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Archive for febbraio 2010

Ora si fa così: delle foibe nelle scuole parlano solo “testimoni diretti di quei fatti, nonché studiosi che abbiano approfondito il tema con serenità e rigore“. Chi decida quale sia il confine tra serenità e dissenso non si capisce bene, né si sa chi garantisca che rigore non sia sinonimo di consenso o, peggio ancora, di allineamento alla vulgata politica che poco ha a che vedere con la storia. In quanto ai testimoni, chi dissente, cos’è, un “testimone falso“?.
Domande senza risposte.

E’ questa la nuova filosofia della storia e chi non è d’accordo stia zitto: parla chi rinosce un articolo di fede: l’Italia è innocente e il fascismo non c’entra. Così è se vi pare e lo storico racconterà solo ciò che lo Stato comanda.
La libertà di pensiero e quella d’insegnamento non esistono più.

C’è una versione ufficiale e politica. l’unica. Ne sono depositari i “testimoni diretti” – nuovi, viventi e inconfutabili documenti su cui fondare d’ora in avanti la ricerca storica – e non c’è possibilità di contraddittorio, verifica e valutazione critica. La verità è una, fissa, immutabile, eterna e, per certi aspetti, “rivelata“. Verità di fede. Questo è quel che ha prodotto la discussione sulla “vicenda foibe” e guai a chi si discosta dalla verità della velina. Lo stabilisce una risoluzione del Pdl (la prima firma è quella della “nominata” Paola Frassinetti). L’hanno votata all’unanimita’ in “Commissione Cultura” – proprio così: “Cultura” – alla Camera anche le sedicenti opposizioni.

Com’era da aspettarsi, non c’è stato clamore – e chi dovrebbe farlo? – nessuno se n’è accorto, nessuno s’è ribellato e la corporazione degli storici se n’è stata religiosamente zitta. Finché c’era da guadagnarci l’onore, la fama e le ricche prebende, l’intellettuale partiva lancia in resta in “difesa dei valori della Costituzione“. Il mondo ormai è cambiato e “i commessi” del nuovo gruppo dominante si danno da fare. La loro funzione è quella di consolidare l’egemonia sociale del nuovo governo politico.

Nessuno lo dice, non so bene perché, ma non ci vuole molto a capirlo:
torna d’attualità il progetto della “Grande Italia” e chissà che non stiano già sorgendo i “Comitati per l’Istria irredenta” e un “Movimento per la Corsica e la Tunisia italiane“.
Per il momento, un punto a favore il neo-nazionalismo l’ha segnato: la verità è di Stato e gli insegnanti faranno bene a ricordarlo.
A questo punto la domanda è una, amara, ma necessaria: “C’è qualcuno che pensa ancora che l’Italia sia una “repubblica democratica?”.

