Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘Carta stampata e giornali on line’ Category

primo_congressoAgoravox ha memoria lunga e ricorda bene: un chilo di spaghetti e uno di linguine formano due chili di pasta, ma non saranno mai due chili di linguine o due di spaghetti. Benché le maestre d’un tempo si fermassero a lungo su questo concetto, non mancava la testa di rapa che trovava correttamente la somma  tra i chili, ma rimaneva a bocca aperta quando si trattava di rispondere alla domanda assassina: “due chili di che? Linguine o spaghetti?
Gentaglia come De Luca massacra l’aritmetica e mette assieme un chilo di candidati della vecchia sinistra squalificata, mezzo chilo di uomini e donne di destra riciclati, qualche ettogrammo di qualunquisti ed ecco i suoi due chili e mezzo di candidati compatti, coerenti ed omogenei. Da tempo purtroppo anche l’agonizzante sinistra militante si presenta alle elezioni sommando patate, fagioli e zucchine. Si sono visti così storici astensionisti associarsi a inveterati elettoralisti e liste di riformisti fare causa comune con sedicenti rivoluzionari, esaltando contemporaneamente la bandiera del marxismo e le dottrine neoliberiste. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, ma puntualmente si insiste sull’unità: patate, fagioli, zucchine e se necessario, garofani e crisantemi.
Guai a consigliare una maestra e qualche lezione di recupero: passi per arrogante, spocchioso, divisivo, autoreferenziale e settario.

https://www.agoravox.it/La-sala-dei-Carabinieri-genovesi.html

Agoravox 1 luglio 2020

classifiche

Read Full Post »

polveri sottiliE’ terribile, atroce, però non ce ne siamo accorti. Stampa e Televisioni sguazzano nel letamaio della politica nazionale ed estera, tengono il campo le stupidaggini di Trump e l’avanspettacolo dei guitti nostrani, guidati da Renzi e Salvini e la notizia è nata e morta in un giorno: l’inverno del Covid è stato il più caldo mai registrato in Europa. Quasi tre gradi e mezzo «in più rispetto alla media del periodo di riferimento, il trentennio 1981-2010». Un valore che atterrisce e risulta peggiore anche se paragonato con l’anomalia  a livello globale, di 0,8  gradi.
Invano gli studiosi lanciano l’allarme: il rapporto tra pandemia e degrado ambientale è strettissimo e non a caso il «Crea», il «Center for research on energy and clean air», ha dimostrato che è bastato fermare per un solo mese il nostro infernale meccanismo produttivo, per ridurre del 40% il biossido di azoto presente nell’aria ed evitare 1.500 decessi in Italia e 11mila in tutta Europa.
Si è detto solo di sfuggita, ma le Università di Bologna e Bari e la SIMA, la «Società Italiana di Medicina Ambientale», studiando il rapporto tra diffusione del coronavirus  e polveri sottili, sono giunte alla conclusione, confermata dai fatti, che più queste sono presenti nell’aria, più aumenta il contagio.
Non si tratta di dichiarazioni avventate, perché, sottolineano i ricercatori, esiste «una solida letteratura scientifica che correla l’incidenza dei casi di infezione virale con le concentrazioni di particolato atmosferico (PM10 e PM2,5). È noto del resto che le polveri sottili funzionano da “carrier”, ovvero da vettore di trasporto, per molti contaminanti chimici e biologici, inclusi i virus». In Lombardia, per esempio, dove non a caso il contagio ha raggiunto picchi micidiali, l’inquinamento atmosferico crea condizioni ideali di umidità per cui i virus, dopo un processo di coagulazione, si «attaccano», a particelle solide o liquide, il «particolato», che rimangono sospese nell’aria per ore, giorni e persino settimane, e viaggiano in condizioni vitali anche per lunghe distanze. Ecco  spiegato l’elevato tasso di diffusione.
Sono condizioni già note, che hanno avuto un loro peso durate l’influenza aviaria nel 2010, nella diffusione del morbillo in numerose città cinesi nel 2013-14 e si sono ripetute durante la pandemia in corso come dimostra ampiamente il caso della Lombardia e più in generale della Pianura Padana, dove si è registrata la concentrazione dei maggiori focolai. Inutile girarci attorno. Gli studiosi ci dicono che la Pianura Padana soffoca, che il virus è più forte là dove più forti sono le ferite dell’uomo sull’ambiente, ma la politica, serva dei velenosi interessi di un branco di miliardari criminali, è ferma a guardare.
In Italia, ma il fenomeno è di portata mondiale, opposizioni e maggioranze, europeisti e sedicenti populisti si attaccano reciprocamente su questioni politiche marginali che – comunque affrontate – non serviranno a far fronte alla terribile minaccia che incombe sull’umanità. Nessuno dice che siamo a un bivio e non abbiamo scelte, e questo nei fatti è il nodo che stringe al collo il futuro del genere umano: o modifichiamo rapidamente il nostro modo di produzione, torniamo a programmare e investiamo la maggior parte delle nostre risorse per la salute e l’ambiente o non usciremo da questa pericolosa situazione.
Finora, divise su questioni, che non riguardano il futuro dei popoli, le rozze classi dirigenti che governano il mondo, viaggiano allegramente unite verso una condizione di non ritorno che potrebbe segnare la fine del genere umano.
Così stando le cose, più i giorni passano, più diventa evidente: stupirsi non serve, occorre ribellarsi.

