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Posts Tagged ‘Mussolini’

 Alcuni-ribelli-680x458_c«Gino Strada che dà dello “sbirro” a Marco Minniti è la certificazione – ce ne fosse ancora bisogno – della morte della sinistra italiana». Così Michele Serra apre il suo epicedio per una sinistra che ha frequentato come infiltrato e di cui ignora evidentemente la storia.
Variante di “birro”, in italiano “sbirro”  sta per “guardia in servizio di polizia in Comuni, repubbliche e signorie medievali e rinascimentali e indica oggi il “poliziotto” in senso spregiativo. Per il lavoro svolto nel Mediterraneo, Marco Minniti, ministro di polizia, non è semplicemente uno “sbirro” e Gino Strada è stato perciò decisamente generoso; dal momento che consegna a carcerieri e boia di Libia i “clandestini” sorpresi nel Canale di Sicilia, Minniti ricorda direttamente lo sbirro fascista, di cui l’Italia dovrebbe avere ancora vergognosa memoria.
Serra non lo sa, ma Turati chiamò “tirapiedi” i poliziotti che gli sequestravano la “Critica Sociale”, definì pubblicamente “bambino demente e scemo” il reazionario Sonnino  e “teppisti di destra furono per lui i deputati ministeriali. In quanto al moderatissimo Treves, ritenne che Bresci avesse fatto benissimo ad ammazzare Umberto I, e definì l’omicidio “una bellissima cosa”.
In tema di “divisioni” tra anime inconciliabili della sinistra, a Serra conviene di non ricordarlo, ma il Psi nacque a Genova nel 1892 dall’aspra separazione tra i libertari anarchici e i cosiddetti “legalitari” e il Pci sorse a Livorno dall’inconciliabile dissenso tra riformisti e rivoluzionari. Una sinistra unita non s’è mai vista e le sinistre non sono state mai così vive, come quando hanno vissuto divise. E’ perciò che quelli come lui le vogliono unite…
Quella che Serra conserva nel suo cortile non è la sinistra. E’ la sua mostruosa degenerazione neoliberista, la sinistra degli “sbirri”, un aborto che ha il suo padre naturale nel socialismo di Mussolini.

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L’articolo va letto. Dalla “sicurezza” e dal decreto Minniti, infatti, DemA prende le distanze ed esprime critiche di fondo:

dema_logo1

ImmagineFrancesco Puglisi era a Genova nel luglio 2001 ma non torturò e non uccise. La Cassazione, che ha evitato il carcere agli uomini in divisa dopo la Diaz e Bolzaneto, a lui ha dato 14 anni di galera. Si sono incrementati poi ammazzamenti umanitari, bombe intelligenti e fuoco amico e chi s’è visto s’è visto. E’ stato come dire: ti prudono le mani? Bene. Percorri la via «legale» e passa all’incasso: una «guerra per la pace» o la «democrazia da esportare, tutta massacri «umanitari». E se poi centri ospedali e scuole, sta tranquillo, c’è la stampa che dice «è fuoco amico» o «nemico sbagliato». Tu rientri e fai la carriera in polizia. Lì ai modi bruschi non si fa caso: il terrorismo è un’infamia misteriosa buona per coprire altre infamie.
A chi sa di storia, il «caso Genova» e Francesco Puglisi ricordano gli eterni «spettri del ’98», i processi politici costruiti ad arte contro gli operai e Giovanni Bovio, l’avvocato che in Tribunale parlava per gli imputati e ammoniva le classi dirigenti:

«Noi chiediamo di rimuovere gli ostacoli che fanno il lavoro impossibile e voi ci rispondete con aspre sentenze e i figli armati contro i padri. Per carità di voi stessi, giudici, per quel pudore che è l’ultimo custode delle società umane, non fateci dubitare della giustizia. Noi fummo nati al lavoro, non fate noi delinquenti e voi giudici!».

I tribunali li «fecero delinquenti» e tali sono stati per sempre. Umberto I, che aveva premiato le fucilate sul popolo inerme, pagò con la vita. La violenza del potere genera violenza e il tribunale nazista che volle morti i cospiratori della «Rosa Bianca», quello repubblicano che da noi assolse i responsabili morali del delitto Rosselli, benché legalmente costituiti, non hanno legittimità storica. Tra Bruto e Cesare la storia non cerca colpevoli ma registra un dato: il tiranno arma la mano dell’uomo libero.

