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Archive for marzo 2012

Tra politica e storia il denominatore comune è l’uomo. Esistono perciò tra loro fenomeni di osmosi e canali di scambio che non è agevole individuare, ma sarebbe errato ignorare, a meno di non voler tornare alla “religione del fatto” e alla “histoire événementielle”; in altri termini, a una concezione della storia – e quindi della vita – che parte da un’astrazione – “i fatti parlano”[1] – e, portata alle estreme conseguenze, conduce a Fukuyama e ai sofismi sulla “fine della storia”[2]. L’uomo, si dice, è un animale politico, ed è vero: lo guidano bisogni, difende interessi e si scontra fatalmente con chi persegue obiettivi che possano recargli danno. Se nel suo percorso storico tendesse veramente a riavvicinarsi alle origini, come hanno sostenuto Fukuyama e soci, questo  non accadrebbe per l’affermazione di un incontrastato primato politico del capitalismo, ma per motivi diametralmente opposti; la proprietà privata, infatti, non nasce con l’uomo. Non è vero, quindi, che il “tornare alle origini” comporti l’estinzione delle cause di conflitto, così come non è vero che la somma degli eventi che costituisce il livello politico-economico della storia segua un percorso unidirezionale e tenda alla “perfezione”[3]. Fuori da astrazioni teoriche, funzionali ad una rappresentazione “palingenetica” del capitalismo e della democrazia liberale, prodotte ad arte dal revisionismo dopo la caduta del muro di Berlino, rimane vera l’affermazione provocatoria di Walter Benjamin, con la quale Marcuse chiudeva la sua riflessione sulla natura repressiva della società capitalistica: “è solo per merito dei disperati che c’è data speranza”[4].
A guardarla così, da questo punto di vista di carattere generale, l’idea di tornare sulle Quattro Giornate non per tentarne una nuova ricostruzione, ma per provare ad approfondire le ragioni della parzialità e del “minimalismo” della loro lettura ha una ragion d’essere e risponde alla crociana esistenza d’un “problema storico” che, peraltro, solo apparentemente è questione di storia locale[5].
Il carattere schiettamente “politico” degli eventi passati alla storia come “Quattro Giornate di Napoli” non sfuggì al maggiore Pietro Caviglia, testimone oculare e “comandante la divisione degli agenti di polizia” in servizio a Napoli nei giorni degli scontri coi “teutoni inferociti”[6]. Nel suo rapporto al Ministero dell’Interno – il solo documento ufficiale che ho rinvenuto dopo lunghe ricerche, probabilmente inedito e, ciò che più conta, scritto a caldo nell’autunno del ’43 – il maggiore, faceva significativi cenni alla “resistenza dei militari italiani e dei patrioti”, iniziata “subito dopo la divulgazione della firma dell’armistizio”, quando i soldati “tedeschi di stanza a Napoli iniziarono azioni di violenza e di soprusi ai danni delle Forze Armate e dei cittadini”. Sorvolando ovviamente sul suo passato fascista, l’uomo puntava il dito contro i vertici militari:

se le azioni […] fossero state organizzate e incoraggiate, scriveva, forse i tedeschi non avrebbero poi spadroneggiato nei giorni successivi e non avrebbero apportati tanti danni alla città e […] commesso tante stragi e rappresaglie”[7].

Come vedremo, la “mancanza di organizzazione” cui fa cenno Caviglia ebbe con tutta probabilità una sua ragion d’essere, e nacque da scelte chiaramente politiche. D’altra parte, politico è il contesto in cui maturano gli eventi: il disfacimento dell’Italia di Mussolini, con “gli sparuti nuclei di militi fascisti” che, per lo più, “senza fede e senza volontà combattiva, disertavano le file e le caserme” e partecipavano in minima parte alla “serrata lotta fra patrioti da una parte e […] soldati tedeschi dall’altra”, mentre “gli eserciti alleati premevano a Salerno e nella Penisola Sorrentina”[8]. Politico, e per giunta rilevante, il valore che il funzionario attribuiva alla “cacciata dei tedeschi”. La sommossa, scriveva infatti il Caviglia, “è valsa a risollevare il prestigio di questa nostra Italia in un momento così disastroso per essa e […] sarà certamente esempio per le altre città italiane ancora sottomesse al giogo tedesco”[9]. Sul tasto politico preme, del resto, tornando a quelle giornate e al loro significato profondo, un altro e ben diverso “testimone oculare”, Corrado Barbagallo, storico professionale formato alla duplice scuola del marxismo e delle scienze sociali, che per primo – e con gli strumenti di una consumata esperienza di studioso – racconta gli eventi che sono svolti sotto i suoi occhi in una tragica ma esaltante successione. Politico nel senso alto della parola, politikòs, in quanto proprio del cittadino, ma anche in quello più particolare e contingente di “fatto che si contestualizza” nello scontro tra interessi contrapposti che, se guardano lontano e tentano di prefigurare il “Paese nuovo” dopo il fascismo, risentono, tuttavia, delle necessità del momento. Quelle con cui si fanno i conti e si scrive la storia non meno che alla luce dei principi e degli ideali politici.
C’è un governo – osserva Barbagallo – quello di Badoglio, il quale ha mostrato “tendenze che ben difficilmente potrebbero definirsi democratiche”,[10] e dietro il governo vi sono forze che non si sono accorte – o fingono d’ignorare – che

al colpo di Stato del 25 luglio si era giunti non per volontà di un monarca o di pochi uomini, ma per l’eloquenza della pacifica rivolta della stragrande maggioranza del paese, la quale […] reclamava con i modi più aperti, o nelle maniere più silenziose, ma egualmente significative, un cambiamento di rotta”[11].

E’ un governo che non teme la ripresa fascista, ma tiene in gran “sospetto tutte le dimostrazioni di popolo” e avversa soprattutto “quella corrente politica che si intitola del comunismo […] della cui natura e delle cui tendenze i governanti non hanno alcuna cognizione”[12].
Come Caviglia, anche Barbagallo accenna, quindi, ad una sostanziale unità tra le classi sociali, registrando un’irrimediabile frattura tra i nazisti e “l’enorme maggioranza dei burocraticamente iscritti all’ex partito fascista”, ormai “fino al massimo limite possibile, concordi nel volere una sola cosa: la cacciata dei tedeschi”[13]. Pur nell’immediatezza della ricostruzione, tuttavia, il grande storico coglie lucidamente la precarietà di quell’armonia d’intenti che produce l’eroica sommossa, supera valorosamente l’esame sanguinoso delle armi, ma – drammatico anticipo della sorte che toccherà alla guerra di liberazione che l’insurrezione per molti versi inaugura – s’impania nei giochi nascosti, negli occulti maneggi e nei compromessi talvolta necessari, ma non sempre di alto profilo tra parti politiche che giocano ognuna la propria partita.
Certo, lo studioso non ha a disposizione alcuna documentazione, ma intuisce che la frattura aperta nel paese dal crollo del regime è molto più profonda di quello che appare in superficie e i problemi cui far fronte, mentre la guerra è persa e il sistema politico si disintegra, ricordano paradossalmente alcune delle cause che condussero all’affermazione del fascismo: i costi della crisi del dopoguerra in un paese a capitalismo malato, il violento scontro di classe che alla lunga potrebbe derivarne e, sul terreno internazionale, il confronto tra capitalismo e socialismo reale che minaccia di assumere i lineamenti di uno scontro e condurrà ben presto alla guerra fredda. In realtà, se alla base della piramide sociale, l’unità, per quanto fragile e precaria, ha una ragion d’essere e una sua immediata e reale consistenza, al vertice si lavora soprattutto per garantire la “continuità dello Stato” e, con essa, i privilegi e il ruolo sociale della borghesia medio-alta, delle élites economiche, dei gradini elevati della gerarchia burocratica, largamente compromessi col regime, ma consapevoli che l’effettivo bisogno di unità, mettendo in stallo le sinistre, potrebbe consentir loro di  recitare la parte decisiva di interlocutori privilegiati di vincitori, ai quali li lega un forte interesse comune: la necessità di impedire che una vittoria “militare” delle classi popolari si trasformi in un successo politico delle sinistre, genericamente identificate come “comuniste”.
Non è un caso, del resto, che a due mesi dalla rivolta, il 30 luglio del 1943, quando il timore di una reazione del regime al colpo di Stato si rivela infondato e “i gerarchi e i fascisti militanti non hanno più dato alcun segno di attiva reazione, tale è la prostrazione morale in cui si sono abbattuti”[14], il questore Lauricella sia preoccupato soprattutto perché “da un giorno all’altro […] ognuno si credette libero di manifestare le proprie idee e di propagandare i propri principi politici, siano essi socialisti, cattolici, liberali, comunisti e anarchici”[15]. Si potrebbe pensare che il questore tema gli effetti d’una inusuale libertà, e distribuisca equamente una generalizzata diffidenza; in realtà, le cose vanno molto peggio. La preoccupazione evidente di coprire ex camerati che, a dar retta al questore, non avrebbero “mai dato prova di fanatismo estremista” e sono ormai “convinti della ineluttabilità degli eventi da cui sono stati travolti e della impossibilità di una restaurazione sia pure lontana del regime fascista” non è, infatti, solo un pessimo viatico per il processo di cambiamento, ma il primo passo verso il limbo che precede il “riciclaggio”[16].  E non è tutto. Sono giorni di fuoco e, sebbene di armistizio non si parli, i segnali della rabbia tedesca e della sofferenza di una città che si prepara a reagire si annunciano chiari da mille particolari. Lo sanno, lo vedono bene le autorità militari e politiche, ma sono lì inerti e lasciano che la popolazione fronteggi da sola l’atteggiamento “sempre più tracotante delle truppe tedesche”[17]. Restano inerti, perché appare chiaro che quel “far fronte”, non nasce solo dall’istinto della sopravvivenza, ma anche da ragionamenti consapevoli della loro natura politica.

Gli incidenti provocati dai militari tedeschi – è sempre il questore che scrive tra agosto e settembre – assumono ogni giorno aspetti più gravi e contribuiscono a colmare quella misura che una volta passata potrebbe suscitare impensate reazioni. Tale stato d’animo della popolazione verso le truppe germaniche è, del resto aggravato dalla convinzione radicatasi in ogni cittadino che, appunto a causa della loro presenza sul nostro territorio, il nemico dimostra propositi oltranzisti nei nostri riguardi. Suscita speciale malcontento l’arbitraria occupazione di case, ville e aree private da parte di reparti armati tedeschi, i quali, senza alcuna autorizzazione o preventiva intesa con i Comandi italiani, e talvolta contro l’esplicito dissenso dei legittimi proprietari […] vi collocano mezzi di offesa e difesa, turbando la quiete degli abitanti che si vedono, pertanto, esposti al pericolo di offesa aerea nemica”[18]. 