Agoravox, 22 maggio 2020

classifiche

Read Full Post »

3007506Nel quotidiano trionfo dell’ipocrisia, nessuno si meraviglia più se la morte riabilita emeriti cialtroni. Ogni giorno sui manifesti di lutto pessimi padri e disastrosi mariti diventano esempi da seguire. Poiché poi al peggio non c’è davvero mai fine, da un po’ si moltiplicano i casi di uomini d’affari a dir poco discutibili, che la morte conduce difilato alla santità. Siamo al punto che persino un uomo simbolo dello sfruttamento capitalista, uno che non ci ha pensato due volte a spostare la sede legale e fiscale della maggiore azienda italiana nei Paesi Bassi, resa l’anima a Dio, s’è immediatamente aggiunto alla lunga storia dei santi e ora è venerato come Sua Santità Marchionne.
D’altra parte, i confini dell’inferno non sono più un ostacolo nella santificazione dei cialtroni. Diamo tempo al tempo e alla gloria degli altari giungeranno di certo gli uomini simbolo di Amazon, ADP, Alibaba, Alphabet, Booking, Expedia, Facebook, Microsoft, Oracle, Otto, Qurate Retail, Salesforce, SAP, Uber Technologies, Vipshop e Apple. I loro titoli di merito sono miracoli già oggi; accampati dalle nostre parti, infatti, dopo aver fatturato due miliardi e mezzo di euro e ridotto in schiavitù 10 mila lavoratori italiani, hanno lasciato nelle casse del nostro Stato 64 milioni di euro. Una miseria peggiore d’una bestemmia, che in futuro però li aiuterà certamente a formare una serie di nuovi santi.
Poiché si dice ed è vero che qua “nisciuno è fesso”, sull’esempio di Marchionne e della FCA – Fiat Chrysler Automobiles – anche Cementir, Illy, Ferrero, Luxottica, Saipem, Telecom Italia e le grandi partecipate statali come Eni ed Enel – hanno spostato sede legale (e fiscale) in Olanda e in Irlanda, “paradisi fiscali” collocati nel cuore della rigorosissima Unione Europea, che come tutti sanno, “un po’ vede e un po’ ceca”. Una vita da beati, con possibilità di carriera in Paradiso, attende certamente tutta la brava gente che guida queste aziende avendo a cuore l’amor patrio e la sorte dei lavoratori.
Storicamente all’avanguardia nelle cialtronerie del mercato, l’ex Fiat, profittando della tragedia che attraversiamo, si è fatta bene i conti e ci ha provato. L’Italia che ci deve tanto – si è detto l’erede di Agnelli – può mollare quattrini a destra e a manca senza riempire le tasche pure a me?
Detto fatto, juventino già beato e santo di certo alla chiusura dei conti, Jhon Elkann ha chiesto il massimo consentito dal “Dl Liquidità”: il 25% del fatturato registrato dalla società lo scorso anno. Quanto? Sei miliardi e trecento milioni di euro! Allo Stato – quindi a noi – tocca garantire per l’80% del prestito. Vi chiedete che accadrebbe se – Dio non voglia – il beato Agnelli, futuro santo non potesse o non volesse far fede all’impegno? Nella storia dei santi c’è scritto che ci dovrebbero pensare le casse dello Stato. In altri termini, pagheremmo noi.
Il futuro, che abbiamo sperato migliore dopo la pandemia, comincia così e somiglia maledettamente all’imbroglio di sempre; diciamocelo chiaro, perché la verità il libro dei santi non ce la dirà mai: il futuro cambia solo quando i dannati all’inferno danno d’assalto al paradiso e riescono a trascinare nella Giudecca la mala genìa dei santi e dei beati.

