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Archive for maggio 2009

Una Procura della Repubblica che il dottor Berlusconi governa su mandato del popolo – suo sovrano e sovrano di tutte le Procure – ritiene di dovermi processare: ho difeso un senegalese dalla inaccettabile violenza di tre agenti pronti a tutto dopo l’impunita mattanza di Genova e la campagna razzista scatenata dai suoi ministri. Ho difeso un extracomunitario maltrattato e questo, a quanto pare, costituisce reato. E’ un processo all’indignazione, ma lo affronto con animo sereno, senza cercare d’imbrogliar le carte facendomi scudo di un possibile antagonismo tra l’autorità delle regole e la libertà dell’individuo che risponde a un imperativo etico.
In netto dissenso coi miei giudici, sono deciso a far valere le ragioni d’una scelta etica e politica perché sono convinto – l’ho appreso da Durkkheim e ne ho fatto tesoro – che, per essere veramente libero, devo lottare per contribuire alla costruzione di una società in cui nessuno, nemmeno l’ordine costituito, possa conculcare un diritto facendo valere una impunità che proviene dal ruolo rivestito o, ciò che è peggio, dalla forza di un’autorità che ritiene di poter sottrarre se stessa alla regola che impone agli altri. Per impedire che un qualsivoglia potere tenti d’asservirmi, per difendere la mia libertà morale, diversamente da Berlusconi, mi appello alle regole e rischio una condanna che potrebbe privarmi della libertà personale.
Una regola non è, come Berlusconi mostra di credere ogni volta che gli tocca rispettarne una, un insieme di parole scritte alle quali far ricorso quando ci pare comodo e ci torna utile, per ignorarle se ci si rivolgono contro. Fino a quando è in vigore, una regola è una maniera obbligatoria di comportarsi e non è sottoposta all’arbitrio individuale: risponde a criteri, scelte e bisogni collettivi. Berlusconi non può fare leggi e ritenere allo stesso tempo di poterle violare e lo sa bene: è profondamente ingiusto e del tutto immorale che un individuo – Presidente del Consiglio o agente in servizio conta poco – possa sottrarsi al giudizio della collettività nella quale liberamente vive e nel cui nome esercita un potere.
Io e il dottor Berlusconi ci troviamo entrambi nella spiacevole e scomoda condizione di imputati e, tuttavia, siamo schierati su due barricate diverse e contrapposte. Lui produce leggi fatte apposta per limitare la libertà dei giudici chiamati a punire chi viola la legge. Io impegno la mia libertà – e la metto a rischio se occorre – per migliorare il funzionamento della macchina sociale, troppo spesso ingiusta e violenta nei confronti dei ceti subalterni. Se mi accusano perché mi indigno per gli abusi del potere, io cerco un processo politico. Se l’accusano di abuso di potere lui non trova di meglio che accusare i giudici di fargli un processo politico. Io, socialista libertario, non amo la giustizia borghese e mi batto per cambiare le leggi ingiuste che sostengono il sopruso dei più forti; lui, che si dichiara liberale ed è un borghese, lui è in contraddizione con se stesso e finge d’ignorare la lezione di Montesqueiu: “I rischi della giustizia sono il prezzo che ogni cittadino paga per la propria libertà“.

