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Archive for aprile 2020

22-3782Ho sentito il timore nella voce di Conte che – piaccia o no – non ha avuto fortuna nel suo arrischiato ruolo di Presidente del Consiglio di due consecutivi governi diventati poi l’uno il tragicomico nemico dell’altro. In tutta onestà non so se avrebbe accettato il secondo incarico se avesse potuto sapere cosa ci aspettava.
Nessuno di noi oggi può dire in coscienza che non gli sarebbero tremati i polsi di fronte alla situazione che s’è trovato a gestire.
Ci sono paragoni impossibili da tentare, tuttavia non bestemmio se dico che stiamo vivendo uno dei momenti più difficili della storia della Repubblica. Forse il peggiore. Al punto in cui siamo, se davanti alla storia si potesse già fare un bilancio, l’avvocato del diavolo non avrebbe un compito impossibile nemmeno di fronte alle accuse più pesanti.
Si prenda per esempio il tracollo del Servizio Sanitario Nazionale. Non sarebbe difficile dimostrare che Conte è un erede più che un responsabile e un Pubblico Ministero preparato otterrebbe tutt’al più di addebitargli la scelta di aver accettato in due momenti consecutivi il sostegno  della Lega di Salvini e del PD di Zingaretti, sui quali gravano in gran parte le decisioni politiche che hanno prodotto lo sfascio.
Quanto alla pandemia, ci sono prove fondate che si tratta di un disastro annunciato contro il quale non sono state apprestate difese e si è anzi consentito lo smantellamento delle trincee e una riduzione suicida delle truppe da utilizzare in combattimento.  Forse davvero nessuno è stato “lasciato solo”, ma la chiusura delle aziende è stata troppo parziale, alle imprese si è dato molto e alla povera gente poco o quasi niente. L’avvocato del diavolo però obietterebbe che, nel rapporto tra le forze in campo, l’associazione dei padroni ha utilizzato al meglio tutte le sue armi e forse è andata oltre, minacciando nelle segrete stanze il licenziamento di massa; poco o nulla hanno fatto invece i “grandi sindacati” dei lavoratori, che hanno avuto inevitabilmente la peggio e se la sono cavata meglio quando hanno reagito spontaneamente.
E’ vero, siamo giunti inermi al momento più terribile. Mancavamo di tutto, dalle mascherine ai ventilatori e gli scienziati dell’accademia hanno fatto pessima prova. Ma di questo – direbbe l’avvocato del diavolo – chiedete conto al sistema che ha collocato la produzione nei Paesi dove la mano d’opera è ridotta in servitù e nessuno si è ribellato.
Come accade spesso nella vita, la dove sarebbe stato davvero facile puntare il dito senza consentire a Conte e ai suoi di uscirsene senza danni, là purtroppo il dito non si punto a sufficienza e l’attacco finora non si è portato a fondo.  Il governo Conte – e questa è forse la sua vera e gravissima colpa, non si è mai fermato sul nesso evidente che c’è tra virus, pandemia e l’ambiente massacrato dall’avidità di un capitalismo vorace, che antepone il profitto al diritto alla salute e alla vita.
Conte ci ha raccontato la pandemia e la morte, ma si è guardato bene dal far cenno alla capacità distruttiva mostrata dal virus nelle regioni più ricche di industrie e più inquinate. Non ne ha parlato perché puntare il dito sul disastro causato da un modo di produzione autodistruttivo significava aprire la discussione politica sulla necessità di elaborare una nuova filosofia del rapporto tra uomo e ambiente, scontrarsi molto duramente coi poteri forti sul tema della sostenibilità del nostro modello di produzione e sui provvedimenti urgenti da prendere non per fermare una tragedia che è già storia, ma per evitare che la storia futura diventi sempre e solo tragedia.
Qui ci sono le responsabilità nuove, quelle che Conte non ha ereditato, Qui sono mancati il coraggio e l’autonomia dal potere economico, ma di questo purtroppo però non si parla quanto sarebbe necessario. Che tacciano le finte opposizioni integrate nel sistema è comprensibile, anche se disumano. Incomprensibile e per molti versi inspiegabile è che contro questa terribile colpa non insorgano unite le opposizioni anticapitaliste, per le quali purtroppo il presente, in buona parte compromesso, sembra contare più del futuro. Un futuro nel quale – ecco il punto cruciale – la presenza del genere umano non è affatto sicura.

