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Posts Tagged ‘Gaetano Arfè’

Lettera aperta a Vincenzo Delehaye che mi chiede giustamente una mano nella sua battaglia di studioso e di antifascista militante per “rendere fruibili i Fascicoli su Napoli dell’Armadio della Vergogna” e contrastare il dilagare del revisionismo storico.

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Caro Vincenzo,
ho trascorso tanti anni della mia vita cercando in archivio documenti preziosi e riportandone il significato profondo nella battaglia politica. Un tempo si diceva “storico militante”; e in testa avevo un’idea ben precisa: ricostruire col rigore dello storico e la passione del militante pagine di storia decisive non solo della nostra città, ma per il Paese. La storia dell’antifascismo – quello popolare soprattutto – e di quella Resistenza al nazifascismo, che da questa nostra città imboccò la sua via. Pagine di storia che sono state purtroppo cancellate o stravolte. L’anno scorso, come sai, è uscito un mio libro sulle Quattro Giornate, che – lo dico senza falsa ipocrisia o simulata modestia – è il primo libro di storia delle Quattro Giornate. Come se avessi lasciato in archivio i documenti faticosamente scovati o scritto sull’acqua, anche in questo settembre che muore i soliti ciarlatani sono andati in giro a raccontare la storiella che piace al potere. Siamo giunti anzi ai carabinieri che suonano al San Carlo in onore dei partigiani!
Prima di me, con uguale impegno e ben altro spessore, fece sua questa lotta purtroppo vana Gaetano Arfè, maestro non a caso rapidamente dimenticato, che autorevolmente puntò il dito contro la malafede e la miseria morale di quel “sovversivismo storiografico”, che oggi raccoglie i suoi frutti velenosi.
Credo che capirai ciò che intendo, perché ormai è chiaro: non siamo finiti dove ci troviamo per il valore delle destre, ma per la cialtroneria e l’opportunismo di chi ha preteso e pretende di rappresentare la sinistra, la rivoluzione e persino il riformismo. Poiché non si vede all’orizzonte nemmeno l’ombra di un Matteotti o di un Pansini, per restare alle Quattro Giornate, è inutile farsi illusioni: prima di uscire da questa tragedia, dovremo toccare il fondo dell’ignominia, come ormai sta accadendo.
A me resta comunque una consapevolezza amara, ma ferma: quando cominceremo la risalita, perché anche quel tempo verrà, puoi giurarci, occorrerà partire anche dal lavoro degli storici intellettualmente onesti. Quelli ai quali si è colpevolmente messo il bavaglio. Io non potrò farlo, ma tu sì, perché hai una vita davanti: non dimenticare quello che accade oggi e ricordarlo alle nuove generazioni. Devono sapere che nella vicenda storica hanno certamente un ruolo il caso e l’imprevisto, ma stavolta né l’uno, né l’altro hanno avuto un peso. Sono stati i “nostri” non il caso o il destino “cinico e baro” a condurci dove siamo.
In quanto a me, che sono sempre più stanco di vivere tra le macerie che ci circondano, lo scrivo a futura memoria: prima di togliere di mezzo i Salvini e i Di Maio, bisognerà chiudere i conti con i responsabili veri di questa catastrofe. Altro che fronte antifascista!
Tuo Giuseppe

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Stavolta non basta ingraziare come sempre Agoravox, che vi prego di leggere. Per un foglio libero voglio scrivere stavolta libere parole. Di me non parlo mai, ma a volte occorre.
Negli anni della contestazione, troppi capetti parlavano a nome dei proletari e li tenni alla larga. Ho poi scritto da comunista storie di socialisti, ma non gli ho mai sparato addosso per ragioni di parte. Quando i comunisti m’hanno messo alla porta e mi avrebbero voluto Craxi e compagni, che pagavano molto bene tre righi scritti ad arte, non solo ho risposto picche, ma sono diventato amico del socialista Gaetano Arfè: uno dei più ostinati e preparati nemici del craxismo.
A chi mi ha offerto le ottime sistemazioni in cambio del silenzio, università, Ufficio Studi del sindacatone, un mare di soldi in cambio dei discorsi del deputato destro, ho detto sistematicamente no. Sono sempre stato così geloso della mia autonomia di pensiero e parola che da Renzo De Felice, il mio grande maestro, mi sono prima fatto chiamare e poi mandare via. Da insegnate sindacalista, infine, ho preferito diventare un ex 113, piuttosto che chinare la testa.
La mia parte l’ho fatta da cane sciolto, ma quando i grandi sogni sono diventati tragedia, ho aiutato chi potevo, rischiando di persona, e a nessuno ho mai fatto l’analisi del sangue.
Sono orgoglioso del mio testamento. Non lascia quattrini e non occorre notaio. L’ho consegnato in versi a un libriccino rosso intitolato “E però scrive”. In poche parole racconta una vita e altro non ho da lasciare:

 

Amico, se ti compri,
pagati quanto vali.
Non un quattrino in più.
Credimi, non sentirti prezioso,
tanto nemmeno serve e poi si muore.
Ma se ti vendono un giorno per caso,
e magari all’incanto,
tu non avere prezzo.
Stattene duro e il banditore invano
attenda di picchiare il martelletto.
(da Giuseppe Aragno, E però scrive, Intra Moenia, Napoli, 2003, p. 14).

