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Archive for the ‘Carta stampata e giornali on line’ Category


Dopo aver letteralmente distrutto Napoli, voi, Antonio Bassolino, chiedete un voto per tornare a Palazzo San Giacomo. Giorni fa Matteotti s’è offeso, quando nella sua piazza avete radunato clientele e clienti per raccontare la storia del «perseguitato politico». Così vi siete presentato, reduce, a vostro dire, da 16 assoluzioni. La verità è che voi non siete un amministratore innocente. Vi guardate bene dal raccontarlo, però due condanne subite in via definitiva le avete avute: una ve l’ha appioppata la sezione di Appello della Corte dei Conti per una vicenda che vi riguardava come Commissario per l’emergenza idrogeologica, un’altra comportò una pena pecuniaria di oltre 3 milioni di euro.
E non è tutto. Contando sulla memoria corta e sulla complicità d’una stampa squalificata, voi insistete sulla favola dell’innocenza e come lo smemorato di Collegno non ricordate più il record che avete stabilito: personaggio politico di primo piano, ex ministro, ex Presidente di Regione e per due volte sindaco di Napoli,voi siete risultato nullatenente quando, sottoposto a procedimenti giudiziari, avete corso il rischio di dover metter mano alla tasca.
Potrete fare tutti i comizi che vorrete, voi passerete alla storia come l’uomo che ha trasformato Napoli in un immenso immondezzaio, gravato dai debiti per le assunzioni di potenziali elettori. Qui la politica cede il passo alla morale e l’innocenza si colloca in un quadro di valori che lei ignora.
Girateci attorno finché volete, ma la vostra esperienza politica si riduce a una parola semplice e incontestabile: fallimento. Potrete provare a nasconderlo alla gente – di mascheramenti avete vissuto per decenni  – ma le montagne di spazzatura sotto le quali ci avete sepolti hanno dimostrato che persino nell’arte della menzogna siete un guitto che recita da cane. Ora ci riprovate e tornate a giocare la partita in base a un’arte che non è la vostra: voi avete fallito e fallirete, ma continuate a rappresentare l’insuccesso come successo.
D’altra parte, in sede di bilancio del vostro personale naufragio, persino i vostri più stretti collaboratori sono stati costretti a riconoscere il disastro. Alla vostra memoria corta e al tentativo di ridurre la questione al gioco delle tre carte, un consiglio gioverà: andate in un’emeroteca, chiedete una copia del «Corriere del Mezzogiorno» del 21 settembre 2008, leggete l’intervista di Isaia Sales e al prossimo comizio cominciate dalle sue parole:
«È inutile negarlo, non ce l’abbiamo fatta a migliorare strutturalmente la città di Napoli, non ce l’abbiamo fatta a trasformare la Regione in un’istituzione autorevole e competitiva nei confronti delle migliori esperienze regionali, non ce l’abbiamo fatta a far vincere un modello alternativo alla pratica discrezionale di governo, relegando la clientela ad una eccezione e non ad una prassi corrente e abituale, non ce l’abbiamo fatta a rendere la politica e i partiti strumenti di grandi passioni civili dopo la fine di quelle ideologiche».
E se non vi fidate dei vostri collaboratori, date almeno credito a voi stesso. Siete stato voi, Bassolino, a riconoscere il vostro fallimento, quando, non sapendo più a cosa attaccarvi, avete ripetutamente tirato fuori quello che ritenete un vostro grande successo: la chiusura del ciclo è stata forse negativa, avete sibilato, il decollo non c’è stato, però voi non avete mai ceduto il governo della Campania e della città al centro destra. Una verità che equivale a un suicidio. Non l’avete ceduto, infatti, perché per anni il vero centro destra siete stato voi, i vostri uomini e le vostre politiche.
Voi siete un falso comunista e un autentico liberista. Per voi il PIL e tutto quello che riguarda l’economia sono articoli di fede. Invece di raccontare favole in una piazza sacra per la democrazia, dite alla gente quello che sapete: alla fine del vostro disastroso governo, la Campania aveva messo assieme una serie di numeri negativi: quasi sempre agli ultimi posti nelle classifiche regionali, un PIL in decrescita costante rispetto alle altre regioni, crollato a livelli negativi ben prima del fatale 2008. Avete governato per quindici anni vantando successi inesistenti, mentre un’anemia perniciosa metteva in ginocchio il nostro tessuto produttivo e l’annoso problema della disoccupazione di aggravava. Di scuola e formazione, meglio non parlare. Con voi abbiamo raggiunto tassi di dispersione da terzo mondo. Con voi la delocalizzazione si è fatta devastante e gli investimenti si sono ridotti a speculazione ed elemosina.
I cumuli di immondizia con i quali ci avete disonorati sono stati la chiusura del cerchio e la prova tangibile d’un degrado inenarrabile.
Con questa storia alle spalle, voi vorreste tornare a Palazzo San Giacomo?

Agoravox, 28 giugno 2021

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«L’ospite ingrato», la rivista fondata da Franco Fortini, ha appena pubblicato un numero dedicato alla scuola. Lo consiglio a chi riconosce il ruolo centrale della scuola in una democrazia; riporto l’inizio del mio intervento, ma gli autori sono tutti eccellenti. Per chi fosse interessato, c’è il link che conduce alla rivista, da cui si può ricavare il testo il numero in Pdf . Buona lettura.

