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Posts Tagged ‘Eduardo De Filippo’


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Due parole, da cittadino del mondo, che oltre le Alpi è talora “italiano mafioso”, o meridionale in senso leghista e nelle capitali d’Europa si sente dire: “da quelle parti, professore, meglio evitare”. Ho letto l’intervista a Saviano sulla criminalità a Napoli: è sconcertante. Voglio poter credere che Roma senza turisti, o Venezia priva di ospiti stranieri, per lui e per me, vorrebbero dire che a Roma e Venezia è cambiato qualcosa. Che ci chiederemmo perché e magari ci divideremmo, ma non negheremmo il dato di fatto: se non hai più turisti un cambiamento c’è. Di conseguenza c’è anche se i turisti aumentano in modo significativo e sistematico. Per Saviano non è così e mi pare strano.
Si può discutere sul rapporto turismo-legalità ed è vero: illudersi di battere il crimine organizzato con la crescita del turismo è da ingenui. Tirare in ballo la connivenza, però, è gratuita violenza verbale, anche perché, a Napoli, nessuno ha mai detto o pensato che l’incremento del turismo combatte la camorra. E’ il contrario. Chi vive la città con passione civile sa che, per tutelare il segnale di cambiamento che Saviano misteriosamente nega, occorre intensificare la lotta alla camorra. A partire dallo sfruttamento del lavoro che il turismo produce e Saviano ignora. Una lotta che, col rispetto dovuto ai vigili, è ridicolo chiedere alla polizia municipale.
Saviano converrà: la sinistra in città non è formata da un branco di idioti che sogna di liberarsi della malavita a colpi di feste di piazza e pullman di turisti. I napoletani e il loro sindaco sanno bene che ci vuole altro e che, se Alfano e soci, come afferma lui stesso, inviano da queste parti l’esercito “per ragioni di facciata politica” e lasciano tutto com’è, la camorra fa festa. Lo sanno – e lo sa pure Saviano ma non lo dice – che la repressione, ammesso che la fai per davvero, non porta lontano e occorre prevenire, piantarla di far parti uguali fra disuguali, creare opportunità, difendere le scuole dello Stato e via così, con le mille ricette che il meridionalismo invano prescrive dai tempi di Cavuor. Saviano conosce le leggi dello sviluppo duale, perciò sarò chiaro: non ha diritto di violentare la storia.
E’ vero, la pistola che torna a sparare non è un incidente di percorso. “Arrestato un affiliato ce n’è sempre un altro pronto a prendere il suo posto. L’affiliazione è un meccanismo […] economico […] parte del disagio che va oltre Napoli, attraversa tutto il Mezzogiorno e l’Europa del Sud, di cui si tende a parlare poco e male”.
E parliamone allora, invece di sparare nel mucchio. Occorrono lavoro e reddito, forse? Ci vuole politica e formazione? Serve giustizia sociale? E’ questo che dice Saviano? Non so. Non è chiaro. Sono questioni gravi e non capisco se lo scrittore creda davvero che un’amministrazione comunale debba affrontare con i vigili pistolettate, pistoleri, protettori politici e produttori di disperazione, annidati nei laboratori di un aborto della storia che chiamiamo Unione Europea e colpevolmente associamo al nome di Spinelli.
Saviano ricorderà, l’avrà letto: molti decenni fa, con ben altra autorevolezza, Eduardo mutò il finale di un suo celebre lavoro: “’a nuttata nun passa chiù”, scrisse. In tanti come me, giovani di quel tempo, non lo seguimmo. Rispettammo le sue ragioni, ma non lo seguimmo. Stemmo dove Saviano ci ha trovati. Lottammo e lottiamo. Abbiamo perciò diritto di fargli una domanda: davvero crede che sia un caso se le pistole sparino tutte nei vari Sud che elenca nella sua intervista, e siano prodotte nei molti Nord di un tragico “spazio comune”? Quei nord che, nella sua visione del mondo, sembrano il regno dell’innocenza. Se è così, il disaccordo è totale: per me sono parte integrante dei mali dei Sud. Io non dico, però, che Saviano delira. Dico che Napoli non delira e a Saviano chiedo di chiederle scusa.

