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Intervento al Corso CESP 5 maggio 2017. Ricordi e riflessioni ai tempi del coronavirus. Non semplicemente una storia personale, ma la necessità di porsi una domanda: gli assediati possono battere chi li assedia?
Per ora la risposta è incerta, ma non ci sono dubbi: l’epidemia non sta facendo solo vittime innocenti. Più la situazione diventa grave, più smaschera e uccide le inaccettabili menzogne dietro le quali emergono le responsabilità decennali della classe dirigente che ora ci chiede di stare in casa. Lo stiamo facendo – non ci hanno lasciato scelta – ma quando tutto questo sarà finito, si aspettino la reazione e si preparino a rispondere dei gravissimi crimini commessi.
Qui si parla di scuola, ma il discorso vale per i mille diritti distrutti dall’arroganza, dall’ignoranza e dalla malafede delle due destre che da decenni ingannano la popolazione recitando il ruolo della maggioranza e dell’opposizione.

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34707592_10214236523860141_7005747084670271488_nQuando si attacca in maniera così dura e intollerante la scuola, i docenti e la loro libertà di opinione, non c’è da girarci attorno: si sta costruendo un regime. Di mio voglio aggiungere solo una chiosa di carattere cronologico: l’episodio precede la nascita del governo Conte e dimostra che l’opposizione dei “democratici” in Parlamento è totalmente priva di credibilità. E’ il PD che ha gettato nel nostro Paese le basi di un’avventura autoriataria. Il primo nemico, della democrazia – è molto importante dirselo – è il Partito delle banche e del capitale finanziario, il cui regime prediletto, storia alla mano, non è quello democratico.

APPELLO
Solidarietà ad Antonio Mazzeo, contro la militarizzazione del sapere.
Antonio Mazzeo è un nostro collega e un nostro compagno di lotte, un docente impegnato nella difesa e della valorizzazione della scuola pubblica, del suo carattere democratico e critico.
Antonio è anche un attivista, giornalista e ricercatore punto di riferimento dei movimenti che si battono contro la guerra e la militarizzazione della società, in questi mesi si è particolarmente impegnato nella denuncia della sempre più pervasiva presenza militare nelle scuole: progetti di alternanza scuola/lavoro in basi militari, iniziative propagandistiche, occasioni importanti di riflessione come quelle del centenario della fine della grande guerra appaltate all’ esercito.
E persino i marines in giro per gli istituti.
Antonio ha criticato, coerentemente, anche un’iniziativa del genere programmata nella scuola dove insegna, a Messina.
Per questo è stato avviato un procedimento disciplinare contro di lui dalla dirigente scolastica.
Non solo dichiariamo la nostra totale solidarietà ad Antonio ma crediamo questo episodio deve aprire una riflessione generale che individui nella salvaguardia degli spazi di discussione e nel rifiuto della pervasiva presenza militare nelle scuole due nodi importanti.
Chiediamo alle/ai docenti, alle studentesse e agli studenti, al mondo intellettuale di prendere parola e di avviare una stagione di impegno che leghi ancora più strettamente la lotta alla legge 107 a quella alla militarizzazione del sapere e all’autoritarismo.
Sin d’ora prepariamo un grande appuntamento di riflessione e di iniziativa per l’apertura del prossimo anno scolastico.

Potete aderire mandando una mail a docenticontrolaguerra@gmail.com

Fuoriregistro, 8 giugno 2108, Agoravox, 9 giugno 2018.

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Canto Libre, 4 febbraio 2018

 

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SiberiaMettere a posto carte e archiviare così la propria vita significa anche fare incontri strani e tornare indietro di trent’anni. Non ricordavo più questa pazzia, ma mi ha messo allegria tornare alla “Siberia”, un quartiere di Napoli, uno dei più difficili. Ci ho lavorato dal 1981 al 1996 e sono stati anni indimenticabili, come i tanti studenti che mi porto nel cuore. Tra documenti politici, volantini, relazioni e testi teatrali scritti a scuola con quei ragazzi, che poi li recitavano, su un foglio ingiallito c’era questa inclassificabile serie di parole dedicate a ragazze, ragazzi e colleghi. Chi leggerà probabilmente non capirà molto. Per me questo è un mondo di sentimenti, di affetti e di ricordi che non ho voluto seppellire nella cantinola.