L’attenzione del questore Lauricella, del prefetto Soprano e dello stesso governo Badoglio non è però focalizzata sul sempre più inevitabile scontro tra napoletani e tedeschi e sulle urgenti misure da prendere per affrontare l’alleato-nemico. Preoccupano il contenuto politico che acquista il malcontento, “l’intemperanza della stampa volta a eccitare gli animi”, gli “atteggiamenti improntati a odio di parte” di chi, reduce da galera e confino, diventa naturale punto di riferimento politico di una eventuale esplosione di rabbia popolare. Di qui – pare evidente – la scelta cinica, feroce, ma profondamente politica, di lasciar mano libera ai tedeschi, in attesa che battano in ritirata di fronte agli Alleati che avanzano, e di colpire invece la protesta che monta. Da un lato Badoglio – e i fascisti che con lui si riciclano – portano ramoscelli d’ulivo alla stampa, battendo sul tasto della “concordia degli animi nel supremo interesse della nazione in guerra”, dall’altra nega l’ascolto al popolo stremato, mette mano alle armi, fa fuoco e impone con le pallottole una “concordia” che a Napoli, Pozzuoli, Torre Annunziata e Castellammare di Stabia lascia sul terreno morti e feriti. Una repressione determinata, talvolta spietata, che punta a intimidire la popolazione e a decapitare il movimento popolare, togliendo dalla circolazione le sue “teste pensanti”. Che la posta in  palio sia il “potere politico” appare evidente anche dalle parole con cui il questore denuncia “alcuni elementi locali già identificati e arrestati”. Essi, infatti, prosegue il Lauricella, che agiscono “evidentemente su mandato occulto di forze e partiti […] sperano di poter, attraverso rivolgimenti popolari favoriti dal generale desiderio di pace, dare la scalata all’agognato potere”[19].
Così stando le cose, appare subito chiaro non solo che eventuali insorti saranno abbandonati a se  stessi dalla classe dirigente che Badoglio va traghettando armi e bagagli nella “nuova Italia”, ma che, in piena coerenza con le convinzioni politiche che ne hanno guidato la propaganda durante il ventennio, un antifascismo di destra, moderato e pronto a sostenere la centralità dello Stato e delle sue Istituzioni – monarchia, esercito e gerarchie ecclesiastiche – agisce, opera e manovra alle spalle di quello che si può definire antifascismo di sinistra, che non è ancora ben organizzato nei suoi partiti storici e, soprattutto, è “popolare” nel senso più alto della parola: espressione delle culture politiche protagoniste della vicenda storica dell’Italia postunitaria, che il fascismo non ha avuto spessore culturale e forza politica sufficienti a cancellare e che tornano protagoniste a Napoli con la caduta del fascismo, in quel “laboratorio politico” in cui prende forma l’Italia repubblicana. Lo dimostrano non solo la continuità tra disegno politico dell’antifascismo moderato e azione del governo Badoglio prima, durante e dopo le Quattro Giornate, ma la “solitudine” in cui si trovano ad operare i combattenti e – perché no? – il destino storiografico dell’insurrezione, legato, come per una sorta di maledizione, alle foto di Frank Capra e allo stereotipo della città di plebe, che torna utile a tutti, tranne che ai combattenti e alla correttezza della ricostruzione[20]. Utile agli alleati che, sminuendone il valore politico, giustificano il loro attendismo e mettono al sicuro la loro immagine di “liberatori”, utile al Pci, che si contenta di registrare la presenza di qualche militante ed evita la spinosa questione dell’esito di una lotta di popolo vittoriosa senza la guida della “imprescindibile” avanguardia leninista, utile, infine, passata la bufera, per aprire le porte alle più svariate e parziali interpretazioni, figlie soprattutto di un uso pubblico della storia in cui, per dirla con Arfè, si sono distinti non solo i portabandiera del revisionismo, ma anche la “pubblicistica storiografica comunista” che per anni, “pur di non affrontare il nodo dello stalinismo nella sua interezza”, ha preferito “sottolineare le debolezze interne dell’antifascismo”. Per non dire di quella cattolica che “per parte sua, considera il capolavoro politico della Democrazia cristiana quello di aver saldato vecchio e nuovo”[21]. Il che, verrebbe da dire, non solo consentì a settori non trascurabili del fascismo di transitare impunemente nei gangli della repubblica antifascista, ma getta oggi non poche ombre su momenti cruciali della nascita della repubblica. Un danno così consistente, per tornare alla Resistenza nel Sud, che persino uno storico di valore indiscusso come Claudio Pavone, offre una lettura della Quattro Giornate incentrata “ancora una volta sulla lotta pro aris et focis e sulla considerazione che […] per la prima volta i lazzari si trovano dalla parte giusta”[22].
Messi a confronto, i documenti prodotti dall’antifascismo moderato durante il ventennio e quelli consegnati alla storia dalle autorità badogliane al momento dell’armistizio presentano affinità davvero significative. Movendo da destra, negli anni Trenta, un liberalismo che guarda lontano, lucido e pragmatico, che fa capo alla lezione di uomini come Lauro De Bosis e si raccoglie nelle file clandestine dell’Alleanza Nazionale di Libertà, si ancora a un punto fermo – “le dittature non sono eterne” – e guarda con occhio singolarmente acuto all’Italia che occorrerà costruire alla caduta del fascismo. “Guai a lasciare ai sovversivi il monopolio della lotta”, si legge nella propaganda che circola in città negli anni Trenta[23]. Il loro atteggiamento antimonarchico e anticlericale sbarrerebbe la via ad ogni efficace iniziativa politica. I nemici da battere, quindi, assieme al fascismo, sono la sinistra rivoluzionaria di classe e il rischio che lo scontro col fascismo si trasformi in lotta armata contro le Istituzioni dello Stato borghese.

Sarebbe una follia – scrivevano De Bosis e i suoi amici – disconoscere i seguenti fatti: la Monarchia con l’Esercito e il Vaticano con l’Azione Cattolica sono le due grandi forze che esistono in Italia. All’infuori del fascismo. Nessun dubbio che il Re ed il Papa non siano in cuor loro antifascisti; se finora hanno uno subìto e l’altro utilizzato il Fascismo, tocca a noi mutare […] quel gioco d’interessi, di timori e di speranze che fin qui determinarono la loro condotta politica […]. L’abbiccì della politica antifascista […] consiste nell’offrire alla Monarchia e al Vaticano il prospetto di larghi gruppi antifascisti e in pari tempo conservatori su cui appoggiarsi. […] Il Re significa l’Esercito […]. Il Papa […] l’Azione Cattolica. Essa è la più grande organizzazione fuori del Fascismo ed è latentemente antifascista. Al momento della crisi sarà un prezioso nucleo di azione non solo contro il Fascismo, ma contro possibili agitazioni comuniste sbrigliate dalla crisi stessa. E’ assolutamente necessario agire d’accordo e non contro l’Azione Cattolica”[24].

Come non pensare alla svolta di Salerno e alla pragmatica moderazione di Togliatti, e come, soprattutto, non cogliere l’affinità con le linee di fondo e i motivi ispiratori che guidano a Napoli le scelte della Prefettura nei giorni cruciali che preparano l’insurrezione? Giorni in cui, confuse ma presenti, prive di parole d’ordine aggreganti, ma spinte a crescere dall’incalzare degli eventi e da un incredibile bisogno di partecipazione, prendono corpo profonde istanze di cambiamento, un bisogno di democrazia, una volontà di emancipazione che si manifesta attraverso mille segnali: il 26 luglio esce e circola “Il Proletario”, un foglio che appare subito pericoloso alla questura; il giorno successivo, ad opera del “Gruppo Spartaco”, prende a circolare un manifesto per la pace e passano di mano in mano i volantini firmati “Popolo Libero Napoletano”. La risposta repressiva è immediata: il 16 agosto, mentre la mobilitazione dei lavoratori in sciopero all’Ilva di Torre Annunziata costringe la Direzione ad allontanare dalla fabbrica i più noti fascisti, il tentativo di invadere una sede del disciolto Partito fascista si conclude con la polizia che apre il fuoco e lascia sul terreno un ferito e un morto; due feriti si erano già avuti a Pozzuoli il 29 luglio, durante una manifestazione antifascista, altri due a Napoli il 3 agosto e ancora si sparerà a Portici il 29 agosto e a Castellammare il 2 settembre[25].
Non a caso, quindi, il prefetto Soprano, giunto a Napoli ai primi di agosto, si collega subito ai moderati e, ai rappresentati della sinistra che gli chiedono di allontanare i fascisti dalle cariche pubbliche, replica sprezzante, invitandoli a formare con lui un fronte anticomunista[26]. Di lì a poco, il prefetto scrive a Roma che

per quanto riguarda la difesa politica del nuovo governo nazionale e costituzionale, sembra che l’autorità militare preposta all’ordine pubblico, si preoccupi eccessivamente di una possibile ripresa fascista, della quale manca qualsiasi sintomo, mentre altrettanto non può dirsi dell’azione comunista”[27].

In realtà, quello cui pensa il prefetto è un comunismo genericamente inteso che include ogni colorazione di rosso, ogni sfumatura di democrazia che non riconduca a quella liberale e monarchica di albertina memoria. È a questo comunismo che si riferisce quando, a sostegno della sua tesi, il Soprano rincara la dose e prosegue:

che in questa Provincia da parte comunista vi sia una ripresa di propa­ganda non solo, ma anche di una concreta attività mirante alla ricostitu­zione del partito e alla applicazione dei suoi principi programmatici, è dimostrato dalla recente operazione di Polizia Politica compiuta nei confronti di un gruppo di 49 comunisti sorpresi e arrestati il giorno 22 scorso mese mentre riunitisi in una grotta in località campestre alla peri­feria di Napoli discutevano calorosamente sull’azione da svolgere per riammagliare le file della propria organizzazione politica. Del gruppo in parola facevano pane professionisti, due ufficiali del R. E., Funzionari dello Stato. impiegati e operai abitanti alcuni in Napoli e altri in comu­ni della Provincia”[28].

Quando si giunge alla resa dei conti, la popolazione che si prepara a sollevarsi contro la ferocia nazista e gli ultimi sussulti dell’estremismo fascista e lotta col governo Badoglio e scatenandone la dura repressione, è praticamente sola. In meno di due mesi ha prodotto una spinta dal basso così forte e inattesa, da sopravanzare di gran lunga le capacità di analisi della crisi di cui sono capaci i nascenti partiti politici, quelli di sinistra, soprattutto, che stentano a definire un’adeguata prospettiva programmatica e, ciò che più conta, perdono un’irripetibile occasione di formazione dal basso. E’ un prezzo che non pagano, come ha giustamente osservato Cortesi, “i partiti moderati che si affidano soprattutto alla preparazione di élites dirigenti”, che possono contare sul “lavoro di supplenza” astuto e accurato che vanno compiendo gli uomini di Badoglio e su tutto quanto di “moderato” – e non è poco – è sopravvissuto alla catastrofe del regime e si prepara a passare armi e bagagli nel “nuovo che avanza”[29].
L’obiettivo vero della partita, nella quale l’insurrezione della città assume il ruolo di un vero e proprio incidente di percorso – è la salvaguardia dell’ordine e della legalità di uno Stato inteso come custode degli interessi delle classi dominanti che hanno condotto il Paese sull’orlo di un abisso. Nel senso della continuità – che certo non conta sull’apporto del popolo in armi – vanno le esortazioni del fascista cardinale Ascalesi, che invita a collaborare lealmente con l’autorità costituita facendo quadrato attorno alle istituzioni contro i rischi dello scontro sociale[30], e l’appello rivolto il 31 luglio da quel “Mattino” che all’avvento del fascismo, ben prima di essere ridotto a giornale di regime, aveva spontaneamente preso le distanze dal “cadavere” della democrazia e che ora lancia la parola d’ordine dell’unione tra le classi nel rispetto dei ruoli “contro la spinta passionale della politica”[31]. Nel senso della continuità, infine, e in direzione convergente con l’azione del prefetto, della stampa moderata e del clero vanno gli ambienti antifascisti, eredi in certa misura di De Bosis e dell’ala conservatrice dell’Aventino che – riferisce il questore – guardano con timore alla “indulgenza di cui l’attuale governo sta dando prova nei confronti dei sovversivi tutti con le note disposizioni di liberazione dei confinati”[32]. In questo contesto non è azzardato ritenere che la multiforme ricchezza di motivi politici della resistenza opposta da Napoli ai fascisti di Badoglio dopo il 25 luglio e ai neofascisti dopo l’8 settembre, una resistenza che, sorprendendo i partiti, sfocia in rivolta armata e conduce alla cacciata dei tedeschi prima dell’arrivo degli Alleati, segni non solo l’incipit della guerra di liberazione, ma anche quello di un durissimo scontro politico tra moderati e rivoluzionari al cui interno si inseriscono la battaglia di De Nicola e della DC sull’epurazione, la svolta di Salerno, l’efficace lavoro di Croce e, in generale, dei moderati di maggior “spessore”, al fine di incanalare in qualche modo verso le Istituzioni le spinte più radicali e riassorbire gli “estremi” nel sistema, di recuperare valori nazionali e liberali e giungere a una “rieducazione politica di un ceto medio in piena crisi di identità, della cui riabilitazione come soggetto politico il Croce fu uno degli artefici”[33]. E’ la linea sulla quale si muove a Napoli, con indiscutibile lucidità, il prefetto Soprano, il quale, mentre la crisi precipita, così scrive a Badoglio, dopo il ritrovamento di un “libello intitolato La Nuova Italia a sfondo social-liberale”, che gli torna utile per tessere la ragnatela in cui imprigionare la democrazia che muove i suoi passi incerti.

Credo […] non sia da trascurare la opportunità di favorire e di alimen­tare il rinascere del nuovo partito liberale, che com’è noto alla E. V. – ­scrive Soprano al ministro dell’Interno Umberto Ricci – in questa pro­vincia ha particolari radici e vere forze vitali. E’ infatti da tener presente che la debacle di un partito nefasto ma attivissimo, quale era il partito fascista, ha creato nello spirito pubblico un certo vuoto e innegabile sbandamento, di cui non può che profittare il partito comunista, che ha già pronti i suoi quadri. Il breve termine assegnato per le convocazioni elettorali nel dopoguerra renderebbe anche più pericolosa l’azione insi­diosa del partito comunista, occultamente organizzato attraverso le mae­stranze operaie. In tali condizioni, pur col più completo rispetto delle sagge direttive di non riconoscere partiti né esponenti di partiti, mi permetto sottoporre alla superiore attenzione della E. V. 1’opportunità di avviare, alimentare e orientare nuove corrente [sic] di ordine, verso la ricostruzione del vecchio glorioso partito liberale, contrastando così il passo al sovversivismo e cementando la difesa della nuova vita costituzionale della Nazione”[34].