Agoravox, 7 gennaio 2017; Fuoriregistro, 14 gennaio 2017

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La scuola superiore che ricordo da studente era un groviglio di contraddizioni. Classista e selettiva, privilegiava disciplina e nozione e poteva anche andar bene a chi aveva le carte in regola per frequentarla. Mi ci trovai per sbaglio – a quei tempi cominciava a capitare sempre più spesso a chi viveva di poco – per l’ostinazione appassionata di mia madre. Se n’era fatta una questione di vita o di morte che a scuola continuassi, lei, autodidatta, che per bisogno prima, per passione poi, aveva calcato con molto onore le tavole del palcoscenico e s’era ritirata, dopo aver rifiutato una “scrittura” del grandissimo Eduardo: mio padre riteneva che nella vita d’una donna stimabile il teatro non ci fosse posto per il teatro.
La preparazione per l’esame di ammissione – ce ne voleva uno perché ai proletari era riservato a spese dello Stato solo l’avviamento professionale – costò ai miei genitori una stretta di cinghia che arrotondò le entrate di un giovane procuratore legale. Cominciai che l’Armata Rossa entrava a Budapest e Che Guevara iniziava con Castro la rivoluzione cubana – mentre i computer a transistor si preparavano a mandare a casa le schede perforate – e me ne andai che il Sant’Uffizio – c’era ancora, ma chi se lo ricorda? – rinnovava la scomunica ai comunisti e la rivoluzione vittoriosa portava il guerrigliero Guevara alla testa della “Banca National“: un Draghi rivoluzionario che poi sarà ministro. Ogni tempo ha gli uomini che merita.
Avevo la testa piena di declinazioni, recitavo D’Annunzio coi pastori d’Abruzzo e Omero, tradotto da Monti, mi aveva incantato per sempre con l’umanità del suo Ettore alle porte Scee. Devo dire che Achille non riscuoteva che rari consensi: operai o borghesi, venivamo da una guerra devastante, ferite dentro e fuori e il consumismo che s’annunciava non aveva ancora spento ricordi e umanità. Tranne i fascisti convinti e clericali codini, ognuno coltivava nell’anima una scintilla di solidarietà che faceva luce nel buio più profondo. Dei grandi dolori collettivi, la scia che più tarda a morire è la speranza.
Credo che Napoli avesse allora un solo liceo scientifico – il “Cuoco” si diceva in città – ma pochi sapevano che era intitolato al grande storico della rivoluzione del ‘99 – e non era affollato. Quella piccola parte di classe lavoratrice che aveva i figli a scuola nella élite del “superiore” puntava a “un titolo di studio finito” perché sperava di trasformare al più presto lo studio in lavoro. Era ad un tempo subordinazione di classe, problema di vita concreta e questione di censo. Geometri, ragionieri e periti era quanto di meglio si potesse sperare ed era un’impresa quasi impossibile. Posto perciò ne trovai subito, ma era un mondo chiuso e dentro – lo appresi a mie spese – si combatteva sordamente una battaglia di democrazia.
La scuola – ogni scuola – è figlia del suo tempo. Il mio fu tempo di conquiste della classi lavoratrici. E la battaglia passò anche per la scuola. Una volta si diceva: non è “portato” per la matematica. Mia madre, che aveva l’acutezza d’intuizione che hanno gli artisti, contestò subito la formuletta becera che mi bollava. Ma l’arte e la cultura non hanno ascolto nei palazzi del potere se non sono servili – “Cultura! Cultura! Ne avete paura! scandivano ieri i nostri teatranti fuori Montecitorio” – e il potere, nella scuola superiore che mi vide studente, era dalla parte degli insegnanti che contrabbandavano per scienza la storia delle intelligenze che sono “portate“.
– Non è portato per la matematica!
Quante volte gliel’avrà detto, pace all’anima sua, l’ex gerarca ch’era in cattedra al Cuoco, e quante volte mia madre rintuzzò come poteva quella menzogna, ma Goebbels aveva ragione: una menzogna ripetuta mille volte diventa una verità. Fu vero, quindi, che io non ero “portato” per la matematica e falso che pagavo il prezzo di una battaglia politica. Troppi grilli per la testa con la tessera di giovane comunista in un liceo che riconosceva cittadinanza solo ai giovani missini del Fronte della Gioventù, che poi sono andati al governo della repubblica antifascista. Così, tra un’assemblea illegale per il “rappresentante di classe” e un rapporto con sospensione per ragioni di disciplina, mi trovai in un gruppo di teste dure che camminava in salita.
La scuola – ogni scuola – è figlia del suo tempo. Il mio fu tempo di conquiste della classi lavoratrici. E la battaglia passò per la scuola.
Attorno alla cattedra di italiano e di storia e filosofia ci raccogliemmo in un gruppo sparuto e, senza far retorica, demmo filo da torcere al campo avverso. Entrò nel liceo a vele spiegate il testo del comunista Salinari e tutta la letteratura che è stata, che è e che sarà io l’ho imparata in quegli anni; trovai le chiavi di lettura e l’animo di un giovane, per aprirsi, non chiede che questo: una chiave che lo aiuti a leggere il mondo come gli pare. A vele spiegate la lezione di Dante si levò veramente nell’empireo. Tecce era il mio professore – a Napoli la scuola ha conosciuto il sindacato andandogli appresso – ed aveva cultura gramsciana. I missini si sfaldarono e giungemmo persino a sentire sospiri ammirati. Benigni col suo Dante non stupisce chi fu in quella trincea.
La storia contemporanea non feci a tempo a studiarla. Il quinto anno di liceo non l’ho mai frequentato, ma tra il terzo e il quarto anno la storia ce la insegnò Mario Benvenuto, reduce dalla tragedia dell’Armir, socialista e studioso di Marx, che non aveva pari nell’aprire la mente d’un giovane.
– Se incontrate il generale Messe – ci disse a inizio dei suoi corsi – dategli un calcio in culo e ditegli che ve l’ha chiesto il vostro professore. Dite Benvenuto e il calcio se lo tiene.
Di più ideologico c’era solo l’insegnamento della matematica, impartito dal fascista, di cui ricordo bene il cognome e non lo faccio. Dico solo che era preparato e apertamente feroce. Provocava perché dalla sua parte stava il potere. Avrei potuto starmene zitto, ma non lo feci e sapevo che l’avrei pagata. Ferii così profondamente mia madre e feci molto male a me stesso, ma fu anche una grande lezione di vita.
A partire da Messe e dalla tragedia dell’esercito italiano in Russia, feci storia contemporanea per due anni, se parlammo di Serse o provammo e ragionare del Re Sole: storia contemporanea sempre e comunque. Ed io, che di storia del nostro tempo oggi un poco mi intendo, ho imparato da quel professore l’essenziale. Sono venuti poi maestri celebrati d’accademia, ma in quei due anni ho incontrato la storia.
Lasciai il liceo, perché non c’era voto alto nelle materie letterarie che potesse ribaltare la sentenza inappellabile della matematica: tra scritto e orale, la media del tre.
Ho odiato ed amato quella scuola, nella quale ho imparato persino la matematica dal professore fascista – sapeva insegnarla, anche se mi costrinse a lasciare – e ci ho riconosciuto un principio: una società esprime un modello di scuola. Quel modello e non altro. Entro il modello poi agiscono, con una fedeltà speculare a ciò che accade all’esterno, forze, istanze e bisogni.
Certo, gli attori sono quelli di sempre – ragazzi, insegnanti, il personale non docente, le famiglie – e si muovono come possono e sanno, con quanto può esserci di buono e di cattivo, le punte alte e quelle basse, ma il copione lo scrive il mondo nel quale essi vivono.
Oggi il mondo è quello che è: trionfa il neoliberismo e quando gli estremi si toccano, le differenze sono somiglianze. Come in ogni momento della storia, tuttavia, entro le istituzioni nate per la conservazione – e la scuola è tra queste – cresce fatalmente un’alternativa. Una generazione si forma, per le vie e con i mezzi che ha, entro la realtà che trova e se crede la cambia. Prima o poi i nostri ragazzi cambieranno la scuola, perché cambieranno il mondo. Lo faranno e ci chiederanno conto di quello che stiamo combinando. Quando accadrà sarà molto difficile parlar loro di governance, governement e autonomia. La “scuola del silenzio” troverà voce per urlare.
Vorrei avere un respiro ancora per poter sorridere.

Uscito su “Fuoriregistro” il 15 ottobre 2005.

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L’ho incontrato per caso, in archivio, Benedetto Croce «sindacalista» e ho capito perché l’autunno napoletano del ‘43 non sarà mai lezione di storia: ci direbbe quanto passato vive nel presente e com’è vecchio talora il nuovo che si vende all’incanto. Molto più comodo per il potere una Napoli che, nonostante le Quattro Giornate e decenni di lotte, rimanga per sempre «milionaria» come la vide Eduardo nel ‘45: palcoscenico di periferia sul quale si agita, sotto la cipria delle prostitute, il verminaio di Malaparte. In scena, cialtroni caduti e tornati in sella, uomini senza dignità e «segnorine» in offerta per i «liberatori». La pelle da salvare, insomma, costi quel costi, in una realtà che si colloca fuori dal tempo storico – ieri «Peppe ‘o cricco», oggi «Gennaro ‘a carogna» – in un dopoguerra senza guerra, in cui – spiegano i pennivendoli di regime – la crisi incalza e il meglio è rassegnarsi, barattare salute e dignità con un pezzo di pane e vendere l’anima ai Berlusconi e ai Renzi, che la provvidenza non nega a nessuno. Eppure, dopo una grande rivolta di popolo, l’inferno napoletano è in miniatura l’Italia che verrà: mercato per scampoli di potere e paradisi promessi da «unti del Signore». A ricordarlo, quell’inferno, parli di ieri e però pare oggi.

E’ l’alba della Resistenza. Nell’aria infetta, un vento nuovo porta con sé la voglia di tornare a vivere. Così forte, annoterà Calvino, da vincere la paura della morte e far pensare «alla vita come a qualcosa che può ricominciare da capo». Gli «uomini della provvidenza» non nascono dove un popolo, in bilico su un filo teso tra speranza e tragedia, prova a chiudere i conti col passato e le armi scrivono la storia col sangue. Li trovi, piuttosto, dove si disegna il futuro, dove reti di contropotere e partecipazione popolare sono il motore del Paese e minacciano di rompere col centralismo romano e con Parlamenti che rappresentano gli eletti invece degli elettori. Un disegno temibile per chi difende antichi privilegi, rifiuta una democrazia di base e non riconosce un «ethos politico» ai ceti subalterni. Temibile per chi sente che la svolta è invitabile e gioca abilmente le carte vincenti nella nostra storia: paternalismo, trasformismo e «continuità dello Stato».
Mentre a Nord si lotta, Napoli diventa così laboratorio politico e incubatrice delle Repubblica e non a caso l’inedito «exploit sindacalista» di Croce, vate di un antifascismo così moderato, che fino al 1925, con Matteotti ancora caldo, vota la fiducia a Mussolini, si consuma a Napoli, dove un popolo armato ha sconfitto i nazifascisti. Croce «scende in campo» nel novembre del ‘43, quando Armido Abbate, reduce delle Quattro Giornate e perseguitato politico, senza chiedere visti a una Questura che l’ha sempre sorvegliato per conto dei fascisti, riunisce i ferrovieri in un’assemblea che intende organizzare «tutti i lavoratori del traffico (tramvieri, filotranvieri, portuali e servizio taxi) in Sindacato» e fissare un principio: «licenziamento per chi durante il regime ha compiuto soprusi o ricoperto cariche politiche» e assunzione «dei ferrovieri licenziati perché antifascisti».

