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Archive for marzo 2020

Leggo da più parti – e spesso sono firme autorevoli – dichiarazioni cupe che trasformano uno stato d’animo comprensibilmente timoroso, in un dato di fatto: la democrazia è morta, si dice e si ripete con crescente insistenza.
L’affermazione è così convinta, da assumere quasi i contorni plastici della realtà e diventare una sorta di manifesto funebre, listato a lutto e scritto con lettere color pece. La democrazia è morta e – come accade in questi casi – il passato diventa bello. E’ un’ipocrita convenzione che, forse sotto i colpi del virus, rischiamo di introdurre anche nella valutazione politica: dopo morti, sui manifesti che ci ricordano, diventiamo tutti mariti fedeli, donne pie, padri, madri, nonne e nonni esemplari. Non sempre è vero, ma nessuno osa contestare.
Intendiamoci, non sto dicendo che di questi tempi ci sia da stare allegri e festeggiare, però, lasciatemelo dire, se quella che di questi tempi chiamiamo democrazia fosse morta davvero, non avremmo certo perso un paradiso terrestre.
Mai come oggi, comunque, è meglio stare ai fatti. E i fatti dicono che la pandemia ha ucciso migliaia di persone e qualche simulacro di diritto. La democrazia, invece, quella che aveva un senso e pareva tutela, l’abbiamo persa che ormai sono decenni, ma ci ha lasciato in eredità una Costituzione ferita che sopravvive però all’attacco feroce del neoliberismo.
E sono proprio i pochi spazi che essa riesce ancora a garantite a tenere testa validamente agli attacchi portati dal Coronavirus, utilizzato come foglia di fico del potere. In ogni caso, se guardiamo ai fatti con la dovuta freddezza, la situazione, da un punto di vista politico, non è più disperante di quella che viviamo ormai da anni. Se qualcosa di cambiato anzi emerge davvero, è che il malato più grave, il morto che parla oggi è il capitalismo. Dalle mie parti si dice che, quando mette le ali una formica è destinata a morire. E’ andata così anche col capitalismo. Negli ultimi anni l’abbiamo visto vincere e volare, poi è precipitato giù come una formica e più i giorni passano, più lo vediamo contorcersi negli spasimi dell’agonia. Certo, i medici sono costantemente al suo capezzale, le provano tutte, ma pare proprio che non sappiano più a che santo votarsi.
Intanto attorno ai diritti si combatte disperatamente, ma i segnali che vengono dal fronte non sono affatto negativi. Dopo tempo immemorabile, per esempio, scioperi spontanei di lavoratori hanno costretto i padroni alla resa. Non è cosa da poco, così come non va trascurata la consapevolezza di larghi strati popolari, ai quali il virus ha mostrato coi fatti le promesse tradite e la Sanità distrutta. Mai come in questi giorni, davanti a occhi sempre più aperti e disgustati, il re non solo è nudo, ma debole, incerto e impaurito.
Pendiamone atto: questo non è tempo di dettare necrologi. A chi è stanco di subire tocca organizzare la lotta. Dopo trenta e più anni di sconfitte, la pandemia ha svelato d’un tratto al popolo indignato la ferocia di un sistema assassino e la gente ora lo sa: le sofferenze che viviamo hanno un nome e mostrano un bersaglio da colpire: capitalismo e classi dirigenti.
Recuperiamo i nostri valori e ricaviamone armi, senza farci prendere da facili entusiasmi e senza cedere a ingiustificati timori. Facciamolo. Tutto quello che accade conduce a una conclusione: di fronte al popolo stanco di tradimenti abbiamo un gigante dai piedi di creta.

