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Archive for marzo 2009

Non cercare
a tutti i costi
un senso in quello che scrivo:
un uomo è anche parole
da intuire.
Un uomo talvolta è tristezza.
Non devi capirla,
non devi spiegarla,
non devi ragionarla:
se la pensi la sciupi.
Vivi. La vita ti spiegherà:
con una piega amara,
con il sorriso dolce
della donna che ami
e prima o poi se andrà.

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volti12Ci sono notti in cui è impossibile dormire. Notti in cui alla stanchezza del corpo che domanda il riposo si oppone un’attività incontrollata della mente: un circolare frenetico d’elettricità lungo i percorsi consueti dei nervi e tra le volute celebrali, che si materializza sotto le palpebre, entro gli occhi riluttanti che fanno da specchio al buio profondo dell’inconscio.
Indefinito – se non infinito – appare nelle notti d’insonnia il percorso d’un pensiero e non serve mandarlo via. Torna di nuovo. Semplicemente, automaticamente: in maniera ossessiva. Non passasse la notte, non giungesse il giorno a indirizzare altrove quel pensiero ostinato, nessuno troverebbe scampo.
Per mia madre, la notte destinata a non finire venne d’un tratto, e mi sembrò subito legittima difesa: l’ultima recita consentita.
Ebbe di strano quella sua notte – e perciò sembrò a molti pazzia – che ridusse con incredibile maestria l’intreccio complesso dei dialoghi ad una successione sincronica di monologhi. Indossava costumi semplici: per ogni abito bianco ce n’era uno nero e sul viso le maschere si succedevano l’una opposta all’altra. Ogni verità solidissima partoriva il suo opposto e si disponeva alla lotta, ma sul palcoscenico c’era sempre e solo lei. Bianca e nera, vera e falsa, irritata dalle sconfessioni, adirata in crescendo minaccioso. Dimentica degli affetti, raccolta su se stessa.
Nelle rare pause che la vedevano affannata al centro del palcoscenico, un’accorta regia trasformava in coro le mille verità sconfessate e – si vedeva – mia madre, o per meglio, dire la maschera che portava sul volto irriconoscibile, si disperava non potendo mandar via le mille voci e non riuscendo a farle finalmente tacere. Era cupo il coro quando le luci della ribalta si spensero. Poteva sembrare un corto circuito, ma dal rifugio disperato in cui si era andata a cacciare non volle mai più uscire e la luce davvero non tornò: l’ultima maschera aveva i lineamenti alterati e la incarnava la violenza.
La legge era dalla parte della normalità: non conosceva dubbi, né, a pensarci, poteva conoscerne. Con la coerenza richiesta dalle certezze, il reparto per le malattie mentali del primo policlinico era attrezzato perfettamente per la repressione dei dubbi, che la normalità sociale non può consentire. Lo separavano dal mondo un cancello bruno, il torpore annichilente dei barbiturici e la graduata violenza dei medici e degli infermieri.
Era anonimo e innaturale quando ne violai per caso il segreto – e ne fui subito segnato a vita – accompagnando mia madre incredula.
Mi odiò con la furia incontenibile che giunge all’anatema – che tu sia maledetto mi urlò – mentre mio padre era già sparito e sostenevo il peso della procedura burocratica, l’urto insostenibile della disperazione, la lama rovente d’un rimorso precoce e duraturo – c’è oggi ancora se ci penso c’è in qualche angolo inesplorato dell’anima e del corpo e continua a farmi male – la consapevolezza irrimediabile di un gesto tragico.
Che tu sia maledetto.
Aprirono brecce incolmabili dentro di me quel cancello rinchiuso per due mesi – così a lungo durò la separazione – l’andirivieni ansioso per la biancheria e le piccole cose per i detenuti cui non affidavo messaggi – le faresti del male m’avevano intimato – e le lacrime mai piante su e giù per Caponapoli con i suoi ruderi gotici sull’antica Acropoli.

La rividi dopo due mesi. Non ricordava, ma non aveva più maschere. Il liquido estratto dal midollo della colonna vertebrale – e la paralisi dolorosissima di giorni atroci, i fili che la trapassavano con l’elettricità
(un’algerina della Resistenza ne avevo fatto col mio amico psichiatra che si faceva amare con la sua scienza folle) – la segregazione, il silenzio terrorizzato e la tortura dei sedativi ne avevano spezzato la ribellione.
Quando uscì dopo tre mesi – tanto durò la detenzione, ma ci facemmo compagnia di nuovo – poteva sembrare tranquilla e normale, per ciò che vuol dire normale. A me sembrò finita. Non aveva più negli occhi le luci della ribalta, non cercava più il palcoscenico e non aveva più l’amore appassionato per le finzioni della scena. Attrice ancora, forse, ma ormai senza un ruolo. L’avrebbero periodicamente scossa ribellioni furenti, avrebbe avuto sussulti d’odio e lampi di dolcezza, ma le sole maschere capaci di vivere erano state definitivamente uccise.
La bella donna bionda dai capelli ondulati si perse in quei mesi. Portò con sé in un abisso insondabile il bambino che aveva condotto per mano con amore e dolore.