Uscito su “Fuoriregistro” il 24 febbraio 2010

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La scuola pubblica affonda e, prima del “che fare?”, occorrerà per un momento chiedersi il perché. Prima dei “numeri” e della loro analisi, il contesto ideologico. E, per favore, nessun sorriso scettico. C’è, esiste. Al di là dello sbandierato rifiuto delle “ideologie“, è sotto i nostri occhi. La riduzione pregiudiziale a “ciarpame ideologico” dei valori di riferimento su cui trovò fondamento l’edificio repubblicano nella transizione dal fascismo alla Repubblica è il brodo di coltura da cui nasce la “democrazia autoritaria“: il rifiuto delle ideologie è, di per sé, un’ideologia e, a ben vedere, la peggiore di tutte, perché non criminalizza la degenerazione di principi ideali nella loro realizzazione concreta – questa sì, a rigor di logica, ideologica – ma pone sotto accusa direttamente i principi. Non è, quindi, come si tende a far credere, una manifestazione di sano pragmatismo. No. E’ altro e ben peggio: siamo di fronte a un tentativo – caratteristico d’ogni regime autoritario – di costruirsi un’identità che non deve necessariamente corrispondere alla natura profonda del movimento da cui nasce. Di fronte, per esser chiari, a una malcelata propensione all’autorappresentazione che consente a un regime di radicarsi.
La modernità della “formula“, che contempla la sopravvivenza formale degli Istituti democratici, svuotati tuttavia di contenuti concreti, non rende necessario l’apparato dei segni esteriori: sfilate, adunate, camicie nere o fasci littori non renderebbero un buon servizio e non sono previsti. L’egemonia culturale è ovviamente un obiettivo, ma il suo conseguimento segue altre vie e si serve di altri strumenti. Ed è su tale via che si può cogliere la spiegazione profonda dei fatti che accadono e delle scelte che li determinano.
Il berlusconiano “teatrino della politica“, per fare un esempio, quello sul quale l’uomo di Arcore si esibisce peraltro da tempo come un guitto da tre soldi, non colpisce, come vorrebbe far credere, una “maniera di far politica“, ma l’idea stessa, il concetto, la sostanza della politica. E’ un’immagine stilizzata, solo apparentemente estemporanea, di una concezione profondamente ideologica della vita sociale e della “partecipazione“: la politica è solo aggregazione di interessi, svincolata da legge morali, e a darle retta si perde solo tempo. La politica non serve, la politica è caccia al potere personale.
Io lo so – spiega il messaggio – noi lo sappiamo e ne facciamo a meno. Noi siamo “concreti“, liberali, disinteressati e non nascondiamo quello che gli altri nascondono, noi cerchiamo il potere, ma non per fini di arricchimento personale: siamo già ricchi ed affermati. Noi siamo fuori dal teatrino e non facciamo politica. Noi gestiamo un’azienda.
Su questa base – e in forza di uno slogan di successo – si è costruito uno schieramento politico che agli occhi degli osservatori esterni – soprattutto degli “spettatori” – ché la televisione è il perno del regime – è differente e migliore di tutti gli altri. Sulla base di questo principio, sono nate e si sono consolidate prima una “coscienza virtuale“, poi, senza che ci fosse bisogno di manganelli e olio di ricino, un’adesione “spontanea” al “partito nuovo“, ad un’associazione politica strutturalmente ideologica e militante, che aggrega interessi, ma appare disinteressata e investe il capo di un ruolo quasi “religioso“: qui rinnovatore, là perseguitato, spesso profetico. “Innocente” per definizione.
Se su questa base si ragiona di scuola, i conti tornano, il governo sembra aver ragione e i lamenti scandalizzati servono solo a rafforzarlo. E’ un fatto: i 132.000 docenti in meno che lavorano nella nostra scuola grazie alla Gelmini, passano indifferenti nella cosiddetta “società civile” distratta, se non complice, perché prima è passato sul velluto l’indottrinamento sul “fannullonismo” contro cui si son levati – come un sol uomo – intellettuali e politici d’ogni colore. Brunetta e la sua arroganza sono solo l’applicazione concreta di un principio cardine ricavato dalla propaganda nazista: una menzogna, sostenuta con la più ostinata e scientifica spudoratezza, diventa “verità” nella coscienza di un popolo. Perché vero è questo: quello in cui crediamo o ci fanno credere. Ed ecco spiegato il silenzio o il consenso su un dato davvero “mostruoso“: ben venga il licenziamento di massa. Questo sta accadendo ed è bene dirselo. Accade, perché non ricordiamo più ciò che un tempo ci era chiarissimo: il “fannullonismo” è il prodotto politico di un patto scellerato, del voto di scambio e di mille altri fenomeni che chiamano in causa anzitutto Brunetta. Ma questo non conta. Conta la verità virtuale.
Così, per la gente, non ha molta importanza che le classi siano più numerose, che gli insegnanti siano disprezzati, demotivati e pagati con quattro soldi. Importa che finalmente qualcuno “metta a posto prepotenti e sfaticati“. Conta il principio falso, ma accettato per anni da tutti come oro colato, che “privato è buono e pubblico cattivo“. Qui, per questa breccia, sono passati il sostegno alla scuola privata e lo smantellamento di quella pubblica; qui è nata la creazione d’un mondo di disoccupati; l’abbiamo avuto sotto il naso per anni questo processo e l’abbiamo approvato. Qui, profittando della comoda rinuncia a un’assunzione di responsabilità, è passato e passa il disastro del Paese: c’è voluta la teorizzazione della “precarietà” come scelta di vita e “strada felice” verso la globalizzazione: la sottomarca del “sogno americano” alla Veltroni. Americano made in Italy. Per strano che possa apparire, il berlusconismo non è il pensiero di Berlusconi o la maniera di far politica della destra, ma una strategia del capitale cui una sinistra senz’anima e senza storia ha guardato con favore fino a quando la forza delle cose, che non si lascia incantare dal circo mediatico, non l’ha cancellata dal “teatrino della politica“.
Da questa consapevolezza occorre partire per “rivoluzionare” l’opposizione politica e soprattutto sociale. E’ questa la rivoluzione che occorre tentare. Oggi. Subito. Domani sarebbe tardi. I regimi, anche la nuovissima “democrazia autoritaria“, rischiano tutti di finire nel sangue: non possiamo lasciare questa terribile eredità ai nostri figli.

