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Archive for ottobre 2020

Non ci sono possibilità di dubbi, letture di parte o interpretazioni personali. Oggettivamente la condizione d’emergenza, certificata dagli atti del Governo e testimoniata dalla situazione tragica in cui versa il Paese, rende la disoccupazione una questione di importanza primaria a livello nazionale. Difendere l’occupazione, mentre la pandemia fa strage di posti di lavoro, ha un’importanza vitale ed è una questione che non può esser lasciata in mano all’interesse privato. Siamo al punto che il Governo esita a giungere al lokcdown, prendere il solo provvedimento capace di far fonte alla pandemia dilagante, per evitare che la disoccupazione aumenti e ci travolga. Non impone il lockdown, per evitare che le aziende chiudano, mettano sul lastrico i lavoratori e aprano una crisi dalle conseguenze drammatiche.
In questa situazione la Whirlpool, una multinazionale, decide di chiudere un’azienda che può tranquillamente stare sul mercato, mette sul lastrico centinaia di persone e il Governo, lo stesso che ha bloccato i licenziamenti, che fa? Il Governo balbetta.
Nel caso non se ne ricordino sarà bene ripetere a Conte e compagni ciò che la Costituzione prevede per far fronte a questa emergenza:
“A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che […] abbiano carattere di preminente interesse generale.”
In termini più chiari, nel dibattito alla Costituente il socialista Gustavo Ghidini spiegò “che l’interesse superiore della collettività può consigliare la socializzazione indipendentemente da qualsiasi altra considerazione particolare”.
Inutile girarci attorno. Conte ha un obbligo e non può sottrarsi: deve mettere alla porta la Whirlpool e tutelare i lavoratori.

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Patrimoniale e chiusura. Non si vede altra via.
Lo dimostra con qualche titubanza la Spagna che qualche quattrino lo sfila dalle tasche dei Paperoni. La Francia non tocca patrimoni, ma chiude per un mese e tira fuori miliardi per evitare strappi sociali. Qui da noi si parla di tutto tranne che di patrimoniale e in quanto alla chiusura, si va avanti coi pannicelli caldi. Tu ti rifiuti di pensare a problemi di capacità e giungi persino a immaginare ministri incerti di fronte alle grandi e profonde questioni filosofiche poste dalla pandemia: vita o lavoro? Soluzioni immediate o le trasformazioni richieste dalla storia quando gira pagina?
Ci pensi e un sospetto atroce fa capolino nelle tue riflessioni. Come tutti i disastri, per qualcuno c’è anche da guadagnare! E ti pare di sentirlo il ragionamento fatto per altri disastri: meno vecchi, meno pensioni… Perché, si sa, alla fine il virus fa fuori soprattutto i vecchi… Facciamolo lavorare!
A questo punto torni sulla vicenda così come si è svolta dall’inizio e ti pare sia chiaro da maggio, da quando l’ormai dimenticata «fase 2» è diventata ritorno a quella «normalità» che ha partorito la pandemia. Inizialmente mancava il coraggio di dirlo, anche se a leggere tra le righe non era difficile capire. Ora il nuovo «Mein Kampfe» è apertamente riconosciuto come principio guida della battaglia in corso. Il peggio, però, non è la strage di anziani. Il punto più agghiacciante è che la soldataglia nazista incaricata di affrontare il «mostro» è così culturalmente indigente, da non poter capire che il pianeta ha ormai giustamente identificato l’uomo come suo nemico. L’umanità in quanto tale, al di là dell’età.
Dopo questa, verranno purtroppo altre pandemie e virus meno selettivi. Mentre si progetta lo sterminio dei vecchi, dai ghiacci che si sciolgono al polo emerge metano che produce un «effetto serra» quattro volte più forte di quello causato dell’anidride. Un fenomeno da rialzo termico rapidamente mortale.
Bonomi e i suoi finti nemici del governo non sono solo criminali. Sono ignoranti. Troppo ignoranti purtroppo per poter capire che gli anziani sono l’avanguardia di una razza umana ridotta ormai alla condizione degli ultimi dinosauri. E purtroppo c’è così poco tempo, che sarà difficile evitare la fine. Lo dici e ti fa male dirlo: anche chi in piazza chiede chiusura e patrimoniale non sembra avere chiaro questo rischio mortale. La scienza ci ha avvertiti da tempo: siamo all’ultima spiaggia. Ce ne siamo resi conto davvero?