Sul terreno della giustizia siamo fermi a Crispi che, accusato di violare la legge proclamando lo stato d’assedio, antepose la sicurezza alla legalità: «una legge eterna impone di garantire l’esistenza delle nazioni; questa legge è nata prima dello Statuto». Un principio eversivo, che fa dell’eccezione la regola, ignora la giustizia sociale, unica garante della sicurezza dello Stato e di fatto ispira ancora i nostri legislatori in materia di ordine pubblico e conflitto sociale. Nel 1862, all’alba dell’Italia unita, la legge Pica sul cosiddetto «brigantaggio», mezzo «eccezionale e temporaneo di difesa», prorogato però fino al 31 dicembre 1865, apre l’eterna stagione delle leggi speciali. Di lì a poco, in una riflessione affidata a un volantino sfuggito al sequestro, Luigi Felicò, un internazionalista che conosce la galera borbonica, non ha dubbi: con l’unità, la sorte della povera gente e del dissidente politico è peggiorata.
Normativa emergenziale, come figlia naturale di una vera e propria cultura della crisi, indeterminatezza e strumentale confusione tra reato comune e reato politico, sono diventati così i perni della gestione e della regolamentazione del conflitto sociale. Un’impostazione che nemmeno il codice Zanardelli, adottato nel gennaio nel 1890, sceglie di abbandonare. Certo, per il giurista liberale la sanzione deve rispettare i diritti dell’uomo. Di qui, libertà condizionale, abolizione della pena capitale e discrezionalità del giudice nella misura dell’effettiva colpevolezza del reo. Non sarebbe stata un’inezia, se Zanardelli, però, non avesse affidato la tutela dello Stato nei momenti di crisi sociale a un «Testo unico» di Polizia, cui regalò basi teoriche forti e strumenti pericolosi quanto efficaci: istigazione all’odio di classe e apologia di reato, crimini imputati a chi esaltava «un fatto che la legge prevede come delitto o incita alla disobbedienza […], ovvero all’odio tra le varie classi sociali in modo pericoloso per la pubblica tranquillità».

La definizione volutamente vaga del reato fornisce agili strumenti repressivi e lo Stato, che non dà risposte al malessere delle classi subalterne, può criminalizzarne le lotte, in nome di norme che sono contenitori vuoti, pronti ad accogliere le strumentali “narrazioni” di una polizia per cui anche il generico malcontento e una marcata diversità rispetto alla cultura dominante è «pratica sovversiva». Nei fatti, istigo al reato e poi condanno. Tra crisi, indeterminatezza e natura emergenziale della regola – un’emergenza spesso creata ad arte e più spesso figlia legittima dello sfruttamento – diventavano così dato storicamente caratterizzante di una giustizia fondata su una “legalità ingiusta”, sulla tutela di privilegi a danno dei diritti, mediante un insieme di norme che consentono di tarare la repressione sulle necessità e sugli interessi dei ceti dirigenti.
Il fascismo al potere sterilizza molte norme progressiste introdotte da Zanardelli, poi nel 1930 vara codice «suo», firmato da Alfredo Rocco, che incredibilmente sopravvivere al regime. La repubblica, infatti, sacrifica alla «continuità dello Stato» l’idea di tornare a Zanardelli e conferma Rocco, “tecnicamente” più moderno, ma soprattutto molto più autoritario. In attesa – si dirà – di un nuovo codice che, però, non si farà. Delusa la legittima attesa, la conseguenza di quella grave scelta consente oggi, in un clima di nuovo autoritarismo, di tornare al reato di «devastazione e saccheggio» e spezzare così la vita di un giovane, senza che in Parlamento una voce denunci la natura classista dell’operazione e i «caratteri permanenti» che segnano trasversalmente le età della nostra storia contemporanea: nessuna risposta alla sofferenza di chi paga la crisi, criminalizzazione del dissenso, indeterminatezza di norme volutamente discrezionali e impunità assicurata alla «genetica devianza» di alcuni corpi dello Stato. Senza contare lo stretto rapporto tra politica e malavita organizzata. Ormai non c’è una voce libera che domandi perché il codice penale italiano, che non prevede in modo serio il reato di tortura, consente al torturatore di perseguire il torturato che si ribella.

