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Posts Tagged ‘Lampedusa’

Siscrive scuola si legge futuroSi scrive scuola, si legge futuro”. Questo slogan ha spinto ieri in piazza gli studenti delle superiori, mentre Lampedusa allineava sul molo nuove vittime di leggi razziali. Ovunque l’onda della protesta ha chiamato in causa il governo; nel mirino non solo Letta, ma Napolitano, “deus ex machina” di “larghe intese”, inammissibili manomissioni della Costituzione e scorciatoie presidenzialiste.
Politica, non è più tempo di tergiversare”, hanno urlato i giovani, traditi da tagli feroci travestiti da riforme: un monito chiaro, tra flash mobbing e cortei pacifici, ma carichi di tensione. Sullo sfondo, presenti come non mai, l’occupazione militare e la criminalizzazione della Valsusa e il ricorso intimidatorio al Codice Rocco, eredità del fascismo. In piazza, ferita mai rimarginata, la memoria di Genova 2001, le manganellate mai più fermate, i lacrimogeni lanciati persino dai Ministeri e i morti per polizia. Troppi e troppe volte impuniti, per non temere colpi proibiti, nel silenzio di una stampa tornata da tempo ai fasti di Telesio Interlandi e Mario Appelius.
Non s’è spenta l’eco della protesta di ieri contro lo smantellamento del sistema formativo pubblico a favore del padronato e dei suoi interessi privati e a Roma è scesa in piazza la gente che non vuole bavagli. “Dignità e Futuro per la Scuola della Costituzione”. Sotto lo striscione oggi pomeriggio,  chiamati a raccolta dal Coordinamento scuole di Roma, ecco in piazza per la Costituzione i docenti che si tenta di asservire con l’umiliazione economica e la delegittimazione sociale, secondo la triste logica del ventennio fascista. Nessuna concessione a rituali “girotondini”. Piuttosto, una risposta al fiume di parole e promesse di un ministro che non riconosce l’impotenza cui la condannano il pareggio di bilancio inserito illegalmente nella Costituzione e l’accordo sul “fiscal compact”. Il messaggio è chiaro: difesa della Costituzione, in quanto baluardo di diritti che solo la scuola statale garantisce: pari dignità, rimozione di ostacoli alla piena realizzazione umana, culturale e, quindi, sociale, di ogni cittadino. Un baluardo della convivenza civile che, nel conflitto tra le classi, guarda ai deboli, forma coscienze critiche ed è perciò illegalmente privata di fondi, a vantaggio del privato, e si discredita chiedendo alle famiglie contributi “volontari” che marcano di nuovo confini tra chi può e chi non può.
Giornali e televisioni si guardano bene dal dirlo e, se lo fanno, è solo per creare strumentali allarmi sui rischi di un terrorismo buono per tutte le occasioni: il 18 la scuola torna in piazza e apre la via alla manifestazione del 19, convocata dai movimenti di lotta per il lavoro e per i diritti di cui gran parte del Paese ignora persino l’esistenza. L’informazione, degna ormai di regimi autoritari, è muta di fronte alle richieste dei giovani, dei disoccupati, di coloro che non hanno mai lavorato, di chi è finito sul lastrico per il malgoverno, le speculazioni della finanza e una politica che ha socializzato le perdite di banche e bancarottieri e tutelato i privilegi. Di fronte alla tragedia del Paese, la ministra dell’Istruzione non trova di meglio che studiare rapporti