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Stamattina, a Napoli, di fronte all’ormai imminente chiusura della fabbrica, prevista per il 31 ottobre, i lavoratori della Whirlpool di Napoli, durante uno sciopero di otto ore, hanno bloccato il raccordo autostradale all’altezza di via Argine, dove si trova lo stabilimento. E’ una protesta estrema, un ultimo tentativo di spingere il governo a intervenire con decisione sulla multinazionale per impedire chiusura e licenziamenti.
Attorno ai lavoratori, purtroppo, c’è più fermento e solidarietà sui social che là dove essi lottano disperatamente. Come accade ogni giorno la notizia è accompagnata dai commenti dei soliti imbecilli, allocchi e servi sciocchi, ipnotizzati dalle formule dei sacerdoti del mercato.  Da anni si va avanti così e mi ricordo che certe sciocchezze pericolose circolavano già negli anni Novanta, quando, da sindacalista, vissi la tragedia dell’ICME, che per i padroni non aveva mercato, però stava in piedi benissimo, autogestita dai lavoratori e funzionò finché nei magazzini ci fu materia prima per la produzione. Quando non ce ne fu più dovette chiudere. Mercato però ne aveva.
Erano gli anni della deindustrializzazione e si erano spartite con l’Europa quote di produzione. Il sindacato aveva chinato la testa e la formula di rito era una sorta di mantra destinato a un enorme e feroce successo: «Non c’è altra via… non si può fare diversamente».
In quegli anni imparai che non è quasi mai vero che si chiudono fabbriche in crisi. Si chiude ogni volta che il padrone trova dove produrre dando tre centesimi ai lavoratori o dove gli assicurano che pagherà meno tasse e non avrà il sindacato tra i piedi. Da allora a oggi, ci hanno riempito la testa con la storiella dell’Europa unita, ma non esiste un salario unico europeo  e non c’è un sistema fiscale comune per l’UE. Oggi è peggio di ieri, perché la crisi – vera, ma molto più spesso falsa – sta schiacciando il Paese e lo sta trasformando in terra di conquista.
Uscire da questa trappola facendo leva solo sull’economia non è facile, ma ci sono strumenti politici che una forza ce l’hanno. Li elenco qui così, uno dietro l’altro e do per scontato il sorriso saccente degli scienziati del mercato e dei loro apprendisti stregoni. Esci dalla Nato e poiché finora a qualcuno le basi militare le hai date, mettile sul mercato. Alla guerra come alla guerra. Stasera stessa ritira i soldati che hai nei Paesi dove il capitalismo produce apposta crisi, rifiutati di accettare regole europee che fanno a pugni con i principi della tua Costituzione, manda a casa gli ambasciatori di Paesi dell’Unione diventati paradisi fiscali, fa pagare le tasse ad Amazon e soci, ritira le sanzioni che l’Europa impone alla Russia, lavora per creare un mercato alternativo dei Paesi mediterranei, magari con una moneta comune e vedrai che molto difficilmente ci sarà un’altra Whirpool. Vedrai che qualcosa cambia.
Il governo ripeterà il mantra liberista? Dirà che non c’è altra via e non si può fare diversamente? Minaccerà la forza, farà come ha fatto finora con la pandemia, chiudendo, finanziando le aziende e lasciando la povera gente a scegliere se morire di covid o di fame? E allora basta cortei con i commercianti, per lo più evasori e sfruttatori, che appena muore il Covid ti si mettono contro. Prendi atto e preparati. Leggi e rileggi le lettere dei condannati a morte della guerra di liberazione; falle leggere agli studenti, anche facendo didattica a distanza. Ti diranno che li sentono gridare come li stessero di nuovo torturando e si riconosceranno nelle torture che stanno subendo. Ascoltali anche tu, rileggile quelle lettere. Senti che dicono? E’ tempo d’una nuova Resistenza…