Agoravox, 18 maggio 2020

classifiche

 

 

Read Full Post »

padroni potere

Confesso di avere sbagliato. La pandemia non è stata, come avevo creduto, il campanello di allarme che avrebbe risvegliato le coscienze intorpidite. Né la lunga reclusione, né il massacro della mia generazione, né lo spettro di un futuro agghiacciante sono bastati a produrre quella incontenibile insofferenza destinata a diventare sdegno, protesta, e ribellione.
Tutto ciò che aspettava la gente reclusa o mandata a morire inerme nei posti di lavoro era un fischio del padrone che restituisse la libera uscita. I giovani senza scuola, i precari ridotti alla fame, le famiglie segnate dal lutto, sciamano per le vie felici d’una libertà condizionata da guanti e mascherine e miseria. Nessun moto di orgoglio, nessun rifiuto spontaneo, nessun serio segnale di rivolta.
Le barche velenose tornano a mare, senza dar conto della ricchezza che hanno dietro, pronte ad ammazzare i rinati delfini che presto spariranno. Al loro posto vedremo un oceano di mascherine e guanti e lì ci tufferemo felici. Tutto tornerà com’era e sarà anche peggio. Come se il mondo non stesse andando a rotoli, noi ci perdiamo dietro chi chiede il linciaggio di una giovane donna rapita e liberata.
Confesso di avere sbagliato, perché se in questi giorni avessimo veramente pensato al futuro, le scimmie antropomorfe che esibiscono la loro miseria morale persino in Parlamento avrebbero pagato a caro prezzo le loro terribili colpe. Invece non accade nulla ed è ormai evidente: l’immunità di gregge l’abbiamo raggiunta da tempo. Non ci colpisce più nulla e tutto è consentito. Solo così si spiegano il voto dei meridionali per la Lega, la sicurezza ben pasciuta e sazia esibita da Salvini in mezzo agli affamati, la viperina e impunita malignità della Meloni, che a pancia piena mette l’uno contro l’altro chi non ha di che mangiare.
Bisogna cancellare l’idea che l’uomo d’oggi sia il prodotto di un processo evolutivo. Come si fa a crederlo, se ogni giorno si vedono all’opera Trump, Merkell e compagnia cantante?
Confesso di avere sbagliato e riconosco le ragioni di chi detiene il potere: non si può avere pietà dello schiavo che non si ribella.

Agoravox, 14 maggio 2020

classifiche

Read Full Post »

96465884_656536291576022_3905418044335194112_oIl coronavirus, quello vero, quello per cui nessuno ci chiude in casa, nessuno chiama l’esercito, mette in moto i droni e dichiara la pandemia, non è nato nei segreti laboratori cinesi. Il coronavirus è figlio nostro e ce lo meritiamo. E’ la creatura mostruosa che, nonostante l’ecatombe, Confindustria ha difeso e difende a spada tratta, perché di fronte al profitto non c’è vita o salute che tenga. Chiedete una prova? Bene. Sono bastate poche ore di “fase 2” ed ecco il massacro ricominciato: dove il mare era tornato verde e cristallino, tra Mondragone e Pescopagano, ecco il condensato di veleni che ci svela qual è il vero, mortale laboratorio dei virus che ci stanno uccidendo. Ed è inutile girarci attorno, invocare interventi di Autorità inesistenti. E’ ora di chiudere la questione. Se vogliamo liberarci davvero degli assassini che ci stanno massacrando, dobbiamo rendere inoffensivi i padroni come Carlo Bonomi, la sua Confindustria e i suoi laboratori pestilenziali.

Agoravox, 8 maggio 2020

classifiche

Read Full Post »

