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Posts Tagged ‘Sud’

Tra i cittadini onorari di Napoli, non c’è più Enrico Cialdini, criminale di guerra. Scandalizzato, Francesco Barbagallo, ex dirigente del Pci, è salito in cattedra per ripristinare la memoria precisa di eventi lontani e farci la lezione sulla verità dei fatti, di cui è geloso custode e depositario unico. E poiché alla sua verità occorre inchinarsi, criminali di guerra compresi, ci ha esclusi dalla comunione dei fedeli: “neo-sudisti” e figli una “ideologia scadente”. Questa la sentenza del Sant’Uffizio.
Noi però insistiamo. Le ricostruzioni storiche non sono indiscutibili verità scientifiche; lo riconobbe anni fa lucidamente Le Goff, ricordando le continue “nuove letture del passato”, le “perdite, le resurrezioni, i vuoti di memoria e le revisioni”. Per noi, la “verità della storia” è un’invenzione degli storici legati a questa o quella congrega politica e concordiamo con Carr: i fatti, di per sé “muti”, rispondono alle domande degli storici, sicché, se cambi domande, anche la “verità” spesso cambia. Inutile perciò “scomunicare”. Lo storico ricostruisce eventi, ma è lui che li sceglie e li interpreta, così che, per quante riserve si possano esprimere, non ha torto Hoakeshott: “la storia è l’esperienza dello storico”. Persino i “termini con cui gli storici francesi hanno via via descritto le folle parigine che hanno avuto una parte così importante nella rivoluzione francese – les sens culottes, le peuple, la canaille, les bras-nus – sono, per chi conosce le regole del gioco, manifesti di una particolare posizione politica e di una particolare linea interpretativa”. Così scrive Carr e Croce, non un “neosudista scadente”, sostiene che la “storia dello storico” è spesso più interessante e rivelatrice della storia che egli racconta. E’ incauto perciò Barbagallo, quando distribuisce patenti e incolla etichette su chi non la pensa come lui.
A chi parla di neosudismo e scrive che “non furono i piemontesi a conquistare il Regno delle Due Sicilie, ma i democratici e repubblicani Garibaldi e Mazzini a consegnare il Mezzogiorno ai piemontesi”, come fossero buoni amici da cui Cavour attendeva regali, viene da chiedere com’è che i sacerdoti della memoria, non ricordino il ringraziamento toccato a Mazzini, mentre il Parlamento italiano apriva per la prima volta i suoi battenti. Fu Silvio Spaventa, che il 4 febbraio 1861 sollecitò istruzioni a Cavour sulla sorte di Mazzini di passaggio per Napoli:
“Da persona degna di qualche fede – egli scrisse – sono assicurato che il Mazzini è di nuovo qui; questa notte egli avrebbe dormito in casa del Direttore del Popolo d’Italia e nel momento che scrivo sarebbe in casa dell’Acerbi; andrebbe in Caserta la notte ventura. Se queste cose fossero vere, come avrei da regolarmi?Quando S.M. era qui, e vi si trovava pure il Mazzini, si stimò non conveniente di procedere ad alcun atto contro di lui. Come V.E. sa il Mazzini fu condannato nelle antiche province a morte in contumacia”. Che fare, quindi? Colpirlo? Si sarebbe potuto fare, ma occorreva prudenza, perché, scriveva Spaventa, “Mazzini veste ancora l’abito di tenente colonnello garibaldino, come vestiva l’altra volta che fu in questa città. Mi dicono ancora che degli emissari mazziniani sono spediti presso le nostre truppe regolari nelle diverse province, con qual fine non saprei dire determinatamente. Piaccia all’E.V. rimanere intesa, perché se il crede bene ne avverta anche il Generale Della Rocca.
Il Consigliere S. Spaventa”.
Non se ne fece nulla, ma Cavour non rimosse Spaventa, né decise la prescrizione per la condanna a morte, che giunse nel 1870. Poiché Mazzini però preparava sommosse – era anch’egli un brigante? – fu di nuovo arrestato e morì sotto falso nome, esule in patria e sempre minacciato. In quanto a Garibaldi, Barbagallo lo ignora: giunto a Napoli per nostalgia, semiparalizzato dall’artrosi, a pochi mesi dalla morte, fu tenuto sotto stretto controllo dalla polizia politica, come un volgare malfattore e non mosse un passo senza che un questurino spiasse e riferisse. Brigante anche lui.
In realtà, lo scontro tra repubblicani e monarchici è interno al capitale e la partita giocata in quegli anni nel Sud è lotta di classe. Ci sarebbe piaciuto, perciò, che facendoci la lezione, qualcuno avesse posto l’accento sulla vena di autentico razzismo antimeridionale che emerge dalle lettere di Farini, luogotenente generale delle provincie napoletane. “amico mio, che paesi son mai questi […]. Che barbarie! Altro che Italia! Questa è Affrica. I beduini, a riscontro di questi caffoni, sono fior di virtù civile!”. E non era il solo a pensarla come Bossi. Per Minghetti, il Napoletano “non ha popoli, ha mandrie […]. Ora con questa materia che cosa vuoi costruire? E per Dio ci soverchiano di numero nei parlamenti se non stiamo bene uniti a settentrione”. Invano Liborio Romano osservò che “le nuove leggi ed i nuovi regolamenti erano di gran lunga inferiori alle leggi e ai regolamenti che vandalicamente e col cipiglio della conquista abolivano”. Ci pensò l’ex cittadino onorario Ciadini, che usò il ferro e il fuoco.
