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Archive for the ‘Carta stampata e giornali on line’ Category

 

downloadDemocrazia vuol dire regole, bofonchiano Mentana e soci, ma si guardano bene dal ricordare che due governi europei di fronte allo stesso problema si sono comportati in modo diametralmente opposto, uno democratico e l’altro fascista. Il Regno Unito, infatti, cambiò le regole, lasciò che la Scozia facesse il suo referendum sull’indipendenza ed evitò interventi armati, arresti e feriti. Democrazia vuol dire regole, ma i pennivendoli di casa nostra fingono di non sapere che la Costituzione di cui è armato Rajoy non condanna esplicitamente il franchismo, lascia al loro posto i franchisti impuniti, consente a falangisti vecchi e nuovi di scorrazzare per il Paese, riconosce una “nazione spagnola” e – rigida com’è – nel 2010 ha potuto rifiutare ogni offerta catalana di mediazioni che erano il frutto di un lavoro quadriennale. La nostra stampa lo sa, ma preferisce ignorarlo: la polizia catalana è stata commissariata e ora la guida un personaggio ambiguo, Diego Pérez del los Cobos, fratello di Francisco, l’ex Presidente della Corte Costituzionale che ha pervicacemente impedito una soluzione “inglese” della questione. Sarà un caso, ma i due fratelli provengono entrambi dall’ultradestra. Non bastasse – anche questo si sa ma nessuno lo dice – i poliziotti spagnoli protagonisti della repressione sono attualmente ospiti di alcune navi passeggeri affittate a compagnie italiane – grandi navi veloci e Moby/Tirrenia – cancellate dalle corse di Sardegna. Ce n’è quanto basta per una interrogazione parlamentare, ma chi dovrebbe farla? I “nominati” accampati nella Camera dei Fasci delle Corporazioni?
Qualcuno a questo punto si meraviglia se, per Mentana e soci, la Spagna e l’Unione Europea sono democratiche e pluraliste, mentre gli inglesi, che hanno democraticamente mollato l’Europa, sono invece populisti e nazionalisti di destra?
Sono stato a Parigi nel 2004, ai tempi del referendum sull’Europa. Qui da noi la stampa di regime sputava veleno sul “Grand Debat” e sul “nazionalismo francese”, però la sera, nelle scuole pubbliche che venivano lasciate aperte e affidate ai cittadini, incontravo tanta gente di sinistra ostile a un’Europa massacratrice di diritti. Testimone oculare, scrissi in questo senso un articolo per il settimanale campano del Manifesto e fui tra i pochi a mettere pubblicamente in discussione l’idea che rifiutare questa Europa fosse una “cosa di destra” e una “scelta antieuropeista”. Fu di destra, invece, di destra estrema, la scelta di ignorare la volontà dei popoli e di definire populismo ogni critica alla ferocia capitalista che decideva e decide contro la volontà dei popoli. Ne venne fuori – oggi è sotto gli occhi di tutti – l’aborto che chiamiamo Europa unita.
Vi chiedete perché metta insieme in maniera frammentaria fatti apparentemente diversi tra loro? Lo faccio perché intendo sgombrare il campo dall’idea generica e superficiale che gli indipendentisti siano sempre e comunque di destra e impedire che una concezione astratta di “Stato Occidentale” ci porti a credere che la Spagna sia una “democrazia pluralista”. I fatti hanno dimostrato che Madrid ha un governo più o meno fascista, guidato da un proconsole della Troika, che tratta gli spagnoli come fossero abitanti di una colonia del Nord Europa. Un proconsole che difende interessi e privilegi delle classi più agiate del Paese a danno di quelle più povere ed emarginate. In linea di principio, quindi, si badi bene, la Catalogna, la più ricca e agiata tra le realtà che formano la Spagna, dovrebbe essere alleata di Rajoy. Se questo non accade, vuol dire che l’indipendentismo non nasce solo da questioni di carattere economico.
Mio figlio ci ha vissuto due anni e la Catalogna un po’ la conosco. Se ti ammali, in ospedale trovi solo giovani medici inesperti che se ne vanno nel settore privato appena si son fatti le ossa. Un attacco di appendicite può diventare peritonite e tu rischi la pelle. Perché non credere che dietro la lotta dei catalani ci sia anche il rifiuto del modello di Europa che rappresenta Rajoy e l’affermazione di un’aspirazione: un’Europa che non nasca dall’integrazione di Stati nazionali, ma poggi sul federalismo tra realtà regionali? In Catalogna sono stato invitato più volte: un convegno, di cui si sono pubblicati gli atti, la presentazione di un mio libro, la messa in scena di un lavoro teatrale di cui sono coautore, voluta dalla Generalitat de Catalunya e dal Memorial Democràtic per ricordare una famiglia di antifascisti napoletani che lottò assieme ai repubblicani. Barcellona antifascista, quindi, ha ricordato quegli antifascisti di cui Napoli non si è mai occupata come avrebbe dovuto. La Catalogna è sinceramente antifascista. Lo è per l’eredità storica della guerra di Spagna. Non posso dire la stessa cosa di Madrid, alla cui università ho tenuto una lezione a due voci con Mirta Nuñez Díaz Balart, ma ho anche incontrato la contestazione franchista.
In Catalogna ho amici. Elisabetta Donatello, Ida Mauro storica e militante, Steven Forti, un italiano, che insegna storia contemporanea a Barcellona e spesso fa da consulente e opinionista per il TG3. Non sono per gli indipendentisti, ma non li criminalizzano e soprattutto puntano il dito sulla balbettante transizione dal franchismo alla democrazia e sulle responsabilità di governi come quello di Rajoy. Dovremmo riflettere sulle “insalate russe” che si definiscono “grandi coalizioni”, ma mettono assieme il diavolo e l’acqua santa per schiacciare i diseredati e i nuovi poveri creati dalla crisi economica. Le “grandi coalizioni” non sono la “democrazia pluralista”, ma il populismo di Stato, il volto formalmente legale di una deriva autoritaria.
In quanto alla violenza di Stato, essa è ormai un modello europeo. Lo utilizza ampiamente Minniti qui da noi ed è una minaccia concreta per la democrazia. Parlare oggi di Catalogna dimenticando tutto questo vuol dire vender fumo. La Catalogna probabilmente è oggi la cartina di tornasole da cui emerge il volto vero dell’Unione Europea, con i problemi immensi che essa produce e ignora. Se penso a ciò che accade a Napoli, al peso che le leggi europee hanno sulla sorte della città, alle armi che l’Unione offre a governi di dubbia legittimità che ci tagliano i viveri e ci soffocano per impedire ogni scelta autonoma, se ci penso, oggi non posso fare a meno di sentirmi catalano.

