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Archive for the ‘Carta stampata e giornali on line’ Category

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L’intervista che segue, uscita il 23 agosto scorso in Brasile su «Esquerda online», me l’ha chiesta Rogèrio Freitas, ricercatore  e attivista del «Partito Socialista della Libertà». Ho accettato di buon grado un po’ perché incuriosito e sorpreso dal fatto che si rivolgesse a me e un po’ perché il tema del dialogo mi è sembrato di grande attualità e di estremo interesse.
Ne è venuto fuori un discorso a mio avviso articolato, che prova a mettere insieme realtà lontane tra loro partendo da un elemento comune: la crescita di una destra eversiva, che dilaga, unendo realtà molto diverse tra loro e superando confini che non sono quelli degli Stati, ma – a seconda dei punti di vista – dividono o uniscono i Continenti.
Lascio nella traduzione portoghese la presentazione di Rogèrio, riporto qui il testo italiano e in coda all’articolo inserisco il link che conduce all’originale brasiliano. Buona lettura.

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Giuseppe Aragno, historiador italiano analisa 

o conceito de fascismo e as semelhanças

entre Bolsonaro e Salvini

26757853_1886597478036443_3139990535953268339_oNascido em Nápoles, comunista libertário por convicção, professor e escritor, Giuseppe Aragno diz que “ensina para viver, mas aprendeu e vive aprendendo”. Foi professor de História Contemporânea na Universitá Degli Studi di Napoli Federico II. Em 1995 ganhou o Prêmio Laterza por uma coletânea de poemas. Seu coração pulsa mesmo quando o tema é antifascismo. Entre suas principais obras estão “I compagni mi vendicheranno: lettere di condannati a morte della resistenza italiana” (2006), “Antifacismo popolare: storia di storie” (2009), e “Le quattro Giornate di Napoli: storie di antifacisti” (2017). A entrevista que segue foi conduzida por Rogério Freitas para o Esquerda Online. Aragno conversa sobre a resistência italiana, revoltas populares, crescimento da extrema direita no mundo, atualidade política italiana e similaridades entre governos neo-fascistas de Salvini e Bolsonaro. Destaca que a história das lutas dos trabalhadores, do antifascismo e da resistência agora fazem parte do nosso DNA.

RF Tutti conoscono Napoli come la città italiana del buon cibo. Luogo in cui è stata inventata la pizza. Pochi sanno, tuttavia, che nel 1943 ci fu una rivolta popolare di liberazione di Napoli dai nazifacisti. L’insurrezione è conosciuta nella storia come “Quattro Giornate di Napoli”. Uno dei suoi ultimi libri su questo argomento. Quali sono state le motivazioni per scrivere questo libro? Quali storie antifasciste racconta Lei nel suo libro? e quanto è importante questo evento per la memoria collettiva?

GA – Il potere non ama storie vittoriose di popoli in lotta: sono esempi pericolosi. Per le «Quattro Giornate di Napoli» perciò ha cucito l’abito su misura: rivolta spontanea, apolitica, isolata dalla «storia nazionale», scugnizzi e popolani incoscienti a fare gli eroi. Una favola così affidabile, che quando Nanni Loy ricostruisce la sommossa in un film che segue il binario della lotta spontanea e popolare, ma fa cenno a un capo antifascista, il tedesco Steinmayr, direttore dello «Stern», risponde da razza superiore: «una sommossa contro lo straniero oppressore, nella città dei mandolini e delle pizze» può essere solo «un parapiglia tra papponi e prostitute». Anni dopo, nel 1992, Claudio Pavone, storico della Resistenza, insiste sui «lazzari» delle «Quattro Giornate» che – dice – per una volta sono dalla parte giusta, ma non si avvede che i suoi apolitici «eroi per caso» restituiscono l’immagine deformata dei combattenti civili napoletani visti dai nazisti assaliti, che li chiamano «canaglia»[1]. Una «canaglia» che, annotano con maggior senso storico dei nostri storici, è molto sensibile alla propaganda «sovversiva».
Nell’immaginario collettivo, Napoli, prigioniera del cliché della «città di plebe», simbolo di malcostume politico e ricatto clientelare, non è mai stata la prima grande città europea che impone la resa ai nazifascisti. Si sono avuti, è vero, sporadici scontri armati, ma si è trattato di scaramucce tra retroguardie naziste che difendono le vie di fuga verso Nord, e bande di «lazzari» che fanno a schioppettate dall’angolo dei vicoli.
Per cancellare questa immagine falsa e dare un volto politico alla rivolta, ho ricostruito la resistenza all’occupazione nazista e restituito la parola agli antifascisti, motore della rivolta. Sono venute fuori così storie dimenticate di perseguitati politici, il ruolo che rivestirono durante la dittatura e poi nel laboratorio politico che fu la città liberata, quando si prese a disegnare la repubblica. Ricostruire i percorsi umani e politici dei combattenti, alcuni dei quali fanno poi la guerra di liberazione, è stato decisivo per dimostrare che il mito della città tutta sole, mare e pizza, che insorge, poi torna indifferente, non è ingenuo: mette in ombra lo scontro di classe e la mancata epurazione.

RF – Nel 2013 ho avuto l’opportunità di ascoltarLa durante un suo discorso alla Biblioteca Brau dell’Università Federico II, che era occupata dagli studenti. Ha parlato di autoritarismo e ha detto che il fascismo non è mai veramente scomparso. In tempi di democrazia minacciata da governi autoritari come Salvini in Italia e  negli Stati Uniti, quali parallelismi si possono tracciare oggi con quello che era in realtà il nazifascismo?