Fu lotta di classe, come a Bronte avevano già dimostrato le fucilazioni di Bixio, e sarebbe stato utile che qualcuno degli storici che fanno la lezione a inesistenti neosudisti, avesse, se non altro, posto ai fatti domande che non si fanno, per evitare che venga poi fuori un’altra verità. La Questione Meridionale si presentò in tutta la sua gravità sin dai moti dei Fasci Siciliani. Quale posizione assunse nello scontro feroce il PSI? Ascoltò i compagni meridionali e affiancò i proletari del Sud o scelse un comportamento da Ponzio Pilato? Turati si scaricò la coscienza di ogni responsabilità, chiedendo lumi a Engels che, com’è noto, conosceva il Sud meglio dei meridionali. Chiarisse lui ai compagni equilibrati e maturi del neonato triangolo industriale qual era il compito del partito nel Sud, dove i lavoratori erano plebei per definizione e l’immancabile ribellismo meridionale era in perenne agguato. Poteva il grande partito dei lavoratori star lì a liquidare residui feudali, per accelerare la rivoluzione democratica? Engels dettò la regola: la guida e il controllo delle masse contadine toccavano a media e piccola borghesia. Sapeva Engels che da quelle terre di barbari giungevano a Roma contributi fiscali più cospicui di quelli provenienti dal Nord e dal Centro e con quelle risorse si pagavano i servizi per l’Italia “civile”, mentre ai cafoni, massacrati da Cialdini, mancava ormai tutto e per prima le scuole? Turati lo sapeva, però, forte del parere di Engels, mollò Garibaldi Bosco, Barbato, Verre, De Felice e i Fasci Siciliani.
Si giunse così all’idillio Turati-Giolitti e per il Sud fu la fine: in attesa che vi sorgessero una “sana borghesia” e un “vero proletariato” – da noi si nasce sanfedisti per vocazione – si deposero le armi. Invano Salvemini – anche lui neosudista? – puntò il dito sull’intesa perniciosa tra i socialisti e il “ministro della malavita”; il partito adottò la formula di Turati. lo sviluppo del Nord avrebbe trainato verso la civiltà la barbarie meridionale. Si consolidarono così le due Italie e il lavoro, in due fabbriche dello stesso padrone, al Sud costava la metà e il risparmio garantiva l’elite proletaria dell’altra fabbrica, quella che operava nelle terre di Salvini. La “grande guerra” e il fascismo fecero la loro parte e all’alba della repubblica la lotta di classe riprese il suo andamento anomalo.
Il PCI reclutò come intellettuale di riferimento Aldo Romano, storico fascista e spia dell’Ovra, che negli anni Trenta, con De Vecchi, direttore della “Rassegna storica del Risorgimento”, aveva letto le vicende dell’unificazione nazionale in chiave fascista. Non bastasse, invece di epurare gerarchi, mise alla porta i sindacalisti napoletani, rei di aver organizzato un sindacato di classe che non voleva essere cinghia di trasmissione dei partiti. In quanto a Nenni, il suo vento del Nord mortificò i partigiani del Sud e quei combattenti delle Quattro Giornate che avevano varcato le linee, per proseguire la lotta al nazifascismo. Giunti al referendum, si spinsero a destra quei protagonisti della resistenza napoletana che non chiedevano assistenza in cambio di voti, ma la «restituzione ai gloriosi Banco di Napoli e Banco di Sicilia delle rispettive loro riserve aure, depredate dal fascismo in pro della Banca d’Italia (nonché la restituzione dell’intero residuo ammontare del ricavato della vendita dei beni demaniali di manomorta dell’ex Regno delle Due Sicilie in £ 4.105.000), in esecuzione della legge Minghetti; lo stanziamento dell’ultimo prestito sottoscritto nel Meridione per la costituzione di un primo fondo destinato alla esclusiva ricostruzione del Mezzogiorno […] per sopperire alle esigenze del solo bilancio meridionale».
C’è voluto un romanzo di Rea per conoscere la sorte del “Gruppo Gramsci”, formato da Arfè, Marotta e Piegari, messo a tacere per aver criticato le scelte elettoralistiche di Amendola, che ci sarebbero costate care. Antonio Labriola avrebbe detto che si voleva “bestiame votante”, ma questa è un’altra storia. Napoli è stanca di mezze verità e ministri della malavita che usano questori e prefetti a fini politici. Chi batte sul tasto del neosudismo, farebbe bene a preoccuparsi del neofascismo al quale la sua parte politica fa da sponda, per creare difficoltà alla Giunta ribelle. Napoli è stanca dello stereotipo della città di plebe. Danni ne ha fatti già troppi. E’ ora di piantarla.

