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Archive for aprile 2017

QuasimodoPer ricordare il 25 aprile, festa della Liberazione, condivido ciò che scrive Alfredo Giraldi, impagabile maestro burattinaio, autore teatrale, attore di forte personalità e grandi risorse:

Se domani festeggiamo il 25 aprile lo dobbiamo soprattutto a uomini come Aurelio e a tutta la sua famiglia: Carmine Cesare Grossi, Maria Olandese, Renato e Ada. Spero tanto che questa città non lasci scivolare nel dimenticatoio la loro storia eroica e tragica“.

Di mio ci aggiungo solo – e mi dispiace molto – che oggi purtroppo l’Italia sta scrivendo una storia diversa, tragica, ma non eroica. Com’è fatalmente la storia dei senzastoria.
Chi ricorda più le parole del poeta? E come potevamo noi cantare…

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visita-guidata-pedamentina-san-martino-640x400.jpgEsiste un elemento decisivo per la sorte di un progetto politico di svolta e rinnovamento: la sua necessità storica. O ha risposte da dare alle domande pressanti che non trovano ascolto nei partiti e nei movimenti presenti sulla scena – e si afferma perciò come motore di un cambiamento storicamente necessario – o un movimento politico è destinato al naufragio. Nella Francia dell’89, i club in cui si raccolsero gli uomini della rivoluzione rispondevano a un problema storico ineludibile: la necessità che le redini del potere politico passassero dalle mani ormai inadeguate dell’aristocrazia parassitaria a quelle delle classi sociali che producevano la ricchezza sperperata dalla nobiltà. Quando i parigini incendiarono la Bastiglia, i ceti popolari – il proletariato e le diverse componenti della borghesia – erano il cuore pulsante della vita economica e sociale del Paese, ma non avevano accesso alle leve del potere politico, perché lo Stato era modellato sugli interessi di un’aristocrazia che aveva esaurito la sua funzione storica. E’ sempre così nei momenti di svolta. Si dice solitamente che l’Impero di Roma cadde per l’urto dei barbari, ma molto prima che ciò accadesse il “civis romanus”, un tempo orgoglioso baluardo della “res pubblica”, oppresso dal fisco e nauseato dalla corruttela, varcava il sacro “limes” e si stabiliva presso i barbari, dov’era più libero e meno angariato. Si potrebbero citare mille esempi, anzitutto la rivoluzione d’ottobre, ma questa è una riflessione politica e guarda alla storia solo perché essa suscita domande, sollecita risposte e aiuta a definire un percorso.

Nessuno si stupirà se dopo una premessa rivolta a eventi di immensa portata storica, giungono domande su una realtà apparentemente locale, come quella napoletana. Poiché le “piccole storie” ci aiutano spesso a capire la “grande storia”, Napoli può dirci se e fino a che punto esiste una necessità storica che giustifichi la nascita di un nuovo movimento politico. L’esperienza partenopea di questi anni, per cominciare, è compatibile con il quadro nazionale e internazionale nel quale si è realizzata, o siamo di fronte a realtà radicalmente alternative? Non è una domanda banale e non è la sola che ci pongono alcuni dati di fatto. Dopo la seconda affermazione elettorale di De Magistris, del suo “progetto di governo”, del personale politico che è stato in gran parte riconfermato, dopo il tracollo napoletano dell’intero schieramento politico nazionale, si può ancora parlare di isolamento e populismo? Di fronte all’innegabile maturazione di gruppi militanti e attivisti, alla loro scelta di autonomia spesso critica, ma dialettica e costruttiva, si può ancora parlare di una “narrazione” priva di fondamento? Se i dati formali e gli slogan elettorali si sono “riempiti” di scelte, di contenuti e di significati innovativi, la cosiddetta “città ribelle” è un’invenzione propagandistica? E’ propaganda, anche quando esistono ormai dei fatti e una storia con cui fare i conti? Anche quando essa fonda su un coagulo di principi, su una sia pur iniziale “teoria”  e una pratica ad essa legata, che spiegano il risultato e danno senso alla ostinata richiesta di autonomia che viene da più parti, da più territori e da classi sociali diverse tra loro?