Uscito su “Fuoriregistro” il 5 giugno del 2003

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Uomo

Questo silenzio così antico
in una mente stanca,
questa stanchezza dolente
così nuova in un cuore giovane,
questa vita così ostinata
d’uno spirito prigioniero
entro un corpo così crudele,
questa pazzia lucida
– sapere e non sapere,
volere e non volere,
dire e non volere dire –
quest’agonia di giorni
così gonfi d’inutile,
questo stanco stillicidio
d’affetti, sensazioni
– seguire sogni
come uccelli in volo
e conservar parole inutilmente –
questo invidiare arcano
e ad un tempo questo
strano indicibile temere
negli altri il silenzio della morte,
questo mi fa uomo.
Tutto questo assurdo.

Da Giuseppe Aragno, E però scrive, Intra Moenia, Napoli, 2003, pp. 35-36

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Il tempo e lo spazio hanno valore davvero soggettivo. Accade così che un episodio marginale, il sospiro di un istante venuto su dal profondo, là dove l’esistenza può sembrare periferia, lasci talvolta il graffio che ci scava dentro per il resto dei nostri giorni. Anni interi, vissuti nei luoghi centrali e canonici della nostra vita, possono invece passare – e di fatto talvolta passano – scivolando su di noi come acqua su roccia impermeabile, senza saziare alcuna sete: servono tutt’al più a scavare, entro la resistenza gelosa di un sentimento di libertà che inconsciamente si oppone, i lunghi e profondi canali destinati a produrre rotture dolorose e meandri bui. Gli abissi nei quali ci perdiamo tante volte quando ci guardiamo dentro, a mano a mano che invecchiamo. Di tutto questo non avevo cognizione – e non potevo averne – a diciassette anni, allorché un improvviso bisogno di guardarmi dentro mi indusse a tentare il primo, precoce bilancio della mia vita e vidi profilarsi all’orizzonte un crocevia confuso in una nebbia putrescente che mi sembrò subito mortale. Così, nonostante i molti anni trascorsi, mi pare di ricordare oggi che leggo la mia storia sulle pagine indurite della memoria e, mentre il tempo trascorso sfronda il superfluo, nel rapido rincorrersi e sorpassarsi dei giorni, riconosco il ripetuto dissolversi del presente invecchiato e ridotto a passato e l’illusione tenace che il futuro verrà.
Illusione – ora so – perché tutto il futuro di un uomo abortisce sulla soglia impalpabile del tramonto di un giorno che termina, proteso verso l’alba di un suo ignoto fratello che nasce, ancora nasce, e non ha scampo: è l’ennesimo presente che diverrà passato aspettando il futuro.
Così accade sempre.
Tutto il futuro di un uomo resta fuori del tempo e la condanna è spietata: vive in potenza e non si fa mai atto. Mai. Nemmeno una volta.
Non si vive il futuro e tutt’al più si sogna. Ma nessuno scrive la storia dei sogni e il sogno non ha tempo.
Così, ripeto, mi pare che sia stato, oggi che racconto, perché in qualche modo ho appreso, in qualche modo ora so, che se talvolta, camminando lungo il tempo che ti è dato, ti pare di vedere non lontano da te uno snodo cruciale della tua vicenda, il crocevia su cui forse la tua vita può mutare d’indirizzo, il peso del passato fa velo all’intuizione e tu ti perdi: il futuro non c’è. Non lo trovi, non sai come si viva e se pure, a furia di cercarlo, lo senti a portata di mano, fai per acciuffarlo, t’affanni e credi di averlo in pugno, è un fantasma: svanisce o conduce per l’ennesima volta la tua caravella nell’America che non volevi. Come fossi Colombo, nella vita superi navigando le tue colonne d’Ercole sempre e soltanto per cercare l’India. E l’India non c’è mai, così che tutto è vano: muti inutilmente la rotta, inutilmente torni indietro e inutilmente cerchi nell’Oceano tutto uguale. Perdi tempo: il futuro è già passato. Ancora e sempre.
La vita va per altre vie. Ha bussole insondabili e spesso i fatti si succedono tra loro senza alcun rispetto della logica e delle regole del gioco.
Oggi lo so: la logica è una menzogna. Per questo metto insieme i tasselli scompaginati della mia vita – e le parole che la narrano – senza cercare il filo rosso delle successioni cronologiche. Se la logica è una menzogna, l’ordine cronologico è il succo della pazzia. Intorno ai diciassette anni, ma poteva accadere prima e dopo, quando la decisione di guardarmi dentro annunziò il mio primo faticoso bilancio, al tirar delle somme, ciò che davvero cercavo era di fare una foto al mio futuro. Ne ricavai ovviamente un’immagine sfocata, eppure ancora oggi che i decenni trascorsi stanno a guardia delle antiche emozioni, indicibile mi pare che sia stata la subitanea ripugnanza che mi procurò. Inspiegata e confusa, devo dire, ma ripugnanza.
Indiscutibilmente.
Quella sola immagine sfocata e malferma, quell’idea vaga e tuttavia sconvolgente che ne derivò mi convinse definitivamente. Indietro non sarei tornato. Decisi: odiavo il mio futuro, odiavo la vita preparata per me senza ch’io consentissi.
La odiavo. Una vita che del mio consenso non aveva nemmeno bisogno: come amarla o accettarla?
Mi preparai così ad una terribile e disperata battaglia: nessun cambiamento potevo sperare senza aver combattuto feroci e decisive battaglie. Era evidente. La foto sbiadita mostrava nitidamente tutto ciò che bastava: da anni mi trovavo per caso tra la gente, con la vita programmata secondo misure uniformi nel tempo e nello spazio. La famiglia, sebbene messa veramente male, la gerarchia e l’ubbidienza erano stati articoli di fede nel cuore dell’infanzia e le domande, più volte ripetute, non avevano avuto mai risposta. Su tre dogmi si erano a poco a poco inseriti postulati e corollari. Nessuna spiegazione: la verità è di per sé evidente e non si discute, sicché con le preghiere la bibbia laica aveva dettato anche le sue leggi. Ero in una gabbia invisibile fatta di obblighi non detti: ci aspettiamo da te. Tutto qui. Nessun comando, è vero, ma una pressione schiacciante. Totalitaria. Se deludi tradisci.