Agoravox e Fuoriregistro, 4 ottobre 2017

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piazza indipendenzaNoi sottoscrittori di questo appello esprimiamo la più netta e ferma condanna dell’inaudita violenza di Stato che si è perpetrata nel cuore di Roma nei confronti di persone inermi e innocenti: centinaia di rifugiati, uomini, donne e bambini, sopravvissuti a guerre e persecuzioni di ogni genere e ora aggrediti con ingiustificata violenza dalle forze dell’ordine, caricati con manganelli e idranti (operazione ignobilmente definita di “cleaning”).
Si tratta di un delitto contro l’umanità, di una pagina vergognosa per la città di Roma e per l’Italia intera, di un pessimo segnale del Ministero degli Interni, della Prefettura e del comune di Roma, che rivelano tutta la loro pochezza nella cornice di un Paese quotidianamente sfigurato dallo scandalo dell’ingiustizia, da un impoverimento sociale e culturale preoccupante, da una regressione di matrice francamente xenofoba e razzista.
È tempo di guardare sino in fondo l’orrore in cui stiamo precipitando, quell’orrore di cui è parte non secondaria la facoltà di assuefare e omologare.
È tempo di ammettere apertamente che la iniqua distribuzione della ricchezza e l’insaziabile accumulo sono una minaccia costante alla convivenza e alla coesione sociale.
È tempo di riscoprire quanto siano profonde e molteplici le nostre radici. Differenze che stimolano l’intelligenza e accendono l’immaginazione.
È tempo di riannodare i fili di una civiltà culturale, di uno spazio di convivenza comune, di una storia plurimillenaria che si stanno sgretolando ogni giorno sotto i nostri occhi.
Roma deve tornare ad essere città aperta, antirazzista e antifascista.

Tiziana Drago, Piero Totaro, Vittorio Boarini, Alessandro Bianchi, Giuseppe Aragno, Enzo Scandurra, Piero Bevilacqua, Ignazio Masulli, Pier Luigi Cervellati, Paolo Favilli, Laura Marchetti, Lucinia Speciale, Amalia Collisani, Maria Pia Guermandi, Velio Abati, Luisa Marchini, Francesco Trane, Cristina Lavinio, Francesco Santopolo, Rossano Pazzagli, Ugo Maria Olivieri, Peppe Allegri, Dario Bevilacqua, Alberto Ziparo, Piero Caprari, Francesco Cioffi, Giuseppe Saponaro, Tomaso Montanari, Luigi Vavalà, Andrea Battinelli, Lidia Decandia, Francesca Leder, Stefano Sylos Labioni, Michele Carducci..

Per aderire inviare una mail a: officina-dei-saperi@googlegroups.com

Fuoriregistro, 20 agosto 2017.

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eurostop-25-marzo-apertura-720x300Il dado è tratto e la giocata fa ben sperare: dopo una lunga, necessaria fase di studio, costruzione teorica, confronto ed esperienze comuni di lotta, la Piattaforma Sociale Eurostop si costituisce in movimento organizzato.

