Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘Carta stampata e giornali on line’ Category

L’articolo va letto. Dalla “sicurezza” e dal decreto Minniti, infatti, DemA prende le distanze ed esprime critiche di fondo:

dema_logo1

ImmagineFrancesco Puglisi era a Genova nel luglio 2001 ma non torturò e non uccise. La Cassazione, che ha evitato il carcere agli uomini in divisa dopo la Diaz e Bolzaneto, a lui ha dato 14 anni di galera. Si sono incrementati poi ammazzamenti umanitari, bombe intelligenti e fuoco amico e chi s’è visto s’è visto. E’ stato come dire: ti prudono le mani? Bene. Percorri la via «legale» e passa all’incasso: una «guerra per la pace» o la «democrazia da esportare, tutta massacri «umanitari». E se poi centri ospedali e scuole, sta tranquillo, c’è la stampa che dice «è fuoco amico» o «nemico sbagliato». Tu rientri e fai la carriera in polizia. Lì ai modi bruschi non si fa caso: il terrorismo è un’infamia misteriosa buona per coprire altre infamie.
A chi sa di storia, il «caso Genova» e Francesco Puglisi ricordano gli eterni «spettri del ’98», i processi politici costruiti ad arte contro gli operai e Giovanni Bovio, l’avvocato che in Tribunale parlava per gli imputati e ammoniva le classi dirigenti:

«Noi chiediamo di rimuovere gli ostacoli che fanno il lavoro impossibile e voi ci rispondete con aspre sentenze e i figli armati contro i padri. Per carità di voi stessi, giudici, per quel pudore che è l’ultimo custode delle società umane, non fateci dubitare della giustizia. Noi fummo nati al lavoro, non fate noi delinquenti e voi giudici!».

I tribunali li «fecero delinquenti» e tali sono stati per sempre. Umberto I, che aveva premiato le fucilate sul popolo inerme, pagò con la vita. La violenza del potere genera violenza e il tribunale nazista che volle morti i cospiratori della «Rosa Bianca», quello repubblicano che da noi assolse i responsabili morali del delitto Rosselli, benché legalmente costituiti, non hanno legittimità storica. Tra Bruto e Cesare la storia non cerca colpevoli ma registra un dato: il tiranno arma la mano dell’uomo libero.

Sul terreno della giustizia siamo fermi a Crispi che, accusato di violare la legge proclamando lo stato d’assedio, antepose la sicurezza alla legalità: «una legge eterna impone di garantire l’esistenza delle nazioni; questa legge è nata prima dello Statuto». Un principio eversivo, che fa dell’eccezione la regola, ignora la giustizia sociale, unica garante della sicurezza dello Stato e di fatto ispira ancora i nostri legislatori in materia di ordine pubblico e conflitto sociale. Nel 1862, all’alba dell’Italia unita, la legge Pica sul cosiddetto «brigantaggio», mezzo «eccezionale e temporaneo di difesa», prorogato però fino al 31 dicembre 1865, apre l’eterna stagione delle leggi speciali. Di lì a poco, in una riflessione affidata a un volantino sfuggito al sequestro, Luigi Felicò, un internazionalista che conosce la galera borbonica, non ha dubbi: con l’unità, la sorte della povera gente e del dissidente politico è peggiorata.
Normativa emergenziale, come figlia naturale di una vera e propria cultura della crisi, indeterminatezza e strumentale confusione tra reato comune e reato politico, sono diventati così i perni della gestione e della regolamentazione del conflitto sociale. Un’impostazione che nemmeno il codice Zanardelli, adottato nel gennaio nel 1890, sceglie di abbandonare. Certo, per il giurista liberale la sanzione deve rispettare i diritti dell’uomo. Di qui, libertà condizionale, abolizione della pena capitale e discrezionalità del giudice nella misura dell’effettiva colpevolezza del reo. Non sarebbe stata un’inezia, se Zanardelli, però, non avesse affidato la tutela dello Stato nei momenti di crisi sociale a un «Testo unico» di Polizia, cui regalò basi teoriche forti e strumenti pericolosi quanto efficaci: istigazione all’odio di classe e apologia di reato, crimini imputati a chi esaltava «un fatto che la legge prevede come delitto o incita alla disobbedienza […], ovvero all’odio tra le varie classi sociali in modo pericoloso per la pubblica tranquillità».

La definizione volutamente vaga del reato fornisce agili strumenti repressivi e lo Stato, che non dà risposte al malessere delle classi subalterne, può criminalizzarne le lotte, in nome di norme che sono contenitori vuoti, pronti ad accogliere le strumentali “narrazioni” di una polizia per cui anche il generico malcontento e una marcata diversità rispetto alla cultura dominante è «pratica sovversiva». Nei fatti, istigo al reato e poi condanno. Tra crisi, indeterminatezza e natura emergenziale della regola – un’emergenza spesso creata ad arte e più spesso figlia legittima dello sfruttamento – diventavano così dato storicamente caratterizzante di una giustizia fondata su una “legalità ingiusta”, sulla tutela di privilegi a danno dei diritti, mediante un insieme di norme che consentono di tarare la repressione sulle necessità e sugli interessi dei ceti dirigenti.
Il fascismo al potere sterilizza molte norme progressiste introdotte da Zanardelli, poi nel 1930 vara codice «suo», firmato da Alfredo Rocco, che incredibilmente sopravvivere al regime. La repubblica, infatti, sacrifica alla «continuità dello Stato» l’idea di tornare a Zanardelli e conferma Rocco, “tecnicamente” più moderno, ma soprattutto molto più autoritario. In attesa – si dirà – di un nuovo codice che, però, non si farà. Delusa la legittima attesa, la conseguenza di quella grave scelta consente oggi, in un clima di nuovo autoritarismo, di tornare al reato di «devastazione e saccheggio» e spezzare così la vita di un giovane, senza che in Parlamento una voce denunci la natura classista dell’operazione e i «caratteri permanenti» che segnano trasversalmente le età della nostra storia contemporanea: nessuna risposta alla sofferenza di chi paga la crisi, criminalizzazione del dissenso, indeterminatezza di norme volutamente discrezionali e impunità assicurata alla «genetica devianza» di alcuni corpi dello Stato. Senza contare lo stretto rapporto tra politica e malavita organizzata. Ormai non c’è una voce libera che domandi perché il codice penale italiano, che non prevede in modo serio il reato di tortura, consente al torturatore di perseguire il torturato che si ribella.

Oggi, mentre si leva la bandiera della democrazia, si continua a ignorare il nodo che la soffoca, un nodo mai sciolto, nemmeno col mutare della vicenda storica; un nodo che ha impedito cambiamenti radicali persino nel passaggio dalla monarchia alla repubblica: liberale, fascista o repubblicana, in tema di ordine pubblico, l’Italia ha un’identità che non muta col mutare dei tempi. Da un lato, infatti, l’uso intimidatorio e per certi versi terroristico dell’emergenza legittima la ferocia delle misure repressive presso l’opinione pubblica, dall’altro l’indeterminatezza della norma lascia mano libera a una repressione generalizzata. E’ una sorta di blando «Cile dormiente», che si desta appena una contingenza negativa fa sì che, per il capitale, soprattutto quello finanziario, metta in discussione mediazione e regole democratiche, che pretenderebbero di controllarlo: sono, afferma, merci costose che non hanno mercato. Su questo sfondo si inseriscono le più o meno lunghe fasi repressive – lo stato d’assedio nel 1894, le cannonate a mitraglia nel maggio ‘98, la furia omicida in piazza durante i moti della Settimana Rossa, il fascismo, Avola, e, per giungere ai nostri giorni, