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Archive for novembre 2015

67899_267973096666457_1843914851_nDopo l’atto eroico di Holland, che prima è scappato come una lepre da uno stadio parigino, poi, quando si è sentito al sicuro, ha dichiarato la guerra santa che altri combatteranno, in Italia tutti sono francesi, gli interventisti la fanno da padroni e non si capisce più nulla.
Ieri la polizia mi ha bloccato a cento metri dal casello della tangenziale. Nessuna spiegazione, nessun preavviso. Una paletta muta e prepotente e uno stop perentorio alla mia libertà. Mi sono trovato così capofila di una sequela di auto, fermate una dopo l’altra senza uno straccio di spiegazione. Avrei potuto avere mille importanti ragioni per correre da qualche parte: un appuntamento decisivo cui non mancare, la madre che spirava, un aereo che non mi avrebbe aspettato, ma non contavo nulla. Dovevo restare fermo e non muovermi, senza andare avanti, né indietro. Inchiodato da un caporale che si sentiva generale e sapeva di avere dalla sua la legalità fascista che regola ormai i rapporti tra cittadini e potere in questo tempo di droni assassini, che producono morti, partigiani e pennivendoli interventisti.
Quando ho perso la pazienza, sono uscito dall’auto e ho investito il generale sconcertato:
“Lo so perché siamo qui, non ci vuole molto a capirlo. La mia vita e i miei diritti lei li ha sospesi, per dare via libera a qualche nobiluomo nascosto in un’auto blu!”.
Nemmeno il tempo di replicare e l’aspirante generale si è irrigidito, salutando militarmente un corteo di auto blu scortate. E’ passato così Mattarella, protetto da un esercito di agenti. Anche lui, come Hollande, non vuol rischiare fucilate e si lascia aperte attorno le vie di fuga. A noi, comuni mortali, tocca sopportare lui e i pennivendoli di regime, che finora hanno fatto più morti degli uomini bomba, uccidendo per primi a sangue freddo i diritti costituzionali, la libertà di stampa e buona parte dei principi e dei valori che sono alla base della repubblica.

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downloadSenza parole, dice il mio amico Salvatore D’Amico. E come dargli torto, mentre la retorica patriottarda impazza e nous sommes tous Français, We are all French, wir sind alle Französisch, todos somos franceses, tots som francesos? Tutti francesi e arabo nessuno.
Senza parole dice il mio amico Salvatore D’Amico. E certo, parole non ne trovi, ma se guardi il video che ha postato due ne trovi e non ti senti più francese, usted no se siente más francés, Sie fühlen sich nicht mehr Französisch, you do not feel more French…
Due parole, solo due parole: Fabbrica di terroristi…

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libero-islamiciOra lo so. Se una bomba islamica mi ammazzerà a Parigi assieme a qualche altro sventurato, diventerò un martire. La gente indosserà una bandiera francese, accenderà lumini e canterà la marsigliese; Belpietro invocherà la vendetta e Bruno Vespa racconterà commosso la mia storia: era un vecchio studioso, amante della democrazia.
Se invece una bomba francese mi farà fuori in Siria, assieme a donne, vecchi e bambini arabi, nessuno indosserà bandiere. Non mi porteranno lumini, non si canterà la marsigliese e Bruno Vespa non racconterà la mia storia. Solo Belpietro si occuperà di me e titolerà: “così impari, infame traditore, amico dei bastardi islamici”.
Oggi, al presidio, non andrò per rispondere a Parigi che chiama dopo il macello francese. Sono cittadino del mondo, risponderò al richiamo di tutti gli oppressi e ci andrò per i morti innocenti ammazzati dall’imperialismo. Tutti. Nessuno escluso.

Uscito su Fuoriregistro e Agoravox il 16 novembre 2015

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Sono orgoglioso dell’invito e fiero di rappresentare, con Jordi Palou-Loverdos, Sylvia Grossi e Oreste Scalzone, il volto migliore di Napoli, la mia stupenda città. Fiero di riportare là, nella Catalogna in cui hanno combattuto la loro battaglia antifascista, Cesare Grossi, Maria Olandese, Ada, Renato e Aurelio Grossi, che tanto hanno dato per un mondo più libero e giusto.

