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Archive for luglio 2012

Conosco i rischi delle generalizzazioni e non ce l’avrò, quindi, con chi – saggio e prudente – eviterà di pubblicarmi e nel migliore dei casi, per non dare l’impressione di un’aperta censura, mi spiegherà – quante volte l’ho già sentito! – che le posizioni estreme non giovano a nessuno. D’altra parte, che fare? Dire e non dire, annacquare, giungere a tacere per conservare quel tanto di spazio che a volte ti si dà? E dove andrebbe a finire il rispetto che devi a te stesso, che ne faresti d’una vita vissuta sbandierando l’autonomia critica e l’onestà intellettuale? Non è forse così che in fondo si difendono la metaforica poltrona e quel potere sempre disprezzato? Devo dirlo: non ho una in grande stima la cosiddetta “società civile” e – peggio ancora – non amo i suoi frequenti abbagli e i conseguenti e tardivi ripensamenti.
Gaetano Arfè, con ironia tagliente mi raccontava che, appena eletto deputato, si trovò a fare i conti con pletore di sconosciuti “galantuomini” pronti a donargli qualcosa, persino una pompa di benzina. “A futura memoria“, chiosava, prima dell’amara riflessione: “per ogni corrotto ci sono eserciti di insospettabili corruttori“. In quanto a me, che tanto in alto non sono salito, ho ricordi chiari. Il rimprovero d’un capo d’Istituto, anzitutto, adirato per la mia mancanza di diplomazia. Era accaduto che, giovane commissario di Stato, avevo rifiutato la bustarella, minacciando di chiamare i carabinieri, a tutto danno della reputazione d’un collega, il quale – per pura gentilezza, si capisce – non s’era invece sottratto. Anni dopo, un avvocato, presidente d’un Consiglio d’Istituto radical-chic, mi ossessionò con le sue sacre regole, se invocavo un’eccezione in soccorso di alunni sventurati; il giorno in cui la regola penalizzante toccò in sorte a un parente, divenne però d’un tratto possibilista: “che regola sarebbe mai questa, professore, se non contemplasse un’eccezione?“.
L’ho fatta lunga e vengo al dunque: per scuotere moderati e benpensanti da una sorta di “dolorosa complicità” col fascismo, in nome della crociata antibolscevica, furono necessari nello stesso tempo l’indomito coraggio di Matteotti e l’estrema ferocia di Rossi e Dumini. De Nicola era approdato al “listone”, cui lo sottrasse Bordiga, sfidandolo a un pubblico confronto, e Croce scoprì che l’Italia era stata invasa dagli Hyxos solo quando il sangue era già corso a rivoli e la democrazia liberale era stata cancellata dal fascismo. La storia s’è ripetuta, farsa o tragedia conta davvero poco. Le ho fisse in mente, cicatrici d’una ferita mai rimarginata, le bandiere della “società civile” che salutavano Monti e compagni, come fossero partigiani dopo il 25 aprile. Era peggio di Badoglio, ma Marina Boscaino che oggi ci chiama in piazza, si commuoveva per l’effetto delle parole durante il giuramento del nuovo Governo, che, salva la forma, si accingeva a violare la sostanza; ci vedeva non so quale “altra intenzionalità, altra consapevolezza, altra motivazione, dopo lo scempio degli ultimi anni“. A me sembrò che un vento di pazzia corresse il Paese e rimasi atterrito dalle parole di un uomo colto e saggio come Rodotà, per il quale l’insistita “sobrietà” e “serietà” non erano segni esteriori e si contentava d’una inconsistente certezza: “sapere che non vi saranno ministri della Repubblica che, di fronte alla domanda di un giornalista o di un cittadino, leveranno in alto il dito medio o risponderanno con una pernacchia“.
Tutto era già scritto e si sapeva bene del plauso di Monti alla Gelmini, dell’appoggio di buona parte dell’accademia al progetto liberticida portato avanti da anni dai neoliberisti di Bersani e Berlusconi. Non so dove fossero o cosa pensassero quelli che oggi, mentre Aprea e Profumo le danno il colpo di grazia, chiamano in piazza la scuola. In piazza la scuola c’è andata: era il 12 dicembre del 2010 e gli studenti tentarono di occupare il Senato. Quel giorno la compravendita dei voti e una fiducia vergognosa, ci dissero che eravamo alla fine, ma gli studenti rimasero soli e soli poi sono stati i lavoratori.
Come De Nicola e Croce, la “società civile” s’è lasciata incantare dalle chiacchiere di Profumo, che scopriva l’acqua calda: “Io credo che la scuola sia la scuola, ma certamente quella pubblica in Italia è molto importante“. Troppo buono, avrebbe detto Fantozzi, mentre la gente imbandierata vedeva in queste banalità non so che rispetto nuovo per il dettato costituzionale. Perché si aprissero gli occhi, occorreva un nuovo Matteotti. Ora l’abbiamo avuto: è rappresentato simbolicamente da ciò che questo governo ha fatto ai lavoratori, ai pensionati, al sistema formativo, alla ricerca, in una parola ai diritti sanciti dalla Costituzione o conquistati con le lotte operaie. Ora dovremmo averlo chiaro: non è più tempo di abbagli, appelli e proteste formali. Prima che giunga il 1926, col suo carico di leggi speciali, poniamo mano al ciclostile e proviamo a passar parola: “Non mollare!”.