Sono come sono e da me nessuno può aspettarsi silenzi: fanno male alla coscienza e bisognerebbe tenerlo a mente: il laudatore professionista tradisce persino quando è fedele. Dio solo quale spreco di fortune narrano le storie di quelli che se li sono messi attorno.
Lo so, chi ti dice ciò che pensa e lo fa  apertamente e pubblicamente, può darti fastidio; però è prezioso: ti mette sull’avviso e ti fa vedere quello che a volte non si vede. Nei giorni della fortuna, non è al tuo fianco, però, puoi giurarci, te lo trovi accanto nella caduta.

Eccovi Agoravox: https://www.agoravox.it/La-Repubblica-violentata.html

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1. Costituente e Costituzione: la «cultura dell’antifascismo»

ministri-arrivo-quirinale-140222123943_bigIl primo documento ufficiale sulla Costituzione è un decreto legge firmato il 25 giugno 1944 da Umberto II di Savoia. Dopo la liberazione, si legge, «le forme istituzionali saranno scelte dal popolo italiano, che a tale fine eleggerà a suffragio universale diretto e segreto, un’Assemblea Costituente per determinare la nuova Costituzione dello Stato». La guerra insanguina il Paese, ma il governo è guidato dall’ex socialista riformista Ivanoe Bonomi e su venti ministri, dodici sono antifascisti: l’azionista Alberto Cianca, confinato e fuoruscito, Benedetto Croce, il cattolico De Gasperi, che ha conosciuto la galera fascista, lo storico della filosofia Guido De Ruggiero, arrestato e destituito dall’insegnamento, Giovanni Gronchi, cattolico e uomo della Resistenza, i comunisti Palmiro Togliatti, tornato dall’Unione Sovietica, e Fausto Gullo, ex confinato, il socialista Pietro Mancini, reduce dal confino e dal carcere fascista, Meuccio Ruini, perseguitato politico, il socialdemocratico Saragat, evaso da Regina Coeli, e Carlo Sforza, liberale, ex ministro e fuoruscito. Tutti, tranne De Ruggiero, saranno poi nell’Assemblea Costituente.
Sono giorni terribili nella storia dell’umanità; l’Italia, che paga le sue responsabilità per l’immane tragedia, è un campo di battaglia e sui monti la guerra partigiana è senza quartiere. Iniziata nel settembre del ‘43 a Napoli, insorta contro i nazifascisti, durerà fino al 25 aprile del ‘45. In quei giorni, però, non «muore la patria», come sostengono Galli Della Loggia e una destra che non si è mai riconosciuta nell’Italia della Resistenza. In quei giorni, per dirla con la felice espressione di Gaetano Arfè, «la cultura dell’antifascismo», consegna al Paese l’eredità preziosa che nel suo insieme la Costituzione, non i suoi soli principi fondamentali, tradurrà in norme fondanti. Sono i valori nei quali, a guerra finita, si riconosce buona parte del popolo italiano: ideali di libertà, di pace e solidarietà tra i popoli. Prima ancora che nelle norme, però, essi si sono affermati nelle coscienze, sostituendo la concezione della vita imposta dal fascismo e che purtroppo oggi riemerge: il mito del capo, la scala gerarchica tra caste, classi e razze, la violenza come motore della vicenda storica. I deputati della Costituente, portavoce di questo cambiamento, traducono con sapienza giuridica un dato che è anzitutto storico. Essi potranno scrivere la Costituzione, così com’è, solo perché sono parte di un processo che giunge a compimento e ha radici nel corpo della società. In condizioni diverse, senza quel mutamento, senza quella cultura, essi non avrebbero potuto mai scriverla com’è. Una Costituzione non nasce «a freddo». E’un punto di svolta, il perno attorno al quale un Paese volta pagina e consacra il futuro che ha conquistato. Vico sostiene che la storia è un incessante ripetersi di cicli e raggiunta l’età «civile» torna a quella «primitiva». La Costituzione del ‘47 apre la nostra età «civile», dopo un’esperienza dolorosa, drammatica e collettiva; si può aggiornarla, ma rifarne un articolo. su tre, significa abolirla e questo segnerebbe il punto di caduta verso il basso, il ritorno all’età «primitiva».
Proprio in quei giorni, affrontando il plotone di esecuzione, Giacomo Ulivi, un partigiano di appena vent’anni, rivolge a chi potrà leggere parole che spiegano più di mille discorsi ciò che accade nelle coscienze libere: «Dobbiamo […] abituarci a vedere in noi la parte di responsabilità che abbiamo dei nostri mali», afferma , poi prosegue:

«Quanti di noi sperano nella fine di questi casi tremendi, per iniziare una laboriosa e quieta vita? […] In questo bisogno di quiete è il tentativo di allontanarsi il più possibile da ogni manifestazione politica. È il tremendo, il più terribile risultato di un’opera di diseducazione […]. Per venti anni […] . tutti i giorni ci hanno detto che la politica è un lavoro di specialisti. Lasciate fare a chi può e deve; voi lavorate e credete, questo dicevano: e quello che facevano lo vediamo ora, che nella vita politica ci siamo stati scaraventati dagli eventi. […] Per questo dobbiamo prepararci. […] Come vorremmo vivere domani? No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere».

Quando, nell’autunno 1945, nascono la Consulta Nazionale e il Ministero della Costituzione, due nuovi dati emergono chiari: la maturità di un popolo, consapevole dell’importanza del passo che sta per compiere e la comune volontà di ogni forza politica di giungere all’appuntamento con la necessaria preparazione. La materia prima, tuttavia, è accessibile a tutti, perché ogni elettore, anche i più giovani, ha vissuto e pagato sulla propria pelle il conflitto sociale, la violenza delle passioni ed è stato in qualche misura partecipe di un risveglio. Non si tratta di astratte teorie o semplice propaganda. Dietro le varie bandiere c’è una tragica e sofferta esperienza vita. L’omicidio Matteotti, l’incendio del Parlamento tedesco, la guerra di Spagna, la battaglia nei cieli di Londra, la tragedia di Stalingrado, Auschwitz, Hiroshima, l’occupazione, la guerra in casa, la Resistenza, sono eventi che hanno scosso nel profondo anche le persone più semplici e meno attrezzate culturalmente. E’ la vita vissuta a produrre esperienze e valori che danno un senso e contenuti a parole che il regime aveva cancellato: libertà, pace, giustizia sociale, democrazia, solidarietà. Questo e tanto altro significano l’antifascismo e quella Resistenza che, scrive Arfè, è il crogiuolo «nel quale tutte queste esperienze si fondono: ne nasce una cultura nella quale tra ideologie diverse e tra loro contrapposte si instaurano nuovi dialettici rapporti e tutti finiscono con l’innestarsi in una trama unitaria intessuta col filo dell’antifascismo e dell’antinazismo».
La Repubblica è nei fatti, così come la prevalenza di antifascisti militanti, di vite intensamente vissute e grandi sogni, tra i deputati della Costituente, che provano a dare risposte durature a una sola domanda: come si costruisce un Paese senza guerra e dittatori, in cui ognuno è un «sovrano»? . La scienza non basta. Ci vuole coscienza storica. ma l’Assemblea non manca e la risposta giunge: occorre il sovrano di un Paese fondato sulla dignità dei cittadini. E poiché il solo possibile sovrano di uno Stato senza ragion di Stato è il popolo, si parte da qui: «L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo…».
Perché funzioni, occorreranno libere discussioni, articoli collegati tra loro, 347 sedute – di cui 22 con prolungamento serale e notturno – 1663 emendamenti, dei quali 292 approvati, 314 respinti, e 1057 ritirati o assorbiti; 275 oratori parleranno in 1090 interventi; ci saranno 15 ordini del giorno e sulle decisioni più controverse 23 votazioni per appello nominale e 43 a scrutinio segreto. Concluso il lavoro, Piero Calamandrei, un grande giurista, pur riconoscendone limiti, carenze, contraddizioni e persino ambiguità, saluterà nella Costituzione, un compromesso di altissimo profilo tra forze politiche e correnti ideali che hanno fatto la storia del Paese, poi interrogando se stesso, le augurerà vita fertile e duratura:

«Io mi domando, onorevoli colleghi, come i nostri posteri tra cento anni giudicheranno questa nostra Assemblea Costituente: se la sentiranno alta e solenne come noi sentiamo oggi alta e solenne la Costituente Romana dove un secolo fa sedeva e paralava Giuseppe Mazzini. Io credo di sì: credo che i nostri posteri sentiranno più di noi, tra un secolo, che da questa nostra Costituente è nata veramente una nuova storia, e si immagineranno, come sempre avviene che con l’andare dei secoli la storia si trasfiguri in leggenda, che in questa nostra Assemblea, mentre si discuteva della nuova Costituzione repubblicana, seduti su questi banchi non siamo stati noi, uomini effimeri i cui nomi saranno cancellati e dimenticati, ma sia stato tutto un popolo di morti, di quei morti che noi conosciamo ad uno ad uno, caduti nelle nostre file, nelle prigioni e sui patiboli, nelle steppe russe e nelle sabbie africane, nei mari e nei deserti, da Matteotti a Rosselli, da Amendola a Gramsci, fino ai giovinetti partigiani, fino al sacrificio da Anna Maria Enriques e di Tina Lorenzoni nelle quali l’eroismo è giunto alle soglie della santità. Essi sono morti senza retorica, senza grandi frasi, con semplicità, come se si trattasse di un lavoro quotidiano da compiere: il lavoro che occorreva per restituire all’Italia la libertà e la dignità».

Nessuno in quei giorni avrebbe mai potuto immaginare Renzi, Boschi, Napolitano e un Parlamento abusivo.

