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Posts Tagged ‘Lombroso’

Lo spunto me l’offrono i compagni dell’«Ex OPG Occupato Je so pazzo» e li ringrazio davvero. «Questa – scrivono – è la reazione del ministro delle finanze tedesco Schäuble alla notizia del referendum indetto dal governo di Syiriza!».
je so pazzeInutile precisarlo. Non ho mai amato Lombroso, non si tratta di fisiognomica e gli occhi non sempre sono lo specchio dell’animo. La scienza ha dimostrato che l’uomo può controllore i muscoli del viso coinvolti nelle manifestazioni delle emozioni  Naturalmente questo non si traduce sempre in un viso che «mente» e ci racconta qualcosa di diverso da ciò che realmente si muove nella mente di un uomo. Il «controllatissimo» Draghi non ha potuto impedire al suo volto di ridurlo a un animale impaurito, di fronte ai coriandoli che tempo fa gli ha riversato sul capo una giovane contestatrice. I dati emozionali si possono nascondere, tuttavia non c’è allenamento, educazione e attitudine che conti, se il dato emozionale è fortissimo e il tempo di reazione brevissimo. Probabilmente l’immenso stupore del padrone per la ribellione del servo ritenuto inferiore per definizione non è controllabile da meccanismi volontari. L’espressione facciale a questo punto diventa lo specchio reale dell’animo ed è anzitutto lo sguardo a confessare l’inconfessabile.
Non si tratta dunque di una riflessione inaccettabile che si tiene sul taglio di un rasoio tra scienza e razzismo. Nulla di tutto questo. Solo una convinzione personale: se è vero che non è possibile individuare sempre e scientificamente in una reazione emotiva un sentimento interiore, è vero anche che non sempre siamo in grado di impedire al nostro volto di svelare ciò che ci passa per la testa. Una lunga premessa, per esprimere una convinzione profonda: non capiremo mai bene che cosa potrebbe capitare alla Grecia e poi a noi, se non sapremo cogliere fino in fondo la ferocia che affiora dallo sguardo fuori controllo di questo pericoloso figlio del capitale finanziario:

Agoravox, 2 luglio 2015

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occupazione_ex_manicomio_giudiziario-kcRE--640x360@CorriereMezzogiorno-Web-MezzogiornoGiunta a ridosso delle dure condanne chieste per gli imputati dei fatti di Roma del 14 dicembre 2010, l’occupazione dell’ex Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Napoli, ha messo l’accento sull’uso politico della giustizia e su quel codice Rocco che, invece di far parte del museo degli orrori fascisti, è la bibbia della legalità nella repubblica antifascista.
Chi sfida la minaccia di sgombero della Guardia penitenziaria ed entra nelle celle dei detenuti, trasferiti da alcuni anni in un altro manicomio, si trova subito di fronte una sofferenza invisibile ma palpabile, un dolore così intenso, che presto diventa anche suo. Persino gli angoli remoti dell’immenso edificio, infatti, chiedono ascolto ai visitatori inorriditi. Sono voci che attraversano la ragnatela di corridoi, cancelli, sbarre e reticolati e raccontano vite oltraggiate, ancora leggibili nelle scritte sui muri delle celle, talora così anguste, che entrarci e chiudersi alle spalle la porta, vuol dire sentirsi soffocare. Si può restare dieci anni in un posto così, solo per aver scassinato un distributore di sigarette e poi, espiata la condanna a due anni, non avere chi faccia da garante per il reinserimento. Persino i piedi dei letti di continenza, saldati al pavimento, hanno mille storie da raccontare a chi si ferma e sente che tutto gli parla di piscio, escrementi e violenza, compagni abituali del detenuto “contenuto”. Chi trova la forza di non andar via scopre che le voci hanno un volto e se ne sceglie uno tra le foto sparse su tavoli abbandonati, foto che i “matti” non hanno mai visto, come non hanno mai ricevuto lettere ormai ridotte in brandelli e molto probabilmente mai consegnate. A governare il tutto, un principio feroce: la “pericolosità sociale”, l’attitudine a delinquere. Figli naturali della “scienza positiva” di Lombroso, che s’inventò la razza inesistente dell’uomo-delinquente, utilizzata poi con grande perizia dalla criminale politica fascista. Quella politica di cui il Codice Rocco, ereditato dalla Repubblica antifascista, è stato e rimane il prodotto più riuscito.
Dalla struttura bifronte, qui il disagio psichico, lì quello sociale, si potranno tirar fuori le “Mille e una notte” dell’orrore, ma occorrerà ben altro per scalfire la logica aberrante dell’articolo 133 del Codice Penale, parzialmente attenuato dalla successiva abolizione di alcune ipotesi di ”pericolosità sociale presunta”. Una modifica che non riguarda il principio ispiratore dell’articolo. Il punto vero, infatti, è proprio questo: fascista era e rimane il riferimento vigente alla “personalità del delinquente”, che rende centrale, rispetto al “fatto” commesso, la “natura” e il carattere del reo. Impresso a fuoco lo stigma della “pericolosità sociale”, lo Stato – repubblicano o fascista qui non fa differenza – ipoteca il futuro di chiunque sia incompatibile con l’ordine costituito e può zittire per sempre chi non si adegua al modello sociale dominante. Un terreno fatalmente scivoloso per il dissenso politico.
Ieri come oggi, per finire in mano a questa “giustizia” malata non occorre molto. La fine di Francesco Mastrogiovanni, il maestro anarchico morto dopo novanta ore di letto di continenza, ne è la prova agghiacciante. Per entrare da vivi all’infero, non occorre la responsabilità di reati efferati e seriali. Basta a volte la reiterazione di crimini di lieve entità, commessi con un chiaro intento volontaristico. Quell’intento che dimostra, cioè, coscienza e volontà di violare regole del gioco. Per questa via passa la sterilizzazione dei deboli strumenti del garantismo e delle tutele assicurate dalla Costituzione antifascista. Fascismo o repubblica, le condizioni di emergenza, le eterne leggi speciali, l’incertezza della norma, le formule indeterminate, danno al diritto penale un’impronta politica strettamente legata a una concezione dello Stato. Quella concezione che trasforma il “criminale politico”, il vagabondo e persino la vittima dello sfruttamento, nel “nemico”, nel sabotatore degli interessi vitali di un Paese che utilizza ancora un codice nel quale i “delitti contro la sicurezza dello Stato”, codificati da Zanardelli sono diventati “delitti contro la personalità dello Stato”.
Noi potremo modificare negli anni e fingere di chiuderli i manicomi giudiziari, non cambierà nulla, finché sarà vigente il principio che li tiene in vita: la “pericolosità sociale”, laddove pericolosa è invece la società che nega diritti e produce disagio, disperazione e “reati”. E’ questa la verità che raccontano le storie di vite spezzate da uno Stato che non si limita a tutelare il cosiddetto ordine pubblico, ma crea reati e sistemi di pene che tendono a cancellare ogni forma di conflitto per garantire il tornaconto economico, i privilegi politici e il sistema di valori delle classi dominanti.
“Liberato”, più che occupato, l’ex Ospedale Psichiatrico Giudiziario mostra al visitatore che al suo interno è stata reclusa anzitutto ogni maniera di vivere ritenuta incompatibile coi valori riconosciuti dal pensiero dominante. Lì è finito chi quei valori ha contestato o rifiutato, chi quel tornaconto ha denunciato, violando la norma. Il reato vero che vi è stato frequentemente punito, quindi, non è il “fatto commesso”, ma l’espressione di una volontà contraria al regime vigente, il gesto di ribellione ai privilegi di minoranze di cui lo Stato si fa garante. Rovesciando il ragionamento giuridico, che dovrebbe occuparsi del fatto, ha prevalso così il concetto fascista della repressione come difesa del potere. Dati sulla realtà repubblicana non è facile trovarne, ma un’idea ce la possiamo fare esaminando i criteri adottati per combattere il “terrorismo”. In quanto all’Italia liberale e fascista, un elemento certo svela la logica repressiva che la repubblica eredita dal fascismo: come fosse un male contagioso, più sono stati ristretti i margini di libertà e pericoloso è diventato di conseguenza il potere, più sono aumentati i casi di dissidenti politici “impazziti”. Tra pericolosità sociale di natura politica e manicomio, si è creato così un rapporto di proporzioni tanto abnormi, che l’otto per cento dei “sovversivi” è finito in ospedali psichiatrici. Naturalmente, tantissimi tra loro erano così “folli”, che vi sono poi rimasti sepolti per sempre.
Così stando le cose, si può onestamente credere che tutto questo non c’entri con la drammatica realtà di un Paese che, nel pieno di una crisi economica che è anche crisi istituzionale, da un lato restituisce ai fasti fascisti l’anima repressiva del Codice Rocco, dall’altro rifiuta di darsi una legge sulla tortura?