Forse non è così, forse non è “narrazione” e non si tratta di slogan. Forse il consenso è dovuto alle prime risposte politiche date alla ostinata, incalzante richiesta di discontinuità, di rottura con quanto è accaduto e accade al livello romano nell’Italia di Monti, Letta, Renzi e Gentiloni. Una richiesta che viene dal basso e ha un peso fortissimo perché nasce da una necessità storica: uscire da una crisi economica che è crisi di sistema. L’esperienza napoletana esiste e ha vinto le sue prime battaglie perché ha dato le prime, sia pur parziali risposte a questa domanda e perciò non potrà convivere con l’Italia “romana” che l’assedia. Potrà vivere e affermarsi solo se non si adatterà alla convivenza, se lavorerà per costruire un sistema alternativo, se sarà il motore di un cambiamento reale e non solo locale, se impedirà che tutto resti com’è, e vorrà dare il colpo di grazia al passato che non intende morire.

Tuttavia, poiché nulla è più pericoloso delle speranze suscitate e deluse, un problema esiste: così com’è, il movimento che si organizza è di per sé proposta alternativa che risponde in pieno alla necessità storica della rottura del pensiero unico e delle strutture politiche che esso ha messo in campo, o ha bisogno di attrezzarsi? E’ questo il nodo politico da affrontare, senza badare troppo ai tentativi di banalizzazione – il populismo alla Masaniello – e senza voler replicare alla ridicola criminalizzazione – il sindaco dei sovversivi nella città di camorra. Quello che conta è ben altro. Conta cercare un modello organizzativo, che non sia scelta tecnica, ma politica, costruire un contenitore e metterci dentro contenuti all’altezza della sfida.

In questo senso, l’esperienza fin qui accumulata può essere preziosa, perché suggerisce in via diretta le domande cui dare risposte. I vincoli di bilancio, per esempio, con cui si scontra quotidianamente e sistematicamente l’Amministrazione, sono semplicemente un problema locale, l’esito fatale del presunto isolamento di Napoli, o, viceversa, la prova che l’Unione Europea e i vassalli e valvassori che governano per conto di Draghi e soci le provincie dell’Impero, costituiscono il nodo concreto da sciogliere, il terreno di scontro su cui si decide il futuro? Se, come pare evidente, l’Unione Europea è lo scudo del passato e dei privilegi di classe, se è la conservazione dell’esistente e ad un tempo la reazione al cambiamento, allora un movimento politico che nasce e si organizza per cambiare l’esistente, ha bisogno di definire le sue scelte sulle grandi questioni di questo tempo buio. Non basta dire che si è antiliberisti. Occorre che questa parola diventi una scelta di campo rispetto all’Europa così com’è; occorre che la Costituzione, levata come bandiera, significhi strumento di ribellione attorno a un principio: non è il bilancio che pesa sullo stato sociale, ma lo stato sociale che decide del bilancio.

