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Archive for febbraio 2009

Il Presidente Napolitano li invita a smetterla coi tagli indiscriminati alla scuola, all’università e alla ricerca, ma l’avvocato Gelmini risponde sotto dettato: noi eliminiamo solo gli sprechi. E nessuno capisce perché, spreco per spreco, non si cominci a tagliare il governo.
Taglio dopo taglio, spreco dopo spreco, il ministro Sacconi, un gran lavoratore pagato per occuparsi dei lavoratori, s’è inventato lo sciopero virtuale e si capisce: il diritto di sciopero si esercita nell’ambito della legge che lo regola. Cancellata la legge, si cancella il diritto, perché si sa: anche quello è uno spreco. Di questo passo – e teniamocela stretta – tra poco ci rimarrà solo la libertà dell’iniziativa economica privata, alla quale, com’è noto, il governo tiene più della vita. Non a caso nella Camera dei Fasci e delle Corporazioni è passato senza intoppi il “decreto milleproroghe“, che rimanda alle calende greche l’approvazione delle regole per la sicurezza sul lavoro. Ora, intendiamoci: qui nessuno s’azzarda a cambiare la Costituzione, per stalinista e bolscevica ch’essa sia. Si tratta solo di riconoscere che la sicurezza sul lavoro è davvero uno spreco. E sono tutti d’accordo: la scelta è perfettamente compatibile sia coi principi costituzionali, che con l’umanità, la sensibilità e la pietas del “partito della vita“. Quel partito che un’anima pia come Gaetano Quagliariello, portavoce di Berlusconi, incarna davvero alla perfezione. D’accordo. Quagliariello è uno spreco perfetto, questo è indubbio, e tuttavia quale governo potrà mai permettersi il lusso di tagliare la perfezione?
Il Presidente Napolitano non ha firmato un decreto, uno solo dei mille e passa che l’Esecutivo ha sfornato come pizze, e apriti cielo: si voleva eliminare quello spreco grandissimo che si chiama diritto di morire dignitosamente e il Presidente s’è messo di traverso! Così, al segnale concordato col papa tedesco, Formigoni, per la Lombardia, Cota e Bricolo per la Padania, l’onnipresente Quagliariello per la Città del Vaticano, Brunetta per gli stacanovisti, Mara Carfagna e l’avvocato Gelmini per le quote rosa, si son levati tutti come un sol uomo ed una sola donna: – “Voi, signori, fate pure il testamento che volete, ma sul come morire, in questo Paese, l’ultima parola spetta a Benedetto“. Si è voluto eliminare così anche lo spreco di tutti gli sprechi, lo Stato laico, una vera iattura che ci portiamo appresso quasi ininterrottamente dai tempi di Cavuor. Finalmente siamo uno Stato etico. Chi avesse dubbi, dia uno sguardo alle fedine penali dei gerarchi accampati nell’aula sorda e grigia e vivrà di certezze. D’accordo. C’è un’etica cattolica e una morale laica, esiste un pensieo ch’è stato socialista e ce n’è uno che fu liberale. Ma non siate petulanti, per favore. L’avvocato Gelmini l’ha spiegato bene: ci sono troppe morali e troppi pensieri e pensare è uno spreco che occorre tagliare. Per questo l’avvocato ha tagliato la scuola, l’università e la ricerca. L’etica italiota ci può ben bastare: cattolica, apostolica e romana.
Di spreco in spreco, il diritto a scegliersi i deputati, il diritto allo studio, il diritto di sciopero, il diritto alla salute, il diritto, il diritto… di spreco in spreco, tutti i diritti si vanno tagliando. Il diritto è uno spreco inaccettabile.
Diciamolo: Berlusconi e soci non sono fascisti. Anche per quello occorre pensare. E pensare è uno spreco. Berlusconi e soci hanno scelto d’essere semplicemente clerico-sfascisti: a pensare per tutti bada il Vaticano e in quanto a sfasciare, non gli costa nulla.
Questo indiscriminato tagliare ci interroga, ci pone una domanda, una sola, prima che ci taglino la cittadinanza, assieme a quell’inaudito spreco ch’è il diritto di parola, e ci riducano a sudditi. Una domanda cui occorre dar risposta: che altro deve accadere perchè organizziamo la resistenza?

