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Archive for luglio 2013

Nessun ministro lo dice, ma il governo lavora per buttar giù il sottile diaframma che ci divide da un evento luttuoso: archiviare la Costituzione antifascista. Non è facile dire se la storia si ripeta e se nel «replay» prevalgano la farsa o la tragedia. E’ certamente vero, tuttavia, che non c’è regime autoritario che non metta mano alla storia per storcerla, sicché  è quantomeno ragionevole supporre che un popolo di «senza storia» sia più facile da assoggettare. Non a caso, perciò, nel dibattito sulla Costituzione, la storia è tenuta accuratamente ai margini o manomessa. Si fa un gran parlare di Carta superata dai tempi, si citano a proposito e sproposito fatti lontani estrapolati dal loro contesto storico, ci si riempie la bocca di parole gravi e paragoni impossibili con Paesi profondamente diversi, ma tutto ciò che si capisce, infine,  è che il governo ha deciso di cambiare le regole del gioco. Un governo, non s’offenda nessuno, che non ha radici nella storia concreta di quel «popolo sovrano» che stenta la vita e, quando può, esprime col voto scelte del tutto opposte a quelle maturate nel chiuso dei palazzi. E’ giusto? E’ consentito? E’ un processo legale che corre sui binari di regole condivise? E’ una forzatura?  Sono domande che dovresti sentire ovunque, per strada, nella metro, nei dibattiti televisivi, e invece non ne senti parlare. La gente è indifesa. A chi fa i conti quotidiani con la fame, la sfiducia, la disperazione – diceva ai compagni ai primi del Novecento Ernesto Cesare Longobardi, un socialista di cui nessuno si ricorda più, non puoi parlare di lotta, diritti e organizzazione o spiegare il senso dei grandi principi universali. Socialismo e democrazia sono anzitutto pratica di lotta, partecipazione, senso della storia e dialogo continuo tra governanti e governati. Tutto questo non c’è più ed è sempre più difficile che le voci del dissenso trovino le via per emergere alla coscienza della collettività.
In tempi diversi da quelli bui che viviamo, sarebbe un coro quotidiano e lo saprebbero tutti: ben prima che la Repubblica nascesse, quando ancora si combatteva una terribile guerra di liberazione, un primo bilancio dell’esperienza totalitaria rivelò che uno Statuto flessibile come quello Albertino aveva consentito al fascismo di conseguire agevolmente due obiettivi solo apparentemente contrastanti: paralizzare il processo che da decenni stava trasformando una monarchia costituzionale in monarchia parlamentare e cancellare la già debole ispirazione liberale della Legge voluta da Carlo Alberto. Sia l’una che l’altra operazione erano state rese possibili dalla natura flessibile dello Statuto che pure, negli intenti del Re di Sardegna, doveva essere allo stesso tempo la legge fondamentale dello Stato, ma anche la garanzia perpetua e irrevocabile del potere monarchico. Agli antifascisti «padri della Repubblica» fu subito chiaro: l’elasticità di una Costituzione modificabile mediante leggi ordinarie può consentirne anche un’evoluzione – lo Statuto Albertino fu esteso al Regno d’Italia, vide i Governi dipendere dalla fiducia del Parlamento invece di quella del Sovrano e, grazie a soli decreti legge, poté essere adottato come soluzione transitoria tra la fine della guerra e la promulgazione della nostra Costituzione. Con altrettanta chiarezza, tuttavia, essi individuarono il germe della sua congenita debolezza: leggi ordinarie, di ispirazione radicalmente contraria allo spirito dello Statuto, ne possono stravolgere la natura senza che sia possibile difenderla. Se il fascismo poté condannare a morte la libertà d’espressione, condurre gli oppositori dinnanzi al Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, approvare le leggi razziali e ripristinare la pena di morte nel Paese che fu di Beccaria, ciò fu possibile solo per il suo carattere flessibile.
Non a caso, perciò, dopo la tragedia fascista, prima ancora di sapere quale Italia sarebbe nata, tutti – nemmeno i monarchici osarono opporsi – concordarono su un principio: al di là della forma istituzionale che il Paese avrebbe scelto di darsi, lo Statuto Albertino andava abolito e nel giungo 1944 fu Umberto di Savoia, luogotenente del Regno, a firmare il Decreto Legge col quale si stabiliva che cacciati i tedeschi,«sarebbe stato il popolo a scegliere le forme istituzionali e ad eleggere a tal fine […] a suffragio universale diretto e segreto, una Assemblea Costituente per deliberare la nuova costituzione dello Stato».
Varata la Costituzione, ci si rese ben presto conto che l’articolo 138 era lì a presidiarne il processo di revisione e negli atti della Costituente la ragione della sua esistenza è chiarissima: rendere il procedimento di formazione delle leggi costituzionali più complicato di quello previsto per le leggi ordinarie, in modo da impedire le semplificazioni e i colpi di mano. Si volle, insomma, «corrispondere all’esigenza di una più ponderata riflessione nel procedere ad atti così importanti: da ciò l’adozione del sistema delle due letture, a distanza di tre mesi l’una dall’altra» e «l’approvazione a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nel voto finale in seconda lettura». Non era un capriccio. Cento anni di storia e la vergogna cui il fascismo aveva condannato il Paese avevano insegnato ai Costituenti la lezione più autentica della democrazia: la costituzionalità della legge è data dalla costituzionalità della regola seguita per approvarla. E fu chiaro a tutti che si trattava di un principio così vitale, da rendere diversa persino la posizione del Presidente della Repubblica, perché, scrisse l’on. Perassi per la Commissione, – e l’Assemblea approvò – «trattandosi di legge costituzionale, non è possibile sollevare la questione di incostituzionalità. Al Presidente spetta solo di accertare che, trattandosi di una legge costituzionale, questa sia stata votata secondo il procedimento stabilito dalla Costituzione». Perassi, e con lui i «padri Costituenti», indicavano così a Napolitano la sola via legale che potrà percorrere quando il Governo Letta chiederà la sua firma: rifiutarla.