Agoravox, 1 giugno 2017

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Non si comprende bene ciò che significa il ddl 953 (già legge Aprea), se non si hanno presenti l’articolo 3 della Costituzione, che attribuisce alla scuola il ruolo essenziale di rimozione degli ostacoli che impediscono il pieno esercizio della cittadinanza, e l’articolo 5, che limita il campo delle autonomie locali alle esigenze del decentramento amministrativo. Sono questi articoli che danno valore di dettato costituzionale alla libertà d’insegnamento e all’istituzione della scuola della Repubblica per sua natura gratuita e obbligatoria.
Non ci sono dubbi: letto senza pregiudizi, il Decreto 953 si rivela del tutto incompatibile con i vincoli normativi definiti dalla Carta costituzionale. E non si tratta, come si tenta di insinuare da più parti, di un giudizio nato all’interno del mondo della scuola per ragioni puramente ideologiche, spinte conservatrici e ostilità preconcetta a non meglio identificati venti di cambiamento. E’ vero, al contrario, che il governo affronta una questione di fondamentale importanza per la società italiana come se si trattasse di una dettaglio privo di rilievo, senza coinvolgere in alcun modo né i cittadini, che non possono certo essere estranei o indifferenti nei confronti della scuola, né i docenti e gli studenti, che la scuola la “fanno” e ne vivono perciò la realtà e i bisogni. E’ inaccettabile che l’ex legge Aprea, mutata in alcuni dettagli ininfluenti, si faccia passare sotto le spoglie di un anonimo decreto, nell’ombra fidata degli incontri tra segreterie dei partiti, e si discuta “al chiuso”, in Commissione.
Nel merito, la legge, prodotta da politici piovuti in Parlamento dall’alto, cancella gli organi collegiali, nati dai decreti delegati nel 1974, sotto la spinta di un “riformismo” prodotto dal basso, e li sostituisce con organi di autogoverno che ciascuna scuola regolamenta a suo piacimento, con un suo statuto e propri regolamenti. Non bastasse questa sorta di Torre di Babele, la legge consente a privati e soci in affari di entrare in pompa magna negli organi di governo della scuola, compreso quello che si occupa della valutazione, il nuovo feticcio del neoliberismo.
All’intelligenza del ministro Profumo e dei suoi sottosegretari Rossi Doria e Ugolini, tutto questo appare materia priva di importanza nazionale.