Il senso di colpa s’era fatto strada opprimente, a mano a mano che dentro maturavano rifiuti. L’autorità di mio padre era solo prepotenza, l’amore per mia madre un’atroce impotenza.
Mia madre.
Il progressivo spegnersi della sua dolcezza faceva strada ad un rancore irascibile e si annunziava a tratti in un’ombra tagliente negli azzurri occhi lucenti un po’ più stretti ogni giorno, un po’ più tesi – ed uno più piccolo dell’altro, vivo di vita propria in disaccordo con l’altro, come rispondesse ai comandi d’un altro cervello – in un inconsulto ed incomprensibile adirarsi che avrei presto imparato a conoscere. Nelle sue parole, nei suoi movimenti, persino nei suoi silenzi non sentivo più l’antica richiesta di aiuto – o di complicità, come pure era stato talvolta – ma irrequieta separazione, resa senza condizione a nemici ignoti nati entro il petto ancora florido che seguiva un moto del respiro anomalo, entro la testa ancora bionda coi capelli naturalmente ondulati e però più indocili, nemici ignoti, gnomi insinuanti, invisibili erinni ed una folla oscena di comparse laide che le urlavano ossessive le trame d’un inganno cui prestava un ascolto oraaddolorato, ora compiaciuto che la faceva annuire, come per qualcosa giunta a conferma di una ipotesi che infine si verifica esatta.
Tutto fu repentino e brutale, tutto volle dire chiusura. Persi in quei giorni la parte di sorriso che guarda al sole, e non l’ho ritrovata.
Da tempo mi portavo dentro il malessere della matematica alle ultime ore. Le ore in cui mi trinceravo all’ultimo banco, sbaraccando dal primo con la morte nel cuore. Per vincere la disperazione, interrompevo il contatto col mondo e mi perdevo tra accenti e sillabe di endecasillabi senza rima e vi stringevo puntigliosamente i candidi soles perduti di Catullo, che avevo eletto in quei mesi – ed ancora è con me – a mio antenato diretto e a nume tutelare di un cammino che non conoscevo. Quel giorno era andata peggio del solito. M’ero cercato apposta, dopo Fabullo “et omnibus cachinnis”, Catullo sprezzante con Cesare – posso ancora citarlo a memoria e non sbagliare il distico che mi affascinava, quel nil nimium studio, Caesar tibi velle placere, nec scire utrum sis albus at ater homo – e mi studiavo di trovare il ritmo più giusto e sorridevo persino, immaginando Cesare furioso, quando la mano tozza e pelosa del professore di matematica si posò sopra il foglio orgoglioso e fu la fine.
Lesse le prime parole ad alta voce e rinunziò a tradurre. Portò la mano melodrammatica alla fronte, usò toni comprensivi per la mia “discutibile abitudine a interessarmi di latino nelle ore di matematica”, ma, sostenne, “non potevo non essere d’accordo lui”: era l’ennesima prova di un mio “errore di valutazione nell’aver voluto frequentare il suo liceo scientifico”. Si fermò, attese una reazione che non venne, poi mi informò che tutti i miei compagni si stavano preoccupando di capire se “le leggi che governano la sfera si applicano anche al punto”. Passò infine all’attacco e domandò seccamente:
– Cosa pensa in proposito il suo Orazio?
I futuri scienziati della borghesia misero sul viso impaurito la maschera della neutralità: non intendevano immischiarsi, e pensai fosse giusto. Il silenzio che seguì fu innaturale. Il professore aveva ancora in mano il foglietto fitto dei miei tentativi di traduzione ed il prezioso e squinternato Stampini, acquistato per tre soldi da un ignaro robivecchi. Il colletto della camicia floscio e spiegazzato, la cravatta filiforme dal nodo appena abbozzato, gli occhiali doppi, i pochi capelli tirati all’indietro e il senso di sporcizia che ispirava il suo corpo tozzo mi si paravano davanti ostili e scostanti. Valutai gelidamente se valesse la pena di rispondere. Decisi che era giunto il momento di parlare e mi affidai all’istinto rabbioso che montava da dentro. Guardandolo, mi sembrò di vedere mio padre – era andata così dalla prima volta – e quel foglio che mi apparteneva portò il sangue alla testa.
– Catullo – cominciai lentamente, togliendogli dalle mani prima il foglio poi il libro – Catullo in tutti i licei, tranne che nel suo. Il punto diceva? Non ha dimensioni – e parlavo ormai come a me stesso – Come lei – sillabai – non ha dimensioni. Direi di no, direi che le leggi che si applicano alla sfera non valgono per il punto. Sarà certamente così e si potrà certamente sostenere anche il contrario. Lei non mi fa mai una domanda che prevede una sola risposta. Ce ne sono almeno due, sempre. Io ne trovo una e lei tira fuori l’altra. Orazio però non è Catullo e le cose stanno così: lei è un ignorante e un prepotente. Come uomo, professore, lei non vale nulla. Esattamente nulla.
Mi chiese di seguirlo in presidenza.
Lo spostai lentamente con la mano.
Arretrò senza contrastarmi, mentre mi avviavo alla porta. Uscii senza voltarmi e non mi fermò. Ora balbettava, consigliandomi di non farmi trovare in classe nelle sue ore.
– Non ci sarò – replicai – stia tranquillo.
Decisi per strada: basta con la scuola.
Non potevo certo saperlo, ma poche ore dopo avrei trascinato mia madre in manicomio.
Negli anni che sono seguiti, ho provato mille volte a ripercorrere la strada che feci tornando a casa quel giorno. Non ci sono mai riuscito.

