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Archive for Maggio 2021


Era vero, quindi: il debito che grava sul Comune di Napoli rendeva e rende difficile, se non impossibile, garantire un’amministrazione rispettosa dei diritti costituzionali della sua gente. Per convincere Gaetano Manfredi a presentare la sua candidatura a sindaco della città c’è voluto, infatti, un documento congiunto, firmato da Letta e Conte per il PD e i 5 Stelle, col quale i due hanno rassicurato il coraggioso coniglio: sta tranquillo, Gaetano, non sarai trattato come chi ti ha preceduto. I soldi che a lui sono stati negati, tu li avrai. In cambio sia che devi fare. Gli amici sono stati generosi…
I mali della società – ebbe a scrivere Robespierre – non provengono mai dal popolo, bensì dal governo. L’interesse del popolo è infatti il bene pubblico, quello di individui che stanno in posti di comando è, al contrario, un interesse privato. Se questo principio ci appartenesse ancora, dopo la lezione appresa dalla Rivoluzione borghese, vedremmo ancora un principio etico nella politica, pretenderemmo perciò i soldi promessi a Manfredi e ci rifiuteremmo di votare l’ex ministro che accettò di governare la Scuola e l’Università senza un centesimo da spendere.
Un ministro è la parte di un tutto e può facilmente nascondersi dietro le responsabilità collettive di un governo. Un sindaco no: se il governo toglie alla città che amministra l’aria per respirare, il sindaco – a prescindere dalle sue responsabilità – diventa subito il primo colpevole di ciò che va male. Eppure dovremmo saperlo che Governi e Regioni amministrano l’ossigeno secondo criteri vergognosi del tutto estranei alla politica: valvole aperte per gli amici, asfissia per chi canta fuori dal coro.
Gli applausi soddisfati che giungono dai killer d’una città martoriata sono nauseanti. Spiegano chiaramente a chi non l’avesse capito che ormai gli interessi di bottega vengono prima di quelli dei cittadini. I quali, però, anche questo va detto, sembrano aver rinunciato a esercitare un minimo di capacità critica. Vedono il nemico dove non c’è e accettano come amico chi fino a ieri li pugnalava alle spalle.
C’è stato un tempo in cui lo sapevamo bene: nessuno è tiranno senza essere al tempo stesso schiavo. Purtroppo l’abbiamo dimenticato e perciò, se tutto resta com’è, un tiranno servo vincerà queste elezioni e a perdere sarà certamente la stragrande maggioranza della popolazione.

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Non mi vedrete, compagne e compagni.
Ero deciso, ma le ragioni che vi tengono in piazza – #lasaluteprimadeiprofitti – non sono uno slogan vuoto di contenuti o un’occasione per fare “ammuina”e attaccare Draghi e le sue “anime innocenti”. Non ci sarò, infatti, perché da tempo chi non ha mezzi per curarsi ed è ormai vecchio, ogni giorno è sacrificato alle pessime ragioni delle organizzazioni padronali, fatte proprie dal governo.
Non mi vedrete tra voi, compagne e compagni, e non potrò, come un tempo, mandare foto del vostro sacrosanto corteo. Il solo modo che ho in questo momento per unirmi al vostro sdegno è questo: scrivere, applaudire la vostra tenacia e ringraziarvi perché farete anche la mia parte. Perché direte forte che ai vecchi come me si nega l’assistenza e si spera che lascino il campo per sempre, in modo da risparmiare sulle spese della pensione e non toccare un centesimo dei miliardi accumulati per lo più ingannando il fisco e “mettendo le mani” nelle tasche di chi ha lavorato per tutta la vita, ha prodotto i profitti che il governo Draghi difende, aspettando senza vergogna che togliamo il disturbo.
Oggi, apparentemente, per i ladri di Stato, per gli evasori incalliti, per un sistema fondato sull’ingiustizia, non ci sono problemi. Illusi, come tutti coloro che il potere acceca, non sentono il vento della tempesta, non vedono il terremoto che parte dal cuore e dalla testa di miliardi di persone che non ne possono più. E’ un karachiri. Chi conosce il mare in burrasca, il cuore degli uomini e delle donne oppresse oltre il limite del tollerabile, sa, sente, che il punto di rottura è molto più vicino di quanto crediate. Ve lo urla la Palestina martoriata, mentre voi paragonate le vittime ai carnefici.
Sto dicendo che c’è un gravissimo rischio che prevalga la violenza? Vi piacerebbe che fosse così, pre fingervi scandalizzati, ma non avete capito nulla; la violenza è nei fatti, è nelle vostre leggi, è nei vostri abusi, è nell’unica difesa che vi resta: le ragioni della forza, che schiacciano i diritti in nome dei profitti.
Non ci sono, mi avete costretto a casa, perché mi rifiutate assistenza e cure. E tuttavia vi ammonisco: le ragioni della forza pagheranno un prezzo altissimo alla forza della ragione.
Vedete? In fondo ci sono e urlo con le mie compagne e i miei compagni: #lasaluteprimadeiprofitti !