L’assemblea è prevista a Roma oggi 1 luglio ed è un appuntamento al quale non dovrebbero mancare la presenza e il contributo, foss’anche critico ma costruttivo, di tutte le forze che mirano alla ricomposizione di una sinistra autentica, in grado di affrontare una sfida che diventa purtroppo di giorno in giorno più feroce.

Non importa su quali numeri potrà immediatamente contare, quali forze potrà mettere in campo al momento. Questo non dipende solo dai promotori.

Importa che finalmente qualcosa di concreto si muova a sinistra e per la sinistra di classe, per i movimenti sociali che hanno come stella polare il conflitto e per quanti hanno ormai maturato la convinzione, pienamente fondata, che l’Unione Europea non solo non è la soluzione dei nostri mali, ma rappresenta la causa principale dei problemi e delle sofferenze dei ceti subalterni.

La definizione che Eurostop dà di se stesso è allo stesso tempo aperta, inclusiva, ma anche così netta, da non lasciare spazio ad equivoci ed ambiguità. Il nascente movimento si definisce «sociale e politico» e chiama a raccolta «persone, organizzazioni sindacali e politiche, movimenti civili, sociali, ambientali, che agiscono sulla base della democrazia e del consenso, in coerenza con gli obiettivi, i principi e i valori […] delle regole condivise».

Di fronte a un’iniziativa che riconosce come sua prima trincea quella della rottura con la NATO, arma puntata contro la sicurezza di chiunque si azzardi a contrastare le rinascenti velleità imperialiste del capitalismo, è difficile scegliere di stare altrove.

Anche perché Eurostop, preso atto della irreversibile trasformazione dell’UE, che non è più, se mai lo è stata, «l’Europa dei popoli», ma ha il volto inaccettabile dell’«Europa delle banche», riconosce in questo autentico mostro liberista il principale pilastro delle politiche di austerity.

La scelta di campo è inevitabile e conseguente: Eurostop si schiera contro una globalizzazione intesa come processo di distruzione di diritti e conquiste sociali che costituivano la sola e più autentica eredità della migliore storia della sinistra.

Una convinzione che non lascia spazio a dubbi: Eurostop intende costruire la via per l’abbandono dell’Euro e la rottura dell’Unione Europea, non per questioni di «nazionalismo», ma come unico, indispensabile strumento in grado di rovesciare le politiche di austerità e mandare in frantumi la globalizzazione liberista, che non solo ha fatto tabula rasa dei diritti dei lavoratori, ma mette in discussione la stessa democrazia borghese e le costituzioni di ispirazione antifascista, nate dopo la seconda guerra mondiale.

Anche qui è onestamente difficile capire eventuali riserve che non riguardino eventualmente i tempi e gli strumenti con cui giungere allo scopo. Sugli obiettivi, non c’è più tempo per discutere. Al di là di ogni comprensibile prudenza, la contemporanea presenza a Roma dell’appuntamento voluto da Giuliano Pisapia, non consente titubanze. La sedicente sinistra del cosiddetto «Campo progressista» non è solo una iniziativa di riciclaggio di fuorusciti dal PD renziano, ma il tentativo di passare una mano di vernice rossa sui protagonisti di quell’autentica macelleria sociale messa in azione al grido osceno che ancora risuona nel Paese semidistrutto: «l’Europa lo vuole».

Una responsabilità storica che nessun appuntamento romano potrà mai cancellare!

Il processo che si apre ha dalla sua la sola forza che assicura la vita di una iniziativa politica: la sua necessità storica. Su questa base potrebbe ben presto diventare un invito a riflettere per quanti, in buona fede, seguono le speranze suscitate da Varoufakis, destinate a fare i conti con una realtà che purtroppo non consente a nessuno di inseguire sogni.

Contropiano, 30 giugno 2017

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L’articolo va letto. Dalla “sicurezza” e dal decreto Minniti, infatti, DemA prende le distanze ed esprime critiche di fondo:

dema_logo1

ImmagineFrancesco Puglisi era a Genova nel luglio 2001 ma non torturò e non uccise. La Cassazione, che ha evitato il carcere agli uomini in divisa dopo la Diaz e Bolzaneto, a lui ha dato 14 anni di galera. Si sono incrementati poi ammazzamenti umanitari, bombe intelligenti e fuoco amico e chi s’è visto s’è visto. E’ stato come dire: ti prudono le mani? Bene. Percorri la via «legale» e passa all’incasso: una «guerra per la pace» o la «democrazia da esportare, tutta massacri «umanitari». E se poi centri ospedali e scuole, sta tranquillo, c’è la stampa che dice «è fuoco amico» o «nemico sbagliato». Tu rientri e fai la carriera in polizia. Lì ai modi bruschi non si fa caso: il terrorismo è un’infamia misteriosa buona per coprire altre infamie.
A chi sa di storia, il «caso Genova» e Francesco Puglisi ricordano gli eterni «spettri del ’98», i processi politici costruiti ad arte contro gli operai e Giovanni Bovio, l’avvocato che in Tribunale parlava per gli imputati e ammoniva le classi dirigenti:

«Noi chiediamo di rimuovere gli ostacoli che fanno il lavoro impossibile e voi ci rispondete con aspre sentenze e i figli armati contro i padri. Per carità di voi stessi, giudici, per quel pudore che è l’ultimo custode delle società umane, non fateci dubitare della giustizia. Noi fummo nati al lavoro, non fate noi delinquenti e voi giudici!».

I tribunali li «fecero delinquenti» e tali sono stati per sempre. Umberto I, che aveva premiato le fucilate sul popolo inerme, pagò con la vita. La violenza del potere genera violenza e il tribunale nazista che volle morti i cospiratori della «Rosa Bianca», quello repubblicano che da noi assolse i responsabili morali del delitto Rosselli, benché legalmente costituiti, non hanno legittimità storica. Tra Bruto e Cesare la storia non cerca colpevoli ma registra un dato: il tiranno arma la mano dell’uomo libero.

Sul terreno della giustizia siamo fermi a Crispi che, accusato di violare la legge proclamando lo stato d’assedio, antepose la sicurezza alla legalità: «una legge eterna impone di garantire l’esistenza delle nazioni; questa legge è nata prima dello Statuto». Un principio eversivo, che fa dell’eccezione la regola, ignora la giustizia sociale, unica garante della sicurezza dello Stato e di fatto ispira ancora i nostri legislatori in materia di ordine pubblico e conflitto sociale. Nel 1862, all’alba dell’Italia unita, la legge Pica sul cosiddetto «brigantaggio», mezzo «eccezionale e temporaneo di difesa», prorogato però fino al 31 dicembre 1865, apre l’eterna stagione delle leggi speciali. Di lì a poco, in una riflessione affidata a un volantino sfuggito al sequestro, Luigi Felicò, un internazionalista che conosce la galera borbonica, non ha dubbi: con l’unità, la sorte della povera gente e del dissidente politico è peggiorata.
Normativa emergenziale, come figlia naturale di una vera e propria cultura della crisi, indeterminatezza e strumentale confusione tra reato comune e reato politico, sono diventati così i perni della gestione e della regolamentazione del conflitto sociale. Un’impostazione che nemmeno il codice Zanardelli, adottato nel gennaio nel 1890, sceglie di abbandonare. Certo, per il giurista liberale la sanzione deve rispettare i diritti dell’uomo. Di qui, libertà condizionale, abolizione della pena capitale e discrezionalità del giudice nella misura dell’effettiva colpevolezza del reo. Non sarebbe stata un’inezia, se Zanardelli, però, non avesse affidato la tutela dello Stato nei momenti di crisi sociale a un «Testo unico» di Polizia, cui regalò basi teoriche forti e strumenti pericolosi quanto efficaci: istigazione all’odio di classe e apologia di reato, crimini imputati a chi esaltava «un fatto che la legge prevede come delitto o incita alla disobbedienza […], ovvero all’odio tra le varie classi sociali in modo pericoloso per la pubblica tranquillità».

La definizione volutamente vaga del reato fornisce agili strumenti repressivi e lo Stato, che non dà risposte al malessere delle classi subalterne, può criminalizzarne le lotte, in nome di norme che sono contenitori vuoti, pronti ad accogliere le strumentali “narrazioni” di una polizia per cui anche il generico malcontento e una marcata diversità rispetto alla cultura dominante è «pratica sovversiva». Nei fatti, istigo al reato e poi condanno. Tra crisi, indeterminatezza e natura emergenziale della regola – un’emergenza spesso creata ad arte e più spesso figlia legittima dello sfruttamento – diventavano così dato storicamente caratterizzante di una giustizia fondata su una “legalità ingiusta”, sulla tutela di privilegi a danno dei diritti, mediante un insieme di norme che consentono di tarare la repressione sulle necessità e sugli interessi dei ceti dirigenti.
Il fascismo al potere sterilizza molte norme progressiste introdotte da Zanardelli, poi nel 1930 vara codice «suo», firmato da Alfredo Rocco, che incredibilmente sopravvivere al regime. La repubblica, infatti, sacrifica alla «continuità dello Stato» l’idea di tornare a Zanardelli e conferma Rocco, “tecnicamente” più moderno, ma soprattutto molto più autoritario. In attesa – si dirà – di un nuovo codice che, però, non si farà. Delusa la legittima attesa, la conseguenza di quella grave scelta consente oggi, in un clima di nuovo autoritarismo, di tornare al reato di «devastazione e saccheggio» e spezzare così la vita di un giovane, senza che in Parlamento una voce denunci la natura classista dell’operazione e i «caratteri permanenti» che segnano trasversalmente le età della nostra storia contemporanea: nessuna risposta alla sofferenza di chi paga la crisi, criminalizzazione del dissenso, indeterminatezza di norme volutamente discrezionali e impunità assicurata alla «genetica devianza» di alcuni corpi dello Stato. Senza contare lo stretto rapporto tra politica e malavita organizzata. Ormai non c’è una voce libera che domandi perché il codice penale italiano, che non prevede in modo serio il reato di tortura, consente al torturatore di perseguire il torturato che si ribella.