Uscito su “Fuoriregistro” il 21 maggio 2009

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athens2[1]Al Liceo non tornai più. Sparirono nel buio labirinto del tempo, fuori dalla memoria, tutti assieme, ingegneri e fisici, matematici e medici.
I futuri scienziati della nuova borghesia persero tutti – e tutti in una volta – nome e cognome, lineamenti e parole.
Non divennero passato: di ciò che è stato vivo e presente il nostro futuro, che a sua volta progressivamente si fa passato, conserva comunque suoni, voci, colori.
Un lampo, magari, un istante solo, ma vivo.
Degli scienziati borghesi che avevano fatto da spettatori silenziosi d’uno scontro mortale e d’uno scempio non mi rimane nulla.
Sono fantocci vestiti alla moda: immobili nei lunghi banchi di legno con i calamai per l’inchiostro ormai vuoti. Mi sono chiesto più volte se, assieme al professore di matematica, quei banchi fossero davvero tutto quanto sopravvivesse della scuola fascista, ma non ho trovato risposta.
Tutto quello che affiora oggi dal vortice che mi prende allo stomaco quando ritorno a quei giorni ha valore di simbolo.
E in maniera simbolica ritrovai tutto il gruppo una volta: anonimo, innaturale, pronto a muoversi e però fermo, come accade talvolta al movimento paralizzato dallo scatto di una foto.
Insegnavo da poco – per quei paradossi che fanno la vita il cattivo studente era tornato a scuola – e il gruppo seguì invisibile una giovane donna giunta a me chissà come per vendere i rossi volumi d’una enciclopedia.
– Tu? –
Una esclamazione fu tutto quanto servì a riconoscerci. Lei, non molto cambiata, io più o meno lo stesso, con una ciocca bianca nel biondo dei capelli ondulati che invecchiavano già precocemente. Aveva sposato uno del gruppo: scienziato vero, capii allora, che a trent’anni era stato ordinario alla Normale di Pisa, ma non era mai salito sulla cattedra illustre che l’aveva aspettato inutilmente.
Così fa la morte che se l’era portato via nel giorno in cui assumeva servizio: uno schianto e un urlo alle porte di Pisa.
Ora vendeva libri la sua bella compagna femminista, che lo aveva perso, quel giorno, per sempre. Le rimanevano un figlio da tirare su, poche domande senza una risposta e quella fedeltà delirante di cui mi parlò lucidamente: un infinito egoismo, una femminile impotenza psicologica o, come le pareva talvolta, una protesta insensata.
– Non voglio più niente, Geppino, faccio guerra alla vita per sentirmi viva, ma sono il brutto sogno che non so scacciare, l’incubo ricorrente, lo spettro di me stessa. Vivo di rifiuti e quando morirò sarà un miracolo: non si muore due volte.
Il gruppo invisibile di futuri scienziati della nuova borghesia – invecchiato senza colpo ferire – fu presente certamente a quell’incontro, di cui mi restano ancora, nella biblioteca di fassino chiaro, i sedici volumi rilegati in pelle rossa e nera coi caratteri d’oro, della grande enciclopedia scientifica.
Rimase attorno a noi, muto collettivo di individui. Senza volto, senza parole, senza luce negli occhi.
Così com’era stato nei giorni successivi alla tragedia. I giorni delle promesse e d’una miserevole colletta, li definì, con un lampo corrucciato negli splendidi occhi neri la donna, mentre un impercettibile tremito le guastava il disegno perfetto della bocca e una mano nervosa percorreva i lunghi capelli neri, li sollevava un po’ in alto e poi li lasciava cadere nuovamente liberi sul collo e sulle spalle.
– Ti avrei cercato – sospirò – Massimo ti ricordava sempre, ma eri come sparito nel nulla.
Sacrificai più di uno stipendio. Ma non riuscii a provare davvero molto dolore, non dissi le parole terribilmente vuote della solidarietà e non feci domande.
Avevamo percorso binari diversi e tutto il passato di cui mi parlava era morto tantissimi anni prima.
L’uomo che le stava di fronte aveva da tempo reciso di netto i legami col suo passato e quel poco che ci aveva uniti – in fondo non altro che la mia sanguinosa esperienza scolastica – se n’era andato via su di un binario morto. Se i fantocci che la circondavano avessero ritrovato un volto nella mia memoria, il suo tragico Massimo che si ricordava sempre di me sarebbe stato certamente uno di loro: un pupazzo inanimato che aveva abbandonato la sua sventurata compagna.
E una storia di abbandoni raccontava senza parlare quella donna seguita senza saperlo da emblematici fantocci: abbandonata dal compagno lasciato dalla vita, abbandonata dagli scienziati presi da se stessi quando la morte aveva seminato i frutti terribili della sua immutabile stagione. Abbandonata, lei, che già prima mi aveva lasciato così lontano da non riuscire a ritrovarmi nemmeno per domandare aiuto.
Tutto ciò che di vivo suscitò quella donna dal buio profondo di un tempo ormai senza data, fu l’immagine più bella che mi resta di quand’ero studente. L’immagine più bella che ho della scuola. Un cono di luce limpida venuto chissà da dove ricondusse così me a me stesso, nel sole luminoso e nei colori vivaci di gennaio, nei giardini di piazza Miracoli, dove teneva lezione ai futuri scienziati un irripetibile maestro, tirandoli fuori dagli stanzoni gelati dell’ampio e massiccio porticato chiuso nel perimetro grigio degli Educandati Femminili, che ospitavano sezioni staccate del Liceo “Cuoco”.
La volontà misteriosa che governa la memoria e segna con logica ferrea ed incomprensibile sui cocci dell’ostrakon nomi, cognomi e volti da cancellare aveva per sue regole interne conservato intatto il nome ed il volto di Mario Benvenuto.
E lo rividi così com’era – nulla, m’accorsi quel giorno, aveva davvero potuto mettere tempo tra di noi – esile e curvo, sofferente nel suo eterno ed antico cappotto troppo grande per quel suo corpo sempre più magro, con l’infinita luce degli occhi scuri che tenevano insieme tutta quanta la sua vita e ne dichiaravano l’onestà e la bontà assieme al dolore stupefatto:
– Va come non deve andare e non so più perché – ripeteva sfinito alla passione civile che lo consumava, alla lucidità laica e greca dell’argomentare che gli nasceva da dentro, figlia di ordinate letture e disordinate esperienze.
Ufficiale tradito in Siberia dallo Stato Maggiore e irrimediabilmente disperato per i suoi soldati, sventurati invasori senza colpe, esposti inermi al fuoco dell’Armata Rossa e crocifissi dal gelo, ci guidava come reclute di Russia al calore del sole e raccontava.
Ogni buon professore racconta.
Mario Benvenuto raccontava più e meglio di tutti. E la storia della civiltà assumeva le mille sfumature delle sue infinite storie.
L’ascoltavano incantati i suoi alunni, innamorati di quell’uomo sottile nell’aspetto e nel parlare, di quel suo intrecciare parole in modo che ognuno potesse ascoltarle, capire e ripensarci, come ascoltando daccapo, ed ancora e di nuovo capire, salendo di un tono e di un piano, su, sempre più su.