Uscito su “Fuoriregistro” il 31 luglio 2012

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Il peggio lo temo da tempo ma, quando mi sono capitati tra le mani i celebrati quiz dell’Invalsi, mi sono limitato a un sorriso amaro: “Fu sconfitto nella battaglia della foresta di Teutoburgo (9 d.c)… Nel quadro delle guerre napoleoniche la battaglia di Ulm fu combattuta nel… In che anno ci fu il Trattato di Octroyeés….Discutiamo di valutazione, mi sono detto, e abbiamo un ministro incompetente, un tecnico di “scienze esatte” per il quale la storia è ancora quella dei positivisti, preoccupati, per dirla con Vilar, “di fare un resoconto esatto degli avvenimenti essenzialmente politici, diplomatici, militari“; lo “storico esperto di fatti“, insomma, “non un fisico“, non uno studioso che “non cerca la causa dell’esplosione nella forza espansiva dei gas ma nel fiammifero del fumatore“. Un ministro al quale sfugge che l’indagine dello storico e, di conseguenza, l’insegnamento della storia, mirano soprattutto a delineare i tratti di un grande disegno che restituisce al passato il ventaglio delle possibilità e l’incertezza dell’avvenire. Profumo, mi sono detto finora con sconsolata rassegnazione, non capisce che “la scienza storica, resurrezione della politica, si fa contemporanea dei suoi eroi“. E m’ha colto un brivido che pareva febbre: la scuola è un guscio di noce sul mare in tempesta e non ha timoniere.
La misura dell’abisso in cui siamo me l’ha data, però, giorni fa, alla Sette, non so quale sconosciuto sottosegretario del governo Monti, mentre scalpellinava su tavole di pietra sconcertata la versione globalizzata dell’Antico Testamento – “io sono il liberismo tuo signore, non avrai altro Dio all’infuori di me“. Colto da un lampo d’apparente umanità, il gioiello di sapienza tecnica s’è avviato, infatti, senza scorta sui sentieri del passato e ha osservato sorridendo che, ai suoi tempi, a trent’anni cominciava la vecchiaia. Oggi non è così, noi viviamo di più, ha proseguito in una sorta di delirio il professore prestato alla politica, oggi noi siamo giovani più a lungo.
Non so quale rozza visione della vita, quale scuola di pensiero malato abbia prodotto una simile follia pericolosa, ma ho capito che di queste vuote e strumentali astrazioni si nutre la scuola di Profumo e Rossi Doria. Non si tratta d’ignoranza, ma di un vero e proprio integralismo neoliberista e classista: merito, eccellenza, valutazione, sono foglie di fico sulla selezione di classe e la diseguaglianza nei punti di partenza.
La scuola ormai non muove un passo, non fa una scelta, non fissa un principio, se non mette a tacere ogni scienza umana e non s’inchina alla nuova stella polare: un feticcio chiamato mercato, di fronte al quale contano poco non solo la storia e la filosofia, ma l’uomo stesso e il senso della vita. Questa scuola, però, non è la mia scuola: ignora sprezzante il Poeta che ammonisce: “Nati non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza“. Non è tempo d’amare, pensare, sognare, conoscere o criticare, ci dice il Ministero. Vivere come uomini ormai costa troppo e quello che importa è far quadrare i conti.