GA – Dopo gli eventi degli ultimi sei anni, il concetto di «autoritarismo», utilizzato per la conferenza che ricorda, non è più sufficiente a descrivere la realtà che viviamo io, lei e milioni di cittadini come noi, in contesti sociali e politici lontani tra loro, ma tuttavia accomunati da un dato molto preoccupante: il rapporto sempre più squilibrato tra potere e regole che ne fissano i limiti. Un rapporto che, per quanto riguarda il potere, non solo è sprezzante verso la democrazia, ma assume sempre più spesso connotati parafascisti.
Prenda, per esempio, il caso di Dilma Roussef. Senza entrare nel merito della vicenda, credo di poter dire che sei anni fa nessun politico, votando a favore dell’impeachment della prima donna Presidente del Brasile, ex guerrigliera contro la dittatura, avrebbe dichiarato di votare per la decadenza in nome di chi l’aveva torturata durante gli anni della sua militanza. Sei anni fa, per non fermarsi al Brasile, in Italia, l’ex comunista combattente Cesare Battisti, non sarebbe stato oggetto di scambio e prova di amicizia tra Bolsonaro e Salvini e soprattutto, quali che siano le sue responsabilità, dopo l’estradizione, non avrebbe trovato all’aeroporto i ministri Bonafede e Salvini, pronti a esibirsi davanti a compiacenti telecamere e ad esporre il detenuto come un trofeo di caccia.
In maniera diversa,  ma in entrambi i casi, l’odio per la sinistra militante e combattente è stato così forte e così volutamente mostrato, che è impossibile parlare di competizione politica; tutto fa pensare a comportamenti vendicativi di natura reazionaria e per molti aspetti fascista. E dico fascista a ragion veduta, perché sei anni fa in Italia nessun ministro di centrosinistra e uomo del PD, avrebbe osato trattare la questione degli immigrati come Marco Minniti, predecessore di Salvini. Un ministro, va detto, che ha costretto l’ONU a definire «disumana» la politica adottata nei confronti degli immigrati e ha firmato un decreto sulla sicurezza che contiene numerosi elementi presenti in un documento fascista del 1934.
Sei anni fa noi non avremmo potuto parlare di Salvini, Bolsonaro, Trump, Orban e Le Pen, come di un gruppo di leader che condividono sia dal punto di vista teorico, che da quello pratico, posizioni politiche di una destra che non basta definire estrema. Inevitabilmente un così rapido degenerare dell’autoritarismo verso posizioni apertamente reazionarie interroga e inquieta le coscienze. E’ possibile individuare nella formazione di questo blocco di destra, apparentemente eterogeneo, i tratti di un moderno nazifascismo? Dalle mie parti, appena ti azzardi a porre questa domanda, ti si risponde che fascismo e nazismo sono fenomeni storici che fanno parte definitivamente del passato. Morti e sepolti. E’ un argomento forte, che trascura però dati di fatto incontestabili. L’Italia, per esempio, che ha conservato il Codice Rocco, esempio insuperato della concezione fascista dello Stato, non ha realizzato una seria “defascistizzazione” e anzi ha riciclato parte del personale politico e della burocrazia fascista.
Da noi la repubblica consentì che a presiedere la Corte Costituzionale fosse chiamato Gaetano Azzariti, ex presidente del Tribunale fascista della razza, e affidò la formazione tecnica della Polizia repubblicana a Guido Leto, ex capo dell’OVRA, la famigerata polizia politica fascista.
A volerlo continuare, l’elenco sarebbe infinito, ma non avremmo  né spazio né tempo per farlo. Vale però la pena di citare almeno una parte dei casi più significativi. Vincenzo Eula, Pubblico Ministero nel processo che condannò Ferruccio Parri, Sandro Pertini e Carlo Rosselli, fu poi Procuratore generale della Cassazione; Luigi Oggioni, ex procuratore generale della Repubblica sociale italiana, giunse alla presidenza della Corte di Cassazione e fu infine giudice della Corte Costituzionale; Carlo Alliney, uomo di punta della legislazione antiebraica nella Repubblica sociale italiana, proseguì senza intoppi la carriera fino alla Cassazione. Nessuno degli scienziati che avevano firmato il Manifesto della razza, pagò per le sue scelte.
Così stando le cose, non stupisce se, ignorando la Costituzione, Marco Minnitti, Ministro dell’interno, ha ammesso i fascisti di “Casa Pound” alle elezioni politiche del 2018 e se Salvini, suo successore, vada puntualmente ai congressi dell’organizzazione neofascista. Più che stupirsi occorre prendere atto: è là, in quella cultura, che vanno cercate le radici degli elementi di forte razzismo presenti nella feroce politica sugli immigrati voluta dal ministro dell’Interno leghista. D’altra parte Salvini non è solo nelle sua scelte sulla scena internazionale. Proponendosi di eliminare la sinistra dalla vita politica del Brasile, Bolsonaro non mira soprattutto a cancellare la stagione dell’esperienza integrazionista? Perché lo fa? L’impressione è che intenda riportare nelle terre latinoamericane l’antica condizione di subalternità e in questa scelta non appare lontano dall’antimeridionalismo, dal separatismo camuffato da autonomismo, dalla guerra agli immigrati e ai rom che sono la sostanza della concezione politica di Salvini e di altri leader della nebulosa in cui si colloca l’attuale estrema destra entro e fuori dall’Italia e dal Brasile.
Certo, Bolsonaro porta alle estreme conseguenze il populismo sessista, omofobo e razzista delle classi medie bianche e di destra più moderate e “civilizzate”, ma la sua campagna d’odio, di esaltazione della mano dura, che giunge sino alla tortura, accomuna il Brasile non solo all’Italia di Genova 2001, ma a tutti quei Paesi in cui la polizia mette mano alle armi anche quando non dovrebbe. A partire dagli Usa di Trump. Una vittoria della destra sulla sinistra in questo o quel Paese è fisiologica. Ma quando si registra contemporaneamente in vari Paesi e continenti e nasce ovunque dall’onda lunga di una identica visione gerarchica della società e dei rapporti tra i popoli, sull’esaltazione dell’omofobia, del misoginismo, del nazionalismo, del razzismo e  dell’anti-ambientalismo, inseriti su profondo disprezzo per la democrazia, allora sì, allora non si può non temere che lo spettro del nazifascismo si stia delineando su di un orizzonte sempre più fosco.

RF –  Bolsonaro ha vinto le ultime elezioni in Brasile. L’attuale clima oscuro e pesante nel paese ricorda solo quello della dittatura militare degli anni 1960. Il discorso di odio è stato un’arma di Bolsonaro per la gestione del paese. Discorsi politici, social network, televisione e media hanno in qualche modo sempre più modellato e potenziato la “parola come espressione”. Secondo Lei, la “parola” è diventata più fascista o è stata uno degli strumenti anti fascisti di oggi? E come si vede Bolsonaro in Italia e in Europa?

GA – Non ho un’esperienza diretta su cui contare, ma ho buone ragioni per ritenere il clima pesante che si va instaurando in Brasile simile a quello dei tempi della dittatura militare in un contesto internazionale a dir poco preoccupante. Non azzardo previsioni, ma mi pare evidente che con Bolsonaro ha vinto l’antisistema e si sono inseriti elementi di «barbarie locale» in una crisi del capitalismo che ormai è anzitutto crisi di civiltà.
In questa situazione, un discorso sul valore della «parola» va fatto, perché, se il fascismo intuì il valore strategico della comunicazione e di un linguaggio immediato che esprimeva una visione del mondo in forme sintetiche e brevi come slogan, anche Salvini e Trump usano un linguaggio immediato, cercano un contatto diretto e le forme e i toni del dialogo personale. A questa caratteristica «tecnica» nei discorsi dei leader attuali si unisce – e anche questo fu tipico del linguaggio fascista – una tendenza costante a forzare in senso peggiorativo il significato della parola. Nell’attacco all’avversario, per esempio, frequente, quasi sistematica è la nota offensiva; la virilità – un punto fermo del modo di essere della destra – non ha quasi più senso se non evoca violenza e aggressività. Non occorre un grande sforzo per cogliere altre significative affinità. La distanza che separa il «Vaffa» di Grillo dal «Me ne frego» fascista è minima e la carica di disprezzo per le Istituzioni presente nella descrizione di un Parlamento che «va aperto come una scatola di tonno» è pari, se non superiore, a quella che si ritrova nell’«aula sorda e grigia» di mussoliniana memoria.
Quando in Italia studiosi come Emilio Gentile insistono sul valore definitivamente storico della parola «fascismo», dimenticano di dirci dov’è scritto che un fenomeno storico non lasci in eredità un pensiero e un linguaggio. Se si riflette sulle espressioni utilizzate da leader come Salvini e Di Maio, uno leghista, l’altro dei 5 Stelle, entrambi ministri dell’attuale governo italiano, la prova della continuità tra il linguaggio dell’estrema destra e quello fascista diventa evidente: come i fascisti entrambi chiamano continuamente in causa il popolo, posto spesso in conflitto con élite sistematicamente attaccate. D’altra parte, persino i corpi dello Stato fanno pensare a una torsione in senso fascista della loro funzione.
In Italia giorni fa, Conte, Presidente del Consiglio, ha convocato le parti sociali e c’è stato un incontro. Di lì a un giorno, invitate da Salvini, esse sono andate anche dal Ministro dell’Interno.  Il comportamento evidentemente anomalo, ne ha di fatto stravolto il ruolo; quando infatti le parti sociali, prive di un interlocutore istituzionale, vanno da chiunque voglia discutere dei loro interessi, la loro funzione cambia. Certo, noi continuiamo a chiamarli sindacati, ma fingiamo d’ignorare che invece si stanno comportando come corporazioni. In questo caso, la parola, per quanto taciuta, è indiscutibilmente fascista. Ormai assieme al  valore apparente della parola, è necessario capire ciò che esse nasconde.
«Cambieremo insieme il destino del Brasile. Vi offriremo un governo degno, che lavorerà per tutti i brasiliani, lavoreremo per trasformare il Brasile in un Paese democratico»: questo aveva promesso Bolsonaro, utilizzando parole che non sembrano affatto fasciste. Bolsonaro si limitava a dire che la sinistra non aveva lavorato per tutti i brasiliani, aveva fatto del male al Paese e ne aveva manomesso l’anima democratica. Condivisibile o no, si trattava di un giudizio politico. Fasciste, invece, e ciò che più conta chiarificatrici, sono state invece le parole usate per dirsi ammiratore della dittatura nei suoi comportamenti più sanguinari. Fascista è – peggio ancora – ciò che Bolsonaro non dice, ma si legge dietro tutte le sue dichiarazioni: l’innata tendenza per una violenza che ricorda sangue, caserme e soluzioni di forza.
Come si vede un uomo così in Europa? Dipende. Molti sono ormai così lontani dalla politica che non sanno chi sia. L’estrema destra lo guarda con ammirazione e speranza, mentre ciò che resta della sinistra lo ritiene un rischio mortale. Una domanda c’è però che non trova risposta: cosa penseranno di lui e da quale parte andranno alla fine quelli che oggi sono tra gli indifferenti?

