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Archive for the ‘Carta stampata e giornali on line’ Category


Se un padrone che non è in regola con la sicurezza uccide un operaio, teoricamente gli tocca una pena massima di 5 anni. In realtà il peggio che gli può può capitare è una condanna a un anno con la condizionale. La pena di Mimmo Lucano per la sua idea di umanità e solidarietà, equivale, quindi, a quella massima che dovrebbe toccare a un padrone che ha ucciso due o tre lavoratori.
Il punto, però, ora non è se la sentenza sia da considerare “giusta”, perché evidentemente non lo è. Il punto è che il capitalismo riconosce il fascismo come suo modello di organizzazione e governo della società. E’ che il nuovo fascismo, ridotti a carta straccia la Costituzione e a un inutile fastidio il Parlamento, comincia purtroppo a gettare la maschera.

Agoravox, 1 ottobre 2021

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Desidero ringraziare “La Repubblica”, che mi riconosce diritto di parola. Da tempo i “compagni” preferiscono che stia zitto…

La Repubblica Napoli, 26 settembre 2021

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MITI D’OGGI
Marino Niola

QUELLE PAROLE SONO PASSWORD SCADUTE


Ci sono momenti in cui le parole non stanno al loro posto e non riescono più a descrivere quel che veramente ci accade. Questo svuotamento del linguaggio è uno del primi sintomi di una crisi. Sociale, culturale, economica. Come quella che stiamo attraversando. Lo dicono Tiziana Drago ed Enzo Scandurra, classicista l’una e urbanista l’altro, che per Castelvecchi hanno curato un bel  libro con una densa prefazione di Piero Bevilacqua. Il volume, (Contronarrazioni, pp.148, euro17,50), ingaggia una battaglia contro quelle che gli autori definiscono «narrazioni tossiche».
Al loro appello ha risposto una schiera di studiosi, scrittori, analisti economici, da Laura Marchetti a Mario Fiorentini, da Patrizia Ferri a Salvalore Cingari, da Anna Angelucci a Giuseppe Aragno, da Ilaria Agostini a Velio Abati ed altri ancora.
Gli autori del volume, dedicato al compianto Franco Cassano, smontano luoghi comuni del pensiero unico, cominciando dal vocabolario e dalle parole mainstream come “crescita”, “sostenibiltà”, “partecipazione”, “resilienza”, “performance”,“competitività”, “lavoro”, “Sud”. Termini che aprono qualsiasi porta ma che hanno ormai l’insignificanza delle password. Le ripetiamo, anzi le digitiamo,senza interrogarci sulla loro verità e sulla loro capacità di descrivere la realtà. Sono parole condivise proprio perché non significano più niente. Ma formattano la nostra capacità di giudizio che impedisce di vedere i veri problemi e confonde menti e coscienza con una real-fiction che ha la stessa inconsistenza dei talk show. Insomma, crediamo di parlare, ma in realtà siamo parlati da questo linguaggio porta a porta. Che inquina il  dibattito pubblico, le relazioni umane, producendo conformismo, insicurezza, chiusura in noi stessi.
Il rimedio?
Ricominciare a pensare criticamente per ridare alle parole un nuovo senso.

15 agosto 2021 – Il Venerdì di Repubblica

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Nel corso di una vita che tramonta ho seguito una bussola artigianale che non mi hai mai tradito.
Al nord l’ago colloca la mia unica certezza e c’è una scritta sintetica: «so di non sapere». Parole che Socrate pagò con la vita.
Al punto opposto il Sud martirizzato segna la posizione che ho tenuto rispetto al potere a ai potenti. Me la insegnò un antico maestro latino ma sotto il punto cardinale la scritta è in volgare: «Cesare, non faccio nulla per piacerti, né m’interessa sapere se sei un uomo bianco o nero».
A Est, dove sorge il sole e in qualche modo puoi immaginare un inizio, la bussola mostra un’indicazione metodologica: «sia lode al dubbio» c’è scritto e in ogni viaggio queste parole mi hanno accompagnato.
Di fronte, perpendicolare al Nord, c’è l’Ovest, l’Occidente sempre più famigerato, che la mia bussola considera in qualche modo fine del percorso. Poiché spera che sia stato un viaggio dignitoso, ci trovi un invito alla dignità: «Amico, se ti compri, / pagati quanto vali. / Non un quattrino in più. / Credimi, non sentirti prezioso, / tanto nemmeno serve e poi si muore. / Ma se ti vendono un giorno per caso, / e magari all’incanto, / tu non avere prezzo. / Stattene duro e il banditore invano / attenda di picchiare il martelletto».
Per la prima volta, mentre mi avvio ormai verso il buio dell’ultimo viaggio, non guardo la mia bussola. A che servirebbe? Non viviamo tempi da bussole e trionfano i disorientati. E’ il tempo delle contrapposizioni assurde tra oppositori di un governo liberticida, che ne difendono, però, i provvedimenti più autoritari tra quelli levati a dignità di legge, e i suoi sostenitori, che hanno sempre difeso l’assassino della democrazia, ma gli si sollevano contro e fanno addirittura quadrato attorno alla libertà, contro un provvedimento che, di fatto, hanno creato assieme ai loro complici assassini.