Agoravox, 2 novembre 2020

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Non pensate che parli di me, ma la cosa è reale.
Immaginate una persona malata, molto malata. Non di qualcosa per cui ricorri alla frase solitamente ripetuta in questi casi: «questione di vita o di morte». Qualcosa che non ti parla di un istante, di un soccorso immediato o della inevitabile fine. No. Si può esser malati e vicini alla morte senza per questo aver bisogno del Pronto Soccorso. Un tratto dell’intestino quasi ostruito, il cibo assimilato per modo dire, il peso che cala come fosse anoressia, un dolore feroce che chiede costanti e sempre più dannosi antidolorifici e – non bastasse – un sanguinamento lentissimo, che dà segno di sé solo quando l’emoglobina giunge a valori mortalmente bassi e senza una trasfusione non c’è scampo.
Immaginate tutto questo e il rischio mortale ch’è dietro l’angolo. Immaginate i  medici che studiano i sintomi, leggono lastre e filmati di minitelecamere introdotte nel corpo sempre più dolorante e solo dopo un anno fanno la diagnosi. Cure non ce ne sono. Occorre operare e si programma l’intervento.
Questione di giorni. Gli stessi giorni che bastano a un virus per travolgere gli ospedali e condurre alla sospensione degli interventi programmati.
Inutile proseguire il racconto. Non ci vuole molto a immaginare come si possa sentire chi viene messo alla porta dall’ospedale.
La nostra classe dirigente ha fatto una scelta: prima l’economia e poi la salute.  Più forte di tutti ha strillato e ottenuto quello che voleva Vincenzo Bonomi, il leader di Confindustria. Non il virus, ma lui è il vero carnefice del mio malato e di tanti tantissimi malati come lui. Qualcuno, di fronte a tanta ferocia, ha ricordato un’antica profezia: «socialismo o barbarie». Chi l’ha pensato ha ragioni da vendere, ma i tempi che sono cambiati dovrebbero indurci a una modifica. «Socialismo o estinzione» dovremmo dire, perché, se la leggiamo con attenzione, la lezione dei terribili eventi che viviamo va ben oltre la barbarie. Ci dice anzitutto che il nostro nemico oggi non è il virus, che si difende come può dalla ferocia umana. Ci dice – ma forse non l’abbiamo capito – che il dato più preoccupante di questa terribile esperienza è che il nostro pianeta e tutto quanto ci vive non solo possono benissimo fare a meno di noi, ma sono in grado di spazzarci via molto rapidamente. E hanno ragione di farlo: siamo noi che abbiamo danneggiato e danneggiamo la salute della terra.
Il nemico vero, quindi, siamo noi. Nemici persino di noi stessi e la barbarie potrebbe essere un paradiso, se confrontata col pianeta in cui dovranno vivere – o morire? – i nostri nipoti. Quando avremo superato questa pandemia, ne verrà un’altra e poi un’altra ancora. Al presidente di Confindustria che di tutto questo pare non sappia nulla, è facilissimo leggere la mano: non c’è scritto che è un barbaro. Sarebbe un complimento. C’è scritto che è un nuovo dinosauro, l’osceno esemplare di una razza in via di estinzione.