Uscito su “Fuoriregistro” il 26 febbraio 2009

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Non sono armate le ronde di Maroni. Si portano dietro parole pesanti come pietre, ma non sono armate. Disarmato, disarmante, o forse capace davvero di armare la mano, è del resto anche l’onorevole carroccista Bricolo, cravatta e fazzoletto rigorosamente verdi come la bile, quando s’infiamma per stupri rumeni – quelli del maschio italico non sembrano riguardarlo – e, per difendere le “nostre donne,” se la prende con le immigrate: noi gli stranieri non li vogliamo, via di qui. E non fa differenze: donne, vecchi e bambini.
Non sono armate le ronde di Maroni. Sono formate da carabinieri in congedo, da paracadutisti della Folgore in disarmo e da guardie civili nate da una paura incivile, suscitata ad arte per alzare steccati, censire, schedare e concentrare. Non sono armate, ma si portano dietro rigurgiti di medioevo e sono figlie di parole usate come strumento per armare le mani.
Non sono armate le ronde di Maroni, ma ci sono mille modi per creare rapporti di subordinazione sociale e numerose vie per “strutturare” in maniera razzista l’ordine “costituito”. Non sono armate, ma costringono la scuola a scegliere tra civiltà e barbarie e non ci sono dubbi: tra Bricolo e Levi, tra Cota e Verri, tra Bossi e Marcuse, la stragrande maggioranza degli insegnanti sceglierà la tolleranza e la disubbidienza. E spiegherà agli studenti chi è che ci governa.
Maroni non lo sa, ma Mussolini, che di violenza e razzismo fu maestro, ne era convinto: “Gli uomini sono fatti così, è più facile indurli a odiare che ad amare”. E forse non aveva torto. Noi, però, vecchi sessantottini fastidiosi,come ci vuole l’avvocato Gelmini, conosciamo la storia. Noi siamo tolleranti e non manchiamo perciò di ascoltare le ragioni degli altri. Dopo aver ascoltato Cota, Bricolo e Maroni, non saremo però così ingenui da dimenticare che chi ottiene ciò che non gli spetta è un furfante e un ladro. E lo insegneremo, perché Salvemini ha ragione: “La nostra civiltà andrà in rovina se la scuola verrà meno al compito d’insegnare alle future generazioni che ci sono delle cose che non si fanno”.
Don Milani ce l’ha insegnato: “le leggi degli uomini sono da osservare quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole)”. Importa poco se Maroni sia razzista. Le sue ronde sono solo il sopruso del forte e tanto basta. Noi ci batteremo perché siano cancellate.

Uscito su “Fuoriregistro” il 20 febbraio 2009

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Per conoscenza e, per quanto mi riesce, senza commento.
Si tratta dell’emendamento al “pacchetto sicurezza” – così lo chiama il Governo – che riguarda la possibilità di “oscurare” i siti internet che in qualche modo “istigano a disobbedire alle leggi dello stato” o “alla violenza“.
Mi limito a due considerazioni. In Campania, sarà utilissimo per mettere a tacere i cittadini non ancora sudditi che lottano per la salute contro l’amianto nascosto nella cava di Chiaiano. Non lo sanno in molti, ma è così: alla scoperta e soprattutto alla diffusione della notizia, hanno infatti provveduto sovversivi noti e pericolosi come padre Alex Zanottelli, che da anni si batte per la difesa dei beni comuni. In vista dell’approvazione di quel modello di rigoroso rispetto della Costituzione, costituito dalle “fondazioni” marca Aprea, ho fondati motivi per credere che anche nel settore della formazione, riviste pericolosissime come questa, possa essere agevolmente neutralizzata. Considerando l’uso “criminogeno” fatto dai siti dei cosiddetti “movimenti” – o anche solo da quelli che si permettono di fare informazione “alternativa” – se il provvedimento passerà – e non vedo come possa andare diversamente – l’Esecutivo avrà in mano un nuovo, efficace “strumento di sicurezza” – la parola censura è stata cancellata dal nostro dizionario – e sarà in grado di limitare gli spazi di quei veri e propri reperti archeologici che sono l’agibilità politica e democratica. Attorno alla sicurezza, si sente dire, si va costruendo una sorta di Patriot Act italiano, ma sono i soliti “facinorosi“. Certo, negli anni che verranno, gli storici faticheranno molto a ritrovare sul web le voci del dissenso. Questo è vero. Ma siamo franchi: che valore possono avere, in questa feroce e disperata lotta per la sicurezza, le pur rispettabili esigenze degli storici?

PROPOSTA DI MODIFICA N. 50.0.100 AL DDL N. 733
50.0.100 (testo 2)
D’ALIA

Vedere testo 3
Dopo l’articolo 50, inserire il seguente:

«Art. 50-bis.

(Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet)
1. Quando si procede per delitti di istigazione a delinquere o a disobbedire alle leggi, ovvero per delitti di apologia di reato, previsti dal codice penale o da altre disposizioni penali, e sussistono concreti elementi che consentano di ritenere che alcuno compia detta attività di apologia o di istigazione in via telematica sulla rete internet, il Ministro dell’interno, in seguito a comunicazione dell’autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l’interruzione della attività indicata, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine.

2. Il Ministro dell’interno si avvale, per gli accertamenti finalizzati all’adozione del decreto di cui al comma 1, della polizia postale e delle comunicazioni. Avverso il provvedimento di interruzione è ammesso ricorso all’autorità giudiziaria. Il provvedimento di cui al comma 1 è revocato in ogni momento quando vengano meno i presupposti indicati nel medesimo comma.