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D’accordo, viene dall’Accademia. E tu che fai, lo condanni per questo?  Ti direbbero che non sono molti, ma ce ne sono anche di quelli non compromessi con l’andazzo dei concorsi pilotati, dei posti ereditati e delle cattedre moltiplicate come i pani e i pesci.
Tu che ne sai di Manfredi?  
E’ vero, diventò ministro, accettando di governare l’Università dopo il rifiuto di Lorenzo Fioramonti, giustamente indignato per il trattamento da Cenerentola riservato alla formazione. Manfredi non s’indignò.
Sì, non è bello, ma non è un reato…
Hai ragione, come ministro è stato un fantasma, però poi, per fare il sindaco, ha chiesto garanzie: voglio i fondi che avete negato a De Magistris. Insomma, per non tornare a fare il fantasma, ha dovuto riconoscere che contro il sindaco uscente si sono fatte scelte scorrette e vergognose.
E’ un punto a suo favore o la dimostrazione di una sconcertante pochezza?
I soldi li avrà?
Se gli consentiranno di battere moneta, probabilmente sì. Il fatto è che non solo è un neoliberista, ma a sostenerlo c’è soprattutto il neoliberista PD, che, come tutti sanno, vuole ciecamente la cosiddetta «autonomia differenziata». Hai capito bene, sì, la scelta feroce che unisce tutti i candidati contro Napoli e contro la Clemente, la sola che rifiuta di vendere Napoli al Nord, come sono pronti a fare il PD, la Meloni, i 5Stelle, l’innocente nullatenente e patetico Antonio Bassolino e naturalmente la Lega di Salvini per l’Indipendenza della Padania.
Proprio così, “indipendenza della Padania”…!!!!   
Stringi stringi, in questa situazione, due domande sono legittime e decisive:

  1. Quale credibilità può avere Manfredi, contraddittorio accusatore e allo stesso tempo avvocato d’ufficio di De Magistris?
  2. b. Quanti napoletani sono disponibili a votare un uomo pronto a pugnalarli nella schiena?   
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Dopo aver letteralmente distrutto Napoli, voi, Antonio Bassolino, chiedete un voto per tornare a Palazzo San Giacomo. Giorni fa Matteotti s’è offeso, quando nella sua piazza avete radunato clientele e clienti per raccontare la storia del «perseguitato politico». Così vi siete presentato, reduce, a vostro dire, da 16 assoluzioni. La verità è che voi non siete un amministratore innocente. Vi guardate bene dal raccontarlo, però due condanne subite in via definitiva le avete avute: una ve l’ha appioppata la sezione di Appello della Corte dei Conti per una vicenda che vi riguardava come Commissario per l’emergenza idrogeologica, un’altra comportò una pena pecuniaria di oltre 3 milioni di euro.
E non è tutto. Contando sulla memoria corta e sulla complicità d’una stampa squalificata, voi insistete sulla favola dell’innocenza e come lo smemorato di Collegno non ricordate più il record che avete stabilito: personaggio politico di primo piano, ex ministro, ex Presidente di Regione e per due volte sindaco di Napoli,voi siete risultato nullatenente quando, sottoposto a procedimenti giudiziari, avete corso il rischio di dover metter mano alla tasca.
Potrete fare tutti i comizi che vorrete, voi passerete alla storia come l’uomo che ha trasformato Napoli in un immenso immondezzaio, gravato dai debiti per le assunzioni di potenziali elettori. Qui la politica cede il passo alla morale e l’innocenza si colloca in un quadro di valori che lei ignora.
Girateci attorno finché volete, ma la vostra esperienza politica si riduce a una parola semplice e incontestabile: fallimento. Potrete provare a nasconderlo alla gente – di mascheramenti avete vissuto per decenni  – ma le montagne di spazzatura sotto le quali ci avete sepolti hanno dimostrato che persino nell’arte della menzogna siete un guitto che recita da cane. Ora ci riprovate e tornate a giocare la partita in base a un’arte che non è la vostra: voi avete fallito e fallirete, ma continuate a rappresentare l’insuccesso come successo.
D’altra parte, in sede di bilancio del vostro personale naufragio, persino i vostri più stretti collaboratori sono stati costretti a riconoscere il disastro. Alla vostra memoria corta e al tentativo di ridurre la questione al gioco delle tre carte, un consiglio gioverà: andate in un’emeroteca, chiedete una copia del «Corriere del Mezzogiorno» del 21 settembre 2008, leggete l’intervista di Isaia Sales e al prossimo comizio cominciate dalle sue parole:
«È inutile negarlo, non ce l’abbiamo fatta a migliorare strutturalmente la città di Napoli, non ce l’abbiamo fatta a trasformare la Regione in un’istituzione autorevole e competitiva nei confronti delle migliori esperienze regionali, non ce l’abbiamo fatta a far vincere un modello alternativo alla pratica discrezionale di governo, relegando la clientela ad una eccezione e non ad una prassi corrente e abituale, non ce l’abbiamo fatta a rendere la politica e i partiti strumenti di grandi passioni civili dopo la fine di quelle ideologiche».
E se non vi fidate dei vostri collaboratori, date almeno credito a voi stesso. Siete stato voi, Bassolino, a riconoscere il vostro fallimento, quando, non sapendo più a cosa attaccarvi, avete ripetutamente tirato fuori quello che ritenete un vostro grande successo: la chiusura del ciclo è stata forse negativa, avete sibilato, il decollo non c’è stato, però voi non avete mai ceduto il governo della Campania e della città al centro destra. Una verità che equivale a un suicidio. Non l’avete ceduto, infatti, perché per anni il vero centro destra siete stato voi, i vostri uomini e le vostre politiche.
Voi siete un falso comunista e un autentico liberista. Per voi il PIL e tutto quello che riguarda l’economia sono articoli di fede. Invece di raccontare favole in una piazza sacra per la democrazia, dite alla gente quello che sapete: alla fine del vostro disastroso governo, la Campania aveva messo assieme una serie di numeri negativi: quasi sempre agli ultimi posti nelle classifiche regionali, un PIL in decrescita costante rispetto alle altre regioni, crollato a livelli negativi ben prima del fatale 2008. Avete governato per quindici anni vantando successi inesistenti, mentre un’anemia perniciosa metteva in ginocchio il nostro tessuto produttivo e l’annoso problema della disoccupazione di aggravava. Di scuola e formazione, meglio non parlare. Con voi abbiamo raggiunto tassi di dispersione da terzo mondo. Con voi la delocalizzazione si è fatta devastante e gli investimenti si sono ridotti a speculazione ed elemosina.
I cumuli di immondizia con i quali ci avete disonorati sono stati la chiusura del cerchio e la prova tangibile d’un degrado inenarrabile.
Con questa storia alle spalle, voi vorreste tornare a Palazzo San Giacomo?