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La mattina, mentre continuano gli arresti domiciliari e ti va anche bene, perché attorno a te si soffre e si muore, dialogare tra noi, compagne e compagni, non serve solo a far passare il tempo. Ci aiuta a conoscerci, a riflettere assieme e a ricavare un piccolo guadagno anche da un’esperienza tragica e feroce.
Prendi, per esempio, quanto scrive una compagna con un filo di amarezza:
– Ho la sensazione che a seguito di giudizi dati senza avere chiaro le dinamiche di cosa sia successo, alcune pagine non pubblicano più i miei post o alcune persone che prima mettevano i like apprezzando il mio impegno, sono sparite.
Che non si tratti della lamentela sterile di chi si piange addosso, diventa chiaro appena provo a capire:   
Mi piace pensare – prosegue infatti la compagna – che siano troppo occupate a lottare per il bene di tutti e tutte, come io sono impegnata costantemente nel tutelare il benessere dei lavoratori e delle lavoratrici in questo momento di grande emergenza. Ho fatto un errore? Può essere. Ma voi per un errore mi state a lapidare? Fate come volete, ma io non mi tiro indietro; sono aperta al confronto e state pur certi: quando possibile, ci sarà.
Brava compagna, mi sono detto leggendo. In fondo non capire o, perché no?, non condividere qualcosa di ciò che scrivono compagne e compagni è possibile e direi  che ci fa anche bene. Il mondo sarebbe un manicomio se pensassimo tutti sempre alla stessa maniera. Uno dissente, te lo dice, ci si spiega… È così che dovrebbe andare, no? Se invece si giunge al punto di mettere al bando, beh, qualcosa non va, o meglio, per essere chiari, c’è qualcuno che ha sbagliato collocazione. E qui mi accorgo che una cosa da dire ce l’ho anch’io.
Cosa?
Voglio dire che non c’è nulla di più stupido dei portatori di verità. 
La vuoi chiudere qui?
No, non basta. Se dialogo dev’essere in una mattina di arresti domiciliari, andiamo avanti e diciamocela tutta. Non te la prendere, compagna. Non sono cristiano ma ricordo parole antiche e chiarificatrici: chi non ha sbagliato scagli la prima pietra. Quante  volte l’abbiamo sentito dire! E’ solo buon senso comune, d’accordo. Sarà un caso, però, ma chi tira sassi per lapidare e punta il dito sull’eresia, in genere non ha capito niente.
Se ci penso bene, noi ci siamo riuniti in un movimento anzitutto perché non siamo individualisti e vogliamo capire assieme. In fondo non abbiamo nulla da insegnare e molto da imparare.
E qui mentre la giornata prende la sua via, due parole le dico a me stesso. Questa maledetta tragedia che ci ha colpiti dalla sera alla mattina, ogni giorno ti impone soliloqui e una cosa ti diventa chiara: quando arrivi alla fine del percorso, e io ci sono ormai vicino, ti accorgi che la vita è spesso una tempesta. L’hai imparato con gli anni: la sola bussola che ti può condurre al riparo in un porto ha il dubbio come  stella polare. Chi vive di certezze è destinato a naufragare. 

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Forse sbaglio, ma più giorni passano, più la ferocia che ci assedia e ci tiene prigionieri degli esiti atroci della malafede di chi ci ha governato negli ultimi anni, non solo produce una sempre più intollerabile sofferenza, ma fa sì chi meno ha, più patisce. Pare di sentire – cupo per ora, in apparenza lontano, ma indubbiamente minaccioso – un urlo rabbia devastante. Una di quelle cose che girano le pagine della storia.
I quaderni delle doglianze sono stati ripetutamente presentati a chi avrebbe dovuto leggerli, ma non è servito a niente. Se non avranno pietà di se stessi, forse restare a casa per scampare al pericolo, come noi stiamo a casa per evitare contagi, non basterà a chi ci ha condotti dove siamo. Per molto meno di quanto ci hanno fatto e ci stanno facendo soffrire, si sono viste teste cadere.
Boccia, presidente di Confindustria, insiste: bisogna riaprire le fabbriche. Questi barbari, peggiori di bestie feroci, continuano a badare a se stessi e ai propri interessi eppure lo sanno – i loro professori gliel’hanno insegnato e glie’ha ricordato recentemente sul Manifesto Laura Marchetti – che, mentre Troia bruciava, Enea non cercò scampo per sé, ma portò in salvo con lui il piccolo figlio e il vecchio padre, caricato sulle sue spalle. Così, nel momento della barbarie, il guerriero salvò la civiltà.
Tra i giorni del nostro assedio e l’incendio che si annuncia c’è ancora un po’ di tempo. O chi ha appiccato il fuoco lo userà per far vivere almeno un barlume di pietas, oppure non troverà pietà.