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Un dono di Parole. Un racconto, oggi uscito su “Canto Libre”…

Tarini non aveva età. Alto e robusto com’era, si muoveva sgraziato per i viali alberati della caserma e ti prendeva al cuore con i grandi occhi liquidi e azzurri, la testa irrequieta sotto il cappello, i capelli offesi dal taglio all’Umberto e quell’accento che dire toscano non serve a spiegare.

“Comunista di Pontedera” – come usava presentarsi beffardo – era giunto alla scuola d’artiglieria contraerea di Sabaudia dopo aver opposto all’esercito tutto ciò che di lecito e d’illecito si poteva tentare. Per non partire, s’era dato persino ammalato alla testa e aveva impavidamente affrontato la dovuta permanenza in “osservazione” tra i matti veri – se mai la scienza medica ne abbia correttamente individuato qualcuno – e quelli presunti, che erano quanto di più rigorosamente indecifrabile esistesse tra gente non abbiente negli anni in cui la prima generazione del dopoguerra tagliava il traguardo della maggiore età.
Gli anni che scompensarono il sistema.
– Nulla da fare, Cristo! – raccontava sconsolato – Nemmeno il matrimonio ci
vile con la ragazza ingravidata li ha potuti fermare!
– Meglio fare come me, Tarini! – replicavo mandandolo in bestia – Coglierli in contropiede, metterli in ansia! Non vedi come sono confusi? Questo qui – si chiedono – se ne poteva stare a casa ed è partito? Ma allora è pericoloso! Eccolo un pazzo vero: uno che parte e poteva evitarselo!
– Un tonto, vorrai dire! Un grullo! – urlava Tarini con quanta forza aveva – Ecco quello che tu sei per me: un mentecatto!
Provenienti da mezza Italia – io da Napoli, lui da Pontedera, Settanni da Lecce, Cavallo dalla Bergamasca, Nigro da Alessandria e Caponnetto, basso tarchiato e tondo come un corto barile, dal mare africano di Mazara del Vallo – ci eravamo incontrati al corso di specializzazione per aerologisti, selezionati coi criteri “rigorosamente scientifici” prescritti da non so bene che regolamento. Io ero stato scelto perché, giunto al quarto liceo scientifico, si supponeva che avessi una qualche dimestichezza coi numeri, Tarini perché, dietro la cortina fumogena dei malanni inventati e dello smoccolare frequente, intercalato da un musicale e inimitabile ”te tu sei tonto e pure grullo”, celava la frequenza ai corsi d’ingegneria. In quanto agli altri, rapporti assai vaghi con scienze d’ogni tipo motivavano una scelta sostanzialmente approssimativa…

Se non vi siete annoiati e volete proseguire, ecco il link che ci porta a “Canto Libre”: https://www.cantolibre.it/la-guerra-dei-sei-giorni/.