di Enti che hanno sede legale su Marte. “Vorrei che il rapporto PIAAC OECD venisse letto da tutte le componenti del mondo dell’istruzione e della cultura” – scrive su facebook, trovando sconvolgenti dati che sono l’esito fatale di scelte politiche dei governi che degli ultimi decenni. Benché sconvolta, la ministra Carozza torna alla solfa delle promesse e delle esortazioni: “dobbiamo fare dell’istruzione e della formazione il pilastro della nostra politica economica, con coraggio riformatore, dobbiamo chiedere maggiori risorse ma dobbiamo anche cambiare la nostra scuola”.
Per carità cristiana, ministra, ma non lo vede? La scuola muore per congestione da leggi votate al cambiamento, come di leggi per l’accoglienza muoiono i “clandestini” nel Mediterraneo. Muore, clandestina tra i clandestini, uccisa dai tradimenti della politica. Non ponga mano a nuove leggi. Pretenda piuttosto che tra il 18 e il 19 non ci sia tra i suoi colleghi chi metta all’opera infiltrati, apposti cecchini sui tetti dei Ministeri e crei incidenti. Pretenda solo che si applichi la Costituzione. Invece di leggere rapporti, Ministra, legga attentamente i contenuti del Decreto 953 (l’ex disegno di legge Aprea) che sta per diventare legge. Provi a capire che significherà per la scuola il “Consiglio dell’Autonomia” che potrebbe sostituire quello d’Istituto. Immagini i danni estremi che verranno al Paese da un organo d’indirizzo della scuola che escluda i rappresentanti dei genitori e degli studenti per far posto a realtà produttive, professionali e dei servizi; provi a valutare le conseguenze della  commistione tra i fini della scuola statale e gli obiettivi di realtà private, l’insanabile contraddizione tra formazione delineata dalla Costituzione e formazione legata a interessi privati. Il suo ruolo Ministra, ricorda da vicino quello della sua collega Fornero: un’impostazione errata della scienza economica fece giustizia sommaria dei diritti dei lavoratori, un’idea malintesa di pedagogia sta per mettere al muro i “Decreti Delegati” che hanno dato dignità e democrazia al sistema formativo.
Apra le porte del suo ufficio a chi manifesta, ministra Carrozza, ascolti il Paese prima che da qualche parte prendano ad affiorare cadaveri di scuole un tempo fiorenti e resti di università ormai morenti. Non serve altro. Basta tornare a una legalità che significhi giustizia sociale. Provi a capirlo, se ci riesce: agli occhi di chi studia, lavora, paga le tasse e i costi della corruzione di politici e padroni del vapore, il Parlamento dei nominati non ha alcuna legittimità. Sullo sfondo delle piazze che protestano c’è la Grecia affamata che chiude le università nel silenzio del circo mediatico; è un tappo che non reggerà molto all’onda d’urto della crisi. La Grecia siamo noi e ci sono radici così profonde, che ogni ulivo calcificato dalla Troika nella terra di Omero è linfa sottratta alla civiltà dell’Occidente. Di questo passo, l’unico Parlamento che conterà in Europa sarà la piazza. Da troppo tempo la barbarie governa il Palazzo. Non provi anche lei a cambiare la scuola. Di cambiamento si muore. Come fa a non capirlo? Sta navigando in rotta di collisione con la democrazia. Lavori per cambiare finalmente la rotta, ministra. E’ questo il cambiamento che occorre e non c’è più tempo.