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Pubblico come ricevuto. Non una parola in più. Per sapere di che si tratta, cliccate sulla foto.

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«L’ospite ingrato», la rivista fondata da Franco Fortini, ha appena pubblicato un numero dedicato alla scuola. Lo consiglio a chi riconosce il ruolo centrale della scuola in una democrazia; riporto l’inizio del mio intervento, ma gli autori sono tutti eccellenti. Per chi fosse interessato, c’è il link che conduce alla rivista, da cui si può ricavare il testo il numero in Pdf . Buona lettura.

L’alfabeto pericoloso
Giuseppe Aragno

  1. Il maestro degli anni Settanta

Nell’ottobre del 1971, centodieci anni dopo l’unità d’Italia, giovane e inesperto vincitore di concorso, divenni maestro in una prima elementare rigorosamente maschile dell’80° Circolo Didattico di Napoli. La scuola, un prefabbricato al centro di una spianata cosparsa di rifiuti, era circondata da un campo di Rom, guardati con sospetto dalla gente del posto. Periodicamente – ed era questo l’unico contatto umano – gli oziosi locali assistevano silenziosi a quello che tutti chiamavano «bagno della principessa». Come per antico rito, alcuni Rom formava no una scala con pietre di tufo davanti a un fusto metallico colmo d’ac qua e la giovane compagna del capo del campo, vestita dalla testa a piedi, s’immergeva più volte poi, aiutata dagli accompagnatori, usciva dal fusto grondando acqua, tornava al campo e spariva in una roulotte.
 I “Censi”, il quartiere dov’era la scuola, oggi non esistono più. In quegli anni, addensate tra il cimitero, i palazzi di Corso Italia decorati con fiori di stucco e gli alveari umani di via del Cassano, c’erano le case dei miei alunni. Affacciati sulla via uno dopo l’altro, quei bui tu guri ospitavano in un paio di locali padri, madri, nonni e una numerosa prole, cui si aggiungevano cani, gatti, uccelli in gabbia e non di rado un asino. Com’era naturale, un pullulare di pidocchi causava periodiche disinfestazioni e chiusure dei locali scolastici.
Come nuovo venuto, mi toccò il “fior fiore” degli alunni: ripetenti e figli di famiglie scansate da tutti. Fino a dicembre io e i miei cartelloni parlammo arabo e gli alunni, ancora analfabeti, vegetarono tra zingari e pidocchi, finché un bambino felice non mi portò un foglio miracoloso e rivelatore. Nell’angolo in alto a sinistra aveva disegnato un topo un po’ grande rispetto al foglio; sotto il topo, fitte e ordinate file di «z», di zeta. Quando gli chiesi che cosa avesse scritto, si illuminò e rispose sicuro di sé: «la z di zoccola». Fu come un lampo. Intuii così ciò che  per mesi non avevo capito: per lui il topo era e poteva essere solo un «sorice»; a seconda delle dimensioni, si faceva poi «suricillo», «zocco- la» e «zucculona». Nella sua lingua il gatto era una «iatta», l’oca una «paparella», la botte una «votta» e un frate francescano si chiamava «ze monaco». L’Italiano per quei ragazzi era una sorta di “lingua due”. Con l’alfabetiere nella loro lingua madre presero il volo. Imparai così che quartieri più o meno confinanti parlavano lingue diverse come mondi lontani; capii che un secolo dopo l’unità ai “Censi” non s’erano fatti l’Italia e gli Italiani e mi chiesi che ruolo ha la scuola se non è anzitutto strumento di liberazione di alunni e alunne che vi giungono quando qualcuno lo ha già “adattati” alle sue regole…