Agoravox, 28 giugno 2021

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«L’ospite ingrato», la rivista fondata da Franco Fortini, ha appena pubblicato un numero dedicato alla scuola. Lo consiglio a chi riconosce il ruolo centrale della scuola in una democrazia; riporto l’inizio del mio intervento, ma gli autori sono tutti eccellenti. Per chi fosse interessato, c’è il link che conduce alla rivista, da cui si può ricavare il testo il numero in Pdf . Buona lettura.

L’alfabeto pericoloso
Giuseppe Aragno

  1. Il maestro degli anni Settanta

Nell’ottobre del 1971, centodieci anni dopo l’unità d’Italia, giovane e inesperto vincitore di concorso, divenni maestro in una prima elementare rigorosamente maschile dell’80° Circolo Didattico di Napoli. La scuola, un prefabbricato al centro di una spianata cosparsa di rifiuti, era circondata da un campo di Rom, guardati con sospetto dalla gente del posto. Periodicamente – ed era questo l’unico contatto umano – gli oziosi locali assistevano silenziosi a quello che tutti chiamavano «bagno della principessa». Come per antico rito, alcuni Rom formava no una scala con pietre di tufo davanti a un fusto metallico colmo d’ac qua e la giovane compagna del capo del campo, vestita dalla testa a piedi, s’immergeva più volte poi, aiutata dagli accompagnatori, usciva dal fusto grondando acqua, tornava al campo e spariva in una roulotte.
 I “Censi”, il quartiere dov’era la scuola, oggi non esistono più. In quegli anni, addensate tra il cimitero, i palazzi di Corso Italia decorati con fiori di stucco e gli alveari umani di via del Cassano, c’erano le case dei miei alunni. Affacciati sulla via uno dopo l’altro, quei bui tu guri ospitavano in un paio di locali padri, madri, nonni e una numerosa prole, cui si aggiungevano cani, gatti, uccelli in gabbia e non di rado un asino. Com’era naturale, un pullulare di pidocchi causava periodiche disinfestazioni e chiusure dei locali scolastici.
Come nuovo venuto, mi toccò il “fior fiore” degli alunni: ripetenti e figli di famiglie scansate da tutti. Fino a dicembre io e i miei cartelloni parlammo arabo e gli alunni, ancora analfabeti, vegetarono tra zingari e pidocchi, finché un bambino felice non mi portò un foglio miracoloso e rivelatore. Nell’angolo in alto a sinistra aveva disegnato un topo un po’ grande rispetto al foglio; sotto il topo, fitte e ordinate file di «z», di zeta. Quando gli chiesi che cosa avesse scritto, si illuminò e rispose sicuro di sé: «la z di zoccola». Fu come un lampo. Intuii così ciò che  per mesi non avevo capito: per lui il topo era e poteva essere solo un «sorice»; a seconda delle dimensioni, si faceva poi «suricillo», «zocco- la» e «zucculona». Nella sua lingua il gatto era una «iatta», l’oca una «paparella», la botte una «votta» e un frate francescano si chiamava «ze monaco». L’Italiano per quei ragazzi era una sorta di “lingua due”. Con l’alfabetiere nella loro lingua madre presero il volo. Imparai così che quartieri più o meno confinanti parlavano lingue diverse come mondi lontani; capii che un secolo dopo l’unità ai “Censi” non s’erano fatti l’Italia e gli Italiani e mi chiesi che ruolo ha la scuola se non è anzitutto strumento di liberazione di alunni e alunne che vi giungono quando qualcuno lo ha già “adattati” alle sue regole…