RF – Bolsonaro ha recentemente criticato l’INPE (Istituto Nazionale di Ricerca Spaciale) sui dati sulla deforestazione in Amazzonia. Ha dichiarato che i dati dell’Istituto non erano veri. Basato su satelliti e alta tecnologia, INPE ha mostrato che oltre 1000 km2 di foresta pluviale amazzonica sono stati bonificati nei primi quindici giorni di luglio. Bolsonaro afferma che questi dati “sconvolgono l’immagine del Brasile all’estero”, in quanto ciò non attira gli investimenti degli uomini d’affari per esplorare l’Amazzonia. In Italia ci sono scontri in corso come quello contro i treni ad alta velocità in Val de Susa e il mondo sta osservando con grande preoccupazione i pericoli delle variazioni climatiche della terra. Questa agenda ambientale è diventata centrale per la sinistra mondiale. Lei crede che l’agenda ambientale sia promettente in termini di resistenza globale al capitalismo contemporaneo?

GA – Purtroppo quando si tratta del rapporto tra questione ambientale e politica, capita di dover fare i conti con sorprendenti blackout. Questo accade soprattutto nel campo di una ormai sedicente «sinistra», ridotta al rango umiliante di sacerdote e custode del pensiero unico neoliberista. In Italia, per esempio, il Partito Democratico, che politologi e opinionisti collocano ostinatamente nel campo della sinistra, da qualche tempo parla – e talora straparla – di variazioni climatiche, pianeta malato e urgente necessità di varare politiche ambientali che abbiano la forza di una terapia d’urto. Questo accade per lo più durante le frequenti campagne elettorali, quando il partito va a caccia di voti e promette sistematicamente tutto ciò che poi non farà. Quando si tratta però di passare ai fatti, la scena cambia e inizia il ritornello che ricalca i discorsi delle destre sulle necessità del mercato e sul rischio di scoraggiare gli investitori. A quel punto la montagna partorisce un topolino.
Pochi giorni fa, col suo voto decisivo, il PD ha tenuto in vita il devastante progetto che porta il treno ad alta velocità in Valsusa, ignorando completamente la lunga lotta degli abitanti del territorio colpito. Da tempo purtroppo in Italia si va avanti con questo equivoco, costruito ad arte, in maniera del tutto strumentale da chi «fa opinione»: il PD, si ripete in maniera quasi ossessiva, è il più grande partito della sinistra moderata. Questo consente ai poteri forti che sono ormai i protagonisti reali della vita politica italiana di centrare due obiettivi con un sol colpo: da un lato si scredita la sinistra attribuendole un capofila collocato molto più a destra di gran parte della destra, dall’altro si coprono le spalle agli investitori-speculatori grazie al doppio gioco di un partito che dovrebbe essere il loro peggior nemico.
Non so come funzionino le cose da voi, ma credo che non sempre le differenze siano forti. Quando Bolsonaro mette in discussione i dati dell’INPE, si fonda su una certezza che vale anche per le destre italiane; sa di poterlo fare, perché è consapevole di godere di un vantaggio per ora decisivo, di cui la sinistra stenta a prendere coscienza: sa, cioè, che prima di essere politica, la sconfitta della sinistra è culturale. E quando le cose stanno così, quando sei stato battuto sul terreno culturale, non è facile rimediare su quello politico. Per chiarire meglio questo concetto, non sarà male spostarsi per un attimo dalla realtà del Brasile di Bolsonaro a quella italiana, per vedere quanto peso avrebbero in Italia i dati che Bolsonaro contesta in Brasile.
In Italia, buona parte della popolazione non solo non è in grado di rendersi conto della serietà delle fonti ma, per grave che essa sia, non è interessata a conoscere la questione. Secondo un’accreditata indagine internazionale – il  Piaac, Programme for the International Assessment of Adult Competencies – per quanto riguarda gli analfabeti funzionali, su 33 Paesi analizzati, l’Italia è penultima in Europa – preceduta solo dalla Turchia – e quartultima a livello mondiale. Stiamo parlando di una massa enorme di popolazione capace di leggere e scrivere, ma non di comprendere facilmente testi semplici; gente cui mancano molte competenze utili nella vita quotidiana, che non sa risalire a un numero di telefono presente in una pagina web quando si trova in corrispondenza del link “Contattaci” e non legge il libretto di istruzioni di un cellulare, perché sa che non capirebbe nulla. In queste condizioni è possibile dar vita talora a movimenti forti e persino vittoriosi. Lei ha citato il movimento no TAV, ed io posso confermarle che si tratta di una realtà forte, in grado di costituire un modello. Parlo con cognizione di causa perché conosco la realtà del movimento e Nicoletta Dosio, la sua leader più rappresentativa, milita come me in un movimento giovane, ma particolarmente attivo e ricco di risorse umane e politiche, qual è certamente Potere al Popolo. Potrei dire le stesse cose per il movimento sorto in difesa dell’acqua pubblica e per quello sorto in Puglia contro un devastante oleodotto; sono realtà di lotta molto significative. Devo però riconoscere allo stesso tempo che si tratta di movimenti territoriali relativamente piccoli, non sempre collegati tra loro in maniera organica, che subiscono costantemente una dura stretta repressiva e che, dopo la recentissima approvazione di un decreto sulla sicurezza, che ha carattere davvero fascista, rischiano di pagare a caro prezzo la loro coraggiosa resistenza. Esistono anche realtà istituzionali guidate da uomini coraggiosi come il sindaco di Riace, messo però fuori gioco da strumentali e insussistenti inchieste giudiziarie, e il sindaco di Napoli Luigi De Magistris. In quanto a Potere al Popolo, il più giovane e più originale movimento di sinistra nato in Italia, abbiamo finora dimostrato qualità innovative molto significative, e una grande capacità di intessere relazioni con realtà di altri Paesi, dal Venezuela di Maduro, alla «France Insoumise» di Melenchon.
Una nuova sinistra può certamente nascere attorno all’agenda che lei indica e io credo anzi che questo processo sia in qualche modo inevitabile e già in cammino. Vi militano alcuni tra i nostri giovani più capaci, impegnati in un’attività politica internazionalista che costituisce di per sé una realtà che è stata inizialmente speranza e oggi mi pare un modello. Il tempo dirà dove si potrà giungere, ma  io non ho dubbi: è su questo fronte che può e deve nascere una resistenza globale al capitalismo contemporaneo.

RF – All’inizio di quest’anno, la professoressa di letteratura Rosa Maria Dell’Aria della città di Palermo, in Sicilia, è stata sospesa per 15 giorni per aver permesso ai suoi studenti in un incarico scolastico di confrontare le leggi razziali del 1938 con l’attuale decreto di sicurezza da Salvini. Questa fotografia è molto simile a ciò che è avvenuto in Brasile,la proposta di Bolsonaro è di consentire agli insegnanti di essere filmati mentre insegnano le loro lezioni. Il presidente e il ministro della pubblica istruzione, Abraham Weintraub, ritengono che ci sia un “marxismo culturale” nello spazio educativo brasiliano e che debba essere distrutto. Una delle varie proposte di Bolsonaro è la creazione di scuole militari. Inoltre, entrambi intendono ritirare lo status del pedagogo brasiliano riconosciuto a livello internazionale, Paulo Freire,  di patrono dell’educazione in Brasile. Da alcuni anni organizzazioni internazionali come l’OCSE regolano l’istruzione mondiale attraverso meccanismi più “soft” in termini di politiche educative neoliberali come valutazioni, raccomandazioni, ecc. Non esiste un’incongruenza tra questi governi autoritari e le istituzioni e organizzazioni internazionali che optano per un altro tipo di governance globale come la ricerca del consenso?