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Clotilde Peani nasce a Torino il 18 aprile 1873, mentre una crisi economica semina disperazione e il liberista Marco Minghetti, per quadrare il bilancio, non taglia le spese militari, ma i fondi per la scuola e impone tributi e balzelli ai ceti popolari. Clotilde, figlia di povera gente, ha il futuro segnato. A scuola va quanto basta per leggere, scrivere e far di conto, ma in fabbrica le sono maestri i «sovversivi»; studia opuscoli e giornali proibiti e capisce che il lavoro è sfruttamento, ma anche emancipazione. Quando rifiuta di essere «angelo del focolare», per la polizia diventa donna «di cattiva condotta morale» ed è malvista dalla società della “Belle époque”, che, trasgressiva nel “café chantant”, esclude le donne dalla cosa pubblica e le rinchiude nel limbo delle mura di casa. Una società ipocrita, fatta di madri e sorelle sante, di mogli vigilate e donne libere ridotte al rango di prostitute e cocottes
La fine del secolo dona a Clotilde una vita nuova. L’incontro con Dionigio Malagoli, un anarchico con cui vive a Napoli «more uxorio», come annota sprezzante e allarmata la polizia, nasce da un affetto profondo, ma la giovane Clotilde non è pronta a fermarsi. I due infatti si separano presto e Clotilde parte per Londra dove si forma alla scuola dell’anarchismo internazionale e frequenta per la redazione dell’autorevole «Les Temps Nouveaux». Nel 1905, quando lascia l’Inghilterra col falso nome di Angela Angeli è un’antimilitarista convinta e convincente, incompatibile con la morale puritana e maschilista dell’Italia liberale.
Giunta in Toscana, frequenta il fior fiore del «sovversivismo» locale, tiene giri di propaganda e affollate conferenze, poi, fermata a Livorno, torna a Napoli, ritrova Malagoli, l’uomo della sua vita, e nel 1906 torna alla militanza. Coperta da un falso nome – ora si chiama Angiola Mallarini – fa circolare la stampa antimilitarista ed è applaudita conferenziera al circolo «Germinal» di Pisa, a Roma, Milano, Londra e Parigi. «Come donna, riferisce un questurino, è pericolosa, perché suscita eccitamento tra la folla e con la sua audacia può trascinare i compagni».
A dicembre del 1910, dopo anni di lotte, è schedata come «sovversiva pericolosa», ma è in prima fila contro la guerra e contro il fascismo, mentre la violenza squadrista insanguina le piazze. Nel 1923, quando la polizia fascista nota che «fa vita ritirata», è vedova, ha cinquant’anni e quattro figli cui badare, ma non si è arresa. Nel 1925 benché «tormentata da problemi di salute che spesso la tengono a letto, ha contatti con gli anarchici» e cinque anni dopo non la fermano le perquisizioni, ma un esaurimento nervoso che il regime trasforma in «squilibrio mentale” – tra i sovversivi è ormai un’epidemia – per seppellire Clotilde nell’ospedale psichiatrico provinciale.
Nel calvario inatteso, la donna non è sola. In manicomio, per ignoti legami tra sovversione e pazzia, trova compagni di fede e sventura e qualche «oppositore occasionale», sepolto a vita per due parole nate dal vino o dall’ira. Teresa Pavanello, mentre il duce parlava alla radio di guerra, ha urlato: «Lui fa i discorsi e la gente va a morire». Al confino l’ha presa poi «un delirio cronico d’interpretazione» che la medicina non spiega; è un morbo senza sintomi: sta nell’ombra, poi esplode. La sua origine vera però è nei meandri d’un regime che rifiuta «sbandati», «irregolari» e dissenzienti e riduce alla disperazione chi si oppone.
Con la Peani, nei tragici corridoi del manicomio vagano Tommaso Serino, un disoccupato sorpreso a criticare il regime e d’un tratto «impazzito», e Salvatore Masucci, un socialista, che ha affrontato armi in pugno i fascisti e non ha avuto scampo: confino, carcere e manicomio. Con loro, Vincenzo Guerriero, anarchico irriducibile, schiantato dal manicomio, dopo che a Ustica, Tremiti e Ventotene non s’era piegato. Ormai – scrive la Questura – non è «in grado di concepire un’idea politica».
E’ il 1930: Londra, Parigi, le conferenze, tutto per Clotilde Peani è lontano. Dove ha fallito il manganello, hanno fatto centro manicomio, camicia di forza e farmaci convulsivanti. L’ultima notizia è del 1942: Clotilde è ancora ricoverata e tutto lascia credere che lì sia finita per sempre senza sapere nemmeno che i suoi figli furono tutti partigiani.A Napoli, a Port’Alba, dove a lungo ha trascorso i suoi giorni, né un fiore né un marmo ricordano ai giovani che passano il suo nome e il suo impegno per un mondo migliore.