Per chi è interessato, ecco il link che conduce alla rivista, dalla quale si può ricavate il testo in Pdf: https://www.ospiteingrato.unisi.it/9gennaio-giugno-2021scuola-la-posta-in-gioco/

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Mi mancano dati e competenze. Tutto è ancora molto vago e non sono un giurista. Questo non vuol dire, però, che non possa legittimamente esprimere il mio sconcerto per una riforma della Giustizia che riconosco urgente, ma si presenta con la solita inaccettabile premessa – «è l’Europa che ce lo chiede» – accompagnata stavolta da una sorta di ricatto. «Se non accetteremo di cambiare le nostre abitudini, il nostro modo di svolgere i nostri compiti istituzionali e professionali, se opporremo resistenze ai cambiamenti», ci ha avvisati Marta Cartabia, «mancheremo gli obiettivi che la Commissione ci richiede quanto alla durata dei processi» e «l’Italia dovrà restituire quella imponente cifra che l’Europa sta per immettere nella vita economica e sociale del paese». 
O la borsa o la vita, quindi, che non è un bel modo di parlare di Giustizia, anche perché cambiare non è sininimo di migliorare.

E’ vero, abbiamo processi che durano un’eternità e c’è il problema della prescrizione. Sono cose serie che vanno risolte. I tecnici ci diranno come regolamentare la prescrizione e decideranno se impedire l’appello dopo un’assoluzione servirà a migliorare le cose, anche se la Consulta nel 2006 dichiarò questa soluzione incostituzionale, perché creava uno squilibrio nei rapporti fra accusa e difesa.
Di questioni tecniche, comunque, è bene si occupi chi ha le competenze per farlo e proceda senza pregiudiziali ideologiche. Da cittadino, io mi pongo invece domande che non non sembrano avere cittadinanza nell’idea di giustizia che muove l’Europa e la Guardasigilli Cartabia.

Avremo una Giustizia più giusta, se la cambieremo in pochi mesi e decideremo con l’acqua alla gola?
La nostra giustizia diventerà più giusta solo perché sarà più veloce?
Una giustizia giusta tratta i detenuti come bestie?
Si può avere una giustizia giusta, partendo da un Codice penale scritto da un fascista nel 1930?
Una giustizia è giusta se è così immorale, da prevedere una pena massima di sette anni per il padrone che ammazza un lavoratore ignorando la sicurezza sul lavoro, e mandare in galera per 14 anni un cittadino che distrugge un bancomat durante una manifestazione?
Una giustizia è giusta se prevede severe limitazioni di libertà per chi non ha commesso alcun reato, ma è ritenuto «socialmente pericoloso», perché – secondo il giudice – dimostra un’attitudine al delitto?

Per quello che mi riguarda, la risposta è no.

Agoravox, 13 maggio 2021

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INTERVIEW de Giuseppe Aragno : Le réveil des vieux démons fascistes

Publication : 15 avril 2021 | Écrit par Valeria Lucera 

Si Matteo Salvini représente l’extrême droite italienne dans les médias internationaux, les visages des nouvelles droites sont multiples et ont des racines profondes dans l’histoire et la culture italiennes. Quels sont les liens de continuité avec la naissance de la République ? Et quelles sont les causes qui ont favorisé l’essor, sous une nouvelle forme, du populisme d’extrême droite d’héritage fasciste ? Parmi elles, nous pouvons citer la crise économique et sociale, le basculement à droite des partis traditionnellement de gauche et la normalisation des discours portés par les partis d’inspiration fasciste et racistes. Éclairage.

Quels sont les liens entre la nouvelle droite et le fascisme historique en Italie ?

Jusqu’en 1991, pour la plupart des Italiens et Italiennes, le fascisme était un régime belliqueux et raciste. Il était considéré comme l’ennemi des travailleurs et des travailleuses, mais aussi des femmes, humiliées dans leur rôle d’épouses et de mères. Il était vu comme un régime produisant de la chair à canon. L’antifascisme consistait quant à lui en une page noble de notre histoire et les nostalgiques du régime étaient rarement suivis. La fin de l’URSS a modifié l’équilibre international ; le capitalisme a abandonné le modèle keynésien et l’idée du laissez-faire du XVIIIe siècle est réapparue. Le néolibéralisme est ainsi né : religion du marché et de la financiarisation d’une économie éloignée de la réalité et fille de modèles mathématiques souvent erronés desquels découlent crises et barbarie.