GA – Non bisogna stupirsi se appena giunge al potere, l’estrema destra mette nel mirino la scuola. La storia antica della repressione ha insegnato agli sfruttatori di tutto il mondo che l’operaio molto ignorante giunge a ringraziare il padrone che gli dà lavoro e subisce il licenziamento come se fosse una sorta di calamità naturale. Anche il movimento operaio e socialista ha però una storia antica e ricca di insegnamenti ancora attuali. Uno di questi è senza dubbio il valore per certi aspetti rivoluzionario della formazione. Il lavoratore che studia distingue tra ciò che gli viene concesso e ciò che gli spetta. Mentre l’ignorante s’inchina, l’altro lotta. E’ naturale quindi, che uno dei punti di scontro più aspro e decisivo nella lotta di classe sia la scuola, avamposto del diritto allo studio e della libertà d’insegnamento. Quanto valesse in termini di autonomia di pensiero e spirito critico una scuola libera scoprì lo zar Alessandro II, che nel 1861 mandò a scuola gratis i figli dei contadini, consentì agli studenti universitari di gestire le biblioteche di facoltà e pochi anni dopo fu costretto a fare marcia indietro, di fronte a una gioventù critica e consapevole. Dubito che Bolsonaro conosca la storia della scuola, ma credo che la diffidenza per la scuola libera in cui liberamente insegnino docenti di sinistra sia istintivamente malvista da ogni politico reazionario. Non mi meraviglio perciò se, dopo aver promesso al Paese un governo che avrebbe lavorato per tutti i brasiliani, oggi rivolga minacce ai docenti di sinistra e quindi alla libertà d’insegnamento.
Al di là del gesto di per sé grave, a me pare particolarmente significativo il fatto che non siamo di fronte a una linea di condotta esclusivamente brasiliana. Berlusconi, in Italia, ha scatenato l’ira di Dio contro i docenti di Sinistra e oggi abbiamo rappresentanti delle Istituzioni che propongono addirittura di schedarli. Recentemente, come lei ricorda nella sua domanda, a riprova delle tendenze fascistoidi che caratterizzano l’attuale governo italiano, una docente è stata sospesa per non aver impedito ai suoi studenti di concludere una ricerca sul razzismo, esprimendo l’opinione che Salvini segue la via di Mussolini. Io credo però che il caso più significativo di tutti sia stato quello di Lavinia Flavia Cassaro, una docente licenziata per aver aspramente criticato in piazza i poliziotti che difendevano militanti di «Casa Pound» – i «fascisti del terzo millennio» – e caricavano i manifestanti antifascisti.
L’attacco alla scuola democratica è in questo caso davvero rivelatore, perché si collega a una inaccettabile scelta del governo targato PD e del suo Ministro dell’Interno, Marco Minniti, che per la prima volta nella storia della repubblica, ignorando un aperto divieto della Costituzione, ha consentito a un movimento dichiaratamente fascista di partecipare alle elezioni. La docente in sostanza è stata licenziata perché – non a scuola, ma durante una manifestazione – ha espresso il suo sdegno per la vergognosa decisione di Minniti, che ha fatto da apripista al suo successore, il leghista Matteo Salvini.
Come Lei osserva giustamente il caso brasiliano è molto simile a quelli italiani; da noi si è giunti a proporre di schedare gli insegnanti di sinistra, da voi si pretende di filmarli mentre fanno lezione, ma in entrambi i casi ciò che si vuole ottenere è la cancellazione della libertà di insegnamento e l’imposizione di una cultura di Stato. Una decisione che sa evidentemente di fascismo. Da noi si è fatto di tutto per cancellare la scuola nata dalle lotte del 1968 e si è di fatto messo al bando Don Milani, un riferimento fortissimo per la scuola  democratica. In questo caso non occorrono mezze parole: quando la politica decide di colpire il pensiero o prova a mettere al bando un pedagogo siamo di fronte a un  processo di fascistizzazione della formazione. Non lo attestano solo operazioni apertamente repressive. Ne sono testimoni gli interventi esterni di agenzie che fanno capo ai governi nei processi di valutazione, l’imposizione di test che non tengono conto delle differenti realtà territoriali e sociali in cui operano i docenti, le ore di lavoro gratuito regalate alle aziende e imposte agli studenti come strumento di formazione, l’ingresso dei privati nella scuola pubblica in veste di finanziatori. E’ in questo modo che sostanzialmente in Italia si stanno privatizzando la scuola e l’università.
Non so come funziona in Brasile la valutazione della ricerca. In Italia è stata creata un’Agenzia, l’Anvur, che non chiede alle Commissione di leggere i lavori degli studiosi, ma li classifica in base all’importanza dell’editore e alle citazioni di studiosi stranieri, soprattutto anglo sassoni. Citazioni che si ottengono solo se si partecipa ai congressi internazionali; congressi ai quali si può accedere solo se si è in buoni rapporti con i cosiddetti «baroni»; buoni rapporti che si costruiscono solo seguendo la via del più assoluto servilismo. Inutile dire che un editore che conta non pubblica una storia degli anarchici e dei socialisti, sicché allo studioso che vuol fare carriera non resta che abbandonare rami di ricerca invisi al potere. Ciò che, in pratica, significa imporre un controllo ferreo sulla ricerca.

RF – A proposito della lotta politica. Lei è stato un candidato di sinistra nelle ultime elezioni per Potere al Popolo. Qual è il panorama della sinistra italiana e quali sono state le sue proposte?

GA – La sinistra in Italia è estremamente frammentata. Prima delle elezioni politiche del 2018 in Parlamento il maggior partito di «sinistra» era il PD, nato da una fusione a freddo tra cattolici ed ex comunisti e attestato da anni su posizioni neoliberiste. Considerato di sinistra, è stato il Partito che in realtà ha realizzato nei fatti tutto quanto non aveva saputo o potuto fare la destra berlusconiana in tema di privatizzazioni, ambiente, grandi opere, attacchi ai diritti dei lavoratori e stravolgimento della Costituzione antifascista. Il PD ha creato così una frattura profonda con il popolo di sinistra e con i valori nei quali quel popolo si riconosce. Dal PD sono usciti, dando vita a effimeri soggetti politici, piccoli gruppi di dirigenti e deputati che non hanno però mai veramente rotto con il neoliberismo e non hanno assunto una posizione chiara sul tema dell’Unione Europea. Tra queste formazioni ha avuto un qualche peso la «Sinistra», guidata da Fratoianni, che si è dimostrata però sostanzialmente subalterna al PD. Fuori dal Parlamento, ci sono piccole formazioni comuniste prive di seguito tra la popolazione; un peso ha avuto fino alle recenti elezioni politiche il «Partito della Rifondazione Comunista», che contava su una minima rappresentanza nel Parlamento Europeo ma, sclerotizzato nei gruppi dirigenti, era perennemente diviso sul tema decisivo dei rapporti col PD. A tutte queste formazioni politiche va addebitato il discredito della sinistra presso la popolazione.
In questo clima è nato Potere al Popolo, del quale sono stato prima candidato e oggi Presidente della Commissione di Garanzia. E’ nato per creare un movimento in cui tutti avessero davvero diritto di parola e di scelta, per dare un riferimento a chi non si sentiva rappresentato, per far passare finalmente un programma autenticamente anticapitalista e creare una rete di rapporti internazionali che oggi esiste e ha un suo spessore. Non siamo entrati in Parlamento, ma non siamo spariti dalla vita politica perché un progetto politico ha un futuro quando risponde a una necessità della storia. Non avevamo torto: l’esistenza di una sinistra di classe, alternativa al pensiero unico, è oggi una profonda necessità della storia. Il nostro programma era semplice, ma conteneva scelte davvero alternative. Noi proponemmo l’abolizione dalla Costituzione del «fiscal compact» e del pareggio di bilancio, che stravolgono i principi su cui nasce e poggia la Repubblica; il ripristino dello Statuto dei Lavoratori e la cancellazione del Jobs Act, che consente di licenziare quando e come si vuole. Proponemmo anche una seria lotta all’evasione, una imposta patrimoniale progressiva, una politica di edilizia popolare finanziata con le immense risorse assegnate alle spese militari, il ritorno alla scuola statale, l’abolizione dell’Anvur e dell’Invalsi, che stanno distruggendo il nostro sistema formativo e infine una grande battaglia di resistenza per la tutela dell’ambiente. Ci fermò purtroppo l’onda effimera ma travolgente del qualunquismo grillino.

RF – Perché cade il governo e qual è la via attuale delle resistenza in Italia davanti alla crisi?