Lo ascoltavano i suoi alunni e si univano a loro i vecchi di piazza dei Miracoli, venuti al sole dall’ombra fredda delle case costruite a ridosso del tufo e poco più in là benv[1]scavate direttamente nel il tufo. I vecchi rinsecchiti e sorridenti dei gradini di Miraddois, che ascoltavano, si riscaldavano ed annuivano, forse perché capivano anch’essi ciò che c’era da capire di essenziale, e confermavano, avallavano, si compiacevano, con quel loro pacato dire di sì, partecipare ed indicare a vicenda l’uno all’altro quella specie di Socrate che seminava domande e mieteva risposte, che proponevano ancora domande: in una sequenza che non pretendeva altra logica se non quella che avevamo nella nostra testa e nei cuori.
Lo ascoltavano, quella specie di greco che in una delle sue lezioni all’aperto fuori dai portici degli Educandati mi presentò le domande della filosofia antica e mi lasciò riflettere e rispondere; il sole – ricordo – cadeva sulle pagine del Fedone, gli scienziati apprendevano di libertà non scientifiche e, sotto gli occhi dei vecchi che annuivano, scorrevano i fiumi degli eventi e i rivoli complessi del pensiero. Ricordo come fosse oggi la sua voce duttile che aderiva alle pieghe del pensiero e lo restituiva palpitante: in quel suo raccontare semplice, in quel suo argomentare complesso posi le basi delle letture più affascinanti, che mi condussero in un fertile disordine a leggere Smith e Marx, a provare palpiti per l’Utopia e, più tardi a ad arrovellarmi su Marcuse ed a voler cogliere il pensiero profondo degli uomini nell’intreccio del romanzo e nei fatti della storia. Fu ascoltandolo, che mi ritrovai un giorno a percorrere la strada di Cartesio senza che mai nessuno me ne avesse parlato, ingegnandomi semplicemente di proseguire le riflessioni di altri pensatori. Aveva immense qualità: sapeva indicare un metodo e insegnava a costruire pensieri autonomi.
– Non giuste risposte, tuonava, ma pensieri autonomi. Eccola la rivoluzione!
E’ vero, non ho saputo poi mai capire Wittgenstein, ma so leggere tra le righe, tengo alla mia autonomia e mi batto per un’idea. Oggi ancora, oggi che ho più di dieci lustri. Poco o molto, il buono che ho dentro glielo devo.
Ricordo come fossi oggi i suoi racconti incantati e la sua prima storia: quella delle fondamentali innocenze. Annassimandro e Anassimene intendeva. Ricordo il viaggio che ci condusse a Parmenide e il bel tempo trascorso con Eraclito. Ricordo l’acqua, il fuoco e la guerra eterna.
Nella mia vicenda personale entrò in vari modi come sempre i maestri. Ebbe scontri feroci col professore fascista e ci rimise moltissime delle poche forze che aveva.
Alla fine non mosse un dito e lasciò che me ne andassi: il silenzio è talvolta rispetto profondissimo mi aveva preannunziato tempo prima.
E’ morto relativamente giovane, ma io l’ho rivisto vivo ogni volta che sono passato per Piazza Miracoli dove c’è sempre il sole tiepido che ci riscaldava nel gennaio napoletano, ci sono i vecchi seduti ad assorbire il calore, gli scienziati della nuova borghesia messi in circolo, senza nome, cognome e lineamenti, e c’è Eraclito ancora, che afferma sorridente: non ci si può bagnare due volte nella stessa acqua di un fiume. Eraclito, che mostra a chi passa l’acqua ed il fuoco e l’eterna, terribile, inevitabile loro guerra.
Metteteli sul mercato della vostra scuola-azienda i professori veri e senza età: non vi basteranno soldi per poterli pagare.