Così stando le cose, la sistematica defezione dei vertici militari, la fuga stessa dei generali Del Tetto e Pentimalli nel momento dello scontro supremo, non si spiegano solo con la viltà e lo smarrimento, ma rispondono anche, e forse soprattutto, a una logica politica: garantire un passaggio di poteri che avvenga per la via militare “ordinaria” – dai tedeschi in ritirata, agli alleati che avanzano – ed escluda ogni reale partecipazione popolare. Una logica di vero e proprio sabotaggio dell’azione dal basso che va in frantumi di fronte alla lenta avanzata degli Alleati, alla feroce determinazione dei tedeschi che intendono punire gli italiani “traditori” e, infine, al ruolo significativo e forse sottovalutato giocato dall’antifascismo popolare nella resistenza e, soprattutto, nell’esplosione della sommossa, che, tuttavia, può mettere in fuga i tedeschi, non impedire la ripresa del progetto moderato[35].
Tra politica e storia, dicevo in apertura di queste annotazioni – e, con maggior proprietà, avrei potuto dire tra formazione politica dello storico e storiografia – il denominatore comune è l’uomo con le sue passioni e i suoi interessi. A questa considerazione va con tutta probabilità legato il “destino storiografico” delle Quattro Giornate, per il quale rimando alle osservazioni di Guido D’Agostino, Gloria Chianese, Francesco Soverina e Sergio Muzzupappa e alle lucide pagine di Cortesi[36]. Quello che qui interessa è il prezzo pagato dalla ricostruzione delle Quattro Giornate alla sterile contrapposizione di tesi precostituite – non di rado a fini politici – a quel giudizio di “atipicità” che, di fatto, le ha espunte dalla storia della Resistenza, riducendole ad una sorta di eroica quanto anacronistica rivolta di “Jaque bonhomme” o, peggio ancora, come s’è visto con Pavone, ad un “sanfedismo” alla rovescia, che per una volta prende miracolosamente posto dalla parte giusta. Mi interessa soprattutto capire quanto e quale antifascismo è sparito dalla storia in nome di contrapposte ortodossie, in conseguenza del lavoro degli “intellettuali organici”, o, più semplicemente, di una sorta di mummificazione della Resistenza, in uno schema per il quale gli episodi di lotta entrano solo a condizione di aver avuto una direzione politica unitaria con etichetta “Comitato di Liberazione Nazionale”. Si è perso – e non è cosa da poco – il filo diretto tra antifascismo e Resistenza in Campania e, peggio ancora, il processo storico “individuale”, la complessità delle motivazioni e dei contenuti che i singoli militanti portano nella “scelta partigiana. Si sono persi talora, e il danno è irreparabile, i militanti stessi[37].
Con le Quattro Giornate, Napoli presenta alla storia una foto di massa, eppure le immagini radicate nella coscienza collettiva sono quelle dello “scugnizzo”, della rivolta spontanea, di una protesta che non manca solo di organizzazione, ma anche di pensiero politico. Perché è andata così? Quanto c’entra con questa lettura deformata un ripetuto uso politico della storia, quanto la nostra abitudine a guardare al vertice, che ci impedisce di volgere lo sguardo alla base, la nostra incapacità di leggere una foto di massa, che ci induce a ingrandire i particolari e a sopravvalutare i dettagli rispetto al quadro d’assieme? Non sono quesiti banali perché, dopo settant’anni, rimandano ai nodi centrali di una corretta lettura di pagine non secondarie della nostra storia: esiste un volto politico delle Quattro Giornate? E, se esiste, in quale senso va indirizzata la ricerca per individuarlo nei gruppi anonimi e indistinti fissati dalla foto di massa?
Prima di azzardare risposte, ho provato a immaginare un percorso di ricerca corretto sul piano metodologico, in grado di aiutarmi a utilizzare i particolari per valorizzare e mettere meglio a fuoco il quadro generale, utilizzando gli elementi noti e sufficientemente verificati di cui disponiamo: da un lato gli elenchi dei combattenti, che possono essere incompleti ma esistono – anni fa Gaetano Arfè mi parlò addirittura di schede dei partigiani conservate dalla sezione napoletana dell’ANPI – dall’altro i fascicoli personali degli antifascisti schedati. Per taluni aspetti, il fascismo ha involontariamente scritto una parte non secondaria della propria storia – direi che ne ha lasciato un monumento fosco e rivelatore – nelle carte di polizia. A Roma, nell’Archivio Centrale dello Stato, sono conservati, ad esempio, vero e proprio biglietto da visita del regime, due fondi di grande interesse: le carte del confino di polizia, coi fascicoli personali di circa 17.000 condannati, e il Casellario Politico Centrale, che il regime ereditò dall’Italia liberale, ma perfezionò in termini di indiscriminata logica poliziesca. È, in qualche modo, la “fotografia” di ciò che l’apparato repressivo fascista vide o ritenne di vedere, in tema di dissenso. In termini quantitativi, ma soprattutto qualitativi, una sorta di stroncatura di indiscutibile marca fascista del teorema defeliciano del “consenso”[38]. Confrontando gli elenchi dei combattenti delle Quattro Gior­nate con quelli dei “sovversivi” schedati, è possibile individuare tra loro quelli che avevano un passato di antifascisti e conoscerne gli ideali politici. Il risultato della ricerca, che andrebbe naturalmente proseguita, è positivo e, per certi aspetti, addirittura illuminante.
Sovversivi” schedati sono, per fare un esempio, i fratelli Tito ed Ezio Murolo, protagonisti dei combattimenti a Poggioreale e partigiani decorati dopo le Quattro Giornate[39]. “Raccontato” dalla polizia, Ezio Murolo è incompatibile con un generico modello di “uomo qualunque” spinto alla rivolta da un impulso improvviso nato dall’esasperazione per la guerra e dalla ferocia nazifascista. Quando la città insorge, infatti, egli ha alle spalle una significativa esperienza di lotta politica: aiutante di campo di D’Annunzio a Fiume, dirigente di primo piano dell’Associazione Nazionale Arditi d’Italia, di cui guida l’ala dissidente che partecipa alla costituzione degli Arditi del Popolo, nel 1921, dopo uno scontro con alcuni squadristi, è arrestato davanti al “Caffè Aragno”; ha con sé un pugnale e tre bombe a mano[40]. Nel 1924, dopo l’omicidio Matteotti, si avvicina ad Amendola, frequenta Bracco e i liberal-democratici che a Napoli oppongono l’ultima resistenza a Mussolini, distinguendosi nei sanguinosi scontri con gli squadristi e organizzando la manifestazione antifascista che il 4 novembre 1924 vede migliaia di ex combattenti sfilare dal Museo a Piazza Trieste e Trento e invitare Amendola a “marcia­re su Roma al grido di Italia libera! A Roma! A Roma!”[41].
Rifugiatosi in Francia, stringe rapporti coi fuorusciti e si fa notare tra gli “elementi pericolosi” finché non lo ferma l’arresto giunto nel 1928, mentre passa il confine a Bardonecchia, per un presunto complotto ordito contro Mussolini. Mancando prove certe, se la cava con l’ammonizione, ma si fa prudente[42] e non dà “adito a rilievi” fino al 1937, quando si scopre che raccoglie fondi per gli antifascisti volontari in Spagna e finisce al con­fino[43]. Pochi mesi dopo, grazie a una sanatoria e ai contatti col mondo cattolico – per lui intercede Pietro Tacchi Venturi – si dichiara pentito delle sue idee sovversive e ottiene la libertà condizionale, ma la polizia, convinta che faccia da riferimento per i fuorusciti, lo tiene d’occhio fino alla fine del regime, Vista così, alla luce della lunga militanza, la partecipazione di Murolo alle Quattro Giornate diventa l’epilogo naturale di una lunga opposizione al fasci­smo. D’altro canto, se l’insurrezione ha tra i protagonisti uomini come Murolo, non la si può ridurre a una sia pur eccezionale “jacquerie”; al contrario, tutto lascia credere che essa costituisca l’alba della Resistenza e, in ogni caso, sia parte integrante della storia di quell’antifascismo che attraversa come un filo rosso un ventennio nel quale, se è vero che la storia del Paese non si riduce alla storia della lotta al fascismo, non è meno vero che sarebbe impossibile ricostruirla senza tener conto del ruolo svolto dall’antifascismo. Un antifascismo che, a ben vedere, non è solo figlio naturale di una contrapposizione ideologica e di classe, ma ha mille anime e non risulterebbe comprensibile se non si tenesse conto della crisi d’identità, del confuso rivoluzionarismo, del travaglio e del percorso politico di una generazione di giovani borghesi che, usciti dall’esperienza tragica della guerra, inseguono il sogno di un mondo migliore, più libero e più giusto ma, messo in crisi lo Stato liberale, si trovano di fronte a una dittatura. Una condizione di disagio, quindi, che si inserisce nel quadro più ampio della crisi economica e politica del primo dopoguerra, nello scontro sociale sui costi della riconversione e nel duro conflitto tra capitale e lavoro, ma non conduce solo alla scelta di destra e all’assorbimento nei Fasci di Combattimento. C’è un’altra via, che passa per il fascismo, rifiuta l’opportunismo di Mussolini e giunge allo scontro con gli squadristi. E’ questo mondo che Ezio Murolo porta nelle Quattro Giornate, questa maniera di essere antifascisti che è sicuramente minoritaria, che non mette in campo la formazione teorica, la consistenza organizzativa e la continuità d’azione dei comunisti, non possiede la forte identità politica e la sperimentata pratica di militanza degli anarchici, ma ha connotati definiti: è l’antifascismo liberale, di quanti – non sono molti, ma esistono – dopo la bufera della guerra, dopo gli ambigui entusiasmi e i complici silenzi, non stanno al gioco e contrastano come possono, giungendo sino allo scontro armato, “sciarpe littorie”, squadristi “antemarcia”, criminali e buffoni in camicia nera. Un antifascismo che non si piega e collega direttamente le Quattro Giornate alla guerra di liberazione. Non a caso Murolo si arruolerà nelle “Formazioni Pavone” e nel ricostituito esercito italiano che combatte a Cassino e prose­gue la sua lotta a fianco degli anglo-americani[44]. Dopo la guerra sem­bra sparire e ricompare per un attimo, negli anni Cinquanta, protagonista di una scissione nella sezione napoletana dell’ANPI, causa­ta, racconta il prefetto, dal rifiuto di ingerenze dei partiti e dalla volontà di “tutelare il patrimonio morale della resistenza”[45].
Su questo “farsi da parte”, sulle critiche rivolte ai partiti da militanti che, dopo la lotta antifascista, stentano a inserirsi nella politica attiva, sul rapido predominio acquisito nel ricambio tra classi dirigenti da un ceto politico legato ai partiti più che alle masse – questioni su cui anni fa pose l’accento Pasquale Schiano – andrebbe fatta una riflessione. Ciò che per ora va sottolineato è che una via per giungere all’anima politica delle Quattro Giornate sembra aperta. Certo, un caso singolo non fa testo, ma come vedremo, Murolo non è solo; la sua vicenda personale e la cultura politica ricca di svariate esperienze che egli porta nello scontro sono espressione di un mondo. Nelle strade di Napoli nel settembre del 1943 egli rappresenta un dissenso che ha radici nella cultura liberale ed è estraneo al mon­do comunista. Come quella di tanti altri partigiani, la sua vicenda rivela la debolezza della tesi sostenuta da Sergio Luzzatto, che, identificando la Resistenza col comunismo e il comunismo col “gulag”, ritie­ne giunto il momento di archiviare la pagina dell’antifascismo[46]. Ripercorrere la storia di Murolo non vuol dire solo segui­re un “filo rosso” che attraversa l’intero ventennio e tracciare un percorso emblematico, ma consolidare un’ipotesi di ricerca che, approfondita, condurrebbe ad altre interessanti e complesse figure di antifascisti. Un’ipotesi che trova ulteriore con­ferma nella “biografia” del fratello di Ezio, Tito Murolo, anarchi­co ribelle e sregolato, giornali­sta, agente di commercio e antimilitarista[47], che ha un percorso più breve e turbolento di quello del fratello, ma non è certo estraneo alla politica. Antifascista convinto, nel 1923 espatria in Francia e poi in Algeria, dov’è denunciato come organizzatore di un complotto contro Mussolini. L’accusa è infondata, ma non mancano prove dei contatti coi fuorusciti[48]. Lasciata l’Africa, si fa notare a Bruxelles per le idee anarchiche e per l’amicizia con Arturo Labriola. Fermato alla frontiera nel 1932, mentre tenta di rimpatriare, se la cava con un’ammonizione, si allontana dalla militanza attiva e si iscrive al “Sindacato Operai dell’Industria”. Nel 1935 è radiato dal Casellario Politico[49] e la sua esperienza di “sovversivo” sembra conclusa. Nel 1940, invece, è licenziato per motivi politici dalla “Ammonia e Derivati” di Casseria, nel Savonese e spedito a casa con foglio di via. “Non ha dato prova di ravvedimento”, scrive a Napoli la polizia politica, e tanto basta perché il Murolo torni ad essere sorvegliato a vista fino al crollo del regime”[50]. Vivrà gli anni della guerra tra dichiarazioni di fede fascista, che gli eviteranno l’internamento in un campo di concentramento, e l’odio per il regime che nel settembre del ’43 lo condurrà sulle barricate delle Quattro Giornate[51]. Al di là dei limiti e dei probabili compromessi che ne rendono più umana la vicenda personale, la militanza di Tito Murolo si inserisce in una tradizione di pensiero politico che a Napoli ha radici profonde: la cultura anarchica, che risale a Baku­nin, Cafiero, Malatesta e Merlino. E in città Murolo non è l’uni­co libertario che, avendo alle spalle una “storia politica”, nel settembre del ’43 si oppone armi in pugno ai nazifascisti. Anarchici sono infatti due giovani eredi della tradizione libertaria: Germinal Malagoli, figlio di Dionigio e di Clotilde Peani, libertaria torinese che il regime ha sepolto in manicomio, e Alastor Imondi, figlio di Giuseppe, un dentista che negli anni più bui della dittatura, nonostante la sorveglianza, ha fatto del suo studio in Via Duomo un punto di riferimento per gli antifascisti locali e per quelli provenienti da altre città[52]. Anarchici sono ancora Luigi Vellotti, già coinvolto nei moti della Settimana Rossa nel 1914, e il segretario della locale sezione del Sindacato Ferrovieri, Armido Abbate, che durante lo sciopero di protesta per le violenza fasciste di Roma, nel novembre del 1921, in una città piena di squadristi decisi a imporre con la forza la ripresa del lavoro, non aveva esitato a rifiutare la sospensione dello sciopero, se prima i fascisti non avessero lasciato la capitale. Una combattività che gli costò il licenziamento e aprì col regime il conto mortale che l’ex ferroviere salderà guidando un pugno di combattenti nelle Quattro Giornate[53].
Che l’opposizione degli anarchici sia stata ben più che una pura testimonianza è dimostrato dai rapporti che essi hanno con i comunisti dopo che il Pci, scosso dai colpi inferti dalla polizia alle sue strutture, torna a tessere la sua tela e per tre anni, dal 1930 al 1933, riorganizza una rete clandestina collaborando con i liberta­ri[54]. Si tratta ovviamente di militanti le cui radici sono in quel PCd’I che ebbe prospettive diverse dal partito di Togliatti. Una diversità che ben spiega sia le fratture che, dopo l’ar­mistizio, produce a Napoli nell’universo comunista la ricerca di un as­setto interno, rivelatosi infine terribilmente faticosa, sia il silenzio caduto in seguito su significative vicende umane e politiche.
Come che sia, una perquisizione in casa di un operaio comu­nista a Ponticelli consente alla polizia di smantellare la fragile rete clandestina costruita da anarchici e comunisti. Il colpo è duro e, per quel che riguarda gli anarchici, isola i militanti favorevoli all’organizzazione, rende loro praticamente impossibile la realizza­zione di iniziative comuni e riduce l’opposizione all’azione dimo­strativa di “cani sciolti”. Sono percorsi sconosciuti e senza dubbio affascinanti, ma mi pare più utile tornare sulle tracce dei combattenti delle Quattro Giornate il cui passato di militanza politica disegna un quadro che più acquista forma e più si fa interessante. Molto significativa è, in questo senso, la vicenda di Antonio Ottaviano, militare in Li­bia nel ‘38, processato assieme ad altri soldati per aver organiz­zato l’Europa Unita, una società segreta di ispirazione mazziniana, non lontana da alcune intuizioni di Rosselli, per la quale una “confederazione dei popoli europei” avrebbe potuto isolare il nazifascismo e garantire la pace[55]. Ottaviano se la cava con un’assoluzione per insufficienza di prove[56],  ma il carattere antifascista dell’europeismo del progetto è inequivocabile: o l’Europa, politicamente unita, ferma il nazifascismo, scrivono i promotori dell’associazione, o Mussolini e Hitler la condurranno alla distruzione[57].
Antonio Ottaviano non nasce antifascista. La sua opposizione al regime matura quando Mussolini lega le sorti dell’Italia a quelle della Germania nazista e sembra delineare una linea di tendenza. Non si tratta ovviamente di una reazione che coinvolge subito ampi strati sociali, ma non c’è dubbio: l’alleanza genera dissenso. Per molti liberali, che hanno sostenuto o accettato il fascismo come argine contro il temuto “pericolo rosso” o in nome di un rinnovamento che non è mai venuto, la Germania rimane il nemico di una guerra feroce e Hitler ne è il capo che incute timore. Chi conserva memoria degli ideali dell’Italia liberale comincia così ad allontanarsi dal regime; è un processo che nasce dalla convinzione, presente con forza nei documenti sequestrati ai promotori dell’Europa Unita, che la Germania si finga amica dell’Italia, ma sia pronta a sottometterla e che Mussolini, spinto soprattutto da una smodata ambizione personale, ne sia consapevole e giochi d’azzardo, rischiando di condurre il paese alla rovina. A ben vedere, la vicenda personale di Ottaviano disegna un percorso che conduce a un dissenso profondo, destinato a crescere, a farsi scelta collettiva e ad acquisire un peso specifico di gran lunga superiore a quello del presunto “consenso”; un dissenso che trae alimento da fermenti ancora vitali della cultura politica liberale, anticipa la frattura degli anni successivi e delinea un antifascismo che non nasce da contrapposizioni ideologiche, dalla polarizzazione comunismo-fascismo o dal dramma della guerra persa, ma è l’esito fatale delle insanabili contraddizioni e della miseria morale del regime[58]. Certo, le ricerche andrebbero approfondite, ma una linea di rottura c’è e s’intra­vede. Non è un caso, cre­do, che una posizione molto simile a quella dell’Ottaviano assuma, sin dagli anni Trenta, un altro combattente delle Quattro Giornate, Luigi Maresca, impiegato postale e fervente radicale che non ha mai manifestato la sua profonda avversione per il regime. Nel dicembre del 1927 egli scrive a Nitti, costretto a riparare all’estero, una lettera in cui fa