Se gli «scugnizzi» sono folclore e va bene decorarli, i combattenti che presentano il conto e mettono in discussione le gerarchie sociali fanno paura; non fa meraviglia, perciò, che il 17 dicembre, alcuni «ferrovieri aderenti al Partito Liberale, presieduti dall’Eminente Maestro Senatore Benedetto Croce, riunitisi in Assemblea Generale», si rivolgano al Prefetto per porgere a «Sua Eccellenza personali ossequi» e comunicargli ch’è nata «l’Unione Liberale Ferrovieri Italiani per riunire tutte le forze fattive e disciplinate della classe ferroviaria, ispirandosi al sentimento di libertà e del dovere». «Divide et impera». L’idea crociana di sindacato è così attuale, che, a ben vedere, ci scorgi l’ombra di Marchionne e il suo intento è chiaro: riesumare il Paese sepolto dalle lotte dei lavoratori. In programma c’è l’Italia dei «padri degli operai» – non a caso l’avremo davvero un «presidente operaio» – una democrazia solo delega e niente partecipazione, il conflitto sciolto nell’acido della collaborazione, come chiede l’immancabile «ora storica», sacrifici imposti a chi paga coi diritti una libertà «condizionata» dalle gerarchie sociali. Svaniti nel nulla gli «scugnizzi», presunti protagonisti della recente insurrezione, per i «ferrovieri liberali» parla Alberto Bouché, altro reduce di quelle Quattro Giornate dal volto sempre più politico: c’è da decidere il destino dei fascisti. Mentre Giovanni Leone prepara la difesa in Tribunale, Arangio Ruiz chiude la discussione: per i ferrovieri liberali esistono limiti precisi «a un’opera che deve tendere a colpire solo i veri responsabili della tirannia fascista».
Delega di poteri, legittimazione politica che passa per gli uffici di Prefetti ancora fascisti e, quindi, continuità dello Stato, nonostante la micidiale contraddizione di un legame con l’Italia fascista, sono le fondamenta su cui Croce e la DC alzano il muro contro cui si infrangono i programmi della Resistenza e l’azione dei CLN. Nei gangli dello Stato il personale fascista lavora indisturbato: Azzariti, ex Presidente del Tribunale della razza e incredibile consulente di Togliatti per l’epurazione, sarà Presidente della Corte Costituzionale, sicché un fascista giudicherà le leggi della Repubblica antifascista, che lascia vivere il Codice fascista di Rocco. Sarebbe solo storia, se d’un tratto, nel cuore d’una crisi di regime che propone condizioni da dopoguerra, dopo elezioni illegali che hanno negato la sovranità popolare, il principio letale della «continuità» non riemergesse dal nulla e, a dispetto delle pessime prove, non ci fosse da fare un’altra volta i conti con la necessità tecnica e giuridica della sopravvivenza dello Stato, col suo volto repressivo e antidemocratico e l’anima classista storicamente definita: servizi segreti, polizia politica, segreto di Stato, ragion di Stato, leggi eccezionali che sospendono di continuo la Costituzione, legalità in conflitto con la giustizia sociale e chi più ne ha più ne metta. Un inganno che si autoassolve e assolve i crimini che compirà.

Non è un caso che oggi, mentre il filo che lega presente e passato si snoda chiaro davanti ai nostri occhi impotenti, mentre la cronaca nera incrocia ogni giorno quella politica, un’onda di fango, calata ad arte su Napoli, rubi la prima pagina all’inquietante raid di neofascisti armati, che hanno potuto sparare impunemente e seminare il panico nelle vie della capitale. Dov’era a Roma la «Stato di diritto»? Com’è che sul banco degli imputati finiscono Napoli e la sua nobile storia e nessuno chiede conto di una vicenda così oscura al questore e al prefetto di Roma? Dov’erano i tanti poliziotti scatenati il 12 aprile, a Piazza Barberini, contro ventimila manifestanti autorizzati e improvvisamente spariti con ottantamila persone in strada? Perché si militarizza la democratica Val di Susa e si lascia mano libera ai neonazisti?
Persino Benedetto Croce, che nella sua breve esperienza di sindacalista fu per una democrazia moderata, punterebbe il dito sul mostro che, senza rabbrividire, i suoi eredi liberali chiamano «democrazia autoritaria» e si stupirebbe del pericoloso estremismo di moderati che mettono mano alla Costituzione, ma si tengono caro il Codice Rocco.

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20131111_57000_juvenapoli_fuorigioco_llorente E’ difficile capire che diavolo stia guardando il segnalinee, così bene appostato. Perché non alza la bandierina? Non vede il fuorigioco? Tutto può essere. Però la domanda è lecita e Salvatore Di Giacomo glielo avrebbe certamente chiesto: “Dimme na cosa. T’allicuorde tu e quacche faccia ca p”o munno e’ vista, mo ca pe’ sempe nun ce vide cchiù?”
Mario Sconcerti, opinionista del Corriere della Sera, parlando di Juve-Napoli, giocata domenica e terminata tre a zero per i padroni di casa, ha diligentemente fatto notare che sul primo gol della Juventus, c’era “Llorente in fuorigioco: 20 cm, è vero, che si possono vedere”. Poiché la partita era cominciata da appena due minuti, ha osservato il giornalista, l’errore dell’arbitro l’ha messa certamente in discesa per la Juve. Gli azzurri, però, in ottantotto minuti non hanno saputo recuperare il gol, quindi, per Sconcerti, “il Napoli esce ridimensionato”. Può darsi, certo, e comunque è un’opinione e come tale va rispettata. Il giornalista, però, evidentemente distratto, ha dimenticato che un rigore grande come una casa è stato negato dall’arbitro a Higuain PicMonkey-Collage-638x425sullo zero a zero. Se ne fosse ricordato, avrebbe certamente osservato che la partita, sempre più in discesa per la Juve, è diventata a quel punto, per il Napoli, una sorta di scalata del Kappa due. Ne avrebbe ricavato così la conclusione, molto meno frettolosa e più aderente ai fatti, che il risultato è stato molto pesantemente condizionato da due errori arbitrali. Bisogna capirlo, però, Sconcerti. Parlare di Juve e arbitri non è mai facile.
La Juve ha vinto meritatamente? Se si ignorano il gol in fuorigioco e il rigore negato, si può dire di sì. Ma dopo un gol regalato a chi vince e uno negato a chi perde è possibile parlare di risultato giusto? A me sembra più un furto che una vittoria meritata. E i mariuoli non mi sono mai piaciuti. Eduardo aveva ragione, ‘O truffatore si t’a sape fa’, tu dice: – “Va bene, m’ha fatto scemo, ma insomma ha truvato nu si­stema”. – E magari uno dice: – “È simpatico”. – L’astuzia e ‘o curaggio ‘e circula’ cu nu camionne cu ‘e documenti falsi… E pure se po’ dicere: – “È n’ommo scetato, tene fegato, ha creato nu muvimento…” – Quanta gente ha mangiato pe’ via ‘e sti camionne ca vanno e vèneno… E po’ ha miso pure a rischio ‘a pelle, pecché ncopp’a na strada pruvinciale se po’ abbusca’ pure na palla ‘e muschetto… ‘A prostituzione? Embe’, brigadie’… E ‘a guerra nun porta ‘a miseria? E ‘a miseria nun porta ‘a famma? E ‘a famma che porta? E ‘o vvedite? Chi pe’ miseria, chi pe’ famma, chi per ignoranza, chi pecché ce aveva creduto overamente… Ma po’ passa, se scorda, fernesce… ‘E gguerre so’ state sempe accussì… Avimme pavato… ‘A guerra se pava cu tutto… Ma ‘o mariuolo, no! È ove’, brigadie’?[…] Nun s’addeventa mariuolo pe’ via d’a guerra. Mo qualunque cosa damme colpa ‘a guerra. Mariuolo se nasce. E nun se po’ dicere ca ‘o mariuolo è napulitano. O pure romano. Milanese. Inglese. Francese. Tedesco. Americano… ‘O mariuolo è mariuolo sulamente. Nun tene mamma, nun tene pato, nun tene famiglia. Nun tene nazionalità. E nun trova posto dint’ ‘o paese nuosto. Tant’è vero ca primma d’ ‘a guerra, ‘e mariuole pe’ fa’ furtuna attraversavano ‘o mare…
I tempi sono evidentemente cambiati. Se non fosse così, l’emigrazione di marca juventina sarebbe da qualche anno in fortissimo incremento.