Oggi, mentre si leva la bandiera della democrazia, si continua a ignorare il nodo che la soffoca, un nodo mai sciolto, nemmeno col mutare della vicenda storica; un nodo che ha impedito cambiamenti radicali persino nel passaggio dalla monarchia alla repubblica: liberale, fascista o repubblicana, in tema di ordine pubblico, l’Italia ha un’identità che non muta col mutare dei tempi. Da un lato, infatti, l’uso intimidatorio e per certi versi terroristico dell’emergenza legittima la ferocia delle misure repressive presso l’opinione pubblica, dall’altro l’indeterminatezza della norma lascia mano libera a una repressione generalizzata. E’ una sorta di blando «Cile dormiente», che si desta appena una contingenza negativa fa sì che, per il capitale, soprattutto quello finanziario, metta in discussione mediazione e regole democratiche, che pretenderebbero di controllarlo: sono, afferma, merci costose che non hanno mercato. Su questo sfondo si inseriscono le più o meno lunghe fasi repressive – lo stato d’assedio nel 1894, le cannonate a mitraglia nel maggio ‘98, la furia omicida in piazza durante i moti della Settimana Rossa, il fascismo, Avola, e, per giungere ai nostri giorni, Genova 2001. In questo quadro si spiegano l’indifferenza per la tortura, le impunite morti «di polizia» e i loro tragici connotati: Frezzi ammazzato di botte in una caserma di Pubblica Sicurezza, Acciarito torturato, Passannante ridotto alla pazzia, Bresci «suicidato» e il suo fascicolo sparito, Anteo Zamboni linciato dopo un oscuro attentato a Mussolini, che consente di tornare alla pena di morte, e via via, Pinelli, Giuliani e i torturati di Bolzaneto e della Diaz, Cucchi, Uva, Aldrovandi, Magherini e i tanti sventurati che nessuno paga.
Non è questione di momenti storici. Se nel 1894, mentre lo scandalo della Banca Romana svela i contatti mai più interrotti tra politica e malaffare, per colpire il PSI, Crispi si «affida» all’esperienza di un prefetto per un processo che non lasci scampo – e il processo truccato si farà; più abile, la repubblica cancella mille verità col segreto di Stato. In ogni tempo, indeterminatezza e discrezionalità della legge consentono di colpire il dissenso come e quando si vuole. In età liberale a domicilio coatto ti manda la polizia, col fascismo il confino non riguarda i magistrati e il «Daspo» che Maroni e la Cancellieri, avrebbero invano voluto estendere al dissenso di piazza, con Minniti c’è ed è sanzione amministrativa e di polizia. Quale criterio regoli da noi il rapporto legalità, tribunali, miseria e dissenso emerge da dati che non ci parlano di età liberal-fascista, ma pienamente repubblicana: dal 1948 al 1952, mentre nei grandi Paesi europei si contano in piazza da tre a sei morti, qui la polizia fa sessantacinque vittime. Nove furono poi i morti nel 1960, in due caddero ad Avola nel 1968 e si potrebbe proseguire. Nel 1968, quando una legge poté infine deciderlo, l’Italia scoprì che la repubblica aveva avuto quindicimila perseguitati politici con pene carcerarie dure come quelle fasciste. Di lì a poco, all’ennesima emergenza – stavolta è il terrorismo – si replicò col fermo di polizia, la discrezionalità della forza pubblica nell’uso delle armi e barbare leggi sulla detenzione, nate per essere eccezionali, ma ancora vigenti, quasi a dimostrare che di «normale» da noi c’è stata solo la stagione democratica nata con la Resistenza. Anche quella seguita da innumerevoli processi, condanne e internamento in manicomio di numerosi partigiani.

Così stando le cose, con una protesta di piazza che costa a un giovane quattordici dodici anni di galera, mentre un poliziotto che uccide per strada un ragazzo inerme se la cava con nulla, una domanda è d’obbligo: perché si fanno carte false per archiviare la Costituzione antifascista e nessuno si preoccupa di cancellare il codice fascista? Perché così si può mandare in galera un barbone, cui peraltro non si è mai dato un aiuto, o per colpire il dissenso e assolvere ladri di Stato e mafiosi in veste di statisti?

Giuseppe Aragno, Coordinatore DemA

DemAFuoriregistro e Agoravox, 20 giugno 2017.

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Ecco i fatti: https://www.facebook.com/exopgjesopazzo/videos/1115499688556693/

Ci diranno che è necessario, che ci stanno difendendo… E’ una menzogna!
Ci diranno che la Costituzione consente… Non è vero, è una colossale bugia!
Ci diranno che non dobbiamo preoccuparci, che tanto ci sono loro… Così dicono sempre dittatori, fascisti e banditi della politica!

Un governo privo di ogni legittimità, un Parlamento di nominati e abusivi, inchiodati alle loro responsabilità da una Sentenza della Corte Costituzionale e dai risultati del Referendum del 4 dicembre, smantellano la Repubblica e cancellano diritti conquistati col sangue.

Ogni giorno, centimetro dopo centimetro, misuriamo la distanza che ci separa da un abisso senza ritorno. La nuova Repubblica di Salò si vede ormai sempre più chiara all’orizzonte.

Mentre mio figlio si prepara a cercare ancora una volta il pane fuori dai nostri confini, perché qui ai padroni si consente tutto, mentre sotto i miei occhi va in scena lo spettacolo indecente di Questure tornate alla tradizionale e autentica vocazione fascista, mi domando qual è il dovere di un uomo della mia generazione. Raccontare ai giovani frottole sulla “legalità”, tenere a freno la loro rabbia, vergognarsi, perché un vecchio adagio popolare giustamente condanna chi dice “armiamoci e andate”? Qual è oggi il compito che ci tocca, mentre il tempo della vita è finito e ci resta forse solo la coscienza tormentata?

Forse è venuto il tempo di parlar chiaro e prendersi la responsabilità di dirlo: abbiamo di fronte un nuovo autoritarismo. Non sarà, Crispi, non sarà Mussolini, ma qui è nato il fascismo e ce l’avevamo prima ancora delle camicie nere. E’ un autoritarismo più pericoloso e più vile di quello che abbiamo battuto con la guerra di liberazione. Un regime che lascia vivere, svuotati di ogni contenuto e valore, i simulacri della democrazia.
Forse è venuto il tempo di dire che noi non ci stiamo. Che dovranno fermarci con la violenza aperta e gettare la maschera.
Come faremo a uscirne? Non è facile dirlo, ma esiste una bandiera a cui nessuno può rinunciare – si chiama dignità – e c’è un primo passo da muovere. E’ urgente, necessario, come l’aria che respiriamo: stare uniti e lottare. Con le buone se possibile, con le cattive, se non ci si lascia scelta. Non partiamo da zero. Abbiamo dalla nostra molti dubbi, ma due preziose certezze: è vero, i diritti non si conquistano per sempre, ma nessun regime autoritario è durato in eterno. Nemmeno quando pareva impossibile scardinarlo.