Uscito il 31 luglio 2013 su Liberazione.it e su Report on Line.

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Schiacciata dal disastro Gelmini e dal pirotecnico campionario di corbellerie messo in mostra dal collega Profumo, la ministra Carrozza naviga a vista nel burrascoso mare dell’Istruzione Pubblica e fa l’. Sull’infamia del concorsone per i “nuovi insegnanti” non ha avuto l’animo di ripristinare pienamente il diritto, che pure riconosce violato, ed è ferma a metà del guado: 50% assunti dalle graduatorie e 50% dal concorso illegale. Incapace di decidere se essere o se non essere, ora fa i conti con le ingiustizie moltiplicate, le attese deluse e il marasma dei numeri ballerini. A chi, petulante, le chiede se i vincitori verranno assunti, risponde come in stato confusionale: “mi auguro di si”. La ministra si augura che accada ciò che vorrebbe, però non può, minaccia di sbattere la porta in assenza di fondi per la decenza, ma non lo fa, si incolla alla poltrona, si tiene il ceffone e farfuglia: “le selezioni sono in corso, alcune sono in ritardo, alcune più avanti, dipende dalle sedi. Abbiamo avuto problemi perché i compensi per chi è in commissione sono molto bassi, nonostante avessimo chiesto di aumentarli”.
Ciò che non dice, la ministra, è che a causa dei ridicoli compensi c’è stata quasi una rivolta dei commissari e che, strada facendo, il Ministero s’è accorto di non sapere più quanti docenti vincitori saranno assunti. All’inizio si erano promesse 26mila assunzioni, ora si spera di reclutarne 15mila, se l’inferno dei pensionamenti voluto dalla lacrimante Fornero consentirà. 11mila posti di lavoro sono così svaniti nel nulla e per i rimanenti 15mila la Carrozza si consola, spiegando che a questa cifra si giungerà negli anni che verranno perché l’indecente concorso ha durata triennale. La stampa di regime naturalmente non fa una piega. La ministra del gran rifiuto – se il governo mi taglia lo pianto in asso e me ne vado a casa – non se ne va, si tiene il posto e, pia com’è, la santa donna, aspetta che il prete dia l’estrema unzione alla Pubblica Istruzione.
In cima ai suoi pensieri stravaganti al momento, chissà perché, c’è il Partito Democratico. “Penso che ci sia bisogno di un Governo che governi e di partiti che svolgano il loro ruolo, a cominciare dal Pd che dovrebbe concentrarsi di più suo temi congressuali per decidere quale partito vuole far uscire dal congresso”. Mentre la scuola va alla deriva, il la ministra Maria Chiara Carrozza pensa al PD che “dovrebbe dire con chiarezza quali sono le priorità che vorrebbe vedere risolte dal Governo anziché alimentare fibrillazioni. L’esecutivo è solido”, sostiene. Così solido, che si è convinta: governerà la scuola anche quando il governo sarà riuscito a distruggerla assieme all’università.
Sono passati quattro mesi dalle sfide e dalle dichiarazioni di rottura. Quattro mesi che sembrano cent’anni.

