Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘Carta stampata e giornali on line’ Category

2-Misericordia CorporalePer Gesù Cristo – e quindi per i cattolici, che in tutte le chiese ne hanno festeggiato la Resurrezione,  le sette opere di Misericordia vanno compiute perché il Regno dei cieli provi misericordia per i peccatori.
Le prime di tali opere,  al di là della fede professata, costituiscono imperativi etici per tutta l’umanità: dar da mangiare agli affamati e dar da bere agli assetati. Se si lascia morire qualcuno di fame e di sete, è inutile vestirlo, alloggiarlo e visitarlo. Si può dargli soltanto sepoltura, come richiede la settima e ultima delle opere di Misericordia, che però sa di beffa feroce e non conquista il perdono, se la compie chi è la causa materiale e morale del decesso che conduce alla sepoltura. Seppellire chi si è lasciato morire di fame e di sete non apre le porte del Regno di Cristo e anzi le chiude per sempre: la mancanza di solidarietà non può meritare la misericordia celeste.

A Mimmo e a Marco Cusano, che a Napoli lottano per la dignità in cima al campanile della Chiesa del Carmine, Cardinali, Vescovi, sacerdoti e credenti non hanno dato finora né acqua, né pane. In quanto a Cesare, al quale Cristo riconosce il diritto di avere ciò che gli spetta, ma ha il dovere  di dare ciò che deve, egli ha oggi purtroppo un ministro maledetto, figlio dell’odio e del male, così nemico di Dio, dei figli di Dio e di Cesare stesso, da proibire che acqua e cibo giungano a Mimmo e a Marco.
Nell’indifferenza di chi finge di festeggiarlo, Gesù Cristo oggi  muore di nuovo. Stavolta senza speranza di resurrezione.

Agoravox, 23 aprile 2019

classifiche

Annunci

Read Full Post »