Ci parlano ogni giorno di terrorismo, ma è il terrorismo ce l’abbiamo in casa; ha fatto e fa molti più morti dell’Isis. Basta contare i morti affogati nel Mediterraneo, i lavoratori uccisi sul lavoro e quelli che si tolgono la vita perché il lavoro non ce l’hanno.
Di questo alla fine si tratta, non di altro: di delinquenza parlamentare.

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LiberiamociLunedì, 25 aprile, ho invitato con modi civili e a buon diritto la signora Valente a togliersi dai piedi, allontanandosi dal corteo in festa per una ricorrenza che non la riguarda. Sapevo bene che giornali e televisioni, famosi nel mondo per la loro indecente dipendenza dal potere politico, avrebbero montato il caso e penso che l’articolo fosse addirittura già pronto.
Non amo l’ipocrisia, soprattutto quando si presenta nei panni tragicomici di un obbligo che sa di ricatto: ma come, non prendi le distanze da tanta violenza? Non ho paura dei pennivendoli, dei trasformisti alla Gennaro Migliore e dei saputelli un po’ serpentelli in veste di saggi, che appestano la nostra vita pubblica. Alla loro domanda rispondo no e lo faccio serenamente, perché c’è un solo giudice cui riconosco il diritto di guastarmi il sonno: è la coscienza, che mi impedirebbe di seguire Migliore nel suo giro del mondo che, guarda caso, lo conduce sulle posizioni di Michele Serra, il quale non se ne duole e non si domanda com’è che si trova a viaggiare con simili compagni di strada.
No, non prendo le distanze da chi ha messo fuori dalla festa di un popolo libero l’esponente di un partito che fa del disprezzo per la legalità repubblicana il pilastro della sua pratica politica e frequenta più spesso gli uffici dei giudici istruttori, che le aule parlamentari. Mi guardo attorno piuttosto e mi confermo in una certezza amara: l’Italia è un Paese gravemente malato. Un Paese in cui violento è chi mette fuori da un corteo per la festa della Liberazione gli esponenti di un partito di non eletti, nominati e abusivi, entrati in Parlamento senza alcun mandato del popolo sovrano, grazie a una legge fuorilegge; gente che invece di dimettersi di fronte a una inappellabile sentenza della Consulta ha aggredito la Costituzione nata dalla Liberazione, per scriverne un’altra che ne confermi il potere e le riconosca una legittimità che non ha avuto dal popolo, unico titolare della sovranità repubblicana. E’ come se un ladro, colto in flagrante,  abolisse il furto dai reati previsti nel Codice Penale.
Di questo andazzo vergognoso, della deriva cilena di una democrazia che quotidianamente fa i conti con il manganello di forze dell’ordine ripetutamente, ma invano invitate dall’Europa a mettersi in regola e rendersi riconoscibili nelle piazze, di questa miseria morale di cui è garante il Pd, Serra, Migliore e le bande di sedicenti deputati e strapagati velinari non si scandalizzano. No, a questi signori pare violenza l’espulsione da un corteo e pare legale e normale l’assalto ai territori, l’avvelenamento dell’aria, dell’acqua e del suolo voluta da una banda di portoghesi delle Istituzioni, che hanno stravolto la vita democratica del Paese. E sono proprio loro, naturalmente , che si ergono a paladini di una provocatrice, venuta apposta al corteo per farsi cacciare, dopo che appena ventiquattro ore prima s’era accampata con un capobanda nella Prefettura, complice il Prefetto, per una riunione di partito.
Cosa sia stato il 25 aprile per questa gente non è facile capire. Sembra quasi si sia trattato di una cerimonia in smoking e abito da sera e non di lotta armata. In quanto allo “spirito del 25 aprile” che sarebbe incompatibile con il verbo “cacciare”, Serra e compagni fingono d’ignorare che si trattò proprio della “cacciata” dei nazisti e dei loro miserabili complici fascisti. Fingono, perché altrimenti dovrebbero spiegarci come fanno a mettere assieme il loro amore per l’antifascismo e la loro vicinanza vergognosa a chi si è preso i voti dei neo fascisti. Sia pure annacquati dal lavorio dei “liberali” come Croce, che votò la fiducia a Mussolini anche dopo  l’omicidio Matteotti, nei Comitati di Liberazione Nazionale, non ci furono amici dichiarati dei fascisti. Ci furono, sì, moderatissimi alla Serra e giravoltisti alla Migliore, ma di questo paghiamo ancora le conseguenze e si spera che stavolta si evitino gli infiltrati. A cominciare dalla Valente, che il suo campo ce l’ha e non è compatibile con quello di chi difende la Costituzione.