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Le commemorazioni non guardano indietro, però – sembra fatale – diventano una sorta di “memoria a scadenza fissa”, il “gesso” che immobilizza fratture scomposte tra un mitico “passato” e un infelice “presente”. Per un giorno inni bandiere al vento e valori universali, poi il limbo d’un realismo rinunciatario, che è quasi sempre rassegnazione o, se si vuole, identità annacquata in cerca di consensi. D’accordo, anche questo è politica, ma dirlo onestamente non ci farà male: esistono due “memorie”. Una, ufficiale e condivisa, non lascia segni, non fa domande. E’ Narciso allo specchio: guarda se stessa e ignora il presente. L’altra, sempre più rara, indaga il passato per capire il presente. E’ la storia “maestra di vita”, che racconta la verità nuda e cruda, parla alle coscienze, ma non trova ascolto, non insegna più niente a nessuno e dà fastidio, perché ci mette davanti noi stessi, così come siamo davvero. E non è un bel vedere.
Me lo chiedono spesso: “Ci dici delle Quattro Giornate?”. Da me si attendono retorica e poesia: “o campana, campana, campana, / la mia favola breve è finita / la breve mia favola vana”. Io, invece, tiro fuori il presente. Il primo pensiero non è per ciò ch’è stato, m’importa quel che accade e, più che raccontare, faccio domande. Perché, mi chiedo, qui a Napoli, superato il liceo Vico, alla Cesarea, la vecchia sede del PCI ospita ancora un partito antifascista, ma non porta più il nome di Maddalena Cerasuolo? Sono avvenute cose che non so? Non è più decorata al valor militare, non è la donna che “trattò ” al Vico delle Trone coi tedeschi? Non fu lei che lottò come un veterano assieme ai partigiani di Materdei e della Stella, salvando dalla distruzione il Ponte della Sanità e consentendo agli Alleati di avanzare verso quel Nord nel quale oggi Bossi resuscita il razzismo?
Risposte non ne ho e quindi insisto. Perché non ricordiamo più ciò che a Longo sembrò decisivo: “dopo Napoli la parola d’ordine dell’insurrezione finale acquistò un senso e un valore e fu allora la direttiva di marcia per la parte più audace della Resistenza italiana“? Cos’è cambiato? Guastiamo la festa a Brunetta, che ci accusa d’essere un “cancro“? Ma che sanno Brunetta e Bossi dell’Italia, del Sud e dell’antifascismo? Qualcuno glielo spieghi, per favore, chi era Ezio Murolo che, a Poggioreale, con Tito, il fratello anarchico, organizzò e guidò gli insorti contro i nazisti, in una battaglia che, come molti esponenti di questa maggioranza, li avrebbe visti assenti o, peggio, dall’altra parte della barricata. “Ardito” nella Grande Guerra, dannunziano a Fiume, poi giornalista al “Mondo” di Giovanni Amendola, infine coinvolto “nei maneggi sovversivi” ai tempi della guerra di Spagna e spedito al confino, Ezio Murolo fu “guastatore paracadutista” dietro le linee naziste e si batté per liberare il Nord, la Padania di Bossi, dopo aver meritato qui a Napoli una medaglia d’oro. Non possiamo dirlo perché oggi i partigiani passano spesso per “terroristi”? Io lo racconto, checché ne pensino l’elettorato più o meno moderato a centro ed a sinistra e Cota a destra: Murolo contribuì a liberare il Nord. Erano i giorni in cui, a dar retta a Galli Della Loggia e gli storici della destra fascio-leghista, la “Patria” moriva. Quale Patria? Quella fascista, che un pugno di inqualificabili nostalgici prova a rivalutare? La patria razzista, resuscitata dalle leggi sui clandestini? Qualcuno glielo spieghi che, prima ancora di Rosselli e di Altiero Spinelli, prima di quel miracolo di passione politica che fu il Manifesto di Ventotene, Antonio Ottaviano, uno dei tanti combattenti delle Quattro Giornate, s’era già fatto processare dal Tribunale Speciale, per aver provato a dar vita a una federazione di Stati europei, “L’Europa Unita”, come baluardo contro il pericolo nazifascista. Ben altra Europa che quella di Bossi, Brunetta, Berlusconi e Marchionne, nella quale si negano i diritti dei lavoratori, torna il razzismo, contano solo le banche e i banchieri, si riduce a merce il sapere, si precarizzano i docenti e si attacca la scuola pubblica, di cui nessuno più ricorda il ruolo nella Resistenza. Se ne trova traccia in un prezioso e sconosciuto “numero unico” del “Comitato di Liberazione Nazionale”, che ricorda i nomi dei suoi martiri e militanti; gente di ogni parte del Paese, checché ne pensi la Lega: Quintino Vona, vice preside “in una Scuola Media di Milano, caduto sotto il piombo di sgherri della ‘Muti’ il pomeriggio del 7 settembre”; Salvatore Principato, siciliano di Piazza Armerino, che, massacrato a Piazzale Loreto con 14 compagni “dopo essere stato torturato nelle carceri fasciste” aveva saputo “incoraggiare, nel momento estremo, le povere vittime, allargando le braccia: coraggio, è questione di pochi istanti”. Bisognerebbe tornarci su, ricordarla, la scuola delle maestre napoletane Giovanna Annunziata e Anna Bonagura, “arrestate e denunziate per reato di istigazione e oltraggio alla persona di S. E. il capo dello Stato” perché i loro studenti “hanno strappato dai libri di testo una effige del Duce” e uno addirittura “la ridusse in due parti e la lanciò dal balcone“. Si capirebbe perché si vuole distruggere la scuola, sarebbe chiaro che essa è stata e può essere presidio della democrazia. Si capirebbe che forse non è un caso se i precari della scuola stiano dando oggi luogo a una lotta che sa di Resistenza. Scuola e politica, nel senso alto e nobile della parola, nel senso di pensiero critico e non di puro e semplice addestramento al lavoro dipendente o alle professioni. La scuola di Lina Merlin, che non fu solo la socialista delle “case chiuse”, la partigiana e la deputata alla Costituente, ma la giovanissima maestra antifascista che si lasciò licenziare per non giurare fedeltà al regime. Occorrerà che qualcuno lo dica al leghista Maroni e lo ricordi ai nostri studenti: quando gli “scienziati” fascisti scoprirono la tragica purezza “ariana” del nostro popolo, che è stato e sarà sempre un’inestricabile e meravigliosa fusione di geni e culture, studenti come Teresa Mattei rifiutarono di assistere alle tragicomiche lezioni sulla razza e furono espulsi da tutte le scuole d’Italia. E pazienza se anni dopo, ormai deputata e dirigente del PCI e dell’Unione Donne Democratiche, l’ex comandante di compagnia di una “Brigata Garibaldi”, entrò in rotta di collisione con Togliatti e conobbe l’onta di una nuova espulsione.
Il passato non cambia e non si cancella. Arfè non sbagliava. Per le forze politiche di radice antifascista, la Resistenza non è più un riferimento e la globalizzazione ha sconvolto rapporti e modi di produzione, sistemi di valori, prassi politica, ideologie, mentalità, costumi e rapporti sociali. Questa, tuttavia, è la storia, queste le profonde radici politiche delle Quattro Giornate, rivolta di popolo da cui ricevono linfa vitale la guerra di Liberazione e quella Costituzione che, non a caso, è nel mirino di un Parlamento di “nominati” e di un governo sostenuto da forze politiche che non hanno tradizione e cultura antifascista. Di questo si tratta. Non di altro. Di riaffermare e, se occorre, difendere i principi della democrazia. Costi quel che costi. Non solo Napoli, ancora “milionaria“, come amaramente la definì Eduardo De Filippo, ma l’intero Paese, tornato povero, privato della cultura, della scuola e del lavoro, ridotto a terra di razzismo e malaffare, di pennivendoli, guitti e velinari, l’intero Paese ha bisogno di ricordare. Senza memoria non si ricomincia.