El Memorial Democràtic acull l’homenatge a aquesta família antifeixista italiana

En record de la família Grossi

Ada Grossi

Els Grossi, una família napolitana fugitiva del feixisme, van arribar a Barcelona el 1936. Van muntar una emissora de ràdio, Radio Libertà, que es va convertir, entre el final de 1936 i el maig de 1937, en el mitjà informatiu de referència sobre la guerra a Espanya per a tots els antifeixistes que sobrevivien a la Itàlia de Mussolini o a l’exili.

Arran de la mort d’Ada Grossi, amb 98 anys, el passat mes d’agost, el Memorial Democràtic vol organitzar un homenatge a aquesta família de lluitadors antifeixistes. Tindrà lloc dimecres, 18 de novembre, a la seu del Memorial Democràtic a les 18.30 h.

Hi participaran l’historiador Giuseppe Aragno, amb la ponència “La família Grossi. El seu combat a la Guerra Civil des de Barcelona i el front. L’abans i el després”. A més, el filòsof Oreste Scalzone parlarà de la motivació dels Grossi per participar com a voluntaris en la Guerra Civil i en la lluita antifeixista. Intervindran també la filla d’Ada Grossi, Sylvia Guzmán Grossi, i el director del Memorial Democràtic, Jordi Palou-Loverdos. Durant l’acte també es recordarà el president Companys i la resta de represaliats pel franquisme, i es farà una lectura dramatitzada d’un text de l’obra teatral Radio Libertà, d’Alfredo Giraldi.

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Terrorismo

Noi definiamo terrorismo tutto ciò che di male facciamo agli altri, quando gli altri lo fanno a noi.

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Guido_Leto

Guido Leto, capo dell’OVRA fascista e Direttore tecnico delle scuole di polizia della repubblica

Stamattina il primo saluto è stato quello di un pinco pallino invisibile, che alla Metro ha accolto gli studenti minacciando di chiamare i carabinieri. Ho preso il treno con i manifestanti che partivano dal Vomero e con loro sono arrivato a piazza del Gesù. Ero un po’ irritato per il ferroviere questurino, ma per rendermi utile ho aiutato una collega a prendere le bandiere dei Cobas e m’è passata. Insegnanti in giro ce n’erano pochi. Chi s’è mosso era a Roma, nel cuore della manifestazione, ma ho sorriso quando due ragazze ci hanno chiesto se eravamo docenti. Non credevano ai loro occhi.
Mi sono guardato un po’ in giro: ragazzi così giovani, che qualcuno sobbalzava per le botte a muro e i petardi che faceva esplodere. Li ho lasciati dopo un po’. Stavolta non potevo accompagnarli fino alla fine, come faccio sempre, come feci anche cinque anni fa, quando ci riempirono di botte tutti quanti assieme, i due o tre adulti presenti e  i tanti studenti dell’Onda.
I filmati non consentono dubbi: l’attacco è venuto a tradimento, in piazza, come a tradimento ci aggredirono cinque anni fa nel Teatro San Carlo, bastonando il primo violinista dell’orchestra. Allora, però, c’era ancora qualcuno che ti sosteneva: gli artisti, che puntarono immediatamente il dito, un giornale che ospitò un appello, una pattuglia di intellettuali disposta a firmare e fu possibile mettere assieme quante firme bastavano per cantargliele in coro. Oggi nemmeno quello.
In ogni caso, me ne sono andato via tranquillo dopo un po’. Problemi in archivio e un’intervista fissata da tempo. Tante cose da fare, troppi anni per non sentirti d’impaccio e soprattutto nessun sospetto, neanche l’idea pallida che si potesse giungere a tanto. Purtroppo gli anni pesano e non m’è venuto in mente che a guidare i “tutori dell’ordine” c’è Alfano.
In archivio, una telefonata, la notizia delle cariche, le rassicurazioni: “No, prof, solite cose”. Chissà, forse una maniera educata per dirmi di lasciar perdere.
Sono tornato a casa che ormai era sera; uno sguardo alle mail, ai filmati che girano, e me la sono trovata davanti la teppa in divisa. La stessa dai tempi di Crispi. Forte coi deboli, debole coi forti. Coraggiosamente protetta dall’anonimato. Oggi Napoli era zona franca per la malavita. In piazza c’era il pericolo dei pericoli: la scuola che protesta. Ci mancavano solo i blindati.
Frezzi ammazzato di botte in una caserma di Pubblica Sicurezza, Acciarito torturato, Passannante ridotto alla pazzia, Bresci «suicidato» e il suo fascicolo sparito, Anteo Zamboni linciato dopo un oscuro attentato a Mussolini che consentì di tornare alla pena di morte, i morti di Scelba e poi Pinelli, un elenco interminabile, che non è bastato Abbiamo dovuto assistere al macello di Genova, alle torture della Diaz, alla fine di Cucchi, al massacro di Aldrovandi. Non è cambiato nulla e si va avanti così, anzi è peggio. Questo è il Paese in cui una banda di clandestini, entrata in Parlamento con una legge fuorilegge, modifica la Costituzione antifascista e si tiene caro il Codice del fascista Rocco. Chiamateli se avete bisogno di aiuto, questi eroi da operetta, poi mettetevi in fila ad aspettare. Sono tutti impegnati a picchiare lavoratori e studenti. Possono farlo: il governo è fascista e i genitori stanno a casa a guardare i figli che prendono botte, dopo che gli hanno scippato la scuola, il lavoro e il futuro.
E’ vero, sì, ormai siamo messi così male, che guai a muoversi: ti fanno a pezzi e nessuno parla. Vero è anche, però, che i regimi autoritari partono sempre da questa situazione di forza inizialmente inattaccabile, ma finiscono puntualmente a testa in giù, nella piazza che meritano, come i fascisti meritarono Piazzale Loreto.
Eccolo qua l’ultimo capolavoro.