Uscito su “Fuoriregistro” il 23 luglio 2013

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E’ vero. Calderoli ha oltraggiato in maniera inaccettabile la ministra Kyenge. Se ne vada subito, faccia le valigie e tolga il disturbo. E’ un razzista. A ruota, però, si dimettano subito – e chiedano scusa alla popolazione – questo governo senza onore, nato da un miserabile inganno al corpo elettorale che non merita certo meno rispetto della ministra, e Giorgio Napolitano, principale responsabile dello sfascio della Repubblica. Se ne vadano tutti e la smettano di impartire lezioni di morale. Non ne hanno né i titoli, né il diritto. Napolitano, che non s’indigna per i campi di concentramento riservati ai cosiddetti “clandestini”, sa benissimo come stanno le cose; sa che l’ha eletto un Parlamento nato da una legge elettorale incostituzionale che Calderoli ha proposto e lui ha firmato senza fiatare. Se Calderoli è osceno, quest’uomo che gli fa la lezione lo supera di gran lunga. E’ stato lui, Giorgio Napolitano, che ha interdetto il Parlamento in tema di spese militari, lui, il due volte Presidente, che ha impedito al popolo italiano di conoscere il contenuto delle sue conversazioni con un imputato di gravissimi reati. Vada immediatamente via dal Quirinale. La sua figura è di per sé un vilipendio alla funzione costituzionale della Presidenza della Repubblica.