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Napoli, gennaio 1893. La disoccupazione, cresciuta oltre il tollerabile, minaccia l’ordine pubblico e la pace sociale. La Società del Risanamento, che lavoro ne dà, si è mangiata tutto ciò che poteva, anche il suo capitale e non riesce a gestire il conflitto con i proprietari che difendono la rendita da significative quote di case popolari e giocano al rialzo con l’indennità di esproprio, ritenuta sempre troppo bassa.
Benché vicino a Giolitti che governa, il Comune cerca d’impedire che il potere centrale intervenga nella gestione della traballante immobiliare, ma il ciclo d’espansione si è esaurito da tempo e occorre ridimensionare i programmi. Sotterraneo, ma duro, lo scontro tra potere locale e centrale prosegue per mesi, finché a luglio, complice la sinistra come sempre divisa, la Giunta cade su un tema apparentemente marginale: il rinnovo della convenzione con la Società dei trams, che prevede l’espansione della rete.
Mentre la crisi morde più feroce che mai, le Destre, dai cattolici ai crispini, ai liberali legati alla camorra hanno tutto l’interesse a creare problemi al Ministero, perché la Giunta è filogiolittiana e non intendono perdere l’occasione per mettere le mani sulla città.
In un clima confuso, in cui i partiti sono incapaci di guardare oltre i propri interessi, la tensione sale, alimentata dalla fame, dalla rabbia e dalla disoccupazione. Sono i giorni in cui lavoratori francesi hanno fatto strage di crumiri italiani ad Aigues Mortes, il Paese è in subbuglio e anche a Napoli ci sono accese reazioni a carattere nazionalista. Da giorni, al suono della marcia reale, cortei patriottici partono dal “Gambrinus”, il caffè della “bella gente”, al grido di “Viva Crispi! Viva l’Esercito! Abbasso Giolitti!” e si scontrano con la polizia.
Il 23 agosto scendono improvvisamente in sciopero i cocchieri, danneggiati dall’estensione della rete tranviaria. Nessuno se l’aspetta, ma l’industria delle carrozzelle è in mano alla “bassa camorra”, quella che raccoglie i voti per i politici, e i cocchieri, evidentemente organizzati, si passano la voce, uno incita l’altro a ritirare la carrozzella e lo scopo è subito chiaro: coinvolgere la popolazione e far nascere disordini.
In breve cominciano gli assalti ai tram e alle carrozzelle che non si ritirano e violentissimi scontri con la polizia. Si va avanti così fino al 24, quando la polizia uccide Nunzio De Matteis, un adolescente, figlio di un operaio dell’Arsenale, che i dimostranti portano in giro per la città incitando alla rivolta. Dai vicoli accorre gente, prende alle spalle la polizia e la circonda. Si lotta, tra cariche di cavalleria e scritte di varia provenienza: “Abbasso la Francia! Vogliamo la guerra!”, “Morte ai poliziotti! Viva Bovio!”.
Dopo tre giorni di violenze e assalti ai negozi con insegne straniere – si devasta ma non si saccheggia – la protesta si spegne. Si sono visti assieme qualche sovversivo, popolani inferociti e individui sospetti. Ha fatto da mediatore il deputato Alberto Agnello Casale, notoriamente legato alla camorra.
Chi ha mosso le acque? E’ la prima domanda in queste circostanze, quella che spesso cancella la domanda più utile e necessaria: quali saranno le conseguenze della rivolta?
Quello che oggi importa ricordare, per rispondere alla domanda che nessuno si pose in quei giorni, è che la rivolta, nata dalla crisi dell’economia del vicolo, aprì la via alle Destre e alla reazione. Di lì a poco la polizia colpirà le organizzazioni operaie e arresterà soprattutto anarchici e socialisti. Pochi mesi dopo, subentrato a Giolitti, Crispi metterà fuorilegge il Partito Socialista.