Questa affermazione di principio, nucleo di una teoria e allo stesso sangue e carne della Costituzione, chiede di essere definita in una linea politica. Un movimento che ha l’ambizione di essere nuovo e radicalmente alternativo, ma orienta l’ago della sua bussola verso la Costituzione del 1948 potrebbe apparire contraddittorio, se non rispondesse a una necessità e non si inserisse in un contesto che si intende cambiare. Si può avere perciò come guida la Costituzione e poi lasciare che essa viva con la ferita profonda del Trattato sulla stabilità e la governance nell’unione economica e monetaria, meglio conosciuto come “fiscal compact”? Probabilmente non c’è speranza di cambiare i trattati, ma fingiamo di crederlo possibile. Nel frattempo che si fa? Si lascia che essi dissanguino la povera gente, rendano impossibile la battaglia politica, screditando chi amministra, o si sceglie l’obiettivo programmatico immediato del ritorno alla Costituzione e alla sua totale incompatibilità con l’obbligo del perseguimento del pareggio di bilancio? Non è forse quest’obbligo che strangola la “città ribelle”, strangola il Sud e tutti Sud dell’Unione? E’ così, certo, ma non basta dirselo, occorre scriverlo e farne un obiettivo immediato e praticato, che cementi alla base il patto su cui si è costruita l’unità d’intenti con una base eterogenea, ma unita e compatta sulla battaglia del referendum. Diciamolo, quindi, ma scriviamolo e facciamolo. E’ questa una linea politica, su di essa si decidono alleanze e si produce una prassi: noi non accettiamo questa regola che impone una riduzione del rapporto fra debito pubblico e PIL, pari ogni anno a un ventesimo della parte eccedente il 60% del PIL. Non l’accettiamo perché non si concilia con i principi della nostra Costituzione e non sta in piedi nemmeno se si fa riferimento a Spinelli. Non lo facciamo, non per astratte velleità rivoluzionarie, ma perché dalla nostra c’è una sentenza chiarissima della Consulta – la n. 275 del 2016 – in cui si afferma a chiare lettere un principio che ci consegna un’arma: “È la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione”.

La ragione storica, anzi, la necessità storica per cui un movimento politico può e deve nascere, ha oggi le radici in un’antica scelta: quella tra socialismo e barbarie, perché oggi barbarie è sinonimo di Unione Europea. E’ il corso della storia che si ribella e ci chiede di scegliere tra l’Europa di Napolitano e quella di Calamandrei. Una scelta che impone di rovesciare la teoria e la pratica dei governi targati PD: non è l’equilibrio del bilancio a decidere del diritto alla salute e della libertà dei lavoratori, ma il contrario: é la garanzia dei diritti che impone al bilancio le spese e il rispetto dei lavoratori. Di questo, credo, si debba parlare, su questo prendere decisioni e fare scelte per costruire un movimento politico che intende governare e cambiare. Partendo da un punto: da Monti in poi, la Costituzione è stata stravolta. E’ vero che occorre applicarla, ma è necessario anzitutto restituirle ciò che le hanno tolto: la sua anima sociale. Quando l’avremo fatto, constateremo che è l’intero corpus normativo dell’UE che non si concilia con la nostra Costituzione.

 Agoravox, 24 aprile 2017, Fuoriregistro, 25 aprile 2017

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Mimmo MignanoNon ci sono più limiti allo sfruttamento e la violenza dei padroni è diventata ormai legge. Ecco la verità che nessuno racconta.

Tutto accade ogni giorno, nel silenzio complice della stampa e a chi chiede giustizia sociale risponde il manganello di una polizia geneticamente fascista. E’ questa l’unica risposta che sa dare la “grande democrazia italiana”.

Non è vero che non c’è lavoro: c’è una sterminata massa di sfruttati ridotti in semischiavitù. Il mondo del lavoro oggi è soprattutto una semina d’odio, un mare d’ingiustizia e un invito permanente a rivoltarsi.

Ecco com’è oggi il mondo che giornalisti come Miele e Mentana non ci raccontano mai. E’ il mondo di Mimmo Mignano.

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Non chiedetemi che c’entra la foto