Uscito su “Fuoriregistro” il 20 maggio del 2003

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E’ tutto lì, sul minacciato web. Può sembrare vita virtuale, ma è dolore, ferocia, barbarie: Genova, il sangue sul selciato, la furia cilena di Bolzaneto e, in un crescendo, la guerra contrabbandata per pace e la Costituzione violata, il cittadino espropriato del diritto di eleggere i suoi rappresentanti in Parlamento, l’ecatombe d’immigrati nel “mare nostrum“, il diritto d’asilo negato, la scuola, l’università e la ricerca ridotte alla fame, i poliziotti alla testa di bande fasciste a Piazza Navona. Tutto lì, come l’Europa di Altiero Spinelli trasformata in braccio armato del capitale, pronta a dar segno di sé solo quando una qualche sanguisuga s’inventa direttive alla Bolkestein per alterare il rapporto tra capitale e lavoro, i grandi commissari del Fondo Monetario Internazionale decidono della fame e della sete, i cervelloni di Lisbona mercificano il sapere e i tecnocrati che governano la finanza europea fanno da cerniera tra crisi, profitto e sfruttamento. Tutto lì sul minacciato web: i sacrifici imposti per alimentare la rapina delle banche, l’ingiunzione a lavorare di più e a rinunziare a diritti, salari, sicurezza e futuro.
Il nemico, ci dicono è Bin Laden, il nemico Saddam Hussein, il nemico è il terrorismo, il nemico è il clandestino, il nemico è il rumeno, che si tiene in galera anche se è innocente, il nemico è il relativismo, il nemico è papà Englaro. Una guerra dietro l’altra, un fantasma suscitato ad arte con una menzogna nuova orchestrata dai media, appena la paura di ieri non funziona più. E siamo ad oggi: città blindate contro l’impotente rabbia indigena e ghetti messi su da un giorno all’altro per ficcarci dentro le speranze immigrate e farne disperazione. A far da collante, la paura. Una paura che cresce, che si alimenta, che cancella i problemi e il senso delle cose. Un vuoto riempito di un nulla che genera i mostri dell’istinto e spegne la luce della ragione.

Non è un’aquila e recita da guitto quando scopre le carte – “dalle parole ora passiamo ai fatti” – né, a contenerne la vena reazionaria, basta Gelmonti, interprete maliziosa dell’asino in mezzo ai suoni: Brunetta è scatenato e, mentre la polizia tiene cattedra all’università insegnando a suon di botte agli studenti che il diritto di manifestare il dissenso non esiste più, fa il primo violino della banda Berlusconi e detta i ritmi della nuova solfa. Da quando governa lui, infatti, gli studenti in lotta per la formazione e la ricerca sono diventati “guerriglieri” e come tali vanno trattati. Certo, stando abilmente nel gioco delle parti, Gelmonti prova a frenare: “conoscete il ministro Brunetta, usa toni duri solo per provocare…”. Ma il violino non ci sta, si arruffa e sbuffa e oppone la forza al diritto e alla partecipazione.

Sembra sia passata parola: l’Europa è una pentola a pressione: In Grecia lo scontro sociale tende a farsi rivolta, a Barcellona la notte brucia e qui da noi, dopo Piazza Navona, Napoli e Torino, la destra estrema tiene la piazza con spranga e coltello. Morde, fugge, poi torna a colpire. E se nella Francia rivoluzionaria per ora l’attacco alla formazione s’è fermato di fronte alla protesta che dilaga, nell’Italia in balia dei leghisti una direttiva del ministro Maroni esilia il conflitto sociale nell’estrema periferia e chiude strade e piazze a scioperi e cortei.
Qual che sia l’esito dello scontro, un dato emerge da tempo disarmante: qui da noi i grandi assenti in questa stagione di lotte sono gli insegnanti. L’avvocato Gelmonti non ci ha messo molto a capirlo e procede come uno schiacciasassi e s’inventa una nuova e più pesante discriminazione: Il tetto del 30% per gli immigrati presenti in una scuola.
Chi attende che nasca un regime, aspetterà per molto. La democrazia, pugnalata alla schiena, è entrata in coma. Per impedire che muoia, occorre reagire. Il rispetto della legge è un alibi che non regge: alle disposizioni ingiuste, ai provvedimenti fatti apposta per colpire i deboli, si risponde col rifiuto, si fa appello alla coscienza e si disobbedisce. La Cgil sembra averlo capito e con un suo appello invita all’obiezione. Sono mesi che noi di “Fuoriregistro” battiamo sul tasto dell’obiezione e ne siamo convinti: la via è questa. E, tuttavia, non basta. Occorre aggregare tutte le realtà in lotta, costruire la via dello scontro mettendo assieme avvocati e giuristi, fare quadrato attorno alla Costituzione come fa quadrato il soldato costretto sull’ultima spiaggia. Occorre saper dire di no e, allo stesso tempo, ammonire: siamo pronti a lottare. Noi ci portiamo dentro una certezza; nasce dalle immutabili leggi della storia e non ci sono dubbi: non vinceremo subito, ma vinceremo.