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Contagi, tamponi, malati, quarantene, terapia intensiva, morti e ospedali in crescenti difficoltà. La rincorsa delle ordinanze pare ormai inarrestabile come la pandemia. Un principio mai scritto si legge tra le righe di decreti e comunicati governativi e regionali: avevamo da scegliere tra vita e morte, salute ed economia e ci siamo divisi. In un primo tempo l’ha spuntata di misura l’umana pietà e si è cercato di mettere avanti a tutto la vita, anche se è mancata la necessaria decisione; l’ormai famoso lokdown non è stato però mai davvero completo e soprattutto al Nord i killer della Confindustria l’hanno fatta da…  padroni. Il tesoro dei ricchi non si è toccato, l’Europa ha confermato la sua vocazione allo strozzinaggio e non s’è potuto aiutare seriamente chi rischiava di morir di fame.
Bene o male, comunque, un risultato s’era ottenuto; sarebbe bastato probabilmente tenere la barra con fermezza un po’ di tempo ancora e avremmo calato l’ancora in un porto sicuro. Non si trattava solo di speranza. Più l’aria si faceva pulita, più i delfini tornavano a farsi vedere in un mare di nuovo cristallino, più l’aria si arricchiva di ossigeno e più si capiva che il virus stava perdendo la sua feroce partita.
Giunti però alla riapertura anche un cieco l’ha visto: giorno dopo giorno l’ago della bilancia ha preso a pendere dalla parte degli interessi economici e la vita ha dovuto suo malgrado prepararsi a far posto alla morte. Quant’è durata l’estate, tanto è durato lo sperpero del capitale faticosamente e dolorosamente accumulato. Si è tornati così al punto si partenza.
Certo, le radici della tragedia sono lontane e in pochi mesi non si fanno miracoli. Scuola, Sanità e Trasporti sono stati in varia misura e da più governi distrutti mediante la cieca politica di tagli e privatizzazioni. La pandemia ci ha mostrato il re nudo, ma che si è fatto nei lunghi mesi dello scialo per affrontarne le inevitabili conseguenze? Per la Sanità, come per tutto il settore pubblico, il crollo che si prospetta oggi nasce dai problemi specifici del settore che non sono stati mai affrontati. Da marzo a oggi, però, tutto è rimasto com’era.
Qui nella Campania di De Luca, per esempio, occorrevano assunzioni e si dovevano riaprire subito gli ospedali sconsideratamente chiusi. Il settore, già disastrato, oggi è ancor più debole e minacciato dal totale disinteresse per i trasporti e per la scuola, due degli epicentri di un terremoto che favorisce i contagi e rende ingestibile la crisi. Sarebbe stato così difficile utilizzare i camion e i pullman dei militari per rinforzare i trasporti? E che fine hanno fatto i pullman privati che non portano più turisti? Quanto sarebbe costato accordarsi ed evitare che viaggiassimo su carri bestiame?  
La scuola, poi. C’era e c’è un patrimonio edilizio demaniale a disposizione. Sarebbe bastato utilizzare i lunghi mesi estivi per fare un censimento ed eventuali lavori urgenti. Quanti edifici potevano e ancora potrebbero essere usati per avere aule più numerose e meno affollate? Quanti docenti precari o sfruttati dal privato si potevano e si possono assumere? Quanti contagi in meno si sarebbero così registrati? Quanti ospedali avrebbero evitato il collasso che si annuncia? Quanta povera gente avrebbe salvato la vita?

Fuoriregistro, 29 ottobre 2020 e Agoravox, 30 ottobre 2020

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Lascia in pace quel muro e metti via il piccone. Un muro è teatro e memoria: su il sipario e va in scena la vita. Su un muro poggiò elmo e spada il soldato stanco, reduce dalla ferocia della guerra; lì, su quel muro, dove il soldato poggiò la sua spada, pianse per l’amore ritrovato una fanciulla felice, senza sapere che spalle a quel muro, proprio lì, nell’ombra complice di squallide serate, la prostituta vendeva la sua innocenza perduta…

Questo è l’inizio di un breve e pazzo racconto. Se ti incuriosisce e vuoi continuare a leggere, clicca su “Canto Libre