3. I fornitori dei servizi di connettività alla rete internet, per l’effetto del decreto di cui al comma 1, devono provvedere ad eseguire l’attività di filtraggio imposta entro il termine di 24 ore. La violazione di tale obbligo comporta una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000, alla cui irrogazione provvede il Ministro dell’interno con proprio provvedimento.

4. Entro 60 giorni dalla pubblicazione della presente legge il Ministro dell’interno, con proprio decreto, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico e con quello della pubblica amministrazione e innovazione, individua e definisce i requisiti tecnici degli strumenti di filtraggio di cui al comma 1, con le relative soluzioni tecnologiche.

5. Al quarto comma dell’articolo 266 del codice penale, il numero 1) è così sostituito: “col mezzo della stampa, in via telematica sulla rete internet, o con altro mezzo di propaganda”».

Uscito su “Fuoriregistro” il 15 febbraio 2009

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Nella nostra storia esistono anche le foibe. Sono un episodio tragico che ha radici lontane: affondano nella cosiddetta “grande guerra“, una tragedia dalle dimensioni ben più feroci nella quale su seicentomila uomini persi, centomila furono uccisi dagli stenti e dalla fame, volontariamente abbandonati al loro destino dal governo italiano mentre erano prigionieri della Germania e dell’Austria che non avevano come alimentarli. Perché? Solo perché la resa fu considerata diserzione. Non dico sciocchezze. Giovanna Procacci lo ha dimostrato documenti alla mano ed è sorprendente che il Parlamento non abbia pensato di ricordarli in un giorno della memoria, così come non ne ha mai dedicato uno alle migliaia di prigionieri dei tedeschi lasciati a morire di fame e di freddo perché rifiutarono di aderire alla Repubblica Sociale.
Radici lontane, quindi, che risalgono alla rottura del fronte interventista, quando i fascisti appiopparono a Bissolati il titolo di “croato onorario” e Salvemini divenne Slavemini. Ciò che il fascismo fece agli slavi, gareggiando in ferocia coi nazisti è cosa su cui non intendo fermarmi: fu una barbarie. Si dirà: ma la violenza fascista non giustifica la reazione. Certo. Però la spiega e questo è il compito della storia. Quello che non si spiega, invece, è l’insistenza crescente, la strumentale speculazione politica che attraversa la memoria storica delle foibe per rovesciarne il senso, mettere sotto processo la sinistra e far passare Diliberto e compagni per i protagonisti di una “congiura del silenzio” in un paese in cui altri e ben più gravi silenzi pesano sulla coscienza collettiva.
Ho sentito più volte Storace e compagni chiedere alla sinistra di dire fino in fondo la verità sulla storia del nostro paese e mi domando se tra le verità da raccontare siano incluse le bombe di Piazza Fontana, quelle di Brescia e Bologna e quelle esplose nei treni e nelle piazze funestate dai neofascisti.
Verità e silenzio, mi pare, sono i temi d’obbligo quando si parla di foibe e non si capisce chi avrebbe taciuto. C’è una tradizione fortemente critica del comunismo di parte della sinistra che va da Malatesta e Salvemini e giunge ai nostri tempi con Scotti. Sono cose note che si finge d’ignorare. Tanti, da Giuliano Ferrara a Galli Della Loggia, strepitano e strillano per questo presunto silenzio e tutti fingono di non sapere che per anni la grande stampa, tutta borghese e figlia del capitale, non dava spazio a chi aveva in tasca tessere rosse; tutti fanno finta di non ricordare che solo di rado chi era di sinistra vinceva un concorso per entrare a scuola, negli archivi e nelle biblioteche. Chi avrebbe taciuto, quindi, se l’editoria era in mano a borghesi, se Laterza era dominio di Croce e la Feltrinelli non era nata ancora? Einaudi da solo fu tutto il silenzio d’Italia?
Stettero zitti i politici. Ma quali? Quelli dell’area “atlantica” hanno di certo taciuto, perché Tito aveva rotto con Stalin ed era guardato con occhio benevolo. Per la sinistra socialcomunista, ministro degli esteri, nel Governi Parri e poi in quello De Gasperi, fu Pietro Nenni, ex interventista che sentì fortemente il problema dei confini orientali e si batté con tutte le sue forze per scongiurare il pericolo che si imponessero al paese le scelte fatte a Malta nel febbraio del ’45 da Roosevelt e Churchill, poi formalizzate in una proposta francese per la creazione di un territorio libero di Trieste. Nenni peregrinò per le cancellerie europee – Oslo, Amsterdam, Londra, Parigi – ma ottenne solo impegni generici. Sull’Avanti! fu lucidissimo, difese l’autonomia nazionale, chiese trattative dirette