Articolo uscito, con qualche ritaglio, sull’edizione napoletana di “Repubblica” il 28 settembre 2010 e, nella sua  versione originale, Su “Fuoriregistro

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clip_image001Succede a Napoli e, poiché ci vivo, non faccio fatica a capire: è l’incipit di un’offensiva destinata a durare. I neofascisti di “Casa Pound” occupano un vecchio monastero per farne un sedicente “centro sociale”. Grazie a Bassolino e soci, la sinistra s’è sciolta da tempo come neve al sole e, incontrastato, spira un vento fortissimo di destra. Com’è costume italico, i soliti “intellettuali” in cerca di “collocazione“, fanno sponda e aprono la breccia: “è necessario dialogare“, sostiene su “Repubblica” Marco Rossi Doria, seguendo il manuale del revisionismo e l’arte antica dei “gattopardi“. Il personaggio è noto, ma è bene ricordare: rivoluzionario ai tempi di Potop, poi “maestro di strada” a costi esorbitanti e risultato zero, sindaco mancato alla testa di un’insalata russa riunita sotto le bandiere d’una lista civica fatalmente “trasversale“, è passato dalla strada al palazzo col ministro Fioroni e ha contribuito allo smantellamento della scuola statale.
Il “dialogo” offerto dà frutti immediati. Forte di tanto appoggio, “Casa Pound si scatena. La prima, prevedibile risposta è un agguato squadrista a uno studente antifascista. Indignato, reagisco all’indecente proposta che legittima di fatto il neofascismo e falsifica la cronaca e la storia in nome di malintese e presunte ragioni d’una sedicente “cultura della democrazia“, chiedo un po’ di spazio a “Repubblica“, e denuncio la manovra.
Rossi Doria si tace, timoroso che addosso gli piombi una valanga. Il 9 ottobre, però, puntualmente ospitato da “Repubblica Napoli“, torna alla carica, inventandosi fantomatici centri sociali di destra, in una città inesistente, fatta solo di “esclusi” e di “protetti”, e così salta il fosso: il sindaco, scrive, faccia da mediatore tra i centri sociali. Finalmente le cose sono chiare: dopo i ragazzi di Salò, occorre benedire quelli di “Casa Pound“, nonostante la caccia ai gay e agli extracomunitari e i frequenti agguati agli studenti di sinistra.
Che dire? La partita non sarebbe chiusa, se “Repubblica”, eccessivamente timorosa di alimentare una polemica che molto impropriamente giudica personale, mi nega la facoltà di replicare. Non è certamente una censura, ma se penso alle recenti, sacrosante battaglie, mi domando se libertà di stampa, non sia anche diritto di replica e “par conditio“. Sia come sia, rimane in vita la minacciata libertà del web cui affido la replica destinata al giornale e una richiesta: chi condivide, faccia poi “girare“.

Il “dialogo” colpito a tradimento

La Napoli di Rossi Doria è una mela divisa in due. Un taglio netto e dai confini oscuri: di qua i protetti, dall’altra parte gli esclusi. Un po’ schematico, ma funzionale. A rigor di logica mancano i protettori e, se vuoi esser preciso, provi a capire chi è che va escludendo. Se ci pensi poi bene, una domanda non la puoi evitare: dove metti, in questo disegno lineare e semplice, una scuola aggredita come il “Margherita di Savoia“? In quale delle due città? E dove si colloca Francesco Traetta, un ragazzo mandato all’ospedale con una costola rotta, solo perché ha portato a scuola un partigiano? Chi è Francesco? Un “protetto, un “escluso o più semplicemente e drammaticamente l’idea stessa di “dialogo” ferita a tradimento nella città in cui Rossi Doria offre al fascismo la legittimità che la Costituzione gli nega?
Lo so. Siamo tutti contro il revisionismo e tutti democratici. Di democrazia si riempie la bocca chiunque ne ha bisogno per non sai quali scopi. Ne parla spesso persino Berlusconi. Difficile è capire come si fa ad essere davvero democratici e ancora più difficile saper dire verità impopolari, nel nome e per conto della democrazia. Se la smettessimo di fare delle parole un’arma impropria, per sostenere tesi avventate e demagogiche, se cercassimo soluzioni reali e leali a problemi nelle cui pieghe si cela l’agguato di Francesco, se la piantassimo finalmente di andare per la tangente e cercare l’applauso, diremmo che il ragazzo è una vittima e non ci sfiorerebbe nemmeno il pensiero che a dirlo si può spingere all’odio.
Se Francesco è una vittima, è chiaro che ci sono dei carnefici e non so per quale singolare follia dovremmo mettere insieme il giovane antifascista e chi l’ha massacrato. La dico tutta e fuori dai denti, perché mi pare chiaro che la questione riguardi, a questo punto, il senso stesso della convivenza civile. Con la storiella comoda e strumentale degli steccati da saltare, si fa di ogni erba un fascio e si protegge oggettivamente gente che predica da sempre la violenza. A me non importa da che parte venga e di che colore sia. Nella risibile società degli esclusi e dei protetti, il confine che separa chi colpisce da chi è colpito dev’essere visibile e ben definito. E non c’è dubbio, la domanda è una: per saltare non so bene quali suoi steccati, chi sosterrebbe a cuor leggero che, per risolvere il caso Saviano, il sindaco dovrebbe mettersi a un tavolo e fare da mediatore tra il giovane scrittore e i casalesi?
E torno a Napoli. Sempre più sventurata, devo dire. La guardo sconcertato, così come mi viene dipinta, e non la riconosco. Mi ci perdo. Una sola divisione: esclusi e protetti. I confini, tirati con la squadra e con la riga, sono incomprensibili e irreali, ma il quadro è suggestivo: due città che non si parlano e quasi non si conoscono. Ma quali città? E di che mondo parliamo? Se solo ti guardi attorno attentamente, il conto non ti torna. Nello stesso quartiere, nello stesso vicolo,Immag004 spesso nella stessa famiglia, c’è tutta la complessità della vita. La gente parla e non c’è mai silenzio. La gente si incontra, si scontra, tratta, contratta, si conosce e trova modo di riconoscersi. Non ci sono due città, esiste solo un insieme di diversità, un’articolata molteplicità e la realtà non è riconducibile a una sorta di inverosimile binomio. Napoli è una metropoli che si legge a “strati” e non puoi chiuderla nell’antico stereotipo della città borbonica quasi per vocazione. Certo, se la guardi in superficie, ci trovi l’eterno malcostume politico e il ricatto clientelare che invischiano tutti i ceti nell’ideologia subalterna d’un popolo quasi indifferenziato. Ma se ti fermi a guardare, se stai per strada e vivi tra la gente, scopri che la salute è sorprendente, ti accorgi che la vita pulsa, che le tensioni sociali non erompono più fatalmente in protesta plebea e non soffocano malamente in un rigurgito sanfedista. Se vai più a fondo, e devi saperci andare, immediato giunge l’impatto con la borghesia e, se vuoi capire Napoli, tu devi farci i conti. Non puoi fermarti a Viviani e nemmeno conoscere solo Eduardo De Filippo. Il mondo cambia e, se tu non lo vedi, inganni te stesso o, peggio ancora, stai ingannando gli altri. Dov’è questa nuova “Berlino” col suo muro e i protetti da un lato, gli esclusi dall’altro? A meno di non esser ciechi – questo forse è il problema – la città è un inestricabile intreccio. Assieme all’economia del vicolo e a nuclei di plebe, per i quali il tempo non passa, la maturità non giunge, la coscienza civile non si forma, trovi una borghesia articolata che guarda in alto, ma ha frange che si proletarizzano; trovi, se guardi, un proletariato che ha avuto una gran storia. Gente che ha ancora un’anima e resiste al richiamo del vicolo, portandosi dentro l’identità di classe, sebbene sia ormai perennemente terrorizzata dal pauroso binomio licenziamento-disoccupazione e appaia piegata sotto i colpi di un’offensiva padronale così disgregante, che non ha precedenti nella storia della repubblica. E non basta. Quanto di militanza giovanile non sanno più raccogliere i partiti storici dei lavoratori, vive nei centri sociali “rossi“. Solo in quelli, perché centri sociali la destra non ne ha. Quale che possa essere la parte politica, nessuno onestamente può negarlo: nonostante limiti e insufficienze, negli ultimi anni questi ragazzi hanno costruito forme di democrazia “dal basso” che meritano rispetto. Sono stati protagonisti di una battaglia coraggiosa, civilissima e non ancora del tutto conclusa, quando la città è diventata un’enorme e vergognosa discarica a cielo aperto e hanno marciato con padre Zanottelli002 6 febbraio 2009 Chiaiano Intervista a Zanottelli; svolgono ruoli attivi e propositivi nei “Comitati di quartiere” e nelle rare iniziative in cui la città mostra di essere ancora politicamente e socialmente viva. Chi li ha visti all’opera a Bagnoli, accanto a genitori, insegnanti e bambini in lotta per la scuola nella lunga ed esemplare vicenda del “Madonna Assunta“, chi li vede impegnati a fianco agli immigrati, chi ha la fortuna di stare con loro nelle assemblee universitarie e nelle manifestazioni in piazza, non può che togliersi il cappello. Ci sono limiti, errori e contraddizioni e sarebbe strano che non fosse così, ma c’è una passione civile che non è facile trovare.
La democrazia è partecipazione e Rossi Doria in piazza non si vede mai, ma lo ricordo negli anni della giovinezza, quando tutti eravamo autonomi e rivoluzionari. Il suo “potere” era allora tutto operaio. Non so di dove tragga fuori i suoi giudizi e i malaccorti e velenosi suggerimenti che regala al sindaco Iervolino. So che questo suo insistere nel paragonare i ragazzi dei centri sociali agli squadristi che hanno massacrato di botte Francesco Traetta, un loro compagno, uno di loro, non è solo una bestemmia. Somiglia molto a una sorta di provocazione, a qualcosa che sta la speranza e l’istigazione che mi auguro inconsapevole. Che si vuole davvero: evitare o scatenare la rissa? Protetti o esclusi: non sta in cielo né in terra. Tutto nasce semplicemente da una micidiale distorsione dei fatti? Può darsi. Ma questo è davvero il revisionismo. E sono sinceramente preoccupato.