Uscito su “Fuoriegistro” il 21 marzo 2009

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Lo spot che Tg1 intende far passare per notizia, dopo cenni confusi al “cinque in condotta” e un’esibizione da Bagaglino dell’avvocato Gelmini, l’ha offerto l’altra sera, tra squilli di trombe e rullar di tamburi, un Sacconi formato imbonitore, con la storiella tragicomica del “raddoppio”: prendere o lasciare. Se il padrone, che noi sovvenzioniamo in nome della crisi, prende i quattrini e, in nome della crisi, ti lascia per strada con le toppe al sedere e la famiglia da mantenere, voilà, il Presidente Fregoli, sedicente operaio, normalmente padrone, quando serve politico, talvolta imputato di questo o quel reato prontamente prescritto, ci garantisce, in nome della crisi, che vivremo da padreterni passando dal 10 al 20% della retribuzione annuale: prendevamo 1000 euro e ne avremo 200, che è come dire mancia competente. Un provvedimento che certo rassicura, ti assicura Vespa, rassicurato dal salotto buono in crisi d’astinenza per la penuria di catastrofi naturali, di omicidi morbosi su cui montare un caso e l’inflazione di violenze carnali su cui già troppi mostri si sono sbattuti in prima pagina per rinnovare i primati d’ascolto.

Lo spot ha un suo obiettivo; è una tiritera ipnotica che varca l’invisibile soglia della coscienza, fa breccia nell’inconscio e tu ci credi: tutto va bene, tutto è veramente normale, madama la marchesa. Tutto va bene ma, calato il sipario e terminata tra applausi prezzolati l’opera dei pupi, i precari della scuola della Campania si ostinano a far circolare notizie sediziose e tendenziose sul taglio degli organici previsto nella misura del 10%, perché, spiega un indecifrabile Direttore Generale della scuola targata Gelmini, la regione ha il 10% degli organici nazionali e le tocca pertanto – qui c’è un empito di giustizia sociale – il 10% dei tagli. A luci spente, sipario calato e platea deserta, il teatrino della politica mette in scena la sua quotidiana tragedia: tre ispettori di polizia – sottratti alla via consegnata a scippatori, ladri e stupratori – per tenere a bada la pericolosissima commissione d’insegnanti ricevuta durante un sit. E’ durato un’ora il colloquio coi precari e, sotto lo sguardo vigile e rassicurante dei solerti funzionari di Pubblica Sicurezza – la sicurezza è un’ossessione di questo governo sicuro delle sue insicurezze – il Direttore Generale d’una scuola che minaccia di andare avanti senza più insegnanti ha trovato il coraggio di sputare il rospo. Numeri approssimati per difetto: 5000 insegnati tagliati come spighe nei campi che, sommati ai 3500 dello scorso anno, raggiungeranno il totale impressionante di 9000 docenti tagliati definitivamente fuori da ogni possibilità d’insegnare. Il colpo più duro tocca per ora alla scuola primaria, che dovrà vedersela poi col maestro unico e col pensionamento delle compresenze.

– Cinque in condotta, blatera l’avvocato, perché noi amiamo la scuola.
– Dal 10 al 20 % per cento spara al vento Sacconi, come fosse al mercato delle vacche. In quanto al Direttore Generale, anima pia, si stringe nelle spalle rassicurato dagli ispettori di Pubblica Sicurezza, incuranti dell’insicuro futuro dei lavoratori.