Uscito su “Fuoriregistro” il 12 ottobre 2013 e col titolo Dignità e futuro per la scuola della Costituzione su “Liberazione” il 15 ottobre 2013

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Da un po’, negli “studi” e nelle redazioni dei Tg, la preoccupazione era ormai palpabile e a far fronte alla “crisi” non era certo bastato il palliativo del “fuori onda” impietoso di un noto “anchorman” che s’era messo a urlare: “Niente, cazzo! Niente di niente! Ansa Adnkronos, Italpress, France Press, persino l’Atene News dalla Grecia disastrata! Niente. Elettroencefalogramma da stato comatoso. Porca puttana, qua se non ci pensa un attentato coi fiocchi o non fanno fuori un altro idiota come Arrigoni, siamo veramente fottuti. Fo-ttu-ti!”.

Linguaggio da scaricante, certo, ma come dargli torto? La situazione non era più sostenibile. Con le scariche d’adrenalina per l’immancabile ecatombe estiva di poveracci annegati nel Canale di Sicilia, s’erano fatti miracoli: i penosi litigi tra motovedette italiane e maltesi, la rissa accanita su immigrati e clandestini e le proteste di Lampedusa, tutto s’era sfruttato abilmente, andando avanti così fino all’indecenza. Tra le accuse agli “sporchi marocchini”, l’irriverente dito medio mostrato agli avversari, la gamma di contumelie che dall’adirato e secco “razzista” si era spinta fino all’articolato e travolgente “culattone, amico di tutti i culattoni e leccaculo, pronto a vendere l’anima per il voto dei preti”, nulla era stato trascurato e si era giunti così allo scambio violento di oggetti tra deputati di opposte fazioni, in un Parlamento ridotto a linguaggio da trivio e costumi da angiporto. Per un mese s’era suonata la stessa solfa ed era andata sinceramente bene, tant’è che sui set televisivi, a microfoni spenti, maggioranza e opposizione s’erano reciprocamente complimentate perché, nella violenza della contrapposizione, la gente non s’era mai fermata sulle responsabilità politiche degli ultimi governi e non ricordava più nemmeno la tragedia da cui s’era partiti. Sugli sventurati lasciati a morire, s’era fatto insomma un guadagno collettivo: giornalisti a ruota libera e politici usciti dalla bufera per il rotto della cuffia. Se poi a qualcuno, tornavano in mente per caso i morti finiti in pasto ai pesci nel canale, la peggio toccava ai maltesi, alle loro maledette menzogne e ai “rompicoglioni di Lampedusa che sono più africani dei clandestini”.

Nonostante la bravura di registi e studiosi della psicologia delle masse, tuttavia, giocate tutte le carte, quelle possibili e quelle impossibili, l’esaurimento della “notizia” e le burrasche autunnali avevano spezzato l’incantesimo. Il Paese televisivo, carta assorbente di ogni messaggio occulto ed elemento decisivo nella periodica trappola elettorale d’una democrazia parlamentare sempre più virtuale e priva di partecipazione, era stato costretto a fare a meno dell’istruttiva valanga di contumelie e pubblici ceffoni cui l’avevano assuefatto i naufragi estivi. Senza più sbarchi, s’era tornati alla programmazione televisiva prescritta come terapia di mantenimento per un popolo di quizzomani e tossicodipendenti da fiction, ipnotizzato da principi danzanti con le stelle: la dose quotidiana di “Principessa Sissi”, a giorni alterni santi carabinieri e beati poliziotti e in prima serata, a fine settimana, un violento bombardamento di “sogno americano” servito in pillole nella serie televisiva di “E.R. medici in prima linea” e di “Cold case. Delitti irrisolti”. Tuttavia, senza un gossip corposo e la cura da cavallo di sputi, parolacce e pugilato politico serale c’era il rischio concreto che persino pensionate, pensionati, sebbene drogati dal poker elettronico, inebetiti da ricette culinarie e messi in crisi d’identità da casalinghe felici di stirare e vecchi ruspanti persino nei pampers, s’accorgessero del trenta per cento di nipoti disoccupati e della pensione che valeva sempre meno e cominciassero con le domande scomode sulle piazze di Atene dove, per opera e virtù dello spirito santo, milioni di greci, informavano con aria di inequivocabile disapprovazione i più noti mezzibusti, erano diventati anarco-insurrezionalisti e s’erano messi addirittura a tirare sassi al Parlamento. Le parole, usate come pietre, erano lì pronte a rassicurare: “L’Italia non è la Grecia!“. Era un po’ come con gli immigrati: “sì, certo, povera gente, però perché non se ne stanno a casa?“. La disapprovazione dei mezzibusti era un messaggio chiaro: “ma a questi greci chi gliel’ha fatto fare di sperperare tanto?”. L’Italia non è la Grecia. Questo il passaparola avviato ad arte, tra giovani stelline sculettanti, seni al vento e isole di gente diventata d’un tratto famosa senza che nessuno sapesse bene il perché. A parare eventuali colpi bassi, per un po’ aveva provveduto l’overdose dei “servizi speciali” sul solito processo per un violento omicidio con stupro all’immancabile mostro rumeno messo in onda per venti sere di seguito per impedire ogni possibilità di riflessione e offrire una via di fuga nel tran tran quotidiano sulle espulsioni, sui permessi di soggiorno, sui rischi del terrorismo e sulla necessità di bombardare qua e là la miseria in una guerra dal bilancio strano: i morti tutti civili e tutti da una parte sola. Mai la nostra.