24897

Va bene, basta. Diciamolo e poi superiamo le discussioni inutili, che si fanno ad arte per giustificare i «bravi ragazzi che rischiano la vita»: ci sono carabinieri perbene o, per dir meglio, ci sono persino carabinieri perbene che perdono la vita in servizio. Diciamolo e però ricordiamo quanti lavoratori muoiono ogni anno uccisi da imprenditori che non rispettano le norme di sicurezza. Non ce n’è uno che uccida i padroni. Qui da noi si muore di lavoro e la vita la rischiano in tanti, a cominciare dai pompieri e non risulta a nessuno che il pompiere-mela-marcia pesti di botte chi ha chiesto soccorso.
Non ho scelto per caso «Potere al Popolo!» e vorrei che lo dicessimo: quando si trattò di costruire la Repubblica sulle ceneri del fascismo, Guido Dorso, che non frequentava centri sociali, ma conosceva la nostra storia, fu netto e coraggioso: se vogliamo che sia davvero una democrazia, dobbiamo sciogliere l’Arma dei carabinieri. Basta andare a cercare in archivio per sapere come finì: i carabinieri sono ancora al loro posto e Dorso finì segnalato come se il fascismo non fosse caduto, la libertà di pensiero costituisse ancora un reato e il grande meridionalista non fosse altro che il solito «pericoloso sovversivo».
Diciamolo chiaro anche noi e non abbocchiamo all’amo dei ciarlatani dei salotti televisivi: non si tratta solo di Stefano Cucchi, che di per sé sarebbe già un caso inaccettabile. E’ che non sappiamo a quanti Cucchi è stata spezzata la vita con una scarica di botte, con un rapporto che ti mandava e ti manda in carcere, al soggiorno obbligato e al manicomio, finché i manicomi sono stati aperti. Non sappiamo quante siano state dall’unità d’Italia a oggi le vittime di una violenza che non ha un nome, un cognome o un indirizzo. Quante siano e quante purtroppo saranno. Sappiamo che quando è accaduto non è mancato il servo sciocco di un potere capace di stritolare, il quale se n’è venuto fuori con i bravi ragazzi che rischiano la vita. L’intellettuale del «particulare», per dirla con Guicciardini, è nel DNA della nostra storia: ci siamo abituati e la memoria è corta.
Qualcuno si è accorto che sotto l’ultimo appello a marciare contro il razzismo, c’è la firma di Marco Rossi Doria, che pochi anni faceva il paladino del dialogo  con Casapound? No. Non se n’è accorto nessuno, perciò diciamolo chiaro, Guido Dorso, messo d’un tratto sotto controllo, non è impazzito. Sa bene, lo studioso antifascista, quanta miseria umana ha prodotto il fascismo. Sa che i carabinieri, folgorati sulla via di Damasco e convertiti all’idea repubblicana, hanno cominciato a incarcerare partigiani e «dissidenti» di sinistra. Glielo consentono il Codice Rocco – che nessuno provvederà mai a bandire – e di lì a poco l’amnistia, di cui si parla da tempo e che Togliatti firma, dopo averne affidato il testo a un vero campione di democrazia: Gaetano Azzariti, compromesso con la Magistratura fascista fin dal 1928, zelante collaboratore del ministro Dino Grandi nell’elaborazione dei codici civile e di procedura civile, Presidente del Tribunale della razza, ministro con Badoglio  e – perché no? – giudice della Corte costituzionale nel 1955. Giudice e poi presidente.