Uscito su “Fuoriregistro” il 12 ottobre 2009, su “Report on Line” il 13 ottobre 2009 e su “il Manifesto” il 15 ottobre 2009.

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Quando ci misi piede – nel 1960 se ricordo bene – il “Vincenzo Cuoco” era il primo ed unico liceo scientifico di Napoli.
Achille Lauro, giovane industriale nelle corporazioni fasciste, amico di Ciano, finto “lupo di mare”, che aveva fatto fortuna assicurandosi i favori del regime e il monopolio dei traffici con le colonie, tirato fuori da un campo di prigionia e rimesso in circolo dagli alleati, era il campione della città delle “Quattro Giornate”, quella che aveva messo in fuga i nazisti e poi, stremata dalla fame e accecata dall’ignoranza, s’era ridotta a vendere i suoi voti ai pacchi di pasta ed alle mille lire del “comandante”.
Mio padre, con sottili distinguo tra monarchici e fascisti, l’aveva votato gratis il vecchio volpone e si adirò, ne fece un dramma, quando la DC di Fanfani gli cominciò a scavare la fossa sotto i piedi. Fanfani, uomo di chiesa e di potere che a Napoli diede alla DC la veste dell’arroganza. Bastava avere l’occhio sveglio e lo capivi: eravamo una colonia. La legge nei vicoli cedeva il passo al potere e il potere si apriva alla camorra; fuori dei vicoli i colossi del nord dettavano le regole. Dove non c’era miseria, c’era subordinazione e dove mancavano l’una a l’altra c’era la corruzione. Le medaglie d’oro alla Resistenza finivano intanto nella pattumiera: a Napoli, in tribunale, novantasette marittimi in lotta per il lavoro comparivano in manette davanti ai giudici accusati di adunata sediziosa; il fascismo tornava a mostrarsi alla luce del sole e il Movimento Sociale, il partito di un vecchio arnese di Salò, Giorgio Almirante, otteneva di tenere a Genova il congresso delle vecchie glorie fasciste. Certo, il congresso non si tenne e la CGIL mandò a casa Tambroni che l’aveva consentito; certo, con la sua acuta sensibilità Eduardo De Filippo – il mito che mia madre aveva un giorno incrociato senza cogliere al volo la fortuna che la baciava – s’era oscurato nel viso e contro Tambroni aveva dettato il suo manifesto: “in Italia riappare il volto orrido del fascismo”. Ma gli anarchici che anni dopo avrei studiato in archivio, usciti dalle galere e dalle isole popolate dal duce, rimanevano sorvegliati dalla polizia della repubblica – quella dei Fasci che aveva cambiato padrone – e i rapporti si accumulavano nei fascicoli personali dei “politici”, eredità di Crispi, Giolitti, Salandra e compagni, consegnata agli squadristi diventati uomini di governo e – lo avrei scoperto con raccapriccio in un futuro che non sospettavo ed è ormai il mio tempo passato, ma non so se passato sia del tutto – aggiornati e arricchiti dai magistrati della repubblica nata dalla Resistenza. La repubblica che anche gli anarchici, come ogni altra specie di “sovversivi” avevano contribuito a far nascere regalandole il proprio sangue in Spagna ed in Italia. Gli anarchici ingiuriati da guitti momentaneamente usciti dalla divisa, che hanno sfilato a Firenze per un mondo migliore e per questione d’onore.
Quali fascicoli esistono oggi ed in quale nuovo e vergognoso “Casellario Politico Centrale” sono custoditi?
Eduardo non può saperlo, ma l’erede di Almirante è oggi al governo d’un paese senza memoria. Sembra un secolo, ma è storia di ieri. Ora i repubblichini sono più o meno eroi, di partigiani meglio non parlare e la repubblica presidenziale predicata dai reduci di Salò è un cavallo di battaglia della sinistra.
Portai al “Vincenzo Cuoco” la mia intollerabile storia di nipote d’un antifascista, figlio di un ex contrabbandiere, di fede laurina, tornato in salumeria dopo gli anni della borsa nera: uno che aveva in testa un’idea confusa di società, ma si sentiva sempre più soffocare nei panni da chierico che gli imponeva la parrocchia, non sopportava la disciplina familiare in una casa in cui la famiglia era allo sbando ed il padre picchiava la madre, che piangeva, chiedeva vendetta in silenzio e si chiudeva in un mondo popolato da spettri che mettevano paura.
Entrava al liceo un tranquillo ribelle che non sapeva di fascismo e comunismo, ma si preparava alla rivoluzione e non ne aveva coscienza. Varcava il regno della matematica affascinato da Renato Caccioppoli, il genio suicida, che portava l’analisi nella testa e la morte nel cuore.
Il più noto professore di matematica del liceo “Cuoco” aveva insegnato nell’università fascista. Epurato, s’era riciclato non so come e si contentava degli studenti liceali. Riemerso dal buio del passato, senza camicia nera e senza orbace, rimaneva fascista. Gli Achille Lauro nella mia città delle “Quattro Giornate” erano in tanti. Migliaia e nei posti di comando.
Chi li aveva cacciati nelle fogne moriva di fame e vendeva i suoi voti.
Sulla mia strada di studente sottoproletario con animo proletario, sul sogno di mia madre d’un figlio recuperato alla buona borghesia da cui la storia lo aveva strappato, il fascista – le dita perennemente nel naso, gli eterni e inconcludenti accenni a filosofie individuali e l’improperio frequente, astioso e premonitore contro i topi della sinistra – si parò come un’ombra tragica al terzo anno. La mia vita di studente anomalo si fece subito stentata e fu presto stroncata. Fu dapprima fastidio fisico: era sporco fuori com’era sozzo dentro. Così mi pareva e se mi fissavo non ero uno che si defilava. Avevo cercato Caccioppoli, trovai una macchia di grasso vestita da professore, un doppiopetto grigio su di una cravatta arrotolata attorno ad una camicia mai bianca. Uno sguardo bonario che sapeva farsi tagliente e maligno e puntava ad intimorire. Non era importante aver paura. Importante era mostrare di averne.
Non fui mai tra quelli che abbassarono lo sguardo.
Illusioni, comunque, non ci fu tempo di coltivarne. Al primo compito in classe d’italiano apparve, incomprensibile e senza alcun commento, un punto interrogativo che fu il biglietto da visita che il liceo mi consegnò nei primi mesi del tumultuoso autunno nel quale un’intera generazione di ingegneri, matematici e chimici in formazione mi accolse con la diffidenza e la spocchia di figli dei professionisti e dei commercianti arricchiti che sentono a naso l’odore straniero di un intruso.