Le verità di fede non mi riguardano. Ho vissuto in un tempo nel quale persino gli anglo-americani vittoriosi istituivano Commissioni per creare una scuola democratica, ispirata a un principio solenne: non c’è investimento più produttivo di quello mirato alla formazione del popolo. Il mio no a Profumo è perciò autobiografico. La sua scuola, infatti, sottrae ai giovani quel tanto di civiltà che l’Italia partigiana, antifascista e repubblicana ha regalato alla mia generazione.
Ho vissuto in un tempo che ha cancellato l’avviamento professionale, prigione dei figli dei lavoratori, e ha fatto della formazione di massa il motore della scala sociale e della crescita civile. Ho vissuto in un tempo nel quale un ragazzino che la guerra aveva ridotto a sciuscià all’angolo d’un vicolo di contrabbandieri, poté andare a scuola, ultimo nella gerarchia delle classi, ma pari tra pari, e non sentì nessuno lamentarsi dei costi. Tutti pagarono la scuola che lo strappò all’economia del vicolo, alle sigarette di contrabbando, alla facile presa della malavita organizzata. Quel ragazzo salì mille gradini in un Paese che scalava una dietro l’altra vette di civiltà: l’esame d’ammissione abolito, la nascita della scuola media unificata, la polemica di Don Milani, vittoriosa in una Chiesa che invano minacciava.
Ho vissuto un tempo nel quale il “figlio del signorino” sedette al liceo col figlio del popolo che gli contese la carriera, mentre in fabbrica passava la linea dei diritti, la moglie in casa levava la testa di fronte al marito, le figlie scendevano in piazza, i genitori entravano nelle scuole per governarle e all’università chi era destinato alla fabbrica saliva in cattedra, spiegava la storia dei vinti e mostrava ai padroni che esiste un ethos politico delle classi subalterne. Quel ragazzo ha poi fatto lezione ai figli di Profumo e Monti e li ha mandati a casa quando sono venuti all’esame pensando che bastasse un cognome per ottenere la lode. Nel Paese in cui ho vissuto il lavoro guardava negli occhi il capitale e la scuola ti dava quanta logica basta a capire che chi vive più a lungo è più vecchio per più tempo e che l’eterna giovinezza dei poveri serve solo a pagare l’oscena vecchiaia della ricchezza.

Uscito su “Fuoriregistro” il 28 luglio 2012

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Parliamo di fatti. C’è un testimone reticente su un tema che scotta: una trattativa tra Stato e cupola mafiosa. Detto in parole povere, c’è un ex ministro sospettato di coprire un reato abietto come il tradimento. Saremo tutti garantisti, l’indagato sarà certo innocente e prosciolto in istruttoria, ma il fatto per ora esiste e non si può cancellarlo. Non bastasse, c’è un Presidente della Repubblica che col testimone reticente interloquisce e, da lui sollecitato, interviene, benché si tratti di una faccenda estremamente grave. Vera o presunta, si vedrà, ma per ora si indaga. E’ un fatto anche questo.

Giorgio Napolitano può sollevare tutti i conflitti di attribuzione che vuole, i fatti ci sono davanti, pesano come macigni e parlano chiaro. Il Presidente della Repubblica non avrebbe mai dovuto ascoltare un testimone indagato e la sola legittima risposta che gli toccava dare era un no secco, deciso e irrevocabile: no, io e te non abbiamo nulla da dirci e non voglio, non posso e non devo parlare con te di una gravissima vicenda giudiziaria che ti riguarda. Tu, che sei indagato, parla coi magistrati e dimostra che sei innocente. E’ con loro che devi parlare.