con la Jugoslavia ed ebbe chiaro che dalla soluzione della questione non dipendevano solo i futuri rapporti con Tito, ma anche la possibilità di una convivenza pacifica tra due paesi di opposto regime politico e l’autonomia da Mosca e dagli Occidentali. Quando si rese conto che il confine non sarebbe mai passato per la linea etnica, chiese che il territorio libero di Trieste comprendesse almeno Parenzo e Pola e che le questioni più delicate fossero risolte da referendum. Fu Nenni, ancora lui, per la sinistra, a chiedere a De Gasperi, dopo la firma della pace, nel febbraio del ’47, di attendere che anche l’Urss approvasse il trattato prima di chiederne la ratifica in Parlamento. Margini di mediazione però non ce ne’erano. L’Italia era un Paese vinto e la situazione internazionale non ammetteva scelte. Anche a Tito, che troppo tardi, diffidando dell’Urss, chiese trattative bilaterali, fu del resto immediatamente opposto un rifiuto. Il piano Marshall, la crisi di governo voluta da De Gasperi e la guerra fredda chiusero la partita.
Verità e silenzio. Ma chi avrebbe taciuto? Rimangono indiziati gli storici della sinistra ai quali si può muovere mille critiche, ma per i quali valgono anche mille considerazioni. Cortesi, Arfè, che non furono certo teneri con Togliatti, per non dire di Merli e Bosio, avevano davanti una catastrofe immane come la seconda guerra mondiale con i suoi cinquanta milioni di morti. Era per loro impensabile cominciare a scrivere di storia partendo da una graduatoria degli orrori, perché l’orrore era stato la caratteristica della guerra e di ciò che l’aveva generata: Coventry, Dresda, le città fucilate, le fosse di Katin, i gulag, la Shoa, le foibe, Hiroshima, Nagasaki. Nessuno pensò a fare l’elenco. A tutti sembrò più importante e serio ricostruire la storia stravolta dalla lettura fascista. E non a caso si partì da maestri che non provenivano dall’accademia: Croce, Gramsci, Salvemini. Occorreva capire come era stato possibile precipitare tanto in basso. Per gli orrori c’era la nausea e bastava. Contava soprattutto conoscere l’Italia dei partiti, del movimento operaio, dell’antifascismo e della Resistenza. Contava capire come era stato possibile precipitare nell’abisso.
Nessun silenzio voluto.
Poi certo, è cominciato un processo nuovo. La storiografia non si ferma, la revisione è naturale e c’è sempre chi torna a fare ricerca su Cesare e sulla repubblica romana. Ma il bisogno di approfondire, articolare le conoscenze, il bisogno di una revisione del giudizio storico, incontrandosi con la crisi politica e l’avvento di Berlusconi è diventato fatalmente propaganda politica. C’erano mille verità non dette cui sarebbe stato giusto dare rilievo: i gas sugli etiopi i massacri libici, l’ignominia jugoslava e infine le foibe, delle quali in fondo non si interessa nessuno. Quello che serve è presentare il conto a croati e sloveni, senza tener conto di quello ben più salato che essi potrebbero presentare a noi. Quello che serve è riesumare un anticomunismo postumo, anacronistico e grottesco, ricordando lo slogan di Goebbles: raccontare molte volte una menzogna è come dire una verità.
La domanda a cui occorre dare veramente risposta è una: come si è potuto giungere a questa così penosa strumentalizzazione politica di una dolorosa vicenda storica? Gianpasquale Santomassimo l’ha scritto e si può essere completamente d’accordo. Per un secolo la politica ha cercato legittimazione nella storia, vantando radici nel passato. Mussolini le cercò nel mito della romanità, la sinistra nelle lotte del movimento operaio e nell’antifascismo. Poi sono venuti l’89 col crollo del socialismo reale e il ’92 con Tangentopoli; il passato è diventato d’un tratto ingombrante e il processo s’è capovolto. Nessuno cerca più legittimità nella storia perché essa è vergogna, lutto, dolore, violenza e c’è bisogno del “nuovo” che processa la storia e la separa dalla politica. I fascisti non sono più mussoliniani, il Pci si è autosciolto e i cattolici non sono più democristiani. Siamo al punto che un partito, per non essere invischiato nel passato, prende nome e cognome dal suo leader o cerca battesimo al mercato dei fiori, sicché si sprecano rose nel pugno, garofani e margherite. Siamo giunti alla “Cosa ed al partito dei “senza storia” e, su tutto, si leva la comoda categoria del totalitarismo che esalta le comparazioni e cancella le differenze secondo le leggi del pensiero unico. Orwell aveva ragione: chi controlla il passato governa il futuro e chi controlla il presente gestisce il passato. Quello che conta è avere in mano il giorno che ora vivi. Sia pure. Questo però non è fare storia.