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costituzione_italiana_dettaglio_firmeGiù il capello: Lucio Garofalo, di professione maestro, ha mostrato un gran coraggio, denunciando la violenza di un potere che da tempo ce l’ha con il sistema formativo: scuola, università, ricerca e docenti. Forse perché sa che una scuola democratica, aperta persino ai contadini, tirò su i rivoluzionari russi. L’aveva voluta uno zar modernizzatore, che l’abolì troppo tardi; aveva ormai formato cittadini coscienti che conoscevano la lezione: ci sono valori per cui spendi la vita.
Ha mostrato coraggio, Garofalo, perché ciò che non riuscì ai rivoluzionari sedicenti o veri, è facile per i proconsoli dell’UE: colpire uno per educare tutti. La «bastonatura» oggi è asettica, invisibile, come la violenza della legalità che ignora la giustizia sociale: non scorre sangue, ma ti fanno a pezzi senza sporcarsi le mani coi manganelli. Costi minimi, buoni profitti e un valore aggiunto: più vai giù duro, più trovi consensi, come accade sempre quando il moralismo prevale sulla morale. Basta poco a sciogliere i cani: un tizio che, chissà perché, timbra in mutande la prova dell’assenteismo sotto l’occhio del «grande fratello», l’ingenuità sospetta della stampa, che prende per buone «prove» manipolate, un Pico della Mirandola taverniere, capace di tirare fuori dalla memoria una cena che ti servì anni fa, gli ospiti, il conto e il modo in cui l’hai saldato.
Ridotti in trincea dal fuoco amico e nemico, alle prese con psicopoliziotti infiltrati tra i giornalisti come squadristi mediatici esperti di neolinguaggio, i più hanno gli occhi bassi e le bocche cucite, sperando di farla franca. Per i duri, smagliature del sistema filtrano moniti terrificanti: Almirante, razzista e fascista repubblichino, commemorato del capo dello Stato. I polsi tremano. E’ vero, più ti allinei, più facile è la vita, ma in fondo alla via del triste compromesso sempre più spesso ci sono crisi di panico, male di vivere, pasticche e polverine. Prozac o cocaina, non fa differenza: la libertà di coscienza è sempre più tossicodipendente. E se proprio vai fuori giri, il Codice Rocco ha le sue «soluzioni finali» collaudate e modernizzate da ritrovati delle scienze mediche e giuridiche: carcere duro, manicomio «breve» e T.S.O, il trattamento sanitario obbligatorio, che apre la via alla «pericolosità sociale», la tomba dei diritti. Se infine sei un intruso, un richiedente asilo, un «effetto collaterale» della democrazia esportata, un disperato di colore, sbarcato nel regno dei Salvini, ecco i campi di concentramento, gestiti in tandem dalla politica e dalla malavita organizzata. La rete è una miniera d’esempi e vale per tutti il caso Mastrogiovanni, maestro e per giunta anarchico, giustiziato con il vecchio, ma efficiente letto di contenzione.
«Vi informo su un episodio quantomeno avvilente ed increscioso, accaduto nella mia scuola». ha scritto Garofalo. «Promosso un convegno con i soliti personaggi politici […] hanno costretto gli insegnanti ad essere presenti in seguito ad un ordine di servizio, convocando ufficialmente un collegio dei docenti che non si è mai tenuto». Il gioco delle tre carte, insomma: i docenti «sono stati convocati per partecipare ad una seduta collegiale, ma il collegio non si è riunito per dare spazio ad un convegno, durante il quale gli insegnanti hanno fatto da uditorio a disposizione dei politici».