GA – Dopo 14 mesi di vita, in Italia il Governo è caduto. L’ha annunciato ieri, 20 agosto, al Senato, il premier Giuseppe Conte. La crisi si trascinava dall’8 agosto, quando il Segretario della Lega e Ministro dell’Interno, Salvini aveva sfiduciato Conte e attaccato duramente gli alleati. Bisognava vederlo. L’uomo forte della politica  italiana, che voleva pieni poteri, sfidava l’Europa e faceva sognare l’estrema destra, esce ridimensionato dalla vicenda, ma ha fatto emergere la stanchezza enorme del Paese, la gravissima crisi istituzionale che lo indebolisce e la fortuna che trova ormai, in un popolo sfiduciato, il mito  dell’uomo solo al comando. Un mito che, è bene ricordarlo, qui da noi conduce direttamente  alla crisi dello Stato liberale  e alla nascita del fascismo.
Perché Salvini abbia aperto la crisi in fondo non è difficile capire. Guidava tre leghe: quella voluta da Bossi nel 1991, che mira all’indipendenza della Padania (le regioni ricche del Nord), la Lega per Salvini premier e la Lega-simbolo elettorale, che promette ponti d’oro agli odiati meridionali in cambio del voto, mentre pensa a una secessione travestita dalla foglia di fico dell’autonomia differenziata. Scoperto il trucco e contestato vivamente in ogni piazza meridionale – Potere al Popolo ci ha messo del suo – Salvini, troppo piccolo nel governo per portare al Nord l’autonomia, troppo screditato al Sud per sperare nello sfondamento, ha perso la testa e  rovesciato il tavolo. Costretto dagli eventi, il redivivo Presidente della Repubblica, Mattarella, che per 14 mesi ha firmato ogni infamia leghista, compresa una politica della sicurezza di marca fascista, condivisa da Conte, che si è svegliato solo ad agosto, ha aperto le consultazioni per verificare se  in Parlamento c’è una maggioranza che  sostenga un nuovo governo.
Troverà da un lato i Cinque Stelle, terrorizzati dal voto dopo il disastro  delle europee e pronti ad allearsi anche col diavolo, per conservare potere e poltrone, dall’altro le destre, decise ad andare al voto perché convinte di avere in pugno il Paese. Ago della bilancia Il PD, un partito di destra, servo sciocco dell’Unione Europea e reduce dai disastri di Renzi, autentico nemico dei lavoratori e della povera gente. Diviso al suo interno, ma forte di un’etichetta di sinistra inventata da una stampa che da noi è quasi tutta padronale, potrà vender fumo e ricorrere all’arte tutta italiana di cambiare tutto per non cambiare nulla.
Se si voterà, metà paese, privo di rappresentanza, diserterà le urne. Vinca la destra parafascista, il qualunquismo di Di Maio o il PD di Renzi, parafascista quanto e a volte più dei salviniani, la povera gente sarà massacrata del neoliberismo, che viaggerà su tappeti rossi. Nel migliore dei casi, se ci sarà, potrà tutt’al più difendere con un nuovo referendum quanto resta della Costituzione. Il solo possibile vantaggio potrebbe venire dal tempo che avrà a disposizione ciò che a sinistra del Pd va nascendo per rafforzarsi e creare un’alternativa. Parliamo di tempi stretti e forze deboli come Potere al Popolo e ciò che ruota attorno a De Magistris. La crisi istituzionale e quella economica, però, potrebbero fare da forte acceleratore. Se, com’è evidente, la rinascita della sinistra è una necessità della storia, in fondo all’orribile buio che ci avvolge, c’è una piccola luce. Bisogna andare a tutti i costi in quella direzione, ricordando che c’è una costante nella vicenda umana: dopo ogni gelido inverno della storia, le ragioni della forza bruta hanno sempre ceduto il campo alla forza delle giuste ragioni.

RF – Abbiamo visto gli ultimi partigiani italiani partire da questa terra come Liliana Pacini, Ugo Morchi ed Emma Fighetti, quest’ultima la “sarta della Resistenza” che ha trasformato il suo studio in una base per attività antifascista. Come pensa Lei che l’attuale generazione possa essere antifascista? Quali sono le lezioni principali che possiamo imparare dai partigiani della Resistenza? E come non essere indifferenti in questi giorni?

GA – Credo che nel profondo della persona umana trovino un posto decisivo l’amore per la libertà e il senso della dignità. Non ne siamo consapevoli, finché le circostanze della vita non ci spingono a scoprirlo. Quanto accade attorno a noi in questi giorni è di fatto un continuo e forse irresistibile invito a lottare per la libertà e per la dignità, che si difende anzitutto grazie a un minimo di indipendenza economica. Ho un’altra convinzione profonda: credo che la storia delle lotte operaie,  dell’antifascismo e della Resistenza facciano parte ormai del nostro DNA. Perché i giovani escano dall’apatia della sconfitta e si ribellino contro l’ingiustizia occorre che gli anziani diventino esempi viventi di quello che è stato, delle lotte che hanno vissuto, dei sogni per cui hanno lottato. E’ loro compito collegare il filo della memoria del passato a quello che conduce al futuro. La conoscenza è di per sé strumento di lotta e seme di rivoluzione. In nome di questa convinzione, vorrei chiudere questa intervista e rispondere alla sua ultima domanda, ricorrendo alle parole scritte agli amici da Giacomo Ulivi, un giovane partigiano italiano, prima di affrontare il plotone di esecuzione. Per me non sono solo un testamento, ma un programma di lotta:

Amici,
[…] vorrei che, […] impreparati e gravati di recenti errori, pensassimo al fatto che noi dobbiamo rifare tutto. Tutto dalle case alle ferrovie, dai porti alle centrali elettriche, dall’industria ai campi di grano; quanti di noi sperano nella fine di questi casi tremendi, per iniziare una laboriosa e quieta vita, dedicata alla famiglia e al lavoro? Benissimo: è un sentimento generale, diffuso e soddisfacente. Ma […] in questo bisogno di quiete è il tentativo di allontanarsi il più possibile da ogni manifestazione politica. È il tremendo, il più terribile, […] risultato di un’opera di diseducazione ventennale, di diseducazione o di educazione negativa, che martellando per vent’anni da ogni lato è riuscita ad inchiodare in molti di noi dei pregiudizi. […] Tutti i giorni ci hanno detto che la politica è un lavoro di «specialisti». Duro lavoro, che ha le sue esigenze: e queste esigenze, come ogni giorno si vedeva, erano stranamente consimili a quelle che stanno alla base dell’opera di qualunque ladro e grassatore. Teoria e pratica concorsero a distoglierci e ad allontanarci da ogni attività politica. Comodo, eh? Lasciate fare a chi può e deve; voi lavorate e credete, questo dicevano: e quello che facevano lo vediamo ora, che nella vita politica […] ci siamo stati scaraventati dagli eventi. Qui sta la nostra colpa, io credo: […] ci siamo lasciati strappare di mano tutto, da una minoranza inadeguata, moralmente e intellettualmente.
Questa ci ha depredato, buttato in un’avventura senza fine; e questo è il lato più «roseo», io credo; il brutto è che le parole e gli atti di quella minoranza hanno intaccato la posizione morale, la mentalità di molti di noi. […] Al di là di ogni retorica, constatiamo come la cosa pubblica siamo noi stessi, la nostra famiglia, il nostro lavoro, il nostro mondo, insomma, che ogni sua sciagura è sciagura nostra, come ora soffriamo per l’estrema miseria in cui il nostro paese è caduto: se lo avessimo sempre tenuto presente, come sarebbe successo questo? […]
Appunto per questo dobbiamo curarla direttamente, personalmente, come il nostro lavoro più delicato e importante. Perché […] se noi non lo trattiamo a fondo, specialmente oggi, quella ripresa che speriamo, a cui tenacemente ci attacchiamo, sarà impossibile. […] No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere!.

[1] La parola lazzaro è di origine spagnola e indicò inizialmente il giovane plebeo napoletano che popolava il quartiere Mercato. I lazzari ebbero un ruolo nella sollevazione capitatanata nel 1647 da Masaniello. In senso lato indicò la plebe miserabile, che si schierò contro i rivoluzionari nell’attacco sanfedista alla Repubblica Partenopea nata nel 1799.