Riemergo. L’editore stampa! Amen o alleluia? Non so.
Ritrovo il mondo che avevo lasciato. Era in pessime condizioni, ma è messo anche peggio. Non me lo dicono solo la guerra, Trump, l’Eurotragedia, l’Artico liquefatto e il Mediterraneo che pare un cimitero liquido targato “civiltà occidentale”. Me lo dice più semplicemente e più direttamente uno scienziato della tuttologia, che si inalbera per una mia osservazione sulla violenza del liberale Pelloux a fine Ottocento. Una violenza consentita da una legge elettorale che rendeva maggioranza una classe dirigente di fatto minoranza nel Paese.
Non l’avessi mai detto! Lo scienziato è pronto a rimbeccarmi: “E qual era all’epoca, di grazia, la legge elettorale iniqua e autoritaria che produceva squilibri tra governabilità e rappresentanza e dava una immagine deformata del Paese in Parlamento?” – mi chiede ironico e tagliente, e alla domanda fa seguire la risposta: “non tutti lo sanno. Era il maggioritario a doppio turno , quello che ci ha dato il nuovo sistema di elezione dei sindaci che abbiamo applicato al sistema di elezione del Parlamento”.
Non spreco parole. Gli dico solo che “dal 1882 al 1912 in Italia si votò secondo le regole fissate dalla legge n. 593/1882 che, pur riducendo significativamente i requisiti di censo, consentiva un rapporto tra elettori e popolazione che non andava oltre il 7 per cento”.
Lo studioso di leggi elettorali ora tace, ma tornerà alla carica alla prima occasione. Le cose ormai vanno così: l’ignorante è sempre più saccente.

Ultima Voce, 5 aprile 2017

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Aldo Romano, storico, socialista, fascista, spia dell’Ovra, comunista

Dai, su, ma che fai? Ti metti a criticare persino un libro che non hai letto?
Ma no, sta tranquillo. Parlo solo del titolo. E lo faccio perché, grazie al titolo, non leggerò il libro. Eccolo qua: La continuità necessaria. Università e professori dal fascismo alla Repubblica.

Forse c’è scritto “la continuità obbligata”.
No,   non mi sbaglio, dice proprio necessaria…
Sei sicuro che non sia “la continuità inevitabile?”.
No, è proprio come ti dico: necessaria.

Necessaria?!? Ma allora ci voleva almeno il coraggio di completare, confessando: La continuità necessaria. Università e professori dal fascismo alla Repubblica e dalla Repubblica al fascismo. Magari con il sottotitolo chiarificatore: Dalla camicia nera a quella rossa e viceversa. Va dove ti porta il vento.

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Sangue belga«Così il dittatore impara una volta per tutte! Un bel bombardamento e i gas non li userà più!»…
Questo produce il meglio della compagnia nella scuola d’oggi, ma non è poco come pare, perché, nonostante tutto, pensa. Al professore tocca il compito decisivo di fornire le due, tre nozioni di storia da cui partire e poi stimolare la riflessione.
«Mettiamolo in chiaro subito, ragazzi: a) Mentana e soci non sono la Bibbia; b) noi abbiamo una Costituzione; c) voi non dovete immaginare la storia come fosse il catalogo dell’antiquario. Io sono il vostro passato e voi siete il futuro di chi vi ha preceduti. E’ una cosa ben viva e presente».
C’è da fare i conti con lo sconcerto, prevedere la fatica di chi nuota contro corrente, finendo in rotta di collisione con i genitori teledipendenti, ma è la sfida più appassionante per chi vive la scuola disastrata da Berlinguer e compari. Nessuna retribuzione milionaria vale quanto la luce d’intelligenza che puntualmente si accende negli occhi degli studenti, quando scoprono il mondo sconosciuto nel quale possono avventurarsi.
In fondo ci vuole poco e per fortuna una chiave di lettura ce l’hanno e funziona alla perfezione: la guerra uccide tutto, prima di tutto la libertà e quella d’informazione subisce il primo massacro. Lo sanno, conoscono il libro di Achille De Marco sui feroci soldati tedeschi che tagliavano le mani ai bambini belgi e sanno che poi non se n’è trovato uno con le mani mozzate. Hanno letto i giornali fascisti che raccontavano Biancaneve e i Sette nani, quando le nostre bombe all’iprite facevano strage di faccette nere e bell’abissine a Tripoli e dintorni nel bel suol d’amore.
Così, ripreso il discorso sulla propaganda di guerra e richiamate le riflessioni di Marc Bloch sulle false notizie della guerra, una valanga di finte verità mette in discussione le “prove certe” di cui parla Mentana, fotocopia a colori dello smemorato di Collegno: la fossa di Katin, l’affondamento del Maine, i Belgi d’entrambi i sessi belve as­setate di sangue, l’inesistente aviatore francese che gettò le non meno inesistenti bombe sulla ferrovia nelle vicinanze di Karlsruhe e di Norimberga, che sono tra le cause della dichiarazione di guerra consegnata il 3 agosto 1914 al presidente del Consiglio francese dall’ambasciatore di Germania. Una valanga in cui spicca soprattutto “il caso di scuola”: le armi di distruzione di massa con cui Bush figlio e Blair, due noti criminali di guerra, hanno ingannato il pianeta e macellato l’Iraq.
Seminato il dubbio – semina benedetta in un mondo di false certezze! – non fa meraviglia se uno dei più svegli va al cuore del problema: «prof., ma noi non abbiamo ripudiato la guerra? E perché allora stiamo con chi la fa e non ha nemmeno la scusa di un mandato dell’Onu?».
Miracolo della buona scuola, quella vera, e spiegazione chiara delle ragioni per cui la vogliono smantellare. «Chiedilo a Gentiloni e soci, figlio mio, e per favore non mi domandare se delle Istituzioni possiamo fidarci. Dovrei dirti di no, ma preferirei che ci arrivassi da solo: no, non possiamo fidarci. Le rappresentano banditi da strada».