Non importa nulla a nessuno di una telefonata raccolta per caso in cui compare inopinatamente Napolitano. Il problema è morale: importa che tutto questo è accaduto e che la risposta legittima Napolitano non l’ha data. I cittadini onesti si aspettano che un Presidente della Repubblica rifiuti ogni contatto con un testimone reticente su fatti così gravi e si mostri solidale con i magistrati, invitandoli a non fermarsi e a cercare coraggiosamente la verità. Napolitano non l’ha fatto e nessuno perciò può scandalizzarsi se un sospetto si fa strada e una domanda chieda risposta: come fa a non capire, Napolitano, che il suo conflitto d’attribuzione sembra solo la maschera del potere, con la sua desolante miseria morale?

Uscito su “Fuoriregistro” il 19 luglio 2012

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I miei sovversivi si presentano e io sono orgoglioso di accompagnarli…  

Comunicato Stampa

Lunedì 23 luglio, alle ore 17,30, nella sala “Giorgio Nugnes” del Consiglio comunale di Napoli, via Verdi 35, sarà presentato il libro Antifascismo e potere. Storia di Storie, (Bastogi, Foggia, 2012),  dello storico Giuseppe Aragno. Interverranno l’autore, il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, Daniela Lugia Caglioti, professoressa di Storia contemporanea dell’Università Federico II di Napoli, Guido D’Agostino, professore di Storia Contemporanea dell’Università Federico II di Napoli e Presidente dell’Istituto Campano per la storia della Resistenza “Vera Lombardi”. La presentazione sarà moderata da Francesca Pilla, giornalista de Il manifesto; l’attrice Rosaria de Cicco leggerà e interpreterà alcuni brani del libro.

Nella cornice della ‘grande storia’ – guerra, rivoluzione, passioni e conflitto sociale – “Antifascismo Popolare. Storia di Storie” narra di uomini e donne in lotta per la dignità, descrivendo l’antifascismo popolare e la scelta di lottare e resistere, in otto diverse storie. Il  filo rosso che le lega è la cieca ferocia della “ragion di Stato” e l’assurda razionalità dell’ordine costituito.
Senza rinunciare al rigore della ricerca, Aragno colloca i fatti nella loro dimensione umana, restituisce la parola a chi non l’ha mai avuta e acquista così i ritmi della narrazione e i toni del romanzo. Ne nasce un processo al potere che ha per protagonisti voci sconosciute e volti dimenticati in cui il lettore ritroverà qualcosa di se stesso e riconoscerà il presente in un passato chiamato Storia.

Cenni sull’autore: Giuseppe Aragno studia il movimento operaio e l’antifascismo e ha vinto il premio Laterza per il saggio Un giacimento in fondo allo stivale, Laterza, Roma-Bari 1997. Redattore della rivista on-line “Fuoriregistro”, collabora con la cattedra di Storia contemporanea della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Federico II di Napoli e con il “Manifesto” e “Repubblica”. Negli ultimi anni ha pubblicato con A. Hobel e A. Kersevan, Fascismo e foibe. Ideologia e pratica della violenza nei Balcani, La Citta del Sole Napoli, 2008 e il saggio Antifascismo popolare. I volti e le storie, Manifestolibri, Roma, 2009

Per info: Angelo Manuali, tel. 088 17525070

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«Per conquistare qualcosa dobbiamo toglierlo a qualcuno ed è bene parlar chiaro e non nascondersi dietro concetti che possono essere male interpretati. […] Il capitale […] non si muove per generosità, non si muove per un nobile atto di carità, non si muove né si mobilita per il desiderio di arrivare ai popoli. Il capitale […] si mobilita per aiutare se stesso. […] La “civiltà occidentale” nascosnde sotto la sua vistosa facciata uno scenario di iene e sciacalli».
Che Guevara

