Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for novembre 2015

67899_267973096666457_1843914851_nDopo l’atto eroico di Holland, che prima è scappato come una lepre da uno stadio parigino, poi, quando si è sentito al sicuro, ha dichiarato la guerra santa che altri combatteranno, in Italia tutti sono francesi, gli interventisti la fanno da padroni e non si capisce più nulla.
Ieri la polizia mi ha bloccato a cento metri dal casello della tangenziale. Nessuna spiegazione, nessun preavviso. Una paletta muta e prepotente e uno stop perentorio alla mia libertà. Mi sono trovato così capofila di una sequela di auto, fermate una dopo l’altra senza uno straccio di spiegazione. Avrei potuto avere mille importanti ragioni per correre da qualche parte: un appuntamento decisivo cui non mancare, la madre che spirava, un aereo che non mi avrebbe aspettato, ma non contavo nulla. Dovevo restare fermo e non muovermi, senza andare avanti, né indietro. Inchiodato da un caporale che si sentiva generale e sapeva di avere dalla sua la legalità fascista che regola ormai i rapporti tra cittadini e potere in questo tempo di droni assassini, che producono morti, partigiani e pennivendoli interventisti.
Quando ho perso la pazienza, sono uscito dall’auto e ho investito il generale sconcertato:
“Lo so perché siamo qui, non ci vuole molto a capirlo. La mia vita e i miei diritti lei li ha sospesi, per dare via libera a qualche nobiluomo nascosto in un’auto blu!”.
Nemmeno il tempo di replicare e l’aspirante generale si è irrigidito, salutando militarmente un corteo di auto blu scortate. E’ passato così Mattarella, protetto da un esercito di agenti. Anche lui, come Hollande, non vuol rischiare fucilate e si lascia aperte attorno le vie di fuga. A noi, comuni mortali, tocca sopportare lui e i pennivendoli di regime, che finora hanno fatto più morti degli uomini bomba, uccidendo per primi a sangue freddo i diritti costituzionali, la libertà di stampa e buona parte dei principi e dei valori che sono alla base della repubblica.

Annunci

Read Full Post »

downloadSenza parole, dice il mio amico Salvatore D’Amico. E come dargli torto, mentre la retorica patriottarda impazza e nous sommes tous Français, We are all French, wir sind alle Französisch, todos somos franceses, tots som francesos? Tutti francesi e arabo nessuno.
Senza parole dice il mio amico Salvatore D’Amico. E certo, parole non ne trovi, ma se guardi il video che ha postato due ne trovi e non ti senti più francese, usted no se siente más francés, Sie fühlen sich nicht mehr Französisch, you do not feel more French…
Due parole, solo due parole: Fabbrica di terroristi…

Read Full Post »

libero-islamiciOra lo so. Se una bomba islamica mi ammazzerà a Parigi assieme a qualche altro sventurato, diventerò un martire. La gente indosserà una bandiera francese, accenderà lumini e canterà la marsigliese; Belpietro invocherà la vendetta e Bruno Vespa racconterà commosso la mia storia: era un vecchio studioso, amante della democrazia.
Se invece una bomba francese mi farà fuori in Siria, assieme a donne, vecchi e bambini arabi, nessuno indosserà bandiere. Non mi porteranno lumini, non si canterà la marsigliese e Bruno Vespa non racconterà la mia storia. Solo Belpietro si occuperà di me e titolerà: “così impari, infame traditore, amico dei bastardi islamici”.
Oggi, al presidio, non andrò per rispondere a Parigi che chiama dopo il macello francese. Sono cittadino del mondo, risponderò al richiamo di tutti gli oppressi e ci andrò per i morti innocenti ammazzati dall’imperialismo. Tutti. Nessuno escluso.

Uscito su Fuoriregistro e Agoravox il 16 novembre 2015

Read Full Post »

Sono orgoglioso dell’invito e fiero di rappresentare, con Jordi Palou-Loverdos, Sylvia Grossi e Oreste Scalzone, il volto migliore di Napoli, la mia stupenda città. Fiero di riportare là, nella Catalogna in cui hanno combattuto la loro battaglia antifascista, Cesare Grossi, Maria Olandese, Ada, Renato e Aurelio Grossi, che tanto hanno dato per un mondo più libero e giusto.