Uscito su “Fuoriregistro” e su “Agoravox” il 9 marzo 2015

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Mentre il sogno dell’Europa dei popoli immaginata da Altiero Spinelli, degenera in un incubo fatto di banche, banchieri, borse e capitali e c’è da chiedersi perché un greco dovrebbe sentirsi cittadino europeo, una lucidissima legge di Darwin può aiutarci a capire di dove nasca la barbarie che ci cresce in casa.
Nella lotta per l’esistenza, un elemento comune associa specie tra loro lontane, sicché l’erba è vitale per la locusta quanto per i cavalli. Nella ferocia dello scontro, tuttavia, nulla è più raggelante d’una dipendenza che riguardi specie appartenenti allo stesso genere. Tra diverse qualità di frumento sapientemente affidate ai solchi d’uno stesso terreno, una sola produrrà col passare degli anni le sue pannocchie. Il clima, la fecondità, la capacità di adattamento garantiranno la procreazione a una sola qualità di frumento e condanneranno le altre all’estinzione. A mettere assieme varietà diverse di parassiti della stessa specie, come le sanguisughe officinali, ne nasce una lotta disperata per la vita e la morte e una sola alla fine risulta padrona del campo. Le altre sono uccise e talvolta la separazione è il solo elemento di salvezza. Il buon contadino sa che un gruppo misto di varietà anche profondamente affini, come piselli di ogni colore, richiede raccolti separati e semi mescolati in proporzioni equlibrate.
Nella lotta per l’esistenza, più vicine sono le specie, più comune è il genere di provenienza, più si somigliano le abitudini e la struttura, più aspra è la lotta. Benché vi assuma i connotati più barbari e più lontani dalle leggi della selezione naturale, la lotta per l’esistenza tra le specie umane non è causata da profonde differenze di genere, di etnie o di modelli culturali, come ci si vuol far credere da un po’, tornando a concezioni irrazionalistiche delle scienze naturali e di quelle umane. Diversamente da ogni altra specie, l’uomo non si contenta di possedere cibo e spazio vitale, ma tende a sottrarre l’uno e l’altro a ogni varietà della sua specie. Unendosi, per sancire separazioni decise dalla prepotenza e garantirsi la sopravvivenza, gli uomini costituiscono gruppi minoritari che si impadroniscono delle risorse e dei mezzi di produzione e formano così classi privilegiate che tendono a instaurare rapporti parassitari nei confronti di vasti gruppi “parassitati“.
Fin quando è possibile, le classi dominanti impongono il proprio dominio ed esercitano una vera e propria “selezione della specie“, attraverso il controllo del potere politico e l’espressione di una cultura dominante che richiede il possesso pieno delle istituzioni educative e la soppressione della libertà intellettuale. Se le classi “parassitate” rivendicano diritti, quelle “parassite” che detengono il potere politico scatenano un violentissimo apparato repressivo, legittimato dalla legalizzazione della “legge del più forte“. La teoria del libero mercato, l’espressione più compiuta del meccanismo parassitario, garantisce il dominio di classe e sostituisce alla selezione naturale “sana” della lotta per la sopravvivenza la ferocia ingiustificata del controllo dei processi economici. Il licenziamento e la disoccupazione sono gli strumenti “pacifici” con cui i ceti parassiti si impongono a quelli parassitati non per distruggerli, ché da soli non potrebbero vivere, ma per ridurli a “riserva alimentare”, come una vera e propria tenia sociale. Quando questi strumenti non bastano, ci sono le forze armate e la cancellazione delle libertà, prima tra tutte quella d’insegnamento,
Dietro la cosiddetta “riforma Gelmini“, col suo naturale codiclllo di guerra tra poveri e intolleranza razziale, col suo “tetto” di alunni stranieri e miracolose “graduatorie regionali“, dietro i bambini messi a pane e acqua e il separatismo travestito da federalismo propugnato da Cota, Bricolo e Berlusconi, non c’è altro che questo: la volontà d’imporre un rinnovato dominio di classe. Per noi lavoratori intellettuali, valgono ancora, anzi, hanno oggi più valore di ieri, le parole di Albert Einstein: “Facciamo dunque tutti appello alle nostre forze. Non stanchiamoci di restare costantemente in guardia, affinché in seguito non si possa dire della cerchia degli intellettuali di questo paese: hanno ceduto pavidamente e senza lottare l’eredità che avevano ricevuto dai loro predecessori, un’eredità di cui non si sono rivelati degni“.
Teniamole presenti, queste parole, e ricordiamo: se è vero che il parassita ha un bisogno vitale del “parassitato“, non è vero il contrario. Forse non accadrà, forse c’è spazio ancora per la mediazione di quel “saggio contadino” che chiamiamo politica, forse Lombroso non ha già sostituito Darwin negli strumenti della disinformazione di massa e non arriveremo al “muro contro muro” come il dramma greco e la dilagante barbarie leghista fanno temere. Dovesse accadere, è bene pensarci per tempo, perché Lenin ha ragione, “senza teoria rivoluzionaria non esiste movimento rivoluzionario“, ma i lavoratori della formazione sanno che l’insegnamento nella scuola statale è, per sua natura, rivoluzionario e lo sa benissimo la Gelmini che, non a caso, contro la scuola scatena la pesantissima offensiva del governo. Il lavoro della scuola non produce, come vorrebbero Gelmini e soci, una “standardizzazione” della volontà collettiva, non è riduzione dell’autonomia critica delle masse alle leggi del pensiero unico. La scuola, per usare le parole con cui Che Guevara defini la rivoluzione, “è esattamente tutto il contrario, è liberatrice della capacità individuale dell’uomo“.
In quanto tale, scuola è rivoluzione ed è naturale che la reazione ormai ci spari addosso. Il fatto è che non ci sono fucili che ammazzano le idee.

Uscito su “Fuoriregistro” il 6 maggio 2010

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