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copAnni fa, in un romanzo che non sarebbe male leggere – «Tempi di malafede» – Sandro Gerbi ci raccontò un’Italia che pareva sepolta ed è tornata invece di sconcertante attualità: quella in cui, di fronte al consolidarsi del regime fascista, anche la gente civile e colta si convertì al culto della malafede.
Perché accadde? E’ una costante della storia: di fronte al potere, molti si piegano. Servilismo, viltà, conformismo istintivo, calcolo senza passione, opportunismo. Quale che sia la ragione, il risultato è una comoda auto assoluzione che ha la meglio sul senso morale, perché «tutti ripugnano dal conoscersi a fondo e ognuno capisce se stesso solo quanto gli occorre». Come annotò in una splendida recensione Gaetano Arfè, ha ragione Gerbi: chi si adatta ai tempi «leva la malafede all’altezza di un ineluttabile fato che ispira e regola la condotta degli umani». Insomma, una sorta di oscura, intima dialettica diplomatica tra bene e male, che produce un comportamento tipico della malafede, «un’arte di non conoscersi, o meglio di regolare la conoscenza di noi stessi sul metro della convenienza».
Tempi di malafede sono oggi quelli della politica e dei suoi protagonisti. La malafede, infatti, scrive Gerbi, «non è uno stato dell’animo, è una sua qualità» che consente a chi punta al successo, costi quel che costi, di dare il peggio di sé e venderlo come bene prezioso. Perché tutto questo funzioni, occorrono naturalmente un contesto – un sistema di potere autoritario – e gli acquirenti che in ogni tempo fornisce il mercato. Tempi di malafede sono quelli in cui c’è una crisi così profonda della politica, che chi vuole può ignorare ogni confine di natura etica e persino l’impossibilità di mettere assieme termini inconciliabili tra loro, come accade oggi con «sinistra» e «destra», che esprimono sistemi di valori antitetici e riguardano le coscienze. Può ignorarlo, però, solo chi, per dirla con Gerbi, decide di scegliere in base al tornaconto. Scegliere, insomma, come si fa in tempi di malafede, nei quali un De Luca qualunque può disprezzare le regole di cui dovrebbe essere garante. A lui la legge Severino fa un baffo, lui se ne frega e lancia la sua sfida: «Me ne andrò quando lo decideranno i cittadini elettori».
Che strano Paese è l’Italia! Le leggi non contano nulla e gli elettori meritano rispetto solo quando le ignorano o se le mettono sotto i piedi. Dopo il Parlamento dei «nominati», eletti contro la Costituzione e diventati subito «padri costituenti», ora c’è il presidente di Regione ineleggibile per legge, che si appella al voto di chi non doveva votarlo e invece l’ha eletto.
«Quante chiacchiere!», esclama la malafede. «Non lo sai che ha stravinto?».
Facciamo i conti. Metà degli elettori gliel’ha detto papale papale che non lo vuole, ma gli amici di De Luca – così si chiama l’ultimo campione – sostengono che chi non vota è qualunquista. Come dire: io ti rifilo un pacco e tu hai l’obbligo di comprarlo. E invece no: tenetevelo caro il capolavoro, perché la stragrande maggioranza di coloro che non votano lo fanno perché non si sentono rappresentati e non si capisce perché dovrebbero avere, per i diritti degli elettori di Luca, quel rispetto che il loro candidato non ha per le regole del gioco. Ognuno si prende la responsabilità delle sue scelte e – fatta salva la sempre più rara buonafede – quando si tratta di codici morali non siamo tutti uguali.
Tra le stranezze più strane che si sentono in giro, una riguarda Luigi De Magistris, al quale qualche «amico» molto al passo coi tempi vorrebbe cucire addosso un vestito che è un’autentica camicia di forza. A dar retta, infatti, a taluni cervelli fini vicini al PD, la peggior destra del Paese, lui, che la malafede l’ha sempre combattuta pagando di persona, che è e si dichiara onestamente uomo di sinistra, se vorrà ripresentarsi, farà bene a stare alla larga dalla sinistra e a lasciare perdere chi non vota perché non si sente rappresentato. Tutto ciò che potrà fare, quindi, è sgomitare a centro per farsi spazio nell’affollatissima area dei sedicenti «moderati» e – perché no? – per «fare l’occhiolino» al nobiluomini alla De Luca.
Insomma, il modo migliore per costruire un suicidio politico.