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E’ un miracolo da non credere. Schiantato il Parlamento dalla pochezza dei parlamentari e dal fuoco di fila della stampa padronale, la valanga dei suicidi «politici» s’è arrestata come per incanto. Non ci si ammazza più per la legge Fornero, per Equitalia che fa da strozzino, né per le banche che non ti fanno credito. Imperanti Napolitano e Letta, il mondo ha cambiato volto, le banche hanno aperto i cordoni della borsa, Equitalia è diventata «fatebenefratelli» e la Fornero, sciolta nel pianto, ormai non fa danni.
Intendiamoci. Di persone che si tolgono la vita ce ne sono tante ancora purtroppo, ma la «velina» è cambiata e la fabbrica del consenso s’è data una linea nuova: ora ti togli la vita solo per depressione e solitudine. E’ regola fissa. Non fa meraviglia perciò se, a dar retta a pennivendoli scribacchini, due giorni fa, sconfitto dalla vita, per queste ragioni s’è ucciso Giovanni Biscardi: il dramma d’un anziano pensionato tristemente maturato nella melanconia e nella solitudine. Pazienza se dietro c’è la lunga lotta d’un uomo che al capitale e ai padroni non s’è mai piegato, che ha saputo dire tutti i no che doveva e paga il prezzo amaro della sconfitta. Sconfitta sindacale, sconfitta di lavoratore in cui la vita e i suoi «spigoli» c’entrano veramente poco. Così vuole il circo mediatico, così fa comodo al potere.
Giovanni Biscardi era orgogliosamente figlio d’operai e non l’ha mai dimenticato per tutta la vita. Mai, nemmeno quando la multinazionale in cui lavorava gli fece ponti d’oro perché diventasse un «cane del padrone». Che diavolo voleva e di che si lamentava? Un «quadro» è un «quadro» anche se il padre è stato un operaio. Da una parte i soldi, dall’altra i principi d’una vita, lui però non ci stette a pensare. Rifiutò. In piazza, tra le bandiere al vento, potevi magari non trovarlo, Giovanni Biscardi, ma si portava dentro un suo sentimento anarchico convinto e il senso profondo della solidarietà e della giustizia sociale. Quando scattò la rappresaglia, non fece una piega e non si tirò indietro. Vincenzo Gagliano, troppo isolato nella segretaria della Camera del Lavoro di Napoli, giocò le carte che aveva, ma alla fine la Cgil si limitò alla difesa d’ufficio. Biscardi contrattò il tanto di buonuscita che poteva strappare e se ne andò sbattendo la porta. Da allora ha vissuto come poteva, con la sua grande dignità e non è stato mai solo. Era circondato da affetti profondi e con profondo affetto li ricambiava. La solitudine, quella di cui ora ciancia la stampa dei padroni, è di natura ben diversa. E’ nata della violenza di tempi barbari e s’è presentata d’un tratto, insidiosa e vile, quando il potere ha deciso di giocarsi ai dadi vita e dignità dei lavoratori e i camerati oggi uniti dalle «larghe intese» hanno decretato che la pensione, faticosamente attesa, sarebbe giunta solo un anno dopo del previsto. Sono stati quel decreto e quell’anno a decidere di una vita. La pensione lui la pretendeva. Era la sua rivalsa morale, il segno tangibile che, nel lungo e amaro scontro, in fondo ce l’aveva fatta e l’aveva spuntata .
Al ponte fatale da cui s’è precipitato non l’hanno condotto né la «sorte cinica e bara», come narra la «fiction» del circo mediatico, né una inesistente solitudine che diventa uno schiaffo al dolore di chi l’ha amato. A quel ponte ce l’hanno portato le scelte assassine di chi ci governa. «Avremmo dovuto andare fino in fondo negli anni Settanta», ripeteva negli ultimi tempi, «ora è tardi».
E’ morto venerdì 12. Sabato, all’obitorio, un magistrato che intendeva sottrarlo alla morsa della burocrazia, s’è dovuto arrendere: mancava il referto delle forze dell’ordine. Troppa fatica per lorsignori nel fine settimana. Se tutto andrà bene, la vicenda terrena si chiuderà tra due giorni. Questo è il nostro Paese oggi, un Paese che la «libera stampa» si guarda bene dal raccontare. Il Paese che Giovanni Biscardi ha provato coraggiosamente a cambiare.
Che la terra sia lieve a un combattente.

Uscito su Liberazione, Contropiano e Report on Line il 14 luglio 2013.

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Pietro Raimondi operaio ucciso a Napoli durante la Settimana RossaProbabilmente è vero: la storia è l’apologia dei vincitori. Non a caso Edward Carr, replicando ai sacerdoti della “histoire événementielle” e alla pretesa oggettività del fatto, provocatoriamente scrive che è lo studioso a decidere quali sono gli eventi “storici”, sicché la storiografia spesso si fa specchio deformante, restituendo l’immagine che il potere dà di se stesso. Non meraviglia perciò se nell’immaginario collettivo l’amor patrio è la foglia di fico del nazionalismo, il feroce cozzo tra imperialismi diventa l’eroismo del fante nella “grande guerra” e dietro l’ipocrisia dell’ordine pubblico si cela di norma la violenza assassina della sbirraglia. Se si eccettuano i leader, la storia diventa così cronaca di fatti in cui scompare l’uomo. Tra qualche mese ricorre il centesimo anniversario della Settimana Rossa, l’ultima, grande lotta dei lavoratori per l’unità internazionale di classe contro il militarismo e l’imperialismo, prima che la bufera della guerra aprisse la via alla crisi dell’Italia liberale e all’avventura fascista. Di quei giorni eroici, di quella umanità palpitante, del sangue versato invano, poco o nulla si sa e si è detto e spesso si l’accento è caduto sulla “rozzezza” degli immancabili anarco-insurrezionisti. Dopo la Resistenza, la storiografia marxista dimostrò a Croce e a i crociani che esiste un “ethos” politico delle classi subalterne che nobilita la storia del movimento operaio. Oggi, in un clima di dilagante revisionismo, quell’ethos si perde in una sorta di limbo e alla memoria delle lotte di fabbrica si sostituisce l’erudita curiosità dell’archeologia industriale. Eppure gli archivi custodiscono tesori inesplorati.