Per chi è interessato, ecco il link che conduce alla rivista, dalla quale si può ricavate il testo in Pdf: https://www.ospiteingrato.unisi.it/9gennaio-giugno-2021scuola-la-posta-in-gioco/

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Letta adunato in piazza con la destra.
Sassi e fionde contro uccelli di fuoco
e si fa conto pari
tra il fanciullo sgozzato
e chi la lama affonda.
Non c’è vaccino per la malafede.
E’ il giorno dell’infamia.

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Faccio parte di nuovo della Commissione di Garanzia di Potere al Popolo!  
Mi hanno votato 783 persone, molte delle quali non conosco. Le ringrazio tutte: chi ha deciso di votarmi e chi ha scelto altri candidati. Per quanto mi riguarda, i candidati meritavano tutti un voto, anche chi non ha centrato l’obiettivo. Lo meritavano perché, mettendosi in gioco, hanno confermato che noi di Potere al Popolo! conosciamo molto bene il valore della partecipazione. Dopo averne fatto parte per due anni, conosco la funzione delicata che sono chiamato a svolgere e farò ciò che posso per non deludere l’organizzazione, le sue militanti e i suoi militanti.
Non potrei chiudere questa breve nota, senza un ringraziamento e un abbraccio a Viola Carofalo e Giorgio Cremaschi, i Portavoce uscenti, che in questi due anni sono stati per me un riferimento forte, un modello di coerenza, un lucido esempio di cosa voglia dire rappresentare un’organizzazione. Non era facile e non era scontato.
Siamo nati con grande serenità ed entusiasmo, ma abbiamo attraversato anche inevitabili burrasche. Viola e Giorgio, con la collaborazione del Coordinamento Nazionale uscente, al quale va il mio ringraziamento, hanno tenuto con mano sicura il timone che ci ha condotti sempre verso l’unità e letto con sicurezza la rotta che la bussola indicava.
Al Coordinamento Nazionale eletto, a Giuliano Granato e a Marta Collot, i nuovi portavoce, un solo augurio, consapevole che ne hanno mezzi e capacità: proseguire sulla  strada aperta da chi li ha preceduti.
Un’ultima considerazione. Gli eletti saranno tutti all’altezza del compito cui sono chiamati, io non ho dubbi. Nutro però una ferma convinzione: anche i miracoli sarebbero inutili, se le iscritte e gli iscritti non si stringessero al loro fianco e non vivessero attivamente la vita della nostra comunità.
Auguri di buon lavoro, quindi, a tutte e tutti noi di Potere al Popolo!

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Mi mancano dati e competenze. Tutto è ancora molto vago e non sono un giurista. Questo non vuol dire, però, che non possa legittimamente esprimere il mio sconcerto per una riforma della Giustizia che riconosco urgente, ma si presenta con la solita inaccettabile premessa – «è l’Europa che ce lo chiede» – accompagnata stavolta da una sorta di ricatto. «Se non accetteremo di cambiare le nostre abitudini, il nostro modo di svolgere i nostri compiti istituzionali e professionali, se opporremo resistenze ai cambiamenti», ci ha avvisati Marta Cartabia, «mancheremo gli obiettivi che la Commissione ci richiede quanto alla durata dei processi» e «l’Italia dovrà restituire quella imponente cifra che l’Europa sta per immettere nella vita economica e sociale del paese». 
O la borsa o la vita, quindi, che non è un bel modo di parlare di Giustizia, anche perché cambiare non è sininimo di migliorare.