giungere in terra straniera l’omaggio deferente e grato al Ministro che dopo Caporetto seppe vincere a Vitto­rio Veneto e che avrebbe guidato la nazione a ben altri destini”.

Purtroppo, prosegue il Maresca,

oggi non sono consentite certe manifestazioni.[…] Sia di conforto però il pensare che il ricordo suo è più vivo che mai nella mente dei suoi compatrioti, che sperano, […] nel domani luminoso che non mancherà di venire. […] Io sono di quelli durissimi, conclude il Maresca, e sono quasi tutti gli italiani a pensarla come me”.

La lettera, intercettata nella posta inviata a Nitti costa all’impiegato l’immediato licenziamento e una sorveglianza che rivela misteriosi contatti con la Francia[59]. Nel 1931, dopo anni di stenti e persecuzioni, il Maresca lascia la famiglia a Napoli e si stabilisce in Belgio, dove tira avanti con l’aiuto di Nitti e del Soccorso Rosso[60]. L’antifascista e il “patriota liberale” convivono in lui senza problemi fino alla guerra d’Afri­ca, quando il fuoruscito, pur dichiarandosi ostile al regime, medita di rientrare in patria per arruolarsi, ma poi rinuncia perché teme di finire in galera invece che al fronte[51]. Tra il 1938 e il 1939, quando la situazione internazionale precipita e ap­pare chiaro che la guerra si avvicina, scrive alla famiglia lettere in cui esprime timori simili a quelli che emergono dalle carte seque­strate in Libia all’Ottaviano e ai promotori dell’Europa Unita. La catastrofe si avvicina rapidamente – scrive il Maresca – per­ché la Germania sta per aprire un conflitto che sconvolgerà l’Eu­ropa ed egli, convinto che Belgio e Francia siano in pericolo, si prepara a consegnarsi ai fascisti. L’Italia, sostiene più volte, ­potrebbe ancora salvare se stessa e l’Europa passando dalla parte della Francia e dell’Inghilterra. Otterrebbe così

ciò che vuole ­- egli scrive – aiuti finanziari, morali e soddisfazioni territoriali, ma – conclude amaramente – non farà niente e si ostinerà nella politica pro tedesca, che è la razza nemica nostra”[62].