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Quando la ritrovai, chiusa in una busta ingiallita, la foto di Pietro Raimondi, sedici anni, operaio alle “Cotoniere Meridionali” a Poggioreale, incupì per un attimo la mia piccola vittoria personale di studioso alle prese con la fatica d’una ricerca puntigliosamente condotta fuori dagli schemi prefissati sui quali ricostruiamo la storia.
La Settimana Rossa a Napoli – narravano la foto e le note di polizia che l’accompagnavano – non fu sommossa di lazzaroni, ma lotta operaia. Era come se il palcoscenico della storia mutasse la scena e i protagonisti. Per incanto, spariva dalla ribalta la città plebea quasi per vocazione, prigioniera dell’eterno malcostume, del ricatto clientelare, e di una ideologia subalterna che fa di tutte le classi un popolo indifferenziato nel quale si perdono nuclei sparuti di proletari smarriti e inevitabilmente sconfitti dal pauroso binomio licenziamento-disoccupazione.
La mostrai all’archivista, come un trofeo:
Ha visto? – esclamai – Altro che furti e rapine, come lei sosteneva. Queste carte sono preziose!
Ero eccitato, come sempre quando la scrigno della storia si lascia violare e dal mio presente appare l’umanità che palpita sull’incerto confine del tempo, dove il futuro è ormai passato e non c’è passato che non sia stato futuro. L’umanità, sempre uguale a se stessa ma ogni volta diversa, che chiede solo di capire, raccontare e farsi raccontare.
Era lì davanti a me, in quei fascicoli scovati col fiuto dei cani, la Settimana Rossa che tra il 9 e il 12 giugno 1914 insanguinò le vie di Napoli e smentì lo stereotipo del “popolo lazzarone”, che tanto sta a cuore ai padroni del vapore, sempre più compromessi col dramma del Sud. Una città in cui, se la storia la scrivono studiosi attenti anzitutto alle variabili dello sviluppo capitalistico, i ceti operai non hanno rilievo nemmeno quando scoprono il sindacato e il partito politico, e se a mettervi mano sono studiosi meccanicamente marxisti, i lavoratori finiscono su bilance da farmacisti, che pesano diversità tra operai e proletari di fabbrica e valutano solo la capacità di esprimere istanze radicali di antitesi al “sistema”. Ne nasce una città in cui accadono fatti ma non ci sono persone.
La foto tirata fuori dalla vecchia busta conduceva agli uomini, che la storia la “fanno”, ma mille volte spariscono dalle nostre paludate ricostruzioni. Magnetica e angosciante, essa riportava alla luce il volto giovanissimo di un operaio disteso in una povera bara scoperchiata, bruno, i capelli neri e folti sull’arco degli occhi socchiusi, come sorpresi nel sonno da un lampo improvviso, un’ecchimosi sul viso e un rivolo di sangue rappreso che scendeva fino al mento dall’angolo della bocca. Dietro la foto, un mondo, un evento tragico e allo stesso tempo epico, Napoli operai nel giugno 1914 con le tabacchine in sciopero, gli anarchici in fermento, le elezioni alle porte e i lavoratori insorti contro l’ennesimo eccidio proletario: ad Ancona stavolta, per mettere a tacere Malatesta e Nenni.
Avevo davanti uno dei lavoratori insorti contro un militarismo cupo, pronto ad esplodere nell’atroce carnaio che gli storici chiameranno Grande Guerra: fiumi di sangue nelle trincee del Carso, ripetuti massacri sull’Isonzo, feroci decimazioni di soldati ribelli o terrorizzati, anarchici e socialisti mandati al macello dove il rischio era più grave. Dietro la foto, la repressione violentissima della protesta, che l’11 giugno del 1914 un lampo al magnesio fissò sul volto del ragazzo ucciso in Vico Croce Sant’Agostino alla Zecca dal fuoco aperto senza preavviso dalla truppa, poco più in là di Vico Spicoli, dove un altro lavoratori sedicenne era stato freddato dai bersaglieri che gli spararono alle spalle. La repressione di uno sciopero legalmente dichiarato – denunciò un manifesto – contro uno “Stato fucilatore e tiranno”. Il giorno prima, carabinieri a cavallo lanciati alla carica, avevano già ucciso un operaio dell’Ilva e artiglieri posti a guardia della ferrovia avevano abbattuto a fucilate un carbonaio.
Emergeva, da quella foto, il momento dello scontro decisivo tra lavoratori e borghesia nazionalista, alla vigilia d’un conflitto – una nuova guerra dei trent’anni – che spianerà la via alla furia fascista e alla ferocia nazista. Uno scontro disperato, con la cavalleria che bivacca in piazza, la squadra navale che punta sul porto, “macchine avanti tutta”, e truppe da sbarco in coperta, pronte a intervenire in una città in cui gli anarchici con le loro bandiere rosse e nere portano in giro i caduti incitando alla rivolta. Una città in cui molte fabbriche scioperano e ovunque la truppa mette mano alle armi, lascia sul terreno quattro morti e centinaia di feriti e riempie gli ospedali e le carceri di lavoratori, mentre nazionalisti e “galantuomini” organizzano la caccia all’uomo. E’ lo scontro di classe, il muro contro muro che la borghesia ha cercato dopo aver liquidato Giolitti e la sua odiata mediazione.
Giugno da allora è tornato tante volte e ormai viviamo un tempo senza storia. Non ricordiamo più, non cerchiamo e troviamo segni della disperata resistenza: non un marmo che rammenti caduti, non un cippo, un necrologio, un’epigrafe che opponga la verità dei vinti a quella dei vincitori. “Caduti per la patria”, mentono in mille piazze gli eterni guerrafondai, sotto i nomi dei lavoratori poi caduti in guerra. Traditi dalla patria dovrebbe replicare un popolo che non ha memoria, identità e radici.
Dietro la foto – la storia parla ancora, benché l’indifferenza ammutolisca i fatti – c’è il dolore d’una madre. Maria Isaia, operaia delle Cotoniere, come lo sventurato ragazzo, che nei giorni atroci dello scontro smarrì le tracce del figlio e lo rivide quando le mostrarono il ritratto che ora è custodito in archivio; Pietro, col torace aperto da un colpo che gli aveva spaccato il cuore, era stato nascosto al cimitero ebraico del Trivio; vedendolo, temeva la questura, la città di Bakunin, Merlino, Malatesta e Bordiga si sarebbe di nuovo sollevata.
Il bagliore dell’incendio s’era spento, la partita era persa. Per Maria Isaia, che non andò mai più a lavorare in fabbrica col suo Pietro, la guerra era già iniziata e del figlio, soldato caduto, rimaneva la foto scattata all’obitorio. La foto che, disperata, chiese invano al questore, con parole sgrammaticate e straziate che la pignola burocrazia ci ha conservato:

ll’ustrissimo Sig. Questore.
La sottoscritta Maria Isaia madre desolata del disgraziato figlio pietro Raimondi di Francesco; trovato ucciso a S’Agostino alla zecca domanda all’illustre Sig. Questore se ci vuole dare la fotografia come memoria della detta desolata madre unico figlio di buona condotta giovanotto a 16 anni non compiuti. Era operaio al Cottonificio al macello ed ora trova al Camposanto ucciso a sbaglio uscì e non ritornò più. Sperando che la signoria sua si accorderà questa grazia i morto abbitava in via Parma n° 99 al vasto. Napoli 18 giugno 1914.
Maria Isaia
“.

Di tutto questo non c’è più memoria e Claudio Pavone, storico insigne, ha potuto tranquillamente scrivere – e non è vero – che Napoli, città di plebe, ha dovuto attendere gli scugnizzi delle Quattro Giornate perché una volta almeno, ragazzi cresciuti troppo presto, andassero a morire dalla parte giusta. Quella parte in cui – fa male dirlo – è raro trovare gli “studiosi dei fatti”, che troppo spesso dimenticano la gente, senza la quale i fatti non hanno vita o interesse. Ma qui conviene fermarsi. Questa è un’altra storia.
Quando la ritrovai, chiusa in una busta ingiallita, la foto di Pietro Raimondi, sedici anni, operaio alle Cotoniere a Poggioreale, incupì per un attimo la mia piccola vittoria personale di studioso alle prese con la fatica d’una ricerca puntigliosamente condotta fuori dagli schemi prefissati sui quali tessiamo la storia. La Settimana Rossa a Napoli – narravano la foto e le note di polizia che la seguivano – fu lotta di lavoratori, non sommossa plebea in una città sanfedista quasi per vocazione.

Uscito su Fuoriregistro l’11 giugno 2005, su Report on Line l’8 luglio 2013 e su Liberazione il 22 luglio 2013.

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rep4[1]La Costituente si affidò a un principio che Meuccio Ruini, «Presidente della Commissione dei 75», fissò con chiarezza: «La sovranità spetta tutta al popolo, […] l’elemento decisivo che dice sempre la prima e l’ultima parola». Anticipando il primo articolo di quella che sarebbe poi diventata le legge fondamentale dello Stato, Ruini ancorava il futuro a una dato di fatto vincolante per le Camere, il Governo e il Presidente della Repubblica e fissava il confine tra la loro autonomia e il tradimento.
L’Assemblea, eletta a suffragio universale – per la prima volta avevano votato anche le donne –riflettendo sull’ordinamento della Repubblica, escluse il regime presidenziale per «il temuto spettro del cesarismo» e, chiarì Ruini, «per il convincimento (e noi non dobbiamo abbandonarlo, ma valorizzarlo,) che il Governo di Gabinetto abbia diretta radice nella fiducia parlamentare». Poiché l’Assemblea approvò, il monito – «noi non dobbiamo abbandonarlo» – appare eticamente vincolate e particolarmente attuale in questi anni di estrema personalizzazione della politica.
La scelta cadde su un sistema parlamentare in cui il Governo, pur senza derivare esclusivamente dal Parlamento, deve la propria vita all’esito di un voto nominale su di una motivata mozione di fiducia o di sfiducia presentata in Parlamento. Che guitti e ciarlatani, animatori di salotti televisivi, ignorino tutto questo, è scandaloso, ma si tratta di malcostume. Va oltre lo scandalo – riguarda la tenuta delle Istituzioni e la fedeltà degli uomini che le rappresentano – la riforma della Costituzione proposta da Letta con un percorso così estraneo ai valori della Costituente, da ignorare persino le regole che essa fissò per la revisione della nostra legge fondamentale. Un progetto agevolato dal complice e insolito silenzio di un Presidente della Repubblica, abituato a parlare anche quando sarebbe meglio tacere, come ha appena fatto, inserendosi nel dibattito sugli F35.