A luci spente, sipario calato e platea deserta, il teatrino della politica mette in scena la sua quotidiana tragedia e, a dire il vero, in barba alla sicurezza, la rappresentazione assume toni poco rassicuranti: gli esuberi basteranno a coprire tutte le cattedre vacanti e per i precari è sicuro: non c’è più speranza.
La crisi, ripete da Arcore il presidente Fregoli, sedicente operaio e normalmente padrone, è un’esagerazione cattocomunista. E di rincalzo Brunetta, che si muove a comando, ripete con voce chioccia e sprezzante: fannulloni!
– Nulla da sperare nemmeno per quanto riguarda trasferimenti e assegnazioni provvisorie in ingresso, sussurra il Generale Direttore. L’elevato numero di esuberi è una barriera insormontabile e in forte dubbio, per mancanza di fondi, risultano ormai anche gli incarichi regionali.
– Supplenze? Chiede la delegazione sotto ammonitore dei tre ispettrori.
– Assolutamente da escludere, risponde l’alto funzionario della scuola che non c’è più.
Inutile porre il problema delle continue violazioni della 626. Il governo del “pacchetto sicurezza” ritiene che a scuola la sicurezza sia un lusso e gioca a un rassicurante scaricabarile: la sicurezza dell’edilizia scolastica è competenza dei Comuni.
Rimangono le graduatorie a esaurimento che nella scuola primaria campana sono, “un bruttissimo quadro appeso alle pareti e alle bacheche degli Uffici Scolastici Provinciali della regione. Un elenco di nomi e cognomi che nessuno convocherà più e che pertanto possono anche riciclare per le fotocopie. Un lungo elenco di esseri umani di cui, nessuno, ha avuto considerazione, che nessuno ha rispettato, nessuno ha tutelato” [1].
Nessuno lo dice, nessuno se ne interessa e se chiedete a Cota vi dirà con inquietante sicurezza inquietante che la soluzione migliore è il federalismo fiscale. Cota, Bricolo, Bossi e Borghezio hanno una ricetta per tutto: hai la febbre? Il federalismo fiscale te la farà passare. Hai sonno? Il federalismo fiscale ti sveglia; vuoi dormire, il federalismo fiscale ti addormenta. Di tutto e per tutto.
Nani, mercanti, ballerine, cantano a coro:

La scuola? Federalismo fiscale!
Il lavoro? Federalismo fiscale!
L’immigrazione? Federalismo fiscale!
Ll’inquinamento? Federalismo fiscale!
La crisi economica? Federalismo fiscale!
Il maltempo? Federalismo fiscale
Federalismo, federalismo e federalismo. E si danno il cambio: se Cota è cotto, passa la palla a Bricolo, se Bricolo è alla frutta appoggia a Bossi e Bossi la dà a Borghezio.

Federalismo federalismo e ancora federalismo: è la ricetta per tutti i possibili mali.

Tradotta in termini lavorativi, in Campania, per gli insegnanti precari, la ricetta non significa solo disoccupazione, ma internamento, divieto e clausura: nella Repubblica un tempo fondata sul lavoro, oggi ai precari si nega il lavoro. Ridotto il Paese a un’accozzaglia di repubblichette, l’una arroccata attorno alla sua ricchezza, l’altra circondata dal muro invalicabile della sua povertà, i precari non hanno più diritto di cercar lavoro fuori della propria città e non possono assicurare un’esistenza dignitosa alla famiglia. Mariastela Gelmini di certo non lo sa, ma è peggio, molto peggio di quanto riuscì a fare quel nobiluomo di Mussolini, il duce del fascismo, quando decise la “disurbanizzazione degli immigrati privi di possibilità di lavoro“. Conquistatori d’imperi ma stranieri a casa loro, benché cittadini italiani, gli “immigrati” furono così espulsi e “rimpatriati” con foglio di via obbligatorio se non residenti e privi di lavoro. Gelmini taglia il male alla radice: il precario è internato nella sua provincia e non ne esce, anche se altrove può trovar lavoro.

Cancellato così così il principio di solidarietà e negata la libertà garantita dalla Costituzione, questa sorta di delirio va facendo lentamente il suo percoso, come una malattia dal decorso lento ma ineluttabile, danneggiando la qualità della scuola e minando alla radice il senso etico dei nostri giovani: Certo, l’avvocato Gelmini offre momenti di vero cabaret e Sacconi formato imbonitore insiste sulla storiella tragicomica del “raddoppio”: prendere o lasciare. Se il padrone, che noi sovvenzioniamo in nome della crisi, prende i quattrini e, in nome della crisi, ci lascia per strada con le toppe al sedere e la famiglia da mantenere, voilà, il Presidente Fregoli, sedicente operaio, normalmente padrone, quando serve politico, talvolta imputato di questo o quel reato prontamente prescritto, ci garantisce, in nome della crisi, che vivremo da padreterno passando dal 10 al 20% della retribuzione annuale: prendevamo 1000 euro e ne avremo 200, che è come dire mancia competente. Tutto va bene, madama la marchesa e, tuttavia, ci vuol poco a capirlo: questa gente sta seminando vento. Prima o poi, raccoglierà tempesta.

[1] Da una mail di Antonella Vaccaro, che ha fatto parte della delegazione di precari che ha incontrato il FDirettore Generale Bottino.

