, che non hanno scelta, dopo la storica Caporetto della sinistra alternativa, si schierano a mezz’asta sul terreno del liberismo progressista.

Se questo è al momento il terreno dello scontro, ben venga la disfatta della destra reazionaria e golpista. Il “popolo sovrano”, fonte della legittimità del potere, s’è diviso e frantumato nell’illusione del “benessere” che ha superato gli antichi confini delle classi. Qui la vittoria della società industriale avanzata è innegabile, tuttavia, sotto la calma paludosa che rassicura i grandi gruppi di potere, qualcosa si muove e sfugge alla lettura “classica” borghese. E’ un terremoto che ricorda Marcuse e il suo “sostrato dei reietti e degli stranieri, degli sfruttati e dei perseguitati di altre razze e di altri colori, dei disoccupati e degli inabili”.

Si fa un gran parlare di democrazia. C’è chi la colora di ciclamini e chi l’utilizza per far la guerra, ma un dato su cui riflettere si coglie: mentre la crisi blocca l’ascensore sociale, più il tempo passa, più cresce la massa dei disperati che rimane fuori dal processo della “democrazia” e più si moltiplicano i segni di aperta insofferenza per l’inganno liberista. La politica si perde tra il Pil e gli indici economici e predica il contenimento della spesa, ma la vita, che si spende tutta in una volta sola, si rifiuta di spegnersi nelle astratte ragioni di burocrati e ragionieri. E qui il corto circuito può accendere l’incendio.

Non è questione di regole, riformismo o conservazione. E’ che le intollerabili ragioni dell’economia di mercato cozzano contro quelle insopprimibili della volontà di vivere, sicché le piazze che si riempiono di giovani si collocano fuori dal sistema e da fuori lo attaccano perché lo sentono nemico. Forse i giovani non ne hanno ancora una coscienza chiara, ma la loro opposizione è di fatto rivoluzionaria. E torna in mente Marcuse con la sua “forza elementare che viola le regole del gioco e così facendo mostra che è un gioco truccato”. Quando masse di sfruttati levano la bandiera dei diritti violati, si raccolgono repentine in strada e occupano la piazza senza armi, sapendo di rischiare lo scontro fisico, l’assalto delle forze dell’ordine addestrate a reprimere, la galera, l’internamento e forse la morte, c’è qualcosa che si muove nel profondo del corpo sociale.

Nessuno conosce il futuro e dallo scontro che s’annunzia potrebbe anche nascere una barbarie che spezzi il percorso della pretesa civiltà occidentale. Tuttavia, quando una genrazione non si riconose nel gioco e non si piega alla violenza legalizzata dello Stato, nulla proibisce di pensare che barbaro oltre misura sia diventato il potere e la spinta al cambiamento delinei, invece, il quadro d’un crollo che ha dalla sua le ragioni della storia. E’ già accaduto e grandi imperi sono caduti quando gli estremi si sono toccati, saldando la forza degli sfruttati alla lucida protesta della avanguardie prodotte dalla coscienza dei diritti negati. E’ accaduto, quando l’impossibilità del riscatto sociale s’è incontrata con la consapevolezza dell’arretramento civile e l’utopia, che muove la storia, ha trasformato in coscienza rivoluzionaria un generico desiderio di cambiamento. Non aveva torto Marx: “il vero regno della libertà […] può fiorire soltanto sulle basi del regno della necessità”.

Uscito su “Fuoriregistro” il 28 maggio 2011

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Quando lo capiranno sarà tardi. E’ un territorio vasto e incontrollato. Naufragano tra gli scogli di Lampedusa, il Canal di Sicilia e le aule delle scuole e delle università di tutto il Paese. Li batte la cultura e non lo sanno. E’ la storia già scritta che decide, i fatti già avvenuti e i crimini consumati, contro i quali non c’è forza che tenga. Berlusconi, Bossi, La Russa, Gasparri, Tremonti, D’Alema, Veltroni, Casini. Non si tratta solo della paccottiglia plastificata del berlusconismo. E’ un suicidio di massa. Muore di leggi razziali l’abbozzo di genocidio tentato da Maroni, si spegne per rigetto il segregazionismo di Fini, Turco e Napolitano. Cede di schianto la pretesa che una banda di mercanti formi un Parlamento, che la libera coscienza dei popoli si sottometta agli interessi di un potere che pretende di decidere persino sulla vita e sulla morte.