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APPELLO E ASSEMBLEA CONTRO VECCHI E NUOVI FASCISMI
NAPOLI 27 FEBBRAIO 2016

Venerdì 29 gennaio, in un tranquillo quartiere di Napoli, in pieno giorno, tre esponenti di Casa Pound, organizzazione che si richiama esplicitamente al fascismo e a Mussolini, hanno aggredito a colpi di mazze e martelli alcuni studenti che tornavano da scuola, provocandogli loro traumi e gravi ferite al capo. Questo tentato omicidio contro ragazzi che avevano l’unica colpa di essere riconosciuti come “nemici politici”, è solo l’ultimo episodio di un’escalation di barbarie che pochi mesi prima aveva già visto, sempre a Napoli, una ragazza di 17 anni minacciata con un coltello e molestata sessualmente da quattro fascisti solo perché aveva un look “di sinistra”.

In realtà in tutta Italia si susseguono da anni le aggressioni di Casa Pound. Persino il Ministero dell’Interno in una recente interrogazione parlamentare ha dovuto ammettere che dal 2011 a oggi sono stati 106 gli attacchi ad altre realtà politiche, con 20 arresti e 359 denunce fra i militanti di Casa Pound. Una sottostima, quella del Ministero, visto che dal 2011 sono documentabili circa 180 aggressioni di stampo fascista, alcune finite in tragici omicidi, come nel caso di Samb Modou e Diop Mor (uccisi a Firenze da un ex-militante di Casa Pound), o a quello di Ciro Esposito, ucciso a Roma da un noto fascista che era stato persino candidato nelle liste di Alemanno.

Queste aggressioni sono facilitate dalla sostanziale impunità di cui godono questi soggetti, legati a doppio filo alla politica istituzionale, da cui percepiscono fondi e aiuti, e ben visti dagli apparati dello Stato che si sono addirittura spinti, in un’informativa della Direzione Centrale della Polizia, a definire Casa Pound come giovani dallo “stile di militanza fattivo e dinamico”, volto a “sostenere una rivalutazione degli aspetti innovativi e di promozione sociale del ventennio”, “nel rispetto della normativa vigente e senza dar luogo ad illegalità e turbative dell’ordine pubblico”.

A nostro avviso è arrivata l’ora di dire basta! Bisogna fermare queste organizzazioni che hanno lo scopo di fomentare l’odio e la guerra fra poveri e di impedire l’attività di chi prova a trasformare lo stato di cose presenti. Anche perché con l’avanzare della crisi economica, sociale, culturale del paese, queste organizzazioni e le loro idee razziste, omofobe, sessiste, diventano sempre più pericolose…

Per queste ragioni crediamo che sia urgente lanciare una campagna, aperta a tutte le forze politiche e sociali autenticamente democratiche, che chieda:

che vengano smascherate le coperture politiche di tutte le organizzazioni fasciste presenti sul territorio napoletano. Tante volte dietro i fascisti armati ci sono politici e uomini delle istituzioni. Questo non è accettabile, è giunto il momento che chi finanzia e protegge i mazzieri che poi aggrediscono studenti, lavoratori, omosessuali e immigrati venga pubblicamente accusato e interdetto;

che non ci sia spazio per i fascisti nelle liste che correranno per le prossime amministrative. C’è infatti bisogno di una seria vigilanza democratica per impedire che membri di gruppi xenofobi possano addirittura ritrovarsi candidati, come è già successo in passato, e concorrere per un posto nelle istituzioni;

che non venga concesso alcuno spazio pubblico, alcuna sede, alcun finanziamento a chi propaganda idee reazionarie. Bisogna sciogliere, una volta e per sempre, le organizzazioni neofasciste, come prevede già la Costituzione scritta con il sangue dei partigiani, fare in modo che questi nostalgici della dittatura non possano più esercitare la loro violenza.

Per questo invitiamo tutti ad aderire all’appello e a partecipare alla grande assemblea cittadina di Sabato 27 Febbraio, per confrontarci sul problema e decidere insieme come articolare questa campagna di civiltà.