Ucito su “Fuoriregistro” il 20 febbraio 2010

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I “Censi“a Secondigliano non esistono più da una vita; li ha cancellati la ruspa alla fine degli anni Settanta quando il Comune avviò il “Piano di recupero delle aree periferiche” che, bella incompiuta, s’è perso sulla soglia di un limbo: dove i sogni muoiono e nascono gli incubi. Sulle macerie dei “censi“, tra “recupero” e terremoto dell’Ottanta, vennero su, come per incanto case popolari e una camorra da società dei consumi che non ha niente da spartire con l’onorata società di lazzaroni e guappi. E, d’altra parte, i “Censi” non avevano nulla a che vedere con la periferia napoletana e col vicino deserto cementificato di Scampia, coi palazzi troppo alti per essere considerati semplici caseggiati e troppo bassi per sembrare grattacieli. Nulla a che vedere, in fondo, nemmeno con le bestie che si vanno facendo la pelle per istinto ferino, mentre cronisti di ultima generazione si ingegnano a raccontarceli come fossero uomini che hanno pensieri. E’ questo il nostro tempo, questo il futuro che si è fatto presente: un incubo nuovo nato per non aver futuro. Questo è il nostro mondo. I “Censi” no. Fondete in un corpo rachitico la miseria, l’ignoranza e la rassegnazione, radicate nell’ombra di ripugnanti tuguri marciti assieme alla povera gente che ci abitava l’aborto che ne viene fuori, ed ecco i “Censi” come li vidi per la prima volta, negli anni Settanta del secolo scorso, addensati inspiegabilmente tra il cimitero, gli stucchi umbertini, stinti ma pretenziosi, dei palazzoni di Corso Italia e gli alveari anonimi e degradati di Via del Cassano: viuzze parallele nate nel ‘700 e, tra un vicolo e l’altro, file di casupole affacciate su entrambe le strade, anticamente destinate a depositi e scantinati. Un agglomerato di terranei irregolari che la stagione faceva gelati o bollenti, cupi, asfissiati in dedali scivolosi e grovigli di umanità diffidente che pareva straniera e ti seguiva con la coda degli occhi fino a quando poteva.
Così, con la sensazione d’essere seguito li attraversai per la prima volta – e così ci passai da allora quasi ogni giorno per sei anni, solo che gli sguardi che mi seguivano s’andarono facendo via via affettuosi – così me li lasciai alle spalle, attraversando per la prima volta via Tagliamonte, prima di sbucare su una spianata di terra battuta, coperta di radi ciuffi d’erba di un verde tendente all’olivastro, che aveva al centro due prefabbricati grigi con mille finestre dai vetri rinforzati, circondati a loro volta da un muro di tufo, preso in mezzo da cumuli d’immondizia, carcasse d’auto, bidoni anneriti dal fumo di notturni falò, tende, roulotte e zingari accampati. Una specie d’inferno, stretto d’assedio da gipponi della celere e agenti in tenuta antisommossa, che facevano da argine a una folla inferocita.
Non fanno a tempo ad andarsene via questi – mi spiegò poco dopo il direttore didattico – e ne arrivano altri. La mia vita da insegnante, per me che da studente avevo sbattuto la porta promettendo di non mettere mai più piede in una scuola, cominciò così, tra zingari recalcitranti, mamme inviperite, celerini pronti all’assalto e bambini di prima elementare che entravano in classe e si smarrivano, scavalcando timidamente compagni sdraiati a terra che, avvinghiati alle caviglie delle madri urlanti, singhiozzavano la loro disperazione per quel primo giorno di scuola che ci metteva insieme perché il destino è beffardo. Lo seppi subito, ne fui immediatamente certo, mentre mi perdevo dentro quegli occhi disperati, capaci di parlare molto più che le bocche: la scuola che avevo odiato mi avrebbe ancora profondamente ferito. E però l’avrei amata.