Col razzismo levato alla gloria degli altari, l’anchorman aveva saputo cogliere l’occasione per esaltare la sua abilità in spericolate serate di “grandi ascolti”: ogni trucco era servito, anche un siparietto anglosassone fatto di commenti al vetriolo sui costumi sessuali di notori farabutti e sfaticati che un linguaggio complice e ammiccante ha traformato nell’affascinante “jet set”. L’imbroglio geniale, quello che aveva vinto la gara dello “share”, era venuto quando s’era messo a pilotare lo zapping nel manicomio serale e, contro l’offerta di cosce e tette del polo privato, aveva condotto alla vittoria il polo “progressista” del servizio pubblic, sparando a zero sul rumeno presunto assassino. Uno scoop che aveva consentito più veli sul corpo femminile e un uso a pieno regime dell’intera gamma delle contumelie, senza le quali una serata televisiva o un dibattito sull’attualità politica non ha più speranza di successo.
Quando la crisi economica s’era fatta “greca” anche dalle nostre parti, però, non c’era stato scampo: la gente aveva preso a protestare e non pareva più possibile trovare il bandolo della matassa. Temendo la rivolta, la democrazia parlamentare aveva imbavagliato il Parlamento, impegnandolo su leggi senza capo e senza coda, e aveva puntato tutto sulla “pace televisiva“. Ne erano venute fuori ore e ore di una violenta criminalizzazione del dissenso che aveva unito senza alcuna eccezione destra, sinistra e centro dello schieramento politico e, come soldati precettati, i conduttori di ogni rete. Ciò fatto, s’era sperato in un qualche evento straordinario che consentisse di uscire dal “cul de sac“. Sarà che Dio vede e provvede, sarà che il potere è potere e orienta persino la speranza, sta di fatto che a metà di un ottobre caldo, con scontri di piazza “greci” anche in Italia, la gente piena di rabbia, il fumo e le fiamme che annunciavano rivolta, l’investimento sulla nonviolenza e il pacifismo aveva dato i suoi frutti e la gente in piazza s’era divisa tra chi odiava pacificamente governo, maggioranza e opposizione e chi nutriva un identico odio ma lo esprimeva con tutta la rabbia che produce la disperazione. Per sere e sere, senza sbarchi e naufragi, senza romeni processati e senza dosi di metadone per tossicodipendenti da televisione, erano spariti i principi danzanti con le stelle, l’immancabile “Principessa Sissi” e il sogno americano a base di “E.R. medici in prima linea” e di “Cold case. Delitti irrisolti”. Tutto s’era ridotto a santi carabinieri, beati poliziotti e arcangeli Gabriele in divisa da bersaglieri. In tutte le ore, dalla mattina fino alla sera. Ventiquattrore su ventiquattro. Due giorni soli, e s’erano visti gli effetti: la gente, pentita, col capo cosparso di cenere era andata a Canossa ad implorare un pacifico fallimento dello Stato e aveva portato i suoi averi agli uffici del fisco; come per incanto, era resuscitato il “sogno americano”, nei panni dell’eroe che, col cuore gonfio di dolore, l’animo oppresso dal rimorso e il viso indurito dalla sofferenza, aveva denunciato il padre e il fratello per una presunta congiura contro il potere economico ingiustamente accusato di essersi impadronito di quello politico. Con quest’accusa infamante, l’eroe aveva sottratto la sua coscienza all’oppressione di intollerabili pensieri violenti ed era andato incontro al trionfo dei talk show.