Esquerda online, 28 agosto 2019; https://poterealpopolo.org/Salvini-e-Bolsonaro-intervista-ad-Esquerda-online, 27 agosto 2019; http://contropiano.org/news/politica-news/2019/08/29/salvini-e-bolsonaro-0118324, 29 agosto 2019;

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streghe_goyaNel suo “pensiero” forse più terribile, Biagio Pascal scrisse che “Gli uomini si odiano naturalmente l’un l’altro”. La storia dell’umanità l’ha spesso smentito e però talvolta ha avuto purtroppo ragione, come dimostrano le parole che seguono e annunciano opere feroci.  Appartengono a una sola penna, ma potresti attribuirle a più di un autore.
Non sempre ci odiamo tra noi. Molto più spesso però siamo ciechi purtroppo e, come ha dimostrato in maniera superba Josè Saramago, la cecità è il male del nostro tempo. Non lasciate spegnere le parole che seguono: leggetele e tenetele bene a mente. Grondano sangue innocente e l’orrore va ricordato.
“Generalmente quell’organizzazione che attualmente viene chiamata Stato conosce solo due tipi di persone: cittadini e stranieri. […] Oltre la cittadinanza ottenuta con la nascita si può diventare cittadini in seguito. Ciò se sussistono svariate premesse, per esempio, se colui che aspira ad ottenerla non è né un ladro, né un lenone, che non costituisca un rischio dal punto di vista politico e non sia un onere alla sua nuova patria politica. Naturalmente la nostra epoca materialistica pensa solo ad un onere finanziario. Anzi, per ottenere prima la cittadinanza è utile che l’aspirante sia un buonissimo pagatore di tasse in avvenire. Considerazioni razziali non vi hanno la minima importanza.
Ottenere la cittadinanza è come essere ammessi ad un elenco automobilistico. L’aspirante presenta la sua domanda, si indaga, la domanda viene accettata, e un bel giorno gli si rende noto con una missiva che è diventato cittadino dello Stato. […] A colui che finora è stato uno Zulù si rende noto che è diventato cittadino di un altro Paese.
Questo miracolo viene fatto da un comune funzionario. In pochissimo tempo questo funzionario fa ciò che neanche il Cielo potrebbe fare. Un segno di penna e un Mongolo diviene tuo concittadino. Non soltanto non ci si preoccupa della razza, ma neanche della salute. Può essere anche ammalato di sifilide, tuttavia è bene accetto come cittadino dallo Stato attuale; purché non costituisca un peso finanziario né un rischio politico, […] ha la protezione dei diritti civili e della libertà individuale”.

Adolf Hitler, Mein Kampf, Franz Eher Verlag, Monaco, 1924-25, cap III.

Agoravox, 20 agosto 2029

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2-Misericordia CorporalePer Gesù Cristo – e quindi per i cattolici, che in tutte le chiese ne hanno festeggiato la Resurrezione,  le sette opere di Misericordia vanno compiute perché il Regno dei cieli provi misericordia per i peccatori.
Le prime di tali opere,  al di là della fede professata, costituiscono imperativi etici per tutta l’umanità: dar da mangiare agli affamati e dar da bere agli assetati. Se si lascia morire qualcuno di fame e di sete, è inutile vestirlo, alloggiarlo e visitarlo. Si può dargli soltanto sepoltura, come richiede la settima e ultima delle opere di Misericordia, che però sa di beffa feroce e non conquista il perdono, se la compie chi è la causa materiale e morale del decesso che conduce alla sepoltura. Seppellire chi si è lasciato morire di fame e di sete non apre le porte del Regno di Cristo e anzi le chiude per sempre: la mancanza di solidarietà non può meritare la misericordia celeste.

A Mimmo e a Marco Cusano, che a Napoli lottano per la dignità in cima al campanile della Chiesa del Carmine, Cardinali, Vescovi, sacerdoti e credenti non hanno dato finora né acqua, né pane. In quanto a Cesare, al quale Cristo riconosce il diritto di avere ciò che gli spetta, ma ha il dovere  di dare ciò che deve, egli ha oggi purtroppo un ministro maledetto, figlio dell’odio e del male, così nemico di Dio, dei figli di Dio e di Cesare stesso, da proibire che acqua e cibo giungano a Mimmo e a Marco.
Nell’indifferenza di chi finge di festeggiarlo, Gesù Cristo oggi  muore di nuovo. Stavolta senza speranza di resurrezione.

Agoravox, 23 aprile 2019

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Va bene, basta. Diciamolo e poi superiamo le discussioni inutili, che si fanno ad arte per giustificare i «bravi ragazzi che rischiano la vita»: ci sono carabinieri perbene o, per dir meglio, ci sono persino carabinieri perbene che perdono la vita in servizio. Diciamolo e però ricordiamo quanti lavoratori muoiono ogni anno uccisi da imprenditori che non rispettano le norme di sicurezza. Non ce n’è uno che uccida i padroni. Qui da noi si muore di lavoro e la vita la rischiano in tanti, a cominciare dai pompieri e non risulta a nessuno che il pompiere-mela-marcia pesti di botte chi ha chiesto soccorso.
Non ho scelto per caso «Potere al Popolo!» e vorrei che lo dicessimo: quando si trattò di costruire la Repubblica sulle ceneri del fascismo, Guido Dorso, che non frequentava centri sociali, ma conosceva la nostra storia, fu netto e coraggioso: se vogliamo che sia davvero una democrazia, dobbiamo sciogliere l’Arma dei carabinieri. Basta andare a cercare in archivio per sapere come finì: i carabinieri sono ancora al loro posto e Dorso finì segnalato come se il fascismo non fosse caduto, la libertà di pensiero costituisse ancora un reato e il grande meridionalista non fosse altro che il solito «pericoloso sovversivo».
Diciamolo chiaro anche noi e non abbocchiamo all’amo dei ciarlatani dei salotti televisivi: non si tratta solo di Stefano Cucchi, che di per sé sarebbe già un caso inaccettabile. E’ che non sappiamo a quanti Cucchi è stata spezzata la vita con una scarica di botte, con un rapporto che ti mandava e ti manda in carcere, al soggiorno obbligato e al manicomio, finché i manicomi sono stati aperti. Non sappiamo quante siano state dall’unità d’Italia a oggi le vittime di una violenza che non ha un nome, un cognome o un indirizzo. Quante siano e quante purtroppo saranno. Sappiamo che quando è accaduto non è mancato il servo sciocco di un potere capace di stritolare, il quale se n’è venuto fuori con i bravi ragazzi che rischiano la vita. L’intellettuale del «particulare», per dirla con Guicciardini, è nel DNA della nostra storia: ci siamo abituati e la memoria è corta.
Qualcuno si è accorto che sotto l’ultimo appello a marciare contro il razzismo, c’è la firma di Marco Rossi Doria, che pochi anni faceva il paladino del dialogo  con Casapound? No. Non se n’è accorto nessuno, perciò diciamolo chiaro, Guido Dorso, messo d’un tratto sotto controllo, non è impazzito. Sa bene, lo studioso antifascista, quanta miseria umana ha prodotto il fascismo. Sa che i carabinieri, folgorati sulla via di Damasco e convertiti all’idea repubblicana, hanno cominciato a incarcerare partigiani e «dissidenti» di sinistra. Glielo consentono il Codice Rocco – che nessuno provvederà mai a bandire – e di lì a poco l’amnistia, di cui si parla da tempo e che Togliatti firma, dopo averne affidato il testo a un vero campione di democrazia: Gaetano Azzariti, compromesso con la Magistratura fascista fin dal 1928, zelante collaboratore del ministro Dino Grandi nell’elaborazione dei codici civile e di procedura civile, Presidente del Tribunale della razza, ministro con Badoglio  e – perché no? – giudice della Corte costituzionale nel 1955. Giudice e poi presidente.
Dorso sa. Per questo a novembre del 1945, mentre la repubblica è in gestazione, mette sotto l’obiettivo della sua critica l’essenza dello Stato italiano; vengono fuori così le due figure chiave: il «Prefetto che costituisce l’architrave dello stato storico» e il «Maresciallo dei RR. CC.», l’equivalente di «quello che gli architetti chiamano la voltina». Nonostante la guerra partigiana e il sommovimento tellurico che l’ha lesionata «la piccola ma robusta voltina è emersa tra i calcinacci pericolosi, mostrando la sua intima connessione con l’architrave prefettizio e con le altre principali strutture dell’edificio», prima di tutte quella Magistratura per la quale il maresciallo è come il Papa.
Cucchi non è morto per le botte. L’ha ucciso questa struttura rimasta intatta. Oggi come allora, la quasi totalità dei Magistrati, proprio come scriveva Dorso nel 1945, giura «in verba Marescialli con assoluta convinzione. Ipse dixit, come Aristotele». Per questo elementare motivo, che ha radici profonde nella nostra storia, Dorso riteneva che occorresse sciogliere l’Arma. E’ ancora oggi un capolavoro di giornalismo l’ironico ricorso ad Anatole France, e al suo Crainquebille – un venditore ambulante protagonista di un caso giudiziario caratteristico di una giustizia sciocca, feroce e vendicativa, al quale un vigile intima di circolare per non intralciare il traffico. Ne nasce un battibecco e la guardia, che non ammette di essere contraddetta, denuncia, imprigiona e conduce al processo, Crainquebille non ha scampo: è condannato, malgrado un medico testimoni a suo favore in maniera più che convincente. Scontata la pena e tuttavia isolato, perde i clienti, il lavoro e presto anche la testa. Era un brav’uomo, diventa cattivo, non ha di che vivere – né un tetto né un tozzo di pane – e quando pensa che è meglio farsi arrestare ancora, per cercare scampo a spese dello Stato che l’ha distrutto, scopre che nemmeno la galera è disponibile ad accettarlo.
Sono «di moda nelle nostre Corti di giustizia», le considerazioni «che concludono il malinconico racconto del caso Crainquebille». Così scrive Dorso. La parola del maresciallo dei Carabinieri è verità di fede per il giudice e se il maresciallo ti vuole rovinare, lo fa. Il giudice, i benpensanti, la società perbenista optano sempre per «il potere costituito». E’ stata questa la morte che ha ucciso Cucchi, la stessa che uccide i «dissidenti», i «diversi», i Rom, gli immigrati e chiunque si metta di traverso. L’Arma è la migliore garanzia di questa feroce continuità dello Stato. Credo che Potere al Popolo!, nato per «fare tutto al contrario», non possa contentarsi della pietà per Cucchi e della solidarietà per la sorella Ilaria. Come Dorso, deve chiedere lo scioglimento dell’Arma, il miglior alleato di un potere costituito, rappresentato alla perfezione dai due ultimi ministri dell’interno: Minniti, che ha consentito la partecipazione di Casapond alle elezioni, e Salvini amico dichiarato dei fascisti del terzo millennio.