imagesSul valore di campanello d’allarme della pandemia, sul fatto che essa sia soprattutto l’esito prevedibile di un’idea deformata del  “costruire futuro”, in questi terribili mesi, televisioni e giornali hanno detto pochissimo e in fondo non se n’è discusso. E’ assurdo, ma vero: come se fosse legge di natura, si continua a intendere la costruzione del futuro come sinonimo di una “crescita”, fondata su una feroce e continua distruzione.  Benché il nodo da sciogliere sia tutto lì, pur di evitare una discussione seria sul rapporto tra l’ambiente che sconvolgiamo e la capacità di nuovi virus di aggredire gli esseri umani, c’è chi, come Stefano Boeri, sceglie di rifugiarsi in un mitico ritorno al Medio Evo: “Via dalle città. Nei borghi c’è il nostro futuro”, ha scritto infatti l’illustre architetto, come se i borghi non avessero conosciuto la pandemia o, peggio ancora, come se colpevoli del disastro fossero le nostre grandi e belle città.
Alla distruzione del mondo naturale, che è ragione di vita per la religione del mercato e per i suoi sacerdoti, si è fatto sì e no qualche cenno timoroso, subito lasciato cadere e di fatto quella che oggi passa per “seconda fase”, altro non è, se non la scelta primordiale, degna di una umanità primitiva, che non si rifugia nei borghi ma vive ancora nelle caverne. Uscire dalla tragedia, ci dice il neoliberismo, nascondendosi dietro la crisi sociale che ha prodotto, oggi significa “riaprire”. E quando lo dice, non pensa di aprire in modo diverso. Vuole semplicemente tornare al modello che ci ha condotti alla catastrofe: ricominciare a deforestare – se mai per un momento non lo si è fatto – cementificare, aggredire ecosistemi inviolati, alterare o cancellare la complessità della vita sulla terra, avvelenando l’aria, la terra e l’acqua, indebolendo il genere umano ed esponendolo inerme all’attacco di virus contro i quali non abbiamo difesa. Chi decide di riaprire in questa maniera folle, mette naturalmente in conto una ripresa dei contagi, chissà quanti morti e un sanguinoso scontro sociale per il quale di prepara da tempo.
A leggerla senza pregiudizi ideologici, la pandemia non è un’occasione propizia per il capitalismo, che anzi sembra non capire che in crisi è anzitutto la sua capacità di sopravvivere. Ignorando la portata della crisi – che è soprattutto crisi del capitalismo – il potere economico, che ha causato in pochi decenni tante pandemie quante non se ne sono storicamente avute nel corso di molti secoli, non riesce a leggere l’inequivocabile messaggio del virus e non capisce che la vita sulla terra può fare tranquillamente a meno dell’uomo. Accecato dalla sua innata arroganza, ispirato da un pensiero unico diventato una bibbia, il padronato neoliberista chiede a quello politico di creare i presupposti per sfruttare a proprio favore l’emergenza; questo per un verso dà l’impressione di un piano in qualche misura preordinato, mentre si naviga invece nel buio, per un altro spinge a tentare ogni azzardo.

Una sfida a dir poco rischiosa è la scelta di lasciare la scuola in condizioni disastrose, per farne un mercato di prodotti informatici e risparmiare sui docenti, mortificati in un ruolo di trasmettitori del pensiero unico dominante. Essa non mette in conto la saldatura di interessi tra la stragrande maggioranza degli studenti, dei docenti e dei genitori e la loro ribellione, dopo che la pandemia ha consentito la riscoperta dell’anima sociale dell’essere umano, la nausea dell’ “elettronico”, incapace di farsi carne, sangue e vita in comune, che è l’essenza della scuola in presenza nell’aula come nei corridoi.
Nessun computer e a nessun livello, dalla scuola primaria all’università, soddisferà mai il bisogno di confronto, il desiderio di vita in comune, il bisogno di libertà, di studenti e studentesse che sono anzitutto animali sociali. La nausea dello “strumento elettronico” sarà l’embrione attorno a cui si formerà una prima, fondamentale coscienza critica, il primo inarrestabile rifiuto di una imposizione. Di là nasceranno le naturali risposte di un pensiero sempre più autonomo, rinforzato da quel suo essere istintivamente condiviso da una vastissima collettività. In quanto ai docenti, là dove si voleva rinchiuderli, essi  troveranno porte aperte. una volontà di stare ad ascoltarli e capire che da sola sarà  rivoluzionaria.

Chi priva di diritti e non mette nel conto la sofferenza di chi subisce è destinato a tremare per la ribellione. Ognuna della privazioni che oggi alletta il potere e si presenta come occasione di controllo, susciterà un bisogno, un desiderio, una fame insaziabile. La chiusura di spazi pubblici, l’applicazione informatica sui telefonini come bracciale di localizzazione di detenuti, il lavoro negato a milioni di cittadini, il voto svuotato di significato, diventeranno miscela esplosiva. La pandemia, colpevolmente non prevista e stupidamente utilizzata come acceleratore di provvedimenti presi assieme, tutti in una volta, diventerà  il detonatore che avvierà l’implosione.
In questa situazione, abbiamo un solo grande problema: riconoscerci come compagni, parlare una sola lingua chiara e comprensibile e organizzare assieme la risposta.
Fino a che l’abbiamo letto sulla carta, quel terrificante “socialismo o barbarie” poteva sembrare un bruttissimo sogno. Oggi, che è un incubo incombente, non fa tremare i polsi. Chiama alla lotta.

Agoravox, 4 maggio 2020; IlMonews, 5 maggio 2020.

classifiche

Read Full Post »

Un dono di Parole. Un racconto, oggi uscito su “Canto Libre”…

Tarini non aveva età. Alto e robusto com’era, si muoveva sgraziato per i viali alberati della caserma e ti prendeva al cuore con i grandi occhi liquidi e azzurri, la testa irrequieta sotto il cappello, i capelli offesi dal taglio all’Umberto e quell’accento che dire toscano non serve a spiegare.