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Se i militanti di un movimento politico non hanno tutti lo sguardo rivolto nella stessa direzione, non è un male e potrebbe essere un bene. Tuttavia, dopo l’esito del Referendum costituzionale, ogni movimento e partito politico dovrebbe oggi sforzarsi di coglierne fino in fondo il valore di svolta, individuare i cambiamenti che provocherà e trovare necessariamente al suo interno un’intesa sulla prospettiva. In questo senso, decisiva diventa la capacità cogliere la direzione verso cui si muove il momento storico che viviamo.
Tre anni fa ero sicuro della funzione storica di «Potere al Popolo», perché potevo credere che la Repubblica nata dall’antifascismo avesse ancora una notevole vitalità, come aveva dimostrato l’esito del Referendum di Renzi. Quella vitalità consentiva di pensare che, nonostante il liberismo dilagante, c’era di certo ancora bisogno di un’autentica sinistra alternativa, perché la Costituzione era stata il prodotto di un compromesso di altissimo valore tra le culture politiche protagoniste della nostra storia: socialista, cattolica e liberale. Quella autenticamente socialista – e quindi antiliberista – non poteva sparire dalle Istituzioni senza che la Costituzione pagasse le conseguenze di quella sparizione.
Oggi continuo a credere che «Potere al Popolo» risponda a una necessità della storia, ma non posso fare a meno di registrare un fatto nuovo, che corrisponde a una trasformazione seria della realtà in cui ci muoviamo; il referendum ci ha detto ciò che in fondo appariva ormai chiaro: la Repubblica ha perso la sua forza vitale e tutto purtroppo corre decisamente verso destra. Ce lo dicono, per limitarsi alla repressione, una docente sospesa e una licenziata per motivi politici, la sorveglianza speciale inflitta a Eddi Marcucci, «colpevole» di aver combattuto per la libertà dei Curdi, i casi di persecuzione politica di una figura come quella di Nicoletta Dosio, cui s’è aggiunta Dana Lauriola, arrestate per colpire il movimento NoTav, e da ultimo, la sospensione inflitta alla compagna dottoressa Francesca Perri, che ha denunciato in un’intervista le gravi carenze nella protezione dei lavoratori. In questa situazione, la funzione storica di «Potere al Popolo» non è più quella di colmare un vuoto. Oggi c’è bisogno anzitutto di organizzare una «resistenza».
Se è così, ed è difficile negarlo, «Potere al Popolo» deve porsi necessariamente il problema di un «compromesso» di natura «resistenziale», che le consenta di aggregare forze fino a un certo limite «eterogenee». È un processo necessario, che non va lasciato in mano agli «antifascisti alla Minniti» e che Pap deve promuovere e guidare in prima persona. Deve farlo – ecco un altro fatto nuovo – in un tempo quanto più possibile breve.
Credo, però, che a questo punto sia bene sgombrare il campo da un facile equivoco: non si tratta di lavorare per alleanze elettorali, anche se molto probabilmente a un certo punto del percorso esse si realizzeranno. Si tratta di promuovere ragionamenti e lotte in comune con partiti, associazioni e collettivi sulle scelte possibili e anzi probabili che si vanno già facendo su temi quali la legge elettorale e lo sbarramento, che ci taglierebbe fuori, l’autonomia regionale separatista, la Sanità semidistrutta, il Sistema formativo trasformato in fucina permanente di pensiero liberista e di individualisti votati alla competizione, e via così su temi questo genere.
Su questo terreno – è bene ricordarlo – intese con PD, 5Stelle e Sinistra di governo non sarebbero nemmeno pensabili, perché è soprattutto dal governo che verranno gli attacchi alla democrazia. Non c’è nessun rischio, quindi, di snaturare un movimento o un partito. Si potrebbe e dovrebbe creare, invece, un campo comune, i cui confini sarebbero i principi condivisi e le lotte condotte assieme. Eventuali alleanze, se e quando dovessero venire, non sarebbero cartelli elettorali, ma l’unione di forze unite da ragionamenti comuni e lotte praticate assieme, in un processo che non chiede a nessuno di rinunciare alla propria identità.
Solo così, sarà possibile navigare sul filo della corrente che conduce al futuro. Cioè nella direzione in cui volge la storia.