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L’ordine è uno, imperativo e categorico: negare l’evidenza e costruire una verità alternativa su cui tornare, tornare e tornare ossessivamente. Potrà ripeterla mille volte la sua verità, Nicolò Amato, dimostrarlo in modo inoppugnabile che nel 1993 la mafia chiese la sua testa a Scalfaro, perché era deciso a proseguire sulla strada del carcere duro, e perciò fu cacciato. Non servirà: è tutto vero, Amato fu allontanato, ma non ci fu trattativa. L’ordine è uno: negare l’evidenza.
A Londra come a Madrid, ad Atene come a Roma e a Basiano, ovunque la polizia impone con violenza fascista le scelte deliranti della Bce? Va bene così: l’Europa è democratica per definizione, anche se ormai si vede all’opera una vera dittatura. Da noi, per esempio, non serve a niente che i giudici condannino i vertici della polizia: l’uomo che li guidava fa parte del governo e lì rimane, con  Monti, per rapinare i deboli e aiutare i forti; in fondo fa… beneficenza.
Di fronte alla fanatica furia con cui Scalfari difende l’indifendibile Napolitano, il Ministero fascista della Cultura Popolare reciterebbe ruoli da apprendista. La tecnica è quella di  Goebbels, Ministro della Propagande del terzo Reich, il quale convinse i tedeschi, virtuosi e un po’ babbei, a resistere persino tra le rovine di Berlino, perché non c’era dubbio, la radio lo aveva ripetuto fino alla fine e la carta stampata lo aveva confermato: il Reich non poteva essere sconfitto e uno splendido futuro attendeva la Germania. Essa non doveva arrendersi alla furia delle “orde asiatiche”, che non avrebbero risparmiato nessuno, e non doveva cedere alla ferocia degli anglo-americani, perché Hitler aveva pronte le sue “armi segrete” e la guerra era vinta.

Così è oggi da noi: la povera gente lo sa, il rigore alimenta la crisi e ci trascina a fondo, ma il circo mediatico presenta la sua verità falsa e virtuale: Monti ci ha salvato e ci dobbiamo credere. Siamo in balia della Germania? Falso, l’uomo di Dio ha mortificato Angela Merkell! I ricchi non pagano la crisi? E’ una menzogna, Monti assicura che pagheranno! E’ una sorta di allucinante 1984, si parla la neolingua e siamo schiacciati dalla psicopolizia, ma le veline di regime e la selva di pennivendoli al servizio di una messinscena ci raccontano meraviglie del democratico governo Monti.
Scuola, ricerca e università sono allo stremo, ma Profumo parla di merito e nessuno se ne ricorda più: è ministro di un governo mai eletto, che ha per programma una lettera scritta da due privati cittadini e vive coi voti di una banda di “nominati” impropriamente definiti deputati, inopinatamente costituitisi in “maggiominoranza“, in un Parlamento tornato ad essere Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Regista dell’operazione è stato Giorgio Napolitano, un ex deputato messo alla porta dagli elettori, ma subito nominato senatore a vita per meriti noti solo al suo amico Ciampi e giunto, infine, alla Presidenza della Repubblica grazie al voto dei soliti “nominati”. Nominato da nominati, quindi. Questa “maggiominoranza“, così poco autorevole e rappresentative, ha i numeri per modificare la Costituzione e impedire persino il referendum popolare. In pratica è una Costituente. Nessuno l’ha mai eletta, ma sta riscrivendo la Carta costituzionale.   
Di scuola non si parla più, ma è ormai deciso: Bondi, l’ultimo macellaio aggregato alla banda Monti-Fornero,  ha deciso che nelle scuole un docente, purché laureato, insegnerà anche discipline per cui non è abilitato. Il principio è semplice: eri titolare in italiano, latino e greco e non hai più la cattedra, perché il governo ha messo insieme due classi, per risparmiare? Niente paura. Sostituirai il collega di Storia che va in pensione, anche se non sei abilitato. Che ci vuole? All’università hai studiato anche storia… Ai giovani si fa così un triplo regalo: per gli studenti, una classe molto più numerosa e un cattivo professore, per i giovani abilitati, un posto di lavoro in meno. Profumo ha trovato la cosa del tutto naturale. Come naturali gli sono sembrati il 4,53  % tagliato ai fondi ordinari del CNR da qui al 2014, il 14 % sottratto al centro Fermi, il 5 % all’Istituto di Geofisica e Vulcanologia, il 7 % all’Istituto di alta matematica, il 14 % all’Istituto di fisica nucleare, il 16 % all’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale, il 7 % alla stazione zoologica Anton Dohrn… Si potrebbe proseguire, ma a che servirebbe? Il ministro non ha battuto ciglio e continua  a recitare da guitto la particina del “signor merito“.