“Comunista di Pontedera” – come usava presentarsi beffardo – era giunto alla scuola d’artiglieria contraerea di Sabaudia dopo aver opposto all’esercito tutto ciò che di lecito e d’illecito si poteva tentare. Per non partire, s’era dato persino ammalato alla testa e aveva impavidamente affrontato la dovuta permanenza in “osservazione” tra i matti veri – se mai la scienza medica ne abbia correttamente individuato qualcuno – e quelli presunti, che erano quanto di più rigorosamente indecifrabile esistesse tra gente non abbiente negli anni in cui la prima generazione del dopoguerra tagliava il traguardo della maggiore età.
Gli anni che scompensarono il sistema.
– Nulla da fare, Cristo! – raccontava sconsolato – Nemmeno il matrimonio ci
vile con la ragazza ingravidata li ha potuti fermare!
– Meglio fare come me, Tarini! – replicavo mandandolo in bestia – Coglierli in contropiede, metterli in ansia! Non vedi come sono confusi? Questo qui – si chiedono – se ne poteva stare a casa ed è partito? Ma allora è pericoloso! Eccolo un pazzo vero: uno che parte e poteva evitarselo!
– Un tonto, vorrai dire! Un grullo! – urlava Tarini con quanta forza aveva – Ecco quello che tu sei per me: un mentecatto!
Provenienti da mezza Italia – io da Napoli, lui da Pontedera, Settanni da Lecce, Cavallo dalla Bergamasca, Nigro da Alessandria e Caponnetto, basso tarchiato e tondo come un corto barile, dal mare africano di Mazara del Vallo – ci eravamo incontrati al corso di specializzazione per aerologisti, selezionati coi criteri “rigorosamente scientifici” prescritti da non so bene che regolamento. Io ero stato scelto perché, giunto al quarto liceo scientifico, si supponeva che avessi una qualche dimestichezza coi numeri, Tarini perché, dietro la cortina fumogena dei malanni inventati e dello smoccolare frequente, intercalato da un musicale e inimitabile ”te tu sei tonto e pure grullo”, celava la frequenza ai corsi d’ingegneria. In quanto agli altri, rapporti assai vaghi con scienze d’ogni tipo motivavano una scelta sostanzialmente approssimativa…

Se non vi siete annoiati e volete proseguire, ecco il link che ci porta a “Canto Libre”: https://www.cantolibre.it/la-guerra-dei-sei-giorni/.

classifiche

 

Read Full Post »

Clotilde Peani nasce a Torino il 18 aprile 1873, mentre una crisi economica semina disperazione e il liberista Marco Minghetti, per quadrare il bilancio, non taglia le spese militari, ma i fondi per la scuola e impone tributi e balzelli ai ceti popolari. Clotilde, figlia di povera gente, ha il futuro segnato. A scuola va quanto basta per leggere, scrivere e far di conto, ma in fabbrica le sono maestri i «sovversivi»; studia opuscoli e giornali proibiti e capisce che il lavoro è sfruttamento, ma anche emancipazione. Quando rifiuta di essere «angelo del focolare», per la polizia diventa donna «di cattiva condotta morale» ed è malvista dalla società della “Belle époque”, che, trasgressiva nel “café chantant”, esclude le donne dalla cosa pubblica e le rinchiude nel limbo delle mura di casa. Una società ipocrita, fatta di madri e sorelle sante, di mogli vigilate e donne libere ridotte al rango di prostitute e cocottes
La fine del secolo dona a Clotilde una vita nuova. L’incontro con Dionigio Malagoli, un anarchico con cui vive a Napoli «more uxorio», come annota sprezzante e allarmata la polizia, nasce da un affetto profondo, ma la giovane Clotilde non è pronta a fermarsi. I due infatti si separano presto e Clotilde parte per Londra dove si forma alla scuola dell’anarchismo internazionale e frequenta per la redazione dell’autorevole «Les Temps Nouveaux». Nel 1905, quando lascia l’Inghilterra col falso nome di Angela Angeli è un’antimilitarista convinta e convincente, incompatibile con la morale puritana e maschilista dell’Italia liberale.
Giunta in Toscana, frequenta il fior fiore del «sovversivismo» locale, tiene giri di propaganda e affollate conferenze, poi, fermata a Livorno, torna a Napoli, ritrova Malagoli, l’uomo della sua vita, e nel 1906 torna alla militanza. Coperta da un falso nome – ora si chiama Angiola Mallarini – fa circolare la stampa antimilitarista ed è applaudita conferenziera al circolo «Germinal» di Pisa, a Roma, Milano, Londra e Parigi. «Come donna, riferisce un questurino, è pericolosa, perché suscita eccitamento tra la folla e con la sua audacia può trascinare i compagni».
A dicembre del 1910, dopo anni di lotte, è schedata come «sovversiva pericolosa», ma è in prima fila contro la guerra e contro il fascismo, mentre la violenza squadrista insanguina le piazze. Nel 1923, quando la polizia fascista nota che «fa vita ritirata», è vedova, ha cinquant’anni e quattro figli cui badare, ma non si è arresa. Nel 1925 benché «tormentata da problemi di salute che spesso la tengono a letto, ha contatti con gli anarchici» e cinque anni dopo non la fermano le perquisizioni, ma un esaurimento nervoso che il regime trasforma in «squilibrio mentale” – tra i sovversivi è ormai un’epidemia – per seppellire Clotilde nell’ospedale psichiatrico provinciale.
Nel calvario inatteso, la donna non è sola. In manicomio, per ignoti legami tra sovversione e pazzia, trova compagni di fede e sventura e qualche «oppositore occasionale», sepolto a vita per due parole nate dal vino o dall’ira. Teresa Pavanello, mentre il duce parlava alla radio di guerra, ha urlato: «Lui fa i discorsi e la gente va a morire». Al confino l’ha presa poi «un delirio cronico d’interpretazione» che la medicina non spiega; è un morbo senza sintomi: sta nell’ombra, poi esplode. La sua origine vera però è nei meandri d’un regime che rifiuta «sbandati», «irregolari» e dissenzienti e riduce alla disperazione chi si oppone.
Con la Peani, nei tragici corridoi del manicomio vagano Tommaso Serino, un disoccupato sorpreso a criticare il regime e d’un tratto «impazzito», e Salvatore Masucci, un socialista, che ha affrontato armi in pugno i fascisti e non ha avuto scampo: confino, carcere e manicomio. Con loro, Vincenzo Guerriero, anarchico irriducibile, schiantato dal manicomio, dopo che a Ustica, Tremiti e Ventotene non s’era piegato. Ormai – scrive la Questura – non è «in grado di concepire un’idea politica».
E’ il 1930: Londra, Parigi, le conferenze, tutto per Clotilde Peani è lontano. Dove ha fallito il manganello, hanno fatto centro manicomio, camicia di forza e farmaci convulsivanti. L’ultima notizia è del 1942: Clotilde è ancora ricoverata e tutto lascia credere che lì sia finita per sempre senza sapere nemmeno che i suoi figli furono tutti partigiani.A Napoli, a Port’Alba, dove a lungo ha trascorso i suoi giorni, né un fiore né un marmo ricordano ai giovani che passano il suo nome e il suo impegno per un mondo migliore.