Dorso sa. Per questo a novembre del 1945, mentre la repubblica è in gestazione, mette sotto l’obiettivo della sua critica l’essenza dello Stato italiano; vengono fuori così le due figure chiave: il «Prefetto che costituisce l’architrave dello stato storico» e il «Maresciallo dei RR. CC.», l’equivalente di «quello che gli architetti chiamano la voltina». Nonostante la guerra partigiana e il sommovimento tellurico che l’ha lesionata «la piccola ma robusta voltina è emersa tra i calcinacci pericolosi, mostrando la sua intima connessione con l’architrave prefettizio e con le altre principali strutture dell’edificio», prima di tutte quella Magistratura per la quale il maresciallo è come il Papa.
Cucchi non è morto per le botte. L’ha ucciso questa struttura rimasta intatta. Oggi come allora, la quasi totalità dei Magistrati, proprio come scriveva Dorso nel 1945, giura «in verba Marescialli con assoluta convinzione. Ipse dixit, come Aristotele». Per questo elementare motivo, che ha radici profonde nella nostra storia, Dorso riteneva che occorresse sciogliere l’Arma. E’ ancora oggi un capolavoro di giornalismo l’ironico ricorso ad Anatole France, e al suo Crainquebille – un venditore ambulante protagonista di un caso giudiziario caratteristico di una giustizia sciocca, feroce e vendicativa, al quale un vigile intima di circolare per non intralciare il traffico. Ne nasce un battibecco e la guardia, che non ammette di essere contraddetta, denuncia, imprigiona e conduce al processo, Crainquebille non ha scampo: è condannato, malgrado un medico testimoni a suo favore in maniera più che convincente. Scontata la pena e tuttavia isolato, perde i clienti, il lavoro e presto anche la testa. Era un brav’uomo, diventa cattivo, non ha di che vivere – né un tetto né un tozzo di pane – e quando pensa che è meglio farsi arrestare ancora, per cercare scampo a spese dello Stato che l’ha distrutto, scopre che nemmeno la galera è disponibile ad accettarlo.
Sono «di moda nelle nostre Corti di giustizia», le considerazioni «che concludono il malinconico racconto del caso Crainquebille». Così scrive Dorso. La parola del maresciallo dei Carabinieri è verità di fede per il giudice e se il maresciallo ti vuole rovinare, lo fa. Il giudice, i benpensanti, la società perbenista optano sempre per «il potere costituito». E’ stata questa la morte che ha ucciso Cucchi, la stessa che uccide i «dissidenti», i «diversi», i Rom, gli immigrati e chiunque si metta di traverso. L’Arma è la migliore garanzia di questa feroce continuità dello Stato. Credo che Potere al Popolo!, nato per «fare tutto al contrario», non possa contentarsi della pietà per Cucchi e della solidarietà per la sorella Ilaria. Come Dorso, deve chiedere lo scioglimento dell’Arma, il miglior alleato di un potere costituito, rappresentato alla perfezione dai due ultimi ministri dell’interno: Minniti, che ha consentito la partecipazione di Casapond alle elezioni, e Salvini amico dichiarato dei fascisti del terzo millennio.