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Mi decido a toccare un tasto che ho lasciato da parte per molto tempo. So che incontrerò rari consensi e riceverò soprattutto critiche. I consensi non mettono e non tolgono, le critiche spesso fanno male, ma che dire? Per mestiere metto insieme i diversi momenti di un’esperienza e ricostruisco gli eventi nel tempo lungo, inserendoli nell’ampio contesto in cui si verificano, senza far prevalere sul giudizio complessivo questa o quella scelta particolare.
Ho letto e trovato giusta una notizia oggettiva e priva di pregiudizi su alcune dichiarazioni di De Magistris: «L’ex Pm uno dei pochi esponenti politici e istituzionali che si oppone alle ordinanze autoritarie dello sceriffo salernitano» ha scritto senza sbavature Ciro Crescentini, riportando una dichiarazione del sindaco:
«Il covid viene utilizzato per fare politica e lo abbiamo visto con le elezioni regionali che hanno molto condizionato la tenuta degli equilibri costituzionali. C’è molta amarezza perché non c’è stato un effettivo coordinamento nazionale e si è dato potere assolutistico alle Regioni, fatto che è stato determinante per far vincere le elezioni».
Sono tra quelli che ha sostenuto con piena convinzione e pubblicamente Luigi De Magistris e ho anche avuto motivi di forte dissenso. Anche di quei motivi ho parlato apertamente. Posso dirlo perciò senza suscitare sospetti, anche perché in fondo è storia che ho vissuto: nei suoi confronti c’è stato spesso un duplice ambiguo atteggiamento: consenso nei momenti in cui le sue scelte politiche sembravano vincenti e il salto sul carro più veloce tornava comodo, attacco a testa bassa nei momenti difficili, soprattutto, oggi, a fine mandato, quando chiedere è complicato e avere difficile, se non impossibile. Per quanto mi riguarda, credo che abbia governato la città in uno dei momenti più difficili della nostra storia recente, quando la crisi dei partiti, il tracollo economico incombente e lo strapotere dei sedicenti «governatori» annunciavano la dolorosa, oscura e per molti versi pericolosa transizione che è oggi sotto gli occhi di tutti.
Ha portato sulle spalle il peso di un debito ingiusto e paralizzante, ha scontato la scelta coerente di tenere le porte di Palazzo San Giacomo chiuse per affaristi ed esponenti del crimine organizzato, facendosi così una interminabile serie di nemici. Tra ombre e contraddizioni, ha restituito alla città una sua dignità e ha saputo dialogare a lungo coi movimenti. Non a caso, quando si tentò di estrometterlo da Palazzo San Giacomo, ebbe al suo fianco anche chi non l’aveva votato.
Ha commesso degli errori, anzitutto nella costruzione dello schieramento per la seconda candidatura. Tutti sbagliamo e in un saggio storico sarebbe inevitabile sottolineare gli errori commessi anche da molti tra quelli che oggi lo attaccano e parlano di fallimento.
C’è stato un momento in cui Napoli è stata davvero una speranza e per molti aspetti un modello. Prima di sputare sentenze e dimenticare che oggi De Magistris è uno dei pochi esponenti politici e istituzionali a puntare il dito sulla figura oscena di De Luca, occorrerebbero prudenza e onestà intellettuale.
E’ presto per scrivere la storia di un’esperienza che non si è ancora chiusa. Per quanto mi riguarda, però, è stata abbastanza lunga per dire che ammiro la coerenza dei pochi che l’hanno attaccato sin dal primo momento, nutro un profondo disprezzo per chi ha abbandonato la barca nel momento in cui ha ritenuto che affondasse e non condivido la scelta – legittima, ma a mio modo di vedere sbagliata – di considerare chiusa e perdente l’esperienza politica dell’ex PM.
Termino con un’affermazione di cui mi assumo la responsabilità: la repubblica antifascista vive in uno stato comatoso e la battaglia si fa purtroppo seguendo l’agenda dettata da suoi carnefici. In questo clima, ho fondati motivi per credere che cambiato il sindaco, rimpiangeremo De Magistris.