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11002489_829853037087655_7039141093663539571_nQuando si parla di scuola del futuro, bisognerebbe tornare al passato e ricordare almeno ciò che scrissero ai primi del ‘45 su un foglio stampato alla macchia i docenti che, saliti in armi sui monti partigiani per abbattere il nazifascismo, si costituirono in Comitato di Liberazione Nazionale Scuola e affidarono al futuro le speranze della generazione da cui nacquero la repubblica, la Costituzione oggi stravolta e un’idea di scuola che Renzi attacca alla radice.
La carta è povera, sottile, trasparente come un velo, ma contiene i principi fondanti della scuola repubblicana: «L’istruzione è la vera liberatrice dell’uomo», spiegano i docenti; «chi teme il popolo, vuole il gregge, la folla da sfruttare; […] tarpa le ali al libero insegnamento, lo soggioga, lo vuole dominare e produce perciò una costituzione sociale, fondata solo sulla potenza del denaro». E’ una «condanna postuma» dei tempi che viviamo. Durante il fascismo ricorda il giornale, il docente «fu asservito colla miseria; ridotto a una vita stentata, che mortifica e, alla fine, immiserisce anche i più arditi: la professione fu angustia, conformismo e rinuncia. E l’insegnamento fu come la classe dominante imponeva; la gioventù crebbe, informata a principi falsi a ideologie assurde e funeste […] e l’attuale catastrofe è l’ineluttabile risultato». A che fu ridotto l’insegnamento? – si chiedono i partigiani – e ancora una volta la risposta conduce al presente: «a strettezze mortificanti, alla lezione privata e, con essa, alla triste rete di transazioni, di mercimonio, che avvilì insegnanti ed insegnamento: come si desiderava». E’ una profetica descrizione della condizione docente nella scuola di Renzi, ma sarebbe sterile, se gli insegnanti non disegnassero la scuola per cui rischiano la vita: «Nell’ordinamento sociale che sta sorgendo, l’insegnante dovrà rivestire l’autorità e la dignità più alta; sarà il maestro di vita e d’umanità. E la condizione sociale ed economica dovrà rendere possibile questa funzione, dovrà essere tale da permettere libero svolgimento, indipendenza, possibilità di coltivarsi, di procedere, di essere tramite di idee, di pensiero, di progresso per elevare noi stessi e i giovani a noi affidati verso mete sempre più alte di progresso, di libertà, di umanità».
E’ questa la scuola che Renzi distrugge. A difenderla si muovono, però, minoranze che ne fanno parte, bersaglio facile dei «riformatori»: forze conservatrici, timore del cambiamento, interessi corporativi. E intanto, sul web, le scaramucce tra bande di tifosi, gli eserciti di poveri in guerra tra loro e il vento del qualunquismo che, seminato per anni a piene mani, scatena tempeste in un mondo che sarà pure «globalizzato», ma soffoca nei rapporti autistici della pagine facebook.
Mentre la nascita di un fronte unico appare impossibile e non è facile cogliere l’intento di attacco generalizzato alle classi subalterne celato dietro la distruzione della scuola pubblica. Finché non inseriremo le decisioni dei proconsoli di Bruxelles nella cornice ideologica che li tiene uniti, non cancelleremo la sensazione di colpi menati alla cieca o di decisioni errate su problemi reali, che reali non sono: oggi il debito, domani gli sprechi, poi il «merito» e via così.
Eppure le tessere spaiate si unirebbero in un mosaico logico e conseguente, se solo provassimo a leggerle per ciò che di fatto sono ovunque, in fabbrica come a scuola: strumenti di fascistizzazione della società. E’ questo il filo rosso che unisce l’insieme dei provvedimenti pensati da chi governa l’Europa, dopo averne svuotato le Istituzioni di ogni carattere democratico. Anni fa, quando la popolazione era ancora abituata a riflettere, studiare e a far tesoro dell’esperienza, l’avremmo capito: il fascismo è il regime politico del capitale finanziario. Pietro Grifone scrisse in proposito un saggio illuminate, mentre era al confino politico e sin dai primi anni della Repubblica, Calamandrei individuò nella scuola pubblica il bersaglio privilegiato di un attacco del Capitale rivolto non al diritto allo studio, ma all’impianto complessivo della Costituzione: colpire la scuola, per colpire l’intelligenza critica delle masse, anima di una battaglia per la democrazia. Prima ancora che l’Europa pensasse di unirsi, del resto, nel Manifesto di Ventotene, Rossi, Colorni e Spinelli lo videro chiaro: i rischi per l’«Europa dei popoli» non venivano solo dai nazionalismi, ma dagli uomini del grande capitale, pronti a presentarsi come europeisti convinti ma decisi, in realtà, a governare a proprio favore e con ogni mezzo il processo di unificazione.
E’ quanto accade sotto i nostri occhi impotenti, dopo che il filo della memoria storica è stato spezzato e la vicenda del Novecento stravolta, per imporre un anticomunismo acritico e viscerale, con gli strumenti di quel revisionismo maligno che, con precoce e lucida «intelligenza» dei suoi fini reali, Gaetano Arfè definì «sovversivismo storiografico». In questo clima, chi prova a resistere giunge allo scontro in condizioni di forte isolamento. Isolata è la lotta per la scuola, isolati e divisi sono nel Paese i sindacati conflittuali, divisi e isolati si sta rispetto agli altri Paesi. Sola è la Grecia, soli i lavoratori, soli i precari, soli, solissimi i giovani.
La fascistizzazione di Istituzioni e società avanza, invece, spedita, capitalizzando una sconfitta della sinistra che, prima di essere politica, è culturale. Ci sono mille ragioni per diffidare dei 5 Stelle, ma occorre prendere atto: sono loro, i cosiddetti «grillini», a parlare di Europa nazista. Esagerano? Sia allora la sinistra a spiegare in modo convincente il processo di imbarbarimento di una Europa in cui un mostro che genericamente chiamiamo «postdemocrazia», impone una dottrina economica che è l’equivalente europeo dell’integralismo assassino. Non sarà nazismo, ma di ferocia nazista sanno le stragi nel Mediterraneo, l’altissima mortalità infantile che rende la Grecia colonia, la riduzione in servitù di lavoratori e precari, la precarizzazione scientificamente pianificata del futuro di intere generazioni. A tutto questo è estraneo l’attacco alla scuola? Non è così. Ce l’hanno spiegato sin dal ‘45 i docenti in armi, mentre combattevano una barbarie partita non a caso dall’asservimento della scuola.