Doppe tre anni di combattimenti,
scaramucce cruente e ferimenti,
venuta è l’ora e ‘a pace s’è firmata.
Onore e gloria, gloria e onore spetta
a chisti prufessure ‘int’a sconfitta.
E’ stata, è overo, comme sarrà scritto,
quasi ‘na ritirata ‘e Caporetto,
ma certamente passerà alla storia
nun tanto chi ha ottenuto la vittoria,
quanto degli sconfitti ‘a resistenza
fiera e tenace annanz’a presidenza:
Là cadde con onore l’Italiano
di fronte al dilagare musulmano
e ‘a grammatica primma fui piegata
da o’ tiro di linguaggi neostrogoti:
Chiù e mille foglie dell’antologia
perirono così nella moria.
Cull’Algebra, ca Scienza e Astronomia
fui fatta fora pure a Giometria,
fucilata ca Storia e ‘a Giografia
quann’in dribbling stretto Maradona
facette gol pure a Napulione.
‘A Tecnica, ca Musica e ‘o Disegno
po’ so’ rimaste sotto a ‘na lavagna:
Cu mbruoglie, scartiloffie e co’ curagge,
l’Inglese sulamente ‘int’a la stragge
a stiento ‘a pelle infine s’è salvata
e ‘a casa chianu chianu è arriturnata:
Sta ‘nterra stiso Aragno oltre il cancello
cumm’a ‘n’alpino ‘ncopp’all’Adamello;
Tutto stracciato l’è caduto accanto
ammapusciato il Piccolo Garzanti.
Dama cadde più in là, Maria Teresa,
dei numeri reali alla difesa,
‘nziem’Amatruda ‘int’a ‘na croma chiusi
cu Della Sala, cu Staiano e Vuosi:
Del cappellano, l’ottimo Lopresti,
pare che il corpo senza scalpo resti;
Santangelo e po’ Pepe strenuamente
caddero alla Palestra eroicamente.
Di tutti insomma non s’hanno notizie
se non che di martìri e di sevizie.
Ma mò c’avite vinto oi mammalucchi,
stateve zitte, basta cull’allucchi!
Scrivete – e pe’ favore, senza errori –
‘ncop’a nu marmo appiso ‘nfacci’o muro:
«Mandati da Falcucci allo sbaraglio
– chissà si po’ fui solo pe’ nu sbaglio –
caddero valorosi quanto inermi
al loro posto i professori fermi».

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Il filmato parla da solo e sono parole drammatiche: questa è oggi l’Italia.
Lo guarda un’amica e mi scrive «Sai cosa intendo: proviamo a difendere, in primis da se stessi, gli ingenui sprovveduti, tentando di far intendere che il prezzo delle “soluzioni” a cui spianano la strada è troppo alto per tutti».
Per me, che talvolta sento ormai mancarmi le parole – e non m’era mai accaduto – è stato difficilissimo rispondere.

«E’ terribile», le ho detto. «Siamo in una condizione di autentico prefascismo, ma tanta parte della popolazione, confusa e spesso disperata, invoca ormai la soluzione autoritaria e somma la sua richiesta a quella di ceti borghesi storicamente inclini ad affrontare le gravi crisi del capitalismo, soprattutto quello finanziario, liquidando la democrazia. Il lavoro di smantellamento della scuola e della sua funzione di fucina di coscienze critiche comincia a dare i suoi frutti velenosi, mentre un sistema di valutazione della ricerca – che mira esclusivamente al «controllo» e spaccia per merito il servilismo – nelle università forma fanatici sacerdoti del neoliberismo».