E’ vero, abbiamo processi che durano un’eternità e c’è il problema della prescrizione. Sono cose serie che vanno risolte. I tecnici ci diranno come regolamentare la prescrizione e decideranno se impedire l’appello dopo un’assoluzione servirà a migliorare le cose, anche se la Consulta nel 2006 dichiarò questa soluzione incostituzionale, perché creava uno squilibrio nei rapporti fra accusa e difesa.
Di questioni tecniche, comunque, è bene si occupi chi ha le competenze per farlo e proceda senza pregiudiziali ideologiche. Da cittadino, io mi pongo invece domande che non non sembrano avere cittadinanza nell’idea di giustizia che muove l’Europa e la Guardasigilli Cartabia.

Avremo una Giustizia più giusta, se la cambieremo in pochi mesi e decideremo con l’acqua alla gola?
La nostra giustizia diventerà più giusta solo perché sarà più veloce?
Una giustizia giusta tratta i detenuti come bestie?
Si può avere una giustizia giusta, partendo da un Codice penale scritto da un fascista nel 1930?
Una giustizia è giusta se è così immorale, da prevedere una pena massima di sette anni per il padrone che ammazza un lavoratore ignorando la sicurezza sul lavoro, e mandare in galera per 14 anni un cittadino che distrugge un bancomat durante una manifestazione?
Una giustizia è giusta se prevede severe limitazioni di libertà per chi non ha commesso alcun reato, ma è ritenuto «socialmente pericoloso», perché – secondo il giudice – dimostra un’attitudine al delitto?

Per quello che mi riguarda, la risposta è no.

Agoravox, 13 maggio 2021

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E’ ormai rovente la polemica tra Fedez e la Rai. L’accusa in diretta a Ilaria Capitani, vicedirettrice di Rai 3, durante il Concertone del Primo Maggio è gravissima: gli ha chiesto insistentemente di modificare il suo discorso per ragioni di opportunità politica. La Rai ha smentito, ma l’artista ha reagito, rendendo pubblica la concitata telefonata avuta con funzionari della tv di Stato e con la stessa Capitani. Una telefonata da cui l’informazione pubblica esce con le ossa rotte e ciò che più conta con l’abito del censore. Sullo sfondo La Lega – partito di governo- da cui Draghi non prende le distanze.
La telefonata è un prezioso documento dal quale emerge l’Italia di Draghi, sempre più squallida e fascistoide.   
Fedez è chiarissimo: nel suo testo, dice le affermazioni pubbliche di consiglieri leghisti, una delle quali è agghiacciante: «se avessi un figlio gay, lo brucerei nel forno».
Impassibili, i funzionari Rai non si scompongono e insistono: «Le sto chiedendo di adeguarsi a un sistema. Tutte le citazioni che lei fa con nomi e cognomi non possono essere citate. Questo non è il contesto corretto».
L’artista però incalza e domanda: «Chi lo stabilisce? Io dico quello che voglio sul palco. Nel mio testo non c’è turpiloquio, sono imbarazzato per voi».
A quel punto entra in campo la Capitani, che, nel ruolo inedito e preoccupante di capo del Sant’Uffizio, dichiara: «Io ritengo inopportuno il contesto». Secondo la donna, che paghiamo lautamente con i soldi nostri, è lei a decidere cosa si può dire e cosa va taciuto. Fedez le ricorda «che non c’è contesto di censura», e conclude: «Nel vostro futuro i diritti civili sono contemplati sì o no?».
Una risposta Torquemada e soci però non la danno.
In attesa che il salvatore della patria esa dal fango in cui affonda e torni a camminare sulle acque, l’ira della Lega tiene il campo, disonorando il Paese con una nota delirante firmata dai suoi  parlamentari che siedono in commissione di Vigilanza Rai: «Se Fedez userà a fini personali il concerto del 1° maggio per fare politica, calpestando il senso della festa dei lavoratori, la Rai dovrà impugnare il contratto e lasciare che i sindacati si sobbarchino l’intero costo dell’evento».
Nel silenzio di super Draghi, la Rai e la Lega per l’indipendenza della Padania disegnano una «Italia nuova», molto simile a quella che cantava «Giovinezza» e puniva il «vizio abominevole» con provvedimenti di Pubblica Sicurezza.