Erano giorni di gran fermento e ad ogni svolta le bombe incrociavano la crescita sindacale, la protesta giovanile e le riforme quasi leniniste che, intaccando le “strutture“, avrebbero dovuto condurci per forza – la formula era allora usuale – ad un cambio di sistema. C’era chi già ne vedeva i segnali e chi ci faceva su i conti, sciorinando il bel parlare della sinistra colta, che se ti scegli il tempo e l’occasione, trasforma la piazza e il movimento in palazzi e poltrona.
La grande “vittoria” dei Decreti Delegati stava producendo la scuola di massa.
Ai “censi” la “democrazia partecipata” ebbe subito vita animatissima: per un anno i genitori colti – ce n’erano più di quanto pensassi – occuparono il potere sull’onda del voto politicizzato e di una polarizzazione sinistra-destra che consegnò, come assai spesso accade, la direzione dell’orchestra all’equilibrio attendista di che si tiene al centro. A destra ci furono lotte dure per cacciare pidocchi e pidocchiosi dalla scuola in nome di un classismo arrogante ed elitario, e lotte durissime ci furono a sinistra per tenerseli, pidocchiosi e pidocchi, in nome di un nobile ed astratto egualitarismo. A centro non si lottò e non si fecero proposte, ma il prete in parrocchia consigliò moderazione alla destra e concretezza alla sinistra. In definitiva, il destino dei pidocchi non fu mai scisso da quello degli sventurati pidocchiosi, ai quali, tuttavia, un ogni occasione elettorale, tutti regalarono pettini stretti, aceto e certa miracolosa polvere bianca in barattolini verdi bucherellati, e tutti chiesero il voto, quale che fosse il “colore politico“: si votasse per il consiglio di Circolo o per quello Comunale, per la Provincia o per il Parlamento, il voto ai pidocchiosi dei “Censi” lo chiesero tutti. Ho conosciuto maestri che così hanno iniziato la scalata e qualcuno è salito anche in alto, barcamenandosi tra destra, centro e sinistra. Le lotte feroci – quanto futuro c’è sempre nel presente che si fa passato e quanta storia dell’uomo viviamo senza capire che è storia – furono interrotte solo da significative alleanze contro gli zingari, che tutti volevano mandar via, quale che fosse il pulpito dal quale si predicava – e contro il corpo docente, spaesato dalla rivoluzione della scuola di massa e in buona parte cialtrone nel mimetizzarsi. Sì arrotondò il corpo docente, si ammorbidì, si fece flessuoso e viscido come quello d’un verme e si arroccò istintivamente su ideali centristi e interclassisti fondati sulla nostalgia per i bei tempi andati, lo schifo per i pidocchi della scuola di massa – che era il corrispettivo concreto dello schifo ideale nei confronti delle masse – e benedisse i furbi, quelli che aprirono contenziosi su servizio e carriera e giunsero ai sindacati di classe – dirigenti s’intende – scollati dal mondo operaio, alfieri delle riforme democratiche, sempre più contingenti e meno strutturali, degli esoneri a vita per i quali spendere ogni energia. Presto la “società civile” piantò baracca e burattini e si rivolse al privato.
Per suo conto, il Direttore Didattico, che non giunse mai ad essere dirigente e nemmeno si sognava il futuro manageriale che gli preparavano i suoi colleghi diventati controparte sindacale, impiegò tutto il suo coraggio di ex combattente per far quadrare i conti, ma alla scuola di massa mancò sempre qualcosa, dai bidelli agli arredi, dalle aule alla palestra, dai laboratori ai sussidi. Tutto o quasi e, alla fine, gli insegnanti male educati alla massificazione, tennero la posizione meglio che altri. La “democrazia partecipata” si spense col tempo, nella solitudine degli Organi Collegiali, nell’assedio invincibile di zingari, copertoni e carcasse d’auto rubate, nello scontro al coltello con lo stipendio da fame e nella consapevolezza che, appena avviate, le riforme di struttura chiudono l’onda alta delle stagioni del riformismo.