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Parlo ancora a me stesso, ma non mi nascondo. E’ un soliloquio che prepara un dialogo.
In tempo di crisi gli sciocchi alzano muri, i saggi costruiscono ponti”. Con queste confortanti parole un lettore privo di pregiudizi ha sinteticamente commentato l’ultimo intervento affidato al mio Blog, scialuppa di salvataggio di liberi pensieri. Nel ringraziarlo, sono costretto a informarlo che purtroppo, profittando dell’agonia del senso critico, gli sciocchi si sono fatti audaci e appostati sui loro muri distruggono i ponti.
Poiché nonostante tutto, non mi arrendo, sono convinto che la vittoria del Sì al recente referendum, col minaccioso futuro che ci prepara, finirà col liberarci della visione, purtroppo dilagante, di chi percepisce la realtà come una convivenza conflittuale, ma destinata a durare, tra due sole possibili letture: una bianca e una nera. Corriamo rischi così gravi, che forse non torneremo a vedere un mondo a colori, ma, piaccia o no, per forza di cose, finalmente ci accorgeremo di nuovo della scala dei grigi, del chiaroscuro, delle sue mille sfumature o, se volete, di quella che tutto sommato è la complessità della vita, quando la guardi dall’esterno, fuori dai miopi rituali della ristretta cerchia dei “militanti”.
Per quanto mi riguarda, vado incontro all’imminente tramonto, circondato dalle macerie della Repubblica antifascista, che bene o male è nata con me. Mi guardo attorno e che faccio? Incredulo, sconcertato, scavo anzitutto a mani nude e sanguinanti, nello sforzo di trovare superstiti e mettere in salvo il salvabile. Scavo e mi sforzo di capire cosa ci pioverà addosso nell’immediato futuro: l’autonomia regionale differenziata? Una legge elettorale con un’insormontabile soglia di sbarramento? Vaste zone del Paese senza rappresentanza? Un rapporto diretto Stato-Regioni che metta di fatto in mora ciò che resta del Parlamento? Il vincolo di mandato con un’ipertrofica crescita di potere delle segreterie dei partiti? Probabilmente tutto questo ed altro.
Poiché non posso certo pensare di affrontare in solitudine questa terribile torsione autoritaria del sistema, che farò quando la mia ricerca terminerà e le mani mi faranno terribilmente male? Alzerò bandiera bianca o resisterò e chiederò alla mia parte politica di studiare i rischi, immaginare percorsi e risposte e poi, presentando l’esito di questo lavoro, cercare il confronto con tutte le altre forze democratiche e antiliberiste?  Conoscendomi, non alzerò bandiera bianca e non mi rifugerò nella rassegnazione e nell’isolamento. Resisterò e lotterò perché su questi temi ci si confronti, si individuino battaglie da fare assieme e si condivida un modello di futura società. Su una cosa, infatti, si può essere d’accordo senza troppo discutere: crisi della democrazia e crisi ambientale sono i due rovesci d’una medaglia: la strapotere del capitale finanziario.
Il mondo come l’abbiamo conosciuto non ha futuro e se la spunteremo, dovremo avere in testa una società nuova, che conservi solo la parte migliore del nostro passato. Il Covid e i suoi minacciosi e futuri fratelli non consentono ambiguità: si è aperta una questione di sopravvivenza. O ci uniamo per distruggere la barbarie capitalista, o saremo distrutti.

Fuoriregistro, 3 ottobre 2020

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