Sento parlare a volte di autunno caldo e amaramente sorrido. Calda è stata di certo e calda sarà ancora questa estate. Così calda, che l’autunno, quando verrà, porterà sensazioni di gelo. E di pensieri freddi c’è bisogno, per affrontare questo feroce tentativo di ricondurci indietro fino a prima della Rivoluzione francese e del secolo dei lumi.  Ad Atene come a Madrid, la gente finora s’è ribellata in massa e ha riempito le piazze, consegnandosi inerme a macellai in divisa che essa stessa paga perché la massacri. Una guerra così combattuta non serve ed è subito persa. Ieri, mentre a Madrid si lottava, dalle mie parti, nelle strade dei ricchi, la gente indifferente, abbronzata e tranquilla faceva  il solito shopping e spendeva per un paio di scarpe quanto guadagna in un mese un cassintegrato, mentre ad ogni crocicchio un poveraccio chiedeva la carità. Non serve, mi sono detto, scendere in piazza e protestare in massa. No. La musica cambierà solo quando sarà guerriglia, quando per ogni pupazzo in divisa ce ne vorrà uno che gli guardi le spalle, perché qualcuno potrebbe colpire, ma non si saprà come, non si saprà dove e non si capirà quando; la musica cambierà solo quando gli eroi da operetta che impazzano in piazza, diventeranno pallidi la sera, per strada, da soli, perché avranno paura delle ombre. La musica cambierà se ogni casa povera sarà un rifugio e tutto ciò che fa parte della vita di chi è ricco e di chi è potente diventerà quello che in gergo tecnico si chiama “obiettivo sensibile”.