Agoravox,  12 aprile 2019

classifiche

Read Full Post »

Prima i padroni

Prima i padroni

C’è una sapienza antica che la crisi mortale del capitalismo va cancellando. E’ la sapienza politica, se volete anche solo il senso della misura di uomini che, per quanto lontani dalle classi popolari, erano consapevoli della necessità di migliorarne le condizioni, per evitare se non altro pericolose agitazioni sociali. Sarà stato pure «Ministro della malavita», però dopo i tragici fatti del ‘98, nel celebre discorso agli elettori di Dronero, Giolitti puntò il dito contro coloro che chiedevano ancora l’uso della forza a beneficio esclusivo dei loro interessi. Essi, affermò, andavano respinti «come i peggiori nemici di quelle istituzioni che noi riteniamo inseparabili dalla causa della unità, della indipendenza, della libertà».
A proposito di memoria smarrita e di imbarbarimento, antica è la saggezza da cui nascono le regole del conflitto sindacale, in cui tutti vogliono vincere, ma nessuno stravincere. Giuseppe Santoro Passarelli, presidente della Commissione Nazionale di Garanzia sugli scioperi, non lo sa, ma più sacrifici impone alla collettività la lotta sindacale, più siamo garantiti tutti. Sono millenni che Tito Livio lo insegna col celebre apologo dell’Aventino:
«Le membra dell’uomo, visto che lo stomaco oziava in attesa del cibo, decisero di farla finita, si misero segretamente d’accordo e stabilirono che le mani non portassero cibo alla bocca e se vi giungesse comunque, la bocca lo rifiutasse e i denti non masticassero. Mentre cercavano di domare lo stomaco, gli arti indebolivano anche se stessi, sicché tutto il corpo giunse a un’estrema debolezza. Presto fu chiaro che il compito dello stomaco non è quello di essere pigro, e che anzi, quando riceve i cibi, li distribuisce per tutte le membra. Stomaco e membra tornarono in amicizia. Così, come fossero un unico corpo, il senato e il popolo muoiono con la discordia, con la concordia vivono in salute».
Intimando all’Unione Sindacale di Base di revocare lo sciopero generale indetto per il 12 aprile in virtù di un inesistente mancato rispetto dell’«intervallo minimo» che dovrebbe intercorrere tra uno sciopero e l’altro, Santoro Passarelli invita di fatto lo stomaco all’ozio, si schiera contro gli arti e ci riporta indietro fino al V secolo avanti Cristo, inserendosi nel solco della storica ignoranza dei «padri della patria italiana», che, incapaci di prendere coscienza dello squilibrio esistente nei rapporti di forza tra capitale e lavoro, trasformarono lo sciopero, da diritto qual era, in un inesistente reato.
Sarebbe difficile contare i lavoratori incarcerati e gli anni di galera scontati dall’unità al 1904, anno in cui Giolitti lasciò che in Italia il primo sciopero generale fosse realizzato senza l’intervento repressivo di questurini, carabinieri, esercito e magistrati. Fino a quel momento si era andati avanti a suon di cariche, sciabolate, arresti ed eccidi proletari, tant’è che il primo sciopero generale nacque proprio dall’esplosione della tensione accumulata nel Paese dopo le stragi di lavoratori di Castelluzzo in Sicilia e Buggerru, in Sardegna.
Seguace di Albertini, il direttore del «Corriere della Sera» che definì quelle storiche giornate di lotta «cinque giorni di follia», la Commissione di Garanzia ha ignorato lo spirito animatore dell’Assemblea Costituente, che nel dibattito sul tema e nella formulazione originaria dell’articolo 36 del progetto, passato poi nella Costituzione come articolo 40, non solo assicura ai lavoratori il diritto di sciopero, ma limita gli interventi della legge ordinaria nella sua regolamentazione a tre soli ambiti: procedura di proclamazione, tentativo di conciliazione, mantenimento dei servizi assolutamente essenziali alla vita collettiva. Benché qualcuno voleva che la Costituzione non proclamasse il diritto di sciopero, non poteva andare altrimenti: dopo la legislazione fascista, che aveva considerato lo sciopero un reato, la Costituzione della Repubblica fondata sul lavoro non poteva che riconoscerlo.
Anche l’ala moderata dell’Assemblea, del resto, rinunciò alla richiesta di vietare lo sciopero politico. Mise tutti d’accordo la formulazione di Umberto Merlin, che riconosceva il diritto di sciopero e un’unica limitazione, il cui senso e valore, tuttavia, indicava senza possibilità di equivoco al giudice ordinario, quando ricordava che lo sciopero «degli agenti di polizia, dei carcerieri, dei magistrati e degli agenti delle imposte», non avrebbe semplicemente tolto allo Stato «la dovuta forza e il dovuto prestigio», ma ne avrebbe favorito il suicidio. Furono d’accordo più o meno tutti, perché fu chiaro che il solo limite che Merlin intendeva porre al diritto riconosciuto mirava a garantire il rispetto delle esigenze fondamentali dello Stato.
Le formule pretestuose con cui Giuseppe Santoro Passarelli motiva la decisione di proibire lo sciopero generale del 12 aprile, indetto dall’Unione Sindacale di Base, quali il mancato rispetto dell’«intervallo minimo» e la «rarefazione soggettiva», non rientrano nello spirito e nella lettera della Costituzione, resuscitano gli spettri del ’98 e ci riconducono agli anni in cui Giovanni Giolitti, che non fu certo un pericoloso bolscevico, richiamava la borghesia alla necessità di porre un limite alla prepotenza e all’arroganza di classe. Non si tratta solo di una decisione grave e antidemocratica, ma di una corrispondenza di amorosi sensi tra un organo di garanzia, che calpesta la sua funzione istituzionale e un governo di estrema destra in cui Salvini, alleato dei fascisti di Casapound, sta realizzando una politica repressiva e liberticida, che colpisce con estrema durezza i lavoratori e le loro organizzazioni e criminalizza ogni forma di lotta, dall’occupazione di edifici al blocco stradale.
E’ una politica che dimostra come lo slogan nazionalista e razzista della Lega secessionista, del governo e dei suoi servi, è una volgare menzogna. Per  questa gente, infatti, non è vero che vengono «prima gli italiani». Prima, molto prima vengono i padroni.