Ormai, nelle carte di archivio degli anni in cui nasce, cresce e si afferma il regime mussoliniano, pare di vedere i giornali di oggi. E’ vero, abbiamo le leggi razziali, ma ci vuole prudenza e il paragone potrebbe essere fuorviante. Non andò così nemmeno in epoca fascista. Di certo c’è che la rappresentazione non è all’esordio, si è già messa in scena e come già prima evolve in tragedia. Presto «galantuomini» e «benpensanti» si lamenteranno del prevedibile aumento di furti e rapine, invocheranno un inasprimento delle pene, le galere si riempiranno sempre più di sventurati e chi proverà ad opporsi, a ricordare che la legalità è un’intollerabile prepotenza, se non produce giustizia, anzitutto sociale, avrà la sorte segnata: «sovversivo», giudicherà un qualche nuovo «Tribunale per la difesa dello Stato», resuscitato a tutela dei privilegi per la repressione del dissenso.

Quando sarà chiaro ciò che sta accadendo nel Paese, sulla scia della «civilissima» Unione Europea, amica delle banche e nemica dei popoli, sarà tardi purtroppo e ci vorranno ben più che un ventennio e un’assai più difficile e sanguinosa nuova Resistenza.
Segnali di risveglio li vedi, ma tutto pare lento e già superato dai ritmi di una crisi che è ormai di valori. Occorrerebbe un fortissimo impegno civile e politico degli intellettuali e dei militanti, ma ognuno coltiva ormai piccoli orticelli e – ciò ch’è peggio – non sa più o non vuole parlare alla gente.

Per quello che mi consentono gli anni, le mie scarse qualità e la condizione di forte emarginazione in cui mi trovo ridotto – nemmeno il Manifesto mi fa più scrivere – tuttavia non mi arrendo; so bene, però, che occorrerebbe ben altro. Sono convinto che, tuttavia, in vista di una condizione di totale sottomissione, tenere saldo in pugno il filo della memoria storica e impedire che si spezzi è un lavoro da fare. Non darà frutti immediati, ma risulterà probabilmente prezioso, quando le cose peggioreranno, i nodi verranno al pettine e si potrà ragionare solo in termini di nuova Resistenza.

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Scuola.jpgSi trattava di salute. “Non idoneo all’insegnamento”, raccontava con burocratica pignoleria il fascicolo personale, tralasciando i particolari. Nessuna traccia degli scontri durissimi e dei verbali del Collegio Docenti puntualmente conclusi con la postilla minacciosa: “il professore chiede sia messo a verbale che la decisione è contraria alla legge vigente”. Non un accenno al registro delle presenze sequestrato per ritorsione negli uffici di presidenza e ai docenti, passati coraggiosamente nel campo del dirigente perché “non si può vivere a scuola come in trincea”.
Ufficialmente “malato”, l’uomo viveva come un albero sradicato. Docente, sì, ma “addetto ad altre mansioni”, se un collega mancava, la salute tornava e lui rimetteva piede in un’aula, come si torna agli anni felici in un momento amaro. Di fatto, rubava ore di insegnamento. Per tre anni aveva vissuto così, come un esiliato politico durante una dittatura. Ci credono in pochi ma, se fa il suo mestiere, un sindacalista rischia la rappresaglia. Peggio per lui, se è un dirigente “dissidente”: il sindacato lo abbandona al suo destino.
Ogni ora rubata era una riscoperta: il docente era lì, confinato in un ufficio di segreteria, ormai incapace di gestire i rapporti con colleghi rassegnati e capi d’Istituto ridotti a kapò. Per non rubare lo stipendio assieme alle ore di insegnamento, si era ritagliato uno spazio e inventato un lavoro, osservando un tecnico che si occupava dei computer riparandone uno e rompendone due. Il laboratorio con il suo malandato “parco macchine”era diventato il suo piccolo regno; teneva corsi di alfabetizzazione informatica, aggiornava programmi, si occupava di piattaforme digitali ministeriali e riparava i computer. Un gran risparmio per una scuola che viveva ormai di un’autonomia pezzente. Gli mancavano gli alunni, però, e se ne accorgeva a ogni furto, quando li ritrovava e le ore volavano, quando qualche ragazzo, stupito, gli diceva che era un bravissimo bidello e un altro gli dava sulla voce: “ma che dici? È un supplente!”. Se ne accorgeva quando li incontrava nei corridoi, lo salutavano e c’era chi gli chiedeva di tornare. Se ne accorse soprattutto quando un “collega” si ribellò: non volle che andasse più nella sua classe – i ragazzi, tu li scateni, sibilò – e chiese che fosse escluso dal Collegio dei Docenti: che c’entrava, lui, con i docenti?
Per tre anni, rubò ore di insegnamento e andò a cercarsi studenti come si cerca l’aria quando manca. Mille volte si chiese perché aveva difeso colleghi che spesso ti lasciano solo se c’è un prezzo da pagare, perché aveva scelto di spezzarsi, piuttosto che piegarsi. Una risposta non l’aveva trovata, ma sentì che se fosse tornato indietro avrebbe fatto allo stesso modo.
Tornò a insegnare quando capì che ne aveva abbastanza: via dalla scuola per sempre, si disse, ma via da insegnante. Trovò tutto com’era. I colleghi, che non l’avevano mai cercato, lo accolsero festanti e qualcuno spiegò: “Non immagini come ci trattano. Qui ci vuole uno come te!”. Fu un anno stupendo. ma aveva deciso: niente conti. Consegnò la domanda di pensione e si sentì libero come l’aria. I ragazzi, scatenatissimi, furono la medicina per mille ferite. “Gentaglia”, gli avevano detto – “scarti e delinquenti”. Fecero miracoli e il giorno che confessò li vide piangere. Provarono fino all’ultimo a trattenerlo, poi si arresero.
Il massacro della scuola è stato soprattutto il massacro di intere generazioni di giovani.