Chi pensa che sia cosa banale, si sbaglia. E’ stato, ha ragione Garofalo, un atto illecito e il maestro sa bene che la denuncia comporta rischi: «non temo nulla», scrive, «nel malaugurato caso, userò le mie abituali ‘armi’, vale a dire la parola scritta».
Forse gli basterà, ma presto potrebbe cominciare una campagna televisiva a base di maestri in mutande, perché la denuncia pone l’accento sul primo, allarmante esempio di scuola statale dopo la legge 107 del 9 luglio 2015, fatta apposta per sopprimervi libertà e democrazia. La libertà che Garofalo rivendica, ben sapendo che Renzi ha decretato la fine della funzione civile dell’istruzione statale, frantumandone l’unitarietà e vincolandola a obiettivi didattici fissati da un Sistema Nazionale di Valutazione legato a filo doppio al potere politico. La scuola ormai non deve formare cittadini, ma sfornare merce a buon mercato, da inserire nel gioco della domanda e dell’offerta. «Bestiame votante» per la fabbrica del consenso. Così come l’ha disegnata Renzi, essa somiglia maledettamente alle istituzioni formative di tutti i regimi autoritari: sottopone i docenti precari al ricatto della scelta tra lavoro e diritti, precarizza gli insegnanti di ruolo, sottoposti a Dirigenti in grado di collocarli in mobilità a propria discrezione, demansionarli e sanzionarli con procedura monocratica. Grazie alla «Buona scuola di Renzi», nasce un «caporalato istituzionale» che, utilizza l’alternanza Scuola-Lavoro per passare dal diritto allo studio allo sfruttamento del lavoro minorile e si espropriano i docenti dell’autonomia professionale, trasferendo a un Ente esterno, l’Invalsi, la scelta dei parametri di giudizio e la valutazione dell’attività di insegnamento.
Una simile legge poteva nascere solo da una torsione della Costituzione e si capisce perché Renzi e Giannini non hanno consentito al Parlamento di definire principi, criteri direttivi e durata della delega affidata al governo. La «buona scuola» ignora il dovere di imparzialità dell’Amministrazione e l’obbligo di utilità sociale per l’iniziativa economica privata, che non può recare danno alla libertà e alla dignità umana; essa non ritiene il lavoro un valore fondante della Repubblica, cancella il diritto di libera manifestazione del pensiero e fa carta straccia della libertà d’insegnamento.
La denuncia di Garofalo si inserisce pertanto a pieno titolo in una tradizione di civiltà democratica, che ha profonde radici nella storia della repubblica e ricorda un principio non scritto, mai rigettato e pienamente vigente che, nei lavori dell’Assemblea Costituente, si riassume nelle parole di Dossetti, oggi, più attuali che mai: «Quando i poteri pubblici violino le libertà fondamentali ed i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all’oppressione è diritto e dovere del cittadino».
La questione, quindi, non riguarda la scuola che, da sola, non può contrastare questa micidiale ondata di reazione, ignoranza e disprezzo dei valori da cui nacque la Repubblica. Chiama in causa la società nel suo insieme, cui tocca ribadire quel no che settanta e più anni fa unì l’Italia migliore nella battaglia per la dignità dei lavoratori e la libertà delle idee.