El Memorial Democràtic acull l’homenatge a aquesta família antifeixista italiana

En record de la família Grossi

Ada Grossi

Els Grossi, una família napolitana fugitiva del feixisme, van arribar a Barcelona el 1936. Van muntar una emissora de ràdio, Radio Libertà, que es va convertir, entre el final de 1936 i el maig de 1937, en el mitjà informatiu de referència sobre la guerra a Espanya per a tots els antifeixistes que sobrevivien a la Itàlia de Mussolini o a l’exili.

Arran de la mort d’Ada Grossi, amb 98 anys, el passat mes d’agost, el Memorial Democràtic vol organitzar un homenatge a aquesta família de lluitadors antifeixistes. Tindrà lloc dimecres, 18 de novembre, a la seu del Memorial Democràtic a les 18.30 h.

Hi participaran l’historiador Giuseppe Aragno, amb la ponència “La família Grossi. El seu combat a la Guerra Civil des de Barcelona i el front. L’abans i el després”. A més, el filòsof Oreste Scalzone parlarà de la motivació dels Grossi per participar com a voluntaris en la Guerra Civil i en la lluita antifeixista. Intervindran també la filla d’Ada Grossi, Sylvia Guzmán Grossi, i el director del Memorial Democràtic, Jordi Palou-Loverdos. Durant l’acte també es recordarà el president Companys i la resta de represaliats pel franquisme, i es farà una lectura dramatitzada d’un text de l’obra teatral Radio Libertà, d’Alfredo Giraldi.

Read Full Post »

Terrorismo

Noi definiamo terrorismo tutto ciò che di male facciamo agli altri, quando gli altri lo fanno a noi.

Read Full Post »

Guido_Leto

Guido Leto, capo dell’OVRA fascista e Direttore tecnico delle scuole di polizia della repubblica

Stamattina il primo saluto è stato quello di un pinco pallino invisibile, che alla Metro ha accolto gli studenti minacciando di chiamare i carabinieri. Ho preso il treno con i manifestanti che partivano dal Vomero e con loro sono arrivato a piazza del Gesù. Ero un po’ irritato per il ferroviere questurino, ma per rendermi utile ho aiutato una collega a prendere le bandiere dei Cobas e m’è passata. Insegnanti in giro ce n’erano pochi. Chi s’è mosso era a Roma, nel cuore della manifestazione, ma ho sorriso quando due ragazze ci hanno chiesto se eravamo docenti. Non credevano ai loro occhi.
Mi sono guardato un po’ in giro: ragazzi così giovani, che qualcuno sobbalzava per le botte a muro e i petardi che faceva esplodere. Li ho lasciati dopo un po’. Stavolta non potevo accompagnarli fino alla fine, come faccio sempre, come feci anche cinque anni fa, quando ci riempirono di botte tutti quanti assieme, i due o tre adulti presenti e  i tanti studenti dell’Onda.
I filmati non consentono dubbi: l’attacco è venuto a tradimento, in piazza, come a tradimento ci aggredirono cinque anni fa nel Teatro San Carlo, bastonando il primo violinista dell’orchestra. Allora, però, c’era ancora qualcuno che ti sosteneva: gli artisti, che puntarono immediatamente il dito, un giornale che ospitò un appello, una pattuglia di intellettuali disposta a firmare e fu possibile mettere assieme quante firme bastavano per cantargliele in coro. Oggi nemmeno quello.
In ogni caso, me ne sono andato via tranquillo dopo un po’. Problemi in archivio e un’intervista fissata da tempo. Tante cose da fare, troppi anni per non sentirti d’impaccio e soprattutto nessun sospetto, neanche l’idea pallida che si potesse giungere a tanto. Purtroppo gli anni pesano e non m’è venuto in mente che a guidare i “tutori dell’ordine” c’è Alfano.
In archivio, una telefonata, la notizia delle cariche, le rassicurazioni: “No, prof, solite cose”. Chissà, forse una maniera educata per dirmi di lasciar perdere.
Sono tornato a casa che ormai era sera; uno sguardo alle mail, ai filmati che girano, e me la sono trovata davanti la teppa in divisa. La stessa dai tempi di Crispi. Forte coi deboli, debole coi forti. Coraggiosamente protetta dall’anonimato. Oggi Napoli era zona franca per la malavita. In piazza c’era il pericolo dei pericoli: la scuola che protesta. Ci mancavano solo i blindati.
Frezzi ammazzato di botte in una caserma di Pubblica Sicurezza, Acciarito torturato, Passannante ridotto alla pazzia, Bresci «suicidato» e il suo fascicolo sparito, Anteo Zamboni linciato dopo un oscuro attentato a Mussolini che consentì di tornare alla pena di morte, i morti di Scelba e poi Pinelli, un elenco interminabile, che non è bastato Abbiamo dovuto assistere al macello di Genova, alle torture della Diaz, alla fine di Cucchi, al massacro di Aldrovandi. Non è cambiato nulla e si va avanti così, anzi è peggio. Questo è il Paese in cui una banda di clandestini, entrata in Parlamento con una legge fuorilegge, modifica la Costituzione antifascista e si tiene caro il Codice del fascista Rocco. Chiamateli se avete bisogno di aiuto, questi eroi da operetta, poi mettetevi in fila ad aspettare. Sono tutti impegnati a picchiare lavoratori e studenti. Possono farlo: il governo è fascista e i genitori stanno a casa a guardare i figli che prendono botte, dopo che gli hanno scippato la scuola, il lavoro e il futuro.
E’ vero, sì, ormai siamo messi così male, che guai a muoversi: ti fanno a pezzi e nessuno parla. Vero è anche, però, che i regimi autoritari partono sempre da questa situazione di forza inizialmente inattaccabile, ma finiscono puntualmente a testa in giù, nella piazza che meritano, come i fascisti meritarono Piazzale Loreto.
Eccolo qua l’ultimo capolavoro.