Agoravox, 2 aprile 2020

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Chiusa in casa la gente, lasciata mano libera ai padroni, data la precedenza al mercato e al profitto, è cominciata la strage.
Quando sono comparsi i primi segnali di stanchezza e d’insofferenza, si sono messi in campo l’esercito e un messaggio chiaro: fate i buoni e badate a voi stessi perché se non vi ammazza il virus, ci pensa il fucile.
Poiché, però, si continua a morire e non solo di virus, ma anche di fame, lo scontro sui diritti, è diventato scontro di classe e quando nelle fabbriche gli operai hanno incrociato le braccia, la risposta è giunta immediata: vietato scioperare.
Ieri in alcune città s’è vista gente fare la sua “spesa proletaria”: prendo e non pago, se mangi tu, voglio mangiare anch’io!
Il virus – l’imprevisto incidente di percorso – non ha trovato gli ospedali impreparati per caso. E’ accaduto perché sulla salute per anni si sono fatti affari da non credere. Più gente uccide, più il virus mette e nudo un’atroce realtà: è il capitalismo che ci sta uccidendo. Dopo la caduta del muro di Berlino, avrebbe dovuto regalarci un paradiso terrestre e invece ci ha portato un inferno.
Come tante volte nella storia, dietro la rabbia momentaneamente muta spuntano minacciosi i primi segni di un conflitto sociale vasto e dagli esiti imprevedibili. Chi, di fronte alla morte di tanta povera, gente continua a parlare dei milioni che perde, non ha capito che gli resta ancora un po’ di tempo per cambiare sistema e trattare la pace. Se cercherà la guerra, come ha fatto finora, quando l’epidemia sarà passata, dovrà fare di corsa le valigie. Quando quel giorno verrà, gli andrà bene davvero se porterà la pelle a casa.

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Ogni giorno un virus micidiale contagia migliaia di cittadini. Nonostante il coraggio e il sacrificio di chi cura i malati, è una strage dolorosa e continua.
La scienza e la storia diranno domani che sta accadendo davvero, cosa sarebbe stato opportuno fare o non fare.
Una domanda precisa però ha già la sua dannata risposta. Sarebbe andata così se nel bilancio dello Stato i medici, il personale ospedaliero e gli strumenti necessari alla tutela della salute avessero avuto la necessaria e naturale precedenza sugli uomini e sugli strumenti di guerra? Certamente no e diciamolo chiaramente: questa inaccettabile scelta tra guerra e salute non è stata semplicemente un inaccettabile errore. Di fronte alla strage che ci colpisce impotenti, lo sperpero di risorse spese in armamenti, tagliando l’ossigeno al Servizio Sanitario, è stato un feroce crimine di guerra.

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Costretti agli arresti domiciliari da un’epidemia che dilaga soprattutto a causa delle politiche dissennate dettate dall’UE e dalla Confindustria, che hanno distrutto la Sanità Pubblica, assistiamo impotenti alle scelte incerte d’un governo, sottoposto al ricatto dei padroni. Ieri l’ultimo atto della tragica pantomina; mentre si dà la caccia all’untore e si vieta persino la corsa innocente e solitaria nei parchi, Conte modifica il decreto di chiusura delle aziende che non servono alla vita quotidiana della popolazione duramente colpita: non chiudono, lavoreranno fino al 25.
Da noi la pandemia si può combattere con ogni arma, tranne la chiusura delle fabbriche, la più adatta a tutelare la popolazione inerme. Per Confindustria chiudere le fabbriche provocherebbe danni ai titoli quotati in Borsa e potrebbe costringere gli imprenditori a pagare penali per il lavoro non consegnato. I padroni, quindi, spudoratamente hanno chiesto tempo, ancora altro tempo e non si curano dei morti che aumentano negli ospedali disarmati e infettati.
In un Paese privo di memoria storica, in cui vive ormai un popolo ridotto a gregge, qualcuno dovrebbe ricordare al governo il caso emblematico di Luigi Bonnefon Craponne, fondatore e primo presidente di Confindustria, teorico di una strategia di puro egoismo, per la quale “gli industriali non debbono restringersi alla difesa dei loro interessi economici immediati nei riguardi della classe operaia, ma saper fare pressioni tali che la legislazione sociale non proceda troppo avanti e non danneggi l’industria e i suoi interessi”.
Con questa lucida e pericolosa dottrina, nel 1913 Confindustria affrontò le richieste degli operai, impegnati in un sacrosanto sciopero a oltranza. Di fronte a tanta arroganza, Giovanni Giolitti, che non fu certo  un pericoloso bolscevico, presidente del Consiglio come oggi Giuseppe Conte, non usò mezze misure; per molto meno di quanto sta combinando oggi Vincenzo Boccia, espulse infatti dall’Italia l’eversivo capo dei padroni, Luigi Bonnefon Craponne.
Si trattava – si badi bene – di uno scontro sindacale, ma per Giolitti, il capo degli industriali, di origine francese, non solo era venuto meno al dovere di rispettare il Paese che lo ospitava, ma aveva messo a rischio la pace sociale, osando «eccitare e invelenire le agitazioni degli operai, suscettibili di gravi effetti politici e sociali».
E’ difficile immaginare cosa avrebbe fatto Giolitti a Boccia oggi, quando si gioca con la vita dei lavoratori e con il rischio di contagiare ulteriormente una popolazione messa a durissima prova dalla religione del profitto e dalle politiche neoliberiste. In tanta confusione e vergogna, tuttavia una certezza l’abbiamo: l’epidemia sta mettendo a nudo la miseria morale della peggiore classe dirigente della nostra storia.