Se ne sono sentite tante in questi giorni, che non ci sono dubbi. La partita contro la cultura e la formazione, aperta dai tagli di Gelmini e Tremonti è stata la Waterloo di un regime fondato sull’ignoranza. Carlo Galli, politologo e “opinionista” di quelli che vanno per la maggiore, ha sputato, nel consenziente silenzio degli “intellettuali” presenti la storica sentenza: “è il vento del Nord che si leva a Milano, là dove cominciò la Resistenza“! Una bestialità che fa il pari solo con la miseria morale e l’ignoranza mostrate in Emilia dal prof. Tremonti: “Quando sono venuto a Bologna tempo fa mi hanno detto che c’erano state le primarie e che aveva vinto Merola. Pensavo di essere a Napoli e invece ero a Bologna. Se continua così, a Bologna, il prossimo sindaco si chiamerà Alì. E i babà se li porterà via Merola“.

Ovunque nel Paese, tra scuola e università, l’attacco alla cultura urta contro focolai di resistenza e in cattedra ci sono ancora professori antifascisti che, per nulla intimoriti da Bossi, Garagnani e i minacciati provvedimenti fascio-leghisti, ricordano ai giovani il valore della libertà conquistata sui monti partigiani. A Napoli, che ha così risposto a Tremonti, alle amministrative hanno perso assieme Berlusconi e Bersani e, comunque vada, emerge la dignità della gente libera. Fu un napoletano di cui Tremonti ignora persino l’esistenza, Armando Diaz, a decretare la fine degli Asburgo: “I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo – affermò dopo Vittorio Veneto – risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza. Era ed è antica e immutabile legge: quando un potere non ha più funzione storica, non c’è forza che tenga. E’ per questo che la vittoria del “napoletano” Merola, a Bologna, fa di Tremonti il simbolo d’un regime che implode. E così lo consegna alla storia: tragicomica marionetta dai fili spezzati.

In Spagna, intanto, a Madrid, i “giovani indignati” occupano la Puerta del Sol e la rivoluzione del Nord Africa sbarca in  Europa. Ciclamini, minimizzano pennivendoli e burattini, ma sono terrorizzati. Potrebbe essere una nuova primavera della storia. Fosse così, e tutto induce a sperare, c’è da giurarci: presto i giovani vorranno saldare i conti.

Uscito su “Fuoriregistro” il 19 maggio 2011.

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 Va buo’, piens’a salute,
m’a ditto pe’ telefono ‘n’amico.
Ma allora tu vuo’ sfottere? le dico.
Mò fa ‘nu mese ca stongo malate
e me mett’a pensa’ proprio a’ salute?
Ma si te dongo retta overamente,
o’ manicomio vaco certamente.
Piensece tu a’ salute, si te pare crianza,
ca mpietto teng’ancora ‘na speranza
e me voglio scurda’ de’ ‘uaie do’ munno.
Je corro appriess’e suonne.
L’e vist’a Spagna ca s’è ribellata?
Si o sole mio tramonta, ‘n’alba è nata.
Piensece tu ‘a salute, si te pare crianza.
Je mpiette tengo ancora ‘na speranza.