La verità, per tornare al contesto del dettato costituzionale, è ben diversa, perché è evidente che una scuola statale affidta a una pluralità di principi soggettivi, fissati in statuti e regolamenti autonomi, l’uno diverso dall’altro e magari contrapposti, significa creare una istituzione che non ha nulla a che vedere con il sistema formativo diseganto dalla Costituzione. La legge ha una sua logica interna e produce un effetto devastante: non avremo più un sistema formativo fondato su caratteri comuni a livello nazionale, ma una miriade di “aziende”, legate a scelte discrezionali, diverse e – perché no? – divergenti. Non più una scuola della Repubblica, quindi, ma migliaia di repubbliche chiamate scuole, l’una scollata dall’altra, tutte condizionate delle più svariate ingerenze di interessi privati particolari e dal ruolo predominante del capo d’Istituto, cui corrisponde l’indebolimento di quello svolto da docenti e studenti. A ben vedere, una vera nebulosa di repubbliche autoritarie. E’ l’epilogo fatale di una concezione dell’autonomia voluta dalla sedicente “sinistra” di Berlinguer, che sin dall’inizio minacciava di stravolgere la natura di una scuola nata come patrimonio della Repubblica, chiaramente definita da una Costituzione che fissa i criteri oggi violati: il finanziamento esclusivamente statale, per vincolo di legge, della scuola della Repubblica e la sua distinzione netta da quella privata, finanziata invece esclusivamente e per obbligo di legge dalla proprietà privata, senza alcun concorso di denaro pubblico.
Così stando le cose, non ci sono dubbi: Aprea e i nominati che la sostengono, stanno disegnando una scuola che rinnega i principi su cui si fonda il sistema formativo voluto dai deputati eletti nell’Assemblea Costituente. Anche da un punto di vista puramente linguistico, che non è ovviamente formale, ma sostanziale, Aprea e Profumo si collocano agli antipodi del dettato costituzionale. Cercare nella Carta costituzionale una scuola definita “servizio”, un sistema formativo degenerato nell’indeterminatezza del “bene comune” o, peggio ancora, nell’ambigua formula della “comunità educante” sarebbe fatica vana. In quanto al linguaggio mutuato dal mercato, di cui l’esempio classico è l’offerta formativa, chiunque può da solo verificare: siamo su un altro pianeta. In un quadro di valori fatto di un merito anteposto alla solidarietà e di una qualità che sfocia nella concorrenza, Aprea volutamente nega il ruolo primario della rimozione di ogni ostacolo, sia economico che sociale, della promozione dell’eguaglianza tra cittadini come garanzia di libertà e democrazia.

Passa in Parlamento, senza discussione tra i cittadini, il frutto avvelenato di un leghismo inaccettabile nella sua ispirazione separatista, figlio di un volgare, acritico e astorico egoismo regionalista, che sacrifica il principio della pari opportunità e mette a repentaglio il ruolo di un sistema formativo che muta col mutare dei “confini” territoriali, per fare del Nord un corpo estraneo al Sud e disarticolare la Repubblica. Passa per la porta di servizio, ma non fa danni minori, un attacco alla libertà d’insegnamento, delineatosi nelle reiterate richieste di “controllo” politico sui libri di testo, nell’imposizione di una “verità storica di Stato”, che legge le foibe in senso antislavo e anticomunista, che aggredisce l’antifascismo e la Resistenza, spezza il filo della trasmissione della memoria come patrimonio comune delle diverse generazioni e apre la porta a un autoritarismo di fatto. Aprea segna così la fine della scuola della repubblica e dimostra che anche in questo delicatissimo campo della vita nazionale, la crisi si fa strumento di un progetto politico sempre più chiaramente orientato in senso classista, sempre più connotato come attacco ai diritti e alla democrazia di cui è garante per quello che può una Costituzione che non è figlia del “libro nero del comunismo”, ma del compromesso tutto sommato nobile tra forza di ispirazione antifascista, siano state esse moderate o progressiste .
In questa bufera fare scuola, difendere la libertà del pensiero critico, la trasmissione quanto più possibile corretta e pluralista della nostra memoria storica, della nostra identità culturale e del patrimonio di lotte sociali che sono garanzia di un rapporto fecondo tra le generazioni, non è impresa facile, ma sarebbe davvero un crimine rinunciare alla lotta. Un insegnante privato della libertà d’insegnamento non può più assolvere alla sua funzione docente. Si può piegare il capo, in fatto di stipendi, non si può cedere sul terreno dei principi. I titolari della scelte dei contenuti e delle impostazioni metodologiche e didattiche sono i docenti e nessuna legge può legalmente imporre a un insegnante della scuola statale di dipendere su questo terreno da soggetti e interessi privati, da finanziatori e sponsor che si statuiscono allo Stato. A scuola non possono esistere altri “datori di lavoro” se non le Istituzioni repubblicane definite e riconosciute dalla Costituzione. E’ tempo di obiezione di coscienza o, se non dovesse basta, tempo di una lotta senza quartiere della quale la responsabilità è tutta e solo di chi ha scelto la via autoritaria. Noi siamo di fronte a un dilemma tragico: ubbidire a una violenza legale – come avvenne ai tempi del fascismo – o sopportare con coraggio e fermezza le conseguenze di un no. Ed è chiaro a tutti: più numerosi saremo, più possibilità ci saranno di limitare i danni. Da Bassanini a Brunetta si è lavorato per condurci al bivio. C’è chi dice che questa legge si tiene volutamente al limite della legittimità costituzionale e si prepara alla resa mentre il Ministro Profumo programma aumenti d’orario e diminuzione di stipendi: “più bassi per chi vuole lavorare solo la mattina“, uguali a quelli attuali “per chi accetta l’aumento delle ore“. Chi è più attento coglie la portata della ferita arrecata al tessuto democratico del Paese, intuisce che un attacco eversivo viene ormai apertamente dall’alto e sa che di fronte abbiamo un bivio: ci tocca scegliere tra dignità e quieto vivere, rassegnata vergogna e orgogliosa ribellione. La sorte della democrazia, i diritti conquistati lottando e il destino stesso dei nostri figli, tutto è ancora nelle nostre mani.