Fuoriregistro” 14 marzo 2015, Agoravox, 16 marzo 2015

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download (1)Nella nostra storia ci sono anche le foibe, vicenda minore di scarso significato, che ha radici nella «grande guerra», tragedia ben più grave, in cui su seicentomila «caduti», centomila li fecero la fame e il governo, che li lasciò al loro destino, prigionieri di Germania e Austria che non potevano alimentarli. Perché? Solo perché la resa fu ritenuta diserzione. Giovanna Procacci lo ha dimostrato documenti alla mano ed è strano che il Parlamento non li ricordi e «dimentichi» i prigionieri dei tedeschi, lasciati morire di stenti a migliaia, complice Salò, perché non aderirono alla Repubblica Sociale.
Radici lontane, quindi, nate dalla rottura del fronte interventista, quando i fascisti appiopparono a Bissolati il titolo di «croato onorario» e Salvemini divenne «Slavemini». Ciò che facemmo agli slavi fu vera barbarie. Si dirà che la violenza fascista non assolve la reazione, ed è vero, però la spiega ed è questo il compito della storia. Ciò che non si spiega, invece, è la speculazione politica che usa la memoria storica delle foibe per rovesciarne il senso, processare l’antifascismo e fare dei capi della Resistenza i protagonisti di una «congiura del silenzio» in un Paese in cui altri e ben più gravi e reali silenzi pesano sulla coscienza collettiva.
Per anni Gasparri e i suoi camerati hanno chiesto alla sinistra di dire fino in fondo la verità sulla nostra storia, ma non hanno mai incluso tra le verità da svelare le bombe di Piazza Fontana, Brescia, Bologna e quelle esplose nei treni e nelle piazze funestate dai neofascisti. Verità e silenzio sono temi obbligati quando si parla di foibe, ma non è chiaro chi avrebbe taciuto. A sinistra c’è una tradizione critica del comunismo che va da Malatesta a Salvemini, ma si finge d’ignorarlo. Galli Della Loggia e Giuliano Ferrara strepitano per i presunti silenzi, ma stanno zitti sul fatto che per decenni la grande stampa, tutta borghese e figlia del capitale, non diede spazio a chi aveva in tasca tessere rosse e solo di rado chi era di sinistra vinceva concorsi nella scuola, negli archivi e nelle biblioteche. Chi avrebbe taciuto, quindi, se l’editoria era in mano a borghesi, se Laterza era dominio di Croce e la Feltrinelli non era nata? Einaudi, da solo, fu il silenzio d’Italia?
Tacquero i politici. E quali? Quelli dell’area “atlantica” sì, perché vedevano di buon occhio il Tito antistalinista. Per la sinistra di classe, ministro degli esteri nel Governi Parri e poi in quello De Gasperi, fu Pietro Nenni, ex interventista, che sentì con forza il problema dei confini orientali e si batté per impedire che l’Italia subisse gli accordi di Malta tra Roosevelt e Churchill del febbraio del ’45, poi formalizzati da una proposta francese per la creazione di un territorio libero di Trieste. Nenni peregrinò per le cancellerie europee – Oslo, Amsterdam, Londra, Parigi – ma ottenne solo impegni generici. Fu lucido, chiese trattative dirette con la Jugoslavia e capì che dalla soluzione della questione non dipendevano solo i rapporti con Tito, ma anche la possibilità di autonomia da Mosca e dagli Occidentali. Quando si rese conto che il confine non sarebbe mai passato per la linea etnica, chiese che il territorio libero di Trieste comprendesse Parenzo e Pola e che i punti più delicati fossero risolti da referendum. Fu Nenni, ancora lui, per la sinistra, che, firmata la pace nel febbraio 1947, domandò a De Gasperi di attendere che l’Urss approvasse il trattato prima di chiederne la ratifica al Parlamento. Eravamo, però, un Paese vinto e il contesto internazionale non ammetteva scelte. Anche a Tito, che chiese infine trattative bilaterali, si oppose un rifiuto. Il piano Marshall, la crisi di governo voluta da De Gasperi e la guerra fredda chiusero la partita.
Verità e silenzio. Ma chi avrebbe taciuto e cosa? Gli storici di sinistra? Cortesi, Arfè, che non furono certo teneri con Togliatti, per non dire di Merli e Bosio, avevano davanti milioni e milioni di morti e l’immane catastrofe che fu la seconda guerra mondiale. Era impensabile cominciare a scrivere di storia, partendo dalla classifica degli orrori; l’orrore era stato tema dominante della guerra: Coventry, Dresda, le città fucilate, le fosse di Katin, i lager, la Shoa, Hiroshima, Nagasaki Nessuno volle fare elenchi – e le foibe sarebbero comunque sparite nel mare di sangue causato dai nazifascisti. A tutti sembrò più serio e urgente ricostruire la storia stravolta dalla lettura fascista. E non a caso si partì da studiosi che non provenivano dall’accademia, compromessa col regime – la scuola di Croce, Salvemini, archivisti come Arfé – e si tornò a maestri come Gramsci, Gobetti e Rosselli. Per gli orrori bastava la nausea. Intanto occorreva capire com’era stato possibile cadere nell’abisso e conoscere l’Italia dei partiti, del movimento operaio, dell’antifascismo e della Resistenza. Nessun silenzio voluto.
La storiografia però è revisione continua e c’è sempre chi torna a Cesare e alla Repubblica romana. Il bisogno di approfondire e rivedere il quadro complessivo, tuttavia, incappò nel berlusconismo e nella crisi politica divenne propaganda. C’erano mille verità non dette cui sarebbe stato necessario dar rilievo: i gas sugli etiopi, i massacri libici, l’ignominia jugoslava e buon ultime quelle foibe, su cui le destre battono per presentare conti a croati e sloveni – senza badare a quelli ben più salati che loro potrebbero presentarci – e riesumare un anticomunismo grottesco, anacronistico, postumo, col metodo Goebbles: ingigantire i fatti e insistere sulla menzogna, perché diventi verità.
Come si è giunti all’uso politico di una vicenda storica secondaria? Ha ragione Gianpasquale Santomassimo: per un secolo la politica ha cercato legittimazione nella storia, vantando radici nel passato. Mussolini creò il mito della romanità, la sinistra, a giusta ragione, rivendicò le lotte del movimento operaio e l’antifascismo. Poi sono venuti l’89, il crollo del socialismo reale e il ’92 con Tangentopoli; a qualcuno il passato è parso ingombrante e il processo s’è capovolto. Ora nessuno cerca legittimità nella storia, perché essa è vergogna, lutto, dolore, violenza e c’è bisogno del «nuovo» che processi la storia e la separi dalla politica. I fascisti non sono più mussoliniani, il Pci si è autosciolto e i cattolici non sono più democristiani. Per non essere invischiati nel passato, i partiti prima hanno cercato casa al mercato ortofrutticolo, con largo spreco di rose nel pugno, garofani, ulivi e margherite – poi hanno preso nome dai leader e, infine, dopo la «Cosa», partito dei «senza storia» ecco quello “Nazionale” di Renzi. Su tutto si leva, comoda, la categoria del totalitarismo, che esalta le affinità a danno della differenze, come comanda il pensiero unico. Orwell aveva ragione: chi controlla il passato governa il futuro e chi controlla il presente gestisce il passato. Quello che conta è avere in mano il giorno che vivi.
Questo però non è fare storia.