Due giorni dopo questa vera rivoluzione, maggioranza e minoranza, riunite nel “Partito unico della maggiominoranza”, avevano impartito democratiche disposizioni ai mezzi d’informazione. Ferma restando la condanna di ogni violenza, la televisione era tenuta a trasmettere per almeno quarantotto ore consecutive, senza alcuna fascia protetta, le immagini del linciaggio d’un leader africano, un ex alleato, passato per oscuri motivi nelle file dei nemici giurati delle banche. Non c’è  reato più grave. Le forze armate di tutto il “mondo civile“, impegnate da mesi nei feroci bombardamenti di una guerra di liberazione dal dittatore, con grande sprezzo del pericolo, dal cielo libero e sgombro avevano agevolato in ogni modo il linciaggio del tiranno. E bisognava che la gente la vedesse questa manifestazione di amore per la pace e questo così evidente disprezzo per la violenza.

Porca puttana”, aveva commentato nell’immancabile “fuori onda” il solito anchorman, mentre scontava vomitando la sua nota delicatezza di stomaco, “è la migliore trasmissione sulla nonviolenza che si sia mai fatta nella storia della nostra televisione”.

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Quando lo capiranno sarà tardi. E’ un territorio vasto e incontrollato. Naufragano tra gli scogli di Lampedusa, il Canal di Sicilia e le aule delle scuole e delle università di tutto il Paese. Li batte la cultura e non lo sanno. E’ la storia già scritta che decide, i fatti già avvenuti e i crimini consumati, contro i quali non c’è forza che tenga. Berlusconi, Bossi, La Russa, Gasparri, Tremonti, D’Alema, Veltroni, Casini. Non si tratta solo della paccottiglia plastificata del berlusconismo. E’ un suicidio di massa. Muore di leggi razziali l’abbozzo di genocidio tentato da Maroni, si spegne per rigetto il segregazionismo di Fini, Turco e Napolitano. Cede di schianto la pretesa che una banda di mercanti formi un Parlamento, che la libera coscienza dei popoli si sottometta agli interessi di un potere che pretende di decidere persino sulla vita e sulla morte.

Se ne sono sentite tante in questi giorni, che non ci sono dubbi. La partita contro la cultura e la formazione, aperta dai tagli di Gelmini e Tremonti è stata la Waterloo di un regime fondato sull’ignoranza. Carlo Galli, politologo e “opinionista” di quelli che vanno per la maggiore, ha sputato, nel consenziente silenzio degli “intellettuali” presenti la storica sentenza: “è il vento del Nord che si leva a Milano, là dove cominciò la Resistenza“! Una bestialità che fa il pari solo con la miseria morale e l’ignoranza mostrate in Emilia dal prof. Tremonti: “Quando sono venuto a Bologna tempo fa mi hanno detto che c’erano state le primarie e che aveva vinto Merola. Pensavo di essere a Napoli e invece ero a Bologna. Se continua così, a Bologna, il prossimo sindaco si chiamerà Alì. E i babà se li porterà via Merola“.

Ovunque nel Paese, tra scuola e università, l’attacco alla cultura urta contro focolai di resistenza e in cattedra ci sono ancora professori antifascisti che, per nulla intimoriti da Bossi, Garagnani e i minacciati provvedimenti fascio-leghisti, ricordano ai giovani il valore della libertà conquistata sui monti partigiani. A Napoli, che ha così risposto a Tremonti, alle amministrative hanno perso assieme Berlusconi e Bersani e, comunque vada, emerge la dignità della gente libera. Fu un napoletano di cui Tremonti ignora persino l’esistenza, Armando Diaz, a decretare la fine degli Asburgo: “I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo – affermò dopo Vittorio Veneto – risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza. Era ed è antica e immutabile legge: quando un potere non ha più funzione storica, non c’è forza che tenga. E’ per questo che la vittoria del “napoletano” Merola, a Bologna, fa di Tremonti il simbolo d’un regime che implode. E così lo consegna alla storia: tragicomica marionetta dai fili spezzati.