Uscito su “Fuoriregistro” il 14 marzo 2009

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Il Comitato Anticolonialista si riuniva a Vico Zuroli, a Forcella, cuore della città malavitosa, in un palazzo nuovissimo con un passato breve ed emblematico – se ne è persa la memoria di storie così, ma furono per anni vicende ordinarie – che a ricordarlo oggi, nel futuro remoto in cui sprofonda la civiltà dei diritti umani, getta fasci di luce accecante sulle chiacchiere libertarie dei signori della guerra preventiva ed infinita.
Da bambino l’avevo odiato, perché in una città da affollamento arabo – ed araba assai spesso è la mia gente – che non ha spazi per i bambini nel reticolo stretto e buio dei cardini e dei decumani, sepolti nell’ombra degli edifici levati al cielo in cerca d’aria e luce, quel palazzo era venuto a cancellare un mondo. Prima che nascesse con i suoi pilastri di cemento armato, i suoi balconcini affiancati e gli ascensori silenziosi all’ingresso delle due scale, c’erano cumuli di macerie – i monti fantastici dei miei giochi infantili – pareti pericolanti e brandelli di scale d’un vecchio palazzo seicentesco sventrato pochi anni prima da una bomba angloamericana decisa a spazzar via i fascisti ad ogni costo, pur di liberarci. A costo di buttar giù la città casa per casa.
Su quella disperazione dimenticata correvano i miei sogni nei lunghi pomeriggi della mia prima infanzia. Corse, capriole, battaglie tra improvvisate trincee, gare spericolate e rischiose tra gradini incerti e muri pericolanti erano il palcoscenico sul quale io ed i miei compagni rappresentavamo noi stessi e ci sentivamo padroni del mondo. Ci venivano talvolta disastrate compagnie di attori che regalavano sogni fatti di luci e colori e ci lasciavano a bocca aperta sulle sedie portate da casa e sistemate come si poteva nel breve pianoro tra i monti prodotto dal capriccio del bombardamento, dalle insondabili leggi che avevano disposto le rovine secondo u progetto di funzionalità condotto a termine dal nostro tenace lavorio di scavo e consolidamento.
Là, tra le rovine lunari prodotte dalla guerra, ho conosciuto la magia del teatro e m’è rimasta dentro – era Natale e davano la popolare “Cantata dei Pastori” – l’emozione d’un duello coloratissimo tra un arcangelo velato di blu, con la spada e lo scudo scintillanti, che una fune conduceva dall’alto sino a terra contro un drappello satanico, agitato e minaccioso nei mantelli rossi come il fuoco, e subito messo in fuga dal trionfo della luce celeste e dalla voce fuori campo d’un dio onnipotente che ci conquistava ed atterriva, fino all’apoteosi finale delle musiche e dei balli scoordinati, che ci mettevano la voglia irrefrenabile dell’applauso e suscitavano la passione mai più sparita per la “recita“.
Eravamo seduti, si scoprì poi durante i lavori di scavo delle fondamenta, su di una enorme bomba inesplosa che ci aveva minacciato per anni. “Liberati” dagli alleati, nutriti di latte in polvere e cotognate del piano Marshall – lo pagavamo in fondo con il riciclaggio dei fascisti, la tutela del Vaticano e la devitalizzazione del sogno partigiano – non saltammo in aria perché l’arcangelo Gabriele, tirato su coi fili magici dagli attori da strada, si era messo evidentemente in testa che no, non poteva accadere che la guerra appena finita diventasse infinita.
Gli angeli non fanno la storia e Gabriele lo sta imparando. Non poteva saperlo, ma la guerra infinita era là che attendeva lui e noi. C’era, in quel futuro che non conoscevamo ancora, ma si poteva intuire nelle rovine d’una guerra che aveva ancora una volta mentito ed ucciso. Era un passato che si è fatto presente e torna a mentire di liberazione.
Liberazione, dopo i disastri provocati dai liberatori vittoriosi ai popoli del pianeta ingannati.
Il Comitato Anticolonialista era lì, a quattro passi da casa, misterioso quanto bastava per attirare la curiosità d’un ragazzo che si portava dentro la storia d’un nonno socialista perseguitato e forse ucciso dai fascisti, una passione politica precoce ed estrema, irrimediabilmente sbilanciata verso i deboli e gli oppressi, alimentata da amore per la storia, spirito d’avventura, foscoliana passione le “egregie cose” che comportavano il desiderio fermo di morire per nobili ideali. E nobile ideale mi pareva in quei tempi lottare per la liberazione di mia madre dalla prepotenza di mi padre. Nobile, soprattutto – ma non me ne rendevo conto – perché mi consentiva di trovare una causa razionale all’irrazionale “opposizione” che organizzavo scientificamente contro il potere paterno ed altro forse non era se non voglia di sentirmi uomo.
Ci giunsi, al Comitato, seguendo le indicazioni di un manifestino ciclostilato che accennava alla lotta di liberazione del popolo algerino e chiamava alla “solidarietà” democratica. “Liberazione” fu la parola magica che mi convinse. Giovanissimo – quindici, sedici anni appena – mi ritrovai così nel palazzo sorto sul palcoscenico delle mie avventure infantili, in una camera piena di fumo, illuminata da una lampadina fioca e insufficiente. Il Fronte di Liberazione Nazionale, il colonialismo, l’Algeria e De Gaulle, ogni cosa mi giungeva incomprensibile e tutto mi pareva finto.
C’erano regole non scritte. Lo capii subito. Un linguaggio specifico, con intercalari comuni e differenze che pretendevano di essere significative ed erano impercettibili. C’era soprattutto una inconciliabile contraddizione tra l’intento dichiarato – discutiamo, quindi chiariamoci – e i soliloqui che ascoltavo intimidito.