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Intervento al Corso CESP 5 maggio 2017. Ricordi e riflessioni ai tempi del coronavirus. Non semplicemente una storia personale, ma la necessità di porsi una domanda: gli assediati possono battere chi li assedia?
Per ora la risposta è incerta, ma non ci sono dubbi: l’epidemia non sta facendo solo vittime innocenti. Più la situazione diventa grave, più smaschera e uccide le inaccettabili menzogne dietro le quali emergono le responsabilità decennali della classe dirigente che ora ci chiede di stare in casa. Lo stiamo facendo – non ci hanno lasciato scelta – ma quando tutto questo sarà finito, si aspettino la reazione e si preparino a rispondere dei gravissimi crimini commessi.
Qui si parla di scuola, ma il discorso vale per i mille diritti distrutti dall’arroganza, dall’ignoranza e dalla malafede delle due destre che da decenni ingannano la popolazione recitando il ruolo della maggioranza e dell’opposizione.

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Maria Edgarda Martucci, Eddi per i compagni, tornata tra noi dopo aver combattuto per la libertà dei curdi, è stata sottoposta per due anni ai vincoli della sorveglianza speciale. Come tutti i sorvegliati speciali Eddi non ha commesso reati ma le autorità di pubblica sicurezza pensano che potrebbe commetterne. Il provvedimento che la colpisce, quindi, si fonda sull’opinione di un funzionario e di un giudice, che, secondo criteri lombrosiani, vedono in Eddi una tendenza a delinquere.
Se confermata nei successivi gradi del processo, questa opinabile scienza – che riduce lo Stato e un’entità socialmente pericolosa – priverà Eddi di alcuni diritti e di buona parte della sua libertà personale. Trasformata in suddita, la cittadina incensurata Maria Edgarda Martucci si vedrà sottrarre passaporto e patente e dovrà sottostare a obblighi stringenti: comunicare alla polizia l’indirizzo di casa, da cui non potrà allontanarsi senza informare le autorità; la mattina non potrà uscire prima di una certa ora e la sera dovrà rincasare presto. Dovrà lavorare, ma senza chiedere licenze di alcun genere, potrà svolgere solo mansioni di dipendente o fare un lavoro autonomo per cui non è richiesta l’iscrizione a un albo. Nessuna riunione, nessuna manifestazione, nessun compagno sottoposto a provvedimenti di polizia e per finire, niente bettole e osterie.
E’ opinione di funzionari e giudici, che questo trattamento impedirà a Eddi di creare problemi di ordine pubblico. Per dirla chiara, le insegnerà – o dovrebbe insegnarle – che è pericoloso agire secondo coscienza e manifestare liberamente le proprie opinioni. Tutto legale? Sì, ma è la legalità autoritaria, quella del codice Rocco, che consente ai giudici della Repubblica antifascista di esercitare la loro funzione secondo provvedimenti di ispirazione chiaramente fascista.
C’è un libro uscito pochi anni fa che pare scritto solo per “specialisti” e invece dovremmo leggere tutti, per capire come possa accadere che un Tribunale della Repubblica nata dalla guerra di  liberazione, giunga a condannare a due anni di sorveglianza speciale una giovane donna che – come riconosce la stessa accusa – non ha commesso  reati.
Il libro, scritto da Mimmo Franzinelli e Nicola Graziano, uno storico e un magistrato, è intitolato Un’odissea partigiana e ricostruisce l’incredibile storia di alcuni combattenti della guerra di Liberazione che, quando l’amnistia di Togliatti aprì le porte ai fascisti reclusi, si trovarono a fare i conti con giudici mussoliniani dal dente avvelenato, che inquinavano i Tribunali della Repubblica. La persecuzione fu così spietata che, pur di sottrarli alla vendetta, Terracini si rassegnò a ottenere condanne giustificate dalla pazzia. Amnistie e indulti, si disse l’avvocato comunista che aveva firmato la Costituzione con De Gasperi e De Nicola, avrebbero poi provveduto a tirarli fuori dai manicomi.