Uscito su “Fuoriregistro” il 12 ottobre 2012

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Intervistato nel 1971, Nenni non ebbe dubbi: “Ho vi­sto crescere sotto i miei occhi ben tre generazioni, […] ora mi accingo a vedere quella dei miei pronipoti. Guardandoli penso: non so­no stati inutili questi decenni di lotta, oggi si sta tanto meglio di quanto si stesse ai tempi miei. Sì: la vita è infinitamente meno dura, oggi. Non c’è paragone col mondo in cui erano na­ti mio padre e mio nonno”.
La citazione è lunga, ma il sottosegretario Paolillo onnipresente ospite televisivo, pronto a metter mano allo Statuto dei Lavoratori, la merita; di socialisti straparla, ma pare ignorare ciò che pensava Nenni e quanto presto si capì che squilibri gravi e costosi si facevano strada, con il carico doloroso di nuove marginalità, nuovi stenti e un capitalismo animato dalle peggiori scelte ideologiche.
In termini assoluti il miglioramento c’era stato, lo coglievano gli anziani se ricordavano l’alimentazione da fame, di classe, uniforme e malaticcia del Sud e di rare terre del Nord; per il resto, era chiaro che sviluppo e spostamento nelle città creavano bisogni nuovi e non me­no immediati: la casa, anzitutto, poi i beni di consumo legati all’urbanizzazione e alla produzione come elettrodomestici, automobile e televisore. All’alba degli anni Settanta, De Rita, con una sintesi felice, spiegò che la domanda di beni sociali riconduceva a “bisogni collettivi”: casa, servizi, trasporti. In poche parole, diritti e democrazia. Quando si dice che vivevamo al di sopra delle nostre possibilità è questo che si pone in discussione: diritti e democrazia. Una filosofia della storia e una storia di lotte, di costi e di sacrifici. Tutti a carico dei lavoratori, tutti contro una ottusa e statica modalità di intervento, che oggi trova il contraltare nella “dinamica” e disumana flessibilità. Sono i limiti del “miracolo economico”, non il tenore alto di vita dei lavoratori, il punto di frattura sociale ed economico da cui partire per capire la crisi e le soluzioni da ricercare. Le voci critiche – un economista non può ignorarlo – si fecero sentire, ma ebbero contro tragiche buffonate, come il governo Tambroni e il goffo tentativo di un gollismo tutto tecnocrazia autoritaria e potere di notabili, cui seguirono minacce di golpe del peggior capitalismo d’Occidente. Atterrita dall’autunno caldo e dall’esplosione della contestazione, la reazione puntò sin da allora alla creazione di un esercito di riserva. E’ in quegli anni – e a partire da quegli anni – che si discute di “età opulenta”, da quando il “miracolo economico” ci ha condotti a fare i conti con gli “occupati precari”. L’economia che non sa di storia e sociologia del lavoro può chinarsi alla bibbia liberista, ma non siamo nati ieri: Scalfari, disegnando una mappa del potere in Italia, nel settembre del ‘69 scriveva già di un Autunno del­la Repubblica. Preti parlò di Italia malata  nel ‘72, e La Caporetto economica di La Malfa risale al ‘74, quando Rosario Romeo parlava da tempo di “soluzione dei problemi del paese in chiave di riformismo demo­cratico nel quadro di una società libera […] con carattere alternativo […] al mero immobilismo conservatore”.
Il fantasma di un incompiuto “sviluppo europeo”, di una fragilità economica mai superata, di una moderniz­zazione insidiata dalla re­cessione non lo scopriamo ora. Sylos Labini nel ’75 fu chiarissimo: un terzo della popolazione era povero, ma gli facevano da contraltare due terzi in cima alla scala sociale: uno, quello medio, faceva da scudo al ceto medio-alto con un’aliquota che si arricchiva fortemente ed era chiusa e selezionata. Era lì che si produceva e si produce debito e si immiseriscono i ceti sottostanti. La linea riformista e, quindi, lo Statuto dei lavoratori, mediava il conflitto. Bene o male, è andata così sinora. Questo governo che spalleggia la “società opulenta” non salva l’Italia. Dimezza il peso e il valore della democrazia e riproduce un’atmosfera sociale “chiusa” da anni cinquanta. Si apre così una fase di scontro sociale che è il vero salto nel buio.

