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Archive for marzo 2018

Piazza-del-Municipio-NapoliE’ incredibile, ma vero: quasi quarant’anni dopo il terremoto che nel 1981 mise in ginocchio Napoli e l’Irpinia, la barbarie che ci governa ha presentato il conto, chiedendo ai figli e ai nipoti dei terremotati di restituire con gli interessi i costi dei soccorsi.

Un terremoto è una ferita atroce: devasta e uccide.
Una comunità in lotta per la sopravvivenza risponde mobilitandosi in una gara di solidarietà: volontari, risorse scientifiche, mezzi e strutture di soccorso. Tutto concorre al risanamento e nessuno, per nessuna ragione al mondo, ha il diritto di trasformare questa nobilissima gara di umanità in una ignobile occasione di speculazione.

I Napoletani chiedono di sapere anzitutto chi e a quale titolo vanta questo credito odioso e inaccettabile e rivendicano il diritto costituzionale di rifiutare questo meccanismo usuraio che strangola una città. Essi pretendono di conoscere qual è il barbaro principio per cui dovrebbero chiudere le scuole comunali, distruggere ciò che resta del diritto alla mobilità, negare l’accompagnamento ai disabili e vendere a prezzo di liquidazione i beni della città e cedere al ricatto di ignoti strozzini.

I Napoletani affermano un principio chiaro e inoppugnabile: la solidarietà non è un debito da far pagare mettendo a sacco una città e togliendole tutto, anche l’aria per respirare.

Il 14 aprile perciò saranno tutti in piazza Municipio, pronti a lottare e decisi a non pagare e faranno di Palazzo San Giacomo la roccaforte di una sacrosanta rivolta morale.

E sia ben chiaro: in questa losca vicenda non ci sono parti politiche. Come altre volte nella loro millenaria storia, i Napoletani difendono l’inviolabile confine che separa la civiltà dalla barbarie.

 

Fuoriregistro e Agoravox, 30-3-2018

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brachettiForse non era difficile capirlo, ma ora non ci sono più dubbi. Ora è evidente. Il voto degli elettori di sinistra al M5S è stato davvero molto utile. E’ servito infatti alle destre, che hanno potuto rioccupare trionfanti la seconda carica dello Stato. Berlusconiana da sempre, Elisabetta Alberti Casellati, Presidente del Senato, è il nuovo che avanza grazie ai rinnovatori grillini. Il cambiamento comincia così nella sperimentata logica del trasformismo: cambiare tutto, perchè non cambi nulla.