Punto interrogativo – come capii all’istante – era marchio d’infamia, previsto dai codici orali della tradizione, valutazione inespressa – o se si vuole – non valutazione del mio tema, occhiolino furbo ed ammiccante ritratto da un’invisibile camera oscura sul viso bufalino del professore e stampato sul foglio stupito. Chiesi lumi. Correttamente. Mi spiegò, traducendo, non più complice e furbo, ma severo, perplesso ed accigliato con me che “già sapevo”: non si valuta un tema copiato.
Suscitò, col mio rossore repentino e incontrollabile, la risata collettiva e bruciante dei futuri scienziati.
Divento rosso quando m’imbarazzo e bianco come un cencio quando m’adiro – e odio quel pallore che si presta all’ironia tagliente e alla spiegazione mortificante: il volto di chi ha paura.
Ma paura non era.
Mentre dentro sentivo un improvviso vuoto e il cuore mi balzava in gola, smentire, replicare subito a quello che mi sembrò un’offesa gratuita e premeditata, un’intollerabile manifestazione di feroce autoritarsmo, fu, a livello di percezione conscia, la molla che fece scattare la reazione. Imparai più tardi che ben altro scatta dal profondo se dentro sento un vuoto, il cuore balza in gola e attraverso ignoti percorsi mi ritrovo in un palazzo scuro, oltre l’orbita nera dell’arco del teatro romano, a via Anticaglia. E’ notte d’un tratto, fa freddo e mia madre mi tira per un braccio.
Fui tagliente.
Non firmo mai quello che scrive un altro. Certe cose le pensa solo uno che le ha fatte.
Il pallore sbiancò stavolta il viso bufalino. Anonimo persino nell’ira furibonda che lo invase, mi mise alla porta: vada fuori.
Senza nemmeno un punto eclamativo. Sibilando.
Uscii piano tra le file di banchi, vincitore morale – mi sembrò – sugli attoniti scienziati, che da quel giorno in effetti evitarono lo scontro.
Sostituito il punto interrogativo con voti parsimoniosi, il professore d’italiano seppe chiudere la partita senza ritorsioni e, conquistato dal cognome e dalla storia che lo accompagnava, si riscattò ampiamente leggendo in classe un mio tema premiato con un otto illustrato dalla nobiltà della chiosa: “per la prosa scorrevole e corretta e la notevole autonomia di giudizio“.
Allora non potevo immaginarlo, ma presto quell’attitudine a pensare con la mia testa, resa ancora più “sovversiva” dall’ostinato malcostume di dire quello che pensavo, avrebbe condizionato il futuro che ormai è passato ed ancora condiziona quello che non ho vissuto.
In quanto agli scienziati, i rischi di selezione feroce insiti nel DNA del terribile “primo anno al Cuoco” infransero alcune barriere. Il professore d’italiano decise d’ignorare la mia mano presente in una buona metà dei compiti d’italiano, io rifiutai sdegnosamente ogni ricompensa economica e firmai il mio primo accordo sindacale ottenendo un’adeguata assistenza nelle prove di francese, che un’anziana docente incipriata valutava con criteri strettamente algebrici, sottraendo al voto massimo – il mitico dieci – un punto ad errore – ogni tipo di errore – e conducendoci alla fossa delle Marianne dei numeri negativi, che, in una prova dalle caratteristiche particolarmente tempestose, inchiodò i più pigri tra gli scienziati ad un meno venti che finì nella storia del liceo col nome convenzionale di “gelata d’inverno”.
I due anni che mi separavano dallo scontro col fascista passarono senza lasciare alcun segno. Mio padre, fatalmente perdente nello scontro personale fatto di concetti e ragionamenti complessi, si chiudeva sempre più in uno stanco mondo maschile, fatto di soldi portati a casa, responsabilità evitate, amori extraconiugali senza futuro e ritmi padronali imposti in casa col terrore della forza fisica. Della mia vita di studente conobbe a stento i risultati finali e l’eco di elogi portati in famiglia con enfasi eccessiva da mia madre che aveva imparato vita e miracoli dei miei professori e seguiva con orgoglio insensato i miei lenti progressi, annotando mentalmente ogni particolare, amando chi amavo, disprezzando chi disprezzavo e recitando con impareggiabile perizia formale il ruolo marginale che il liceo di quei tempi assegnava ai genitori. Di due anni ricordo sì e no particolari marginali. Una ragazza bionda e sottile come un giunco che mi condusse all’amore con due sguardi e mi tenne con sé solo per un pomeriggio, e solo per dirmi che voleva un altro e mi aveva accalappiato per ingelosirlo. Lo scontro fisico con tre fascistelli del fronte della gioventù, che volevano imporre alla pattuglia di scienziati in erba una manifestazione nazionalista, e si ritirarono malconci messi in fuga da un gruppo di comunisti tra i quali fui arruolato seduta stante senza batter ciglio, come manovalanza operaia e forza di riserva, che non fu necessario usare.
Feci così le prime prove nella sezione Bertoli, a via Cirillo – quattro passi dal liceo – dove imparai ad usare il ciclostile, intonai per la prima volta canti partigiani e misi insieme con promettente incisività due o tre volantini sui primi, prudenti tentativi di conquistare il riconoscimento per un “rappresentante” di classe, che facesse da portavoce presso i professori. A raccontarlo non si crederebbe, ma i ragazzi che cinque, sei anni dopo avrebbero scosso il paese dalle fondamenta, cominciarono a chiedere un po’ d’ossigeno con grande cortesia. Eppure il respiro era già molto pesante e un’asma angosciante assaliva un po’ tutti – gli scienziati borghesi e il proletario – quando si parlava della vita che facevamo e di quella che sognavamo. Nulla ancora di definito. Ma la sensazione che un altro mondo fosse possibile era palpabile.
Giunsi alla promozione in terza, sperperando tra gennaio e giugno il patrimonio di crediti acquisiti in un anno e mezzo di contestazione ferma, ma prudente, tutta sorrisi ironici e punture di spillo, concetti accennati e parole non dette. La faccenda dei giovani comunisti divenne ben presto di pubblico domino. Provocò una circolare del preside, che ricorse invano ai toni della minaccia, una gelida paternale di alcuni insegnati che non ammisero repliche, poi “note in condotta” seguite da visite sempre più frequenti alla lussuosa presidenza, e infine un crescendo: avvisi a casa, sventati bellamente da una serie di firme superbamente falsificate, la fatale e dura sospensione dalle lezioni seguita dal rituale ritorno con accompagnamento, esplicitamente inteso come conditio sine qua non della riammissione. Mi arrovellai e infine posi il vecchio segretario della sezione comunista di fronte ad una pressante ed eterodossa richiesta di “solidarietà politica” tra studenti ed operai, che il buon uomo accolse col senso del dovere che tutti gli riconoscevamo, spacciandosi per mio padre e dimostrando di aver appreso con profitto esemplare il senso profondo di quella che fu poi definita la doppiezza togliattiana, scendendo a compromessi “tipici del peggiore gradualismo” col professore fascista che si trovò in presidenza nel giorno della farsa. Un successo strategico e tattico che qrischiò di essermi fatale.