Anche per Maresca, quindi, la rottura definitiva nasce dal rapporto che lega sempre più il fascismo alla Germania nazista, un rapporto incompatibile col “patriottismo libera­le” del fuoruscito. È così che il Maresca, la cui avversione al regime, allo scoppio della guerra d’Etiopia, si era indebolita al punto che aveva pensato di mettersi a disposizione di Mussolini, si riscopre definitivamente e irriducibilmente ostile al fascismo. È una svolta emblematica, un passaggio delicato, decisivo e per molti versi emblematico di un processo che non conduce semplicemente all’allontanamento definitivo di Maresca dal fascismo, ma segna la separazione dal regime di strati consistenti della popolazione. Una svolta che matura prima di quanto si pensi, che ha un chiaro significato politico e non è riconducibi­le a processi spontanei avviati successivamente dai rovesci mili­tari e dalla tragedia dei bombardamenti.
D’altro canto, come non chiedersi da dove venga fuori l’anziano professore dal piglio rivoluzionario che al Vomero, dopo vent’anni di fascismo, si pone  alla testa dei partigiani? Antonino Tarsia in Curia, così si chiama il professore, è uomo di Bordiga, comuni­sta e, ad un tempo, avversario del Pci di Togliatti. La sua storia ha radici lontane e conduce difilato a Bordiga, alla scissione di Livorno e, prima ancora, alla crisi del PSI che precede Livorno. L’uomo che guida le Quat­tro Giornate di Napoli sulla collina del Vomero ha alle spalle una lunga storia politica e, col fratello Ludovico, è uno dei fondatori del partito comunista[63]. Dopo la vittoria del fascismo, Antonino e Ludovico Tarsia sono tra gli organizzatori e i dirigenti del “Soccorso Rosso” e Ludovico finisce perciò in carcere due volte nel 1924 e nel 1925[64]. Il percorso dei due fratelli è complesso e, a seguirlo, finiremmo fuori strada. Vale la pena però di fermarsi su un rapporto di polizia del 1938 che apre spiragli di luce sulla realtà di un antifascismo di cui conosciamo probabilmente ancora poco e ci riconduce al cenno iniziale sulla problema della “storia dall’alto”. Se si fa eccezione per i reiterati conati organizzativi del Pci – che nelle ricostruzioni sin qui tentate, più che operai, portano alla ribalta studenti o intellettuali come Rossi Doria, Sereni e Amendola[65] – l’antifascismo, a Napoli, si riduce a Benedetto Cro­ce, Bracco, Omodeo, intellettuali, quindi, che dissentono ma non fanno propaganda o proselitismo. È vero, Gaetano Arfè, gio­vanissimo, giunge alle organizzazioni clandestine passando per Croce, tuttavia è Ceccoli, un libraio ex comunista che lo conduce al filosofo. La pre­senza attiva di militanti che in qualche modo cercano possibili antifascisti e li istruiscono quando sembra utile, è un dato su cui ci si è fermati sinora poco. Eppure – ecco la nota cui facevo cenno – la polizia sospetta che Ugo Arcuno, Antonio Cecchi, Salvatore Mau­riello e, quand’è a Napoli, Ludovico Tarsia, svolgano una prudente attività di proselitismo. Ci sono conferme e smentite, ma è probabile sia vero: il grup­po ha contatti con studenti e giovani professionisti e, quando il terreno si rivela fertile, li indirizza a Bordiga, il quale, a sua volta, pare susciti simpatie e sia ben accolto anche in ambienti borghesi[66]. Dire Bordiga, non signi­fica naturalmente riferirsi al Pci riorganizzato da Amendola, che fa capo ad altri gruppi ed ha altri punti di riferimento, quali ad esempio la libreria Detken a Piazza Plebiscito. In città ci sono due anime, due realtà comuniste, la cui difficile convivenza, i cui profondi dissensi spiegano in qualche misura lo scontro che si apre nel Pci quando la guerra sembra ormai finita. Uno scontro che nasce da due concezioni del comunismo e conduce alla “scissio­ne di Montesanto” e alla penosa ed oscura vicenda sindacale delle due confederazioni: la Cgl e la Cgil[67]. Contro il sindacato legato all’anima togliattiana del partito ci sono, senza contare gli azionisti, il socialista Federico Zvab, che combatterà ovunque il fascismo, dalle barricate di “Vienna la rossa” a quelle di Napoli nelle Quat­tro Giornate, i comunisti Ennio Villone e Vincenzo Iorio, anch’essi combattenti delle Quattro Giornate, tutti partigiani e tutti antistalinisti, che con la loro vicenda politica smentiscono le superficiali equiparazioni tra Resistenza, comunismo e “gulag”[68].
Per quanto necessariamente brevi, queste annotazioni sul “volto politico” delle Quattro Giornate sarebbero davvero incomplete, se non facessi cenno a figure di combattenti “anomali” di cui citerò un caso, ma che non è e non può essere unico, e dal quale occorrebbe tener conto per rendere più ampio lo “spettro” della ricerca.
Tra il 1929 e il 1930 c’è una ripresa complessiva del­l’antifascismo. Ne sono prova non solo l’attività dei repubblicani raccolti attorno alla “Comunità Nazionale Mazziniana” e le copie del “Memoriale Filippelli”, che circolano numerose per la città ricordando l’omicidio Matteotti e le pesantissime respon­sabilità di Mussolini, ma la ricomparsa dei socialisti, che mettono in circolazione un opuscolo di propaganda intitolato “Più Avanti” e subiscono l’arresto di due studenti universitari, Aldo Romano e Giovanni Pugliese Carratelli, l’uno futuro storico del socialismo, l’altro dell’antichità[69]. I fogli clandestini che prendono a girare in città ai primi del 1929 danno il via a indagini serrate che si muovono in tutte le direzioni[70]. Estranei all’iniziativa sembrano subito i comunisti, benché su di loro si abbatta l’onda di perquisizioni domiciliari eseguite a caso, per tenere tutti i militanti sotto pressione. Anche in questo caso la squadra politica si dà da fare, ma non danno alcun esito né le ricerche “a tappeto” nei rioni operai dell’Arenaccia, né quelle “mirate” in casa di Ugo Arcuno, libraio, ex segretario del comitato provinciale del “Soccorso Rosso” e punto di riferimento dei bordighiani[71], né di Pietro Russo, impiegato di banca che è stato collaboratore e amico di Bordiga, e non ha mutato le idee politiche, ma ormai “non dà luogo a rilievi” e “conduce vita ritirata, dedita alla famiglia e allo studio”[72].  La polizia naturalmente conosce il suo passato, sa che si muove con cautela e non si lascerebbe sorprendere un maniera così  banale. L’occasione, tuttavia, è buona per fargli capire che il fascismo non dimentica e non perdona. Russo è stato e potrebbe essere ancora “pericoloso”. A vent’anni, abbandonate “tendenze anarcoidi” pagate con denunce e arresti, ha provato a rientrare nei ranghi della buona borghesia da cui proviene, ma nell’infuocato dopoguerra s’è iscritto al PSI, distinguendosi nella frazione di Bordiga. Dopo Livorno ha assunto ruoli di responsabilità nel Partito comunista, come dirigente della “Lega Proletaria” e segretario politico della Federazione provinciale. A febbraio del 1923 s’è dato alla latitanza, sfuggendo all’ondata di arresti che punta a decapitare il partito, ma è stato sospeso dallo stipendio e ha evitato a stento il licenziamento. S’è opposto con coraggio ai fascisti fino al 1926, quando è segnalato per i rapporti con Bordiga, poi si è arreso: ha moglie e un figlio e i fascisti hanno intimato al Banco di Napoli di non perdonargli nulla. Russo mette tutto nel conto, quella e le mille altre vessazioni. Sta zitto, ma non cede e, alla resa dei conti, porta negli scontri delle Quattro Giornate l’Italia che non ha mai “consentito”, che ha militato, lottato e che invano il fascismo s’era sforzato di piegare[73].
Russo non può saperlo, ma in quei giorni eroici e disperati in cui sembra accendersi la speranza d’un riscatto politico e sociale, Aldo Romano, la causa involontaria della perquisizione del 1929, s’è schierato con lui, cogliendo al volo l’irripetibile chance e ripetendo la fortunata piroetta che già una volta gli ha consentito di salvare carriera e fortuna personale, saltando il fosso, passando ai fascisti e tradendo i compagni. Gli andrà bene anche stavolta – è questo il “combattente anomalo” di cui parlavo – e troverà modo di farsi spazio tra le “nuove leve” della classe dirigente della Repubblica: storico prestigioso, “uomo di sinistra” e, ironia della sorte, “comunista” nel partito di Togliatti che, selezionando i suoi quadri, si tenne invece accuratamente alla larga dagli uomini come Russo. Anche Aldo Romano è un combattente delle Quattro Giornate e, se si tratta di delinearne il volto politico,  la sua storia ha peso e significato per molti versi emblematici. Nel 1931 l’allora giovane studioso, dopo otto mesi di vita e di “condotta irreprensibile al confino”, s’era trovato stretto tra le ragioni dell’onore e degli ideali e quelle “concrete della vita”. Come spesso accade, le ambizioni avevano avuto facile gioco sugli ideali sicché s’era ingegnato di “non dar ragioni o motivo di osservazione alcuna da parte della PS”. Un primo risultato l’aveva ottenuto subito: “tornato ai familiari e agli studi” era stato radiato dalle lista delle persone “politicamente sospette”. Una dittatura, però, quale che essa sia, non si contenta di così poco e, per suo conto, il Romano non intendeva rinunciare ai suoi sogni di brillante studioso. Come ebbe a riconoscere egli stesso in un memorandum indirizzato ai vertici del regime, scelse perciò di pentirsi o,  per dir meglio, di mostrarsi apertamente “pentito […] degli errori passati e ammaestrato dall’esperienza”[74]. Era il primo, consapevole passo verso un rapporto di dare-avere destinato ad andare ben oltre la semplice iscrizione al Partito Nazionale Fascista, contro la quale, peraltro, si schierarono immediatamente non solo la Federazione Provinciale di Napoli, ma gerarchi autorevoli, come il vice segretario nazionale del Partito, Vincenzo Zangara, che, irritato, si rivolse addirittura a Bocchini, l’onnipotente capo della polizia mussoliniana, per avere “dettagliate informazioni politiche e morali” sul Romano[75]. L’opposizione dei quadri del partito rese naturalmente tutto più difficile. Occorrevano a quel punto non solo amici potenti, ma nuove, concrete prove di un irrefutabile “pentimento”. Quanto costarono al Romano l’amicizia di De Vecchi, un posto di prestigio all’Istituto Storico di Volpe, il riordino del Museo di San Martino, i viaggi in giro per il mondo a rappresentare la cultura fascista, l’approdo a Palazzo Venezia, la libera docenza e la stima di Mussolini[76]? La natura dell’uomo è complessa e i conti ognuno li fa con la propria coscienza. E’ un fatto però: il socialista pentito, passato ai fascisti, divenne una spia dell’Ovra[77].
Ci sono mille motivi per cui la foto di massa che ritrae il volto politico delle Quattro Giornate è andata sbiadendo già all’indomani della  sommossa, ma non c’è dubbio: politica fu la natura dell’insurrezione, politiche le ragioni della sua lettura minimalista. Se le cose stanno così – e non è facile dubitarne – bisognerà pur chiederselo: quali criteri ispirarono la selezione delle classi dirigenti? Com’è stato possibile che, per dirla con Carlo Salinari, uomini che avevano “odore di lucerna, piuttosto che sapore d’erba e di rugiada”[78], dirigenti vissuti per anni all’ombra della Curia o cresciuti nel chiuso degli apparati di partiti, abbiano trovato maggior credito di combattenti e perseguitati politici? Quale nesso lega l’affermazione d’una classe dirigente che pone l’iniziativa di base in una posizione subalterna, di eterna minorità, e subordina la lotta sociale al carro dell’azione politica, alla difficoltosa, parziale o reticente lettura della valenza politica delle Quattro Giornate? Sono domande alle quali non è facile dare risposte, ma sono anche i nodi che occorrerà sciogliere per riempire di contenuti storici la “lettura politologica” sulla quale il revisionismo ha edificato la sua fortuna[79].

 

