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Posts Tagged ‘Padania’

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Il primo, inconscio segnale di un doloroso tormento interiore è stata la corona mariana baciata nella pubblica piazza, alla maniera di «battuti» e «flagellanti». Lo dicono in pochi, ma è facile capirlo: l’«autonomia differenziata» è da qualche tempo il tormentoso cilicio di Salvini, stritolato tra l’antico  delirio secessionista a la recente, misteriosa passione unitaria e garibaldina.
Capo di tre Leghe, infatti – la Lega Nord per l’indipendenza della Padania, creata da Bossi nel 1991, la Lega per Salvini premier, nata nel dicembre 2017, e la Lega-simbolo elettorale, aggiunta alle altre due per inventarsi un movimento nazionale che guarda a tutti gli italiani, compresi gli ascari meridionali – Salvini, giunto al governo grazie ai Cinque Stelle, ha ormai davanti la sua inevitabile Caporetto. Non a caso Giorgetti, gelido e tagliente come un serpente, l’ha già avvisato: «ha fatto tutto da solo e risponderà  del risultato».
Poiché fuori dal governo Salvini non potrà mai realizzare il demenziale progetto, consegnando a Zaia e compagni il trofeo della separazione dal Sud, i vecchi arnesi della Lega Nord per l’indipendenza della Padania ripudieranno il capitano e verranno alle mani con quelli della «Lega Nazionale», che, intanto, mangiata la foglia, da giorni non muovono un dito di fronte al trattamento che il Sud sta riservando all’immigrato in camicia verde. Fallito lo sfondamento nelle colonie meridionali e mollata dalla Lega per l’indipendenza della Padania, la Lega di Salvini tornerà a essere rapidamente  l’antica, e asfittica e formazione  locale.
Noi, intanto, usiamo per legittima difesa l’arma che la sua legge ci ha regalato e acceleriamo il processo: teniamo vivo il tema e facciamo che Salvini muoia rapidamente del suo secessionismo autonomista.

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115_Tvk8jthumbSalvini non è un uomo colto. Non a caso fino al 2018 ha vissuto come cittadino di un Paese che non c’è – la Padania – e ha diretto un partito che ne chiedeva la separazione dall’Italia: la “Lega Nord per l’indipendenza della Padania”.
Cresciuto nella convinzione che la Liguria, il Piemonte, la Lombardia, l’Emilia e le Venezie costituissero una comunità di valori armonici, un’unica realtà geografica, economica, storica e – ciò che più conta – etnica, si è poi convertito a un tragicomico nazionalismo italico, cambiando così cittadinanza e razza. Oggi infatti non è più figlio dell’inesistente etnia padana, con i suoi codicilli celtici, transpadani e cispadani, la sua identità economica, produttiva e linguistica.
Svanito il razzista secessionista, è nato dal nulla il difensore dell’etnia italiana, minacciata da fantomatiche orde di barbari immigrati. Ministro di polizia della Repubblica ieri rinnegata, Salvini è ossessionato dalla difesa dell’identità culturale italiana e se la prende con l’Europa alla quale, in realtà, è molto più vicino di quanto creda. Certo, per secoli l’Europa ha affermato il diritto di emigrare e Kant riconobbe quello di immigrare, facendo appello a una universale ospitalità garante di una pace perpetua. Quell’Europa, però non esiste più e oggi l’antico diritto è diventato un delitto.
Salvini non lo sa, ma non inventa nulla. Dice semplicemente, con la brutalità di un ignorante, ciò che pensano le classi dirigenti dell’Unione Europea, imbarbarita da una sempre più iniqua distribuzione della ricchezza: il diritto di emigrare non è mai stato un principio di civiltà, ma la copertura legale del colonialismo. Oggi, che i popoli colonizzati premono ai confini dei privilegi occidentali, quel diritto è ovunque negato, costi quel che costi, anche un ritorno al nazifascismo.
Il capo degli autonomisti settentrionali non è in grado di fare ragionamenti complessi, ma lo guida l’istinto; non  sa, ma sente che le ragioni profonde del suo razzismo – ieri padano, oggi italiano – non derivano dall’emigrazione, ma nascono dalla necessità feroce di difendere privilegi. E’ per questo che ripete la solfa del negro stupratore, punta il dito sulla minaccia dei Rom, cavilla sul clandestino economico, lancia quotidianamente lo slogan dello straniero pericoloso e se occorre fa esplodere il caso della docente che non ha sorvegliato gli studenti. Da perfetto ignorante, si affida all’istinto: guai se gli insegnanti riusciranno a far capire agli studenti che il razzismo è un’invenzione del capitalismo, un’esigenza del neoliberismo che difende il diritto di sfruttamento.
Se il leghista istintivamente capisce che la sinistra si è suicidata quando ha inseguito la destra sui temi della formazione e attacca chi fa scuola come si deve, a noi tocca difendere in ogni modo Rosa Maria Dell’Aria: la sola via d’uscita dalla tragedia che viviamo passa per la capacità che avremo di coltivare intelligenza critica e libero pensiero. E’ questa la prima e forse l’ultima trincea.