Read Full Post »

costituzione_italiana_dettaglio_firmeGiù il capello: Lucio Garofalo, di professione maestro, ha mostrato un gran coraggio, denunciando la violenza di un potere che da tempo ce l’ha con il sistema formativo: scuola, università, ricerca e docenti. Forse perché sa che una scuola democratica, aperta persino ai contadini, tirò su i rivoluzionari russi. L’aveva voluta uno zar modernizzatore, che l’abolì troppo tardi; aveva ormai formato cittadini coscienti che conoscevano la lezione: ci sono valori per cui spendi la vita.
Ha mostrato coraggio, Garofalo, perché ciò che non riuscì ai rivoluzionari sedicenti o veri, è facile per i proconsoli dell’UE: colpire uno per educare tutti. La «bastonatura» oggi è asettica, invisibile, come la violenza della legalità che ignora la giustizia sociale: non scorre sangue, ma ti fanno a pezzi senza sporcarsi le mani coi manganelli. Costi minimi, buoni profitti e un valore aggiunto: più vai giù duro, più trovi consensi, come accade sempre quando il moralismo prevale sulla morale. Basta poco a sciogliere i cani: un tizio che, chissà perché, timbra in mutande la prova dell’assenteismo sotto l’occhio del «grande fratello», l’ingenuità sospetta della stampa, che prende per buone «prove» manipolate, un Pico della Mirandola taverniere, capace di tirare fuori dalla memoria una cena che ti servì anni fa, gli ospiti, il conto e il modo in cui l’hai saldato.
Ridotti in trincea dal fuoco amico e nemico, alle prese con psicopoliziotti infiltrati tra i giornalisti come squadristi mediatici esperti di neolinguaggio, i più hanno gli occhi bassi e le bocche cucite, sperando di farla franca. Per i duri, smagliature del sistema filtrano moniti terrificanti: Almirante, razzista e fascista repubblichino, commemorato del capo dello Stato. I polsi tremano. E’ vero, più ti allinei, più facile è la vita, ma in fondo alla via del triste compromesso sempre più spesso ci sono crisi di panico, male di vivere, pasticche e polverine. Prozac o cocaina, non fa differenza: la libertà di coscienza è sempre più tossicodipendente. E se proprio vai fuori giri, il Codice Rocco ha le sue «soluzioni finali» collaudate e modernizzate da ritrovati delle scienze mediche e giuridiche: carcere duro, manicomio «breve» e T.S.O, il trattamento sanitario obbligatorio, che apre la via alla «pericolosità sociale», la tomba dei diritti. Se infine sei un intruso, un richiedente asilo, un «effetto collaterale» della democrazia esportata, un disperato di colore, sbarcato nel regno dei Salvini, ecco i campi di concentramento, gestiti in tandem dalla politica e dalla malavita organizzata. La rete è una miniera d’esempi e vale per tutti il caso Mastrogiovanni, maestro e per giunta anarchico, giustiziato con il vecchio, ma efficiente letto di contenzione.
«Vi informo su un episodio quantomeno avvilente ed increscioso, accaduto nella mia scuola». ha scritto Garofalo. «Promosso un convegno con i soliti personaggi politici […] hanno costretto gli insegnanti ad essere presenti in seguito ad un ordine di servizio, convocando ufficialmente un collegio dei docenti che non si è mai tenuto». Il gioco delle tre carte, insomma: i docenti «sono stati convocati per partecipare ad una seduta collegiale, ma il collegio non si è riunito per dare spazio ad un convegno, durante il quale gli insegnanti hanno fatto da uditorio a disposizione dei politici».