Fuoriregistro“, 9 novembre 2015

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13360L’articolo 87 della Costituzione non consente dubbi: il comando delle forze Armate spetta al Presidente della Repubblica, ma è onestamente impossibile credere che Sergio Mattarella sia al corrente della stravagante e pericolosa iniziativa del Consolato d’Italia a Madrid, della quale qualcosa saprà tutt’al più l’Ambasciata. In tutta sincerità, tuttavia, non è facile nemmeno anche solo immaginare che ambasciatori e consoli del nostro Paese si muovano così, senza informare il Ministero degli Affari Esteri. Molto difficile, forse impossibile, è pensare che le Forze Armate Italiane possano fare quel che gli pare, senza mettere al corrente il ministro della difesa. E come credere, infine, che Gentiloni e Pinotti, così attenti a questioni se non altro formali di democrazia, abbiano autorizzato una iniziativa che costituisce un autentico ceffone alla Spagna democratica, alle radici antifasciste della Repubblica e al sistema di valori che l’ha ispirata? Questo, senza contare il buon senso, che dovrebbe caratterizzare il lavoro della diplomazia e l’azione politica di ogni governo.

Da qualsiasi parte lo guardi, l’annuncio dell’ANCIS, l’Associazione Nazionale Combattenti Italiani di Spagna è una patata bollente per tutti e non fa onore a nessuno: né alla festa delle Forze Armate repubblicane, né alla nostra diplomazia, né al Governo Renzi, che non può lasciar passare iniziative decisamente improvvide. Cosa accada in questi giorni a Madrid, ci vuole davvero poco a dirlo. Molto più complicato sarebbe invece spiegarlo, se, malauguratamente, non si trattasse di un equivoco, di qualcuno che millanta crediti o, più semplicemente, di una stupida menzogna.

A dar retta al sito ufficiale dell’ANCIS, cui fa ottima compagnia quello della “Falange” – espressione dell’estrema destra spagnola – il 5 novembre, presso la sede del Consolato d’Italia a Madrid, al n. 3 di Calle Augustin de Betancour, i nostalgici dell’Italia fascista, reduci e complici del macello franchista, se ce ne sono di sopravvissuti, i loro familiari e con ogni probabilità esponenti della nostra peggiore destra, festeggeranno le Forze Armate dell’Italia Repubblicana e ricorderanno di fatto quelle fasciste e franchiste. E sì, fasciste e franchiste, come rammenta La Falange a chi soffre di vuoti di memoria, accennando alla fraternità di armi e di spirito “en la Cruzada de Liberación Nacional del 1936/39”. Insomma, i “crociati” fascisti e falangisti assieme, ufficialmente ospiti della nostra sede diplomatica.

Sul destino degli uomini dopo la vita ognuno ha diritto di pensarla come vuole, ma non occorre certo essere medium, per sentire lo sdegno dei fratelli Rosselli ammazzati a coltellate in un bosco, perché portarono in Spagna l’Italia che lottava per la dignità, la libertà e la democrazia. Quell’Italia che ambasciatori e consoli non hanno alcun diritto di ignorare o calpestare, inserendo tra i loro gli ospiti d’onore i “legionari” di Mussolini o chi per essi, protagonisti diretti o discendenti e rappresentanti di quei piloti che ci coprirono di vergogna, partecipando ai primi bombardamenti terroristici della storia, colpendo l’inerme Barcellona, bombardando persino le scuole e partecipando alla terribile distruzione di Guernica. Come criminali e pirati, avevano cancellato dalle ali dei loro velivoli i segni distintivi dell’Italia, il nostro Paese aggressore. Un Paese ben diverso da quello che rappresenta ufficialmente in Spagna il corpo diplomatico della repubblica.