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ImmagineNel 1965, vent’anni dopo la fine di Mussolini, Renzo De Felice, iniziando la sua nota biografia del “duce”, tiene a precisare: non può essere che politica. “Dove, ben s’intende, per «politica» non intendiamo […] «fascista» o «antifascista» che […] vorrebbe dire cercare di riportare artificiosamente in vita una realtà definitivamente morta”.
Non sarò io, più di cinquantanni dopo il mio antico maestro, a tentare di leggere un movimento politico contemporaneo secondo categorie valide per un passato storicamente concluso. Niente fascismo e antifascismo, quindi. Proverò, questo sì, a ricordare quanta sinistra ci fosse nel movimento dell’ex socialista Mussolini nel ’19. Ricordare – talvolta è necessario quasi quanto respirare – per capire in che senso e mediante quali strumenti il “duce” e i suoi interpretarono e deformarono una indistinta necessità di rinnovarsi, reagire, far qualcosa; necessità che, di fronte alla crisi del dopoguerra, spinse verso i Fasci di Combattimento la disperata insofferenza per il presente dei disoccupati, degli artigiani, dei contadini e degli operai. Gente che spesso proveniva da una sinistra che prima li aveva illusi e poi delusi. Una insofferenza che Mussolini condusse fino alle estreme conseguenze, ad un punto – per intenderci – che non aveva più nulla da spartire con i valori della sinistra che pure quelle masse si portavano dentro. Un modo di pensare che non gli apparteneva, “le tradizionali forme” che, per dirla con Cantimori, erano delle destre: “patriottiche e di odio contro qualsiasi straniero e forestiero”.
In fondo non sono meccanismi straordinari, ma le vie ordinarie di fuga, quando la disperazione incalza e la memoria storica è diventata corta. Certo, erano stati rivoluzionari, ma rinunziavano solo a un po’ della loro rivoluzione; erano stati socialisti, ma sacrificavano solo qualcosa del loro ideale per un “progresso generale” e una modernizzazione dell’antica fede. Così come inconsapevolmente si è poi passati da Marx a Keynes e si è giunti al neoliberismo. Lo specchietto per le allodole funziona bene:  basta lotte e polemiche, basta divisioni ideologiche e che mai sarà? Destra e sinistra non sono forse categorie superate dalla Storia?
Fermiamoci a riflettere, al di là della morte del fascismo storico. Da un punto di vista  “tecnico” o, se volete, “comunicativo”, nel programma di San Sepolcro non era forse questo il messaggio dell’uomo di Forlì, del rivoluzionario in cerca del reazionario? Non poté contare su una significativa presenza di socialisti, anarchici, sindacalisti e repubblicani? “Chi scorra i nomi degli intervenuti alla riunione milanese del marzo 1919 e al primo congresso dei Fasci di combattimento  dell’ottobre successivo a Firenze e li confronti con quelli che presero parte al congresso […] napoletano dell’imminente vigilia della «marcia su Roma»”, scrive non a torto De Felice, “non può non notare come il gruppo dirigente pareva si fosse trasformato radicalmente  e non […] per l’immissione di nomi nuovi […]. Nelle due serie di nomi è già sintetizzato tutta l’evoluzione – involuzione del fascismo”.
Si era partiti però da un inno alla libertà e da una presa di posizione contro l’imperialismo. Definitisi giudici nel “processo alla vita politica di questi ultimi anni” – ecco una scelta incredibilmente attuale – e rifiutato il ruolo di “parafulmini” della borghesia, gli uomini del nuovo movimento si dichiaravano favorevoli alle istanze dei lavoratori: otto ore e persino sei, pensioni di invalidità e vecchiaia, ruoli dirigenti per i lavoratori, a patto – ecco il tarlo che scaverà – di rispettare “la realtà della produzione e quella della nazione”. Via così, articolo su articolo, sino alla minaccia per gli “industriali che non si rinnovano dal punto di vista tecnico” e al rifiuto “di ogni forma di dittatura”.
Origini di sinistra e uomini di sinistra: l’ex segretario della Camera del Lavoro di Napoli, Michele Bianchi, quadrumviro della  «marcia su Roma», Edmondo Rossoni, dirigente della Camera del Lavoro di Piacenza, per l’approdo corporativo di Palazzo Vidoni e uomini come Nicola Bombacci, uno dei fondatori del PCdI, a fare da garanti. In quanti erano convinti? Tanti e a qualcuno va reso persino l’onore delle armi: Bombacci, passato da Lenin a Mussolini, non tradì e si fece ammazzare a Piazzale Loreto. E non basta. Sulla scorta di un’equivoca contiguità tra destra e sinistra, dopo la seconda guerra mondiale, i fascisti ridotti in clandestinità, si rivolsero al PCI: il fascismo ci ingannò, sostennero, noi volevamo la rivoluzione. Non commettete lo stesso errore, non respingeteci nuovamente a destra, tra liberali, qualunquisti e democristiani pronti a difendere la nostra causa. Togliatti si orientò per l’amnistia e ce li trovammo in Parlamento.
Dovremmo aver imparato la lezione. In questi giorni, invece, non si contano gli intellettuali, i militanti e i finti tonti che consegnano cambiali firmate in bianco a Casaleggio e a Luigi Di Maio: destra? Per carità, sono bravi compagni.

FuoriregistroAgoravox e Contropiano,

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Simon

Sono nel treno di ritorno da Firenze e mi girano nella testa tanti pensieri. Questo grazie a un incontro fortunato.
In questi giorni il mio umore, come credo quello di molti di noi, è andato continuamente su e giù, da un lato la situazione difficilissima nella quale ci troviamo che fa venire la voglia di mollare, di stordirsi (come il traditore di matrix, ve lo ricordate? Quello che dice che sa di vivere in un inganno ma che non ce la fa più, che vuole dimenticare, mangiare una bistecca e credere “che quello sia il suo vero sapore”) dall’altro la consapevolezza di aver intrapreso un percorso necessario ed entusiasmante.
Poco fa mi sono fermata a parlare a lungo con il capotreno, una persona acuta, colta, sensibile che mi ha raccontato un pò della sua storia, del volontariato, del lavoro a vent’anni nelle ferrovie, degli studi in storia. Mi ha detto che, pur non essendo mai stato in un partito o nei movimenti sociali, ci ha votato perché in noi, nel nostro programma ha trovato tanta umanità.
Il lavoro degno, l’antirazzismo, la sanità o l’istruzione garantite non sono solo bisogni, rivendicazioni concrete e sacrosante ma costituiscono un orizzonte complessivo di come dovrebbe essere una comunità e di come dovrebbe vivere l’uomo.
E allora quegli alti e bassi di cui parlavo prima mi sono apparsi per quello che forse sono, non solo un impedimento al pensare razionalmente, ma una vera e propria lotta tra il desiderio di agire e i dubbi, tra la voglia di abbandonarsi e l’entusiasmo.
Parafrasando una citazione della povera Simone Weil 😁, penso che quello che abbiamo e quello che dobbiamo costruire, quell’orizzonte, sia tutto, sia come il grano di senape, il più piccolo dei semi, che però può germogliare e diventare enorme se non ci si ferma alla sua piccolezza ✊