Le cose però non andarono così  e i “pazzi per la libertà” rimasero quasi tutti in manicomio, perché il codice fascista, che non abbiamo mai cancellato dalla vita della Repubblica, esclude da indulti e amnistie chi è considerato “socialmente pericoloso”. Si spiega così, con questa regola fascista che annichilisce la Costituzione quanto è capitato in questi giorni a Eddi, cha di fatto ha ripercorso la via amara di tanti partigiani.
Una esperienza di questo genere può capitare solo in un Paese come il nostro, che non ha fatto i conti col fascismo e ignora purtroppo la sua storia. Un Paese di sedicenti “liberali”, in cui è facile incontrare giudici che non conoscono il monumento levato in piazza dopo l’unità d’Italia a Santorre di Santarosa, il rivoluzionario borghese che passò dai moti carbonari, all’esilio inglese – cui l’aveva costretto un Tribunale – e incontrò la morte per mano turca, combattendo in Grecia per la libertà dei padri della democrazia.
Se non fossimo un popolo di “senzastoria”, Emanuela Pedrotta, Pubblico Ministero a Torino, si sarebbe guardata bene dall’utilizzare il codice penale secondo lo spirito che ispirò il fascista Rocco. La storia, maestra di vita, che trova purtroppo sempre meno allievi in grado di apprenderne la lezione, l’avrebbe indotta a riflettere, a ricordare che nel 1897, l’Italia liberale, che pure non fu modello di democrazia, non osò ricorrere al codice Zanardelli e non condannò i giovani tornati in Italia, dopo aver combattuto per la libertà di Candia, assalita dai Turchi. L’idea universale di libertà l’avrebbe fermata, benché tra quei volontari ci fossero soprattutto rivoluzionari, come il comunardo Amilcare Cipriani, Ettore Croce, futuro deputato comunista, poi perseguitato dai fascisti, e Arturo Labriola, futuro sindacalista rivoluzionario, sindaco di Napoli e ministro del Lavoro con Giolitti.
Qualora questi nomi non fossero bastati a imporle rispetto per chi difende della libertà di tutti i popoli, avrebbe certamente fatto un passo indietro di fronte al sacrificio di Antonio Fratti, giovane deputato repubblicano, partito con Cipriani, Croce e Labriola, ucciso in combattimento dai Turchi, ricordato in versi appassionati da Giovanni Pascoli e salutato dalla commemorazione rispettosa  dei colleghi parlamentari di ogni parte politica. Purtroppo l’Italia d’oggi ignora la sua storia. Eddi perciò, ideale compagna del giovane Fratti, di Cipriani, Croce e Labriola, non ha trovato ad attenderla il poeta e i suoi versi appassionati, gli sguardi rispettosi del Parlamento e un popolo che le si è stretto attorno come avrebbe meritato. Per lei ci sono stati solo la ferocia del Codice fascista e un giudice che ignora la storia del suo Paese e non si inchina ai grandi valori che ci fanno sperare in un mondo migliore.
Centoventi anni dopo il sacrificio di Fratti, questo nostro sventurato Paese è tornato purtroppo un modello di barbarie. Io però ricordo – e mi sembrano scritte per Eddi – le parole che in quei giorni lontani ebbe a scrivere Matteo Renato Imbriani Poerio. Parole troppo presto dimenticate, che vale la pena di ripetere per Eddi:
“In cospetto di un delitto che non ha nome contro un popolo che fronteggia la barbarie dell’Europa […] sappia il popolo italiano imporre al suo governo una politica che non significhi vergogna”.
Sono parole che non moriranno, come vivi saranno per sempre, al di là di sentenze che si commentano da sole, i nomi e le storie di quei giovani che hanno il coraggio delle loro idee e le difendono in ogni modo possibile, come hanno fatto sui monti i partigiani.