Repubblica, red. di Napoli, 25 aprile 2020

classifiche

 

Read Full Post »

E’ vero, ci ammazza e in questo senso è un nemico feroce dell’umanità. Vero è anche, però, che per suo conto l’umanità è stata nemica di se stessa, consentendo ai sacerdoti del dio mercato ci sacrificare scuola, ricerca, sanità e diritti dei lavoratori sull’altare delle chiese neoliberiste.

In questo inizio di secolo le pandemie si sono susseguite con una frequenza ignota ai tempi passati. Tutte feroci, ma non sempre causate da un virus contagioso come quello che ci colpisce oggi, sicché questo forse è il primo, vero impatto con il nostro destino futuro. Nel migliore dei casi, chi spiega ciò che accade, ci dice che abbiamo speso poco per tutelare la salute dei cittadini, ma sorvola sul fatto che il virus ci uccide anche perché abbiamo sperperato miliardi per armi e per soldati.

Chi sembra più consapevole e intellettualmente onesto, fa cenno alla necessità di avere più scienza e più coscienza, ossia più respiratori e più posti letto negli ospedali, personale più numeroso e preparato, cittadini più capaci di pensare con la propria testa. Per evitare di finire ai margini, più che dirlo, lascia che si intuisca: scuole più efficienti, ricercatori meglio finanziati e svincolati dal mercato, ospedali più numerosi e attrezzati, un sacrosanto rispetto per i diritti dei lavoratori, ci avrebbero messi in condizione di evitare i danni maggiori e affrontare la lotta meglio armati e meno inermi.

Se questa, come pare, è la migliore lezione che ricaviamo dalla pandemia, che faremo per domani? Penseremo che basterà porre mano un po’ più seriamente a questi problemi, qui rafforzando e là migliorando, per poter poi tornare abbastanza tranquillamente al mondo com’era prima. In fondo “tornare a prima”, con qualche miracoloso rattoppo, è quello che pare interessare di più. Un interesse che ora si chiama “fase 2” e che vede in prima linea gli imprenditori, nella loro ignoranza abissale e con l’istinto suicida caratteristico del capitalismo di ultima generazione. Non a caso i migliori alleati del virus sono stati padroni e politici al loro servizio, fermi sin dall’inizio all’obiettivo indicato dal loro dio feroce: la salvaguardia del profitto e quindi la continuità della produzione.