Viola Carofalo
#indietrononsitorna
#restiamoumani

Eravamo circondati da una notte nera e disperata, Viola, ma si sono accese piccole luci di speranza. Non è cosa da poco. Abbiamo attraversato un deserto e lungo le piste polverose sono spuntate pianticelle. E’ molto raro che accada. Nulla di ciò che è stato sarà inutile. Nessuno ci regalerà nulla, ma nessuno ci potrà togliere una ricchezza che solo noi possediamo. Tu l’hai spiegato benissimo mille volte in questi lunghi giorni e Francesca Fornario l’ha detto in maniera fulminante: noi abbiamo ragione.
Io questo lo so bene, ma mi manca il tempo per raggiungere l’obiettivo; tu e tanti come te avete anche quello. Avanti, quindi, la semina è andata molto bene. Quando verrà il tempo del raccolto, sarà la stagione dell’abbondanza.

 

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Àtropo

lesparquesPerdona, se i giorni che tu mi hai dato
ho speso come credevo più giusto,
Clòto, se Làchesi spesso ho deluso,
disobbedendo al Fato
che mi aveva assegnato.
Chi più di voi lo sa,
immortali sorelle
nate dalla Giustizia,
che voi, proprio voi, ribelli ci fate
al filo che tessete?
Ora che il tempo mio raggiunto ha il fiume,
prima che ignoto io diventi a me stesso,
Àtropo, tu che alla morte presiedi,
tronca solerte il filo della vita.

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debito3.jpgNon sono abituato a difese d’ufficio. Per me parlano la mia storia e la mia vita e non le metto in gioco, se non sono convinto che è giusto e necessario. Non sono in vendita, non lo sono mai stato, non mi batto, se non quando ritengo che vada fatto e se lo faccio, però, non è facile che mi arrenda. So pagare di persona e non mi tiro indietro.
Non sono un tecnico e di bilanci non m’intendo. So che quello che accade però è osceno, so che con questo maledetto debito noi non c’entriamo nulla; so che è ora di finirla con leggi e regolamenti che ammazzano diritti. Questo lo so bene e perciò non lascerò solo un uomo che rappresenta me e la mia città con grandissima dignità. Un uomo perbene e capace, che dopo lo scandalo dei rifiuti, ci ha consentito il riscatto.
Lo dico pubblicamente e me ne assumo ogni responsabilità: se un sistema politico marcio e destinato a crollare intende far pagare a Luigi De Magistris il prezzo della sua dirittura morale, io non ci sto. E’ un prezzo che pagheremo tutti noi e non intendo pagarlo. Contro questa infamia che dura ormai da troppo tempo mi batterò con tutte le mie forze e sia chiaro: lo farei anche se fosse un avversario.
Di Luigi De Magistris condivido lo sdegno e la sofferenza e lo seguirò in questa lotta perché ne sono convinto: nessun napoletano onesto può restare indifferente di fronte a questa miserabile vergogna.

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coree dei conti
In virtù delle leggi sul bilancio imposte al Paese, la Corte dei Conti  ha respinto il ricorso dell’amministrazione cittadina. Di fatto, si sta tentando di commissariare la democrazia, utilizzando un debito contratto dal Comune di Napoli trent’anni fa come cappio che soffoca la città e colpisce l’uomo che la rappresenta, solo perché non cala la testa e non si allinea alle scelte scellerate di chi ha distrutto il Paese.
Incredibilmente le forze politiche, che di questo debito sono colpevoli, tacciono o fanno festa. In questi anni se ne sono viste di ogni colore, ma ora stiamo toccando il fondo. Si può capire il dissenso nei confronti di una parte politica avversa, ma è allucinante che ci si auguri il fallimento di una città, per mandare a casa un sindaco e lo si faccia utilizzando un dissesto che non ha causato. Se una cosa del genere dovesse accadere, la città, tutta, senza differenza tra chi ha votato a favore o contro, dovrebbe fare quadrato attorno a Palazzo San Giacomo e difendere chi l’amministra secondo le regole della democrazia; primi tra tutti gli elettori e i rappresentanti politici dei Cinquestelle, che due giorni dopo aver vinto le elezioni, a Napoli sono chiamati alla loro prima prova di maturità: facciano sentire immediatamente la loro voce e si schierino con De Magistris.

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