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Centro Studi per cesp_medium_mediumla Scuola Pubblica
Viale Manzoni, 55 – 00185 Roma
tel. 06/70452452 fax 06/772060600
sede di Napoli:
Vico della Quercia, 22 – 80134 Napoli
tel./fax 081/5519852 – mail: cespnapoli@libero.it

 

Corso nazionale di Formazione per il personale DOCENTE ed ATA della Scuola pubblica statale

Scuola e Costituzione. La legge di revisione costituzionale del 15 aprile 2016

MARTEDI’ 22 NOVEMBRE 2016
Ore 9,00 – 18,30
Sala Nugnes del Consiglio comunale di Napoli – via Verdi, 35 – Napoli
Ore 9.00 – 13.30

Educazione alla Costituzione e leggi di revisione costituzionale
Coordina i lavori Francesco AMODIO, Vicepresidente CESP.
Ore 9.00 – Registrazione dei partecipanti

Ore 9.15 – Ludovico CHIANESE. Docente di Storia e filosofia: Storia della Repubblica e revisioni della Carta costituzionale.
Ore 10,00 – Elena CIOTOLA, Ferdinando GOGLIA. Docenti di Lettere nella Scuola Media: Insegnare la Costituzione alla Scuola Media. Dalla Carta del 1947 alla revisione del 2016.
Ore 10,45 – Camilla AIELLO, Insegnante di Scuola Elementare (a cura di):
Cittadinanza e Costituzione nella Scuola primaria: Come affrontare il tema della revisione
costituzionale.
Ore 11,30 – Marcella RAIOLA, Docente precaria di Lettere classiche, dottoranda presso l’Università
Parthenope di Napoli: La legge 107 e la “Scuola della Costituzione”.

Ore 12.15 Dibattito – Ore 13.30 – 15.30 Pausa
Ore 15.30 – 18.30

La Costituzione repubblicana e il referendum del 4 dicembre. Le ragioni del NO: discussione pubblica

INTERVENTI:
Luigi DE MAGISTRIS, Sindaco di Napoli
Massimo VILLONE, Costituzionalista
Sandro FUCITO, Presidente del Consiglio comunale di Napoli
Giuseppe ARAGNO, Storico
Piero BERNOCCHI, Portavoce nazionale COBAS

Il CESP è Ente accreditato per la formazione/aggiornamento di tutto il Personale della scuola (D.M. 25/07/06 prot.869 e CIRC. MIUR PROT. 406 DEL 21/02/06).La partecipazione ai Convegni e seminari organizzati dall’associazione dà diritto, ai sensi degli artt. 63 e 64 del CCNL 2006/2009, all’ESONERO DAL SERVIZIO.