Napolitano può fare ciò che vuole del suo tempo e nulla vieta che esamini «i principali scenari di crisi e l’andamento delle missioni internazionali», come ricorda il comunicato diffuso dopo l’ultima riunione del Consiglio Supremo di Difesa. E’ quantomeno singolare, tuttavia, che egli lo faccia «in vista del decreto autorizzativo per il quarto trimestre, che sarà in linea con gli impegni assunti nella prima parte dell’anno». Singolare perché il Decreto non c’è e se ci sarà, potrà cadere in Parlamento senza che le Camere debbano tener conto di “esami preventivi” di ministri, generali e ammiragli del Consiglio Supremo di Difesa. In quanto a Letta, se l’acquisto di cacciabombardieri F35, contestato da parlamentari di maggioranza e di opposizione, è essenziale per la realizzazione della politica del Governo, i casi sono due e in entrambi Napolitano e il Consiglio Supremo della Difesa non contano un bel nulla: o rinuncia, o si scontra col Parlamento. Se è vero che «in regime parlamentare l’arbitro e il disciplinatore dell’attività legislativa è il governo», come chiarì Mortati alla Costituente, non meno vero è che, «dovendo curare il costante mantenimento della fiducia da cui deriva la sua investitura», Letta ha una sola via costituzionalmente corretta per uscire da un eventuale dissidio – Mortati la indicò all’Assemblea ottenendo l’approvazione – e Napolitano e i generali non c’entrano: «il Governo porrà la questione di fiducia» e se la «sfiducia comporterà una crisi», a quel punto, solo a quel punto, il Presidente entrerà in gioco e deciderà il da farsi. Il Consiglio Supremo, no. generali e ammiragli dovranno continuare a tenere chiuso il becco.
E’ bene dirlo chiaro. Quando Napolitano afferma che il ruolo costituzionale «del Parlamento non può tradursi in un diritto di veto su decisioni operative e provvedimenti tecnici che, per loro natura, rientrano tra le responsabilità costituzionali dell’Esecutivo», dimentica che le questioni relative alla difesa e alla politica estera e militare si decidono sulla base di direttive generali che riguardano unicamente Governo e Parlamento e sono vincolanti per il Presidente della Repubblica. Il Consiglio Supremo di Difesa svolge attività consultive in tema di piani strategici e difesa dei confini, entro i quali ha un senso costituzionale l’attività delle forze armate di un Paese che ripudia la guerra. Il Consiglio non decide di sé, non risponde al modello della “via di fatto”, non modifica gli equilibri nei rapporti di forza tra poteri dello Stato e sarebbe bene che i contenuti, verbalizzati, fossero resi note al Parlamento in tempi più o meno reali. Napolitano non ha diritto di vincolare il Governo alle valutazioni di un organo consultivo, tutto sommato tecnico, che peraltro presiede, né può attribuire a quelle opinioni il valore di decisioni che si impongono al Parlamento. Meno che mai può pensare, Napolitano, che il suo Consiglio Supremo possa dirci come si attua la legge 244/2012 e se «debba riflettere indirizzi strategici e linee di sviluppo delle capacità e delle strutture coerenti con le sfide, i rischi e le minacce che il contesto globale […] prospetta per il nostro Paese e per la Comunità Internazionale”. E’ compito del Governo, sempre che il Parlamento non decida di sfiduciarlo perché sperpera miliardi, mentre la disoccupazione devasta la coesione sociale, i lavoratori stentano e i giovani sono in ginocchio. Quel Parlamento, che, Napolitano farebbe bene a ricordarlo, per alto tradimento o attentato alla Costituzione, mette il Presidente della Repubblica «sotto accusa […] in seduta comune a maggioranza assoluta dei suoi membri».