Oggi, mentre si leva la bandiera della democrazia, si continua a ignorare il nodo che la soffoca, un nodo mai sciolto, nemmeno col mutare della vicenda storica; un nodo che ha impedito cambiamenti radicali persino nel passaggio dalla monarchia alla repubblica: liberale, fascista o repubblicana, in tema di ordine pubblico, l’Italia ha un’identità che non muta col mutare dei tempi. Da un lato, infatti, l’uso intimidatorio e per certi versi terroristico dell’emergenza legittima la ferocia delle misure repressive presso l’opinione pubblica, dall’altro l’indeterminatezza della norma lascia mano libera a una repressione generalizzata. E’ una sorta di blando «Cile dormiente», che si desta appena una contingenza negativa fa sì che, per il capitale, soprattutto quello finanziario, metta in discussione mediazione e regole democratiche, che pretenderebbero di controllarlo: sono, afferma, merci costose che non hanno mercato. Su questo sfondo si inseriscono le più o meno lunghe fasi repressive – lo stato d’assedio nel 1894, le cannonate a mitraglia nel maggio ‘98, la furia omicida in piazza durante i moti della Settimana Rossa, il fascismo, Avola, e, per giungere ai nostri giorni, Genova 2001. In questo quadro si spiegano l’indifferenza per la tortura, le impunite morti «di polizia» e i loro tragici connotati: Frezzi ammazzato di botte in una caserma di Pubblica Sicurezza, Acciarito torturato, Passannante ridotto alla pazzia, Bresci «suicidato» e il suo fascicolo sparito, Anteo Zamboni linciato dopo un oscuro attentato a Mussolini, che consente di tornare alla pena di morte, e via via, Pinelli, Giuliani e i torturati di Bolzaneto e della Diaz, Cucchi, Uva, Aldrovandi, Magherini e i tanti sventurati che nessuno paga.
Non è questione di momenti storici. Se nel 1894, mentre lo scandalo della Banca Romana svela i contatti mai più interrotti tra politica e malaffare, per colpire il PSI, Crispi si «affida» all’esperienza di un prefetto per un processo che non lasci scampo – e il processo truccato si farà; più abile, la repubblica cancella mille verità col segreto di Stato. In ogni tempo, indeterminatezza e discrezionalità della legge consentono di colpire il dissenso come e quando si vuole. In età liberale a domicilio coatto ti manda la polizia, col fascismo il confino non riguarda i magistrati e il «Daspo» che Maroni e la Cancellieri, avrebbero invano voluto estendere al dissenso di piazza, con Minniti c’è ed è sanzione amministrativa e di polizia. Quale criterio regoli da noi il rapporto legalità, tribunali, miseria e dissenso emerge da dati che non ci parlano di età liberal-fascista, ma pienamente repubblicana: dal 1948 al 1952, mentre nei grandi Paesi europei si contano in piazza da tre a sei morti, qui la polizia fa sessantacinque vittime. Nove furono poi i morti nel 1960, in due caddero ad Avola nel 1968 e si potrebbe proseguire. Nel 1968, quando una legge poté infine deciderlo, l’Italia scoprì che la repubblica aveva avuto quindicimila perseguitati politici con pene carcerarie dure come quelle fasciste. Di lì a poco, all’ennesima emergenza – stavolta è il terrorismo – si replicò col fermo di polizia, la discrezionalità della forza pubblica nell’uso delle armi e barbare leggi sulla detenzione, nate per essere eccezionali, ma ancora vigenti, quasi a dimostrare che di «normale» da noi c’è stata solo la stagione democratica nata con la Resistenza. Anche quella seguita da innumerevoli processi, condanne e internamento in manicomio di numerosi partigiani.

Così stando le cose, con una protesta di piazza che costa a un giovane quattordici dodici anni di galera, mentre un poliziotto che uccide per strada un ragazzo inerme se la cava con nulla, una domanda è d’obbligo: perché si fanno carte false per archiviare la Costituzione antifascista e nessuno si preoccupa di cancellare il codice fascista? Perché così si può mandare in galera un barbone, cui peraltro non si è mai dato un aiuto, o per colpire il dissenso e assolvere ladri di Stato e mafiosi in veste di statisti?