In Spagna, intanto, a Madrid, i “giovani indignati” occupano la Puerta del Sol e la rivoluzione del Nord Africa sbarca in  Europa. Ciclamini, minimizzano pennivendoli e burattini, ma sono terrorizzati. Potrebbe essere una nuova primavera della storia. Fosse così, e tutto induce a sperare, c’è da giurarci: presto i giovani vorranno saldare i conti.

Uscito su “Fuoriregistro” il 19 maggio 2011.

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Non lo dice nessuno, ma si sa: Cota è notoriamente abortista. Non si tratta di sfatare un mito e non c’entra nemmeno il Garibaldi frà massone, pirata e faccendiere dei sussidiari sfascisti su cui si forma la gioventù leghista. In discussione, se ma, c’è il modello “culturale” – si fa per dire – che Cota, Maroni e Goisis rappresentano al meglio. Lo ha ripetuto a lettere chiare persino Napolitano, che di solito, ama collocarsi “fuori della mischia”: la criminalità organizzata “meridionale” fa affari d’oro con le complici regioni del Nord. La “questione settentrionale” del Nord leghista, perciò, non passa certamente, come piacerebbe a Cota, l’ineffabile ex secessionista, per la “pillola abortiva”, ma un problema di aborto in casa leghista esiste certamente e riguarda la scelta di interrompere lo sviluppo di un popolo civile. In questo senso, non c’è pillola più abortiva della legge elettorale di Calderoli e, da Pontida a Lampedusa, la tragedia che incombe non sono gli immigrati che ci “islamizzano“, ma le leggi sull’immigrazione che ci imbarbariscono, la scuola e la ricerca sfasciate che sopprimono la ragione critica e fanno dell’egoismo individualista italiota la base “culturale” del fanatismo scatenato dalla Lega padana.
Saviano, che il Sillabo leghista metterebbe volentieri all’indice assieme al Corano, l’ha dimostrato senza possibilità di dubbio: il sistema economico “legale”, che il Carroccio si vanta di rappresentare, non sta a galla senza quello illegale. E qui la geografia politica non c’entra; non ci sono un Sud “mafioso” e un Nord “virtuoso“. Esistono cittadini onesti – e sono italiani – e ci sono delinquenti che non hanno patria e cittadinanza, ma riferimenti politici in ogni parte del Paese. Dal mondo dell’alta moda alle sempre più malconce fabbriche del nord-est, sono in tanti a smaltire, in accordo con le ecomafie, rifiuti a basso costo in barba alle norme sull’inquinamento. In quanto alla buffonata del sedicente “federalismo fiscale”, nessuno si fa illusioni: Cota non ha mai letto gli studi di Nitti sul bilancio dello Stato. Gli farebbe bene, ma a lui basta Bossi. Dopo cinquant’anni di cieca “piemontesizzazione”, dopo vent’anni di fascismo nato e prosperato soprattutto in terre padane, dopo il craxismo che, spiace dirlo, ebbe la sua culla nella patria di Turati, “marca padana” hanno anche berlusconismo e leghismo e, non bastasse, lo spostamento di risorse dal Sud al Nord è stato tale che solo una banda di incoscienti si lascerebbe tentare dall’impresa. Si dice, mentendo, che il Sud pesi sul Nord. Basterebbe saper contare fino a dieci e usare almeno un pallottoliere per capire che non è così. Il reddito del Nord – il dato è del 2003 e oggi sarebbe ulteriormente sbilanciato – ammonta al 53 % del totale nazionale mentre al Sud è solo il 26.3 %, e non è tutto. Il 54.3 % del reddito da lavoro dipendente – vale a dire salari, stipendi, pensioni, ammortizzatori sociali e compagnia cantante – un settore in cui l’evasione è pari a zero in tutto il Paese – si colloca al Nord, mentre il sud non giunge al 25 %. La metà. Ciò significa, ad esempio, che per ogni pensione pagata al Sud, la previdenza ne paga due al Nord. In quanto ai redditi da capitale, le percentuali sono del 57,3 % al Nord e del 21,4 % al Sud. Anche qui, il doppio o la metà, a secondo dei punti di vista. Un dato per certi versi sconvolgente. Se fosse vero, ma è molto improbabile, che nel Piemonte di Cota l’evasione Irap supera di poco il 30,53 %, appare chiaro: anche se l’evasione calabrese fosse totale, il Piemonte di Cota sottrarrebbe molto più che la Calabria. Rimane il sommerso, la terra senza nome in cui miseria del Sud e ricchezza del Nord si incontrano fatalmente sul terreno degli affari sporchi. Bene, solo tre anni fa i dati relativi al lavoro nero o irregolare vedevano al primo posto assoluto con l’88,1 % la provincia di Bolzano. A livello regionale, il Piemonte di Cota col 64,4 % era di poco più virtuoso della Calabria, ma registrava dati negativi rispetto a tutte le altre aree del Mezzogiorno.
In questo quadro, non ci sono dubbi, Cota, Maroni e Calderoli sostengono il più pericoloso e immorale degli aborti: quello che nega la vita alla solidarietà. Mettano in campo, se li hanno, i minacciati 400.000 fucili, gli sfascisti in verde, ma ricordino: giocando coi numeri e le armi, Benito Mussolini mise in campo otto milioni di baionette. Non salvarono il Paese dalla disgregazione e non gli evitarono Piazzale Loreto.