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La stampa, irresoluta, aveva esitato e s’era messa in attesa, nel governo c’era stata maretta e il premier era immediatamente salito al Colle. Una visita fuori protocollo, un conciliabolo segreto, poi rapida e risolutiva, una stringata velina aveva dato il lasciapassare: “Si pubblichi, sembrerà più umana“.
Titoli di prima pagina naturalmente, foto di repertorio, ma nessun ritocco: vecchia, stanca e con le rughe. Va bene così, avevano deciso i curatori d’immagine, e si voleva un testo tagliato su misura per il tolk show della rete ammiraglia in prima serata, col solito servo sciocco, quello più servo, più sciocco e più maligno di tutti:
E’ molto difficile fare il ministro. L’inattesa dichiarazione d’un membro del governo apre una seria riflessione: a chi pensa che guardi al potere, il ministro mostra la via di un affaticato spirito di servizio.
Ma cosa gli salta in mente ai cervelloni della propaganda? aveva urlato al direttore il responsabile della cronaca parlamentare quando gli avevano consegnato la velina con le “istruzioni”. Come la raccontiamo quest’idiozia da pagina patinata?
Che vuoi che ti dica? Pare sia vero. Si vede che qualcuno in famiglia gliel’ha detto: non ne hai azzeccata una. Colpire va bene, è questo che dovevi fare, ma c’è un limite a tutto. Chissà, forse il sottosegretario alla Sicurezza, che ci controlla tutti, le ha spiegato cosa pensa la gente di lei e ha avuto paura.
No, caro mio, non ce n’era bisogno. Lo sa già da sé. E lo sa bene. Si sarà guardata allo specchio, l’è capitato di trovarsi di fronte la coscienza e s’è vergognata.
La coscienza? Ma che dici? Di quale coscienza parli? Te lo dico io com’è andata. Avrà sognato il padre operaio che ha lottato per tutti i diritti che lei sta cancellando: “Porca puttana, le avrà detto, ma che stai combinando? Che fai, sputi nel piatto in cui hai mangiato per anni? Sei impazzita? Eppure lo sai, te l’ho detto mille volte: se non l’avessimo spuntata, quando i padroni ci tenevano in pugno e ci trattavano come servi, col cazzo saresti andata all’università! Ma che ministro del lavoro sei?“.
Bel sogno Direttore! Potessi scriverlo così, l’articolo, mi darebbero il Pulitzer! – aveva esclamato con l’aria seria il redattore, passandosi le mani tra i capelli lisci e sudaticci, e poi, tutto eccitato, aveva cominciato a far finta di scrivere, recitando coi toni bassi e la voce calda, come faceva un tempo Foà che tanto gli piaceva – S’è svegliata di soprassalto, col velo del sudore sul viso gelato, nella notte caldissima di questo luglio mortale, e ha tremato. Non era freddo, quello, no, era ben altro e l’ha capito subito la ministra. Puoi ingannare chiunque, non inganni te stesso. Era il tremito d’una paura improvvisa…
La stessa che spaventò Giuda e gli portò le mani alla corda che poi l’impiccò – l’aveva interrotto il Direttore, stando al gioco. E in un amen il cronista aveva proseguito, aggiungendo quello che sarebbe stato il suo commento, se avesse potuto scrivere ciò che pensava:
Troppo tardi, mi pare. Troppo tardi e troppo comodo, direi, scoprirlo solo ora ch’è difficile fare il ministro. Molto più difficile, signora, è vivere come un’operaia, faticare come un poveraccio e trovarsi di fronte una come lei, che scherza con le vite degli altri, si balocca coi libri e le teorie e poi, se si trova di fronte a un improvviso terremota della coscienza, se la fa addosso, mette le mani avanti e scopre ch’è difficile fare il ministro. E’ tardi, signora. Troppo tardi, per salvare l’anima.
Sai che ti dico? gli aveva detto a quel punto il direttore, lei lo sa che è tardi e per questo è atterrita; sa ch’è certamante già nato un giovane in gamba, che sta crescendo e la inchioderà, lo storico che racconterà. E sarà un figlio del popolo che lei sta schiacciando. Sarà lui a scrivere il capitolo che la riguarda e non potrà impedirlo. Il titolo comincerà dal suo cognome e poi continuerà: il ministro della barbarie.
La chiusa solenne era stata interrotta dal telefono che aveva preso a squillare d’un tratto, con un tono che era sembrato penetrante e stranamente autoritario. Ammutoliti, come ladri colti sul fatto, i due s’erano sentiti fragili e colpevoli. Senza rendersene conto, presi da una insolita euforia, s’erano schierati, avevano espresso apertamente lo loro opinione e ogni parola aveva dimostrato che non sopportavano il ministro e il governo. Chi stesse parlando dall’altra parte il cronista parlamentare non poteva saperlo, ma si trattava certamente del Quirinale o di Palazzo Chigi. Il Direttore, infatti, s’era alzato in piedi e pareva s’inchinasse.
Una volta ci temevano. Caspita se ci temevano, pensò il capo cronista. Tutto è cambiato e finché dura c’inchiniamo. Finché dura, però.
Più in là non si sarebbe certamente spinto. Chi più ha, meno perde se muore la democrazia e raramente lotta perché risorga. Col tempo, però, una cappa opprimente comincia a pesare; il popolo allora morde il freno e l’aria per Giuda si fa irrespirabile.

Uscito su “Fuoriregistro” l’11 luglio 2012

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Non lo dirò col linguaggio da trivio del deputato che mostra il dito, ma la premessa è d’obbligo: se il variegato campionario di zerbini che impazza coi sondaggi la piantasse di spacciar veline, il terremoto sarebbe evidente: la maggior parte degli italiani non ne può più di Monti e della sua maggioranza bulgara che, fuori dal Parlamento, è una screditata minoranza. Sui modi si potrà discutere, sulla sostanza c’è poco da dire: l’on. Barbato ha ragione. Se dici Monti, Bersani, Alfano e Casini, più del quaranta per cento degli italiani, quasi metà Paese, si prende l’orticaria, brandisce il crocefisso e urla come invasata: “Vade retro Satana!”. In quanto alla mezzaluna votante, 20 stanno con Grillo, 15 si dividono tra Vendola, Di Pietro, Maroni e Ferrero e il dato, infine, non è solo chiaro, ma rivelatore: fuori del Palazzo, la Bulgaria di Monti è un’invenzione pericolosa, l’effetto d’una causa su cui si impone il silenzio ad ogni costo.