Repubblica, red. di Napoli, 25 aprile 2020

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Nelle brevi e sconfortanti occasioni in cui esco di casa, quando ascolto la televisione che mi parla di politica e pandemia, ho chiara le percezione del disastro. Il coronavirus è la meno grave delle ferite che mi procura la condizione in cui siamo ridotti. I colpi più profondi vengono dalla miseria morale e dall’indigenza culturale di chi ha in mano  le sorti dell’umanità. Nel disastro che mi circonda vedo un segnale positivo nel fatto che un parassita fascista tiri fuori l’idea di un 25 aprile in cui ricordare i suoi camerati di Salò. Il potere ha perso il contatto con la realtà.  
La mia generazione voleva che non si arrivasse dove siamo finiti. La fermarono con attentati feroci, ma esistevano margini di miglioramento, non c’era questa terribile disperazione e la lotta armata non li travolse. Stavolta le spalle sono prossime al muro. Non mi piace quello che sto per dire, ma storicamente esistono esempi chiarissimi: quando si sono create condizioni così intollerabili moralmente materialmente, il potere ha scoperto che la rivoluzione non è una parola scritta sui libri. La Bastiglia non fu assalita per improvvisa pazzia e il Palazzo d’inverno non fu preso per ripararsi dal freddo. Credo che nessuno dei sedicenti “grandi” sia in grado di capirlo e questo è per me un motivo di grande conforto.

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E’ vero, ci ammazza e in questo senso è un nemico feroce dell’umanità. Vero è anche, però, che per suo conto l’umanità è stata nemica di se stessa, consentendo ai sacerdoti del dio mercato ci sacrificare scuola, ricerca, sanità e diritti dei lavoratori sull’altare delle chiese neoliberiste.

In questo inizio di secolo le pandemie si sono susseguite con una frequenza ignota ai tempi passati. Tutte feroci, ma non sempre causate da un virus contagioso come quello che ci colpisce oggi, sicché questo forse è il primo, vero impatto con il nostro destino futuro. Nel migliore dei casi, chi spiega ciò che accade, ci dice che abbiamo speso poco per tutelare la salute dei cittadini, ma sorvola sul fatto che il virus ci uccide anche perché abbiamo sperperato miliardi per armi e per soldati.

Chi sembra più consapevole e intellettualmente onesto, fa cenno alla necessità di avere più scienza e più coscienza, ossia più respiratori e più posti letto negli ospedali, personale più numeroso e preparato, cittadini più capaci di pensare con la propria testa. Per evitare di finire ai margini, più che dirlo, lascia che si intuisca: scuole più efficienti, ricercatori meglio finanziati e svincolati dal mercato, ospedali più numerosi e attrezzati, un sacrosanto rispetto per i diritti dei lavoratori, ci avrebbero messi in condizione di evitare i danni maggiori e affrontare la lotta meglio armati e meno inermi.

Se questa, come pare, è la migliore lezione che ricaviamo dalla pandemia, che faremo per domani? Penseremo che basterà porre mano un po’ più seriamente a questi problemi, qui rafforzando e là migliorando, per poter poi tornare abbastanza tranquillamente al mondo com’era prima. In fondo “tornare a prima”, con qualche miracoloso rattoppo, è quello che pare interessare di più. Un interesse che ora si chiama “fase 2” e che vede in prima linea gli imprenditori, nella loro ignoranza abissale e con l’istinto suicida caratteristico del capitalismo di ultima generazione. Non a caso i migliori alleati del virus sono stati padroni e politici al loro servizio, fermi sin dall’inizio all’obiettivo indicato dal loro dio feroce: la salvaguardia del profitto e quindi la continuità della produzione.

La lezione che viene dal virus non è questa, eppure, per mantenere in piedi il loro mondo assassino, i servi del dio mercato hanno lasciato le fabbriche aperte, prima travolgendo gli ospedali malmessi, poi, per alleggerire la pressione, trasferendo malati infetti nelle residenze per anziani, trasformate in camere a gas che hanno fatto strage dei poveri ricoverati.