Per questa inaccettabile escursione estera dell’ANCIS, sono previste – la citazione è testuale – “convivialità con i camerati spagnoli”. Non è dato sapere se e in quale veste – ufficiosa o addirittura ufficiale – saranno  presenti anche esponenti politici o diplomatici della Repubblica Italiana. Quella repubblica che, sino a prova contraria, con i “camerati” falangisti e con i rappresentanti dei nostri volontari fascisti non può e non deve avere alcun rapporto, meno che mai “conviviale”, perché non glielo consente la Costituzione nata anche dal sangue dei combattenti di Spagna. Quelli antifascisti, naturalmente. E sarebbe bene che qualcuno lo ricordasse alle nostre rappresentanze diplomatiche all’estero, perché mai come stavolta è terribilmente vero: chi tace acconsente.

Uscito su Agoravox e Fuoriregistro il 4 novembre 2015 col titolo Raduno fascista a Madrid patrocinato dall’ambasciata italiana? Mattarella lo sa?

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massimo_giletti_e_lapo_elkann_65e2Ho dovuto ascoltare l’indecorosa farsa di Giletti, scatenato contro Napoli, come impone il copione scritto apposta per gli Interlandi del nostro tempo. Ci sono stato quasi costretto dalla polemica che monta, ma confesso il peccato: ero partito dal minuto 32 del filmato, come consigliavano gli amici, però non ce l’ho fatta e ho chiuso quasi subito.
D’accordo, è un agguato. Mi stupisce, però, lo stupore. Lo leggo come un segnale pericoloso, molto più pericoloso dell’attacco, tutto sommato banale e così apertamente avventuroso, che non può aver fatto danni seri a nessuno, tranne a chi e stato cacciato a tradimento nel tritacarne, a cominciare dall’ottimo assessore Sandro Fucito.
Siamo così ingenui, quindi? Dopo Letta, dopo Marino, dopo la Costituzione stracciata, mentre il Parlamento ci accoltella il Senato per mano dei senatori, mentre le navi da guerra puntano i cannoni sulla Libia e i marinai mostrano i muscoli, ci si può ancora stupire? E si può ancora sperare nelle querele, nei giudici, nella Consulta? No. Io non ci spero e lo dico col più grande rispetto: mettiamo i piedi a terra e ragioniamo. Sperare in chi o in che cosa? Ma ce ne siamo accorti o no, che la Corte Costituzionale ha messo fuorilegge la legge elettorale e quelli sono tutti lì, pentastellati compresi? L’abbiamo sentita la Consulta spiegare a chiare lettere che il trattamento riservato ai pensionati è una rapina? E che cosa è successo dopo? Nulla. I rapinatori hanno fatto finta di non sentire e non hanno nemmeno restituito il bottino!
Spero di sbagliare, ma viviamo una crisi istituzionale peggiore di quella scoppiata nel primo dopoguerra. Una crisi tremenda, che non viene dopo un conflitto, ma lo scatena anche se nel mirino il bersaglio non cambia: guerra ai diritti, guerra ai lavoratori, guerra ai più deboli, guerra al Sud, la più debole delle tre aree del Paese. Il Sud, di cui Napoli era ed è la capitale. Anche l’Europa è in guerra. Una guerra feroce, le cui prime vittime sono state Montesquieu, l’ideologo della democrazia borghese e la divisione dei poteri. E diciamocelo, non ci farà male: i padroni non sanno più che farsene dei Parlamenti eletti. Basterebbe guardare attentamente la Grecia, per capire quale guerra si è scatenata. Non ci hanno lasciato scegliere nemmeno il terreno su cui dare battaglia.
La battaglia per la democrazia si combatte ormai sull’ultima spiaggia, secondo i modi che derivano dalla nostra storia. Sia pure in una forma “moderata”, adatta ai tempi, ma forte di strumenti che il fascismo storico non poteva nemmeno sognare di avere, abbiamo di fronte un’ondata reazionaria che fa tremare i polsi. Certo, non si vede scorrere il sangue, non ci hanno ucciso Matteotti e Amendola, ma il manganello l’abbiamo visto in azione. Cos’è quella che ha subito Marino, se non una “bastonatura” in pena regola? Chi sono i Giletti di turno, se non i moderni squadristi? Intimidatori, violenti, ma senza che si veda. Se non cominciamo ad aprire gli occhi, rischiamo di andare allo sbaraglio e ci faranno bere litri e litri di olio di ricino. Marino docet.
De Magistris è nel mirino. Certo. Lui nel mirino ci sta da tempo, ma stavolta gliel’hanno giurata perché non è solo e lo sanno. Stavolta c’è una città che si muove, riflette e si accinge a costituire il primo nucleo di quell’armata che darà la battaglia decisiva. Non uso le parole a caso. Guerra. Anche lui, De Magistris, lo dice spesso, ed è vero: è solo un sindaco, ma rappresenta il classico granello di sabbia che può inceppare meccanismi studiati per stritolare. E i meccanismi li abbiamo davanti, sono sotto i nostri occhi. Terribili, sperimentati, lustri e bene oleati. Li manovra gente feroce.
Che penso? Non faccio fatica a dirlo: non sono mai stato così nemico della violenza, da negare persino la legittima difesa. E non sto dicendo che bisogna mettere mano alle armi. Dico solo che persino Gandhi sapeva che la disobbedienza è una forma di combattimento. Non ne usciremo, senza praticarla e senza farlo in maniera da lasciare il segno. A chi ci spara addosso, dovremo rispondere almeno chiudendo le vie dei rifornimenti. Rompere il patto di stabilità, dichiarare formalmente illegittimo questo governo, sostenuto da una maggioranza di nominati e organizzare la disobbedienza fiscale, finché la ferita non sarà risanata. Di qui si parte, di qui potrebbe partire il Sud, non solo Napoli, e forse il Paese. Prima però occorre vincere la battaglia preliminare di questa guerra: quella elettorale, necessaria soprattutto per opporre istituzioni legittime a due Istituzioni illegittime, due giganteschi imbrogli collegati tra loro: l’Europa e i suoi governi di proconsoli. Renzi, per cominciare, la mano armata del nuovo fascismo europeo, figlio naturale del capitale finanziario.
Qualcuno dirà che questa è la “rivoluzione dei Masaniello”. Lasciate che parlino. Già una volta i nazisti hanno creduto che a Napoli ci potesse essere al massimo una rissa tra papponi e prostitute. Stanno ancora scappando. In attesa di maggio, non diamo più occasioni per assestare colpi. Degli squadristi come Giletti Napoli può fare tranquillamente a meno. Sono i suoi padroni invece a non poter fare a meno di Napoli e del Sud.