Uscito su “Fuoriregistro” il 2 luglio 2003

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Guardati da lontano, amica mia,
senza malinconia.
E sorridi, ché puoi.
Di me, di te, di noi.
Dentro di te affannata
hai la fatica delle tue salite
e la serenità della discesa
tu l’hai dimenticata.
Lo so che sei sfinita,
che ti tenta la resa,
ma una salita è sempre una discesa.
Guardati dentro ancora un’altra volta,
guardati capovolta.
E’ un dono di natura,
resiste alla sventura
la forza misteriosa
che allontana la resa
e non ci fa schiacciare
dal continuo cercare
il senso della vita
nell’anima ferita.
Guardati da lontano, amica mia,
senza malinconia.

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L’autunno scorso, quando un’onda colorata di giovinezza ha invaso le strade del Paese e ha occupato scuole e università, rivoltandosi contro Berlusconi, buona parte dei sapienti professori se n’è stata a guardare e non ha colto al volo l’occasione per sostenere la protesta con la lezione sulla disuguaglianza appresa dalla rivoluzione francese e da Robespierre, che di tiranni s’intendeva: “hanno riconosciuto la sovranità della nazione, ma l’hanno cancellata. Non erano, per loro stessa ammissione, che mandatari del popolo e si sono trasformati in sovrani, cioè in despoti. Perché il dispotismo non è altro che l’usurpazione del potere sovrano” [1]. Qualcuno, preoccupato del suo orticello, qualche altro preso all’amo del “diritto allo studio” e suggestionato da un legalitarismo miope e pragmatico che copre spesso mille ingiustizie, i più intimiditi dal potere nascosto sotto etichette strumentali, generiche e onnicomprensive che uniscono o dividono a seconda che sia scirocco o tramontana e, quando cerchi di capire di che si tratti, ti lasciano in mano solo un pugno di mosche. Non mi fido di certe formule magiche costruite ad arte per confondere le idee – genitori, utenti, consumatori – prive di luce e consistenza. Mille volte meglio, come insegna un maestro, la parola “dura, affilata, che spezzi e ferisca“, che sappia “tagliare e colpire crudelmente come fa il chirurgo perché la maggior pietà del chirurgo è di non aver pietà“[2]. E, ateo come sono, voglio dirlo, prendendo ancora una volta in prestito le parole di un cattolico: odio quella “saggezza umana” che sa “rimandare la giustizia a più tardi, con la scusa che oggi è imprudenza“, la odio, come l’attitudine gesuitica alla menzogna, perché essa è ben più profondamente atea che lo sbuzzar preti e profanare chiese“[3].