A parte la questione morale, il guaio è che ad ispirare queste scelte feroci di stampo nazista è stata ed è la totale incapacità di capire che lo scontro vero non è più solo sulle commesse, sul costo del lavoro e sullo sfruttamento. Lo scontro tra capitale e lavoro c’è ed è terribile, ma avviene in seno a un conflitto nuovo e terrificante: quello tra capitale e ambiente devastato dal capitale. Ciecamente, per decenni, gli imprenditori a caccia di profitto non hanno solo distrutto diritti e schiavizzato lavoratori, ma hanno alterato fino all’inverosimile equilibri naturali che precedono la nostra comparsa sulla terra. Da tempo ormai creare profitto vuol dire sconvolgere equilibri millenari per i quali i virus, godendo di un habitat adatto alla loro esistenza, hanno avuto rare occasioni di aggredire l’uomo trovandolo inerme. C’è stato un tempo, ormai dimenticato, in cui confini definiti segnavano limiti insormontabili. Un tempo in cui i bovini allevati non sguazzavano nell’ammoniaca della loro urina, non aiutavano i virus  a stabilire la loro dimora nel corpo umano e non esponevano l’umanità senza difese all’insolito trasloco.

Se pensiamo a ciò che accade in Amazzonia, tutto diventa chiaro. La globalizzazione, intesa come diritto di distruzione, ha sconvolto e sconvolge ecosistemi, ha portato e porta uomini inermi a contatto con virus mai conosciuti. Oggi noi siamo gli indiani d’America ai tempi di Colombo e il disastro è compiuto. Il coronavirus è un campanello d’allarme. Ci uccide, ma ci dice anche che non possiamo ignorare questa nostra nuova condizione. Ogni morto che fa è una lezione chiarissima: voi siete pericolosi per il pianeta e se pensate di tornare a bruciare foreste, a bucare l’ozono, ad avvelenare l’aria, l’acqua e la terra, noi saremo costretti a distruggervi. Questo ripete il virus alla Confindustria che segna a lutto le sue bandiere perché vuole ricominciare la distruzione. E se non lo capiremo, se ci inventeremo nuove fasi nella lotta alla pandemia, se ci affideremo ad arrischiate riprese, potremo anche scoprire vaccini, non batteremo un nemico che in due mesi ci ha mostrati per quello che siamo: animali impazziti, arroganti e violenti che hanno un sistema di vita autodistruttivo e pretendono di imporlo alla natura.

Se tornare indietro vuol dire per noi proseguire come se nulla fosse accaduto, è bene dirselo: non passeremo. Occorre che l’economia si rassegni a far posto alla storia e a una filosofia della vita che ci consenta di elaborare una concezione salvifica del futuro, che passi per il rispetto della natura, il recupero della nostra reale dimensione di atomo nella complessità dell’universo. O sapremo farlo – e se necessario imporlo con ogni mezzo a padroni e politici ciechi – o la partita è già persa. La natura è stanca di una umanità debole, rassegnata e nociva, che non toglie lo scettro del comando dalle mani di una minoranza di criminali psicopatici.

Agoravox, 20 aprile 2020; IlMonews, 21 aprile 2020

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Quando va in scena sulle reti di Berlusconi, la politica io non la seguo. Negli ultimi tempi mi impongo di farlo solo perché talvolta invitano Viola e lei coraggiosamente accetta. Se non ho tempo per seguire, magari perché sono a un tornante tale che, se smetto di scrivere, la vecchiaia si vendica e poi mi costa caro, seguo la trasmissione registrata.

Hai ragione, prezioso e raro lettore del mio scombinatissimo blog: vuoi sapere Viola chi è  e io te lo dico. Viola Carofalo è una dei due portavoce di Potere al Popolo!, ma soprattutto è una giovane compagna di tante battaglie e un’amica assai cara.

Come puoi immaginare, spesso mentre in trincea difende le nostre ragioni e i nostri valori, sui social pare un delirio. I gruppi fascio-leghisti, infatti, scatenano sistematicamente attacchi violentissimi, spesso organizzati; un repertorio vastissimo di contumelie, che va dalle minacce di morte, agli insulti sessisti a sfondo sessuale. Nel loro immaginario malato, la valanga di male parole e commenti triviali dovrebbe demolire Viola, farla uscire di scena e metterla a tacere. E’ il comportamento tipico dei cretini.