Sarà rilasciato ATTESTATO

Info: 0815519852 Iscrizione: cespnapoli@libero.it

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La legge delle cose è il conflitto

La legge delle cose è il conflitto

Leggo con amarezza le considerazioni di Ilaria Cucchi, la sorella del povero ragazzo ucciso dalla polizia, dopo che i giudici hanno nuovamente assolto gli imputati per la morte del fratello.
“C’è qualcuno che può spiegarmi tutto questo?”, chiede la donna, dopo che in tribunale il fratello è stato nuovamente ucciso. Per carità, chi lo nega? I giudici hanno deciso in base a una perizia, i periti in nome della scienza, le carte sono in regola e ci mancherebbe che non lo fossero. Il fatto è che storicamente il circolo vizioso che condanna le vittime e assolve i carnefici, l’associazione a delinquere che si chiama «potere costituto» e si difende con l’insieme di comportamenti omertosi e criminali che si definiscono “ragion di Stato”, sono un problema politico. Non puoi sperare di risolverlo nei palazzi della Giustizia di classe e nei tribunali dove la legge non è mai uguale per tutti.
Secondo i periti, Cucchi era moribondo già molto tempo prima che fosse arrestato. Gli scienziati non spiegano come facesse a vivere e a frequentare persino la palestra: nella perizia non c’è scritto, ma gli scienziati credono evidentemente che i miracoli possano accadere. I giudici, a loro volta, credono ai periti, alla loro scienza e ai loro miracoli. La loro scienza – quella dei giudici e quella dei periti – produce la sentenza che è un esempio perfetto di legalità senza giustizia. Una legalità rispettabile come lo furono ai loro tempi il Sant’Uffizio, i giudici che mandarono al rogo Giordano Bruno, i tribunali fascisti e gli scienziati della razza. Di riflessioni su queste cose la nostra scuola un tempo le faceva e non si trattava solo di programmi. Di queste riflessioni la scuola viveva. Ora no. La “buona scuola” di questo governo illegittimo e criminale costruisce servi e bestiame votante. Non accende intelligenze, le spegne. Ora ha un “capo” con potere ricattatorio, ha scomunicato Eraclito, bandito il conflitto e incarcerato il dissenso. Ha trasformato in scienza dell’educazione il più reazionario dei messaggi di Cristo: se ti danno uno schiaffo, porgi l’altra guancia. La scuola oggi prepara alla assegnazione e non distingue i partigiani dai terroristi.
Perché stupirsi della sentenza dei giudici? La Magistratura e la polizia hanno la loro storia. Mi spaventa piuttosto l’indifferenza della gente e forse la risposta alla domanda dolente di Ilaria Cucchi è tutta lì, in quella indifferenza. Sentenze come questa sono possibili perché chi le pronuncia sa che poi non accade nulla, che la gente non si ferma per protesta, le piazze non si riempiono per manifestare dissenso. Ognuno continua a vivere la propria vita come se nulla fosse accaduto. Vi immaginate che accadrebbe se, dopo una sentenza come questa, nessuno andasse a lavorare e si fermassero i treni, gli aerei, la distribuzione? Oggi, domani, dopodomani. A tempo indeterminato. Sindacato o no, fino al licenziamento degli autori dello scempio. Lo so, non accadrà mai, ma io mi ricordo anni in cui ci si è andati vicini. Anni in cui i lavoratori difendevano le scuole e le università e gli studenti sostenevano le fabbriche e i lavoratori. Insieme, studenti e lavoratori, erano il baluardo dei diritti. In quegli anni la scuola insegnava a ragionare con la propria testa e i lavoratori conoscevano il valore della solidarietà e la storia dei diritti.
Se ci penso, una risposta la trovo: la polizia può uccidere Cucchi quante volte vuole perché da anni i governi capitalisti hanno ucciso la scuola e le università. E glielo abbiamo lasciato fare. E allora sì, è vero, non sono stati solo poliziotti, giudici e periti a uccidere Cucchi e non sono i padroni i soli e forse i veri colpevoli della infinita sequela di lavoratori uccisi dal lavoro. Sono colpevole anch’io. Ho consentito che tutto questo accadesse.