L’alfabeto pericoloso
Giuseppe Aragno

  1. Il maestro degli anni Settanta

Nell’ottobre del 1971, centodieci anni dopo l’unità d’Italia, giovane e inesperto vincitore di concorso, divenni maestro in una prima elementare rigorosamente maschile dell’80° Circolo Didattico di Napoli. La scuola, un prefabbricato al centro di una spianata cosparsa di rifiuti, era circondata da un campo di Rom, guardati con sospetto dalla gente del posto. Periodicamente – ed era questo l’unico contatto umano – gli oziosi locali assistevano silenziosi a quello che tutti chiamavano «bagno della principessa». Come per antico rito, alcuni Rom formava no una scala con pietre di tufo davanti a un fusto metallico colmo d’ac qua e la giovane compagna del capo del campo, vestita dalla testa a piedi, s’immergeva più volte poi, aiutata dagli accompagnatori, usciva dal fusto grondando acqua, tornava al campo e spariva in una roulotte.
 I “Censi”, il quartiere dov’era la scuola, oggi non esistono più. In quegli anni, addensate tra il cimitero, i palazzi di Corso Italia decorati con fiori di stucco e gli alveari umani di via del Cassano, c’erano le case dei miei alunni. Affacciati sulla via uno dopo l’altro, quei bui tu guri ospitavano in un paio di locali padri, madri, nonni e una numerosa prole, cui si aggiungevano cani, gatti, uccelli in gabbia e non di rado un asino. Com’era naturale, un pullulare di pidocchi causava periodiche disinfestazioni e chiusure dei locali scolastici.
Come nuovo venuto, mi toccò il “fior fiore” degli alunni: ripetenti e figli di famiglie scansate da tutti. Fino a dicembre io e i miei cartelloni parlammo arabo e gli alunni, ancora analfabeti, vegetarono tra zingari e pidocchi, finché un bambino felice non mi portò un foglio miracoloso e rivelatore. Nell’angolo in alto a sinistra aveva disegnato un topo un po’ grande rispetto al foglio; sotto il topo, fitte e ordinate file di «z», di zeta. Quando gli chiesi che cosa avesse scritto, si illuminò e rispose sicuro di sé: «la z di zoccola». Fu come un lampo. Intuii così ciò che  per mesi non avevo capito: per lui il topo era e poteva essere solo un «sorice»; a seconda delle dimensioni, si faceva poi «suricillo», «zocco- la» e «zucculona». Nella sua lingua il gatto era una «iatta», l’oca una «paparella», la botte una «votta» e un frate francescano si chiamava «ze monaco». L’Italiano per quei ragazzi era una sorta di “lingua due”. Con l’alfabetiere nella loro lingua madre presero il volo. Imparai così che quartieri più o meno confinanti parlavano lingue diverse come mondi lontani; capii che un secolo dopo l’unità ai “Censi” non s’erano fatti l’Italia e gli Italiani e mi chiesi che ruolo ha la scuola se non è anzitutto strumento di liberazione di alunni e alunne che vi giungono quando qualcuno lo ha già “adattati” alle sue regole…

Per chi è interessato, ecco il link che conduce alla rivista, dalla quale si può ricavate il testo in Pdf: https://www.ospiteingrato.unisi.it/9gennaio-giugno-2021scuola-la-posta-in-gioco/

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Mi mancano dati e competenze. Tutto è ancora molto vago e non sono un giurista. Questo non vuol dire, però, che non possa legittimamente esprimere il mio sconcerto per una riforma della Giustizia che riconosco urgente, ma si presenta con la solita inaccettabile premessa – «è l’Europa che ce lo chiede» – accompagnata stavolta da una sorta di ricatto. «Se non accetteremo di cambiare le nostre abitudini, il nostro modo di svolgere i nostri compiti istituzionali e professionali, se opporremo resistenze ai cambiamenti», ci ha avvisati Marta Cartabia, «mancheremo gli obiettivi che la Commissione ci richiede quanto alla durata dei processi» e «l’Italia dovrà restituire quella imponente cifra che l’Europa sta per immettere nella vita economica e sociale del paese». 
O la borsa o la vita, quindi, che non è un bel modo di parlare di Giustizia, anche perché cambiare non è sininimo di migliorare.

E’ vero, abbiamo processi che durano un’eternità e c’è il problema della prescrizione. Sono cose serie che vanno risolte. I tecnici ci diranno come regolamentare la prescrizione e decideranno se impedire l’appello dopo un’assoluzione servirà a migliorare le cose, anche se la Consulta nel 2006 dichiarò questa soluzione incostituzionale, perché creava uno squilibrio nei rapporti fra accusa e difesa.
Di questioni tecniche, comunque, è bene si occupi chi ha le competenze per farlo e proceda senza pregiudiziali ideologiche. Da cittadino, io mi pongo invece domande che non non sembrano avere cittadinanza nell’idea di giustizia che muove l’Europa e la Guardasigilli Cartabia.

Avremo una Giustizia più giusta, se la cambieremo in pochi mesi e decideremo con l’acqua alla gola?
La nostra giustizia diventerà più giusta solo perché sarà più veloce?
Una giustizia giusta tratta i detenuti come bestie?
Si può avere una giustizia giusta, partendo da un Codice penale scritto da un fascista nel 1930?
Una giustizia è giusta se è così immorale, da prevedere una pena massima di sette anni per il padrone che ammazza un lavoratore ignorando la sicurezza sul lavoro, e mandare in galera per 14 anni un cittadino che distrugge un bancomat durante una manifestazione?
Una giustizia è giusta se prevede severe limitazioni di libertà per chi non ha commesso alcun reato, ma è ritenuto «socialmente pericoloso», perché – secondo il giudice – dimostra un’attitudine al delitto?

Per quello che mi riguarda, la risposta è no.

Agoravox, 13 maggio 2021

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INTERVIEW de Giuseppe Aragno : Le réveil des vieux démons fascistes

Publication : 15 avril 2021 | Écrit par Valeria Lucera 

Si Matteo Salvini représente l’extrême droite italienne dans les médias internationaux, les visages des nouvelles droites sont multiples et ont des racines profondes dans l’histoire et la culture italiennes. Quels sont les liens de continuité avec la naissance de la République ? Et quelles sont les causes qui ont favorisé l’essor, sous une nouvelle forme, du populisme d’extrême droite d’héritage fasciste ? Parmi elles, nous pouvons citer la crise économique et sociale, le basculement à droite des partis traditionnellement de gauche et la normalisation des discours portés par les partis d’inspiration fasciste et racistes. Éclairage.