E’ passato mezzo secolo, ma ricordo con molto piacere di quando giocavo a calcio e, benché la statura non mi aiutasse, tra i pali ero un gatto volante. Un errore capita a tutti e una volta capitò pure a me. Un falso rimbalzo, il pallone che si alza, si impenna, cala tagliente alle mie spalle e finisce dentro. Eravamo fuori casa e sugli spalti mi presero di mira: cantavano in coro a squarciagola poche parole sprezzanti, ripetute ossessivamente: “tirate in porta che il portiere è scemo”.

Quel coro fu un errore molto più grave della mia papera iniziale. Sentii come una scossa. Più urlavano, più paravo. Quel giorno fui una saracinesca, presi tutto, il parabile e l’imparabile e ho davanti agli occhi, come fosse oggi, un attaccante con le mani nei capelli: avevo tolto dal sette con la punta delle dita una rasoiata maligna, sbucata da dietro la barriera e già quasi entrata. Al fischio finale, il pubblico era ammutolito: partita persa e il portiere “scemo” migliore in campo.

Cara Viola, ragioniamoci un attimo con calma e con distacco. Questa gentaglia anzitutto ti invidia. Vorrebbe essere lì al tuo posto, ma non ha i numeri. Aggiungici poi che mediamente tu spiazzi, sei imprevedibile, parli la lingua che la gente capisce e vuole ascoltare e metti in riga i loro sconcertati rappresentanti. Messa così, non ti può far bene, ma la valanga di male parole è rivelatrice.
Oggi questo purtroppo è il livello e l’esempio viene, per così dire, dall’alto. Prendi Sgarbi, per dirne uno. E’ un po’ meno zotico, ma aggredisce e insulta. C’è poi un dettaglio che non trascurerei: molti, troppi purtroppo, sono abituati a misurare gli altri da se stessi. La conseguenza è inevitabile: tu non puoi essere pulita, onesta, colta e più brava della media, perché loro sono sozzi, disonesti, ignoranti e incapaci. Insomma, cara Viola,  questo loro aggredire e dar fastidio, è la prova che tu dai molto, ma veramente molto fastidio alle destre fascio-leghiste.

Ti arrabbi se lo scrivo? A me pare che senza volerlo e paradossalmente quello che veramente ti dicono è che tu sei intelligente, brava e preparata.

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Tempo di “Didattica a Distanza” (“DaD”) per gli insegnanti; di giornate intere davanti ai dispositivi elettronici; di notizie allarmanti circa possibili doppi turni, aumenti folli dell’orario di insegnamento, valutazione e organi collegiali senza solida copertura giuridica.

Le mani sulla Scuola: la crisi della libertà di insegnare e di imparare” è un libro pubblicato lo scorso gennaio —  e scritto a quattro mani da Anna Angelucci e Giuseppe Aragno — che risponde alle domande: come si è giunti a questo punto? perché questa continua vivisezione sul corpo vivo della Scuola (senza mai, peraltro, chiedere l’opinione degli insegnanti)?

Non è forse vero che i docenti, in quanto professionisti dell’educazione e lavoratori non subordinati, hanno organi di autogoverno in materia didattica (come il Collegio dei Docenti, cui compete in ogni istituzione scolastica il potere deliberante in materia didattica ed educativa) a tutela della libertà d’insegnamento garantita dalla Costituzione?

Scuola: da “organo costituzionale” a “azienda pubblica a capitale misto”

Anna Angelucci — saggista, collaboratrice di Roars e Micromega, docente di italiano e latino nei Licei — si occupa della Scuola concepita dalla Costituzione come istituzione, e poi evoluta (involuta?) in quella che definisce “piccola o media azienda pubblica a capitale misto pubblico-privato”: deprivata della sua originaria funzione di ascensore sociale, per diventare cinghia di trasmissione di (dis)valori mercatistici, economicistici, tecnolatrici.