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La logica, se di logica si può parlare senza coprirsi di ridicolo, è quella dello Stato autoritario o, se preferite, di una repubblica delle banane. Gli estremi spesso si toccano e Fabio Garagnani, con la sua criminale proposta, conferma la regola: “Professori politicizzati sospesi per 3 mesi“.
Ognuno la prenda come vuole. Chi spera in un miracolo che non verrà, chi si trincera dietro il “delirio” di una minoranza di estremisti che forza le regole del gioco, per affidarsi ai lamenti generosi e impotenti del Capo dello Stato, si accomodi. Meglio sarebbe però dirsi le cose per quelle che sono e regolarsi di conseguenza. E’ ora di piantarla. Siamo stanchi di subire e non abbiamo paura.

La proposta di Fabio Garagnani è una sfida aperta a ogni idea democratica della politica, così come la concepirono non i bolscevichi di Zinoviev, ma i borghesi di Montesquieu. In quanto tale, è una sfida persa in partenza, che un politico vero non si sarebbe azzardato a lanciare. Un politico, anche il più mediocre, sa bene che l’uso e la scelta delle parole sono di per sé, ad un tempo, uno strumento ineludibile di formazione e una questione profondamente politica. Per spiegare ai suoi studenti cosa sia una moderna dittatura, un buon professore non farà certo il nome di Berlusconi; parlerà a lungo e in maniera ineccepibile di storia e diritto romano. Zola col suo “j’accuse” sarà più che sufficiente, perché una classe intenda cosa sia il razzismo. Garagnani dovrebbe saperlo e se non lo sa lo impari: lo Spilberg non poté impedire che Pellico costasse all’Austria più di una guerra perduta; i famosi, mussoliniani vent’anni in cui il cervello di Gramsci non avrebbe dovuto pensare, videro nascere le pagine di quei “quaderni” che ancora oggi inchiodano il fascismo alla colonna infame dei suoi crimini, fanno argine contro ogni tentativo autoritario e spiegano a chi voglia capirlo cosa sia stato nel nostro paese quel comunismo di cui Berlusconi ciarla e straparla.

Il pensiero non s’ingabbia. C’è, nella libertà d’insegnamento, la forza pacifica e incoercibile che invano gli ateniesi provarono a spegnere con la cicuta imposta alla suprema dignità di Socrate. Ci sono Foscolo, che umiliò col rifiuto l’arroganza asburgica, pronta comprarne l’animo libero, e morì nella miseria londinese lasciando incancellabile il suo testamento: “io professo letteratura“. Non basterebbe all’illusa prepotenza di Garagnani eliminare Dante dalla scuola. Messo a tacere quel suo invito alla rivolta del pensiero – “nati non fummo a viver come bruti” – si troverebbe dinnanzi l’ironico e tagliente Catullo: Nil nimium studeo, Caesar, tibi velle placere, / nec scire utrum sis albus an ater homo. Non m’interessa nulla di poterti piacere, Cesare, né di sapere se tu sia un uomo bianco o nero.

Il sapere è libero e la libertà è politica. Se il partito di Garagnani è autoritario e illiberale, torni a scuola e ricominci a studiare.

Uscito su “Fuoriregistro” il 12 maggio 2011 e su “il Manifesto” il 17 maggio 2011