Giuseppe Aragno, Coordinatore DemA

DemAFuoriregistro e Agoravox, 20 giugno 2017.

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visita-guidata-pedamentina-san-martino-640x400.jpgEsiste un elemento decisivo per la sorte di un progetto politico di svolta e rinnovamento: la sua necessità storica. O ha risposte da dare alle domande pressanti che non trovano ascolto nei partiti e nei movimenti presenti sulla scena – e si afferma perciò come motore di un cambiamento storicamente necessario – o un movimento politico è destinato al naufragio. Nella Francia dell’89, i club in cui si raccolsero gli uomini della rivoluzione rispondevano a un problema storico ineludibile: la necessità che le redini del potere politico passassero dalle mani ormai inadeguate dell’aristocrazia parassitaria a quelle delle classi sociali che producevano la ricchezza sperperata dalla nobiltà. Quando i parigini incendiarono la Bastiglia, i ceti popolari – il proletariato e le diverse componenti della borghesia – erano il cuore pulsante della vita economica e sociale del Paese, ma non avevano accesso alle leve del potere politico, perché lo Stato era modellato sugli interessi di un’aristocrazia che aveva esaurito la sua funzione storica. E’ sempre così nei momenti di svolta. Si dice solitamente che l’Impero di Roma cadde per l’urto dei barbari, ma molto prima che ciò accadesse il “civis romanus”, un tempo orgoglioso baluardo della “res pubblica”, oppresso dal fisco e nauseato dalla corruttela, varcava il sacro “limes” e si stabiliva presso i barbari, dov’era più libero e meno angariato. Si potrebbero citare mille esempi, anzitutto la rivoluzione d’ottobre, ma questa è una riflessione politica e guarda alla storia solo perché essa suscita domande, sollecita risposte e aiuta a definire un percorso.

Nessuno si stupirà se dopo una premessa rivolta a eventi di immensa portata storica, giungono domande su una realtà apparentemente locale, come quella napoletana. Poiché le “piccole storie” ci aiutano spesso a capire la “grande storia”, Napoli può dirci se e fino a che punto esiste una necessità storica che giustifichi la nascita di un nuovo movimento politico. L’esperienza partenopea di questi anni, per cominciare, è compatibile con il quadro nazionale e internazionale nel quale si è realizzata, o siamo di fronte a realtà radicalmente alternative? Non è una domanda banale e non è la sola che ci pongono alcuni dati di fatto. Dopo la seconda affermazione elettorale di De Magistris, del suo “progetto di governo”, del personale politico che è stato in gran parte riconfermato, dopo il tracollo napoletano dell’intero schieramento politico nazionale, si può ancora parlare di isolamento e populismo? Di fronte all’innegabile maturazione di gruppi militanti e attivisti, alla loro scelta di autonomia spesso critica, ma dialettica e costruttiva, si può ancora parlare di una “narrazione” priva di fondamento? Se i dati formali e gli slogan elettorali si sono “riempiti” di scelte, di contenuti e di significati innovativi, la cosiddetta “città ribelle” è un’invenzione propagandistica? E’ propaganda, anche quando esistono ormai dei fatti e una storia con cui fare i conti? Anche quando essa fonda su un coagulo di principi, su una sia pur iniziale “teoria”  e una pratica ad essa legata, che spiegano il risultato e danno senso alla ostinata richiesta di autonomia che viene da più parti, da più territori e da classi sociali diverse tra loro?

Forse non è così, forse non è “narrazione” e non si tratta di slogan. Forse il consenso è dovuto alle prime risposte politiche date alla ostinata, incalzante richiesta di discontinuità, di rottura con quanto è accaduto e accade al livello romano nell’Italia di Monti, Letta, Renzi e Gentiloni. Una richiesta che viene dal basso e ha un peso fortissimo perché nasce da una necessità storica: uscire da una crisi economica che è crisi di sistema. L’esperienza napoletana esiste e ha vinto le sue prime battaglie perché ha dato le prime, sia pur parziali risposte a questa domanda e perciò non potrà convivere con l’Italia “romana” che l’assedia. Potrà vivere e affermarsi solo se non si adatterà alla convivenza, se lavorerà per costruire un sistema alternativo, se sarà il motore di un cambiamento reale e non solo locale, se impedirà che tutto resti com’è, e vorrà dare il colpo di grazia al passato che non intende morire.

Tuttavia, poiché nulla è più pericoloso delle speranze suscitate e deluse, un problema esiste: così com’è, il movimento che si organizza è di per sé proposta alternativa che risponde in pieno alla necessità storica della rottura del pensiero unico e delle strutture politiche che esso ha messo in campo, o ha bisogno di attrezzarsi? E’ questo il nodo politico da affrontare, senza badare troppo ai tentativi di banalizzazione – il populismo alla Masaniello – e senza voler replicare alla ridicola criminalizzazione – il sindaco dei sovversivi nella città di camorra. Quello che conta è ben altro. Conta cercare un modello organizzativo, che non sia scelta tecnica, ma politica, costruire un contenitore e metterci dentro contenuti all’altezza della sfida.