Chi pensa che sia cosa banale, si sbaglia. E’ stato, ha ragione Garofalo, un atto illecito e il maestro sa bene che la denuncia comporta rischi: «non temo nulla», scrive, «nel malaugurato caso, userò le mie abituali ‘armi’, vale a dire la parola scritta».
Forse gli basterà, ma presto potrebbe cominciare una campagna televisiva a base di maestri in mutande, perché la denuncia pone l’accento sul primo, allarmante esempio di scuola statale dopo la legge 107 del 9 luglio 2015, fatta apposta per sopprimervi libertà e democrazia. La libertà che Garofalo rivendica, ben sapendo che Renzi ha decretato la fine della funzione civile dell’istruzione statale, frantumandone l’unitarietà e vincolandola a obiettivi didattici fissati da un Sistema Nazionale di Valutazione legato a filo doppio al potere politico. La scuola ormai non deve formare cittadini, ma sfornare merce a buon mercato, da inserire nel gioco della domanda e dell’offerta. «Bestiame votante» per la fabbrica del consenso. Così come l’ha disegnata Renzi, essa somiglia maledettamente alle istituzioni formative di tutti i regimi autoritari: sottopone i docenti precari al ricatto della scelta tra lavoro e diritti, precarizza gli insegnanti di ruolo, sottoposti a Dirigenti in grado di collocarli in mobilità a propria discrezione, demansionarli e sanzionarli con procedura monocratica. Grazie alla «Buona scuola di Renzi», nasce un «caporalato istituzionale» che, utilizza l’alternanza Scuola-Lavoro per passare dal diritto allo studio allo sfruttamento del lavoro minorile e si espropriano i docenti dell’autonomia professionale, trasferendo a un Ente esterno, l’Invalsi, la scelta dei parametri di giudizio e la valutazione dell’attività di insegnamento.
Una simile legge poteva nascere solo da una torsione della Costituzione e si capisce perché Renzi e Giannini non hanno consentito al Parlamento di definire principi, criteri direttivi e durata della delega affidata al governo. La «buona scuola» ignora il dovere di imparzialità dell’Amministrazione e l’obbligo di utilità sociale per l’iniziativa economica privata, che non può recare danno alla libertà e alla dignità umana; essa non ritiene il lavoro un valore fondante della Repubblica, cancella il diritto di libera manifestazione del pensiero e fa carta straccia della libertà d’insegnamento.
La denuncia di Garofalo si inserisce pertanto a pieno titolo in una tradizione di civiltà democratica, che ha profonde radici nella storia della repubblica e ricorda un principio non scritto, mai rigettato e pienamente vigente che, nei lavori dell’Assemblea Costituente, si riassume nelle parole di Dossetti, oggi, più attuali che mai: «Quando i poteri pubblici violino le libertà fondamentali ed i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all’oppressione è diritto e dovere del cittadino».
La questione, quindi, non riguarda la scuola che, da sola, non può contrastare questa micidiale ondata di reazione, ignoranza e disprezzo dei valori da cui nacque la Repubblica. Chiama in causa la società nel suo insieme, cui tocca ribadire quel no che settanta e più anni fa unì l’Italia migliore nella battaglia per la dignità dei lavoratori e la libertà delle idee.

Fuoriregistro“, 9 novembre 2015

Read Full Post »

Older Posts »