L’ispettore che mi giunse in classe al biennio – inequivocabilmente uno scienziato della borghesia nel campo degli studi umani – non si annunciò. Mi si disse poi che usava farlo con le colleghe per renderle disponibili a transazioni. Non chiesi e non so dire quale utile commercio abbia mai combinato, ma era la sua via. Chiese ai ragazzini irrequieti l’inno d’Italia e non ebbe risposta, trovò che quasi tutti scrivevano buoni pensierini ma nel dettato erano scadenti – questioni di velocità ignorate, non saprei dire con quanta consapevolezza – e si fissò sul suo impeccabile abbigliamento:
Di che colore sono i pois della mia cravatta?
Rivolse la domanda a Iavarone, seduto nel panico al primo banco, e gli occhi neri fattisi inespressivi lo irritarono. Ci riprovò con Bruognoli e Marani, due di quelli bravi, e fu silenzio di tomba. Prima che aprisse nuovamente bocca, lo bruciai sul tempo.

Statemi a sentire. L’ispettore vò sapè ‘o culore de’ palle ca tene ncopp’a cravatta.
Rosse e gialle! Rosse e gialle!
Un coro.
Ispettore – gli dissi indicando i ragazzi – questi sono dei “censi”. Il francese non lo conoscono e i pois li chiamano palle!
Un lieve tic all’occhio fu la reazione. Io ero impallidito per un’ira improvvisa e incontenibile:
– Lo metto fuori, pensavo. Caccio fuori lui, la cravatta e i pois. Così se ne ricorda e impara.
Se ne andò invece da solo, brontolando un saluto indispettito, con i miei registri sottobraccio, leggendo ad alta voce le prime parole di una programmazione: “Qui è legione straniera. Un avamposto nel deserto. La scuola c’è per segnare un possesso: territorio della repubblica. Ci manca tutto, comanda la camorra. La mia cultura non serve: sto imparando il mestiere sulla pelle degli alunni“.
Quando il Direttore mi chiamò, mentre i ragazzi ordinati in fila mi salutavano affettuosamente e Marani mi chiedeva dei compiti in italiano, aveva un’ombra nello sguardo.
Era un uomo corpulento. Alto, stempiato fino ad essere quasi calvo, biondo ancora benché vicino alla pensione, aveva occhiali dorati dalle lenti spesse, occhi azzurri vivissimi sopra il naso grande e le labbra curve in basso disegnavano una piega amara. Si agitò un attimo, nel grigio doppiopetto trasandato e poi sbottò:
Ma che mi hai combinato? Se n’è andato come un pazzo! Gliela do io la legione straniera! Gliela do io! Un pazzo pareva.
E non faceva niente per nascondere un’ilarità compiaciuta e complice che gli sollevava la piega della bocca fino a disegnarvi un sorriso.
Dice che il biennio non lo passi – proseguì provando a farsi serio – Io però sono stato chiarissimo. E’ giovane. La forma non è quella giusta, ma la sostanza c’è. Avresti dovuto vederlo: se n’è andato furioso, ma non farà il cretino. Non ha gli elementi e lo sa.
Gli dissi delle palle sulla cravatta. Prese a ridere, si congestionò, tossì come un pazzo e riprese fiato accendendo una sigaretta che lo rimise miracolosamente in sesto.
Con i ragazzi trovati in prima giunsi fino alla quinta. In prima, quando si fu a Natale, non ce n’era uno che leggesse o scrivesse. Grandi cerchi fuori dai righi, ominidi stilizzati come se ne trovano a volte nelle caverne del paleolitico, dipinti da macchiaioli e impressionisti era tutto quanto avevo ottenuto seguendo una “Guida per il maestro” pensata per un ragazzo tipo che non prevedeva i “Censi” ed ero disperato. Le classi “buone” facevano progressi, il ghetto nel quale m’ero chiuso vegetava tra gli zingari e i pidocchi. Mi volevano un bene dell’anima, si sforzavano di seguirmi e facevano miracoli di disciplina. Profitto zero e prese a divorarmi un’ansia che non aveva nome. La notte sognavo segni e disegni dell’alfabetiere, mi svegliavo col cuore in gola e la fronte sudata e mi calmavo preparando gli esami per l’università.