Fuoriregistro, 8 ottobre 2016

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Nuova immagine (42) copiaI fatti, per ora. Se necessario verranno poi i nomi.
Un docente che ha – purtroppo per lui – una storia di militanza in uno di quei fastidiosi sindacati di base, presenta un documento in Segreteria da consegnare al Capo d’Istituto. La legge glielo consente e obbliga l’Ufficio a protocollarlo. Gli si dà un numero a voce, ma si sa, è potere del Capo d’Istituto valutare se occorra far ricorso al protocollo riservato del Dirigente Scolastico. Un foglio scritto, perciò, non gli viene rilasciato. E’ vero, sì. Un protocollo particolare, istituito, guarda caso , in età fascista, con gli articoli 11 e 85 del R.D. n.965 del 1924 esiste ancora e invano lo Stato repubblicano ha provato a liquidare questa eredità dell’Italia nera, approvando il D.L. n.112 del 2008 che ne prevede l’abrogazione ai sensi del combinato disposto dell’art. 24 e del n. 224 dell’allegato A.
Non avendo voglia di far storie, al docente va bene così. Decida il Dirigente se conservare personalmente il documento che sta consegnando. Si appella solo però – ed è un suo diritto – alle norme per la gestione del protocollo, che non lasciano spazio ai dubbi; il Dirigente prenda pure visione delle carte che consegna, ma si ricordi l’obbligo di legge, prescritto dall’articolo 53 del D.P.R. 445 datato 328 dicembre 2000. Consenta, cioè, “la produzione del registro giornaliero di protocollo, costituito dall’elenco delle informazioni inserite con l’operazione di registrazione di protocollo nell’arco di uno stesso giorno”. Insomma, se non subito, ha diritto a veder protocollata in giornata la busta che ha consegnato e l’Amministrazione non può dirgli di no: ometterebbe un atto d’ufficio.
Per quieto vivere lascia l’ufficio e aspetta. Passano i giorni, torna in segreteria, chiede di conoscere il numero di protocollo, ma non ottiene nulla. Farla lunga non serve. Al momento le cose stanno così: ha chiamato la polizia che è venuta a scuola solo per dar ragione al capo d’Istituto. Inutile chiedere in virtù di quale legge o regolamento. Forse perché il Capo ha di nuovo sempre ragione. Poiché, però, non ha dimostrato di credere, obbedire e combattere, il docente, com’era prevedibile, invece del numero di protocollo ha ricevuto una lettera d’addebito che prelude a provvedimenti disciplinari. Mentre il collega si prepara a difendersi, il Capo d’Istituto continua a calpestare la legge e invano il docente attende non dico il numero di protocollo, che ormai somiglia all’araba fenice, ma una volgare scartoffia attestante, se non altro, che su un modulo prestampato per le ricevute, sia segnata la data e l’ora di ricezione del suo documento, il suo oggetto e il nominativo della persona che lo ha presentato, chiuso dalla sigla dell’impiegato che l’ha ricevuto.
Certo, il collega non può giurarci, ma ne è sicurissimo e probabilmente non ha torto: da qualche parte, in uno schedario politico, ben ordinato e molto efficiente, esiste ora un fascicolo personale che porta il suo nome e contiene documenti riservati con data, oggetto e numero di protocollo particolare, in cui è definito “sospetto in linea politica, probabilmente ostile al governo nazionale e pericoloso per l’ordine pubblico”. Sembrerà strano, ma è invece perfettamente logico: il fascismo storico, che nei testi scolastici studiosi compiacenti presentato agli studenti come “regime “inclusivo”, è tornato alla grande sul palcoscenico della storia. E non ci sono dubbi: la scuola è il suo autentico laboratorio sperimentale.