Uscito sul Manifesto il 7 gennaio 2012 col titolo Lo satuto dei lavoratori e i nipotini di Nenni

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L’Italia c’è, non è un nome sulle carte. E ci sono gli italiani. Non portano retoriche coccarde all’occhiello, cravatte verdi o gigli del Borbone in un leghismo di rimbalzo che vorrebbe scendere al Sud.

Gli italiani ci sono, non chiudono gli occhi per non vedere, non fanno ipocrite feste, hanno buona memoria e coltivano la speranza.

L’Italia c’è e ci sono gli italiani. Si sono “fatti” nelle tragedie vissute assieme e nelle lotte che li hanno uniti, ben più che mille proclami, referendum e chiacchiere vuote della politica. Si portano dentro il tratto incancellabile d’una vicenda che li accomuna. Non è nazionalismo, è storia comune e forse Dna. Settentrionali venuti a morire di solidarietà nel colera del Sud, nell’ultimo scorcio dell’Ottocento, dissidenti perseguitati ovunque nel paese, operai presi a sciabolate in tutte le piazze dei nostri cento campanili, quando si lottava per i diritti: le otto ore, l’assicurazione obbligatoria sul lavoro contro gli infortuni, la pensione. I contadini senza terra, in lotta ovunque per più equi patti agrari e condizioni di lavoro degne di esseri umani; il popolo lacero e affamato, intisichito da uno sviluppo che pretendeva sottosviluppo in nome del saggio di profitto e della necessità di mercati di consumo; i milioni di veneti e campani, genovesi e calabresi, che, come i nordafricani d’oggi, scendevano in piazza a mani nude contro i cannoni caricati a mitraglia o emigravano in cerca di lavoro e dignità.

Gli italiani si son “fatti” nelle trincee sul Piave, sardi, siciliani, piemontesi, che non sapevano cosa temere di più, nella guerra del capitale, se gli sventurati austriaci delle trincee “nemiche” o gli scherani dei padroni che sparavano nella schiena di chi cedeva alla paura; si sono “fatti” nei campi di prigionia. Uomini d’ogni regione, condannati a morir di fame da padroni e nazionalisti imboscati che li ritennero traditori, come Bixio aveva massacrato i contadini di Bronte, Cialdini, Lamarmora e Cadorma i meridionali ribelli, Bava Beccaris gli operai a Milano, Giolitti i proletari di tutt’Italia, Mussolini gli antifascisti e Scelba i “comunisti”.

Gli italiani ci sono, sono nati nei deserti d’Africa e nel gelo siberiano, dove li mandò a morire il capitale, si sono riconosciuti uguali, sui monti della guerra partigiana, uomini e donne “che volontari si adunarono per dignità non per odio”, figli d’ogni monte e campanile del paese delle cento città.

L’Italia c’è, nelle sue fabbriche attaccate da Marchionne e Confindustria, c’è coi suoi giovani scesi in piazza a Roma contro un potere sempre uguale a se stesso e sempre pronto a cambiare perché nulla cambi. C’è, lotta ancora nelle piazze e nei luoghi di lavoro, nei collegi docenti di quelle scuole che invano si prova a piegare.