Contropiano, 7 aprile 2019 e Agoravox, 9-4-2019.

classifiche

Read Full Post »

Giornalisti nel mirino.jpgStupisce che i giornalisti di “Report”, solitamente attenti e coraggiosi, abbiano mandato in onda un’inchiesta il cui unico obiettivo era decisamente quello di demolire il fondo per l’editoria. Sono state utilizzate tutte le armi, anche quelle di un’ironia tragicomica sul “Manifesto” che, piaccia o no, ha il coraggio e la dignità di definirsi ancora “giornale comunista”.
Tra i piccoli giornali a rischio c’è anche “Metropolis”, protagonista in questi giorni di una battaglia sacrosanta, che va sostenuta con tutte le nostre forze. I tagli all’editoria, infatti, sono una vergogna e colpiscono realmente solo i piccoli giornali, quelli che più di tutti garantiscono il pluralismo dell’informazione. Ecco perché vi prego di leggere l’intervista che segue e di diffonderla, se la condividete:

http://www.metropolisweb.it/metropolisweb/2018/10/31/i-tagli-alla-stampa-sanno-di-fascismo-serve-una-rivolta/

classifiche

Read Full Post »

Immagine

Ieri avevo scritto queste poche parole per Mimmo Lucano:

Caro Mimmo,
quando la legalità cancella la giustizia, le persone oneste, coraggiose e coerenti finiscono fatalmente agli arresti e c’è un solo nome adatto agli imputati che commettono i reati che tu hai commesso: perseguitato politico.
Le ragioni per cui cui sei stato colpito tu, sono le stesse per cui furono arrestati e condannati uomini come Antonio Gramsci. Tu oggi ti aggiungi alla nobile schiera degli antifascisti. Sei anche tu un perseguitato politico e finora purtroppo – per quanto è dato sapere – ti fanno compagnia Lavinia Cassaro, l’insegnante di Torino brutalmente licenziata e Mimmo Mignano, Marco Cusano, Antonio Montella, Massimo Napolitano e Roberto Fabbricatore, cinque operai della Fiat di Pomigliano, licenziati anch’essi perché non hanno voluto barattare la dignità con il principio fascista dela fedeltà all’azienda.
Come per loro, anche per te, finora ho sentito tante, troppe parole di solidarietà, ma nessuno ha tradotto in un gesto concreto questa parola bellissima, per la quale tu stai soffrendo e di cui sei un maestro. Ho aspettato invano un tuo collega che non ti stesse vicino a parole, ma riprendesse nella sua città il lavoro che tu sei stato costretto a interrompere a Riace. Nessuno l’ha fatto.
Credo di non sbagliare se immagino che nelle mille difficoltà del momento che vivi, questa solitudine sia la più grande delle tue amarezze. Io non ho nessun modo per seguire il tuo esempio, se non questo: scrivere quello che penso. Mattarella non ha strumenti legali per intervenire? Può darsi, ma questa legalità che ha divorziato dalla giustizia gli imponeva di fare la sola scelta compatibile con il suo mandato: dimettersi. Non lo ricorderemo tra gli antifascisti.

Le avrei pubblicate qui sul mio Blog, da sole, quando mi è giunta, con la richiesta di dare massima diffusione, una lettera inviata da Massimo Napolitano a Paola Esposito e Antonio Di Maio, genitori del ministro Luigi Di Maio. La metto assieme al mio messaggio per il sindaco di Riace e mi domando fino a quando assisteremo indifferenti all’omicidio della democrazia che si commette ogni giorno davanti ai nostri occhi.