Agoravox e Fuoriregistro, 21 maggio 2019

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logo-potere-al-popolo-29446.660x368Tra il 6 e il 12 gennaio torneremo a votare. C’è una struttura organizzativa da completare, ma soprattutto un tema su cui riflettere: l’Unione Europea e il suo peso decisivo e schiacciante sulla nostra vita quotidiana.
Decidere se partecipare o meno significherà scegliere tra elettoralismo e pratica militante? Possiamo liquidare così semplicemente e semplicisticamente una scelta complessa che peserà moltissimo sul futuro?
Che faremo? Staremo fuori? E’ una possibile scelta, ma bisognerebbe trovare risposta a una domanda cruciale: senza “Potere al Popolo!”, chi rappresenterà la convinzione che l’Unione Europea sia un mostro giuridico, creato dal capitalismo, fondato su una menzogna che dà valore costituente a trattati piovuti dall’alto e rifiutati dai popoli con i referendum tenuti in Francia e nei Paesi Bassi?
Stare fuori, del resto, ci consentirà davvero di parlare alla gente, spiegare che di mille sofferenze sopportate in questi ultimi anni, novecentonovantanove ce le ha donate l’Unione Europea? Senza esserci, potremo davvero battere sul chiodo della disperazione prodotta proprio da questa Unione, che unisce le banche e divide le classi subalterne per ridurle una a una in servitù? E c’è una domanda ancora su cui riflettere: stare fuori non significherà lasciare soli i Gilet Gialli francesi, che agitano nelle piazze mille temi che sono nostri? Alla fine del percorso, avremo rafforzato la dimensione internazionalista di Pap o l’avremo indebolita?
Parteciperemo? Lo faremo da soli, con il nostro simbolo, le nostre convinzioni sull’Unione Europea e quindi, consapevoli della posta in palio, ci mobiliteremo tutti senza riserve, o decideremo di partecipare alle elezioni, perché prevarrà la tesi che occorre contrastare il neofascismo di Salvini e Di Maio? Se non saremo soli, riusciremo a segnare confini per evitare di fare il gioco dei fascisti alla Minniti, senza dei quali Salvini navigherebbe senza futuro nei fumosi confini della Padania?
Esistono davvero differenze sostanziali tra le pagliacciate euroscettiche dei ducetti gialloverdi e l’europeismo da operetta dei servi sciocchi di Bruxelles? I fatti dimostrano che il massacro della povera gente, in Italia come in Francia e in ogni altro Paese dell’Unione, prosegue indisturbato, governi chi governi, il sedicente “europeista” Macron, come il nazionalista Salvini. Ovunque licenziamenti facili, precarietà, attacco ai diritti dei lavoratori, riduzione dei salari, sfruttamento, attacco alle pensioni, razzismo e chi più ne ha più ne metta. Non ci sono tre campi, questo bisognerà ricordarlo. Ci sono liberisti e antiliberisti.
Che senso avrebbe dissolversi in un cartello che ci chieda di rinunciare non solo al nostro simbolo, ma anche alla nostra identità? Un cartello che si pone per obiettivo “più Europa” – vale a dire più disperazione – e mette assieme le anime pie di un improvvisato e improvviso campo antiliberista, che sono state e sono alleate del PD ovunque sia possibile? Avrebbe senso combattere il neofascismo, andando con gli amici del fascista Minniti, l’uomo del daspo, del decoro urbano e del macello nordafricano?
L’inizio dell’anno che sta per cominciare non ci consente una rassegnazione travestita da pragmatismo, né sottovalutazioni e compromessi con se stessi. E’ un anno che ci chiede uno sforzo immediato di riflessione. Potrebbe darsi infatti che non si senta ancora chiaro, ma il cannone già tuona. E’ la vigilia di una battaglia cruciale. Quale che sia il tempo che ci resta e quanti che siamo, è necessaria una discussione franca, intellettualmente onesta che si esaurisca nei brevi dati. Subito dopo, ci vorrà una grande compattezza. Piaccia  o no, siamo in trincea.