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Legge dopo legge, decreto dopo decreto, un popolo che ha avuto nella sua storia Verri e Beccaria va a lezione di democrazia dai “pericolosi clandestini che trova normale chiudere in un campo di concentramento a Lampedusa, in nome evidentemente dell’accoglienza e di una storia d’emigrazione che al mondo probabilmente non ha pari.
Legge dopo legge, decreto dopo decreto, facendo il tiro a segno sui diritti, ci comincia ad apparire del tutto naturale che qualcuno neghi ai musulmani il diritto di pregare. E continuiamo a crederci un popolo liberale che si muove nel solco della storia e della tradizione che risale a Cavour: “libera chiesa in libero Stato“.
Legge dopo legge, decreto dopo decreto, figli della “patria del diritto” e della civiltà giuridica romana“, eredi di Cicerone e Cesare, teniamo in piedi Tribunali e Corti d’Appello, vantiamo in Cassazione il fior fiore dei giudici, ma sputiamo sulle loro sentenze e, in nome d’un rinnovato Medio Evo, ci neghiamo il diritto di morire con la dignità, che pure riconosciamo ai nostri cani.
Legge dopo legge, decreto dopo decreto – fingiamo d’ignorarlo ma lo sappiamo bene – sono anni ormai che da noi per taluni reati non c’è bisogna di chiedere documenti: hanno tutti una patria e, ovviamente, sono tutti clandestini. Il rapimento d’un bambino è Rom, lo spaccio della droga, ci su può giurare è sempre e certamente Senegalese, lo sfruttamento della prostituzione è per vocazione Albanese e la violenza sessuale è rigorosamente Rumena.
Se a Guidonia, però, una folla inferociata minaccia il linciaggio, se a Nettuno tre figli nostri danno fuoco a un indiano e, solidali e spavaldi, gli amici se la ridono, tanto si sa, è solo un marocchino, se tutto questo accade, non si sono dubbi: il reato è italiano, si chiama razzismo e se volete trovare i mandanti morali, non perdete tempo: cercate in Parlamento.

Uscito su “Fuoriregistro” il 4 febbraio 2009

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