Agoravox, 27 marzo 2020

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Quando l’epidemia “cinese” si è presentata in Lombardia, gli opinionisti esperti di manipolazione delle coscienze hanno posto subito l’accento sul carattere inedito della tremenda esperienza che stiamo affrontando e la popolazione si è lasciata convincere facilmente: dalla nostre parti una condizione così terribile e pericolosa, una minaccia così subdola e devastante non s’era mai vista.
L’insistenza feroce dei media è facile da spiegare: una minaccia più è sconosciuta e più ci fa paura. Avremmo dovuto rispondere con uguale prontezza che le cose non stanno così, che i più vecchi tra noi hanno ascoltato genitori e nonni raccontare le agghiaccianti tragedie vissute per anni e una vita fatta di paura, violenza, fame e disperazione. Avremmo dovuto rispondere subito, perché anche chi non ha ascoltato il racconto in famiglia ha trovato nei libri di storia i milioni di morti della “febbre spagnola”, l’infinita sequela di civili barbaramente uccisi dai bombardamenti e il terrore che ha attanagliato l’Italia negli anni interminabili del secondo conflitto mondiale. In questo senso, il primo insegnamento che ci viene da questa epidemia è chiaro: la memoria dei popoli è corta e la Storia, per quanto maestra si sforzi di essere, solo raramente trova allievi capaci di coglierne il messaggio più profondo, che di fatto riguarda il presente.
Gli opinionisti, che la storia l’hanno imparata e riescono a stravolgerla, sanno bene che nei momenti terribili della vicenda umana la paura non solo può fare più danni della sventura da cui nasce, ma può essere molto utile alle classi dirigenti. Trasformare in rischio mortale i meridionali, insorti per reazione alle contraddizioni del processo di unificazione, consentì alle classi dirigenti del neonato Regno d’Italia di varare la legge Pica, sospendere di fatto le garanzie dello Statuto albertino e non suscitare particolari problemi di coscienza nell’Italia “liberale”.
Si sente dire – e non senza fondati motivi – che quando la pandemia sarà passata, nulla tornerà com’era: l’Europa, che sta dimostrando fino in fondo la sua ferocia, sembra infatti avviata alla bancarotta e qui da noi, più il virus colpisce, più le responsabilità delle classi dirigenti neoliberiste nello sfascio della Sanità diventano evidenti. Tuttavia, i comportamenti della popolazione saranno certamente influenzati dall’andamento e dall’esito della tragedia che attraversiamo. Se la situazione si cristallizzerà e l’epidemia sarà domata in tempi più o meno “cinesi”, è probabile che la gente, più che ricordare le responsabilità del passato, si mostrerà riconoscente verso chi l’ha tirata fuori dalla sciagura e finirà col pagare costi “greci” alla terribile crisi economica che è dietro l’angolo.
In questo caso, molto probabilmente le destre, soprattutto quelle leghiste, chiederanno per il Nord la luna nel pozzo e il problema dell’autonomia indifferenziata si proporrà con forza rabbiosa.
Ben altro scenario nascerebbe da una malaugurata breccia aperta dal virus verso un Sud totalmente indifeso e trasformato ben presto in un inferno. Quanti sventurati si aggiungerebbero ai morti già registrati? Quale situazione di ordine pubblico ne nascerebbe? Non è da augurarselo, ma in questo caso le responsabilità di chi ci ha condotti a questa tragedia avrebbero un peso immane sullo sviluppo degli eventi; non per caso – e certo non per imporre “regole di distanziamento”, da più parti, in particolare al Sud, si sente invocare l’intervento dell’esercito.
Mentre gli eventi scorrono quotidianamente sotto i nostri occhi e l’Italia è in quarantena, una forza piccola come “Potere al Popolo” ha bisogno di analisi attente e di un lavoro di propaganda attivo ed efficace. Certo, il rischio che si sgretoli esiste e va tenuto presente, ma occorre aver chiaro che esistono anche notevoli opportunità di crescita e di radicamento. Dietro la retorica del personale che si batte eroicamente negli ospedali, per esempio, ci sono lavoratori stremati, che rischiano ogni giorno la vita e non hanno gli strumenti necessari per difendersi e difendere gli sventurati che il virus colpisce. I segnali della loro amarezza, della stanchezza e dei timori che li attanagliano, emergono sempre più spesso con forza crescente, così come scioperi spontanei hanno portato alla luce le ansie degli operai, costretti a entrare in fabbrica senza alcuna tutela e i timori di tutti i lavoratori abbandonati a mille incredibili rischi. Pap può e deve essere al loro fianco, organizzando una propaganda capillare, che vada al cuore dei problemi, utilizzando tutti gli strumenti che il mondo dei social mette a disposizione per zittire la retorica sugli “eroi” e dare voce a chi soffre e rischia. Se lo farà, comunque evolva questa terribile esperienza, Potere al Popolo non solo eviterà i rischi determinati dalla quarantena, ma coglierà tutte le possibili opportunità e si troverà accanto quella parte di popolazione che sta pagando sulla propria pelle la ferocia del capitalismo.