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Se il punto vero fossero i diritti, tre morti al giorno in un anno, uccisi sul lavoro, e il dolore senza rimedio delle famiglie distrutte sarebbero il biglietto da visita più serio e più eloquente dell’ultima crociata all’italiana. Un oltraggio al pudore che le parole e la figura dell’onnipresente Larussa incarnano a meraviglia nei “salotti buoni“, dove i diritti spariscono e compaiono gli interessi. Al confronto Gheddafi non esce poi male e, non a caso, tra i due regimi vigeva, e in parte sopravvive, un trattato d’amicizia.

Del libico si dirà ch’è un delinquente, ma non c’è dubbio: l’associazione a delinquere ha funzionato bene fino al mistero glorioso d’una armata Brancaleone nata alla “rivoluzione” dalla sera al mattino, sostenuta e alimentata nell’ombra da qualche “zero sette” occidentale, il tempo utile a montare il “caso umanitario“, come anni fa le fantomatiche armi di “distruzione di massa“, e consentire alle armate della “democrazia” di macellare popoli indifesi. Dei mille scempi dei diritti umani di cui s’è macchiato Gheddafi, il peggiore l’ha compiuto senza ombra di dubbio su mandato italiano, tra il Mar Mediterraneo e il deserto del Sahara. Quanti siano stati i morti d’una strage premeditata, non sapremo mai, ma il dato è questo: l’Italia ha pagato Gheddafi perché massacrasse la disperazione africana. Quella disperazione che la nostra tragica storia di “potenza” coloniale ha contribuito a fa nascere. Se il mondo ce ne avesse chiesto conto, come avrebbe dovuto, la “guerra umanitaria” l’avrebbe fatta alla ferocia fascioleghista che ci governa e al silenzio complice di un Paese che lascia fare.

Si vive di miseria morale e questo è il capitale. D’altra parte, tra bandiere tricolori e becera retorica patriottarda, la nobile diplomazia italiana ha compiuto il suo ennesimo capolavoro. Dopo Sarajevo, tra il 1914 e il 1915, con una penosa capriola, dichiarammo guerra agli alleati austriaci e tedeschi; nel 1940, cominciammo la guerra al fianco dei tedeschi, pugnalando alla schiena la Francia messa in ginocchio dai nazisti, ma tre anni dopo, per salvare la pelle, passammo al nemico e finì che sparammo ai tedeschi, sicché dal disonore ci salvò la guerra partigiana che ora processiamo. Oggi, a conferma dell’infame solidità della tradizione, facciamo guerra all’alleato Gheddafi per “difendere” quei diritti umani che l’abbiamo spinto a violare per conto del razzismo della futura Padania, in cambio dei quattrini dei lavoratori, sottratti alle giovani generazioni, alla ricerca e alla salute degli italiani.
Questo è. Pane al pane e vino al vino, senza girarci attorno: guerra alla povera gente. La solita, ignobile guerra italiana.