Ci siamo divisi, mentre i nostri ragazzi, con improvvisa e sorprendente lucidità, chiamavano a raccolta; abbiamo “fatto lezione” come impone un “ordine costituito” anche quando si presenta come disordine morale e smantella la Repubblica in nome di mal dissimulati interessi di parte. Lo sciopero, che i nostri nonni scelsero come strumento della lotta di classe per evitare di ricorrere a ben altre armi, è stato attaccato e non abbiamo incrociato le braccia a tempo indeterminato. Abbiamo consentito che si cancellasse il diritto al lavoro dei precari, che si consegnasse al boia gente che ha bussato alla nostra porta per chiedere aiuto e non abbiamo messo a soqquadro il Paese. La scuola è ferita a morte e in nome di un agghiacciante “diritto del sangue” che ci sprofonda negli anni bui del razzismo, sorgono ovunque campi di concentramento. Che aspettiamo a dire basta?

Abbiamo sbagliato. Bisognava stare con loro, con i nostri ragazzi e occupare assieme le scuole e le università. Bisognava stare con loro e aiutarli a capire che colpiscono le scuole perché vogliono distruggere l’uomo. “Distruggerlo di dentro. E per distruggerlo da dentro basta una cosa sola: tenerlo sotto il segno del terrore” [4].

Siamo di fronte a quelli che Carlo Rosselli definì “abissi insondabili” che si aprono tra governati e governanti anche quando la maggioranza dei governati sembra stare dalla parte di chi governa. Abissi “che si riveleranno […] all’improvviso per vie imprevedibili” [5]. E’ “ proprio della dittatura la soppressione dell’opinione pubblica” egli proseguiva. Il corpo sociale, infatti, perde così “ogni autonomia di movimento; è come un corpo senza nervi nel quale la tirannia affonda cento volte il bisturi senza provocare reazioni” [6].

Ognuno valuti in che misura tutto questo ci possa riguardare. In quanto a me, che insegno storia, ricorderò ai miei studenti quanto ho appreso da don Milani: “se un ufficiale darà loro ordini da paranoico hanno solo il dovere di legarlo ben stretto e portarlo in una casa di cura” [7]. Con coscienza serena, spiegherò poi che Bruto e Cassio agirono per legittima difesa: Cesare aveva in animo di uccidere la Repubblica.

Note

1) Maximilien Robespierre, Dei mali e delle risorse dello Stato, 29 luglio 1792, in Oeuvres Complétes,Tomo VIII, Discours, (troisième partie: Octobre 1791-Septembre 1792), a cura di Marc Bouloiseau, George Lefebvre, Albert Soboul, Presse Univeritaires de France, Paris, 1954, riportato in Marco Armando (a cura di), Dizionario delle idee. La politica e la morale della Rivoluzione francese, Editori Riuniti, Roma, 1999, p. 30.
2) Lorenzo Milani, Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana, Mondadori, Milano, 1970, riportato in Don Milani. Ideario, a cura Maria Laura Ognibene e Carlo Galeotti, Eretica Stampa Alternativa, Viterbo, 2007, p. 57.
3) Idem, I care ancora, a cura di Giorgio Pecorini, Città di Castello, Emi, 2001, riportato da Don Milani. Ideario, cit., p. 38
4) Lorenzo Milani, Esperienze pastorali, ivi., p. 14.
5) Carlo Rosselli, La battaglia non si risolverà in commedia, “Giustizia e Libertà”, 13-7-1934, riportato da Carlo Rosselli, Scritti Politici a cura di Zeffiro Ciuffoletti e Paolo Bagnara, Guida, Napoli, 1988, p. 287-290.
6) Ivi.
7) Lorenzo Milani, Lettere…, cit. riportato in Don Milani Ideario, cit., p. 39.

Uscito su “Fuoriregistro” il 12 maggio 2009

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Italia: guerra alla civiltà.
Siamo noi a sbagliare. Noi, che ancora non abbiamo capito o, forse peggio, fingiamo di non sapere. Siamo noi che sbagliamo. Noi, che ancora cerchiamo un filo di logica, la luce d’una ragione smarrita, un impossibile dialogo. Siamo noi che sbagliamo. L’illusione che si possano opporre parole alla crudezza dei fatti per difendere la civiltà smarrita è il nostro errore più grave.
Ciechi. Siamo davvero diventati ciechi e non vediamo quello che ormai si mostra nella sua drammatica e sconvolgente chiarezza. Noi ce ne stiamo inerti, forse timorosi del significato dei fatti, forse convinti che una guerra non riconosciuta come tale possa ancora evitarci l’onere dello scontro. Ma sbagliamo.