Fuoriregistro, 8 aprile 2017

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Cesare e Aurelio Grossi

Cara Ida,

purtroppo o per fortuna, non so, questa nostra vita ha un termine. Io non sto bene e probabilmente con grande dispiacere non potrò salutarlo. Le forze non mi reggono. Non vedremo più Aurelio, il nostro amico grande, il combattente per la libertà a Teruel, il rivoluzionario. Lui e i suoi, però, vivranno per sempre nel ricordo di tutti gli antifascisti e di quella umanità che non tollera padroni, non accetta una legalità senza giustizia sociale e non riconosce confini. In questo senso Aurelio è immortale.

Domani alle 12, le sue ceneri saranno deposte nella tomba di famiglia a Poggioreale. Sarebbe bello se giovani e vecchi compagni, bandiere, canti partigiani e rappresentanti della “città ribelle” lo accompagnassero per l’ultima volta.
Io però non ci conto.

Un abbraccio forte.

Questo voleva essere il mio saluto. Mi hanno detto che occorreva spiegare e va bene.

Ada, la sorella, se n’è andata un paio di anni prima di lui e l’hanno ricordata il “Mundo” e il “Paìs”; come tutti e cinque i membri della famiglia Grossi, fu una figura di primo piano dell’antifascismo, la voce di «Radio Libertà», che da Barcellona, durante la guerra ai franchisti, portò nell’Italia fascista la voce della Spagna libera e aggredita. In Italia, invece, non se ne accorse quasi nessuno e l’accompagnò il silenzio indifferente di un Paese che ha commemorato persino il repubblichino e razzista Almirante, ma sembra ormai vergognarsi del suo passato migliore.

Aurelio, che è finito l’altra notte, aveva compiuto pochi mesi fa 98 anni e il Sindaco di Napoli, per l’occasione, gli aveva portato il saluto della sua città e una medaglia. Di una giornata dedicata a lui e alla sua famiglia, però, come quella organizzata da Barcellona antifascista, si è parlato mille volte ma non se n’è mai fatto nulla. Salvini ha offerto un’occasione d’oro, ma non serve parlarne.

Aurelio, ebbe un’infanzia segnata da eventi tragici e più grandi di lui. La violenza squadrista, l’ascesa del fascismo, il delitto Matteotti, un regime contro il quale il padre, Carmine Cesare Grossi, noto avvocato socialista, amico di Roberto Bracco ed Enrico De Nicola, si schierò sin dall’inizio senza esitazioni. Ne ricavò minacce, la casa devastata e la carriera spezzata.