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Il 25 ottobre scorso Paola Ferla, 33 anni, è volata giù da un poggiolo e s’è schiantata sul selciato della salita Lercari, che a Genova incrocia via Caffaro. Suicidio, dice la Mobile, e tutto si chiude lì.
Francesco Puglisi, il suo ragazzo, è in carcere da due anni e ne avrà per altri dodici: a Genova 2001 mise fuori uso un imagesbancomat. Per il Codice del fascista Rocco, che la repubblica antifascista utilizza senza problemi di coscienza, il reato comporta una pena che spezza una vita e può capitare che ne stronchi altre, com’è accaduto per Paola Ferla.
Da tempo la ragazza era costretta a due fatiche così atroci, da farle odiare la vita: la pena per il suo compagno sepolto vivo e il rimorso per una irrimediabile leggerezza. Puglisi, infatti, senza volerlo, l’aveva “tradito” proprio lei, lasciando ‘tracce’ telematiche, bancarie e del cellulare e consentendo alla Digos di ritrovarli, mentre erano latitanti a Parigi.
All’inizio la ragazza aveva reagito bene e in un appello del 2013 aveva chiesto aiuto come poteva:

Ciao, sono Paola la ragazza di Gimmy, Francesco Puglisi… Sta in condizioni difficilissime, vive malissimo la situazione perché é stato inserito in una sezione antiterrorismo in isolamento totale… Mi comunica che sta malissimo ed é depresso che fa fatica a mangiare, in poche parole sta molto male. Mi ha detto che la mia presenza é l’unica cosa che lo faccia stare meglio o comunque sono l’unico appiglio positivo in tutta questa situazione. Sabato 22 giugno posso andare a trovarlo, me lo farebbero vedere, ma il problema qui é economico poiché gli unici treni che fanno la tratta… sono treni di lusso, molto cari… Io non posso permettermi questa spesa. Chiedo disperatamente aiuto a tutti per farmi avere questi soldi sia perché voglio vederlo ma non tanto per me ma quanto per la situazione precaria e delicata fisica e psichica che vive Gimmy, dove per aiutarlo veramente bisogna che vada a fare questo colloquio per sollevarlo di morale per quanto possa aiutarlo la mia visita che sicuramente per lui é fondamentale e vitale”.