Uscito su “Fuoriregistro” il 10 febbraio 2007

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Se il Dio dei cattolici esiste, ha impedito ai suoi fedeli di consumare un’empietà: strappare alla morte un corpo sventurato che da lunghi anni egli aveva inteso chiamare alla sua presenza. Ha impedito un gesto di ferocia che ricorda da vicino la lucida follia del Sant’Uffizio, che, d’altra parte, trovò compatti chierici e fanatici: era figlio di Dio.
Tanto basterebbe per valutare la differenza profonda che corre tra fede, religione e fanatismo clericale. Tanto basterebbe e la pietà civile, versate lacrime che nessun integralismo sa e può piangere, confinerebbe nella tragedia storica dell’ignoranza, della superstizione e della malafede una vicenda indecorosa e, per certi versi, tutta italiana.
Il punto è che il rigurgito gesuitico e il rinnovato e ossessivo “Dio lo vuole” non c’entravano e non c’entrano davvero nulla con la vita e la morte. Il punto è che la Linguadoca di nuovo bruciata e l’inferno chiamato in causa a difesa del paradiso, non avevano e non hanno nulla a che spartire con la difesa della vita, col sacro rispetto per la morte e con quel “mistero del dolore“, cui s’erano appellati, bestemmiando, le supreme gerachie Vaticane. Il punto è che dietro il nero delle tonache, il baluginare delle candele, le croci sollevate a mo’ di spada, i grani di rosario consumati e una furia sanfedista alimentata ad arte da chierici e politici s’intravedeva e s’intravede, lucida e agghiacciante, la condanna a morte della nostra democrazia. Il punto è che indietro non si torna e ciò ch’è accaduto lascia un segno profondo. Un Parlamento delegittimato, nato servo e mai delegato, un Parlamento “nominato” che non ha maggior legittimità e rappresentatività della “Camera dei Fasci e delle Corporazioni“, è stato colto sul fatto dal Dio al quale s’appellava, sorpreso nel momento in cui, in suo nome, in nome del Dio dei cattolici, poneva mano a una legge voluta da un uomo che nulla sa di fede, di speranza e carità. Una legge pensata solo per cancellare in un sol colpo la divisione tra i poteri, che fu il vanto della democrazia borghese, e la dignità di quelle che un tempo erano assemblee elettive. Una legge che apre la via al tentativo di dar vita a un nuovo totalitarismo, a uno Stato etico, padrone assoluto della vita, della morte e della volontà di cittadino ritornati sudditi.
La morte pietosa e la mano di non so quale dio, stanco di bestemmie e di menzogne, chiudono la vicenda umana. Vive, ci resta dentro come un grande insegnamento, l’esempio di dignità di un piccolo, grande eroe: Beppino Englaro, che sta lì a mostraci tutta intera la miseria morale di buona parte della nostra classe dirigente. Rimane aperta, è oscura, inquieta e tiene sospese le coscienze democratiche, la vicenda politica. Domani potremmo celebrare non uno, ma due terribili cerimonie funebri: quella d’una donna sventurata, che un’oscena sete di potere meditava di tener prigioniera della morte in nome della vita, e quello della nostra democrazia, della vita civile di noi tutti, che si medita di pugnalare alla schiena in nome della democrazia. Noi però lo sappiamo, noi l’abbiamo imparato: fu seguendo la via della democrazia che Hitler e Mussolini celebrarono i funerali della libertà. Gridiamolo, perciò, rompiamo il silenzio e sia ben chiaro a Berlusconi e ai suoi accoliti: di qui non si passa. La storia non si ripete.

Uscito su “Fuoriregistro” il 10 febbraio 2009

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Senza mezze parole, com’è giusto che sia se la misura è colma e il livello di guardia raggiunto. La taverna lombarda che comanda in un Parlamento di “nominati“, in attesa di dominare il Paese, getta la maschera, sceglie di infilarsi in un vicolo cieco e apre uno scontro istituzionale dall’esito incerto e pericoloso.
Le leggi razziali, coi medici che denunciano i clandestini, la tassa sugli immigrati, le “ronde padane” o, se volete, la “Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale” e la schedatura dei clochard, non sono figlie d’un delirio improvviso e non segnano solo il punto più basso della storia politica della repubblica. C’è dell’altro e sembra fatto apposta per chiudere la partita col sistema democratico. L’attacco al sindacato, il disprezzo profondo per le regole del gioco, le intercettazioni impedite, le ripetute violazioni della Costituzione e l’aperta volontà di sottomettere ciò che resta della magistratura indipendente, annunciavano da tempo la burrasca che si va scatenando sulle nostre teste. Sul pietoso e tragico caso Englaro, Berlusconi non si è limitato al tentativo apparentemente maldestro e avventato, certamente nullo sul piano giuridico e irresponsabile su quello politico, di far passare un decreto che sostituisse la sua opinione personale a una sentenza emessa dalla Cassazione. Non gli è bastata una inaccettabile interferenza dell’Esecutivo in tema di diritti dei cittadini – che sul piano costituzionale è materia di esclusiva competenza della magistratura e vincola tutti, anche le Istituzioni, al rispetto più assoluto delle sentenze passate in giudicato. Perseguendo un disegno politico eversivo, che attacca alla radice il sistema democratico, egli ha apertamente ignorato il “potere di garanzia” che la Costituzione riconosce al Capo dello Stato per tenere nei binari della legalità repubblicana la dinamica politica e le contrapposizioni tra le Istituzioni.
Stasera, con un gesto di inaudita gravità, Berlusconi e i suoi ministri, nessuno escluso, non solo hanno rifiutato di accettare il giudizio di Giorgio Napolitano sulla incostituzionalità del decreto messo insieme in fretta e furia per impedire il rispetto di una sentenza emessa da un tribunale della Repubblica, ma hanno scelto di andare per la loro strada: con o senza la firma di Napolitano, Berlusconi intende raggiungere il suo intento, che non è e non può essere quello di salvare una vita umana, ma di togliere la vita alla nostra democrazia.
La deriva autoritaria, che una opposizione imbelle e complice ha finora ignorato e talvolta incoraggiato, sembra approdare così al suo drammatico epilogo. E’ giunto per tutti il tempo delle scelte chiare e nette. La misura è colma e il rischio mortale. I segnali sono sempre più inquietanti e appare evidente: potrebbe essere l’inizio d’un colpo di Stato. Prepariamoci a reagire da uomini e donne comuni, che non inseguono sogni di potere, ma fanno dignitosamente il loro lavoro e pensano che ci sia una soglia che non è possibile a varcare. Uomini e donne che hanno libera coscienza. Non è facile crederci, eppure è così, siamo noi “i protagonisti della storia e cioè della vita. […] Ogni uomo e ogni donna lo è. Lo sono le tante persone che difendono la propria condizione e dignità a mezzo di fatiche e di sconfitte” [1].
Lasciamolo solo in questa ignobile avventura. Lasciamolo solo, perché senta fino in fondo la responsabilità che si assume e soprattutto perché sappia che non abbiamo nessuna intenzione di stare a guardare.