Accablée par l’effondrement de l’Union soviétique, par la victoire du capitalisme et par l’affirmation du néolibéralisme, impulsé avant tout par le capital financier, la gauche a alors oublié la leçon de l’économiste Pietro Grifone 1 qui voyait dans le fascisme un régime politique complaisant à l’égard du capital financier. Ce capital financier ne défendant pas la culture politique qui a fait de la Résistance une expérience unitaire, fondée sur les valeurs éthiques et politiques dont est née la Constitution italienne, il a permis aux héritier·ères du fascisme de contester l’expérience de la Résistance. C’est ainsi que favorisée par le capitalisme financier, hostile à la Constitution qui restreint les lois du marché, la contestation a fonctionné et a changé la perception du fascisme. Aujourd’hui, dans les textes scolaires et universitaires, dans les journaux, à la télévision et dans l’imaginaire collectif, le fascisme est dorénavant perçu comme un « régime inclusif », avec une âme sociale, un consensus populaire et qui n’a commis qu’une seule faute : la Seconde Guerre mondiale. 
C’est un nouveau fascisme historique, dont personne ne prétend s’inspirer, ni Forza Nuova 2, qui voudrait pourtant réinstaurer les Corporations 3 et le Concordat de 1929 4, ni Casa Pound 5 – fascistes, oui mais du troisième millénaire – ni les partis au Parlement. Cependant, réhabilitant les républicains et discréditant la Résistance, les néo-fascistes et les révisionnistes ont fortement élargi leurs marges de manoeuvre. Ce n’est pas un hasard si Matteo Salvini est un invité régulier des congrès de Casa Pound, et si Giorgia Meloni 6, formée au fascisme dans le Mouvement social italien, a pu se présenter aux élections européennes avec Cesare Mussolini, arrière-petit-fils du Duce.

Aujourd’hui, on peut constater que même des partis démocratiques portent atteinte à des droits humains fondamentaux. Ainsi, en 2018, après avoir livré les migrant·es aux bourreaux libyens avec des décrets qui rappellent des résolutions fascistes, pour la première fois dans notre histoire, Marco Minniti, ministre de l’Intérieur de centre gauche, a trahi la Constitution en admettant les « fascistes du troisième millénaire » aux élections politiques. Avec le parti 5 étoiles divisé et dépourvu d’identité, sans faire ouvertement référence aux fascistes, la droite présente au Parlement alimente la haine des migrants. Lega Nord et Fratelli d’Italia, en particulier, se réclament du populisme mais à l’instar de Péron, ces populistes modernes sont devenus des dirigeants démocratiquement élus, faisant du populisme un instrument de démocratisation du fascisme. En Italie, la droite parlementaire, en premier lieu celle dirigée par Matteo Salvini et Giorgia Meloni, en accord avec des groupes extra-parlementaires, fascise le populisme et conserve la connotation typique du fascisme historique : le racisme, historiquement rejeté par le populisme classique.

Peut-on dire que la culture fasciste est d’une certaine manière toujours présente en Italie ?

Les fascistes et leur culture sont entrés dans la République sans même avoir purgé leur peine. Les scientifiques qui ont signé le Manifeste sur la race ont conservé leur siège et leur poids social. Carlo Aliney, par exemple, auteur des lois raciales 7, est devenu procureur de la République et juge à la Cour suprême ; ou encore Vincenzo Eula – celui qui avait condamné Sandro Pertini ancien partisan et futur président de la République – est devenu procureur général ; quant à Gaetano Azzariti, président du Tribunal racial – à qui l’on doit l’amnistie qui « a sauvé » les fascistes –  il est devenu juge à la Cour constitutionnelle, et puis président de cette dernière en 1957.

À coté de ces personnalités qui ont occupé des postes-clefs, les accords et les lois qui avaient fait l’histoire du fascisme ont également été conservés sous la République. À l’Assemblée constituante, par exemple, la Démocratie chrétienne (DC) et le PCI (Parti communiste italien) ont inséré, dans la Constitution, le Concordat de 1929 entre l’Église et l’Italie fasciste, qui faisait du catholicisme la religion d’État, obligatoirement enseignée par des professeur·es choisi·es par l’autorité religieuse et payé·es par l’État, qui reconnaissait des effets civils au mariage religieux et des exonérations fiscales au Vatican. Quant au Code pénal de la période fasciste, il a été maintenu dans le Code de la République même si son inspiration autoritaire a été atténuée. Comme à l’époque du fascisme, il permet au juge d’imposer de sérieuses limitations à la liberté des citoyen·nes qui n’ont pas commis de crime.

“La culture fasciste n’est pas marginale dans le pays, mais imprègne des secteurs décisifs de la vie démocratique”.

C’est le cas de Maria Egarda Martucci, considérée comme « socialement dangereuse » et soumise à deux ans de « surveillance spéciale » pour avoir lutté contre l’État islamique en allant soutenir la révolution au Rojava. Nous parlons d’un Code si répressif, que la vie d’un travailleur, tué par des patrons qui ne garantissent pas la sécurité de l’emploi, équivaut à seulement 5 ans de prison au maximum – mais dans les faits aucun patron n’a eu plus d’un an – tandis qu’un distributeur automatique endommagé lors d’une manifestation est considéré comme « dévastation et pillage » et vaut bien plus qu’une vie. Depuis 2012, un homme a payé pour ce crime avec 14 ans de prison. Aujourd’hui, le code fasciste frappe durement les chômeur·ses, les migrant·es, les sans-abri, les prostituées, les laveurs de vitres aux feux de signalisation, les junkies et les adolescent·es des banlieues.