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Fino a qualche anno fa bastava dirlo – Primo maggio, festa del lavoro – ed emergeva un mondo: il 1889, Parigi e l’esposizione universale in cui s’era deciso che nascesse, le associazioni operaie sempre più consapevoli, i diritti da strappare ai padroni, l’unità degli sfruttati contro gli sfruttatori, le lotte e la forza della coscienza di classe.
Da tempo tutto questo è svanito nel nulla. Il Primo Maggio ormai non è più festa e anche quando lo è la festa del lavoro lavoro che non c’è e ha smarrito il suo significato reale. Nelle aule o davanti a una gelida macchina elettronica, a quanti studenti si dice oggi che questo è stato giorno di lotta e spesso di terrore e di sangue versato? Chi ha ricordato il tragico Primo maggio del 1947, quando tra Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello, nella spianata di Portella della Ginestra, la festa si tinse di sangue innocente? Si va a caccia di «terroristi», ma quando mai in questo Paese si è andati a caccia del terrorismo e dei terroristi figli del potere? Chi ricorderà domani i contadini uccisi mentre si raccoglievano attorno alle bandiere rosse, mentre i sogni suscitati dalla neonata repubblica diventavano incubi? Chi ha mai tenuto conto dei parenti di queste vittime?

Voglio ripetere oggi ciò che scrissi in un primo maggio di alcuni anni fa. Ripeterlo perché i libri di storia soffrono sempre più di inquietanti vuoti memoria e ci si può giurare: nel trionfo apologetico della bontà dei «datori di lavoro», quando svanirà la generazione dell’ormai lontano Sessantotto, tutto si perderà, persino la memoria di un’antica tradizione della zona. A Portella della Ginestra, infatti, i lavoratori si adunavano in festa per il Primo Maggio fin dai giorni entusiasti e terribili dei Fasci siciliani, quando Nicola Barbato, apostolo del primo socialismo, parlava ai contadini, ritto in piedi su una roccia che diverrà poi il «sasso di Barbato». A gennaio del 1894 il generale Morra di Lavriano, inviato nell’isola con 30.000 uomini, spedì immediatamente al confino 1000 persone senza processo e altri 2000 siciliani distribuì, poi, tra carcere e soggiorno obbligato, grazie a tre tribunali militari (Palermo, Messina e Caltanissetta) che, esercitando un’autorità assoluta e arbitraria, colpirono anche le associazioni operaie e le organizzazioni sindacali malviste dal governo Crispi e dai partiti politici dell’opposizione.
A conti fatti, fortunato fu chi salvò la vita, perché le stragi terroristiche iniziarono subito: il 20 gennaio 1893 ci furono tredici morti a Caltavuturo, il 6 marzo caddero in due a Serradifalco, il 6 agosto ci fu  un morto ad Alcamo, il 10 dicembre undici caduti a Giardinello, il 25 dicembre altri undici a Lercara, l’1 gennaio 1894 otto morti a Pietraperzia; il 2 gennaio due vittime a Belmonte Mezzagno; il 3 gennaio diciotto uccisi a Marineo e il 5 gennaio a Santa Caterina Villermosa quattordici morti, di cui racconta Pirandello. Barbato, l’antico organizzatore sindacale pagò col carcere la sua passione socialista, ma non fu mai cancellato dalla memoria popolare, come accade oggi, mentre la «democrazia» dell’uomo di «Goldman e Sachs» cancella il Parlamento e chi si ostina a parlarne o è un patetico nostalgico o un pericoloso sovversivo comunista.