L’Italia c’è. E ci sono gli italiani. Non fanno festa. Lottano. E non dimenticano il colore del cielo .

Uscito su “Fuoriregistro” il 17 marzo 2003

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E’ certo. Renato Brunetta è molto vicino al Nobel. Dopo lunghe, serie e rigorose ricerche, dopo l’esame di migliaia di testi dei maggiori economisti, il suo Sud, un sogno impossibile ha conquistato i favori della giuria. L’idea centrale del saggio è risultata l’arma vincente del professore: senza l’inurbazione Napoli-Caserta e la Calabria, sostiene Brunetta, l’Italia sarebbe uno dei primi paesi in Europa. Per questa intuizione indiscutibilmente geniale, Brunetta, membro di un governo che è stato a suo tempo votato anche dai meridionali e che dovrebbe lavorare per risolvere i mali del Sud, è stato giudicato il miglior ministro possibile per una repubblica delle banane.

All’illustre studioso, complimenti ed auguri. E, in quanto a noi, non ci sono dubbi: ogni popolo ha igoverni e ministri che ha saputo meritare.

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In una logica di mercato e profitto, Marchionne ha perfettamente ragione. Fa il suo mestiere: garantisce l’azienda e non gl’importa nulla se, coi soldi nostri, s’è tenuto a galla quando stava affondando. E storia antica: dallo Stato, la Fiat prende e non paga interessi.
Vent’anni fa, per difendere i margini di profitto degli azionisti d’una “grande azienda“, il cosiddetto “top manager” avrebbe fatto di Mirafiori un punto di forza della progettazione, del lavoro sui prototipi e sul loro sviluppo e si sarebbe affrettato a “delocalizzare” al Sud, nelle colonie meridionali. Uno Stato pronto a rimettere in sesto l’azienda coi soldi della collettività gli avrebbe assicurato elogi e quattrini.
Vent’anni fa il Sud era la Serbia di Callieri, Romiti e compagnia cantante e al sindacato giungevano le sollecitazioni che oggi ripete ineffabile Sacconi, recitando da guitto l’antico copione: “Occorrono relazioni sindacali cooperative. Il compito della Cgil, se vuole davvero rappresentare i lavoratori è quello di favorire la produzione.
Vent’anni fa, di proprietà e di furto, dei misteri dell’accumulazione primaria, dei fiumi di sangue versato versati dalla povera gente in due guerre mondiali per soddisfare i bisogni del padronato e la “baracca Agnelli” si smise di parlare. E oggi, se qualcuno s’azzarda a far cenno ai costi umani e sociali della ristrutturazione, la risposta è una e arrogante: “il sacrificio è quando ci metto di tasca mia!
Come e perché poche tasche siano così piene da poter fare “sacrifici” e tantissime così vuote, che il solo sacrificio possibile sia la vita da mandare al macello, non è più tema di discussione.

E’ accaduto tutto negli stessi anni. Le bombe del “terrorismo borghese“, di cui oggi qualcosa si comincia a capire, i giudici “pericolosi” – Falcone, Borsellino, gli antenati delle “toghe rosse” – fatti a pezzi uno dietro l’altro da “pezzi di Stato deviati“, la Caporetto sindacale passata alla storia col nome di “concertazione” e, dulcis in fundo, il governo D’Alema e le sue “bombe pacifiste” sulla Serbia ridotta a colonia.
Se si mettono insieme i fatti correttamente, questa è la storia e occorre dirlo: quando è servito, la “sinistra di governo” ha saputo far bene il gran lavoro sporco.

Senza tutto questo, Marchionne non sarebbe mai nato, la Lega di Bossi sarebbe ancora quel che era – un fenomeno da baraccone – e Cota e Chiamparino , d’accordo infine su un’idea razzista della politica , non avrebbero messo le tende in una Torino che difenderà “in tutti i modi il diritto dei torinesi a vedere rispettati gli impegni della Fiat sul futuro della città“, perché, si sa, “Mirafiori non è Pomigliano“. In altre parole: se ne avete bisogno, colpite pure a Sud, ma lasciateci in pace.
Senza tutto questo, nessuno si sarebbe azzardato a chiedere al sindacato di “cambiare cultura“, perché la Crysler si sta salvando affamando il lavoratori. Tutto questo però è accaduto e non c’è da stupirsi: la colonia serba bacia le mani al padrone che l’ha resa schiava, a Krakujevac dei cialtroni chiamati “management” esultano perché hanno dimostrato le loro miserabili capacità: gli operai affamati accettano ogni condizione imposta dal partner italiano e chi si azzarda a ricordare che un pugno di sedicenti imprenditori e finanzieri ha precipitato il pianeta in una crisi che li sta arricchendo a speso delle masse è un “vetero-comunsta attestato su posizioni ideologiche“.