À y regarder de plus près, la culture fasciste n’est pas marginale dans le pays, mais imprègne des secteurs décisifs de la vie démocratique. Aujourd’hui, en raison de l’effondrement de la gauche et de la crise économique qui est devenue systémique, les héritier·ères de la culture fasciste profitent de la colère de la population. Il·elles proposent un fascisme nettoyé par le révisionnisme, mais qui conserve la férocité raciste et la vision hiérarchique de la société. Plus qu’une dictature, il·elles visent probablement à désarticuler les Institutions pour atteindre un tournant autoritaire dans un pays qui n’est que formellement démocratique.

Quels sont les liens entre l’appareil d’État et de police ?

La culture fasciste a des racines profondes au sein des forces de l’ordre. En 1946-47, les Prefetti di carriera 8 du « Ventennio » 9 remplacent leurs collègues nommés par le Comité de libération nationale et l’école de formation de la police républicaine est confiée à Guido Leto, ancien chef de l’OVRA, la police politique du Duce. Sans surprise, la piste fasciste du massacre de Piazza Fontana 10, en 1969, a été volontairement étouffée.

Tout comme la police, la Magistrature complice du régime n’a pas été épurée et à l’aube de la République, elle a persécuté de manière honteuse les partisan·es communistes. À la fin du mois de juin 1946, immédiatement après l’amnistie, les juges ont en effet libéré 7.106 fascistes contre 153 partisans. Selon des chiffres approximatifs, le nombre de partisan·es arrêtés s’élevait pourtant à 2.474, les personnes arrêtées à 2.189 et celles condamnées à 1.007. Entre 1948 et 1952, lors de manifestations, les forces de l’ordre ont fait 65 victimes en Italie, trois en France et six en Allemagne et en Grande-Bretagne. En 1966, on découvre que les effets du code Rocco 11, qui a survécu au régime, ont produit 15.059 « persécuté·es politiques » et 7.598 années de prison. La moyenne dépasse celle du Ventennio. Il est donc évident que l’Italie n’a jamais fait les comptes du fascisme malgré l’avènement de la République.

Récemment encore, certaines pratiques policières évoquent celles de la période fasciste. À Gênes en 2001, un manifestant de vingt ans a été tué par la police lors d’une grande manifestation contre le G8. Ces faits ont révélé les tortures commises par la police dans l’école Diaz, dans laquelle les manifestant·es de toute l’Italie et aussi d’Europe étaient venu·es pour rejoindre les assemblées du Forum social. L’Italie a été condamnée par la Cour européenne des droits de l’homme pour torture et a été obligée d’indemniser celles et ceux qui avaient porté plainte.

En ce qui concerne la police, les partis « démocratiques » et les groupes néo-fascistes ont des positions différentes. Sur l’affaire Cucchi 12, un jeune homme tué par la police en 2009, Giorgia Meloni a rejeté l’idée de recourir au numéro d’identification sur le casque des agents : l’erreur, dit-elle, ne peut être utilisée pour attaquer le travail de la police qui est au service de l’État. Matteo Salvini a défendu les policiers et a attribué à la victime une vie dissolue qui ne mérite pas de pitié.

Quel est le discours qui a permis de toucher un électorat aussi large ?

Le succès de la droite vient d’abord de la crise de la gauche, éloignée des classes sociales qu’elle a représentées pendant plus d’un siècle, jusqu’à atteindre le libéralisme, devenant en fait le substitut de la droite. Malheureusement, ce sont des gouvernements de centre gauche qui ont bombardé la Serbie et modifié le titre V de la Constitution, au nom d’un fédéralisme qui a exacerbé le fossé Nord-Sud et déclenché la crise de l’université, de l’école et du service national de santé.

Lorsque Matteo Renzi 13 a aboli l’article 18 du statut des travailleur·ses et frappé durement le monde du travail, la gauche est devenue le meilleur allié de la droite, qui s’est développée en exploitant ses ambiguïtés et ses erreurs grossières. L’adhésion au néolibéralisme, qui a produit des crises économiques répétées et alimenté l’émigration principalement des jeunes, le soutien non critique à l’Europe, même quand elle est devenue très différente de celle pensée par Spinelli, ont poussé l’électorat trahi à voter pour la droite ou pour le populisme du parti 5 étoiles.
Face à une gauche inerte et confuse, la droite a parlé au ventre d’un peuple appauvri, proie facile d’un grave illettrisme et d’une presse majoritairement aux mains d’un patron rétrograde et autoritaire. Leur succès est-il appelé à durer ? Ce n’est pas facile à dire, mais il y a un fait qui ne doit pas être négligé : la déception de la gauche n’a pas étouffé le besoin de justice sociale. Un besoin auquel la droite ne sait pas et ne veut pas donner de réponses.