Scuola-azienda e docenti-impiegati 

Secondo l’Autrice la Scuola-istituzione è stata sacrificata al “new public management” imperante dal D.Lgs n.29 del 3 febbraio 1993, quando a tappe forzate si è dato l’abbrivio alla “trasformazione della Scuola della Costituzione tramite l’impiegatizzazione della categoria docente”. Tappa chiave è stata poi la cosiddetta “autonomia”, che ha in realtà accentrato i poteri nelle mani del “dirigente Scolastico” (definito “datore di lavoro” grazie al citato D.Lgs 29/1993), seguita dai tagli del dicastero Gelmini e dalla Legge 107/2015 (al secolo “Buona Scuola” renziana). Una sostanziale continuità d’intenti e di prassi, incurante degli avvicendamenti e dei colori partitici, sostanzialmente ubbidiente a linee guida dettate da Commissione Europea, Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea, multinazionali varie, Confindustria e sue diramazioni; sulla scia di un pensiero unico neoliberista da far invidia alla fantasia di un Orwell.

Pochi spiccioli e ideologia delle competenze 

I dati che Angelucci offre parlano da sé. Come quelli sul “fondo per l’arricchimento dell’offerta formativa”, previsto dalla Legge 440/1997, ma impoverito dal 1997 al 2017 del 70%: tanto da poter scrivere che «lo Stato investe oggi, nelle scuole autonome, per i suoi studenti, 6,5 euro pro capite».

Il bombardamento ideologico sulle competenze, unito alla mania delle “misurazioni” e delle nuove tecnologie, ha prodotto «Una visione della Scuola che oggi al soggetto pensante ha definitivamente sostituito l’individuo agente, al bambino o all’adolescente riflessivo lo studente performativo, sottoposto al “dominio cognitivo e all’egemonia della razionalità capitalistica”». I gelminiani e berlusconiani tagli del 2008 (quasi 9 miliardi), uniti alla “autonomia”, hanno reso le scuole «libere di essere dismesse dallo Stato, ormai anche giuridicamente deresponsabilizzato» al punto di lasciarle finanziare dai genitori col contributo “volontario” (coatto), o dai supermercati tramutati in “sponsor”.

Coazione al digitale e “Didattica a Distanza” 

È il neoliberismo alla Milton Friedman, bellezza! D’altronde l’OCSE «nel 1998 ha stimato in 2.000 miliardi di dollari l’investimento per la Scuola nel mondo e in 1.000 miliardi negli Stati membri, con circa 4 milioni di insegnanti, 80 milioni di studenti, 315.000 istituti e 5.000 università: davvero un affare di dimensioni straordinarie, un business gigantesco, al pari di armi, guerre, farmaci, cibo, e-commercebig data» (e ora — potremmo aggiungere — DaD). Infatti, la stessa Autrice parla di “coazione al digitale“, «divenuto, da semplice strumento, principale obiettivo dell’apprendimento e suo contenuto esclusivo (…), coercizione a un consumo illimitato e, contemporaneamente, realizzazione di quel cambiamento mentale funzionale ai nuovi modelli organizzativi e produttivi dell’impresa, in un mercato globale totalmente focalizzato sulle nuove tecnologie».

Due Italie anche in ambito culturale e scolastico 

Partendo da una notevole mole di dati statistici, Giuseppe Aragno — storico dell’antifascismo e del movimento operaio, nonché docente di Lettere nei Licei — disegna dal canto suo un percorso storico dell’evoluzione del sistema scolastico italiano dalle fasi preunitarie ad oggi, con particolare riguardo agli scenari che spiegano l’attuale distanza tra Nord e sud della Penisola anche in ambito scolastico. Dalle politiche scolastiche del Regno di Napoli alla lotta dello Stato unitario contro l’analfabetismo, l’Autore rileva un evidente “sviluppo diseguale” tra le due parti dello Stivale, con sostanziale fallimento dei (rari e incoerenti) tentativi dell’Italia repubblicana per interrompere i danni perennemente apportati al tessuto sociale meridionale da quella che Aragno definisce “spirale della povertà”.

Un libro utile 

Una lettura imprescindibile, insomma, “Le mani sulla Scuola” (come anche il trattato di Stefano d’Errico “La Scuola distrutta”), se non si vuole soccombere (senza manco accorgersene) al rullo compressore delle prossime iniziative governative in materia scolastica.

Alvaro Belardinelli, La Tecnica della Scuola, 15 aprile 2020

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