Uscito su “Fuoriregistro” il 23 marzo 2011

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Le commemorazioni non guardano indietro, però – sembra fatale – diventano una sorta di “memoria a scadenza fissa”, il “gesso” che immobilizza fratture scomposte tra un mitico “passato” e un infelice “presente”. Per un giorno inni bandiere al vento e valori universali, poi il limbo d’un realismo rinunciatario, che è quasi sempre rassegnazione o, se si vuole, identità annacquata in cerca di consensi. D’accordo, anche questo è politica, ma dirlo onestamente non ci farà male: esistono due “memorie”. Una, ufficiale e condivisa, non lascia segni, non fa domande. E’ Narciso allo specchio: guarda se stessa e ignora il presente. L’altra, sempre più rara, indaga il passato per capire il presente. E’ la storia “maestra di vita”, che racconta la verità nuda e cruda, parla alle coscienze, ma non trova ascolto, non insegna più niente a nessuno e dà fastidio, perché ci mette davanti noi stessi, così come siamo davvero. E non è un bel vedere.
Me lo chiedono spesso: “Ci dici delle Quattro Giornate?”. Da me si attendono retorica e poesia: “o campana, campana, campana, / la mia favola breve è finita / la breve mia favola vana”. Io, invece, tiro fuori il presente. Il primo pensiero non è per ciò ch’è stato, m’importa quel che accade e, più che raccontare, faccio domande. Perché, mi chiedo, qui a Napoli, superato il liceo Vico, alla Cesarea, la vecchia sede del PCI ospita ancora un partito antifascista, ma non porta più il nome di Maddalena Cerasuolo? Sono avvenute cose che non so? Non è più decorata al valor militare, non è la donna che “trattò ” al Vico delle Trone coi tedeschi? Non fu lei che lottò come un veterano assieme ai partigiani di Materdei e della Stella, salvando dalla distruzione il Ponte della Sanità e consentendo agli Alleati di avanzare verso quel Nord nel quale oggi Bossi resuscita il razzismo?
Risposte non ne ho e quindi insisto. Perché non ricordiamo più ciò che a Longo sembrò decisivo: “dopo Napoli la parola d’ordine dell’insurrezione finale acquistò un senso e un valore e fu allora la direttiva di marcia per la parte più audace della Resistenza italiana“? Cos’è cambiato? Guastiamo la festa a Brunetta, che ci accusa d’essere un “cancro“? Ma che sanno Brunetta e Bossi dell’Italia, del Sud e dell’antifascismo? Qualcuno glielo spieghi, per favore, chi era Ezio Murolo che, a Poggioreale, con Tito, il fratello anarchico, organizzò e guidò gli insorti contro i nazisti, in una battaglia che, come molti esponenti di questa maggioranza, li avrebbe visti assenti o, peggio, dall’altra parte della barricata. “Ardito” nella Grande Guerra, dannunziano a Fiume, poi giornalista al “Mondo” di Giovanni Amendola, infine coinvolto “nei maneggi sovversivi” ai tempi della guerra di Spagna e spedito al confino, Ezio Murolo fu “guastatore paracadutista” dietro le linee naziste e si batté per liberare il Nord, la Padania di Bossi, dopo aver meritato qui a Napoli una medaglia d’oro. Non possiamo dirlo perché oggi i partigiani passano spesso per “terroristi”? Io lo racconto, checché ne pensino l’elettorato più o meno moderato a centro ed a sinistra e Cota a destra: Murolo contribuì a liberare il Nord. Erano i giorni in cui, a dar retta a Galli Della Loggia e gli storici della destra fascio-leghista, la “Patria” moriva. Quale Patria? Quella fascista, che un pugno di inqualificabili nostalgici prova a rivalutare? La patria razzista, resuscitata dalle leggi sui clandestini? Qualcuno glielo spieghi che, prima ancora di Rosselli e di Altiero Spinelli, prima di quel miracolo di passione politica che fu il Manifesto di Ventotene, Antonio Ottaviano, uno dei tanti combattenti delle Quattro Giornate, s’era già fatto processare dal Tribunale Speciale, per aver