Presto purtroppo nessuno ricorderà che, caduto il fascismo, non solo quell’antica tradizione era stata ripresa, ma il primo maggio del 1947 i contadini si riunirono nel pianoro per festeggiare, assieme alla festa del lavoro, la sinistra vittoriosa sul fronte padronale, guidato dalla DC, alle prime elezioni regionali che si erano tenute il 20 aprile, dopo una campagna elettorale segnata dalla crescente violenza mafiosa. I segnali di trame occulte, intese inconfessabili, rapporti oscuri tra politica e malavita organizzata, che conducono difilato alle attuali connivenze tra Stato e mafia e al degrado del CSM, erano chiari sin da quei giorni lontani. Il 4 gennaio, infatti, era stato ucciso Accursio Miraglia, dirigente del PCI e animatore delle lotte contadine; di lì a poco, il 17 gennaio, era caduto il comunista Pietro Macchiarella e nei Cantieri Navali di Palermo erano stati impunemente esplosi colpi d’arma da fuoco. S’era votato in un clima così minaccioso, che ai comizi noti esponente della mafia avevano potuto pubblicamente minacciare gli elettori.

I fermati non furono mai arrestati, si escluse subito l’intreccio politica-mafia e le indagini si concentrarono sulla banda Giuliano. Il quadro dell’inchiesta diventò ben presto quello tipico della storia della Repubblica, quando in discussione sono state e sono le relazioni tra malavita organizzata e colletti bianchi. Indagini chiuse rapidamente, omissioni, perizie balistiche inesistenti, vittime sepolte senza autopsia, attenzione rivolta ai killer. Ai mandanti non pensa nessuno e gli imputati si riducono al «bandito» Salvatore Giuliano – guarda caso, un ex agente dei servizi segreti di Salò – e gli uomini della sua banda. Cinque anni dopo la «giustizia» si ferma lì: ergastolo per Giuliano, al quale s’era intanto chiusa la bocca per sempre dopo un conflitto a fuoco, e per gli undici componenti della sua banda.
Fu chiaro a tutti, anche ai giudici, che lo scrissero nella sentenza: la strage intendeva colpire i comunisti, impegnati nelle aspre lotte per i diritti dei contadini; i giudici facevano cenno a una forma di «supplenza»: i «banditi», di fatto, avevano operato come una sorta di «polizia di riserva». Ciò che non poteva consentirsi lo Stato al servizio dei padroni, era stato compiuto dai mafiosi.
Il Primo maggio del 1947 non è solo la prova storica che una sinistra vera è ugualmente pericolosa per gli interessi dei padroni e delle cosche mafiose, ma ricorda a chi vuole capire che il padronato ha sempre remato contro l’Italia nata così come vollero gli antifascisti. Se il Paese avesse memoria storica e coscienza di se stesso, sentirebbe fino in fondo la violenza che sta subendo e si leverebbe come un sol uomo contro un governo «atlantista» che riconduce indietro le lancette della storia.

Questa memoria purtroppo non c’è. La scuola è stata piegata, l’università è in ginocchio e una sinistra autentica non siede più in Parlamento. Crisi della finanza e crisi dell’ectoplasma che storicamente chiamiamo democrazia sono ormai un treno che procede a ruota libera sullo stesso binario. Alla prima sosta attende, paziente ma minaccioso, il fascismo del nuovo millennio.
In questo clima, non sarà male ricordare i morti e i feriti fatti dai padroni e dai loro complici politici quel giorno e in tanti altri giorni che da ieri conducono a oggi. Non sarà male, perché altrimenti nessuno ricorderà che nella storia di questo Paese il primo, autentico terrorista è lo Stato.  
Dal «dittatore», Garibaldi, che a Napoli affida l’ordine pubblico a Liborio Romano, fino alla nascita della Repubblica e alla mafia che apre la strada ai «liberatori», è andata così. Porti la «cartolina precetto», che sottrae al lavoro contadini e operai, spari nella schiena al fantaccino che scappa sulla linea del fuoco nella «Grande guerra», tiri un colpo di rivoltella al ragazzino di un quartiere abbandonato al suo destino, o si tolga gentilmente il cappello, lo Stato è il garante di un’antica ingiustizia: tutela gli interessi dei ceti dominanti. Così fu con Crispi, così con Mussolini, così è stato sempre. E non venite a dirmi che c’è la Costituzione: ne è stato presidente Gaetano Azzariti, già presidente dal Tribunale fascista della razza.