Uscito su FuoriregistroAgoravox il 10 febbraio 2015

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sinpercabecerarticuloQuesta recensione spagnola di Rossana Rossanda non la conoscevo. L’ho scoperta per caso e mi ha fatto molto piacere.

¿Cuánto consenso tuvo en Italia el fascismo? Renzo de Felice afirma que fue vastísimo, incluso mayoritario. Giuseppe Aragno, investigador de la UniversidadFederico ll de Nápoles, ha publicado en Manifestolibri (1) una investigación que duda de esta tesis, en la que ve también uno de los orígenes de la revalorización o, al menos, de la minimización del golpe del fascismo. Aragno tiene ciertamente razón, aunque solo sea por la imposibilidad de evaluar consenso y disenso en un sistema totalitario, en el que el consenso es obligatorio y el disenso está sancionado con penas severas. Él sin embargo no se limita a este razonamiento, sino que ha realizado una investigación en los archivos de Nápoles para averiguar hasta qué extremo la misma policía y el ministerio del interior fascista se formulaban la pregunta, y ha recogido una insospechada cosecha de fichados y prácticas sobre disidentes, individuos o familias, identificados y perseguidos, con itinerarios vitales desesperantes entre vigilancia, cárcel y confinamiento. Y dejados fuera de la historia de los más conocidos. Antifascismo popular, ha titulado su trabajo, que si se hubiese extendido a otras ciudades, como sería el deber del país, habría generado muchas dudas respecto de la opinión de de Felice.
Lo que Aragno ha encontrado, también a sugerencia de Gaetano Arfé, que le ha dirigido, demuestra hasta qué punto el régimen se preocupaba de la amplitud del rechazo y con cuánta dureza lo reprimía. Cualquier idea, libro o folleto que fuese encontrado, cualquier expresión de desacuerdo, incluso aunque no estuviese seguida por acciones concretas, eran perseguidos por un policía avizor que una vez cogía a un sospechoso “subversivo”, no lo soltaba. Abría un “expediente” a su nombre y lo expedía a tribunales que condenaban a cárcel o al confinamiento. Desde 1924 en adelante los “expedientes” fueron llenando armario tras armario, y estuvieron vigentes durante mucho tiempo, al extremo de que a muchos no les fue posible hacerse restituir honor y libertad ni tan siquiera una vez terminada la guerra.

Dolorosos testimonios

La documentación recogida (el aparato de notas no es lo menos interesante aunque solo sea por el lenguaje y la argumentación de los comisarios y los prefectos) hace referencia a grupos sociales diversos, desde gentes del pueblo hasta profesionales, hombres y mujeres de diferente formación y adscripción política, a menudo sin adscripción política propiamente dicha, individuos o grupos familiares enteros que fueron perseguidos por lo que pensaban, por algún contacto que mantenían o por alguna ocurrencia que en medio de la exasperación, se les había escapado decir. Al menor motivo, le caía una “advertencia”, lo que significaba ser vigilado de por vida y prohibírsele acceder a una carrera. Quien podía trató de emigrar con diversa fortuna: en Francia la vida no era fácil, en Argentina lo era un poco más, quien marchó a España se vio envuelto en la guerra civil y se vio obligado al fin a huir perseguido por las tropas de Franco, y a penas cruzaba la frontera francesa era internado
Un hilo imaginario urde la arquitectura formal del volumen: el autor imagina encontrarse, un día de 1937 en la estación de Nápoles y divisar un grupo de personas encadenadas, los “políticos” destinados al confinamiento o a la cárcel después de larguísimos traslados. Las personas que Aragno nombra pasaron realmente por aquella estación y en aquel tiempo, y él las ha elegido entre otras muchas encontradas en el transcurso de su trabajo porque se volvieron a encontrar todos, con la excepción de un viejo anarquista muerto en 1931 en soledad (“aparente soledad” porque aquel fue un año de numerosas persecuciones) durante los Cuatro Días de Nápoles contra los alemanes en 1943. Son perfiles esbozados al aire, pero cada uno es una historia –que podría ser una novela. Tomemos aquelcon el cual comienza Aragno: la familia Grossi. La joven locutora italiana de Radio Libertad de Barcelona, Ada, es hija de un abogado de ideas socialitas que, en 1926, es vejado al extremo de verse obligado a cerrar el bufete, parte con los suyos rumbo a Argentina desde donde escribe en contra del régimen; después van a España, padre e hija trabajan en la emisora republicana, un hermano es herido en Teruel, deberán huir por separado a Francia donde serán internados también por separado; otro hermano se vuelve loco, después del armisticio tratan de regresar a Italia, son detenidos y conducidos esposados a Nápoles, y condenados al confinamiento. Tras el armisticio, insisto. Esto no es todo: padre e hija, en su momento habían sido expulsados de Radio Libertad no por Franco sino por los comunistas –los bolcheviques, como los llama Aragno-. La familia Grossi es un cristal sobre el que está tallada la tragedia de Europa. Y aún les fue bien, escribe Aragno, porque muchos de aquellos que habían regresado terminaron muertos. Y esta es al menos una familia vagamente socialista. Pero Ezio Murolo, periodista y partisano en los Cuatro Dias, es un inquieto, un rebelde, uno que incluso había participado en la aventura del Fiume de D´Anunzzio, pero duda de Mussolini. Es condenado a confinamiento por dudar, después ya no duda y se lanza de nuevo a la lucha. Y Luigi Maresca, empleado de Correos, que es despedido de allí en enero de 1928 por haber escrito un carta de admiración a Nitti, deberá huir con su mujer a Francia y después a Bélgica y vivir en la miseria, se sentirá tentado a enrolarse en la Guerra de Etiopía para salir de ella, pero se detiene antes de dar el paso y estará en las barricadas napolitanas de 1943. ¿Y todos aquellos otros que ha encontrado? Por tantísimos que quedan fuera del volumen, Aragno siente los reproches, en los últimos capítulos por haberlos omitido. Son páginas emocionantes, en las que no se oculta ya la polémica, mantenida hasta ahora en voz baja, hacia las fuerzas más grandes de la resistencia que en la postguerra confiscaron la historia oficial. Son sobre todo los comunistas, que oscurecen no solamente a sus adversarios internos, los bordiguistas, (uno de cuyos grupos permanecerá en Nápoles durante largo tiempo, obstaculizado por aquel Eugenio Reale que será posteriormente expulsado del partido por razones opuestas), sino también a los socialistas y a los anarquistas, intransigentes, irreductibles al comunismo “stalinista”.