[1] Luigi Pintor, Ei fu, “Il Manifesto”, 2 marzo 2003.

Uscito su “Fuoriregistro” il 7 febbraio 2009

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Legge dopo legge, decreto dopo decreto, un popolo che ha avuto nella sua storia Verri e Beccaria va a lezione di democrazia dai “pericolosi clandestini che trova normale chiudere in un campo di concentramento a Lampedusa, in nome evidentemente dell’accoglienza e di una storia d’emigrazione che al mondo probabilmente non ha pari.
Legge dopo legge, decreto dopo decreto, facendo il tiro a segno sui diritti, ci comincia ad apparire del tutto naturale che qualcuno neghi ai musulmani il diritto di pregare. E continuiamo a crederci un popolo liberale che si muove nel solco della storia e della tradizione che risale a Cavour: “libera chiesa in libero Stato“.
Legge dopo legge, decreto dopo decreto, figli della “patria del diritto” e della civiltà giuridica romana“, eredi di Cicerone e Cesare, teniamo in piedi Tribunali e Corti d’Appello, vantiamo in Cassazione il fior fiore dei giudici, ma sputiamo sulle loro sentenze e, in nome d’un rinnovato Medio Evo, ci neghiamo il diritto di morire con la dignità, che pure riconosciamo ai nostri cani.
Legge dopo legge, decreto dopo decreto – fingiamo d’ignorarlo ma lo sappiamo bene – sono anni ormai che da noi per taluni reati non c’è bisogna di chiedere documenti: hanno tutti una patria e, ovviamente, sono tutti clandestini. Il rapimento d’un bambino è Rom, lo spaccio della droga, ci su può giurare è sempre e certamente Senegalese, lo sfruttamento della prostituzione è per vocazione Albanese e la violenza sessuale è rigorosamente Rumena.
Se a Guidonia, però, una folla inferociata minaccia il linciaggio, se a Nettuno tre figli nostri danno fuoco a un indiano e, solidali e spavaldi, gli amici se la ridono, tanto si sa, è solo un marocchino, se tutto questo accade, non si sono dubbi: il reato è italiano, si chiama razzismo e se volete trovare i mandanti morali, non perdete tempo: cercate in Parlamento.

Uscito su “Fuoriregistro” il 4 febbraio 2009

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Ancora

Ancora gli stessi giorni.
Ancora le stesse ore.
Visi noti. Uguali parole. Ancora.
Ma senza palpiti. L’indifferenza
degli altri è la mia indifferenza.

Da Giuseppe Aragno, E però scrive, Intra Moenia, Napoli, 2003, p. 13.