Quels sont les liens entre la nouvelle droite et le fascisme historique en Italie ?

Jusqu’en 1991, pour la plupart des Italiens et Italiennes, le fascisme était un régime belliqueux et raciste. Il était considéré comme l’ennemi des travailleurs et des travailleuses, mais aussi des femmes, humiliées dans leur rôle d’épouses et de mères. Il était vu comme un régime produisant de la chair à canon. L’antifascisme consistait quant à lui en une page noble de notre histoire et les nostalgiques du régime étaient rarement suivis. La fin de l’URSS a modifié l’équilibre international ; le capitalisme a abandonné le modèle keynésien et l’idée du laissez-faire du XVIIIe siècle est réapparue. Le néolibéralisme est ainsi né : religion du marché et de la financiarisation d’une économie éloignée de la réalité et fille de modèles mathématiques souvent erronés desquels découlent crises et barbarie.

Accablée par l’effondrement de l’Union soviétique, par la victoire du capitalisme et par l’affirmation du néolibéralisme, impulsé avant tout par le capital financier, la gauche a alors oublié la leçon de l’économiste Pietro Grifone 1 qui voyait dans le fascisme un régime politique complaisant à l’égard du capital financier. Ce capital financier ne défendant pas la culture politique qui a fait de la Résistance une expérience unitaire, fondée sur les valeurs éthiques et politiques dont est née la Constitution italienne, il a permis aux héritier·ères du fascisme de contester l’expérience de la Résistance. C’est ainsi que favorisée par le capitalisme financier, hostile à la Constitution qui restreint les lois du marché, la contestation a fonctionné et a changé la perception du fascisme. Aujourd’hui, dans les textes scolaires et universitaires, dans les journaux, à la télévision et dans l’imaginaire collectif, le fascisme est dorénavant perçu comme un « régime inclusif », avec une âme sociale, un consensus populaire et qui n’a commis qu’une seule faute : la Seconde Guerre mondiale. 
C’est un nouveau fascisme historique, dont personne ne prétend s’inspirer, ni Forza Nuova 2, qui voudrait pourtant réinstaurer les Corporations 3 et le Concordat de 1929 4, ni Casa Pound 5 – fascistes, oui mais du troisième millénaire – ni les partis au Parlement. Cependant, réhabilitant les républicains et discréditant la Résistance, les néo-fascistes et les révisionnistes ont fortement élargi leurs marges de manoeuvre. Ce n’est pas un hasard si Matteo Salvini est un invité régulier des congrès de Casa Pound, et si Giorgia Meloni 6, formée au fascisme dans le Mouvement social italien, a pu se présenter aux élections européennes avec Cesare Mussolini, arrière-petit-fils du Duce.

Aujourd’hui, on peut constater que même des partis démocratiques portent atteinte à des droits humains fondamentaux. Ainsi, en 2018, après avoir livré les migrant·es aux bourreaux libyens avec des décrets qui rappellent des résolutions fascistes, pour la première fois dans notre histoire, Marco Minniti, ministre de l’Intérieur de centre gauche, a trahi la Constitution en admettant les « fascistes du troisième millénaire » aux élections politiques. Avec le parti 5 étoiles divisé et dépourvu d’identité, sans faire ouvertement référence aux fascistes, la droite présente au Parlement alimente la haine des migrants. Lega Nord et Fratelli d’Italia, en particulier, se réclament du populisme mais à l’instar de Péron, ces populistes modernes sont devenus des dirigeants démocratiquement élus, faisant du populisme un instrument de démocratisation du fascisme. En Italie, la droite parlementaire, en premier lieu celle dirigée par Matteo Salvini et Giorgia Meloni, en accord avec des groupes extra-parlementaires, fascise le populisme et conserve la connotation typique du fascisme historique : le racisme, historiquement rejeté par le populisme classique.

Peut-on dire que la culture fasciste est d’une certaine manière toujours présente en Italie ?

Les fascistes et leur culture sont entrés dans la République sans même avoir purgé leur peine. Les scientifiques qui ont signé le Manifeste sur la race ont conservé leur siège et leur poids social. Carlo Aliney, par exemple, auteur des lois raciales 7, est devenu procureur de la République et juge à la Cour suprême ; ou encore Vincenzo Eula – celui qui avait condamné Sandro Pertini ancien partisan et futur président de la République – est devenu procureur général ; quant à Gaetano Azzariti, président du Tribunal racial – à qui l’on doit l’amnistie qui « a sauvé » les fascistes –  il est devenu juge à la Cour constitutionnelle, et puis président de cette dernière en 1957.

À coté de ces personnalités qui ont occupé des postes-clefs, les accords et les lois qui avaient fait l’histoire du fascisme ont également été conservés sous la République. À l’Assemblée constituante, par exemple, la Démocratie chrétienne (DC) et le PCI (Parti communiste italien) ont inséré, dans la Constitution, le Concordat de 1929 entre l’Église et l’Italie fasciste, qui faisait du catholicisme la religion d’État, obligatoirement enseignée par des professeur·es choisi·es par l’autorité religieuse et payé·es par l’État, qui reconnaissait des effets civils au mariage religieux et des exonérations fiscales au Vatican. Quant au Code pénal de la période fasciste, il a été maintenu dans le Code de la République même si son inspiration autoritaire a été atténuée. Comme à l’époque du fascisme, il permet au juge d’imposer de sérieuses limitations à la liberté des citoyen·nes qui n’ont pas commis de crime.

“La culture fasciste n’est pas marginale dans le pays, mais imprègne des secteurs décisifs de la vie démocratique”.