Quelles sont ou devraient être les résistances et quel rôle pour les mouvements sociaux ?

La pandémie a mis en évidence les inégalités sociales qui mettent en accusation toutes les forces qui ont gouverné. Les gens sont fatigués des classes dirigeantes qui sont loin de leurs problèmes et qui à l’évidence des faits montrent qu’elles n’ont pas de solutions pour les classes les plus touchées par la crise économique et la pandémie. À cela s’ajoute une droite qui alimente les peurs.
Les représentants de la gauche ont déçu et sont discrédités, mais les masses populaires, les travailleur·ses précaires et les chômeur·ses reconnaissent encore leurs valeurs. En ce sens, le mouvement NoTav 14 est un modèle, tout comme l’enthousiasme qui a accueilli la récente expérience de Potere al Popolo 15 montre le chemin. La pratique du mutualisme 16, les Maisons du peuple, la participation et le soutien aux luttes pour la recherche et l’éducation, pour les droits des travailleur·ses, pour l’environnement et pour le contrôle populaire ramènent la gauche à ses origines et rouvrent le dialogue avec les masses découragées. C’est un premier pas qui unit et rapproche les politiques. Sur cette base, il est possible de tenter une résistance et de construire un chemin unitaire de solidarité et de lutte, à partir d’un premier point fixe : le rejet du néolibéralisme. 

Propos recueillis par Valeria Lucera

  1. P. Grifone, homme politique italien, antifasciste et communiste.
  2. Parti politique italien d’extrême droite et ouvertement néofasciste, fondé en 1997 par R. Fiore et M. Morsello.
  3. Les Corporazioni sont l’expression de l’État « syndical-corporatif » de Mussolini, caractérisé par la soumission dessyndicats au régime : à partir de 1925 on assiste aux dernières grandes manifestations ouvrières. Le pacte du Palazzo Vidoni et le code Rocco mettent en œuvre le fascisme également dans le domaine syndical, prévoyant la suppression des syndicats et associations antifascistes, ainsi que l’abolition du droit de grève. Ainsi, les principales activités économiques de l’État italien sont sous le contrôle direct du parti national fasciste et être membre du parti devient nécessaire pour avoir un emploi.
  4. En 1929, B. Mussolini signe les accords du Latran avec le Saint-Siège qui comprennent trois conventions distinctes dont notamment un concordat qui statuait sur la position de l’Église en Italie faisant du catholicisme la religion d’État.
  5. CasaPound Italia : parti politique, né à Rome en 2003, d’inspiration national-socialiste et néofasciste.
  6. G. Meloni est la leader du parti politique « Frère d’Italie » qui milite pour un souverainisme, une lutte contre l’immigration, ainsi que pour la préservation des traditions nationales, libérales et populaires.
  7. Les lois raciales fascistes précisent les mesures racistes prises en Italie en 1938 notamment contre les personnes de religion juive.
  8. À l’époque fasciste, les Prefetti ont été des instruments auxquels Mussolini a eu recours pour sa politique de centralisation et pour le renforcement du pouvoir exécutif au niveau territorial. Ils dépendaient directement du ministère de l’Intérieur.
  9. Le Ventennio correspond à la période historique durant laquelle le fascisme était au pouvoir en Italie, de 1922-1943.
  10. Les années de Piazza Fontana sont appelées « les années de plomb ». Elles s’étalent des années 1960 aux années 1980 sont marquées par une radicalisation des organisations de gauche et de droite. La période a été caractérisée par des violences, par la lutte armée et des épisodes de terrorisme. L’attentat de la Pizza Fontana est un attentat à la bombe qui s’est produit à la Banca Nazionale dell’Agricoltura sur la Piazza Fontana dans le centre-ville de Milan.
  11. Le code Rocco est le Code pénal social. Même s’il a été profondément modifié au fil de temps, il garde encore des traces des dispositions autoritaires de l’époque fasciste dans laquelle il a été fondé.
  12. S. Cucchi a été retrouvé mort quelques jours après avoir été arrêté par la police et incarcéré. Une enquête a permis d’établir qu’il est mort par manque de soins médicaux, de nourriture et d’eau. Cette affaire dépasse le drame d’une famille. Elle est devenue le symbole des « morts d’État » et de leur défiance envers la justice et les forces de l’ordre.
  13. M. Renzi, à l’époque leader du Parti démocratique et Président du conseil des ministres, a aboli l’art. 18 qui permettait la réintégration en cas de licenciement illégitime injuste ou discriminatoire. Il a aussi réformé le marché du travail avec le « Jobs act » qui implique une déstructuration et une flexibilisation du monde du travail en Italie.
  14. NoTav (TAV : treno ad alta velocità) est un mouvement populaire de la vallée de Suse de protestation contre le projet de construction de la ligne à moyenne vitesse (220 km/h) Lyon-Turin pour le transport de marchandises.
  15. Le Pouvoir au Peuple est une alliance électorale née en 2017 et qui réunit de nombreux partis politiques, associations et centres sociaux italiens de gauche antilibérale.
  16. Le mutualisme est une pratique née dans les pays du sud de l’Europe face à la crise, notamment en Grèce et en Italie. Les services minimums n’étant pas garanti, comme les soins médicaux ou encore l’accueil des étranger·ères, des citoyen·nes et des collectifs s’organisent pour pallier ce manque dans une optique d’aide réciproque qui permet de créer du lien social et de pouvoir dénoncer et agir ensemble pour revendiquer les droits bafoués par les institutions. En Italie, Potere al Popolo est une des organisations qui pratique le mutualisme via les maisons du peuple, lieux de regroupement social et d’organisation d’actions collectives au niveau territorial, de quartier ou de la ville.