Il miracolo avvenne a fine febbraio, dopo un baleno accesosi negli occhi solitamente spenti del povero Bocchetti, che mi portò trionfante un foglio tutto parole uguali ma corrette. Balbettava un poco di solito, Bocchetti, e se la doveva vedere con un tremito nervoso che diventava invincibile quando i compagni gli facevano il coro, ma quella volta fu fermo e deciso. In un quadratino in alto a sinistra, com’era prescritto dalla “Guida“, aveva disegnato in maniera accettabile un bel topo pasciuto acquattato sulla lunga coda sottile e la pagina era piena di ordinatissime ti: maiuscole, minuscole, in corsivo e in stampatello. Tutto preciso. Tutto pulito.
Bravissimo! – gli dissi sobbalzando – E che hai scritto?
Prufesso’, la z di zoccola! Rispose con la luce negli occhi.
E luce si fece così nella mia povera testa confusa. Per quei ragazzi il topo aveva due nomi: sorice o suricillo se si trattava di un topolino, zoccola o zucculona se le dimensioni si intendevano grosse. Era terra straniera.
Lavorai per un giorno e una notte e quando fu tutto finito ero uno straccio, ma ai “Censi” giunsi all’alba. Le tende degli zingari erano accerchiate, la celere si schierava e circondava la scuola, io però non ci feci caso e come un fulmine tappezzai l’aula di nuovi cartelloni. La z di zoccola ebbe il posto d’onore, ma a fianco, a scanso d’equivoci, misi e tenerle compagnia un vivace suricillo con le sue invitanti e colorate letterine: s maiuscola e minuscola, in corsivo e in stampatello. Più in basso trionfavano due gatti stampati con cura su due cartelloni diversi, uno bianco e nero, uno fulvo, con le inequivocabili iniziali: la i di iatta e la m di mucillo. Questo era il gatto dei “Censi“: ‘a iatta e ‘o mucillo. Una botte marrone con le sue doghe nere evocava, senza possibilità d’errore, la v di votta, un’oca grande e grossa stava lì per la p di paparella, cui tenevano compagnia una balena, che con la p di pesce confermava la p di paparella, un frate francescano che insegnava la zetaze’ monaco ai “censi” era un purismo – e via così, doppi e tripli cartelloni che in poco meno d’un mese misero la lettura e la scrittura tra le conquiste dei miei caprioleggianti ragazzi e allentarono la molla della tensione che nelle mie notti sempre più agitate rischiava di spezzarsi.
Quegli anni non furono mai rose e fiori ma divenni maestro. Non domandatemi quanti errori feci e che danni. Andò come poteva andare. Mi vollero bene, li amai. Ignoranti e di cuore, vivevano in un ghetto e, tranne miracoli, non avevano futuro, ma sul viso spesso pallidissimo compariva ancora con frequenza il rosso improvviso dell’imbarazzo, della vergogna e della timidezza. Negli occhi c’erano l’innocenza dell’infanzia che un velo talvolta appannava, perché l’insidia della vita era già nota, la luce dei sogni che una parola bastava a spegnere, una timida domanda di affetto contrastata da un’ombra nascente nei momenti delle apprese violenze. Nessuno era ancora perduto. C’erano ancora in loro re e principi, galantuomini e sognatori, scrittori arguti e pittori geniali, l’arte e la scienza, l’umanità incorrotta. Tutto il bene del mondo era dentro di loro. I loro padri erano invisibili, le madri a trent’anni già vecchie.

Attorno il veleno della “società civile” ci assediava assai più che gli zingari e la celere. Sullo slargo dopo Via Tagliamonte i cortei di protesta che scuotevano la città non sono mai giunti. La politica era il piano di recupero delle periferie che mise i suoi ghetti di cemento al posto dei formicai, era la licenza di funzionare concessa alla scuola privata che accoglieva i figli dei borghesi benpensanti e convogliava a centro voti progressisti; la politica era il favore chiesto in cambio del favore, il voto che valeva lavoro, il commissario governativo per gli esami di stato scelto ad arte tra chi era disposto a non vedere o sentire, o il commissario governativo che non sarebbe stato mai più chiamato perché aveva voluto vedere e sentire e la “busta” l’aveva rifiutata. Troppo giovane e impulsivo – si disse – un immaturo, che ancora non ha imparato a non creare inutili imbarazzi, che tanto poi non serve.
Promisi a me stesso di non imparare, rimasi immaturo e mi feci una buona reputazione tra la gente, ma un alunno di certo lo persi. Uno piccolo di statura, che ogni giorno annunziava: ‘‘o Mecedes là fore me piace. Dimane voglio vede’ comme cammina.
Un giorno i carabinieri inseguirono per un’ora un’auto di grossa cilindrata. Girarono a sirene spiegate per tutto il quartiere: al volante non c’era nessuno, ma era come la guidasse un pilota di formula uno. Quando strinsero la Mercedes tra muro e marciapiede, Esposito Gennaro, era sdraiato al posto di guida. Toccava i pedali con la punta dei piedi e teneva il volante tra le mani dio solo sa come. Vedeva giusto avanti e gli bastava.
Il giorno dopo era sulle prime pagine dei giornali e a scuola mi guardò per sfidarmi:
Ve l’avevo ditto.
Sulle prime pagine tornò anni dopo: finito all’ergastolo per una rapina. Aveva ucciso il custode di una fabbrica con una fucilata.
Degli altri non ho saputo più nulla. Passai alle medie e ai “Censi” non ci tornai più. Me li sono portati dentro per sempre. Ce li ho ancora, anche oggi che non esistono più.