C’è chi continua a sostenere che questa infinita vergogna si chiama globalizzazione e finge di non saperlo: è solo sfruttamento. E’ vero, la lezione è antica. E, tuttavia, nessuno la vuole imparare: chi semina vento, raccoglie tempesta.

Uscito su “Fuoriregistro” il 24 luglio 2010.

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Nelle banche, sulle quali marciano – per ora, si direbbe, disarmate – le bande in divisa verde guidate da Bossi e Cota, vige la regola aurea del “contributo spese” che – ignobile scialacquo! – consente all’impiegato di trovar casa senza svenarsi per tener dietro al principio dell’efficienza. Mai nessuno, per ora, in nome della “qualità“, s’è mai sognato di lasciare a casa chi abbia esperienza e “numeri” professionali in omaggio alla colta dottrina leghista che, detta così, alla buona, nell’Europa senza confini, si riduce paradossalmente al classico e un po’ demodémogli e buoi dei paesi tuoi“.
Principessa del merito“, l’efficientista Gelmini, avvocato padano targato Calabria, per ottenere la “qualità” nelle scuole della Repubblica, ha invertito il principio: a decidere del merito, in tema di formazione, non è più il valore del lavoratore ma, incredibile a dirsi, la sua residenza! Lo scopo è chiaro. Poiché è dal Sud che si sale a Nord in cerca di lavoro, a partire dal 2011, un mediocre indigeno leghista” avrà precedenza assoluta sul migliore dei docenti delle colonie meridionali, col risultato che la celtica Padania realizza l’evangelico principio per cui “gli ultimi saranno i primi“. E, vivaddio, beati i poveri di spirito.

Se l’opposizione continua a dormire non c’è più a che santo votarsi e il “miracolo”, se così può chiamarsi, può venire solo dal campo del “nemico”. Può darsi che sia vero. Il “comunista” Fini, cha ha mille colpe e infinite resposabilità, non fa una battaglia puramente personale e, in ogni caso, agli ex camerati glielo spiega da tempo con la chiarezza dell’abbeccedario: a tutto c’è un limite. Il paragone sembrerà azzardato, ma ha un suo fondamento. Passato nel campo liberale, l’ex delfino di Giorgio Almirante ragiona come Giolitti faceva con Crispi, Pelluox e Rudinì: se la politica non sa far altro che scatenare guerre tra i poveri e utilizzare la forza dello Stato a difesa esclusiva dei privilegi d’una minoranza contro i diritti della stragrande maggioranza dei lavoratori, non si va lontano. Ed è facile capirlo, sembra dire: dietro la crisi economica c’è lo spettro di quella istituzionale e, peggio ancora, di uno scontro sociale dalle dimensioni e dagli esiti imprevedibili. Sia come sia, checché pensi Fini, la politica muore di tatticismo se un miliardario che governa e può comprare tutto facilmente, trova immediatamente chi si vende; la politica muore se milioni di cittadini si riducono a stupidi serpentelli intorpiditi da un pifferaio e il paese naviga nella burrasca, macchine avanti tutta, la prua verso gli scogli.

La scuola che la Gelmini costruisce è quella di Adro: abbandona al suo destino i bambini poveri di ogni sud, marocchini e sudici terroni, e chiarisce il principio etico cui s’ispira l’avvocato più o meno calabrese, eseguendo ordini di cui non ha i mezzi per cogliere l’obiettivo: “divide et impera“. E’ in nome di questo ethos che si tagliano al Sud il doppio dei posti di lavoro del nord e del centro messi assieme e, con la crescente miseria prodotta nel Mezzogiorno, si pensa di affrontare la crisi del “miracolo padano“. scatenando un’ennesima guerra tra i poveri. Ma c’è di più. C’è un assaggio di “federalismo” e si capisce bene ciò che accade: da minaccia armata, il secessionismo diventa rapina legalizzata.
Chi ha memoria ricorda: barbari di questa pasta ci condussero al 25 aprile.

Da “Fuoriregistro“, 24 aprile 2010

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