Mi guardai attorno. L’abbigliamento era costoso, l’aria trasandata era ricercata e le sfumature rivelavano un malcelato bisogno di esibirsi. Davanti a me, pipa in mano, sciarpa scozzese al collo, basco di feltro, lenti spesse di tartaruga ed un pantalone di velluto bleu su polacchine consunte, il segretario del Comitato riassumeva la discussione in una sequela di “farci carico”, intercalate a compagni algerini e succhiate annoiate della pipa spenta e riaccesa tra incomprensibili ed aromatici segnali aromatici di fumo, che facevano il paio con una complicata serie di misteriosi e ricorrenti tic. Avrei maledetto la decisione di presentarmi alla riunione se una provvidenziale interruzione non avesse spento sulla bocca del segretario l’ennesimo “compagni” – e non saprò mai se fossimo noi o gli algerini – per scandalizzare i presenti con un intervento chiaro, fatto di parole semplice e concetti articolati senza eccessi di intercalari, senza esibizioni eccentriche e con il dono delle cose concrete che trasformano gli ideali in idee e quest’ultime in iniziative.
Giuseppe – Pino avrei detto dopo diventato suo amico – rimproverò le troppe chiacchiere inconcludenti, riferì di un suo “contatto politico” con i guerriglieri del Fronte. Una lettera in francese letta in italiano con un invito accettato e la tragedia della tortura che mi prese d’un tratto allo stomaco molto più che la pipa aromatica del segretario, condussero la riunione alla fase operativa: due guerriglieri da ospitare, una mostra con foto, manifesti e documenti, un possibile coinvolgimento di esponenti politici e sindacali che però avrebbero cercato di “mettere il cappello” all’iniziativa. Sicché, concluse, meglio sarebbe fare da soli.
Pino era fatto così. All’opposizione sempre – anzitutto contro me stesso diceva sorridendo – una fiducia senza limiti nelle ragioni della democrazia, una irrimediabile rottura col padre dopo la morte della madre infelice, Marx studiato e tradotto – ed era davvero amore ed odio – tremila e più libri di critica d’arte portati faticosamente in giro nei frequenti traslochi, e le splendide schede per i cataloghi alla villa Floridana, era l’anima bellissima in un corpo infelice; grasso, fortemente miope, d’una sensibilità fine che gli faceva amare l’arte e lo esponeva alle grandi passioni e alle delusioni disperate, non ebbe nella sua vita altro amore femminile corrisposto se non quello impossibile per la madre, morta assai giovane e fu davvero per me il sogno chiuso nella realtà. Mi insegnò la sofferenza della coerenza – che ho più volte tradito – mi fece intuire – e forse intuì – la solitudine della genialità e mi regalò un’amicizia che il tempo e la morte non hanno mai cancellato.
Dopo quella riunione divenni il suo pupillo. Sognò per me un futuro di storico militante, mi diede da bere e mangiare Marx e l’antidoto a tutte le bibbie e mi lasciò anni dopo, professore in fondo al Cilento, dove l’aveva condotto la lotta col padre che fu anche lotta per l’indipendenza economica. Lui ricco, si nutrì poco e male, spese quanto aveva nei libri e nelle utopie d’una generazione che ebbe momenti altissimi di generosità e si ammalò lentamente, senza mai domandare un aiuto. Morì e non me ne accorsi e si lasciò condurre alla tomba senza saluti: all’ultimo incontro giungemmo distratti. Io al bivio che non gli confessai – ma poi non fu lotta armata e ci entrava Giuseppe, Dio sa se c’entrava – lui che stava già malissimo, mentre tornava in Cilento, e sorrideva con tristezza. Spese gli spiccioli della sua vita a Celle di Bulgheria e tornò a Napoli senza dirmi che moriva.
So dov’è sepolto e non ci sono mai andato. Non se n’è dispiaciuto. La morte divide per sempre – diceva disperato – e la sola tomba che ebbe un senso per lui fu quella della madre.
Uscii dalla riunione rianimato. Il Comitato mi mise al lavoro, imparai a diffidare degli intellettuali, mi legai moltissimo a Giuseppe e partecipai alla realizzazione di quella che in fondo fu un’impresa: due militanti del Fronte di Liberazione a raccontare la loro esperienza, raccogliere consensi ed aiuti, una mostra di foto eloquenti e tragiche, con gli effetti della tortura che fanno la storia del civilissimo Occidente ed un breve dibattito. Lasciata la sala mi trovai i strada con il cuore gonfio di emozione e gioia; portavo sul viso i miei sedici anni, l’assoluta inesperienza e una grande fierezza. Poco, evidentemente, per sfuggire alla celere. Attorno non avevo quasi più nessuno. In un attimo tutti spariti. Non ci furono squilli di tromba: la prima manganellata giunse precisa e dolorosa e attorno agli occhi una luce innaturale, come un fulmine nuovo mi fece pensare alla corrente elettrica. Quella usata dai francesi per gli algerini. Ad un metro Giuseppe urlava come una furia e mi chiamava: era tornato indietro, quando non m’aveva visto: polizia fascista urlava e lo portavano via.
Rimasi seduto a terra. Vomitai. Avevo intorno manifesti strappati e passanti curiosi. Sentii che la gente mi guardava con diffidenza, come si guardano i ladri.
Nell’Italia sonnolenta si inaugurava solennemente il centenario dell’Unità. La retorica patriottarda saliva alla gola. Quando tornai a muovermi senza dolore, strappai pagina a pagina il libriccino oleografico delle celebrazioni. Preso da una incontrastabile passione, mi sentivo molto più algerino che italiano.
E’ trascorsa una vita. Italiano non sono più tornato.

Uscito su “Fuoriregistro“il 21 aprile 2003

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