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Il giudizio è secco e non ammette repliche: gli insegnanti che rifiutano di celebrare la giornata delle Foibe sono inadeguati“. Lo afferma Giorgia Meloni, 33 anni spesi sui libri e donna di indiscussa cultura: diplomata con 60/sessantesimi presso l’ex istituto alberghiero “Amerigo Vespucci”, studentessa alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli studi Roma tre e, “dulcis in fundo”, ministro della Repubblica.
A nessuno risulta che la giovane e “studiosa” studentessa abbia mostrato una uguale passione da suffragetta per il 25 aprile, ma va bene così: ognuno coltiva la memoria che più sente vicina e Giorgia Meloni è legata a Predappio, dove rende omaggio alla tomba del duce e, se le chiedi di Mussolini, si esprime con indiscussa competenza: “è un personaggio complesso e va storicizzato. Chi potrebbe negarlo?
Sul tema delle foibe, senza entrare nel merito della competenza specifica – qualche lettura non troppo impegnativa la Merloni potrebbe averla fatta – non ci sono dubbi; la questione è un vespaio da cui non esce indenne nemmeno il fior fiore degli storici professionali. Certo, se la “studentessa-ministro” si fosse malaccortamente avventurata sul terreno metodologico e didattico per criticare i docenti, il passo sarebbe risultato a dir poco “più lungo della gamba” e ci saremmo trovati davvero di fronte alla necessità di fare una scelta complicata tra i due corni del dilemma: che si fa? Si piange o si ride?
Le cose invece non stanno così e occorre essere onesti. L’attacco del ministro prova ad aggirare l’ostacolo e non entra nel merito della libertà d’insegnamento. Non è un intervento particolarmente sottile, questo è vero, non è colto non è articolato e, sul piano politico, è decisamente malaccorto per le mille contraddizioni che si porta dentro; a leggerlo però onestamente, si sente lontano un miglio che tende semplicemente a riaffermare un principio: “di fronte a una legge nazionale che esiste ed è stata votata dal parlamento“, gli insegnanti e i dirigenti “che si rifiutano […] sono francamente inadeguati“. Il fatto è che, affermato un principio, è necessario avere l’onestà intellettuale di ricavarne le conseguenze. Come il ministro non può ignorare, la Costituzione è lapidaria: la sovranità appartiene al popolo che la esercita in maniera diretta eleggendo i suoi deputati. La domanda perciò non è oltraggiosa: chi ha eletto Giorgia Meloni e tutti gli altri membri della Camera? Lei e i suoi colleghi, il ministro lo sa bene, sono entrati in Parlamento solo perché “nominati” dai segretari dei partiti politici cui appartenevano. Essi, quindi, non hanno ricevuto deleghe dagli elettori e rappresentano perciò esclusivamente sé stessi e i loro partiti. Rispettando il principio che la nostra scienziata del diritto applica agli insegnanti, è impossibile negarlo: di fronte a una legge costituzionale che esiste ed è stata votata dall’Assemblea Costituente, il ministro e i suoi colleghi avrebbero avuto le carte in regola per entrare a far parte della Camera fascista dei Fasci e delle Corporazioni, ma, per usare la sua parola, sono del tutto “inadeguati” al ruolo di deputati al Parlamento della Repubblica.

Dal Blog di Giuseppe Aragno. Uscito su “Fuoriregistro” il 12 febbraio 2010.