[1] Leopoldo von Ranke, Storia universale, traduzione italiana a cura di Aldo Neppi Modona, Vallecchi, Firenze 1932. Sul rapporto tra storia e fatti storici, affascinante e ancora attuale Edward Hallett Carr, Sei lezioni sulla storia, Einaudi, Torino, 1966, p. 11-35. più di recente, affrontando lo stesso tema, Pavone ha osservato che “la conversione tra verum e factum (debitamente accertato) […] nel corso del Novecento” si è allontanata “sempre più dalla matrice vichiana; ma la necessità di acclarare con sicurezza il certo onde svolgere con rigore e serenità il discorso del vero è rimasta […]. Così nell’opera di un grande storico come Federico Chabod, mentre nel testo scorrono le limpide argomentazioni del giudizio storico (il vero), dalle ricchissime note risponde il basso bordone del certo”. Claudio Pavone, Prima lezione di storia contemporanea, Laterza, Roma-Bari, 2007, p. 38.
[2] Francis Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, Rizzoli, Milano, 2007.
[3] Idem, Esportare la democrazia. State-building e ordine mondiale nel 21° secolo, Lindau, Torino, 2005 e L’uomo oltre l’uomo: le conseguenze della rivoluzione bioteconologica, Mondatori, Milano, 2002. La teoria di Fukuyama sembra, per certi versi, un’esasperata e talora grottesca deformazione dell’acuta e corrosiva critica di Marcuse alle “democrazie occidentali” e alla loro “intolleranza repressiva”. La realtà totalitaria della società industriale, osservava infatti Marcuse, conduce ad una unidimensionalità dell’uomo e del suo pensiero, precostituendo bisogni, assorbendo ogni spazio alternativo, ogni realtà di contrasto e sottomettendo ogni forma d’opposizione  al dominio d’una “democrazia” in cui tutto è ridotto alla dimensione imposta dalla tecnologia e dal consumismo. Herbet Marcuse, L’uomo a una dimensione. L’ideologia della società industriale avanzata, Einaudi, Torino, 1967.
[4] Ivi, VII edizione, 1968, p. 266.
[5] Nella letteratura di respiro nazionale, alle Quattro Giornate fanno cenno soprattutto Roberto Battaglia, Storia della Resistenza italiana (8 settembre 1943 – 25 aprile 1945), Einaudi, Torino, 1983 e Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio, sulla moralità della Resi­stenza, Bollati Boringhieri, Torino, 1991. Per la ricostruzione degli eventi, di grande interesse è ancora Corrado Barbagallo, Napoli contro il terrore nazista. 28 settembre-1 ottobre 1943, Maone, Napoli, sd ma 1944; una bibliografia essenziale sull’argomento, alla quale rimando, si  trova nel testo di Barbagallo ristampato nel 2004 dalla Città del Sole di Napoli a cura di Sergio Muzzupappa con una prefazione di Luigi Parente; vi aggiungo solo, per completezza d’informazione, il recente Giuseppe Aragno, Antifascismo popolare. I volti, le storie, Manifestolibri, Roma, 2009.
[6] Del Caviglia è possibile vedere il fascicolo personale custodito nell’Archivio di Stato di Napoli, fondo Prefettura, Gabinetto, secondo versamento (da qui in avanti ASN, PG, V2) busta (d’ora in poi b.) 254, fascicolo (da questo momento f.) “Caviglia Pietro, maggiore di P.S. 1936-1946”. 
[7] Ivi, b. 1607, f. “VI-1-212-1943-58”, sottofascicolo (d’ora in avanti sf.) “Agenti di P.S. Relazione sulla cacciata dei tedeschi da Napoli. 1943”, pp. 1 e 3. 
[8] Ibidem, pp. 4-5.
[9] Ibidem, p. 9.
[10] Corrado Barbagallo, Napoli contro…, cit., p. 88.
[11] Ivi.
[12] Ibidem.
[13] Ibidem.
[14] ASN, PG, V2) b. 53, f. Relazioni mensili 1943”, nota 102778 del 30-7-1943.
[15] Ivi.
[16] Ibidem, nota 102778 del 3-9-1943.
[17] Giuseppe Aragno, Antifascismo popolare…, cit., p.130.
[18] ASN, PG, V2) b. 53, f. “Relazioni mensili 1943”, nota 102778 del 30-7-1943.
[19] Ivi.
[20] Luigi Cortesi, Comunisti, Resistenza e Quattro Giornate, in Gloria Chianese (a cura di), Mezzogiorno 1943. Le scelte, la lotta, la speranza, Esi, Napoli, 1995, pp. 412 e sgg. Sulla categoria storiografica di “laboratorio politico” negli studi recenti sulla Resistenza in area meridionale, si veda anche Luigi Parente, Introduzione a  Corrado Barbagallo, Napoli contro…, cit., pp. IX-X.
[21] Gaetano Arfè, introduzione a Domenico Zucàro (a cura di), Pietro Nenni. Vento del Nord. Giugno 1944-giugno 1945, Einaudi, Torino, 1978, p. XXVIII.
[22] Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Bollati Boringhieri, 1991, p. 138.e Sergio Muzzupappa, Introduzione a Corrado Barbagallo, Napoli contro…, cit., p. XXXVII. Togliatti, parlando a Napoli ai quadri del Pci, si avventurò inizialmente sul terreno di un paragone storico coi giacobini del 1799, poi strinse il campo ad una interpretazione meno impegnativa e più funzionale al suo “partito nuovo” e al progetto di radicamento sociale di cui il partito diventava strumento. Fu così che il “giacobinismo” sia annacquò al punto da diventare “manifestazione istintiva di forza nazionale e di spirito patriottico agli albori”. Rapporto tenuto l’11 aprile 1944, in Togliatti, Opere, V, 1944-1955 a cura di Luciano Gruppi, Editori Riuniti, Roma, 1984. p. 6. Riportato da Claudio Pavone, Una guerra civile…, p. 138.
[23] Volantino dattiloscritto di propaganda dell’ “Alleanza Nazionale di Libertà”, sequestrato a Napoli e conservato in ASN, Questura, Gabinetto, b. 744, f. “Foglietti sovversivi intitolati”.
[24] Ivi.
[25] Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, Affari Generali e Riservati (d’ora in avanti ACS, PS), 1943, b. 15, f. “Relazioni trimestrali 1943), note 102778 del 31-8  e del 3-9-1943, da Prefetto di Napoli a MI; Luigi Cortesi, Nascita di una democrazia. Guerra, fascismo, Resistenza e oltre, Manifestolibri, Roma, 2004, p. 196. Sugli episodi di repressione si vedano anche Giacomo De Antonellis, Napoli sotto il regime. Storia di una città e della sua regione durante il ventennio fascista, Cooperativa Editrice Donati, Milano, 1972, pp. 232-237; Guido D’Agostino, Le Quattro Giornate di Napoli, Newton Compton 1998; Luigi Cortesi, Introduzione a Luigi Cortesi e altri, La Campania dal fascismo alla Repubblica. Società, Politica e Cultura, 2 voll, Esi, Napoli, 1977; Gloria Chianese, “Quando uscimmo dai rifugi”, Il Mezzogiorno tra guerra e dopoguerra (1943-1946), Carocci, 2004; Salvo Ascione, Settembre 1943: Napoli tra stragismo e rivolta, in Gabriella Gribuaudi (a cura di), Terra bruciata. Le stragi fasciste sul fronte meridionale, L’ancora del Mediterraneo, Napoli, 2003, pp. 105-177.  
[26] Angelo e Aldo Abenante, Napoli 1943-1947. Una cronaca comunista, Dante e Descartes, Napoli 1999, p. 1; Luigi Cortesi, Nascita di una democrazia.., cit., p. 196.
[27] ACS, PS, 1943, b. 15, f. “Relazioni trimestrali 1943”, nota 13028 del 4-9-1943.
[28] Ivi. La riunione si tenne a Cappella Cangiani il 22 agosto, non il 20, come credo si sia ritenuto sin ora, affidandosi a testimonianze di protagonisti o sedicenti tali, che vanno prese con le molle. Basti pensare che, dopo decenni, c’è stato chi, “ricordando”, ha voluto dividere i contendenti in “riformisti” e “demagoghi”; i primi inutile dirlo, avrebbero poi seguito la linea di Togliatti e i “demagoghi” avrebbero posto sterilmente l’accento sui rischi della collaborazione col fascista Badoglio. Né più serena appare la “memoria” di Amendola quando, ignorando che nella scelta della via nazionale le “ragioni di partito” pesano almeno quanto quelle del realismo politi­co, scrive che il lavoro dei “togliattiani” fu quello di “far comprendere e realizzare la linea di unità nazionale, per battere e superare le vecchie passioni settarie e massima­listiche”. Giorgio Amendola, Gli anni della Repubblica, Editori Riuniti, Roma 1976, p. 284. Sull’argomento Luigi Cortesi, Comunisti, Resistenza…, in Mezzogiorno 1943…, cit., pp. 409-417, che ha pagine lucidissime, ancora attuali e pienamente condivisibili.
[29] Luigi Cortesi, Nascita di una democrazia…, cit., p. 201, e ASN, PG, V2, b. 54, f. “Relazione quindicinale. 1943”; f. “Relazione mensile al Ministero dell’Interno anno 1944”; f. “Relazioni mensili e trimestrali al Ministero: anno 1945”.
[30] Luigi Cortesi, Nascita di una democrazia…, cit., p. 231, e ASN, PG, V2, b. 126, f. “S. S. Ascalesi Alessio, cardinale arcivescovo di Napoli. 1937-1945.
[31] Carlo Scarfoglio, Il cadavere della democrazia, “Il Mattino”, 15-11-1922, e Paolo Scarfoglio, Per questa grande mutilata, ivi, 31-7-1943.
[32] ASN, PG, V2, b. 53, f. “Relazioni mensili 1943”, nota 1027728 del 3-9-1843.
[33] Luigi Cortesi, Nascita di una democrazia…, cit., p. 202.
[34] ACS, PS, 1943, b. 15, f. “Relazioni trimestrali 1943, nota n. 13028 del 4-9-1943.
[35] A Barbagallo non sfuggì che alla fina della rivolta, il 30 settembre, ci fu un “tentativo di sostituire le autorità straordinarie , che avevano iniziato e condotto a buon fine la patriottica riscossa, con elementi militari balzati d’improvviso”, per “esercitare una specie di azione politica contro rivoluzionaria”. Corrado Barbagallo, Napoli contro…, cit., pp. 88-89. Certo, Barbagallo è così lucido anche perché non ha conti da fare con la contrapposizione tra gli storici che Gabriella Gribuaudi distingue in “ortodossi” e “revisionisti”. Senza schierarsi con gli uni o con gli altri, la studiosa propende per una sorta di terza via che non si concentri su “uomini armati […] con una diversa idea della patria e dei valori per cui combattere”, ma si apra ad “altri modi di pensare la patria e l’identità nazionale in una visone più ampia che prenda in considerazione anche chi non combatte […] e che consideri altri valori e altri ideali come cemento della comunità”. Per chiarire il suo concetto, la studiosa  domanda come avrebbe potuto “riconoscersi nella Resistenza e nella categoria di ‘liberazione’ una donna del basso Lazio, che prima ha visto il suo paese letteralmente raso al suolo dalle bombe alleate e poi, il giorno della ‘liberazione’ ha subito lo stupro d’una torma di marocchini”. Gabriella Gribaudi, Terra bruciata…, cit., pp. 12-13. La via indicata dalla Gribaudi può contribuire ad arricchire la conoscenza storica,a condizione però che non si pensi di superare così o, peggio ancora, ignorare, i problemi etici e i nodi interpretativi posti dal revisionismo; è evidente che la risposta alla domanda della studiosa riconduce a quesiti di ordine generale sul rapporto tra governo e governati, sulla qualità delle classi dirigenti, sul significato della guerra in genere, sul processo storico che la consentì e sulle responsabilità di chi la volle. Non c’è dubbio, nessuna resistenza o liberazione risarcirà la donna del suo dolore, ma quel dolore, conosciuto e valutato  anche e soprattutto come dato storico, diventa un possibile punto di partenza per dirimere la querelle tra “ortodossi” e “revisionisti”. In questo senso la neutralità non è possibile. Di fronte a quel dolore, il secco quesito della Gribaudi si scioglie in una riflessione che impone una scelta di campo e richiede un giudizio etico. Ogni pagina della ricostruzione di Barbagallo mostra al lettore che esiste una barbarie che è parte della storia e produce un irrimediabile dolore. Contro questa barbarie non c’è altra via che la lotta che, paradossalmente, oppone dolore a dolore. Gli eventi del settembre del ‘43 a Napoli dimostrano che non è ideologica, ma strumentale, la tesi di chi oggi sostiene che l’armistizio mise in crisi l’idea di patria e il sentimento di identità nazionale. E’ vero il contrario: l’omicidio Matteotti è la morte della patria e da quella ferita nasce il dolore della donna del basso Lazio. Una sofferenza che si somma a tutto il dolore nato dal fascismo. E’ inaccettabile la tesi di chi sostiene che difendere la Resistenza equivale a svalutare il “sacrificio” dei “combattenti fascisti di Salò, giovani spesso inconsapevoli delle atrocità del nazismo, i quali avrebbero combattuto con la Repubblica di Mussolini a fianco dei tedeschi, in nome della patria e dell’onore di soldato, macchiati dall’armistizio. L’onore di soldato non poteva essere difeso schierandosi al fianco di criminali e fu questa la scelta che condannò ad un irrimediabile la donna presa ad esempio dalla Gribaudi. Guerra e dolore sono sinonimi. Nessun partigiano avrebbe potuto “liberare” la donna, questo è vero, ma c’era un solo modo per impedire che la sua tragedia si ripetesse chissà quante volte: costringere alla resa chi voleva la guerra.    
[36] Luigi Cortesi, Nascita di una democrazia…, cit., pp. 202-204; Guido D’Agostino,  Le Quattro Giornate.., cit., passim; Gloria Chianese, “Quando uscimmo…, cit., pp. 89-90; Biagio Passaro, Francesco Soverina, Un antifascismo difficile. Il Sud d’Italia (1943-1980), in “Il presente e la storia”, 45, 1994, pp. 43-84. Sergio Muzzuppappa, Introduzione a Corrado Barbagallo, Napoli contro…, cit, pp. 27-37.
[37] Molto ha fatto di recente su questo terreno l’ampia ricerca di un valido gruppo di studiosi coordinati da Gabriella Gribaudi da cui è nato il saggio Terra bruciata…, cit. A mio avviso, attuali risultano ancora, tuttavia, le lucide osservazioni di Cortesi; “ad una distanza ormai quasi ‘storica’ dalla liberazione – scrisse pochi anni fa lo studioso – la resistenza della Campania resta un capitolo pressoché ignoto e in ogni caso non sistematicamente ricostruito, il cui posto nella storia italiana è prevalentemente o esclusivamente affidato ai giudizi e ai pregiudizi sulle Quattro Giornate”. Luigi Cortesi, Nascita di una democrazia…, cit., pp. 202-204.
[38] Sul tema del consenso si veda Giuseppe Aragno, Antifascsmo popolare…, cit., pp. 9-11 e Ugo Mancini, Il fascismo dallo Stato liberale al regime, Rubettino, Soveria Mandelli, 2007, pp. 8-9 e pp. 193-236.
[39] Per la partecipazione dei fratelli Murolo alla Quattro Giornate si vedano  Corrado Barbagallo, Napoli contro…, Appendice, cit. e Antonino Tarsia in Curia, La verità sulle Quattro giornate, Stabilimento Genovese, Napoli, 1950.
[40] ACS, Casellario Politico Centrale (d’ora in avanti CPC),  b. 3461, f, “Murolo Ezio”profilo biografico; ASN, PG, V2, b. 522, f. “Unione Spirituale Dannunziana”e f. “Napoli, Associazione ex arditi d’Italia. Federazione Unione Spirituale Dannunziana”.  Sulla figura del Murolo, Rosa Spadafora, Il popolo al confino, con prefazione di Guido D’Agostino, Athena, Napoli, 1989, ad nomen,  e Giuseppe Aragno, Antifascismo popolare…, cit. pp. 41-54,
[41] ACS, CPC, b. 3461, f, “Murolo Ezio”, appunto senza data del 28-8- 1924.
[42] Ivi, note 1170 del 28-8-1926, 19466 del 14-6-1928, 1996 del 14-6-1928 e 12480 del 16-8-1929.
[43] ACS, Confino, sentenza della Commissione Provinciale per il Confino.
[44] Giacomo De Antonellis, Napoli sotto il regime…, cit.,  pp. 227,
[45] ASN, PG V3, b. 1337, f. “Unione Partigiani e Patrioti Indipendenti”, nota 46462 del 6-10-1952 e 1015284 del 29-6-1954.
[46] Sergio Luzzatto, La crisi dell’antifascismo, Einaudi, Torino, 2004, pp. 7-9.
[47] Durante la prima guerra mondiale, disertò come numerosi antimilitaristi e sfuggì all’ergastolo pro­fittando di una sanatoria. ACS, CPC, b. 3461, f. “Murolo Tito”, nota 18621 del 12-8-1940.
[48] Ivi. Sulla figura dei Tito Murolo accenni in Giuseppe Aragno L’antifascismo a Napoli…, cit.
[49]  ACS, CPC, b. 3461, f. “Murolo Tito”, nota senza numero dell’8-3-1935.
[50] Ivi, nota 60 del 24 6-1940 e nota 1024227 del 18-7-1940
[51] Ivi, lettera di Tito Murolo a Mussolini del 7-7-1940. Per la partecipazione di Tito Murolo alle Quattro Giornate, si possono vedere gli elenchi dei combattenti in Corrado Barbagallo, Napoli contro…, cit., e Antonino Tarsia in Curia, La verità sulle Quattro Giornate…, cit.
[52] Sulla partecipazione di Germinal Malagoli alle Quattro Giornate, si veda Federico Zvab, Il prezzo della libertà, Spartaco, Santa Maria Capua Vetere, 2003, passim. Del Malagoli si conserva il fascicolo personale in ACS, CPC, b. 2946; sulla Peani si vedano il fascicolo a suo nome in ACS, CPC, b. 3679, e Giuseppe Aragno, Clotilde Peani, in “Fuoriregistro”, http://www.didaweb.net/fuoriregistro/leggi.php?a=10033.
[53] Su Armido Abbate si veda la voce curata da chi scrive per il Dizionario Biografico degli anarchici italiani, a cura di Maurizio Antonioli, Giampiero Berti, Pasquale Iuso, Santi Fedele, Biblioteca Serantini, Pisa, 2003, vol. I,  pp. 2-3.
[54] ASN, PG, V2, b. 510, f. “IV-2-2-1927-1”, sf. “Comunisti. 2° fascicolo”, nota 14068 del 26 giugno 1927.
[55] ACS, CPC, b. 3624, f. “Ottaviano Antonio”, nota 01769 del 26-10-1938. Durante  le Quattro Giornate, l’Ottaviano fu tra i combattenti del  ”Settore Duomo”. Corrado Barbagallo, Napoli contro…,, cit., Appendice.
[56] ACS, CPC, b. 3624, f. “Ottaviano Antonio”, Sentenza emessa dal Tribunale speciale di Tripoli il 22-2-1939.
[57] Ivi.
[58] Sulla figura di Antonio Ottaviano, Aragno Giuseppe, Antifascismo poloare…, cit., pp. 51-54.
[59] ACS, CPC, b. 3051, f. “Maresca Luigi”, lettera inviata a Nitti il 28-12-1927.e nota 500/329 del 2-1-1928.
[60] Ivi, nota 13889 del 17-8-1931 e nota 500 del 29-11-1935.
[61] Ibidem, telegramma 13398 del 14-11-1936.
[62] Ibidem, lettera inviata da Luigi Maresca alla madre il 10-10-1938. Sul Maresca si veda Giuseppe Aragno, Antifascismo popolare…, cit, pp. 55-58. Sulla sua partecipazione alle Quattro Giornate, si veda Corrado Barbagallo, Napoli contro…, Appendice, cit., e Antonino Tarsia in Curia, La verità…, cit. 
[63] ACS, CPC, b. 5037, f. “Tarsia in Curia Ludovico”, nota 978 del 9-2-1924.
[64] Ivi, nota 3878 del 11-6-1925.
[65] Sfuggono a questa tentazione e fanno seriamente storia il recente e notevole Alexander Höbel, L’antifascismo operaio e popolare napoletano negli anni Trenta. Dissenso diffuso e strutture organizzate, in Gloria Chianese, Fascismo e lavoro a Napoli…, cit, e Nicola De Ianni, Operai e industriali a Napoli tra grande guerra e crisi mondiale. 1915-1929, Librairie Droz, Gnéve, 1984.
[66] ACS, CPC, b. 5037, f. “Tarsia in Curia Ludovico”, nota senza numero del 20-7-1939.
[67] Sulla vicenda Pietro Bianconi, 1943, La CGL sconosciuta. La lotta degli esponenti politici per la gestione dei sindacati operai 1943-1946, Sapere Edizioni, Milano-Roma, 1975, e Angelo Abenante, Aldo Abenante, Napoli, 1943-1947. Una cronaca comunista, Libreria Dante e Descartes, Napoli, 1999; si vedano, inoltre l’opuscolo Ciò che ci divide, diffuso a novembre del 1943 dalla Federazione Campana del Pci, e il dattiloscritto di  Clemente Maglietta, La scissione di Montesanto. Una crisi a Napoli nel PCI alla fine del 1943, conservati entrambi nell’Archivio dell’Istituto Campano per la Storia della Resistenza, e Francesco Giliani, Storia della CGL rossa. Lotta di classe, PCI e potere anglo-americano nel Sud (1943-1944), tesi di dottorato, Università Orientale di Napoli, anno accademico 2005-2006.
[68] Sergio Luzzatto, La crisi dell’antifascismo…, cit. Sulla figura di Federico Zvab, che meriterebbe molta attenzione, non esiste ancora, purtroppo una ricerca organica. Su di lui si veda il fascicolo personale in ACS CPC, b. 5615, f. “Zvab Miroslavo”. 
[69] ASN, PG, V2, b. 31 f. “Relazioni trimestrali. 1925-1937” nota 9188 dell’8-10-1928; ACS, CPC, b. 4156, f. “Pugliese Carratelli Giovanni” e b. 4386, f, “Romano Aldo”.
[70] Assieme al “Più Avanti!”, circola anche, seguendo vie clandestine, l’antifascista “Faville” di cui non è facile accertare la provenienza.ASN, PG, V2, b. 510, f. £IV-2f-1-1929-1”, sf. “Pubblicazione antifascista Faville”. 
[71] Ivi, Gabinetto di Questura, 1919-1932, b. 1010, f. “Federazione Giovanile Comunista. 1921-1927”, nota 109 del 14-5-1925 e ACS, CPC, b. 178, f. “Arcuno Ugo”, appunto senza numero e data, ma certamente posteriore al 1941, quando il fascicolo fu riordinato.
[72] Ivi, b. 4501, f. “Russo Pietro”, note dal 1925 al 1941.
[73]Ibidem, profilo biografico e note 4127 del 20-7-1923, 1243/20-1-1926 e senza numero del 4-12-1943.
[74] ACS, CPC, b. 4386, f. “Romano Aldo”, memorandum inviato alle autorità per affermare la sua fede fascista, allegato alla nota 1027657 del 13-8-1937.
[75] Ivi, nota 15766 del 16-11-1937.
[76] Ibidem.
[77] Giacomo De Antonellis, Napoli sotto…, cit., p. 197; Mimmo Franzinelli, I tentacoli dell’Ovra. Agenti, collaboratori e vittime della polizia politica fascista, Bollati Boringhieri, Torino, 1999; Mauro Canali, Le spie del regime, Il Mulino, Bologna, 2001.
[78] Carlo Salinari, Storia popolare della letteratura italiana, Editori Riuniti, Roma, 1962, p. 13.
[79]Per quanto mi riguarda, quando dico revisionismo, non guardo esclusivamente a destra. Come ha osservato con grande lucidità Cortesi, infatti, c’è a sinistra una tradizione che pone al primo posto la “ragione di partito”, che è ragione di parte e, quindi, parziale. E’ la ragione che guida il Pci “già nei primi atti costitutivi della democrazia italiana”. La complessità dell’antifascismo, mi pare di poter aggiungere, è inconciliabile con questa tradizione. Di qui il destino storiografico delle Quattro Giornate. Luigi Cortesi, Nascita di una democrazia…, cit., p. 251, e Giuseppe Aragno, Antifascismo popolare…, cit. pp. 142-144.