C’est le cas de Maria Egarda Martucci, considérée comme « socialement dangereuse » et soumise à deux ans de « surveillance spéciale » pour avoir lutté contre l’État islamique en allant soutenir la révolution au Rojava. Nous parlons d’un Code si répressif, que la vie d’un travailleur, tué par des patrons qui ne garantissent pas la sécurité de l’emploi, équivaut à seulement 5 ans de prison au maximum – mais dans les faits aucun patron n’a eu plus d’un an – tandis qu’un distributeur automatique endommagé lors d’une manifestation est considéré comme « dévastation et pillage » et vaut bien plus qu’une vie. Depuis 2012, un homme a payé pour ce crime avec 14 ans de prison. Aujourd’hui, le code fasciste frappe durement les chômeur·ses, les migrant·es, les sans-abri, les prostituées, les laveurs de vitres aux feux de signalisation, les junkies et les adolescent·es des banlieues.

À y regarder de plus près, la culture fasciste n’est pas marginale dans le pays, mais imprègne des secteurs décisifs de la vie démocratique. Aujourd’hui, en raison de l’effondrement de la gauche et de la crise économique qui est devenue systémique, les héritier·ères de la culture fasciste profitent de la colère de la population. Il·elles proposent un fascisme nettoyé par le révisionnisme, mais qui conserve la férocité raciste et la vision hiérarchique de la société. Plus qu’une dictature, il·elles visent probablement à désarticuler les Institutions pour atteindre un tournant autoritaire dans un pays qui n’est que formellement démocratique.

Quels sont les liens entre l’appareil d’État et de police ?

La culture fasciste a des racines profondes au sein des forces de l’ordre. En 1946-47, les Prefetti di carriera 8 du « Ventennio » 9 remplacent leurs collègues nommés par le Comité de libération nationale et l’école de formation de la police républicaine est confiée à Guido Leto, ancien chef de l’OVRA, la police politique du Duce. Sans surprise, la piste fasciste du massacre de Piazza Fontana 10, en 1969, a été volontairement étouffée.

Tout comme la police, la Magistrature complice du régime n’a pas été épurée et à l’aube de la République, elle a persécuté de manière honteuse les partisan·es communistes. À la fin du mois de juin 1946, immédiatement après l’amnistie, les juges ont en effet libéré 7.106 fascistes contre 153 partisans. Selon des chiffres approximatifs, le nombre de partisan·es arrêtés s’élevait pourtant à 2.474, les personnes arrêtées à 2.189 et celles condamnées à 1.007. Entre 1948 et 1952, lors de manifestations, les forces de l’ordre ont fait 65 victimes en Italie, trois en France et six en Allemagne et en Grande-Bretagne. En 1966, on découvre que les effets du code Rocco 11, qui a survécu au régime, ont produit 15.059 « persécuté·es politiques » et 7.598 années de prison. La moyenne dépasse celle du Ventennio. Il est donc évident que l’Italie n’a jamais fait les comptes du fascisme malgré l’avènement de la République.

Récemment encore, certaines pratiques policières évoquent celles de la période fasciste. À Gênes en 2001, un manifestant de vingt ans a été tué par la police lors d’une grande manifestation contre le G8. Ces faits ont révélé les tortures commises par la police dans l’école Diaz, dans laquelle les manifestant·es de toute l’Italie et aussi d’Europe étaient venu·es pour rejoindre les assemblées du Forum social. L’Italie a été condamnée par la Cour européenne des droits de l’homme pour torture et a été obligée d’indemniser celles et ceux qui avaient porté plainte.

En ce qui concerne la police, les partis « démocratiques » et les groupes néo-fascistes ont des positions différentes. Sur l’affaire Cucchi 12, un jeune homme tué par la police en 2009, Giorgia Meloni a rejeté l’idée de recourir au numéro d’identification sur le casque des agents : l’erreur, dit-elle, ne peut être utilisée pour attaquer le travail de la police qui est au service de l’État. Matteo Salvini a défendu les policiers et a attribué à la victime une vie dissolue qui ne mérite pas de pitié.

Quel est le discours qui a permis de toucher un électorat aussi large ?

Le succès de la droite vient d’abord de la crise de la gauche, éloignée des classes sociales qu’elle a représentées pendant plus d’un siècle, jusqu’à atteindre le libéralisme, devenant en fait le substitut de la droite. Malheureusement, ce sont des gouvernements de centre gauche qui ont bombardé la Serbie et modifié le titre V de la Constitution, au nom d’un fédéralisme qui a exacerbé le fossé Nord-Sud et déclenché la crise de l’université, de l’école et du service national de santé.

Lorsque Matteo Renzi 13 a aboli l’article 18 du statut des travailleur·ses et frappé durement le monde du travail, la gauche est devenue le meilleur allié de la droite, qui s’est développée en exploitant ses ambiguïtés et ses erreurs grossières. L’adhésion au néolibéralisme, qui a produit des crises économiques répétées et alimenté l’émigration principalement des jeunes, le soutien non critique à l’Europe, même quand elle est devenue très différente de celle pensée par Spinelli, ont poussé l’électorat trahi à voter pour la droite ou pour le populisme du parti 5 étoiles.
Face à une gauche inerte et confuse, la droite a parlé au ventre d’un peuple appauvri, proie facile d’un grave illettrisme et d’une presse majoritairement aux mains d’un patron rétrograde et autoritaire. Leur succès est-il appelé à durer ? Ce n’est pas facile à dire, mais il y a un fait qui ne doit pas être négligé : la déception de la gauche n’a pas étouffé le besoin de justice sociale. Un besoin auquel la droite ne sait pas et ne veut pas donner de réponses.

Quelles sont ou devraient être les résistances et quel rôle pour les mouvements sociaux ?