Chiacchiere da bar? Non direi. Partiamo da fatti solo apparentemente lontani. Tra il 1948 e il 1950 le forze dell’ordine denunciano decine di migliaia di lavoratori e i giudici fascisti, che l’amnistia ha lasciati al loro posto, grazie al codice del fascista Rocco che nessuno ha voluto mandare in pensione, condannano oltre 15.000 “sovversivi” a 7.598 anni di carcere. Per farsi un’idea del clima che c’è nel Paese, basta un raffronto coi dati dell’Italia fascista, in cui, tra il 1927 e il 1943, il Tribunale Speciale condannò complessivamente gli imputati per reati politici a 27.735 anni di carcere. Per un triennio di storia repubblicana, quindi, la media annuale è di 2533. Molto più dei 1631 che fu la media annuale dell’Italia fascista. Nell’Italia repubblicana, nel 1948-52, in piazza le forze dell’ordine fecero, secondo dati ufficiali, 65 vittime (82 secondo fonti non ufficiali); in quegli stessi anni, in Francia si ebbero 3 morti, in Gran Bretagna e in Germania 6.
A conferma del ruolo di uno  Stato terrorista c’è l’intramontabile “modello Fiat”, varato dal fascista Valletta, passato agevolmente tra le maglie dell’epurazione: reparti-confino (tornarti di moda con Marchionne e con la morte di Maria Baratto uccisa dal «confinamento» dopo aver fondato un comitato anti suicidio), schedature politiche e licenziamenti per rappresaglia di lavoratori comunisti, socialisti e anarchici. Lo Stato che non cambia condanna a 14 anni di carcere di ragazzo che ha rotto un bancomat in cui vede il simbolo del capitalismo e non muove un dito per colpire i padroni che uccidono gli operai, ignorando la sicurezza sul lavoro. E’ lo stesso Stato che punisce, come fosse una volgare criminale, Eddi Marcucci, colpevole di aver combattuto per la libertà dei Curdi. Di questo Stato criminale e terrorista, dei suoi ripetuti crimini i benpensanti non parlano mai.

Chi ricorda più che nel 1974, trentuno anni dopo la caduta del fascismo, una legge riconobbe la qualifica di “perseguitati politici” a 15.099 lavoratori e lavoratrici vessati in ogni modo tra il gennaio 1948 e l’agosto 1966? Chi ricorda più i numeri agghiaccianti delle vittime? Eppure non si tratta di «casi» che vivono ancora nella coscienza del Paese, come quello di Giuseppe Pinelli, anarchico volato giù dalle finestre della Questura di Milano il 12 dicembre 1969, affidato al fascista Marcello Guida, già direttore della colonia penale di Ventotene, dove il regime aveva confinato lo stato maggiore dell’antifascismo militante a partire da Sandro Pertini. Si tratta di una terribile serie di morti dimenticati, uccisi negli anni che vanno dalla caduta del fascismo ai giorni nostri.

26 luglio-27 settembre 1943 (caduta del fascismo-Quattro Giornate di Napoli e inizio Resistenza): il governo Badoglio ordina alla forza pubblica di sparare su chi protesta. A Bari, Bologna, Budrione, Canegrate, Colle Val d’Elsa, Cuneo, Desio, Faenza, Genova, Imperia, La Spezia, Laveno Mombello, Lullio, Massalombarda, Milano, Monfalcone, Napoli, Palma di Montechiaro, Pozzuoli, Reggio Emilia, Rieti, Roma, Rufino, San Giovanni di Vigo di Fassa, Sarissola di Busalla, Sassuolo, Sesto Fiorentino, Sestri Ponente, Torino, Urgnano, carabinieri, polizia e reparti dell’esercito in servizio di ordine pubblico fanno almeno 98 morti nelle manifestazioni seguite all’arresto di Mussolini e nelle lotte per carovita, lavoro, pace e libertà dei detenuti politici. In un sol caso, a Torino, durante uno sciopero alla Fiat, gli Alpini rifiutano di sparare. Il 18 dicembre a Montesano, mentre ormai si lotta per la liberazione, le ultime vittime del tragico 1943. Il paesino insorge contro il malgoverno e paga con 8 morti. I carabinieri fascisti, ora badogliani, accusano ovviamente «elementi comunisti». Ai carabinieri di Napoli un record insuperabile: l’arresto del primo partigiano, Eduardo Pansini, uno dei capi delle Quattro Giornate, a pochi giorni dall’insurrezione in cui è caduto da eroe il figlio Adolfo. Nei giorni di lotta sanguinosa, gli ufficiali superiori dei carabinieri, delle Forze Armate e dei corpi di Polizia se l’erano squagliata, lasciando in balia dei nazisti i loro uomini e la città.