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Da ragazzo, anni di guerra significava per me soprattutto memoria: gli anziani ricordavano il lampo nel silenzio prima dell’esplosione assordante, il rombo cupo del cannone a stento interrotto dall’urlo soffocato della morte e il fumo acre e dilagante che nasconde uomini e cose in una nebbia soffocante che stringe di angoscia le devastazioni materiali e quelle morali.
Anni di guerra furono allora per me – e forse lo sono ancora – l’oscenità del potere che si fa d’un tratto patria e chiama imperioso, fa le antiche capriole logiche, s’imbelletta di ragioni morali – c’è sempre una causa nobile a muovere la carneficina – e domanda cupamente sangue.
Così li immaginavo, gli anni di guerra, come sono da sempre, coi giovani affardellati che vanno a morire tra le bandierine e gli inni, nemici senza perché, petto contro petto, scudo contro scudo, daga contro daga, pieni la testa d’onore e paura, e sanno solo che un tiranno ha sbarrato la via che conduce fino al ferro, una tribù di barbari ha occupato l’oasi nel deserto o il valico innevato che guarda la pianura, che l’opulento vicino ci affama, che l’infedele non rispetta il pellegrino sicché Dio lo vuole, che ci hanno costretto in cono d’ombra e lo spazio ci serve, un po’ di spazio al sole, ed è spazio vitale.
Per tutto questo, solo per questo, in fondo per niente, ogni mano che può ha l’obbligo di spegnere vite: una, cento, centomila. Ricordavo Hiroshima.
Anni di guerra, pensai in quel tempo della mia prima giovinezza – ma ancora lo penso talvolta – sono gli anni dell’anima “animale”, della violenza individuale eletta a regola di vita collettiva.
Sentii allora, però, nelle tormentate riflessioni della giovinezza, che gli anni di guerra sono anche la risposta indiretta e definitiva all’utopia, l’assenza di alternativa, il buio profondissimo della ragione. In ultima analisi, il ritorno alla natura beluina della scimmia antropomorfa. Irrimediabile ritorno al codice delle diverse gradazioni della quantità e della qualità della violenza, all’indomita ed essenziale ferocia primordiale contro la quale cozzano invano e vanno in pezzi i millenni del progresso, la luce già fioca della scienza, l’imbelle sapienza storica, che si fa d’improvviso interminabile sequela di brutalità.
Anni di guerra fu intorno ai sedici anni il naufragio dei sogni.
Questo, dopo tanto riflettere, ciò che di mio rimase a me per gli anni che non erano venuti e sono poi andati, per quelli che non ho ancora vissuto e che forse verranno: un naufragio.
Negli anni di cui parlo, la guerra significò per me il dolore della crescita, che infine è invecchiamento, e l’inaccettata violenza accolta nella mia vita con stupore condizionante. Mentirei, tuttavia, se non dicessi che fu scontro lacerante ed inesausto – e perciò non ancora risolto – tra un impossibile rifiuto totale e la rivolta che covava dentro.
Si può scegliere Ghandi e vivere una vita disubbidiente – com’è vivo nell’arco breve del tempo che ci è dato il percorso dei millenni – e sentire dentro la contraddizione distruttiva tra l’amore e l’odio, la tolleranza assunta come tesi, la rabbia intuita come antitesi. Si può. Ma la sintesi è sempre e solo fatica. Fatica senza fine.
E’ vero, oggi ho messo la coscienza in pace – ma è un equilibrio precario e senile – nelle acque calme della libertà che va difesa, nella sacralità della lotta senza quartiere che antichi guerrafondai nobilitarono nella formula classica: “bellum pro aris et focis”. Mi sono tranquillizzato, fingendo di non sapere quanto di “patria” ci sia – e perciò quanto di falso – nella formula pacificatrice che giustifica la guerra.
Talvolta, però quando il peso degli anni non s’avverte ed un’improvvisa passione smuove le acque, l’antica tempesta si scatena e nel melmoso presente si fa strada una convinzione finalmente più libera, una invincibile necessità di chiarimento. Accade così che mi pare di poter dare ad “aris et focis” una dimensione planetaria, quella che forse in fondo sento vera, una dimensione che attraversa con rabbia passato, presente e futuro e, annullata la dimensione del tempo, sbotta in armi violentissima e non offre più scampo. Mi ricordo così di quella parte della mia generazione partita dagli slogan irridenti del pacifismo sessantottino e giunta al sogno d’un mondo in armi – tutto in armi – per l’impatto decisivo e definitivo. Rivoluzione dicevamo, ma era probabilmente molto di più. Aris et focis era il pianeta degli emarginati e non mentiva di pace. Rispondeva con la guerra alla guerra.
Ricordo ancora quel sogno furibondo e senza gradazioni di colori. Il sogno – chiamatelo se volete anche incubo, ma non sarò d’accordo – il sogno che metteva da una parte chi vive e dall’altra chi sopravvive, con l’incredibile complessità del sopravvivere. Complessità senza fine che non indicava solo le condizioni materiali della vita, ma anche e forse più quelle spirituali. Non il cibo del corpo, ma quello dell’anima insidiata, storpiata ed annichilita dalla violenza senza fine delle convenzioni sociali.
Oggi come allora mi chiedo quale domani ho sognato. Oggi come allora non sento minacciato il futuro, nel senso di tempo che verrà. E’ il sogno, semplicemente il sogno ad essere escluso, proibito, vietato e perseguito.