Primi Firmatari:
Giuseppe Aragno, storico; Alessandro Arienzo, Università Federico II; Piero Bevilacqua, università “Sapienza” di Roma; Gianfranco Borrelli, Università Federico II; Aldo Bronzo, storico della Cina contemporanea; Renzo Carlini, ex docente Università Orientale; Claudia Cernigoi, giornalista e ricercatrice storica;  Gemma Teresa Colasanti, ricercatore presso ISSM Centro Nazionale delle Ricerche; Luigi Criscitiello, presidente Assopace Napoli;  Salvatore D’Amico, presidente “Napolinsieme”; Maurizio De Giovanni, scrittore; Aurelia Del Vecchio, scrittrice; Giuseppe Antonio Di Marco, Università Federico II;Gateano Di Vaio, regista; Michele Fatica, ex docente Università Orientale; Giuseppe Ferraro, Università Federico II; Cristiana Fiamingo, Università Statale di Milano; Eleonora Forenza, Europarlamentare; Angelo Genovese, Università Federico II; Sylvia Guzmán Grossi, militante del CNT Madrid; Alexander Höbel, Fondazione Luigi Longo; Alessandra Kersevan, ricercatrice storica; Daniele Maffione, Precario; Carmine Malinconico, Avvocato; Francesco Maranta, Portavoce del Forum Diritti e Salute; Luigi Marsano, I Teatrini; Sergio Moccia, Università Federico II; Tomaso Montanari, storico dell’arte Federico II; Sergio Muzzupappa, ricercatore Università Orientale; 99 PossePaola Nugnes, senatrice; Leonardo Pica Ciamarra, Istituto per la storia del pensiero filosofico e scientifico moderno, CNR; Valeria Pinto, Università Federico II; Maria Puddu, Associazione Ciro Vive; Ugo Pugliese – Ludoteca cittadina del Comune di Napoli; Nicola Quatrano, Magistrato; Barbara Pianta LopisMarcella Raiola, Coordinamento Precari Scuola; Francesco Soverina, Istituto Campano per la Storia della Resistenza “Vera Lombardi”; Paola Staccioli, scrittrice; Thomas Straus, astronomo; Sandi Volk, ricercatore storico; Paola Venditti, Università Federico II; Padre Alex Zanotelli.
Mystical PowaAmarilis Gutierrez Graffe, Politologa e diplomatica venezuelana;  Leonardo Pica Ciamarra, Istituto per la storia del pensiero filosofico e scientifico moderno, CNR;  Manlio CalafrocampanoCecchino Antonini, giornalista di Popoff quotidiano;  Fabrizio Greco, Dottorando; Paola Venditti, Università Federico II;  Mario Coppeto, Presidente della Municipalità 5 di Napoli; Indira Pineda, Sociologa, Anros-Italia; Daniele Quatrano, Consigliere di municipalità; Mauro Morelli, Consigliere di municipalità; Peppe De Cristofaro, senatore; Mariano Peluso, Consigliere di municipalità; Enrico von Arx, Consigliere di municipalità; Carlo Cerciello, Teatro Elicantropo; Vincenzo Di Costanzo, coordinatore circolo SEL Municipalità 5; Salvatore Ivone, Comitato provinciale ANPI Napoli; Ciro Colonna, Anpi Napoli; Stanislao Balzamo, consigliere comunale Atrani (SA); Giuseppe Cristoforoni, architetto ambientale; Adriano Cotugno, giornalista; Tullio Coppola, RSU Cobas; Vincenza Muto; Dan TarantiniDonato Stefanelli, FIOM-CGIL Puglia; Francesco Brigati, Silvana GiannottiRosario NastiClaudio Cimmino, musicista; Pietro Santangelo, musicista; Riccardo De BiaseVittorio TorreAntonio BarbatoArturo Bonito, precario; Susanna PooleFerdinando GogliaSalvatore FerraroLuciana CalabresePierpaolo d’AmoreMartina MennaLaura Iacomino; Donatella Guarino, docente precaria; Massimiliana PiroAdriana La VolpeMario Visone, Scrittore; Yolanda TugbangDevi Sacchetto, Università degli studi di Padova; Arturo Scotto, capogruppo Sinistra Italiana alla Camera dei Deputati; Pierpaolo Sepe, regista teatrale;  Gianmaria MarraraAntonio PalumboPatrizia Perrone, docente; Angela Attianese, medico;
Roberta SpadacciniEnzo Scandurra, ex- docente La Sapienza; Tobia R. ToscanoUgo M. Olivieri, docente Federico II; Luigi PernaFrancesco Esposito, studente; Ear Injury, duo di musica elettronica;

Organizzazioni, partiti, associazioni:
ACT- Napoli; Afro Napoli United; ANPI Napoli; ACT Napoli: Arcigay Napoli; Associazione “Ciro Vive”; CGIL Napoli – Camera del Lavoro; ASD Partizan Matese- squadra di calcio popolare; ASD Atletico Brigante- squadra di calcio popolare; Associazione Illumin’Italia; Assopace Napoli – Associazione per la Pace; Associazione Osservazione; CantoLibre; Casa del Popolo Fuorigrotta; Attac Napoli; Centro DAMM; Centro Miriam Makeba; Cobas; Collettivo Autorganizzato Universitario; Collettivo Insorgenza Musica; Collettivo 48ohm- Pomigliano d’Arco; Collettivo Studentesco Cavese; Comitato Civico Cambiamo Mugnano; Comunità Palestinese Campana; Comunità Senegalese Napoletana Coordinamento Cittadino Possibile; Coordinamento KAOS; Coordinamento Lotta per il Lavoro; Coordinamento Precari Scuola; DemA democraziaautonomia; Donne in Nero – Napoli; Ex Asilo Filagieri; Ex OPG Je so pazzo; Federazione Campana P. CARC; FGCI Campania; FIOM Napoli; Giardino Liberato di Materdei; Giovani Comunisti/e; GliAsini – rivista di educazione e intervento sociale; Gridas- Gruppo Risveglio dal Sonno; Insurgencia; Laboratorio Politico Kamo; Link Napoli; Movimento Lavoratori e Disoccupati Giugliano; Officine Periferiche; Operai Alenia di Nola; Possibile Napoli e provincia; Rete Commons; Rete della Conoscenza Napoli; Rete Kurdistan; Rete Sanità; Rete universitaria nazionale; Rifondazione Comunista; Sinistra classe rivoluzione- Napoli; Sinistra Ecologia Libertà; Sindacato Nazionale Cinese; Sinistra Anticapitalista Napoli; Spazio Pubelo; Studenti Autorganizzati Campani; TILT Napoli; UDS Campania; Unione degli Universitari; 