provato a dar vita a una federazione di Stati europei, “L’Europa Unita”, come baluardo contro il pericolo nazifascista. Ben altra Europa che quella di Bossi, Brunetta, Berlusconi e Marchionne, nella quale si negano i diritti dei lavoratori, torna il razzismo, contano solo le banche e i banchieri, si riduce a merce il sapere, si precarizzano i docenti e si attacca la scuola pubblica, di cui nessuno più ricorda il ruolo nella Resistenza. Se ne trova traccia in un prezioso e sconosciuto “numero unico” del “Comitato di Liberazione Nazionale”, che ricorda i nomi dei suoi martiri e militanti; gente di ogni parte del Paese, checché ne pensi la Lega: Quintino Vona, vice preside “in una Scuola Media di Milano, caduto sotto il piombo di sgherri della ‘Muti’ il pomeriggio del 7 settembre”; Salvatore Principato, siciliano di Piazza Armerino, che, massacrato a Piazzale Loreto con 14 compagni “dopo essere stato torturato nelle carceri fasciste” aveva saputo “incoraggiare, nel momento estremo, le povere vittime, allargando le braccia: coraggio, è questione di pochi istanti”. Bisognerebbe tornarci su, ricordarla, la scuola delle maestre napoletane Giovanna Annunziata e Anna Bonagura, “arrestate e denunziate per reato di istigazione e oltraggio alla persona di S. E. il capo dello Stato” perché i loro studenti “hanno strappato dai libri di testo una effige del Duce” e uno addirittura “la ridusse in due parti e la lanciò dal balcone“. Si capirebbe perché si vuole distruggere la scuola, sarebbe chiaro che essa è stata e può essere presidio della democrazia. Si capirebbe che forse non è un caso se i precari della scuola stiano dando oggi luogo a una lotta che sa di Resistenza. Scuola e politica, nel senso alto e nobile della parola, nel senso di pensiero critico e non di puro e semplice addestramento al lavoro dipendente o alle professioni. La scuola di Lina Merlin, che non fu solo la socialista delle “case chiuse”, la partigiana e la deputata alla Costituente, ma la giovanissima maestra antifascista che si lasciò licenziare per non giurare fedeltà al regime. Occorrerà che qualcuno lo dica al leghista Maroni e lo ricordi ai nostri studenti: quando gli “scienziati” fascisti scoprirono la tragica purezza “ariana” del nostro popolo, che è stato e sarà sempre un’inestricabile e meravigliosa fusione di geni e culture, studenti come Teresa Mattei rifiutarono di assistere alle tragicomiche lezioni sulla razza e furono espulsi da tutte le scuole d’Italia. E pazienza se anni dopo, ormai deputata e dirigente del PCI e dell’Unione Donne Democratiche, l’ex comandante di compagnia di una “Brigata Garibaldi”, entrò in rotta di collisione con Togliatti e conobbe l’onta di una nuova espulsione.
Il passato non cambia e non si cancella. Arfè non sbagliava. Per le forze politiche di radice antifascista, la Resistenza non è più un riferimento e la globalizzazione ha sconvolto rapporti e modi di produzione, sistemi di valori, prassi politica, ideologie, mentalità, costumi e rapporti sociali. Questa, tuttavia, è la storia, queste le profonde radici politiche delle Quattro Giornate, rivolta di popolo da cui ricevono linfa vitale la guerra di Liberazione e quella Costituzione che, non a caso, è nel mirino di un Parlamento di “nominati” e di un governo sostenuto da forze politiche che non hanno tradizione e cultura antifascista. Di questo si tratta. Non di altro. Di riaffermare e, se occorre, difendere i principi della democrazia. Costi quel che costi. Non solo Napoli, ancora “milionaria“, come amaramente la definì Eduardo De Filippo, ma l’intero Paese, tornato povero, privato della cultura, della scuola e del lavoro, ridotto a terra di razzismo e malaffare, di pennivendoli, guitti e velinari, l’intero Paese ha bisogno di ricordare. Senza memoria non si ricomincia.