Rimesso a nuovo dalla riuscita del trucco, presto mi lasciai andare. Sorge talvolta dal di dentro e non lo freni un vero e proprio abbandono alla follia contro il quale null’altro puoi se non sperare nella buona sorte.
In due consecutivi lampi di autentica rivolta, scrissi in quei mesi pagine esaltanti di vita studentesca, e non finii fuori da ogni scuola pubblica perché la natura degli uomini è molto più complessa di quanto possa apparire a prima vista.
L’inimicizia irrimediabile che l’insegnante di francese produceva negli studenti con la sua periodica “gelata d’inverno” non era nulla a confronto con lo stato di aperta belligeranza che caratterizzava da tempo i suoi rapporti con i colleghi e d il preside. Prossima alla pensione, avvolta in una perenne nuvola di cipria che si posava ovunque, persino sul suo incomprensibile linguaggio perennemente sospeso tra musicalità francesi ed asprezza nostrana, irritante, fuori dal tempo e sorda ad ogni istanza metodologica e didattica, gelida dentro quanto eccessivamente colorata fuori, non salutava e non rispondeva al saluto di colleghi e genitori, era assente anche quand’era presente e costituiva sul piano formale e sostanziale una delle maggiori anomalie presenti nel liceo.
Un giorno che spiegava e a se stessa – com’era solita fare – in una lingua che intuivamo francese, senza comprendere nemmeno articoli e congiunzioni un’insipida pagina di Racine, m’accorsi, Dio sa come, d’un misterioso oscillare della sua vaporosa ed inspiegabilmente bionda capigliatura. Un oscillare anomalo, che anticipava o seguiva i movimenti civettuoli della testa senza seguirne né il ritmo né i tempi.
– Una parrucca!
La verità mi esplose nella testa senz’appello.
La confidai ad uno scienziato amico e confermò. Feci tutto da solo: chiesi solo chiasso a sufficienza al segnale convenuto. Un amo da pesca ed un filo di nailon, legato alla sedia, una richiesta di spiegazione avanzata col libro che costrinse l’infelice a chinare la testa, l’amo lasciato cadere tra i capelli e il segnale. La classe in subbuglio crescente e la semifrancese balzò dalla sedia per urlare – come di consueto – il suo gallico sdegno.
Rimase a metà tra le sedia e la posizione completamente eretta, mentre la parrucca agganciata all’amo scivolava rapida indietro, lasciando scoperto il cranio lucido e calvo. Si portò le mani alla testa, emise grida disumane e si accasciò sulla sedia che sembrava in deliquio.
Dopo una risata spietata la classe provò una sincera compassione e tacque.
Un bidello fece capolino quando la miserabile aveva recuperato la dignità del cuoio capelluto – la parrucca per buona sorte s’era liberata da sola – e già indagava minacciando la decimazione. A meno che non venisse fuori il colpevole.
Avevo visto la parrucca volare, e la testa di sotto apparire lucida come cera da una posizione nuova. Come se a vedere fosse un altro e non io. Mai, nemmeno per un attimo, avevo pensato di essere in pericolo. Ora era chiaro. Mi denunciai con la lealtà che la situazione richiedeva e con la coscienza chiara che altro da fare non c’era. O un bel gesto e la denuncia di uno scienziato terrorizzato.
In presidenza l’insegnante urlò come una gallina. Il preside l’ascoltò con indifferenza compiaciuta, le fece sadicamente ripetere più volte il racconto della sua vergogna, e talvolta non tentò nemmeno di celare un sorriso, quindi annunziò decisioni collegiali da prendere. Le più adeguate. Le più spietate. Volle infine rimanere solo con me per capire meglio e valutare la profondità reale della mia abiezione e salutò la rincuorata insegnante improvvisando uno sguardo da Torquemada che tenne fisso su di me sino a che la porta non si chiuse e la vecchia sparì. M’ero rassegnato alla mia fine e mi sentivo un verme pensando a mia madre, quando cominciò a ridere gioviale e complice senza ritegno e lo sentii chiedermi di raccontargli di nuovo la faccenda. Più andavo avanti, cercando parole accorte, più rideva. Mi disse addirittura bravo.
La punizione collegiale terribile non venne, la storia fece il giro della scuola e l’anno seguente la professoressa non si vide né mai sapemmo se si fosse trasferita o avesse optato per la pensione.
Scontai tanta insperata fortuna a maggio, quando, preso da un’indomabile attrazione per la minigonna dell’unica compagna di classe che ci fosse capitata in sorte, decisi di scriverle un’originale dichiarazione d’amore, che misi assieme dopo una breve riflessione sulle mie conoscenze linguistiche. Scartato per necessità di cose il francese, trovata banale una soluzione in madrelingua, esitai tra napoletano e latino, e scelsi infine un’appassionante commistione. Ne venne fuori in quattro e quattr’otto una poesiola che mi piacque molto:

Patricia pulchra est,
sed sine vest, pulcherrim’est
et nemo dubitat,
quin qui Patricia amat
cornuà cornicia portat.

Soddisfatto, passai il foglietto ad uno degli scienziati conquistati alla causa proletaria e ne persi il controllo. Fece il giro della classe, la mise in agitazione, passando tra le mani della musa, Patrizia, che si mostrò particolarmente compiaciuta e approdò tra le mani del professore di latino, che lesse e rilesse pensoso, individuò subito il colpevole e senza pensarci due volte, mi assegnò un otto in latino e m’invitò a tornare a scuola sette giorni dopo. Accompagnato naturalmente da mio padre.
L’anno si chiuse così con un rinnovato gesto di solidarietà comunista tra operai e studenti ed il mio impagabile allievo di Togliatti, ricomparve a scuola nelle vesti impeccabile di un genitore borghese e severo. Così severo e borghese, che quando il professore di latino gli tradusse all’impronta il significato di ciò che avevo scritto, non esitò a prendermi sinceramente a schiaffi.
Per insegnarmi la “morale socialista“, mi spiegò in via riservata alcuni giorni dopo.

Uscito su “Fuoriregistro” il 16 novembre 2002

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