Per aderire scrivere a bastafascismo@gmail.com





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IMG_201512337_091408Nel maggio del 1927, quando iniziano i lavori di ristrutturazione dell’Ospedale “San Gennaro dei poveri”, nel popolare rione della Sanità, a Napoli, come ovunque nel Paese, le “leggi fascistissime” hanno messo in ginocchio l’antifascismo e Amedeo Coraggio, muratore socialista di ventiquattro anni, non può non saperlo: chi si azzarda a manifestare un qualche dissenso rischia di averne la vita spezzata. Sulla parete dell’ospedale, però, le prove sono schiaccianti e non c’è nemmeno bisogno di star lì a indagare: sotto “una testa disegnata con un lungo naso” ci sono, infatti, una dedica e una firma: “A Sica Luigi, ricordo di Amedeo Coraggio”. Nulla di compromettente, se poco più in là, accanto al ritratto, non si leggessero parole inequivocabili:

Se noi fummo nella guerra
tra i più saldi difensori,
se strappammo gloria e onori
al nemico combattendo,
se tranquilli ci esponemmo
contro il fascio senza cuore,
dei vigliacchi e traditori
con le bombe e col pugnale
ne farem giustizia e onore.
Sul tuo nome, socialismo,
ora alziamo la bandiera.
Sopra il corpo del fascismo
la faremo sventolare”.

Prontamente identificato, Luigi Sica, “manovale muratore addetto ai lavori dell’ospizio”, non ha dubbi: poiché “il suo compagno Coraggio Amedeo, lo chiama col nomignolo di nasone, […] ritiene che, come le altre scritte, anche il disegno sia opera sua”. D’altra parte, basta davvero poco per accorgersi che l’improvvisato artista non ha un passato politicamente convincente. “Allievo del Corpo della Regia Guardia”, infatti, “si è congedato all’atto della sua trasformazione”, quando Mussolini ne ha voluto “lo scioglimento e l’assorbimento nell’Arma dei Carabinieri o nella nascente Milizia”.
Arrestato e interrogato, il muratore “ammette il disegno, ma nega le frasi offensive”. Un tentativo di difesa vano, dal momento che un perito calligrafo ritiene che la mano colpevole sia solo la sua. Perché l’uomo abbia voluto manifestare così apertamente il suo dissenso, non è facile dire. Sta di fatto che a  marzo del 1928 il tribunale chiude la vicenda, condannando il muratore a sette mesi e mezzo di reclusione e 500 lire di multa.
Scontata la pena, l’uomo torna libero, ma è solo, inerme e in balia del regime. Invano, per evitare le periodiche perquisizioni domiciliari, passa da un’abitazione all’altra e prova a rifarsi una vita. Quando non gli manca, il lavoro è precario e tutto diventa perennemente difficile e incerto, tutto è segnato dalla miseria e da una sorveglianza ostinata e soffocante. Alla fine del 1940, dopo anni di persecuzioni e una “vita ritirata”, che “non ha dato luogo a rilievi”, la Questura consente che sia assunto per lavori alla metropolitana. Quando, però, il Commissario della Sezione Stella aderisce alla proposta della Questura di “radiare il muratore dal novero dei sovversivi”, l’onnipotente polizia politica oppone il suo parere contrario: per gli uomini della Squadra Politica, Coraggio è un “elemento infido”, che continua a “nutrire sentimenti sfavorevoli al Regime Nazionale Fascista e si mantiene estraneo a tutte le cerimonie e manifestazioni di carattere nazionale”.
La polizia ha in mano tutti gli elementi necessari a valutare il caso. Sa che l’uomo si è sposato, ma “è disoccupato da due anni e vive col lavoro della moglie che fa la cameriera”. E’ vero, non è iscritto al partito fascista, non ha la tessera del sindacato corporativo e in cuor suo è ancora socialista; altrettanto vero, però, è che non ha contatti, non cospira ed è ormai così malridotto, che molto probabilmente là dove ha fallito la repressione, riuscirebbe un gesto di umanità. Il “regime inclusivo”, di cui cianciano gli storici di questo nostro tempo buio, non ha, però, né gli uomini, né la duttilità per intuire che la crisi si avvicina rapidissima, che il fronte interno si sgretolerà ai primi colpi e la repressione non garantisce il fascismo, ma lo indebolisce.
L’ultima notizia che la polizia ci lascia sul muratore risale all’aprile del 1941. Richiamato alle armi, Coraggio è stato assegnato al distaccamento di artiglieria di via Emanuele Gianturco e da lì trasferito a Nicotera. I conti con il regime che gli ha avvelenato la vita li salderà a fine settembre del 1943, quando, tornato in città dopo l’armistizio e lo sbandamento dell’esercito, diverrà partigiano nelle Quattro Giornate e combatterà sulle barricate durante l’insurrezione. Come aveva promesso in quel fatale maggio del 1927, ha visto la bandiera del suo socialismo sventolare sul corpo del fascismo. Con lui si sono levati in armi più di duecento perseguitati politici e il loro messaggio incute ancora timore a pennivendoli e servi sciocchi: nessun diritto si conquista per sempre, ma nessuna tirannia dura in eterno.