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Come ogni regime, anche la nascente “democrazia autoritaria” è alle prese con la costruzione del consenso e il tema vitale della gestione dell’informazione. Al confronto, tuttavia, occorre dirlo, il “fascismo classico” ebbe un compito tutto sommato semplice: imbavagliare socialisti, anarchici e comunisti e piegare gli strumenti della comunicazione di massa al ferreo controllo dell’apparato. E’ vero, inizialmente ci fu anche una contrapposizione fra la maschera “legalitaria” del “mussolinismo” e lo squadrismo “rivoluzionario” e “movimentista“, ma la frattura fu presto composta e, in ogni caso, non si trattò di una questione “strutturale”. L’esistenza del regime e il suo volto “ufficiale” non furono mai strettamente legati all’esistenza formale di una vera opposizione istituzionale. Oggi, le cose non stanno così. Su temi marginali il sistema politico ha tutto l’interesse a far passare per “visione alternativa” le periodiche convulsioni dipietriste, le contorsioni autonomistiche di Casini, il “dissenso” sterile su questioni di principio, astratte e senza prospettiva politica, di cui si fa portavoce Gianfranco Fini e, ciò che più conta, le chiusure formali e le sostanziali aperture di Bersani: è il volto “democratico” di un sistema che usa come un volgare “specchietto per le allodole” il polverone levato ad arte nei “salotti televisivi“, per “coprire” così la natura reazionaria di provvedimenti politici che riscrivono nei fatti le regole del gioco, Senza il respiro “democratico” di un’opposizione di facciata, il rovescio autoritario del “sistema” verrebbe allo scoperto e prima o poi un campanello d’allarme agiterebbe le acque della palude qualunquista puntualmente divisa in “colpevolisti” e “innocentisti” sull’immancabile caso di cronaca nera, sulle indecenti vicende personali di questo o quel personaggio politico, sull’insolubile dilemma tra il giustizialismo forcaiolo e l’ipergarantismo, sulla sorte di una magistratura storicamente legata ai giochi di potere, sull’eterno complotto che assolve o condanna Craxi, spiega senza spiegare gli “anni di piombo” e cerca perennemente il “grande vecchio” che tiene i fili della tela segreta che, da Cavour a Berlusconi, fa la storia d’Italia e la fortuna del pennivendolo di turno. E’ un gioco di prestigio: chi ne ha piange tutte le lacrime per il tempo andato e non bada alla tragedia del presente, da cui si sente fuori, tratto ad arte lontano dalla forza schiacciante della disinformazione.
Il caso Scuola/Gelmini – o forse meglio la riduzione in servitù della scuola pubblica in un Paese che mostra sempre più chiari i sintomi dell’asfissia – ha, in questo senso un valore emblematico. Se si fa eccezione per gli “addetti ai lavori“, messi però sistematicamente a tacere ovunque si parli di formazione, i sedicenti leaders politici, gli immancabili esperti, i tuttologi, i velinari e i maestri della disinformazione sono tutti sintonizzati su un’unica lunghezza d’onda: il nodo cruciale della discussione è, di fatto, il filosofo fascista Giovanni Gentile.
Se il paragone stia in piedi, non interessa a nessuno. Se il gelminiano “più matematica, più scienze e più lingue straniere” abbia qualcosa a che vedere col filosofo che riconduce a unità nella coscienza spirito e natura, è problema del tutto secondario. La verità è una, categorica, imperativa e non si discute: la “rivoluzione didattica” del giovane avvocato, che riduce a una questione quantitativa il tema cruciale della “formazione” – “gli studenti italiani sono quelli che passano più tempo in aula con i risultati più scarsi” – basta e avanza perché gli “autoritari” vantino il loro primato – è la prima riforma organica dopo Gentile – e i sedicenti “democratici” insorgano quasi in difesa del teorico del fascismo: “è una riforma Gentile in versione ridotta“, urla scandalizzata Maria Pia Garavaglia, che non contenta aggiunge: “avesse anche solo la quarta parte dell’impianto gentiliano, la riforma Gelmini avrebbe già centrato l’obiettivo“.
Novant’anni dopo – Gentile sorriderebbe – il Parlamento d’una repubblica costruita sul rifiuto della sua dottrina finge d’accapigliarsi sul tema della formazione, ma condivide in ogni suo settore la concezione di una scuola che chiama “meritocrazia” il principio della selezione di classe e impone ai cittadini il possesso di una concezione religiosa. E non serve dirlo: quella cattolica, che è la religione delle classi dominanti.
Garavaglia non se n’è accorta, Gelmini non è in grado di cogliere – parlano per lei i consiglieri papalini e la sinistra neocodina – ma la “democrazia” condivide ora col fascismo un disprezzo profondo per i principi della pedagogia e una sottovalutazione ottusa degli aspetti psicologici dell’insegnamento. Partendo dal ruolo “centrale” del “maestro” tornato non a caso “unico“, si è passati per la “sottomissione” dello studente attraverso il “cinque in condotta” e si approda infine alla religione dei contenuti, al predominio della nozione, alla manomissione e alla confusione tra discipline e materie. Rimane sullo sfondo, non detto, ma più pericoloso dei “tagli” e, se possibile, più insidioso della privatizzazione strisciante, l’attacco alla formazione del cittadino e della sua coscienza critica. Quella che si disegna è una fabbrica di disciplinati soldatini del capitale, la produzione in serie di quel “bestiame votante“, per usare le parole di Antonio Labriola, che è pronto a servire un governo autoritario seguendo stupidamente tutti i precetti della democrazia borghese.

Uscito su “Fuoriregistro” il 6 febbraio 2010

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