Una guerra del pueblo

No fue el sufrimiento menor, en este antifascismo, la desconfianza e incluso el odio entre gente que estaba de la misma parte. A Togliatti, Aragno le reprochará, como se puede imaginar, la “Svolta de Salerno” (2). Los personajes que ha encontrado son, sí, también militantes comunistas, pero por lo general, gente que sigue otros ideales, a menudo personas impulsadas por una difusa “rebelión moral” que, a penas se presentan las condiciones con el desembarco y el avance de los aliados, combaten con valor -pueblo auténtico, choques durísimos, con muchas pérdidas infligidas y recibidas, un pueblo que una verdadera estrategia de clase no habría entregado en manos “del ex fascista y criminal de guerra” Badoglio, para complacer a los aliados. La opinión a la que Luigi Cortesi nunca ha renunciado a lo largo de toda su obra (véase particularmente El Sur 1943. La opción, la lucha, la esperanza, Ediciones científicas italianas a cargo de Gloria Chianese) es también la de Aragno: una línea insurreccional, más semejante a la de Tito que a los tiempos largos de Togliatti, no solo habría sido más justa, sino que era posible: lo testimonian aquellos nombres, aquellas historias. El PCI va acompañado por la sombra de la represión del POUM español, de los trotskistas, de todo lo que está a su izquierda y le parece extremista en Italia y en aquel momento; incluso cuando Aragno reconstruye las figuras de los comunistas con su habitual escrúpulo, no esconde que en su opinión las prioridades de aquellos son no las del pueblo sino las del partido y las de sus lazos con la UniónSoviética
De entre las muchas culpas de las que se acusa hoy a los comunistas italianos y que, a mi juicio no resisten un análisis, hay una que es absolutamente cierta, y sobre la cual el PCI mientras existió y sus propios enterradores después, no han hecho autocrítica: la desconfianza y a menudo el ataque a las fuerzas minoritarias que combatieron el fascismo y la resistencia. Y no tanto, por obvios motivos, los socialistas o los pocos trotskistas italianos, pronto valerosos en la resistencia, sino Justicia y Libertad. Los recientes trabajos de Giovanni de Luna, en especial en carteo entre Dante Livio BIanco y Aldo Agosti y los múltiples estudios de Mimmo Franzinelli dan testimonio de una gran realidad y de una gran ocultación. Pero no es este el núcleo del largo trabajo de Aragno: es la necesidad moral de restituir la memoria de los olvidados más de la cuenta de una insurrección, también ésta ante todo moral, de los italianos de la primera mitad del siglo XX, y la indignación por la actual desenvoltura del estado presente y de sus instituciones en lo que concierne al fascismo. Desenvoltura que no será ni la primera ni la única razón de la degradación política, pero no es con seguridad, la última.

Notas:

(1) Giuseppe Aragno, Antifascismo Popular, Ed Manifestolibri, 192 pp., 20 Euros
(2) Giro político o inflexión “basado en el apoyo del partido a las medidas democráticas necesarias para instaurar la República y el abandono de la lucha armada para alcanzar el socialismo” (Wikipedia)

Rossana Rossanda Supermiso, 6 settembre 2009.

Rossana Rossanda es una escritora y analista política italiana, cofundadora del cotidiano comunista italiano Il Manifesto. Acaba de aparecer en España la versión castellana de sus muy recomendables memorias políticas: La ragazza del secolo scorso [La muchacha del siglo pasado, Editorial Foca, Madrid, 2008]. Rossana Rossanda es miembro del Consejo Editorial de Supemiso.

 

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