Articolo uscito, con qualche ritaglio, sull’edizione napoletana di “Repubblica” il 28 settembre 2010 e, nella sua  versione originale, Su “Fuoriregistro

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C’è ancora chi parla di folclore, fa spallucce e se la ride, ma Adro, per fermarsi all’Italia e non allungare lo sguardo alla Svizzera e ai suoi “topi“, è solo la punta di un iceberg e non c’è nulla da ridere. Contro l’Europa pacifica che pacificamente si mobilita per difendere diritti e civiltà da un crescente imbarbarimento, c’è n’è un’altra, forse ancora minoritaria, certamente pericolosa, che resuscita i fantasmi della discriminazione razziale, lo spettro delle diseguaglianze sociali e minaccia il ricorso alla forza contro la forza della ragione.
Qui da noi, sul palcoscenico dell’Italia razzista, fa da protagonista la scuola in versione leghista, ma nell’ombra, dietro le quinte, il vero prim’attore di un ritorno all’Italia del ’38 è Maroni, il ministro che, con la persecuzione dei rom, i campi di concentramento e la caccia ai “clandestini” nel Mediterraneo, meglio di tutti incarna le rinascenti tentazioni neonaziste della destra e più di tutti riceve gli elogi di un’ambigua e sconcertante opposizione.
Solo dodici anni fa, come racconta senza smentite Wikipedia, le forze dell’ordine lo denunciarono perché coinvolto nelle indagini su Corinto Marchini, indagato per attentato all’unità dello Stato. Nel corso di una perquisizione a un locale della sede federale di Milano della Lega Nord, benché deputato della Repubblica, il capo dei verdi di Padania s’era scagliato contro i poliziotti. Chiunque sarebbe finito in galera, Maroni no. Il “patriota” leghista si fece eroicamente scudo della Corte Costituzionale di “Roma ladrona“, da cui prende un lauto stipendio di deputato dal lontano 1992, e se la cavò con un nulla di fatto. Chiunque sarebbe finito in galera, Maroni no. Il “patriota” leghista si fece eroicamente scudo della Corte Costituzionale di quella “Roma ladrona” da cui prende un lauto stipendio di deputato dal lontano 1992 e se la cavò con un nulla di fatto. Oggi, quest’uomo, ex capo delle Camicie Verdi della Padania leghista, è ministro dell’Interno e con discutibile coerenza – per dirla com’è senza badare alla forma – continua a sputare nel piatto in cui mangia, partecipando in tutti i modi possibili al delirio leghista. Condannato in primo grado nel 1998 a 8 mesi per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale si è visto ridurre in appello la pena nel 2001: 4 mesi e 20 giorni perché, nel frattempo, il reato di oltraggio era stato abrogato. Il mutuo soccorso parlamentare – questa sì questa è Roma ladrona – gli ha consentito di ottenere in Cassazione la commutazione della condanna al carcere in una pena pecuniaria di cinquemila euro. Tanto evidentemente valeva la dignità dell’agente contro il quale si era scagliato. Come risulta dalla voce a lui intestata da Wikipedia e mai smentita, i guai giudiziari dell’attuale responsabile dell’ordine pubblico sono però proseguiti. In quanto ex capo riconosciuto delle eroiche Camicie verdi, egli è presente, infatti, in un processo per attentato contro la Costituzione e l’integrità dello Stato aggravata dalla creazione di una struttura paramilitare, assieme a una quarantina di nobiluomini leghisti. Maroni, però, che, a quanto pare, fa parte della nobile schiera di chi ha come motto l’immortale “armiamoci e partite“, è tornato a farsi proteggere da “Roma ladrona”, sicché nel 2005 ha ottenuto una riforma legislativa “ad personam” che ha ampiamente ridimensionato i primi due reati. Sistemate così “leghisticamente” le cose, l’eroe della sedicente Padania ha ricevuto la sua brava medaglia al valore e ora – incredibile a dirsi – guida quelle forze dell’ordine con cui s’è scontrato anni fa, ai tempi della rinnegata??! secessione. Come le guida? Armandole contro i cittadini onesti che protestano, come dimostra il filmato che segue, girato a Terzigno. Viene in mente la celebre domanda di Cicerone: “Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?