La pandémie a mis en évidence les inégalités sociales qui mettent en accusation toutes les forces qui ont gouverné. Les gens sont fatigués des classes dirigeantes qui sont loin de leurs problèmes et qui à l’évidence des faits montrent qu’elles n’ont pas de solutions pour les classes les plus touchées par la crise économique et la pandémie. À cela s’ajoute une droite qui alimente les peurs.
Les représentants de la gauche ont déçu et sont discrédités, mais les masses populaires, les travailleur·ses précaires et les chômeur·ses reconnaissent encore leurs valeurs. En ce sens, le mouvement NoTav 14 est un modèle, tout comme l’enthousiasme qui a accueilli la récente expérience de Potere al Popolo 15 montre le chemin. La pratique du mutualisme 16, les Maisons du peuple, la participation et le soutien aux luttes pour la recherche et l’éducation, pour les droits des travailleur·ses, pour l’environnement et pour le contrôle populaire ramènent la gauche à ses origines et rouvrent le dialogue avec les masses découragées. C’est un premier pas qui unit et rapproche les politiques. Sur cette base, il est possible de tenter une résistance et de construire un chemin unitaire de solidarité et de lutte, à partir d’un premier point fixe : le rejet du néolibéralisme. 

Propos recueillis par Valeria Lucera

  1. P. Grifone, homme politique italien, antifasciste et communiste.
  2. Parti politique italien d’extrême droite et ouvertement néofasciste, fondé en 1997 par R. Fiore et M. Morsello.
  3. Les Corporazioni sont l’expression de l’État « syndical-corporatif » de Mussolini, caractérisé par la soumission dessyndicats au régime : à partir de 1925 on assiste aux dernières grandes manifestations ouvrières. Le pacte du Palazzo Vidoni et le code Rocco mettent en œuvre le fascisme également dans le domaine syndical, prévoyant la suppression des syndicats et associations antifascistes, ainsi que l’abolition du droit de grève. Ainsi, les principales activités économiques de l’État italien sont sous le contrôle direct du parti national fasciste et être membre du parti devient nécessaire pour avoir un emploi.
  4. En 1929, B. Mussolini signe les accords du Latran avec le Saint-Siège qui comprennent trois conventions distinctes dont notamment un concordat qui statuait sur la position de l’Église en Italie faisant du catholicisme la religion d’État.
  5. CasaPound Italia : parti politique, né à Rome en 2003, d’inspiration national-socialiste et néofasciste.
  6. G. Meloni est la leader du parti politique « Frère d’Italie » qui milite pour un souverainisme, une lutte contre l’immigration, ainsi que pour la préservation des traditions nationales, libérales et populaires.
  7. Les lois raciales fascistes précisent les mesures racistes prises en Italie en 1938 notamment contre les personnes de religion juive.
  8. À l’époque fasciste, les Prefetti ont été des instruments auxquels Mussolini a eu recours pour sa politique de centralisation et pour le renforcement du pouvoir exécutif au niveau territorial. Ils dépendaient directement du ministère de l’Intérieur.
  9. Le Ventennio correspond à la période historique durant laquelle le fascisme était au pouvoir en Italie, de 1922-1943.
  10. Les années de Piazza Fontana sont appelées « les années de plomb ». Elles s’étalent des années 1960 aux années 1980 sont marquées par une radicalisation des organisations de gauche et de droite. La période a été caractérisée par des violences, par la lutte armée et des épisodes de terrorisme. L’attentat de la Pizza Fontana est un attentat à la bombe qui s’est produit à la Banca Nazionale dell’Agricoltura sur la Piazza Fontana dans le centre-ville de Milan.
  11. Le code Rocco est le Code pénal social. Même s’il a été profondément modifié au fil de temps, il garde encore des traces des dispositions autoritaires de l’époque fasciste dans laquelle il a été fondé.
  12. S. Cucchi a été retrouvé mort quelques jours après avoir été arrêté par la police et incarcéré. Une enquête a permis d’établir qu’il est mort par manque de soins médicaux, de nourriture et d’eau. Cette affaire dépasse le drame d’une famille. Elle est devenue le symbole des « morts d’État » et de leur défiance envers la justice et les forces de l’ordre.
  13. M. Renzi, à l’époque leader du Parti démocratique et Président du conseil des ministres, a aboli l’art. 18 qui permettait la réintégration en cas de licenciement illégitime injuste ou discriminatoire. Il a aussi réformé le marché du travail avec le « Jobs act » qui implique une déstructuration et une flexibilisation du monde du travail en Italie.
  14. NoTav (TAV : treno ad alta velocità) est un mouvement populaire de la vallée de Suse de protestation contre le projet de construction de la ligne à moyenne vitesse (220 km/h) Lyon-Turin pour le transport de marchandises.
  15. Le Pouvoir au Peuple est une alliance électorale née en 2017 et qui réunit de nombreux partis politiques, associations et centres sociaux italiens de gauche antilibérale.
  16. Le mutualisme est une pratique née dans les pays du sud de l’Europe face à la crise, notamment en Grèce et en Italie. Les services minimums n’étant pas garanti, comme les soins médicaux ou encore l’accueil des étranger·ères, des citoyen·nes et des collectifs s’organisent pour pallier ce manque dans une optique d’aide réciproque qui permet de créer du lien social et de pouvoir dénoncer et agir ensemble pour revendiquer les droits bafoués par les institutions. En Italie, Potere al Popolo est une des organisations qui pratique le mutualisme via les maisons du peuple, lieux de regroupement social et d’organisation d’actions collectives au niveau territorial, de quartier ou de la ville.