Democratie Revue, Bruxelles, 15 aprile 2021

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Il mondo della «rivoluzione verde» è il nuovo confine tra storia e preistoria e non potrà nascere da una mano di vernice su un muro marcio.  Ci vivrà una umanità tornata alla luce dalle caverne in cui l’ha imprigionata il delirio neoliberista. Una umanità che saprà di nuovo leggere, scrivere e fare di conto. Il ritorno al 2019 sognato da Draghi e dal popolo di Neanderthal che popola la Confindustria, ci riporterebbe alla preistoria, condannati all’analfabetismo e aggrediti dall’aria, dall’acqua e dalla terra avvelenate dai sacerdoti del mercato.
Per domare la pandemia non bastano medicinali e vaccini e nemmeno un progetto di transizione ecologica fondato su una innovazione tecnologica pensata per ridurre gas e produzione di energia fossile che alterano il clima. Non si tratta, insomma, di accontentarsi di un mondo un po’ meno avvelenato, ma dominato ancora dal feticcio dello «sviluppo» e dalle leggi del mercato.
Tutti l’hanno capito, tranne Draghi e il governo dei «migliori»: il nuovo alfabeto della storia non è adatto a scrivere leggi di quantità, che riciclino la preistoria; meno smog, meno rumore, meno polveri sottili, meno produzione di energie fossili non fanno la rivoluzione. O si chiamano in causa l’essenza e il ruolo storico del capitalismo, o ci si rassegna alla sorte dei dinosauri.
Draghi e il governo dei «migliori» non l’hanno capito, perché l’assenza di un’autentica cultura umanistica glielo impedisce. Gli mancano l’attitudine al dubbio e la capacità di ordinare gli eventi secondo il metodo dell’analisi storica e quel suo principio laico e fondamentale, per il quale tutto nasce, cresce e muore. Il capitalismo è stato a suo modo vitale finché ha utilizzato le risorse disponibili consentendone il ricambio, in modo da non rendersi incompatibile con gli equilibri che regolano la vita sul pianeta. Dalla «grande depressione» del 1929 – è un secolo ormai – questa scelta sempre più precaria è stata del tutto abbandonata, per inseguire uno «sviluppo» incompatibile con la legge della domanda e dell’offerta: la produzione aumenta, ma la crescita della povertà deprime la domanda e non si tratta più nemmeno di merci necessarie alla vita dell’umanità.
A poco a poco la rincorsa allo sviluppo è diventata delirio. La gigantesca macchina produttiva di un capitalismo omicida non solo produce una quantità di merci superiore alla capacità di assorbimento del mercato e contraddice se stesso, violando la libertà d’impresa e assegnando quote di produzione, ma distrugge a ritmo incessante risorse che non hanno tempo per rigenerarsi, avvelenando l’aria, l’acqua e la terra. Oggi, sul Manifesto, Bevilacqua ha rappresentato in maniera plastica questa pericolosa ignoranza. «C’è un treno» – ha scritto – «che corre a velocità crescente e in traiettoria lineare, senza stazioni e senza destinazione finale, che sembra voler uscire dalla terra e continuare nello spazio delle galassie, e l’ambizione è di fargli produrre meno fumo e meno rumore, ma spingendolo a correre ancora di più. Si fa finta di non capire (o non si capisce realmente) che il problema è il treno, non la qualità dei suoi carburanti».
Tutti l’hanno capito, Draghi e il governo dei «migliori» no. Il grande problema da affrontare è quello di un futuro in cui il capitalismo ha esaurito la sua funzione storica: è nato, è cresciuto e sta morendo. E’ incredibile, ma questo moribondo per Draghi è il futuro e in nome di un anacronistico «atlantismo», come se fossimo ancora nel secolo scorso e bastasse una «guerra fredda» per dettare il corso alla storia, vota per il blocco a Cuba e si accoda alle destre guidate da Biden.
Per una sinistra degna di questo nome, la sfida è ardua, ma ultimativa. Mentre un virus annuncia il disastro incombente, i suoi antichi valori formano il solo possibile argine alla catastrofe imminente e sono la base su cui costruire un’alternativa. Nella tragica crisi della democrazia, o la sinistra sarà la voce degli innumerevoli poveri, dei sofferenti, di chi è messo ai margini e non ha più speranza nel futuro, o non c’è via di uscita: l’umanità è prossima al suicidio.

Agoravox, 12 aprile 2021; Sinistra Quotidiana, 14 aprile 2021

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