Questa esclusione, questa proibizione – oggi lo so – generò poi l’estremismo di cui ci ammalammo.
Per desiderio di sogni si può accettare una guerra e farla, senza dichiararla, mettendo nel conto i morti inutili dall’una come dall’altra parte, l’impossibilità di vincere se non alla condizione irrealizzabile di rivoluzionare le leggi della storia. E però, mi dicevo e mi dissi, Eraclito ha davvero ragione: acqua e fuoco. Eccola la guerra, senza speranze, senza che l’uno elimini l’altra, e tuttavia irrimediabilmente in lotta; acqua e fuoco, fisiologicamente, biologicamente, cromosomicamente connaturati all’esistere e regolati da scelte individuali – ecologicamente equilibrate – tra chi si pone come acqua e chi sceglie le vie del fuoco.
Un punto solo, e però decisivo, mi appariva e mi appare irrinunciabile: non c’è, tra acqua e fuoco, non esiste equivalenza alcuna, non è possibile alcuna forma di interscambio etico. Ogni volta che un bambino muore di fame ed avrebbe potuto mangiare, ogni volta che una mina storpia un ragazzino e la bomba è uscita dalle nostre mani, ogni volta che un uomo entra in carcere, è torturato o ucciso solo perché ha avuto dei pensieri, ogni volta che il pensiero di un uomo, il sogno, l’utopia sono considerati un reato e perciò processati, ogni volta che un detenuto attende una sentenza e non ha un avvocato, ogni volta che un giudice è pagato dall’accusa, ogni volta che tutto questo accade – ed accade, purtroppo, accade ogni giorno – stare con l’acqua o col fuoco non è la stessa cosa. I conti del ragioniere – dare e avere – non rientrano, non rientravano e non rientreranno mai nella bufera che furono i miei anni di guerra. Eraclito non lo consente.
La storia è vero, non cambierà. E però, tra l’uomo che sogna e l’uomo che processa i sogni non c’è e non potrebbe esserci alcuna pacificazione etica. I sogni, restano tali, liberi, certo, anche quando si presentano in veste d’incubo e coi simboli sanguinosi della lotta per la vita. I giudici, che li conducono in tribunale solo perché stanno in testa agli uomini, potenza che per esistere non deve farsi necessariamente atto, i giudici sono altro. Ben altro. Acqua e fuoco.
Anni di guerra – dopo tanto girarci attorno – furono per me lo scontro duro di giovane comunista con le ritorsioni dell’antico gerarca, assolto senza processo dalla giustizia politica amministrata anni prima da Togliatti.
Come sa essere ironica la storia, come paradossale e lucida quando è la vicenda minima dei suoi anonimi protagonisti.
Togliatti certo non poteva saperlo e più non saprà, che i suoi giovanissimi compagni in un liceo di Napoli fecero tutti la guerra al gerarca fascista e tutti uscirono battuti e segnati. Tutti, tanti anni dopo, maturarono nei suoi confronti scelte irrevocabili.
Si lottava per nulla, si lottava d’istinto, da posizioni diseguali e squilibrate, con i piccoli scienziati della nuova borghesia a fare da spettatori rigidi e timorosi, a lasciarsi prendere dal fascino della matematica pura, dall’uomo che si presentava colto e potente, e si disponevano a firmare l’armistizio. Il gerarca offriva vantaggi evidenti: so capire e premiare – lasciava intendere – basta acconsentire.
Io però non volli firmare.
Non dirò che feci bene, né che avessi ragione. Non ho più voglia di atteggiarmi ad eroe.
Pesarono il temperamento romantico invaghito di se stesso, allora sì, lo ammetto, una giovanile vocazione al martirio appresa da amori infantili – “Cuore” letto sei volte e “I ragazzi della via Paal” imparato a memoria – l’insopprimibile avversione per l’autorità non autorevole – mio padre, tutti mio padre, i prepotenti – chissà, forse l’irresistibile fascino d’un nonno mai incontrato, d’una militanza che non chiede medaglie e fanfare, d’una rovina provocata in nome di un’idea. Tutto questo certo segnarono l’inizio degli anni di guerra.
Una corsa didattica fatta forse per ammaliare – così piaceva al fascista – il raffreddamento ad acqua, comparso chissà come tra noi in un’ora di laboratorio di fisica, l’offerta di un esempio che mi fu stranamente concesso – non accadeva mai e forse davvero il destino scelse per me – e la violenza dello scontro sembrò subito definitiva.
Ad acqua dissi, ad acqua raffreddavano i nostri soldati in Russia le mitragliatrici. Ad acqua soggiunsi, quando l’acqua in Siberia congela. Bella scienza portarono i fascisti fino a Mosca!
Un tremito marcato alla bocca carnosa, un moto impercettibile degli occhi tutt’ad un tratto stretti dietro la montatura degli occhiali pesanti e sporchi segnalarono la furia incontenibile che montava.
Vada a posto! – mi disse – vada a posto! Poi soggiunse: i socialisti a Mosca non c’erano. Avevano preferito scappare.
Ma hanno cacciato via Mussolini da Salò – fu la replica secca – e alla fine sono stati i fascisti a fuggire.
La mia vita di studente al liceo “Cuoco” si era accorciata quel giorno in maniera vertiginosa. E gli anni di guerra, la guerra che non volevo, gli anni di guerra erano destinati a durare.

Uscito su “Fuoriregistro” il 2 marzo 2003

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