Democratie Revue, Bruxelles, 15 aprile 2021

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Il mondo della «rivoluzione verde» è il nuovo confine tra storia e preistoria e non potrà nascere da una mano di vernice su un muro marcio.  Ci vivrà una umanità tornata alla luce dalle caverne in cui l’ha imprigionata il delirio neoliberista. Una umanità che saprà di nuovo leggere, scrivere e fare di conto. Il ritorno al 2019 sognato da Draghi e dal popolo di Neanderthal che popola la Confindustria, ci riporterebbe alla preistoria, condannati all’analfabetismo e aggrediti dall’aria, dall’acqua e dalla terra avvelenate dai sacerdoti del mercato.
Per domare la pandemia non bastano medicinali e vaccini e nemmeno un progetto di transizione ecologica fondato su una innovazione tecnologica pensata per ridurre gas e produzione di energia fossile che alterano il clima. Non si tratta, insomma, di accontentarsi di un mondo un po’ meno avvelenato, ma dominato ancora dal feticcio dello «sviluppo» e dalle leggi del mercato.
Tutti l’hanno capito, tranne Draghi e il governo dei «migliori»: il nuovo alfabeto della storia non è adatto a scrivere leggi di quantità, che riciclino la preistoria; meno smog, meno rumore, meno polveri sottili, meno produzione di energie fossili non fanno la rivoluzione. O si chiamano in causa l’essenza e il ruolo storico del capitalismo, o ci si rassegna alla sorte dei dinosauri.
Draghi e il governo dei «migliori» non l’hanno capito, perché l’assenza di un’autentica cultura umanistica glielo impedisce. Gli mancano l’attitudine al dubbio e la capacità di ordinare gli eventi secondo il metodo dell’analisi storica e quel suo principio laico e fondamentale, per il quale tutto nasce, cresce e muore. Il capitalismo è stato a suo modo vitale finché ha utilizzato le risorse disponibili consentendone il ricambio, in modo da non rendersi incompatibile con gli equilibri che regolano la vita sul pianeta. Dalla «grande depressione» del 1929 – è un secolo ormai – questa scelta sempre più precaria è stata del tutto abbandonata, per inseguire uno «sviluppo» incompatibile con la legge della domanda e dell’offerta: la produzione aumenta, ma la crescita della povertà deprime la domanda e non si tratta più nemmeno di merci necessarie alla vita dell’umanità.
A poco a poco la rincorsa allo sviluppo è diventata delirio. La gigantesca macchina produttiva di un capitalismo omicida non solo produce una quantità di merci superiore alla capacità di assorbimento del mercato e contraddice se stesso, violando la libertà d’impresa e assegnando quote di produzione, ma distrugge a ritmo incessante risorse che non hanno tempo per rigenerarsi, avvelenando l’aria, l’acqua e la terra. Oggi, sul Manifesto, Bevilacqua ha rappresentato in maniera plastica questa pericolosa ignoranza. «C’è un treno» – ha scritto – «che corre a velocità crescente e in traiettoria lineare, senza stazioni e senza destinazione finale, che sembra voler uscire dalla terra e continuare nello spazio delle galassie, e l’ambizione è di fargli produrre meno fumo e meno rumore, ma spingendolo a correre ancora di più. Si fa finta di non capire (o non si capisce realmente) che il problema è il treno, non la qualità dei suoi carburanti».
Tutti l’hanno capito, Draghi e il governo dei «migliori» no. Il grande problema da affrontare è quello di un futuro in cui il capitalismo ha esaurito la sua funzione storica: è nato, è cresciuto e sta morendo. E’ incredibile, ma questo moribondo per Draghi è il futuro e in nome di un anacronistico «atlantismo», come se fossimo ancora nel secolo scorso e bastasse una «guerra fredda» per dettare il corso alla storia, vota per il blocco a Cuba e si accoda alle destre guidate da Biden.
Per una sinistra degna di questo nome, la sfida è ardua, ma ultimativa. Mentre un virus annuncia il disastro incombente, i suoi antichi valori formano il solo possibile argine alla catastrofe imminente e sono la base su cui costruire un’alternativa. Nella tragica crisi della democrazia, o la sinistra sarà la voce degli innumerevoli poveri, dei sofferenti, di chi è messo ai margini e non ha più speranza nel futuro, o non c’è via di uscita: l’umanità è prossima al suicidio.

Agoravox, 12 aprile 2021; Sinistra Quotidiana, 14 aprile 2021

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A rischio di passare per nazionalista, non voglio tacere sulle avventure inglesi del beato Draghi, diventato santo senza aver compiuto uno straccio di miracolo.
Celebrato nel mondo per un’uscita inglese – «Whatever it takes» – che sta per il nostro assai vivo «costi quel che costi», Draghi  ha fatto marcia indietro. In una delle rare occasioni in cui abbiamo constatato che parla, ha preferito l’abusato «lock down», al nostro più chiaro e doloroso «confinamento» e poi ci ha rifilato una dopo l’altra quattro parole inglesi che hanno un equivalente italiano comprensibile anche per gli analfabeti: «smart working» e «baby sitting». Nulla di nuovo – Monti scriveva in inglese sul sito dalla Presidenza del Consiglio – se il santo non si fosse fermato sorridendo per interrogarci: «Perché dobbiamo sempre usare tutte queste parole inglesi?».
Nessuno gli ha risposto, ma chi ha un po’ di sale nella zucca ha subito capito: il curatore d’immagine – che il santo chiama «spin doctor» –  gli aveva fatto prima la lezione – la gente comincia a vederti come un marziano e ogni tanto ti farà bene mettere i piedi a terra e non prenderti troppo sul serio – poi ha suggerito al santo studentello la manfrina.
In questi giorni bui il mio amico Bevilacqua va seriamente riflettendo sull’uso smodato dell’inglese e una risposta a San Furbastro gliel’ha indirettamente data. L’inglese, ha scritto, quasi l’avesse sentito, «è una lingua imperiale, lo strumento di comunicazione del potere finanziario e tecnologico del capitalismo contemporaneo». Quel potere che il beato Draghi ormai santo, rappresenta alla perfezione.
«Così facendo, ha aggiunto Bevilacqua si «IMPOVERISCE LA NOSTRA LINGUA» e questo è un crimine da ignoranti, perché «l’Italiano deriva dal latino, la lingua più universale del mondo antico, che ha incorporato una moltitudine di concetti e lemmi della cultura greca, vale a dire del popolo che ha inventato la tragedia, la poesia epica e lirica, la speculazione filosofica, la geometria e le  prime forme di pensiero scientifico, l’arte statuaria, ecc, ecc. […] Utilizziamo pure i termini inglesi nati con le invenzioni tecnologiche (chip, mouse, ecc)», ha concluso Bevilacqua, ma «per favore usiamo l’Italiano quando esistono i termini che vogliamo comunicare»