In questo senso, l’esperienza fin qui accumulata può essere preziosa, perché suggerisce in via diretta le domande cui dare risposte. I vincoli di bilancio, per esempio, con cui si scontra quotidianamente e sistematicamente l’Amministrazione, sono semplicemente un problema locale, l’esito fatale del presunto isolamento di Napoli, o, viceversa, la prova che l’Unione Europea e i vassalli e valvassori che governano per conto di Draghi e soci le provincie dell’Impero, costituiscono il nodo concreto da sciogliere, il terreno di scontro su cui si decide il futuro? Se, come pare evidente, l’Unione Europea è lo scudo del passato e dei privilegi di classe, se è la conservazione dell’esistente e ad un tempo la reazione al cambiamento, allora un movimento politico che nasce e si organizza per cambiare l’esistente, ha bisogno di definire le sue scelte sulle grandi questioni di questo tempo buio. Non basta dire che si è antiliberisti. Occorre che questa parola diventi una scelta di campo rispetto all’Europa così com’è; occorre che la Costituzione, levata come bandiera, significhi strumento di ribellione attorno a un principio: non è il bilancio che pesa sullo stato sociale, ma lo stato sociale che decide del bilancio.

Questa affermazione di principio, nucleo di una teoria e allo stesso sangue e carne della Costituzione, chiede di essere definita in una linea politica. Un movimento che ha l’ambizione di essere nuovo e radicalmente alternativo, ma orienta l’ago della sua bussola verso la Costituzione del 1948 potrebbe apparire contraddittorio, se non rispondesse a una necessità e non si inserisse in un contesto che si intende cambiare. Si può avere perciò come guida la Costituzione e poi lasciare che essa viva con la ferita profonda del Trattato sulla stabilità e la governance nell’unione economica e monetaria, meglio conosciuto come “fiscal compact”? Probabilmente non c’è speranza di cambiare i trattati, ma fingiamo di crederlo possibile. Nel frattempo che si fa? Si lascia che essi dissanguino la povera gente, rendano impossibile la battaglia politica, screditando chi amministra, o si sceglie l’obiettivo programmatico immediato del ritorno alla Costituzione e alla sua totale incompatibilità con l’obbligo del perseguimento del pareggio di bilancio? Non è forse quest’obbligo che strangola la “città ribelle”, strangola il Sud e tutti Sud dell’Unione? E’ così, certo, ma non basta dirselo, occorre scriverlo e farne un obiettivo immediato e praticato, che cementi alla base il patto su cui si è costruita l’unità d’intenti con una base eterogenea, ma unita e compatta sulla battaglia del referendum. Diciamolo, quindi, ma scriviamolo e facciamolo. E’ questa una linea politica, su di essa si decidono alleanze e si produce una prassi: noi non accettiamo questa regola che impone una riduzione del rapporto fra debito pubblico e PIL, pari ogni anno a un ventesimo della parte eccedente il 60% del PIL. Non l’accettiamo perché non si concilia con i principi della nostra Costituzione e non sta in piedi nemmeno se si fa riferimento a Spinelli. Non lo facciamo, non per astratte velleità rivoluzionarie, ma perché dalla nostra c’è una sentenza chiarissima della Consulta – la n. 275 del 2016 – in cui si afferma a chiare lettere un principio che ci consegna un’arma: “È la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione”.

La ragione storica, anzi, la necessità storica per cui un movimento politico può e deve nascere, ha oggi le radici in un’antica scelta: quella tra socialismo e barbarie, perché oggi barbarie è sinonimo di Unione Europea. E’ il corso della storia che si ribella e ci chiede di scegliere tra l’Europa di Napolitano e quella di Calamandrei. Una scelta che impone di rovesciare la teoria e la pratica dei governi targati PD: non è l’equilibrio del bilancio a decidere del diritto alla salute e della libertà dei lavoratori, ma il contrario: é la garanzia dei diritti che impone al bilancio le spese e il rispetto dei lavoratori. Di questo, credo, si debba parlare, su questo prendere decisioni e fare scelte per costruire un movimento politico che intende governare e cambiare. Partendo da un punto: da Monti in poi, la Costituzione è stata stravolta. E’ vero che occorre applicarla, ma è necessario anzitutto restituirle ciò che le hanno tolto: la sua anima sociale. Quando l’avremo fatto, constateremo che è l’intero corpus normativo dell’UE che non si concilia con la nostra Costituzione.