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Diciamolo pure senza girarci attorno, perché non siamo nati ieri e lo sappiamo bene: per Vincenzo De Luca, pessimo Presidente della Regione Campania e Commissario regionale per la Sanità, più il coronavirus fa balenare lo spettro delle peggiori disgrazie, più l’epidemia diventa un’occasione d’ora, un inatteso e autentico terno al lotto. Lui naturalmente non lo dirà mai, ma si vede lontano un miglio: più il tempo passa, più l’epidemia ci aggredisce e annuncia una catastrofe, più lo sceriffo salernitano sgomita, scalcia e ruba la scena al dolore della gente, alle angosciate riflessioni degli scienziati, ai medici e ai paramedici che vivono in prima linea e a rischio della vita una battaglia durissima e coraggiosa.
La narrazione che cerca di costruire il politico in difficoltà può essere efficace solo a una condizione: che la gente abbocchi all’amo, lo segua sulla via di una unutile repressione e dimentichi il ruolo che ha svolto in questi anni. E’ un’illusione destinata però a naufragare di fronte alle dimensioni del dramma e ai nodi che vengono al pettine.
Polizia municipale, carabinieri e forze armate che De Luca chiama a raccolta come per un golpe cileno, non hanno alcun potere di incidere sulla situazione che viviamo. I contagi purtroppo aumenteranno fino a raggiungere il picco, le vittime cresceranno fatalmente, nonostante l’abnegazione dei medici e degli infermieri e il prezzo che pagheremo sarà purtroppo altissimo e doloroso. Così alto e così doloroso, che alla resa dei conti nessuno dimenticherà gli ospedali che De Luca ha chiuso, i posti letto che ha cancellato, il turn over bloccato con le strutture boccheggianti per i vuoti di organico. Tutti ricorderanno la sua esclusiva responsabilità nei vuoti di organico, le oltre 45mila unità di personale che mancano alla sanità pubblica, priva di medici, e infermieri.
Quando usciremo da questa tragedia, De Luca non sarà il salvatore della Campania, ma l’uomo delle ordinanze stupide e autoritarie; sarà – ciò che è peggio – l’uomo degli ospedali chiusi, delle interminabili liste di attesa, dei reparti cadenti, delle barelle che sostituiscono i letti, delle condizioni igieniche da voltastomaco, della prevenzione oncologica praticamente cancellata. Non si faccia illusioni, perciò: quando usciremo da questa tragedia, la gente ricorderà tutto e dovrà rassegnarsi: la sua vergognosa carriera politica è giunta al capolinea.

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