contropiano

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C’è puzza di bruciato: Leghisti e forzisti rispondono a Napolitano a muso duro perché hanno paura, sono terrorizzati e un animale impaurito è molto pericoloso. Per carità, intendiamoci. Nessuno s’illude che Bersani, Fini e Casini siano diventati d’un tratto seri statisti. Il fatto è che la stragrande maggioranza della  gente, costretta ad affrontare una crisi economica senza precedenti, non regge più Cicchitto Capezzone, Feltri e compagnia cantante. Non è una questione politica, che pure sarebbe sacrosanta. Forse è peggio. E’ un problema di stomaco: il vomito è continuo, inarrestabile e resiste anche al classico Plasil. Nella sinistra che non c’è, in quell’ectoplasma di irresponsabili che ora si definiscono  “area della responsabilità”, credono in pochi, ma la banda di puttanieri, mignotte, mariuoli e pennivendoli che minaccia la piazza ha disgustato poveri e  ricchi, cristiani, musulmani e persino domineddio, che non vuole aver nulla a che spartire con una sorta di aborto che non avrebbe voluto creare. Putroppo anche un padreterno può sbagliare:  l’aborto gli è sfuggito di mano e lo sputtana nei consessi celesti, tra divinità e profeti. Siamo al punto che Buddha, Confucio e Allah non gli rivolgono più nemmeno la parola e Manitù, sdeganto, dopo tre “augh“, s’è ritirato infuriato tra i bisonti. In paradiso è crisi di regime: il padre contro il figlio, lo spirito, non più santo, contro padre e figlio. Pare che Sant’Ambrogio rifiuti la cittadinnaza della Padania e San Gennaro minacci di sospendere il celebre miracolo. E c’è pure chi teme un golpe di San Pietro.

Il padreterno, mormorano i santi, è un modello perfetto di “fannullone” brunettiano. Se nella sola settimana di lavoro vero che ha vissuto in tutta sua eterna vita di creatore non avesse scelto il sabato fascista – “il settimo giorno riposò” dicono le scritture – avrebbe avuto tempo per riparare i guasti e oggi non sarebbe il disastro. Figlio di quel malaccorto riposo, giurano con filosofiche ragioni Agostino e Tommaso, sono senza dubbio Bossi, Maroni e la Padania razzista e sconsacrata. Fosse stato attento, li avrebbe certamente fulminati. E non è tutto. Figli naturali del suo divino fannullonismo, mormorano angeli, arcangeli, santi e beati,  sono Brunetta, Gelmini, Sacconi e la Carfagna e ognuno si lagna. In quel fatidico “settimo giorno” vissuto da scioperato, il Signore Celeste ha dato vita più o meno eterna al venditore di tappeti alloggiato nel miniparadiso di Arcore. Stanco senza ragione – un vero sfaticato, sostiene il demonio che è molto interessato alla faccenda – per godersi l’eterno riposo del “settimo giorno”, quando la morte, sua figlia prediletta, gli ha portato finito il verde Bossi, ha dovuto mollarlo: il padreterno non aveva voglia di giudicarlo e il diavolo se l’è visto sfuggire dalle grinfie. Com’è naturale, l’inferno è in sciopero generale e qui a terra siamo a questo: mancano all’Italia – nel delirio del riposo non li ha messi al mondo – personaggi irrinunciabili. E’ incredibile, si trova tutto, anche se costa un occhio della testa, non viene fuori un Cassio nemmeno se lo cerchi col lanternino e non trovi Bruto neanche a pagarlo a peso d’oro. Li avesse creati, potrebbero coronare il sogno di Berlusconi: avere finalmente qualcosa in comune con Giulio Cesare. Allora sì, allora i  nostri tempi sarebbero degni della grande storia romana e il miniduce potrebbe stare alla pari col grande Cesare almeno in una cosa: le classiche trentatre pugnalate finali. Voi ve li immaginate Capezzone e Cicchitto nei panni di Ottaviano e Marco Antonio?

Il padreterno però s’è riposato e l’Italia rimane purtroppo quella che Dante conosceva bene: “Non donna di provincie ma bordello”.

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