Mi chiamo Massimo Napolitano. Sono uno dei cinque licenziati FIAT di Pomigliano che dopo la sentenza della Cassazione ha definitivamente  chiuso con la FIAT.
Sono un operaio e sempre questo ho fatto, lavorare con le mani. Non so fare altro. Questa lettera è stata scritta con l’aiuto di compagni che hanno più confidenza con la penna di me. Sono pensieri miei,  condivisi con i compagni che sono stati licenziati insieme a me.
Perché siamo stati licenziati? Perché ci siamo permessi di criticare la politica aziendale dell’allora amministratore delegato, Sergio Marchionne. L’abbiamo fatto inscenando il suo finto suicidio. Perché si suicidava? Per il rimorso. Per il rimorso delle tragedie personali che la sua politica aziendale aveva determinato in molti di noi e tra le nostre famiglie e che aveva portato al suicidio di due nostri compagni: Peppe De Crescenzo e Maria Baratto. E al tentato suicidio di diversi altri.
I piani industriali di Marchionne hanno risanato i debiti della FIAT e hanno fatto guadagnare montagne di soldi agli azionisti, ma per gli operai sono stati una catastrofe. La metà di noi è stata a cassa integrazione per anni e l’altra metà ha lavorato con ritmi inumani.
Io ero stato trasferito a Nola nel 2008 insieme ad altri 315 operai. Eravamo tutti “limitati fisici”, per patologie maturate in anni di lavoro sulle linee di montaggio, o “sindacalizzati” che per il padrone è la malattia più grave che un operaio può avere. Il nostro era un reparto dove stavamo li a fare niente. Per chi mastica un po’ di cose di fabbrica sa che uno stabilimento che non produce niente è prossimo alla chiusura. E noi vivevamo questa drammatica attesa con i quattro soldi che ci venivano dati per la cassa integrazione, aspettando la chiusura. Qualcuno di noi non ha resistito, dopo un po’ sono iniziati i problemi in famiglia, la depressione, l’isolamento, fino alla scelta senza ritorno di farla finita. 
Il finto suicidio di Marchionne è avvenuto nello stesso giorno dei funerali di Maria Baratto. Eravamo esasperati e arrabbiati. Morivano nostri compagni e nessuno se ne fregava. L’unica cosa che valeva era il rilancio della FIAT, la conquista dell’America. Marchionne era il personaggio più osannato dai politici, dai giornalisti. Cosa contavano due operai morti e la sofferenza silenziosa di migliaia di altri? Niente.
Abbiamo scelto di denunciare quello che stava succedendo utilizzando un’arma pacifica. Non siamo stati violenti, non abbiamo organizzato picchetti e manifestazioni. Forse perché siamo napoletani, abbiamo utilizzato le vecchie armi di Pulcinella, accusare il responsabile dei nostri guai con lo scherzo. Quelli che ne sanno più di noi la chiamano satira.
Non lo sapevamo ancora, ma anche questo non ci era consentito. Mettere al centro di una rappresentazione il nostro capo, anche se fuori dallo stabilimento non ci era consentito. Ci hanno dato addosso la stampa, i giudici, la FIAT. Ci hanno accusato di aver intaccato la dignità dell’amministratore delegato. Abbiamo verificato praticamente che in una società dove si dice che siamo tutti cittadini, ci sono persone che sono più cittadini degli altri. Due compagni morti valevano meno della “dignità” di un padrone.
Siamo stati condannati alla miseria della disoccupazione. Quando abbiamo cercato di far conoscere la nostra situazione abbiamo preso altre mazzate. L’ultima è stata quella di essere stati allontanati da Roma per due anni con quello che chiamano un Daspo. Cosa avevamo fatto? Anche qui nessuna violenza, siamo saliti su un tetto di un palazzo pubblico di Roma per attirare l’attenzione. Tre parlamentari del partito 5 Stelle sono venuti a parlare con noi e a darci la loro solidarietà. Subito dopo siamo scesi e le guardie ci hanno fermati e portati per ore in questura. Dopo il Daspo.
Ho capito che c’è poco da fare per gente come me in Italia. Si, molti dicono che le cose stanno cambiando, ma io tutti questi cambiamenti non li vedo. Ho lottato nel mio piccolo contro quelli che oggi chiamano i “poteri forti” e sono stato stritolato. Oggi che i “poteri forti” sono sotto accusa, sono sempre io e quelli come me a prendere le bastonate.
Mi dispiace. Abbandonare i compagni è brutto. Abbandonare il mio paese mi riempie di malinconia. Ma io non posso più rimanere qui. I miei figli e mia moglie sono già partiti. Forse hanno capito prima di me che non era aria per gente come noi. Sabato parto anch’io. Me ne vado in Inghilterra dove i miei figli mi dicono che è ancora possibile vivere una vita dignitosa, con un lavoro. E senza dover sempre abbassare la testa.

Agoravox, 27 ottobre 2018

classifiche

Read Full Post »

Riace-MuralesHanno arrestato Mimmo Lucano!
Ora tutto diventa terribilmente chiaro: Di Maio si dimostra più fascista di Salvini, Fico balbetta, ma è complice e il governo dei neofascisti comincia a fare le sue prime vittime. Bisogna fermarlo. Ce l’hanno con tutti noi, vogliono ammanettare la solidarietà e l’umanità. Facciamo come i nostri nonni e ricordiamoci ciò che scrissero:
Occorre che ciascuno come individuo reagisca e si prepari alla resistenza civile! Si faccia il vuoto intorno ai fascisti e al fascismo […] Sia con cura evitato ogni contatto! Non si compri merce nei negozi fascisti o filo-fascisti! […] Chiudete il vostro uscio al loro passaggio […] e ritraetevi dai balconi! […] Nel nome […] della Libertà […] tutto il popolo si prepari a trarsi in salvamento“.
Comincino i sindaci anzitutto, quelli democratici almeno; seguano l’esempio di Mimmo Lucano in ogni parte d’Italia. Benché imprigionato egli indica una via. I suoi colleghi la seguano e ogni città diventi Riace!
Vedremo se avranno il coraggio di metterli tutti in manette e affrontare poi la reazione popolare.