Agoravox,  12 aprile 2019

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Prima i padroni

Prima i padroni

C’è una sapienza antica che la crisi mortale del capitalismo va cancellando. E’ la sapienza politica, se volete anche solo il senso della misura di uomini che, per quanto lontani dalle classi popolari, erano consapevoli della necessità di migliorarne le condizioni, per evitare se non altro pericolose agitazioni sociali. Sarà stato pure «Ministro della malavita», però dopo i tragici fatti del ‘98, nel celebre discorso agli elettori di Dronero, Giolitti puntò il dito contro coloro che chiedevano ancora l’uso della forza a beneficio esclusivo dei loro interessi. Essi, affermò, andavano respinti «come i peggiori nemici di quelle istituzioni che noi riteniamo inseparabili dalla causa della unità, della indipendenza, della libertà».
A proposito di memoria smarrita e di imbarbarimento, antica è la saggezza da cui nascono le regole del conflitto sindacale, in cui tutti vogliono vincere, ma nessuno stravincere. Giuseppe Santoro Passarelli, presidente della Commissione Nazionale di Garanzia sugli scioperi, non lo sa, ma più sacrifici impone alla collettività la lotta sindacale, più siamo garantiti tutti. Sono millenni che Tito Livio lo insegna col celebre apologo dell’Aventino:
«Le membra dell’uomo, visto che lo stomaco oziava in attesa del cibo, decisero di farla finita, si misero segretamente d’accordo e stabilirono che le mani non portassero cibo alla bocca e se vi giungesse comunque, la bocca lo rifiutasse e i denti non masticassero. Mentre cercavano di domare lo stomaco, gli arti indebolivano anche se stessi, sicché tutto il corpo giunse a un’estrema debolezza. Presto fu chiaro che il compito dello stomaco non è quello di essere pigro, e che anzi, quando riceve i cibi, li distribuisce per tutte le membra. Stomaco e membra tornarono in amicizia. Così, come fossero un unico corpo, il senato e il popolo muoiono con la discordia, con la concordia vivono in salute».
Intimando all’Unione Sindacale di Base di revocare lo sciopero generale indetto per il 12 aprile in virtù di un inesistente mancato rispetto dell’«intervallo minimo» che dovrebbe intercorrere tra uno sciopero e l’altro, Santoro Passarelli invita di fatto lo stomaco all’ozio, si schiera contro gli arti e ci riporta indietro fino al V secolo avanti Cristo, inserendosi nel solco della storica ignoranza dei «padri della patria italiana», che, incapaci di prendere coscienza dello squilibrio esistente nei rapporti di forza tra capitale e lavoro, trasformarono lo sciopero, da diritto qual era, in un inesistente reato.
Sarebbe difficile contare i lavoratori incarcerati e gli anni di galera scontati dall’unità al 1904, anno in cui Giolitti lasciò che in Italia il primo sciopero generale fosse realizzato senza l’intervento repressivo di questurini, carabinieri, esercito e magistrati. Fino a quel momento si era andati avanti a suon di cariche, sciabolate, arresti ed eccidi proletari, tant’è che il primo sciopero generale nacque proprio dall’esplosione della tensione accumulata nel Paese dopo le stragi di lavoratori di Castelluzzo in Sicilia e Buggerru, in Sardegna.
Seguace di Albertini, il direttore del «Corriere della Sera» che definì quelle storiche giornate di lotta «cinque giorni di follia», la Commissione di Garanzia ha ignorato lo spirito animatore dell’Assemblea Costituente, che nel dibattito sul tema e nella formulazione originaria dell’articolo 36 del progetto, passato poi nella Costituzione come articolo 40, non solo assicura ai lavoratori il diritto di sciopero, ma limita gli interventi della legge ordinaria nella sua regolamentazione a tre soli ambiti: procedura di proclamazione, tentativo di conciliazione, mantenimento dei servizi assolutamente essenziali alla vita collettiva. Benché qualcuno voleva che la Costituzione non proclamasse il diritto di sciopero, non poteva andare altrimenti: dopo la legislazione fascista, che aveva considerato lo sciopero un reato, la Costituzione della Repubblica fondata sul lavoro non poteva che riconoscerlo.
Anche l’ala moderata dell’Assemblea, del resto, rinunciò alla richiesta di vietare lo sciopero politico. Mise tutti d’accordo la formulazione di Umberto Merlin, che riconosceva il diritto di sciopero e un’unica limitazione, il cui senso e valore, tuttavia, indicava senza possibilità di equivoco al giudice ordinario, quando ricordava che lo sciopero «degli agenti di polizia, dei carcerieri, dei magistrati e degli agenti delle imposte», non avrebbe semplicemente tolto allo Stato «la dovuta forza e il dovuto prestigio», ma ne avrebbe favorito il suicidio. Furono d’accordo più o meno tutti, perché fu chiaro che il solo limite che Merlin intendeva porre al diritto riconosciuto mirava a garantire il rispetto delle esigenze fondamentali dello Stato.
Le formule pretestuose con cui Giuseppe Santoro Passarelli motiva la decisione di proibire lo sciopero generale del 12 aprile, indetto dall’Unione Sindacale di Base, quali il mancato rispetto dell’«intervallo minimo» e la «rarefazione soggettiva», non rientrano nello spirito e nella lettera della Costituzione, resuscitano gli spettri del ’98 e ci riconducono agli anni in cui Giovanni Giolitti, che non fu certo un pericoloso bolscevico, richiamava la borghesia alla necessità di porre un limite alla prepotenza e all’arroganza di classe. Non si tratta solo di una decisione grave e antidemocratica, ma di una corrispondenza di amorosi sensi tra un organo di garanzia, che calpesta la sua funzione istituzionale e un governo di estrema destra in cui Salvini, alleato dei fascisti di Casapound, sta realizzando una politica repressiva e liberticida, che colpisce con estrema durezza i lavoratori e le loro organizzazioni e criminalizza ogni forma di lotta, dall’occupazione di edifici al blocco stradale.
E’ una politica che dimostra come lo slogan nazionalista e razzista della Lega secessionista, del governo e dei suoi servi, è una volgare menzogna. Per  questa gente, infatti, non è vero che vengono «prima gli italiani». Prima, molto prima vengono i padroni.