Povera ragazza. Non aiuterà più nessuno e il suo Francesco pagherà più caro il suo reato. Paola non l’ho mai vista, ma un po’ la conoscevo. Amici comuni me ne parlavano e dopotutto che importa? Fa male comunque: e stata stritolata da una legalità senza giustizia, più immorale di una franca ingiustizia. Chi l’ha conosciuta mi dice che era “terribile” e questo spiega meglio il suo volo tremendo: più “terribile” sei, più una violenza subita ti spezza se ti senti impotente. E’ morta per disperazione e vengono in mente i “suicidati” del Mediterraneo e i morti accatastati senza pietà ovunque esportiamo “democrazia”. Morti che  fanno pensare all’omicidio.
Lo so, ci sono parole semplici, buone per tutti gli usi: “non ha avuto fortuna… dimmi con chi stai e ti dirò chi sei… lex, dura lex… e comunque la giustizia ha da fare il suo corso”. La verità è che Il Codice Rocco disonora la “repubblica democratica” –  (qui il corsivo è d’obbligo) più di un regime apertamente oppressivo come il fascismo. Paola muore di morte riflessa, per una condanna che sta uccidendo un giovane con la galera, solitamente feroce e stavolta spropositata, in un paese che non punisce la tortura e affida la “pubblica tranquillità” agli assassini di Cucchi. Morte per lo sportello di un bancomant. E’ cosa da non credere, ma è così.
Gli autori delle denunce che hanno aperto il caso senza istruttoria di Paola Ferla hanno vissuto in divisa una delle pagine peggiori scritte da una polizia finita anch’essa davanti ai giudici, in un tribunale in cui la “legalità” ha il volto beffardo d’un principio tradito: “La legge è uguale per tutti”. Alla polizia non si sono imputati reati contro cose. Si è trattato di lesioni, torture e sangue versato. L’unico al quale si sono concesse attenuanti è un funzionario, che dopo il pestaggio si dissociò: “non lavorerò più con questi macellai qui’”. La violenza esercitata è risultata “ripugnante” per la Cassazione, ma il capo della polizia, De Gennaro, se l’è cavata con una “promozione” a sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Per quanto riguarda gli altri, la Cassazione ha chiarito che le responsabilità sono riconosciute non in virtù di una presunzione teorica – “comandavano e non potevano non sapere” – ma sulla base di prove inconfutabili. Erano presenti alla “macelleria cilena”, sapevano che c’era stato uno “sproporzionato uso della forza”, sapevano della “messinscena” di un finto accoltellamento di un agente, delle botte, delle torture, dei feriti e delle menzogne.
Il rifiuto di collaborare ha rallentato i processi e la prescrizione ha evitato il carcere. De Gennaro ora è a Finmeccanica, Gilberto Caldarozzi gli fa compagnia, come responsabile della sicurezza, Salvatore Gava è andato all’Unicredit, Filippo Ferri, fratello di un ex ministro, è responsabile della sicurezza del Milan. I più giovani, trascorsi i cinque anni di interdizione dai pubblici uffici, torneranno in divisa. Le lesioni gravi sono state prescritte e invano la Corte Europea per i diritti umani ha condannato l’Italia per le torture di Genova. Mentre i torturatori, colpevoli di reati sulla persona, hanno fatto carriera, Puglisi è stato fatto a pezzi per un bancomat.
Una sentenza umana, lontana dagli intenti repressivi del codice Rocco, una sentenza non politica, quindi, non avrebbe sepolto in carcere Puglisi e quasi certamente non avrebbe condotto al suicidio Paola Ferla.
Paragonata a quella dei poliziotti condannati per i fatti di Genova, la sorte di Puglisi e della sua compagna dimostra ciò che storicamente è chiaro dai tempi di Mazzini: la giustizia in Italia non è uguale per tutti.

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