Alla prova dei fatti, Monti in testa, i celebrati professori si sono rivelati asini matricolati. Pochi giorni fa, Squinzi, il Presidente della Confindustria che, com’è universalmente noto, s’è formato alla scuola del bolscevico Zinoviev, gliene ha cantate quattro in tono tutto sommato misurato e se l’è presa col pinco pallino, chiamato a far da ruota di scorta a un governo che, su un percorso accidentato, buca copertoni un metro sì e uno no: il ragioniere Bondi, ha detto, in sostanza il noto sovversivo, ha “fatto solo macelleria sociale”. Se un giudizio così chiaro, netto e pesante nasce a destra, per  volontario “fuoco amico”, non c’è scampo, tu pensi: il venditore di tappeti che nessuno ha mai votato e occupa come un clandestino la poltrona che fu di Giolitti, perché, si dice, il governo eletto non sapeva governare lo spread, tenterà la via della risposta politica. Invece no. Invece la testa sopraffina che ha gettato sul lastrico per errore o dolo centinaia di migliaia di onesti cittadini, che ha affamato i pensionati, che guadagnano mille volte meno di lui, ha cancellato lo Statuto dei lavoratori e ci ha fatto registrare picchi vertiginosi nella disoccupazione giovanile, l’ineffabile professore, non ha trovato di meglio che attaccarsi di nuovo allo spread, che evidentemente neanche lui governa, e invitare Squinzi a star zitto. Sarà pur vero che pinco pallo è un macellaio, nessuno deve dirlo. “Taci, il nemico ti ascolta!”,  è stata, quindi,  la risposta demenziale. D’accordo, à la guerre comme à la guerre, ma quale generale punta alla vittoria, sparando addosso ai suoi? Qui c’è altro e va detto.

Fosse stato in piazza, alla testa di familiari di imprenditori suicidati dalle banche, il Presidente di Confindustria avrebbe probabilmente sperimentato il significato concreto del monito postdemocratico: una banda di manganellatori in divisa protetti dall’anonimato gli avrebbe spaccato le ossa, come accade di norma nelle piazze del belpaese, poi il Manganelli si sarebbe scusato – c’è una beffarda sintonia tra le parole e i fatti – e il sottosegretario De Gennaro avrebbe espresso la sua solidarietà nei confronti dei “servitori dello Stato” che, non a caso, hanno sempre più spesso in petto i segni distintivi delle campagne di guerra e sono scelti apposta tra “guerrieri della democrazia” che girano il mondo, sparando a pescatori e “terroristi” nelle eroiche guerre che sosteniamo alla faccia della Costituzione.

Se ancora qualcuno non l’avesse capito, questa banda d’invasati è decisa a imporre con la censura e la violenza una  ricetta velenosa. Da Genova a Basiano corre un filo rosso e insanguinato ed è ormai chiaro: siamo indigeni in un Paese coloniale. Ha ragione Angelo D’Orsi quando scrive che “le lacrime e il sangue non sono più metafora”, ma il discorso a questo punto non può fermarsi qui. La finanza e i tecnocrati si muovono con violenza perché seguono un progetto preciso e conoscono Marx meglio di noi. Sanno bene che “una nuova rivoluzione non è possibile, se non in seguito a una nuova crisi. L’una però è altrettanto sicura quanto l’altra”. Lo sanno e si preparano; perciò Monti intima a Squinzi di tacere e scatena il manganello. E noi, noi che la crisi la paghiamo, noi che ormai vediamo versare lacrime e sangue, noi che faremo? Lasceremo che rigore e violenza tengano a battesimo la nuova dittatura?

Uscito sul “Manifesto” il 14 luglio 2012 e su  “Fuoriregistro” il 14 luglio 2012

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