Contropiano, 7 aprile 2019 e Agoravox, 9-4-2019.

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Giornalisti nel mirino.jpgStupisce che i giornalisti di “Report”, solitamente attenti e coraggiosi, abbiano mandato in onda un’inchiesta il cui unico obiettivo era decisamente quello di demolire il fondo per l’editoria. Sono state utilizzate tutte le armi, anche quelle di un’ironia tragicomica sul “Manifesto” che, piaccia o no, ha il coraggio e la dignità di definirsi ancora “giornale comunista”.
Tra i piccoli giornali a rischio c’è anche “Metropolis”, protagonista in questi giorni di una battaglia sacrosanta, che va sostenuta con tutte le nostre forze. I tagli all’editoria, infatti, sono una vergogna e colpiscono realmente solo i piccoli giornali, quelli che più di tutti garantiscono il pluralismo dell’informazione. Ecco perché vi prego di leggere l’intervista che segue e di diffonderla, se la condividete:

http://www.metropolisweb.it/metropolisweb/2018/10/31/i-tagli-alla-stampa-sanno-di-fascismo-serve-una-rivolta/

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Ieri avevo scritto queste poche parole per Mimmo Lucano:

Caro Mimmo,
quando la legalità cancella la giustizia, le persone oneste, coraggiose e coerenti finiscono fatalmente agli arresti e c’è un solo nome adatto agli imputati che commettono i reati che tu hai commesso: perseguitato politico.
Le ragioni per cui cui sei stato colpito tu, sono le stesse per cui furono arrestati e condannati uomini come Antonio Gramsci. Tu oggi ti aggiungi alla nobile schiera degli antifascisti. Sei anche tu un perseguitato politico e finora purtroppo – per quanto è dato sapere – ti fanno compagnia Lavinia Cassaro, l’insegnante di Torino brutalmente licenziata e Mimmo Mignano, Marco Cusano, Antonio Montella, Massimo Napolitano e Roberto Fabbricatore, cinque operai della Fiat di Pomigliano, licenziati anch’essi perché non hanno voluto barattare la dignità con il principio fascista dela fedeltà all’azienda.
Come per loro, anche per te, finora ho sentito tante, troppe parole di solidarietà, ma nessuno ha tradotto in un gesto concreto questa parola bellissima, per la quale tu stai soffrendo e di cui sei un maestro. Ho aspettato invano un tuo collega che non ti stesse vicino a parole, ma riprendesse nella sua città il lavoro che tu sei stato costretto a interrompere a Riace. Nessuno l’ha fatto.
Credo di non sbagliare se immagino che nelle mille difficoltà del momento che vivi, questa solitudine sia la più grande delle tue amarezze. Io non ho nessun modo per seguire il tuo esempio, se non questo: scrivere quello che penso. Mattarella non ha strumenti legali per intervenire? Può darsi, ma questa legalità che ha divorziato dalla giustizia gli imponeva di fare la sola scelta compatibile con il suo mandato: dimettersi. Non lo ricorderemo tra gli antifascisti.

Le avrei pubblicate qui sul mio Blog, da sole, quando mi è giunta, con la richiesta di dare massima diffusione, una lettera inviata da Massimo Napolitano a Paola Esposito e Antonio Di Maio, genitori del ministro Luigi Di Maio. La metto assieme al mio messaggio per il sindaco di Riace e mi domando fino a quando assisteremo indifferenti all’omicidio della democrazia che si commette ogni giorno davanti ai nostri occhi.

Mi chiamo Massimo Napolitano. Sono uno dei cinque licenziati FIAT di Pomigliano che dopo la sentenza della Cassazione ha definitivamente  chiuso con la FIAT.
Sono un operaio e sempre questo ho fatto, lavorare con le mani. Non so fare altro. Questa lettera è stata scritta con l’aiuto di compagni che hanno più confidenza con la penna di me. Sono pensieri miei,  condivisi con i compagni che sono stati licenziati insieme a me.
Perché siamo stati licenziati? Perché ci siamo permessi di criticare la politica aziendale dell’allora amministratore delegato, Sergio Marchionne. L’abbiamo fatto inscenando il suo finto suicidio. Perché si suicidava? Per il rimorso. Per il rimorso delle tragedie personali che la sua politica aziendale aveva determinato in molti di noi e tra le nostre famiglie e che aveva portato al suicidio di due nostri compagni: Peppe De Crescenzo e Maria Baratto. E al tentato suicidio di diversi altri.
I piani industriali di Marchionne hanno risanato i debiti della FIAT e hanno fatto guadagnare montagne di soldi agli azionisti, ma per gli operai sono stati una catastrofe. La metà di noi è stata a cassa integrazione per anni e l’altra metà ha lavorato con ritmi inumani.
Io ero stato trasferito a Nola nel 2008 insieme ad altri 315 operai. Eravamo tutti “limitati fisici”, per patologie maturate in anni di lavoro sulle linee di montaggio, o “sindacalizzati” che per il padrone è la malattia più grave che un operaio può avere. Il nostro era un reparto dove stavamo li a fare niente. Per chi mastica un po’ di cose di fabbrica sa che uno stabilimento che non produce niente è prossimo alla chiusura. E noi vivevamo questa drammatica attesa con i quattro soldi che ci venivano dati per la cassa integrazione, aspettando la chiusura. Qualcuno di noi non ha resistito, dopo un po’ sono iniziati i problemi in famiglia, la depressione, l’isolamento, fino alla scelta senza ritorno di farla finita. 
Il finto suicidio di Marchionne è avvenuto nello stesso giorno dei funerali di Maria Baratto. Eravamo esasperati e arrabbiati. Morivano nostri compagni e nessuno se ne fregava. L’unica cosa che valeva era il rilancio della FIAT, la conquista dell’America. Marchionne era il personaggio più osannato dai politici, dai giornalisti. Cosa contavano due operai morti e la sofferenza silenziosa di migliaia di altri? Niente.
Abbiamo scelto di denunciare quello che stava succedendo utilizzando un’arma pacifica. Non siamo stati violenti, non abbiamo organizzato picchetti e manifestazioni. Forse perché siamo napoletani, abbiamo utilizzato le vecchie armi di Pulcinella, accusare il responsabile dei nostri guai con lo scherzo. Quelli che ne sanno più di noi la chiamano satira.
Non lo sapevamo ancora, ma anche questo non ci era consentito. Mettere al centro di una rappresentazione il nostro capo, anche se fuori dallo stabilimento non ci era consentito. Ci hanno dato addosso la stampa, i giudici, la FIAT. Ci hanno accusato di aver intaccato la dignità dell’amministratore delegato. Abbiamo verificato praticamente che in una società dove si dice che siamo tutti cittadini, ci sono persone che sono più cittadini degli altri. Due compagni morti valevano meno della “dignità” di un padrone.
Siamo stati condannati alla miseria della disoccupazione. Quando abbiamo cercato di far conoscere la nostra situazione abbiamo preso altre mazzate. L’ultima è stata quella di essere stati allontanati da Roma per due anni con quello che chiamano un Daspo. Cosa avevamo fatto? Anche qui nessuna violenza, siamo saliti su un tetto di un palazzo pubblico di Roma per attirare l’attenzione. Tre parlamentari del partito 5 Stelle sono venuti a parlare con noi e a darci la loro solidarietà. Subito dopo siamo scesi e le guardie ci hanno fermati e portati per ore in questura. Dopo il Daspo.
Ho capito che c’è poco da fare per gente come me in Italia. Si, molti dicono che le cose stanno cambiando, ma io tutti questi cambiamenti non li vedo. Ho lottato nel mio piccolo contro quelli che oggi chiamano i “poteri forti” e sono stato stritolato. Oggi che i “poteri forti” sono sotto accusa, sono sempre io e quelli come me a prendere le bastonate.
Mi dispiace. Abbandonare i compagni è brutto. Abbandonare il mio paese mi riempie di malinconia. Ma io non posso più rimanere qui. I miei figli e mia moglie sono già partiti. Forse hanno capito prima di me che non era aria per gente come noi. Sabato parto anch’io. Me ne vado in Inghilterra dove i miei figli mi dicono che è ancora possibile vivere una vita dignitosa, con un lavoro. E senza dover sempre abbassare la testa.

Agoravox, 27 ottobre 2018

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