La lezione che viene dal virus non è questa, eppure, per mantenere in piedi il loro mondo assassino, i sacerdoti del dio mercato hanno lasciato le fabbriche aperte, prima travolgendo gli ospedali malmessi, poi, per alleggerire la pressione, trasferendo malati infetti nelle residenze per anziani, trasformate in camere a gas che hanno fatto strage dei poveri ricoverati.

A parte la questione morale, il guaio è che ad ispirare queste scelte feroci di stampo nazista è stata ed è la totale incapacità di capire che lo scontro vero non è più solo sulle commesse, sul costo del lavoro e sullo sfruttamento. Lo scontro tra capitale e lavoro c’è ed è terribile, ma avviene in seno a un conflitto nuovo e terrificante: quello tra capitale e ambiente devastato dalle leggi del mercato. Ciecamente, per decenni, gli imprenditori a caccia di profitti non hanno solo distrutto diritti e schiavizzato lavoratori, ma hanno alterato fino all’inverosimile equilibri naturali che precedono la nostra comparsa sulla terra. Da tempo ormai creare profitto vuol dire sconvolgere equilibri millenari per i quali i virus, godendo di un habitat adatto alla loro esistenza, hanno avuto rare occasioni di aggredire l’uomo trovandolo inerme. C’è stato un tempo, ormai dimenticato, in cui confini definiti segnavano limiti insormontabili. Un tempo in cui i bovini allevati non sguazzavano nell’ammoniaca della loro urina, non aiutavano i virus  a stabilire la loro dimora nel corpo umano e non esponevano l’umanità senza difese all’insolito trasloco.

Se pensiamo a ciò che accade in Amazzonia, tutto diventa chiaro. La globalizzazione, intesa come diritto di distruzione, ha sconvolto e sconvolge ecosistemi, ha portato e porta uomini inermi a contatto con virus mai conosciuti. Oggi noi siamo gli indiani d’America ai tempi di Colombo e il disastro è compiuto. Il coronavirus è un campanello d’allarme. Ci uccide, ma ci dice anche che non possiamo ignorare questa nostra nuova condizione. Ogni morto che fa è una lezione chiarissima: voi siete pericolosi per il pianeta e se pensate di tornare a bruciare foreste, a bucare l’ozono, ad avvelenare l’aria, l’acqua e la terra, noi virus saremo costretti a distruggervi. Questo ripete il virus alla Confindustria che segna a lutto le sue bandiere perché vuole ricominciare la distruzione. E se non lo capiremo, se ci inventeremo nuove fasi nella lotta alla pandemia, se ci affideremo ad arrischiate riprese, potremo anche scoprire vaccini, non batteremo un nemico che in due mesi ci ha mostrati per quello che siamo: animali impazziti, arroganti e violenti che hanno un sistema di vita autodistruttivo e pretendono di imporlo alla natura.

Se tornare indietro vuol dire per noi proseguire come se nulla fosse accaduto, è bene dirselo: non passeremo. Occorre che l’economia si rassegni a far posto alla storia e a una filosofia della vita che ci consenta di elaborare una concezione salvifica del futuro, che passi per il rispetto della natura, il recupero della nostra reale dimensione di atomo nella complessità dell’universo. O sapremo farlo – e se necessario imporlo con ogni mezzo a padroni e politici ciechi – o la partita è già persa. La natura è stanca di una umanità debole, rassegnata e nociva, che non toglie lo scettro del comando dalle mani di una minoranza di criminali psicopatici.

Agoravox, 20 aprile 2020; IlMonews, 21 aprile 2020

classifiche

Read Full Post »

Tempo di “Didattica a Distanza” (“DaD”) per gli insegnanti; di giornate intere davanti ai dispositivi elettronici; di notizie allarmanti circa possibili doppi turni, aumenti folli dell’orario di insegnamento, valutazione e organi collegiali senza solida copertura giuridica.

Le mani sulla Scuola: la crisi della libertà di insegnare e di imparare” è un libro pubblicato lo scorso gennaio —  e scritto a quattro mani da Anna Angelucci e Giuseppe Aragno — che risponde alle domande: come si è giunti a questo punto? perché questa continua vivisezione sul corpo vivo della Scuola (senza mai, peraltro, chiedere l’opinione degli insegnanti)?

Non è forse vero che i docenti, in quanto professionisti dell’educazione e lavoratori non subordinati, hanno organi di autogoverno in materia didattica (come il Collegio dei Docenti, cui compete in ogni istituzione scolastica il potere deliberante in materia didattica ed educativa) a tutela della libertà d’insegnamento garantita dalla Costituzione?

Scuola: da “organo costituzionale” a “azienda pubblica a capitale misto”

Anna Angelucci — saggista, collaboratrice di Roars e Micromega, docente di italiano e latino nei Licei — si occupa della Scuola concepita dalla Costituzione come istituzione, e poi evoluta (involuta?) in quella che definisce “piccola o media azienda pubblica a capitale misto pubblico-privato”: deprivata della sua originaria funzione di ascensore sociale, per diventare cinghia di trasmissione di (dis)valori mercatistici, economicistici, tecnolatrici.