Fuoriregistro, 1 febbraio 2016

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scansione0012Ho contato mille parole retoriche, cento invenzioni di storici improvvisati e qualcuno giura persino che nel 1944 eravate in non so quale Brigata Garibaldi. Ho letto sciocchezze di ogni tipo, non ho trovato una sola parola che ti ricordasse, Aurelio, fratello di Ada, che a diciotto anni hai combattuto nella neve ghiacciata di Teruel e ci hai lasciato un occhio. Tranne i tuoi due parenti stanchi, nessuno ha mosso un dito per te, che a 96 anni vivi – ma meglio sarebbe dire sopravvivi – e sei più solo. Vivi circondato dall’indifferenza. Ciao, Aurelio, uomo solo e compagno che avrebbe meritato ben altra sorte. Di aiutarti da vivo, non ne parla nessuno, ma sta certo: gli antifascisti da operetta domani ti piangeranno e si mostreranno tutti molto addolorati.

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Ada Grossi la voce antifascista che parlava a “Radio Libertà”

Ada Grossi, storica figura dell’antifascismo, s’è spenta a Napoli l’8 agosto. Nata nel 1917, si trovò subito nella bufera: Mussolini, l’omicidio Matteotti e le minacce squadriste al padre, l’avvocato Cesare, amico di Bracco e De Nicola. A nove anni, nel 1926, la fuga a Buenos Aires con la madre, Maria Olandese, che in Russia aveva cantato per lo zar, col padre e con i fratelli, Renato e Aurelio.
Più umana dell’Europa unita, l’Argentina accolse gli immigrati e diede lavoro all’ex avvocato. Una vita dura, che non impedì a Cesare e Maria di fare da riferimento per gli esuli italiani.
Ada divenne donna così, tra comizi e “sovversivi” e nel 1936, a soli 19 anni, quando scoppiò la guerra civile spagnola, accorse in aiuto dei repubblicani. A Barcellona fu la “speaker” di “Radio Libertà”, creata dal padre per il governo Caballero.
Voce della Spagna libera, Ada superò la censura fascista, svelò agli italiani i crimini del regime e consegnò alla storia le ragioni della democrazia.
Tornata in Italia negli anni Settanta, invecchiò in un Paese in cui la crisi economica apriva la via a forze politiche decise a colpire i valori su cui fonda la Repubblica: pace, libertà, giustizia sociale e solidarietà. I valori che il fascismo negò.
Benché anziana e stanca, ha suscitato emozioni fino alla fine, offrendo ai giovani un esempio di quella “dimensione etica” dell’agire politico, svanita nella crisi di valori di un mondo malato di consumismo. Aveva ricordi belli e dolenti: il padre a Napoli, sorvegliato a vista dai fascisti, che non tolse mai dallo studio una foto di Matteotti e la madre, che intimidì gli squadristi con la dignità dello sguardo. Ricordava la Spagna, la guerra civile, i fratelli al fronte coi repubblicani, i concerti della madre per i soldati negli ospedali, Aurelio ferito a un occhio, la sconfitta, la fuga sui Pirenei sotto il tiro dei caccia e i combattenti internati in Francia.
Era orgogliosa delle parole del questore di Napoli che attribuì a “Radio Libertà” il risveglio dell’antifascismo e per zittirla impiantò una stazione radio “disturbatrice”, ma il passato poteva pesarle più della solitudine. Non dimenticò mai il dolore per la famiglia dispersa nei campi francesi d’internamento, le baracche di lamiera roventi d’estate e gelide d´inverno, l’attacco dell’Italia fascista alla Francia e le ritorsioni. Nel 1940, sposato nel campo di Argelés-sur-Mere Enrique Guzman de Soto, ufficiale repubblicano e noto oppositore dei falangisti, tornò in Spagna col marito, che presto però fu arrestato. Dei familiari, Cesare, Maria e Aurelio finirono al confino politico e Renato, chiuso in manicomio sui Pirenei per un esaurimento nervoso, pagò il prezzo più caro. Quando l’Italia assalì la Francia, fu sottoposto a un’atroce terapia d’insulina e poi consegnato ai fascisti, che l’annientarono con gli elettrochoc. La Spagna di Ada, però, non fu mai odio. Nelle sue parole c’erano il sapore della libertà che aveva respirato a Barcellona e l’orgoglio di chi ha lottato fino in fondo per la libertà.
Caduto il regime e tornati liberi a Napoli, i Grossi si scontrarono con un’amara realtà: i fascisti erano tutti ai loro posti e Cesare, radiato dall’albo degli avvocati, dovette ricorrere in Tribunale. Privi di tutto, non chiesero nulla. Fino alla fine Ada ha ritenuto di aver fatto solo il suo dovere, proponendo così un’idea della politica incompatibile con la sua immagine attuale e un modello alternativo di classe dirigente: quella che non cerca compensi e non fa patti con la coscienza. Un esempio prezioso per i giovani e una speranza che non muore con lei.

La Repubblica (Napoli) 19 agosto 2015

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