Aveva sette anni, Aurelio, quando, nel 1926, lasciò Napoli con la famiglia e partì per l’Argentina. Un mese di mare e i cinque sbarcarono a Buenos Aires. Abbandonati gli agi, gli amici e un futuro sicuro, si trattò di rifarsi una vita: la madre, Maria Olandese, soprano che a Pietroburgo aveva cantato per lo Zar, il padre, il fratello Renato e Ada, la sorella, ricominciarono da zero. Buenos Aires, però, più civile e più umana dell’Unione Europea, non respinse gli immigrati perseguitati. I bambini continuarono gli studi, Maria si dedicò alla famiglia e al povero bilancio da tenere in piedi e il padre si procurò da vivere come commesso viaggiatore d’una azienda di vini. Una vita di stenti dignitosi, che non allontanò l’avvocato dall’antifascismo e rese la sua famiglia un riferimento sicuro per tutti i perseguitati politici. Né lui né la moglie evitarono rischi e gestirono assieme una sorta di “Soccorso Rosso”. Aurelio venne su in un ambiente in cui la solidarietà tra esuli e l’amore per la libertà formavano le coscienze. Dieci anni dopo, nel 1936, a 17 anni, scoppiata la guerra civile, Aurelio attraversò di nuovo l’oceano con la famiglia, giunse in Spagna e si arruolò con il fratello nell’esercito repubblicano.

Non uno dei cinque napoletani mancò all’appello. Renato e Aurelio, radiotelegrafisti, combatterono in prima linea per tutta la guerra e si distinsero a Teruel, dove Aurelio fu ferito a un occhio. A Barcellona, Maria Olandese tenne spettacoli per i feriti, Ada, «speaker» della sezione italiana di «Radio Libertà», creata dal padre su mandato del governo repubblicano, violò il silenzio che la censura fascista tentava di imporre e la sua voce spiegò agli italiani cosa fosse davvero il fascismo. Mussolini non poté impedire che Rosselli lanciasse la sua profetica minaccia – «Non vinceremo in un giorno, ma vinceremo» – e Ada rilanciò la sfida, denunciando la furia criminale degli aggressori nazifascisti. Da lì, da quella radio fu ricordato Gramsci appena sparito.

La guerra andò come sappiamo e i Grossi finirono internati nell’inferno dei campi francesi. Quando Mussolini aggredì la Francia, Renato, per rappresaglia nazionalista, finì in un manicomio, dove l’insulina prima, la corrente elettrica poi, con cui i fascisti gli attraversarono lungamente il corpo nel Manicomio provinciale di Napoli, cancellarono dalla povera testa la memoria di se stesso. Mentre Ada seguiva a Madrid l’anarchico spagnolo Enrique Guzman De Soto, e con lui partecipava fino in fondo alla lotta contro i franchisti, con i tedeschi a Parigi, Cesare, Maria e Aurelio si consegnarono agli italiani e finirono confinati. Aurelio e Maria a Matera, Cesare a Ventotene. La caduta del fascismo li ricondusse a Napoli nel 1943 alla vigilia delle Quattro Giornate.

Non si sono mai arresi, non hanno mai chiesto nulla e hanno dato tutto. Anni fa, raccontando a un pugno di studenti la sua storia, Ada affidò ai giovani di un tempo diverso dal suo un indimenticabile esempio di quella «dimensione etica» dell´agire politico, ormai cancellata dalla crisi di valori di una società priva di memoria storica. I giovani ne trassero un libro stupendo. L’ultima volta che ho incontrato Aurelio, c’erano con me Alfredo Giraldi, attore di enorme qualità, e Ida Mauro, preziosa rappresentante della spagnola “Altra Italia” che portò in dono ad Aurelio la bandiera della Spagna repubblicana per cui aveva sacrificato la sua giovinezza. Aurelio la strinse tra le mani, poi la baciò lungamente.

Addio grandissimo cuore e autentico libertario. Non finirò mai di ringraziarti per quello che mi hai insegnato. Ma io so che tu lo sapevi: gli uomini come te non muoiono mai.

 “Fuoriregistro“, 7 aprile 2017; Contropiano, 9-4-2017.

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