Uscito su Meridione. Sud e Nord del mondo, 4/2010, pp. 207-233. 

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Odio le mezze verità. Fanno più male d’una menzogna e sono pericolose come un inganno.
Il governo di Napolitano ha deciso di fare della mazzata contro lo “Statuto dei lavoratori” il forcipe per dare alla luce la Terza Repubblica”, scrive strabico Flores D’Arcais, che qui si ferma, a metà del guado, e non vede la piazza. Questo attaccare il Palazzo, senza guardare cosa accade fuori, questo tenere in conto i colpi del potere, senza dare la parola ai contraccolpi, sterilizza l’analisi e disarma le masse. Le mezze verità sono la minestra senza sale di chi si schiera al coperto e fa la guerra dalle retrovie.

Qui c’è poco da star coperti e fare chiacchiere politologiche. Il Palazzo sfida la piazza, Napolitano e il suo “governo dei padroni” sparano ad alzo zero sulla dignità del lavoratore. Non è più tempo di analisi fini a se stesse o buone tutt’al più per l’ennesimo papocchio elettorale e la millesima battaglia nei parlamenti squalificati. Un regime si va consolidando. Non sarà un intervento asettico e indolore, però, una di quelle cose tutta palazzi e niente piazze. E nemmeno sarà un minuetto, coi passi già scritti: tu decidi, io protesto, levo la bandiera e marcio in corteo, così l’onore è salvo. La servitù si impone con la forza e l’ambiguo rapporto tra legalità e giustizia sociale ha sempre macchiato di sangue le pagine della storia. Chi guarda alle nostre radici, lo vede chiaro: uomini nati alla pace – chi direbbe Salvemini un violento? – decisero di “Non Mollare“. Ne venne fuori la sfida fatalmente armata – “non vinceremo subito, ma vinceremo” – che condusse Rosselli a Gualajara e il dittatore di turno a Piazzale Loreto. No, l’intervento non sarà asettico e indolore.

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Di “estremismo liberista” e dell’illusione del governo “tecnico“, scrive con accenti ormai preoccupati Lelio Demichelis, a proposito di Monti, ricordando “la grande differenza che c’è tra politiche liberiste e liberali“. E non è certo un caso isolato. “Abbiamo sentito con fastidio e anche con rabbia le ultime parole del Presidente Napolitano sulla trattativa sindacale sull’articolo 18“, scrive a sua volta Cremaschi su Micromega, ricordando a Napolitano che “l’Italia non è una monarchia“. In quanto a Matteo Pucciarelli, pacato nella forma, rischia il vilipendio per la sostanza ma trova l’animo di dirlo: “Il Presidente del Consiglio è Giorgio Napolitano” e fa apertamente cenno a una “tecnica del colpo di Stato“. E’ difficile negarlo: il centro nevralgico della vita politica della Repubblica non è più il Parlamento ma il Quirinale, promotore d’una campagna insistita e costituzionalmente discutibile a favore di un’idea di “coesione nazionale“, astratta, per certi versi astorica e per molti altri pericolosa. Il concetto chiave è semplice ed ha un forte impatto non solo mediatico: esiste un generico e tuttavia supremo “interesse di tutti“, dai connotati vaghi, ma fortemente gerarchici, che prevale sui bisogni inderogabili, vivi, concreti e palpitanti di giovani, lavoratori, e disoccupati. L’interesse di un “signor nessuno“, dietro cui si celano, però, evidentemente le banche e i ceti più abbienti, per il quale si possono e, anzi, si devono negare quelli che il Presidente definisce senza esitazioni “interessi particolari“, e sono, invece, i diritti delle classi subalterne. Per giustificare una siffatta superiorità, che pare “al di sopra delle parti” ma è profondamente di parte, c’è stato chi in passato è giunto ad affermare che “non occorre il blocco delle masse piegate“, perché “valgono assai meglio a questo fine le minoranze volitive, aristocratiche, che sono, in fondo, le antesignane di ogni battaglia. Il grosso della masse, infatti, messo in condizioni di non nuocere, è rimorchiato sempre dai migliori“. E’ una concezione “confindustriale” o, meglio, padronale della società, entro la quale il lavoro – e al suo fianco la formazione – o procedono in sincronia con le regole del “libero mercato“, perno del sistema, sole tolemaico attorno al quale tutto ruota in funzione subordinata, o si rendono colpevoli di un “tradimento”.
Spiace dirlo ma, in una Repubblica parlamentare, questa concezione della vita politica, economica e sociale, che fu di Arnaldo Mussolini, non ha o, almeno, non dovrebbe trovare cittadinanza e più che un assalto liberista alle società dei diritti, la natura “tecnica” del governo Monti, apertamente e malaccortamente sostenuto ad ogni pie’ sospinto da Napolitano, chiama alla mente le parole ciniche ma tremendamente efficaci di Malaparte, un letterato che attraversò epoche storicamente contrapposte e ci ricorda che “la questione della conquista […] dello Stato non è un problema politico, ma tecnico“. E da “tecnici“, guarda caso, ci parlano Monti e suoi ministri che, tuttavia, per molti, formano ormai soprattutto il governo politico di Napolitano.
D’altra parte, alla luce di quanto accade nella cosiddetta “trattativa” sul mercato del lavoro, escono dall’ombra e balzano in luce meridiana inquietanti punti di contatto tra la concezione ripetutamente espressa da Napolitano e alcuni dei temi classici che furono alla base della riflessione sullo Stato autoritario. Per cominciare, l’idea di Bottai che gli astratti doveri verso un’idea di Stato di natura etica precedono la concretezza dei diritti, sicché non fa scandalo che una trattativa con il padronato sul terreno dei “sacrifici” si realizzi su un piede che non può essere considerato di parità, dal momento che lo Stato, arbitro e allo stesso tempo parte in causa, si schiera e disciplina in maniera giuridica unilaterale i rapporti collettivi di lavoro, resi di fatto subalterni alle scelte degli imprenditori. E’ una concezione delle “relazioni sindacali” chiaramente corporativa, venata da una sottile, ma evidente vena mussoliniana; quella per cui in fabbrica esiste una gerarchia di natura squisitamente tecnica.
In questa logica di “militarizzazione” della politica in nome di un’equivoca union sacrée, il governo che interviene nella dialettica tra le classi, impone un’idea di solidarietà alla rovescia, che cancella i diritti dei lavoratori in nome di un “superiore interesse nazionale” dei padroni e, per dirla alla Bottai, manifesta la volontà tipica dello Stato corporativo, di eliminare dai rapporti sindacali il “ramo secco” della mediazione politica. Ne esce stravolta un’idea di democrazia che non fu di De Gasperi o Pertini, ma risale all’alba del Novecento e all’Italia liberale e prefascista. I riferimenti, per esser chiari, non sono Giolitti e Nitti, ma Rocco, il cui pensiero fu volgarizzato nella celebre formula per la quale: “tutto è nello Stato, niente contro lo Stato, nulla al di fuori dello Stato“. Rozza quanto si voglia, è una formula che sembra spiegare la posizione più volta assunta da Giorgio Napolitano, quando ha invitato i Presidenti delle Camere a modificare i regolamenti parlamentari, a votare rapidamente, senza troppe discussioni, una eccezionale e dolorosa legge finanziaria e – siamo a ieri – quando ha dettato le regole al sindacato, ripetendo senza la minima prudenza istituzionale che è tempo di smetterla di discutere, perché di fronte alla crisi non si possono difendere posizioni particolari. Per Napolitano, quindi, garante della Costituzione della Repubblica fondata sul lavoro, chi lotta per la tutela dei lavoratori difende “interessi particolari“.
A questo punto siamo, al punto che se il reazionario Sonnino ripetesse oggi il suo invito, nessuno troverebbe di che ridire: “Maestà, torniamo allo Statuto!“.