Agoravox, 3 ottobre 2018.

classifiche

Read Full Post »

potere-al-popoloA gennaio avrò 73 anni. Ho lasciato per strada tanti compagni, alle spalle ho il mio mondo sconfitto e non mi resta tempo. Se hai vissuto come volevi, però, se sai che, tornando indietro, faresti più o meno quello che hai fatto, la vecchiaia non ti pesa. E’ la naturale compagna della vita che tramonta e si sa: per tutti giunge la notte che non porta l’alba.
Quello che rende molto pesante quest’ultimo percorso è la sensazione di straniamento che, più passa il tempo, più si fa viva, dolorosa e soffocante. Non avrei mai creduto di dover chiudere in un mondo come quello che mi circonda. E’ un mondo nel quale non mi riconosco. Le idee per cui ho lottato, la società che pensavo stessimo costruendo, non ci sono più. Mi sento come un viaggiatore che scende da un treno alla stazione sbagliata e non riconosce i luoghi, le persone e la parlata. Una sorta di sopravvissuto cui mancano persino le parole per descrivere ciò che prova. Questa non è la solitudine che solitamente si accompagna alla vecchiaia. E’ molto di più e molto peggio.
Da novembre, però, è accaduto qualcosa che mi ha aiutato a vivere, mi ha restituito la curiosità di un tempo, il desiderio di capire, la forza di lottare. Forse sono un illuso, forse con gli anni non sono più grado di leggere la realtà, ma da novembre ho vissuto così, con una passione che avevo smarrito, con l’entusiasmo di una giovinezza che non c’è più. A farmi questo regalo è stata l’idea da cui è poi nato Potere al Popolo.
Quando Salvatore Prinzi mi ha chiesto se volevo dare una mano, mi sono spaventato: sono vecchio, ho risposto, che vuoi che faccia? C’è voluto poco, però, per convincermi e non è stato solo perché a Salvatore voglio bene. E’ che quella idea che pareva folle, quella sfida che poteva sembrare irrazionale, mi è sembrata la sola risposta possibile alla tragedia che si scorgeva dietro le quinte della storia. La risposta a un presente che si rifiutava di diventare futuro e si faceva passato. Il neofascismo al governo era già lì, bastava poco per vederlo.
Non dirò cosa è stata la campagna elettorale nel gelo e con i mezzi che avevamo. Delle difficoltà non mi sono accorto. Dirò dei compagni giovani e non più giovani che ho incontrato in quei mesi. Erano in tanti e avevano tutti negli occhi una speranza. Che non si potesse vincere lo sapevamo. Contava però, era preziosa, quella scintilla riaccesa, quel fuoco che tornava a brillare nel buio, come se chissà quale antica Vestale l’avesse difeso nel tempo. Non dimenticherò le assemblee romane, il comizio conclusivo a Piazza Dante e quella convinzione che mi era cresciuta dentro e non ho più perso: c’è bisogno di Potere al Popolo, c’è bisogno che quella idea si realizzi. Risveglia sogni e speranze, conduce alla lotta chi non lottava più.
Ho vissuto i mesi seguenti il voto, quelli delle trattative tra le forze che avevano partecipato alla fase iniziale della nascita di Potere al Popolo con pazienza, fiducia e rassegnazione: ci vuole del tempo mi sono detto, è naturale. Mi sono trovato ai margini, ho capito che ai “cani sciolti” toccava pazientare e l’ho fatto con buona volontà e con fiducia. Ho voluto credere a tutti e a tutti ho fatto spazio.
Ora che il fascio-leghismo ci toglie l’ossigeno, non si può più aspettare, però, e lo dico senza mezzi termini e senza false ipocrisie: il tempo è scaduto. Tutti hanno avuto modo di difendere le proprie idee e posizioni e ora è necessario che Potere al Popolo dia a se stesso la struttura che si è delineata nelle assemblee e nel dibattito. E’ tempo di consentire a tutti quelli che credono nella sua funzione politica di vederlo nascere come organismo autonomo.
Non lo dico perché così sarò meno vecchio. E’ che Potere al Popolo per me è la risposta da sinistra al problema storico che ci pongono i Cinque Stelle e allo stesso tempo la prova che esiste un inganno che va smascherato: la sinistra esiste, vive e può avere consistenza. Così come purtroppo esiste e governa la destra. Una destra estrema.

Contropiano, 10 agosto 2018

classifiche

Read Full Post »

Older Posts »