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«Due vite» nacque come testo teatrale. Lo scrissi nel 1968-69, lo chiusi in un cassetto e non ci pensai più. Poco più di un anno fa, quando ho visto all’orizzonte il rosso del tramonto che annunciava la notte, sono tornato alle carte dimenticate del giovane che sono stato. E’ emerso così un piccolo tesoro: poesie, racconti, Catullo, il mio primo maestro, tradotto in eleganti versi italiani, una vecchia edizione de «Gli ultimi giorni di Pompei» con un saggio introduttivo e una infinità di note e due lavori teatrali, uno in tre atti, scritto in napoletano e un atto unico, che mi aspettava e aveva una gran voglia di rimproverarmi.
Alcuni dei racconti usciranno a  settembre, raccolti in un volumetto intitolato «Parole d’uomini e sassi», edito dar Valtrend, che ringrazio qui pubblicamente: non ci ha pensato due volte a offrirmi un contratto e – Covid permettendo – prometto: non si pentirà. Per le «Due vite» Umberto Laperuta  è stato decisivo. Grazie a lui e al bravissimo Lello Serao, il lavoro sarebbe andato in scena lo scorso Natale al Tan, recitato da artisti di razza, quali quelli della «Carrozza d’Oro»: Alfredo Giraldi, Luana Martuci e Pasquale Napolitano. Il Covid ha mandato per ora tutto all’aria, ma Umberto non s’è arreso. Ne ha parlato con Anita Pavone, splendida attrice, regista e autrice di testi teatrali. Anita ha fatto miracoli. Di teatri manco a parlare, ma una radio si poteva trovare e Radio Shalam ci ha ospitati, Anita ha rivisto il lavoro, l’ha meravigliosamente adattato ed è nato così un radiodramma scritto a quattro mani.
E’ stato quando abbiamo cominciato a provare che ho sentito una scossa. Siamo tornati a un mondo e a un tempo di cui ci si è ingiustamente dimenticati. La radio drammaturgia è un’arte nobile e può essere una delle risposte serie alla crisi determinata dalla Pandemia. Ci ha lavorato gente di teatro di grande spessore. Un nome per tutti: Eduardo De Filippo.
Mandato in onda il lavoro, abbiamo avuto 1000 ascolti ed è stato un premio per tutti. Per Anita Pavone, Rosalba Di Girolamo, Gianni Sallustro e Rodolfo Fornario e per chi ci ha dato un aiuto decisivo:  Umberto Laperuta e Luigi De Chiara. Io come attore valgo quel che valgo, ma è stata una licenza poetica e vale un sorriso. Il resto è arte. Le parole, la recitazione, i rumori e le musiche. Una magia.
Tra le tante cose buone che offre una radio, c’è questa: il lavoro è registrato puoi ascoltarlo quando  vuoi. Io ti do il link e ci aggiungo un consiglio: non perderti lo spettacolo.

Agoravox, 17 marzo 2021.

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La voglia di capire l’avevo da tempo, ma l’idea  di provare è nata dopo che Draghi, parlando di riforma fiscale, ha citato la Danimarca. E’ bastato cercare e s’è accesa una luce. Secondo dati recenti, l’evasione annuale complessiva raggiunge in Italia i 190,9 miliardi. Seguono a ruota l’insospettabile Germania con 125,1 e la Francia con 117,9. Se si tien conto, però, dell’evasione procapite, la sorpresa è notevole. L’Italia è ancora al primo posto con 3.156 euro, ma dietro c’è la Danimarca di Draghi con 3.027 euro. Una differenza minima: 129 euro. Certo,  il potere d’acquisto è diverso, ma il dato in sé è a dir poco sorprendente e capisco perché il mio amico Gianpiero Laurenzano, che di queste cose s’intende molto, commenta: «Questa non è una gaffe. […] Sta dicendo al mondo del lavoro autonomo, all’imprenditoria (in particolare a quella piccola e media) di star tranquilli […] che non stravolgerà le cose, che si intensificherà la lotta all’evasione ma che non esagererà e il tutto sarà accompagnato da un piccolo abbassamento delle tasse».
 Il fatto è che su questi temi siamo ormai predisposti a farci prendere per i fondelli. Da tempo una informazione disinformante lavora ingigantisce i nostri difetti, per farci accettare lezioni, anche da chi farebbe meglio tacere. Siamo al punto che, nell’immaginario collettivo, se dici «furbetti», stai dicendo italiani. Se però non ti contenti di chiacchiere, scopri che siamo in buona compagnia e spesso a farci la lezione sono maestri a dir poco sospetti. Nella graduatoria dei «furbetti», per esempio, il piccolo Lussemburgo è al primo posto per una grandissima furbizia: gli sconti «ad hoc» che le sue banche assicurano alle aziende. Non è un bel primato e non è l’unico di cui non siamo i primi a doverci vergognare.
La Germania, ritenuta un modello di efficienza e correttezza, è in cima alla classifica dei «furbetti» che hanno più ricchezza accumulata in Paesi offshore: 331 miliardi, il 13 % del Pil prodotto tra il 2001 e il 2016. Una cifra che supera di gran lunga la media dei 28 Paesi europei e Italia compresa. Non si tratta di un dato banale. Per l’OCSE, infatti, il problema di coloro che evadono, portando il loro soldi nei paradisi fiscali, è uno dei più gravi dell’economia mondiale. Per l’Europa si tratta di 1.500 miliardi, una montagna di soldi. L’Italia non è un’anima innocente, ma dopo la Germania c’è la Francia, che fa sparire 288 miliardi (il 10 % del Pil); noi siamo quarti e i soldi che facciamo viaggiare clandestinamente costituiscono l’8,1 % del Pil.
Tutti sanno che nell’Unione Europea l’Italia è al primo posto per evasione fiscale e tutti credono che la Germania sia un Paese in cui certe cose non sono nemmeno pensabili. Per un inspiegabile mistero, nessuno ricorda i danni gravissimo di una pillola anticoncezionale targata Bayern, gli scandali Wolkswagen, Porsche e MAN, le tangenti pagate dalla Siemens, l’amministratore delegato di Deutsche Post, Klaus Zumwinkel, arrestato nel 2008 per un’evasione fiscale di 10 milioni di euro, trasferiti  naturalmente nel Liechtenstein, la multa pagata dalla Deutch Bank nel 2013 per la manipolazione dei tassi di interesse e gli oltre 2,5 miliardi di euro versati al governo inglese e agli Stati Uniti per aver manipolato gli indici che regolano i prestiti tra banche e i mutui.
Si dice che noi abbiamo il primato nel campo della malavita. Un conto dal quale però si tengono  fuori i banchieri. Se ci si occupasse anche di loro, scopriremmo che per il riciclaggio dei capitali sporchi da parte delle banche le cose stanno così: le peggiori si trovano in Danimarca, Estonia, Germania, Lettonia e Paesi Bassi. Il Parlamento europeo ha ripetutamente sottolineato che in molti Paesi, soprattutto quelli in cui il riciclaggio è più diffuso, i sistemi fiscali sono vecchi e arretrati, soprattutto perché sono state facilitate le opportunità di cambiare residenza fiscale. Ovunque l’uso di software per il prelievo automatico di contante da registratori di cassa e punti vendita agevolano l’opacità e le truffe fiscali. Grave è che Stati membri dell’Unione attirino utili generati altrove, danneggiando il principio di solidarietà e determinando una distribuzione della ricchezza anomala a spese dei cittadini dell’UE. A spese nostre, quindi.  
Nell’immaginario collettivo, se dici «Stato sanguisuga» pensi all’Italia, anche perché essa sconta una storica debolezza politica sul terreno fiscale. Tuttavia, per quanto riguarda la pressione fiscale nel 2019 la Fondazione Nazionale dei Commercialisti calcola che al primo posto ci sia la Danimarca (47,6 %), mentre l’Italia è al sesto posto, con il 42, 4 %. La Germania è ottava, con il 41,6 [Analisi della pressione fiscale in Italia in Europa e nel mondo. p. 16]. Per quanto riguarda le imposte dirette, indirette e sui redditi da capitale, siamo settimi, preceduti da Francia, Belgio, Svezia, Austria, Grecia e Germania. Più pesanti sono le tasse sulle imprese, in cui, tuttavia siamo secondi col 59,1 %, preceduti dalla Francia (60,7 %) e seguiti dalla Germania (46,8 %).
Da qualunque parte la guardi, l’Unione Europea dei neoliberisti è un autentico verminaio.