Fuoriregistro, 6 febbraio 2016 e Agoravox, 8 febbraio 2016

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Niente auguri solo una lezione da imparareLe classi subalterne sono stremate, è vero, ma la realtà dei fatti insegna sempre qualcosa e forse conosciamo da tempo la lezione, addirittura dal 1848: “non ci vuole una profonda perspicacia per comprendere che, cambiando le condizioni di vita degli uomini, i loro rapporti sociali e la loro esistenza sociale, cambiano anche i loro modi di vedere e le loro idee, in una parola, cambia anche la loro coscienza”. In questo senso, la condizione in cui è ridotta la scuola non segna solo un grave arretramento della civiltà, ma rivela una drammatica svolta ideologica. Poiché in ogni momento storico le idee dominanti sono sempre e solo quelle dei ceti dominanti, la crisi di un’epoca della storia è automaticamente crisi dell’ideologia che giustifica il dominio. E’ naturale, quindi, che nessuno, meno che mai gli esponenti del potere, creda più nei pilastri teorici del tempo che abbiamo vissuto e ci stiamo lasciando alle spalle.
Qui non si tratta di una data che cambia su un calendario. La libertà, l’eguaglianza e la fraternità, per cui si sono ripetutamente levate in armi generazioni di rivoluzionari borghesi, i principi e le norme fondanti dell’attuale “patto sociale”, sono ormai gusci vuoti. Dopo più di due secoli, la maschera cala e una concezione “storica” del diritto e della società cessa d’un tratto di essere un’acquisizione eterna di civiltà; la crisi e la sua logica inesorabile mostrano brutalmente che l’idea borghese di democrazia, Montesquieu, la sua “divisione dei poteri” e l’insieme delle regole ad essa legate – il diritto borghese – sono il prodotto di rapporti storici, non leggi eterne, razionali e naturali.
In queste condizioni, mentre il potere si arrocca e il conflitto produce nuovi rapporti storici da trasformare in “principi universali”, la battaglia che si combatte ovunque su questioni falsamente morali, come la difesa della famiglia e il modello di educazione, segna la trincea di prima linea di uno scontro mortale, che non è culturale. La difesa ideologica del modello borghese di famiglia è figlia del terrore prodotto dai cambiamenti in un momento di transizione e riassetto del potere. Sul terreno della formazione, in particolare, il tentativo di privatizzare o, peggio, di “statalizzare” nel senso peggiore della parola, mira a garantire la supremazia di un pensiero nuovo, non ancora ben definito, ma così feroce che, per diventare dominante, pretende il sacrificio di ogni possibile formazione della coscienza critica.
A chi non accetta di subire inerte tanta violenza, si rimprovera strumentalmente una concezione ideologica dell’educazione e – rovesciando la realtà – si imputa un’idea gramsciana di “egemonia culturale”. Come in uno specchio deformante, l’eversione dall’alto, sempre più evidente, diventa sedizione dal basso. Eppure la sottomissione del sistema formativo al potere esecutivo è sotto gli occhi di tutti, così come la sua riduzione a strumento di controllo sociale. Ciò che si vuole è la cancellazione della scuola e dell’università come fucina di intelligenza critica e autonomia di giudizio. Tutto questo è terribile, ma la lezione è chiara e va capita: di fronte a una crisi che minaccia di essere strutturale, la scuola è terra di conquista per chi mira a ristabilire un’influenza ideologica sui ceti subalterni e a trasformare “i giovani in semplici articoli di commercio e strumenti di lavoro”. La lotta per i diritti dei lavoratori è sacrosanta, ma dio salvi i popoli ai quali sottrai la capacità di riconoscerli e la memoria storica di quanto costarono in termini di lotte, repressione e sangue!
Che fare? Marx non avrebbe dubbi. Da secoli rivolge invano la sua domanda retorica al servi del potere: “non è che la vostra educazione determinata dai rapporti sociali entro ai quali voi educate”, nasconde “l’intervento più o meno diretto della società per mezzo della scuola?”. Mai come oggi è stato così chiaro: se non riusciremo a difendere la scuola, noi non addestreremo più nemmeno lavoratori: produrremo servi o, tutt’al più, bestiame votante. Non abbiamo scelta perciò: dobbiamo strappare l’educazione all’influenza della classe dominante. Costi quel che costi.

Uscito su Fuoriregistro il 31 dicembre 2015 e su Agoravox l’1 gennaio 2016.

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