 Agoravox, 24 aprile 2017, Fuoriregistro, 25 aprile 2017

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de luca«Ultima Voce», mi ha chiesto di ripubblicare articoli del mio Blog. La compagnia è ottima: Pino Aprile, Dario Arkel, Bruno Ballardini, Oliviero Beha, Barbara Benedettelli, Sabina Guzzanti e tanti altri. Senza alcun intento di tradire la preziosa Agoravox, ho acconsentito. C’è chi vorrebbe metterci a tacere, ma non è facile toglierci la parola.
Questo l’esordio, dedicato a un autentico nobiluomo:

«Ultima Voce», 31 marzo 2017

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la-banalit-del-male-5-638Quando i villaggi sui sette colli divennero “città-stato”, inglobarono terre confinanti e fecero i conti con i popoli entrati nel nuovo territorio, nacquero immediate questioni di diritti. Il padrone romano volle negare la cittadinanza, impedire la mescolanza di genti, difendere privilegi e imporre un’iniqua divisione della ricchezza. L’egoismo di classe nascose così interessi ignobili dietro la bandiera nobile della “civiltà dei patres” e trovò i suoi Salvini, i suoi Trump e le scorciatoie ideologiche di chi s’illude di impedire il corso della storia.
L’Islam non esisteva, è vero, ma la predica sull’islamismo e la pratica dell’espulsione era già nata.
L’egoismo e la cecità sono antichi come l’uomo ma non meno antica è la risposta delle classi discriminate e “inferiori”. Migliaia di anni fa, cinque secoli prima di Cristo, la plebe di Menenio Agrippa, che sull’Aventino incrocia le braccia, impone alla ferocia di un’antica Le Pen un immortale principio di civiltà: non c’è organo del corpo sociale che non abbia una sua insopprimibile funzione e non contribuisca alla salute dell’intero organismo, sicché chiunque pensi di poter metterne impunemente al bando una parte, condanna a morte gli altri e se stesso. Come sempre, i Trump e i Salvini, campioni di un’eterna purezza latina, incitano alla reazione e mettono mano alle armi. Pugnalare i Gracchi, però, non basta a fermare il corso della storia, che procede indifferente sui suoi binari . Molti secoli dopo i liberi Comuni dimostrano che non c’è alcun bisogno di poteri universali e invano Barbarossa riveste di menzogne universalistiche la fame di potere e la difesa dei privilegi feudali. L’imperatore muore, condannato all’inevitabile sconfitta, ma la lezione non basta e quando, in uno dei ricorrenti deliri della sedicente “civiltà occidentale”, complici le immancabili “grandi democrazie”, Hitler, un Tramp in formato tedesco, porta le sue armi assassine verso l’est degli odiati “Soviet”, Barbarossa dà il nome alla spedizione. Sappiamo tutti come finì.
Si potrebbe spiegare il mondo d’oggi così, seguendo il corso delle cose passate, perché in ogni momento di crisi è nato un Salvini, mentre è mancata talvolta la risposta unitaria della plebe. Bisogna dirlo: furono i liberi Comuni di Lodi, Pavia e Como a chiedere l’aiuto dell’Imperatore contro Milano, così come oggi questioni di consenso hanno spinto le pallide ombre di una agonizzante sinistra a dar man forte ai Salvini.
Basta guardarsi attorno per capire. L’allarme per l’ennesimo pericolo islamico non è che la fotocopia della pazzia che agitò l’Europa ai tempi del complotto pluto-giudaico-massonico. E chi grida al lupo? I complici del massacro palestinese, gli alleati di Erdogan, un macellaio della razza dei Mussolini, i soci in affari dei dittatori del pianeta. Sono questi lestofanti i crociati della “civiltà superiore”. Di quale civiltà parliamo non è difficile capire e non occorre scomodare l’etnocidio dei popoli del nuovo mondo, non occorre ricordare i milioni di maghi e streghe bruciati vivi o l’indice dei libri proibiti. La civiltà che difende Salvini è quella di Abu Ghraib e Guantanamo, della pena di morte, del Ku Klux Klan, e delle prigioni piene zeppe di bianchi poveri e miserabili immigrati, la civiltà dell’Euro, della Grecia colonizzata e del Mediterraneo trasformato in cimitero.
La verità è sotto gli occhi di tutti: non s’è ancora ripulita l’aria dal fumo dei camini nazisti e già si sente il tanfo di nuovi genocidi, già si vedono ombre terrificanti di muri rinforzati dal filo spinato. Non c’è da farsi illusioni: tutto questo finirà, ma la banalità del male non si cancella e pagheremo prezzi altissimi. Tuttavia, prima saremo capaci di costruire vie alternative a questa nuova e terribile saga dei Nibelunghi e meglio sarà; una cosa occorre sia chiara, però: le mezze misure possono avere una funzione tattica, ma non hanno respiro. Non è più tempo di compromessi. E’ tempo di riprendere la via dell’Aventino.

Fuoriregistro e Agoravox, 25 febbraio 2017

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