La Sinistra quotidiana, 21 febbraio 2021; Agoravox, 22 febbraio 2021

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Letto l’elenco, Nembo Kid tace e zitto sta sul Quirinale – lo blocca la vergogna?-  lo sponsor del «governo dei migliori». Sia come sia, quel silenzio, che com’è noto è d’oro, consente a zerbini e leccapiedi i voli più spregiudicati.
Gelmini, Brunetta, Giorgetti, Carfagna e chi più ne ha più ne metta – da passato che sono stati, diventano d’un tratto e miracolosamente il futuro. Ci avevano messi sull’avviso, no? Nembo Kid è capace di fare miracoli. Stavolta però colui che non usa cappotti, non suda per il caldo e non trema per il freddo, ha compiuto un miracolo tale, da rivoltare come un calzino la storia dei venditori di fumo: l’uso mirabile delle scamorze, riempie infatti la serata e l’attenzione del popolo è tutta presa dai più azzardati, entusiastici e mirabolanti peani, cui fa da contrappunto il cicaleccio fitto, ma doverosamente contenuto nei toni, di rari scettici sconcertati ma pronti all’ossequio.  
Chi aveva trovato esagerata la lode dell’abilissimo Nembo Kid deve prenderne atto: con le scamorze che tengono banco, nessuno si accorge che al neonato Ministero della transizione ecologica, avvolto finora nel cauto fumo del silenzio, Nembo Kid ha chiamato una controfigura del capo, un Nembo Kid in sedicesimo, del quale si dice tutto – che è iperattivo, che accetta tutti meno gli impostori, che è autore di un milione e mezzo di saggi, articoli e volumi fondamentali – ma si passa sotto silenzio il fatto che il rambo dell’ecologia non conosce per nulla i problemi ambientali e che – udite! udite! – è uno che sa tutto di sicurezza armata del cielo, del mare e della terra.  Il Rambo scelto da Nembo Kid per tirarci fuori dalla tragedia ambientale è insomma un venditore di armi. Siete sconcertati? Gente di poca fede, levate in alto i cuori e apriteli alla speranza: Nembo Kid, esperto impareggiabile nella trasmissione del pensiero, durante la notte ha fatto di Roberto Cingolani un uomo nuovo, uno che sa tutto di ecologia, un ex signore delle armi che ora possiede il segreto di un nuovo miracolo: trasformare la transizione ecologica in un affare per banche, banchieri e Confindustria.

La Sinistra Quotidiana, 14 febbraio 2021

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Domatore di virus, San Giorgio trionfante sui draghi sindacali, moltiplicatore di tram e di bus, come Cristo di pani e di pesci, refrigeratore dei calori estivi, Nembo Kid chiuderà la scuola al 30 di giugno, coi 40 gradi dell’estate da collasso ambientale.
A partire da luglio, la strage degli innocenti risolverà a tempo di record il secolare problema dell’edilizia scolastica e senza spendere un soldo avremo più aule che docenti e studenti.
Per fine d’anno, è già pronta la cerimonia religiosa e tra l’estasi mistica dei credenti, il beato Nembo Kid diventerà santo.

Agoravox e Fuoriregistro, 10 febbraio 2021

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