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Studenti e centri sociali: ecco il patto del terrore”. Così titolava la stampa nel dicembre scorso, ma chi se ne ricorda più? La “Rete 29 aprile”, i sovversivi travestiti da ricercatori, annidati nelle università massacrate dalla pregiata ditta Gelmini & Co, sono spariti dalle pagine dei giornali. Un nuovo “terrorismo” ruba la ribalta a Giavazzi e Abravanel e l’allarmante democrazia italiana dà il meglio di sé nei cimiteri d’acqua mediterranei, nelle guerre umanitarie tra alleati svergognati e nei pruriti alla Tinto Brass sui disordini sessuali dei nostri arzilli nonni. Non è uno spettacolo politico edificante per i nostri giovani, tutti più o meno disoccupati nella repubblica fondata sul lavoro, ma saremmo negli standard della nostra “libera stampa” e della neoliberista “democrazia dei nominati”, se in tanto buio, non fosse così chiaro che l’apparenza inganna. Normale democrazia da esportazione è un Presidente della Repubblica che ci chiede candidamente di bombardare la Libia, ma altrettanto candidamente sostiene che non si tratta di guerra. La guerra, quella vera, ormai lo sanno tutti, la fanno i nipotini del Presidente coi soldati di latta e i modellini da collezionisti. Qualcuno dovrebbe spiegare perché non c’è un centesimo per la ricerca, mentre si trovano miliardi per andare in giro a seminar la pace a colpi di cannone, ma nessuno ci pensa e siamo ancora nella “normale” democrazia del tempo nostro, quella che ad ogni pie’ sospinto chiama a difesa dei sacrosanti principi del diritto internazionale, poi li fa a pezzi e non c’è nulla da dire. Nella nostra “normale” democrazia esistono sempre due spiegazioni opposte per lo stesso fatto. Se un commando palestinese viola la sovranità di un Paese occidentale e giustizia senza processo un uomo disarmato, non ci sono dubbi: Giuliano Ferrara, Magdi Allam, Scalfari, Bersani, Mieli, Lucia Annunziata, il cardinal Bertone e tutti assieme leghisti, forzisti, futuristi, democratici, radicali, piddisti, casinisti e diprietristi, organizzano fiaccolate e manifestano sdegno per l’inqualificabile gesto d’una banda di barbari terroristi. Se la bella impresa nasce occidentale, va tutto bene madama la marchesa e, per favore, non facciamo domande, non disturbiamo l’Onu, non mettiamo su processi mediatici, non bruciamo bandiere e prepariamoci al peggio: occorrono quattrini per la difesa, perché s’aspetta presto la reazione e, poverini, i mercati turbati fanno capriole, intaccano i profitti e squintarnano le Borse. Marchionne vorrà perciò duemila referendum, Draghi riprenderà la litania sui conti pubblici e lo scialo dei pensionati e Napolitano, per suo conto, d’accordo naturalmente sui dolorosi tagli, si dirà preoccupato per la disoccupazione giovanile quantomeno raddoppiata.

Se l’assassinio pachistano dei crociati a stelle e strisce non sollevasse l’allarme per ogni dissidenza e non fornisse l’occasione per tornare quatti quatti alla campagna sugli studenti, i centri sociali e il “patto del terrore”, saremmo nello standard della nostra “libera stampa” e della concezione neoliberista della “democrazia dei nominati”. Così però non pare. Sarà un caso ma, mentre nel Lazio ormai nero c’è chi si candida per la Polverini, in nome di Mussolini, mentre a Milano impazzano bande di neofascisti e a Napoli si mette mano al coltello minacciando “antifà vi buchiamo”, mentre tutto questo accade e le liste elettorali puzzano di camorra, la Digos non sa trovar di meglio che arrestare gli immancabili anarchici nell’innocente Firenze. Quali anarchici? Quelli dello “Spazio Liberato 400 colpi”, una delle piccole “stelle” della “galassia contestatrice” che tanto preoccupò l’antiterrorismo nei giorni vergognosi dello scorso dicembre, quando fu chiuso il Parlamento e la compravendita dei deputati prese a schiaffi quel tanto che sopravviveva di legalità repubblicana.

A che gioco si stia giocando non è dato sapere, ma la domanda è d’obbligo: chi si vuole intimidire e perché? Chi difende diritti? Chi scende in piazza sdegnato per il razzismo di Stato? Chi è stanco e nauseato dei rapporti tra politica e criminalità organizzata? Chi si prepara a sostenere la flottiglia che parte per Gaza nel nome di Arrigoni e dimostra coi fatti che il silenzio dell’opposizione politica non garantisce la resa incondizionata dell’opposizione sociale?

Diciamolo prima e registriamolo a futuro memoria: quale che sia il gioco, è un gioco sporco.

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