Se non ci avesse colpito un’apatia malaticcia, una supina rassegnazione alla fatalità degli eventi, una volontà di pace rinunciataria, noi diremmo quello che certamente sappiamo e fingiamo d’ignorare: siamo in guerra. Una guerra della barbarie contro la civiltà, una guerra che non abbiamo voluto e che altri ci fanno, una guerra che diventa necessaria perché si pone in termini di legittima difesa nei confronti di scelte politiche apertamente razziste e dichiaratamente classiste, finalizzate alla difesa d’interessi privati contro le leggi e la morale della Repubblica.
Siamo noi che sbagliamo. Non è vero che la forsennata offensiva leghista abbia trovato in Parlamento l’altolà e i presidi e i medici non faranno la spia: trasformando in reato l’immigrazione clandestina, di fatto, si fa obbligo ai pubblici ufficiali di denunciarla. Noi lo sappiamo bene e fingiamo d’ignorarlo: non si può sperare che qualcosa di buono venga dal Parlamento. Se il sonno contagioso della ragione non ce lo impedisse, smetteremmo d’ingannare noi stessi: il Parlamento non c’è, non esiste; il Parlamento è costituito da una combriccola di cooptati, da una camarilla di vassalli che gestiscono il loro scranno in nome e per conto di chi li ha chiamati a sedere nell’aula ormai sorda e grigia. E conta poco se siano veline, buffoni o scienziati. Sono nominati.
Qui è il problema di fondo. Ineludibile, decisivo e, per certi versi, ormai fatale: il problema del rapporto tra governati e governanti, nel momento in cui i governanti sono fuorilegge. Il problema cruciale e decisivo della legittimità delle norme approvate da organismi illegalmente costituiti e, di conseguenza, quello della scelta difficile tra il dovere di rifiutarsi e il diritto di ribellarsi. Sui modi del rifiuto, sulla natura della ribellione – l’obiezione pacifica che fa appello alla coscienza o il ricorso alla forza che raccoglie la sfida d’un regime e lotta con ogni mezzo per abbatterlo – su tutto questo si potrà poi riflettere e ognuno sceglierà la sua via. Conta ora soprattutto prendere atto: la legalità repubblicana è stata cancellata da un governo nato da una legge elettorale che ha sottratto la sovranità al popolo e ha cancellato il Parlamento dalla vita politica del Paese.
In questi giorni di buio della ragione, con le prime pagine occupate dalle vicende personali d’un capo di governo che la moglie denuncia al Paese con un atto d’accusa politico – bonapartismo ella dice, parlando di rischi per la democrazia – in questi giorni melmosi, i nostri soldati sparano addosso a civili fuori dai nostri confini e giungono ad ammazzare una bambina, la scuola della Repubblica viene privatizzata, il lavoro mortificato e negato e il governo, in aperto disprezzo dei trattati sottoscritti e delle regole della civile convivenza tra i popoli, manda la marina a respingere in acque internazionali e a ricondurre alla base di partenza navi cariche di immigrati, molti dei quali in cerca d’asilo politico. Maroni, che governa l’Italia in nome e per conto della Lega di Borghezio, mena vanto della sua scelta e in una sorta di delirio efficientista esalta il “governo che fa i fatti e non le parole”. E’ vero. Questa gente è passata dalle parole ai fatti. E i fatti sono chiari: l’articolo 33 dello Statuto dei Rifugiati inserito nella Convenzione adottata a Ginevra il 28 luglio 1951, recita testualmente: “Nessuno Stato Contraente espellerà o respingerà, in qualsiasi modo, un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche. L’Italia ha sottoscritto la convenzione nel 1955, allorché, lasciatosi alle spalle il fascismo, si sforzava di diventare un Paese civile, e l’ha calpestata oggi, quando appare chiaro che ha cancellato la parola civiltà dal suo dizionario.
Questo è. Non ci sono più varchi aperti al dialogo.

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