Scuola-azienda e docenti-impiegati 

Secondo l’Autrice la Scuola-istituzione è stata sacrificata al “new public management” imperante dal D.Lgs n.29 del 3 febbraio 1993, quando a tappe forzate si è dato l’abbrivio alla “trasformazione della Scuola della Costituzione tramite l’impiegatizzazione della categoria docente”. Tappa chiave è stata poi la cosiddetta “autonomia”, che ha in realtà accentrato i poteri nelle mani del “dirigente Scolastico” (definito “datore di lavoro” grazie al citato D.Lgs 29/1993), seguita dai tagli del dicastero Gelmini e dalla Legge 107/2015 (al secolo “Buona Scuola” renziana). Una sostanziale continuità d’intenti e di prassi, incurante degli avvicendamenti e dei colori partitici, sostanzialmente ubbidiente a linee guida dettate da Commissione Europea, Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea, multinazionali varie, Confindustria e sue diramazioni; sulla scia di un pensiero unico neoliberista da far invidia alla fantasia di un Orwell.

Pochi spiccioli e ideologia delle competenze 

I dati che Angelucci offre parlano da sé. Come quelli sul “fondo per l’arricchimento dell’offerta formativa”, previsto dalla Legge 440/1997, ma impoverito dal 1997 al 2017 del 70%: tanto da poter scrivere che «lo Stato investe oggi, nelle scuole autonome, per i suoi studenti, 6,5 euro pro capite».

Il bombardamento ideologico sulle competenze, unito alla mania delle “misurazioni” e delle nuove tecnologie, ha prodotto «Una visione della Scuola che oggi al soggetto pensante ha definitivamente sostituito l’individuo agente, al bambino o all’adolescente riflessivo lo studente performativo, sottoposto al “dominio cognitivo e all’egemonia della razionalità capitalistica”». I gelminiani e berlusconiani tagli del 2008 (quasi 9 miliardi), uniti alla “autonomia”, hanno reso le scuole «libere di essere dismesse dallo Stato, ormai anche giuridicamente deresponsabilizzato» al punto di lasciarle finanziare dai genitori col contributo “volontario” (coatto), o dai supermercati tramutati in “sponsor”.

Coazione al digitale e “Didattica a Distanza” 

È il neoliberismo alla Milton Friedman, bellezza! D’altronde l’OCSE «nel 1998 ha stimato in 2.000 miliardi di dollari l’investimento per la Scuola nel mondo e in 1.000 miliardi negli Stati membri, con circa 4 milioni di insegnanti, 80 milioni di studenti, 315.000 istituti e 5.000 università: davvero un affare di dimensioni straordinarie, un business gigantesco, al pari di armi, guerre, farmaci, cibo, e-commercebig data» (e ora — potremmo aggiungere — DaD). Infatti, la stessa Autrice parla di “coazione al digitale“, «divenuto, da semplice strumento, principale obiettivo dell’apprendimento e suo contenuto esclusivo (…), coercizione a un consumo illimitato e, contemporaneamente, realizzazione di quel cambiamento mentale funzionale ai nuovi modelli organizzativi e produttivi dell’impresa, in un mercato globale totalmente focalizzato sulle nuove tecnologie».

Due Italie anche in ambito culturale e scolastico 

Partendo da una notevole mole di dati statistici, Giuseppe Aragno — storico dell’antifascismo e del movimento operaio, nonché docente di Lettere nei Licei — disegna dal canto suo un percorso storico dell’evoluzione del sistema scolastico italiano dalle fasi preunitarie ad oggi, con particolare riguardo agli scenari che spiegano l’attuale distanza tra Nord e sud della Penisola anche in ambito scolastico. Dalle politiche scolastiche del Regno di Napoli alla lotta dello Stato unitario contro l’analfabetismo, l’Autore rileva un evidente “sviluppo diseguale” tra le due parti dello Stivale, con sostanziale fallimento dei (rari e incoerenti) tentativi dell’Italia repubblicana per interrompere i danni perennemente apportati al tessuto sociale meridionale da quella che Aragno definisce “spirale della povertà”.

Un libro utile 

Una lettura imprescindibile, insomma, “Le mani sulla Scuola” (come anche il trattato di Stefano d’Errico “La Scuola distrutta”), se non si vuole soccombere (senza manco accorgersene) al rullo compressore delle prossime iniziative governative in materia scolastica.

Alvaro Belardinelli, La Tecnica della Scuola, 15 aprile 2020

classifiche

Read Full Post »

Older Posts »