Uscito su “Fuoriregistro” il 22 marzo 2012

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Il secondo da destra, seduto, dopo il cartellone del Movimento Studentesco. Mettetela come volete…

per me era un altro pianeta!

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La Gelmini cancella la cultura meridionale del Novecento? Ma come fa a cancellare una cosa di cui non conosce nememno l’esistenza? Il futuro la seppellirà sotto il peso delle sue responsabilità. In ogni caso, diamogli una mano al futuro, diciamoglielo che questi sono davvero tempi infami:

Agli storici che verranno

Catene pesanti.
La società ci lega.
Corde di canapa l’indifferenza,
luridi cenci intorno
per cui soffrire,
mendicando l’amore
senza trovarlo.
Menzogne i silenzi
paurosi di parole.
Quando più sereni
tornerete senza leggi
a cercarvi
negli antri dove fummo uomini,
ricordatevi di noi.
E senza giudicarci,
piangete.

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Paccata“. Così si esprime, equivoca e ringhiosa, la gentildonna ricca di milioni e titoli accademici, chiamata al Ministero del lavoro perché, a dar retta ai numerosi sponsor, dal Quirinale in giù, fino ai ben pasciuti custodi dei Palazzi romani, è il meglio che passa il convento. “Orate fratres“, verrebbe da chiosare sorridendo, se la farsa non fosse già tragedia.
Paccata” non è un lapsus freudiano, non sta per “vaccata” come, al di là della forma, apertamente suggerisce la sostanza. Nel dizionario la parola non c’è e non ha radice anglosassone – l’inglese pack indicava in origine una balla di lana – non viene da pacco, sostantivo maschile che indica uno o più oggetti avvolti in carta, tela o quant’altro legata e sigillata, non nasce da pacca, che è un colpo amichevole, non si rifa, per estensione, alla sberla, perché altrimenti assai più chiaro sarebbe stato “sberlata“. No, a ben vedere, “paccata” si spiega solo nel quadro di generalizzata violenza istituzionale e di assoluta miseria morale di cui è espressione un governo privo di consenso elettorale, sostenute da nani, ballerine e trasformisti, ossessionato dalla fede in un liberismo ormai disperato e incapace di esprimere un pensiero dialettico. “Paccata” è la traduzione linguistica di un’attitudine mentale che va dal disprezzo per l’interlocutore e per i suoi diritti – “il sindacato difende i ladri“- a un’insofferenza peggio che padronale, quella aggressiva da “cane del padrone” che ha un comando da eseguire a tutti i costi e perciò affonda i denti. Un neologismo, quindi, che suona più rozzo e volgare sulle labbra di una donna, già oscenamente guitta nel recitare pubblicamente le lacrime d’un dolore inesistente.
La “paccata” della Fornero non è una questione linguistica formale, o l’ennesimo scivolone autoritario in cui incappano i sedicenti tecnici. E’ la sintesi perfetta del programma di un governo che, sin dalle prime battute, ha inteso ridurre al minimo i livelli di formazione culturale e civile della nostra forza lavoro, per disporre a suo piacimento di una massa di “senzastoria” rassegnata a pagare i costi della crisi di un sistema che garantisce tutto a pochissimi e nulla a moltissimi.
Più ignoranti usciranno dalla scuola i nostri studenti, più facile sarà cancellare i diritti e imporre i più disumani sacrifici alle nuove generazioni.
Vista così, nella sua luce vera e sinistra, la “paccata” della Fornero è uno sputo sul viso della giustizia sociale e copre le spalle a Profumo, il quale sa bene di governare una scuola ridotta alla disperazione. Per fermarsi al patrimonio edilizio, ci sono settemila scuole di cui non si ricorda più nememno il secolo in cui furono costruiti; c’è un nucleo di oltre mille edifici che ha più di due secoli e mezzo di vita; tremila edifici furono costruiti tra gli anni di Napoleone e la marcia su Roma e dei due terzi del “nuovo” patrimonio edilizio, che ha comunque più di 30 anni, solo il 22 % è stato ristrutturato. In queste condizioni di sicurezza vive la scuola italiana. Basterebbe investirci per creare lavoro, sicurezza e cultura. I soldi ci sono, come mostrano le dichiarazioni dei redditi dei ministri. Il governo, però, non li tocca. Alla signora della sconcia “paccata“, interessa soprattutto schiavizzare i lavoratori e il ministro Profumo naturalmente tace; per la seconda volta in due anni proroga i rettori suoi colleghi entro università precarizzate, affidate a gente che non può guardare lontano, ma ha tutto il tempo per nominare i consigli d’amministrazione. Qui la tecnica non c’entra. Qui c’entrano esclusivamente la politica e la dignità. Ma si può parlare di dignità a gente che non è stata eletta e mette mano ai diritti? Dov’è la dignità, nella “paccata” della Fornero o nei comportamenti di Profumo, che dovrebbe chiedere le dimissioni dei rettori, quando egli stesso non rinunciò alla presidenza del Cnr, appena ricevuta la nomina di ministro?
Non so per quali vie, mi torna in mente una lontana riflessione sull’educazione e mi convinco che chi per mestiere fa il docente, oggi non può insegnare ai giovani che educazione e cultura bastano a difendere i loro diritti da un governo dispotico, perché si vota e c’è un Parlamento. I ragazzi devono imparare a riprendersi i diritti che gli rubano. Quando “torneranno ad essere rappresentati in un governo, impareranno tutto quello che serve ed anche più. Quel giorno il popolo sarà maestro di tutti senza alcuna fatica“.

Uscito su “Fuoriregistro” il 17 marzo 2012

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Ci sono iniziative di lotta per la scuola e circolano inviti a riunioni che intendono far sentire “l’urlo della scuola”“. Non urleremo più forte della Val di Susa, temo, ma va bene, sì, riuniamoci e parliamo. Da tempo appare evidente che la “scuola militante”, debole e isolata, non riuscirà mai a modificare da sola la sua terribile condizione in un contesto di sconfitta generalizzata della democrazia, ma non c’è che fare: viva la scuola e pazienza se il resto va alla malora. Chi in questa scelta scorge i sintomi d’un male pernicioso, nuota controcorrente. C’è un che di non detto in questi giorni amari, un equivoco di fondo che ha mille ragioni d’essere, ma rischia di condurci all’ultimo atto di un tragedia annunciata. E’ vero, sul piano della forma, tranne qualche pesante scivolone, subito perdonato, il paragone con il precedente governo appare improponibile. La conseguenza immediata è sotto gli occhi di tutti: i “professori” tecnici governano col programma della Banca Centrale Europea. La vecchia politica è tutta lì. Discreditata quanto si vuole, ma stretta a quadrato attorno ai sedicenti “tecnici”: massacrare i pensionati e cancellare la pensione per i giovani è stato un gioco da ragazzi; per fucilare i diritti dei lavoratori non c’è voluto nemmeno il plotone d’esecuzione, Napolitano firma tutto, detta i tempi, chiede rapidità e, in quanto al resto, provvede Marchionne. Ancora pochi giorni, poi anche lo Statuto dei lavoratori finirà nella pattumiera, ma tutto fila liscio come l’olio. Se t’azzardi a parlare, qualcuno tira furi la foto impresentabile di Berlusconi e il gioco è fatto. A nessuno importa nulla se la banda che ci governava ieri mantiene in piedi la cricca che ci governa oggi, con l’aggiunta di una ex opposizione che regge il moccolo a Berlusconi e a Monti. Questi ministri son oro colato per le banche e gli speculatori internazionali, ma va bene così: chi prendeva uno stipendio o una pensione e pagava le tasse, è ormai derubato ogni giorno, ma continua a credere che pensione e stipendi glieli paghi Monti e non gli importa nulla dei giovani senza futuro e dei milioni di disoccupati. Basterebbe poco per capirlo, ma il Paese è accecato. Ci muoviamo in un contesto tragicamente semplice: un vero e proprio golpe consente di inserire nella Costituzione la parità del bilancio e un accordo tra i Paesi dell’Unione Europea affida il controllo della spesa pubblica a organismi non elettivi e assolutamente fuori dal controllo del Parlamento. Non c’è legge elettorale in grado di produrre domani una maggioranza bulgara, quantitativamente così numerosa come quella che oggi sostiene un governo che ha di fatto i poteri di un’Assemblea Costituente. Ciò che si decide oggi, non potremo sperare di cambiarlo domani col voto. Formalmente la repubblica democratica vive ancora, ma è vicina al coma irreversibile. Pochi mesi ancora, pochi giorni forse, poi Napolitano ne firmerà ufficialmente l’atto di morte.
Questo penso oggi con infinita mestizia, mentre ascolto i numerosi e valorosi difensori del governo e dei suoi ministri. Ci penso e l’amarezza mi conduce alle storie d’un tempo, recitate a soggetto da antichi scavalcamonti:

Narrano i cantastorie, che il ministro Vattelapesca, s’era fatto un nome come scaldapoltrone e viveva da osservatore strapagato. Un giorno, però, convinto di non essere ascoltato, per dimostrare che da ministro sapeva ben meritarsi lo stipendio, pensò di compiere finalmente un gesto politico significativo: “è uno schifo”, sibilò tagliente, parlando con un collega. Ce l’aveva coi deputati e nella cerchia ristretta di un’élite senza popolo si sarebbe guadagnato di certo il titolo di principe dei moralisti, se qualcuno, però, non l’avesse ascoltato. Ne nacque invece un immediato pandemonio, si scatenò nel totoschifo il qualunquismo e si accettarono scommesse su chi di tutti facesse veramente poi più schifo. Vattalepesca allora badò al sodo, mise da parte l’etica, difese la poltrona e lo stipendio e si scusò davvero prontamente: “lo schifo c’è, un ministro lo sa bene, però non deve dirlo, perciò domando scusa”.
Tutto tornò com’era, raccontano i cantastorie. Vattelapesca riprese a scaldar poltrone, facendo l’osservatore strapagato e i politici accusati di fare schifo non esitarano a tenere in vita il governo che li disprezzava, ma gli chiedeva un voto e si metteva alla pari, facendo così schifo come loro.
Chi di schifo ferisce, però, poi di schifo perisce, narrano i cantastorie, sicché un bel mattino il popolo schifato si sollevò indignato e mandò a gambe all’aria Vattelapesca, il governo e pure il Parlamento
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Uscito su “Fuoriregistro” il 10 marzo 2012.

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