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Da giovane i vecchi antifascisti raccontavano che la sofferenza peggiore durante il ventennio veniva dal conformismo e dall’acquiescenza della gente nei confronti del potere. Era terribile, dicevano, perché ti sentivi il vuoto attorno. Un vuoto che si trasformava subito in isolamento e ti procurava una sensazione di soffocamento. Io li acoltavo, facevo cenno di sì con la testa, ma non coglievo fino in fondo il senso di quello che dicevano Mi mancavano troppi elementi per capire davvero.

Oggi no, oggi mi rendo conto perfettamente di quello che volevano dire, lo capisco davvero, mi è chiaro,  perché si tratta di una condizione che comincio a vivere. Più il tempo passa, più mi vergogno di essere incapace di romperlo quest’isolamento, di prendere a schiaffi il conformismo, l’appiattimento sul modello dominante, tutto futilità, apparenza e disvalori, e infine partire, andarmene via dall’Italia, sfidare la vecchiaia e difendere fino in fondo la dignità, se altro non si può. La sofferenza è acuta e peggio ancora della sofferenza è la vergogna.

Mi vergogno, sì, mi vergogno di un Paese che non trova la forza e il coraggio di ribellarsi, e forse nemmeno ci pensa, mentre Giorgio Napolitano, un vecchio, impresentabile arnese della politica, commissaria il Parlamento, sostenendo che tocca al governo e ai generali decidere quanto dobbiamo spendere per acquistare armi. Mi vergogno, sì. Di chi mi sta attorno e di me. Di me soprattutto, soprattutto di me mi vergogno.

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