Il 1944 con 35 vittime accertate e numerose rimaste ignote non va molto meglio. Il 13 gennaio a Montefalcone Sannio e a Torremaggiore esercito e polizia sparano ai contadini in lotta. Un conto preciso dei morti non s’è mai potuto fare, ma furono tanti. A Roma un carabiniere uccide un minorenne che manifesta contro gli accaparratori di grano, a Regalbuto tocca a Santi Milisenna, segretario della federazione del Pci. Di lì a poco cade una donna che manifesta per la mancanza di cibo, 3 morti si registrano a Licata, dove polizia e carabinieri sparano contro chi protesta perché all’ufficio del collocamento è tornato il dirigente fascista. A Ortucchio i carabinieri, giunti a sostegno dei principi Torlonia durante un’occupazione di terre, fanno due morti. A Palermo, una protesta per il caropane costa 23 morti. Stavolta sparano i soldati. Seguono due morti a Licata, un morto a Roma, e tre morti di dicembre tra i separatisti siciliani

1945: 38 morti tra cui Vincenzo Lobaccaro, bracciante, scambiato per un ex confinato politico;

1946; 42 morti;

1947: 8 morti;

1948: 35 vittime;

1949: 22 morti;

1950: 19 caduti;

1951: 4 morti;

1952: 2 vittime;

1953: 12 uccisi;

1954: 6 morti.

1955: non si spara e c’è tempo per un bilancio che non riguarda i morti. Secondo dati incompleti e parziali dal 1 gennaio 1948 al 31 dicembre 1954 ci furono 5.104 feriti e 148.269 arrestati.
1956: 7 morti;

1957: 4 vittime;

1959: 2 caduti;

1960: 11 morti ;

1961: 1 caduto;

1962: 2 vittime.

Una pausa in coincidenza con l’esperienza del centro-sinistra, poi la contestazione giovanile e il triste elenco che si allunga:

1968: 3 morti;

1969: 5 caduti, cui si aggiungono Giuseppe Pinelli e Domenico Criscuolo, tassista incarcerato a Napoli durante una manifestazione sindacale. L’uomo si uccide dopo un colloquio con la moglie, che gli confessa di non sapere come procurarsi il denaro per vivere, insieme ai 5 figli. Strage di Stato e Servizi Segreti fanno i 17 morti del 12 dicembre a Milano uccisi da una bomba esplosa alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. E’ la cosiddetta «strategia della tensione», che consentirà la repressione dei movimenti di massa di quegli anni. Per la strage di matrice fascista furono accusati senza alcuna prova gli anarchici, tra cui Pinelli e Pietro Valpeda.

Gli anni di piombo non rientrano un questo doloroso elenco. Furono anni di guerra civile strisciante e occorrerebbe un discorso a parte, da fare ormai in sede storica, non nelle aule di tribunali.

Mi fermo qui per stanchezza e non apro il capitolo dei morti per manicomio, dei detenuti «politici» torturati, di quelli ricattati con l’arresto delle compagne incinte per estorcere confessioni. Terroristi ne abbiamo avuto molti. Quelli pagati dal potere non hanno mai pagato. Poiché fingiamo di non saperlo, è giunto questo Primo maggio che vede massacrati i lavoratori, i loro diritti e la Costituzione.

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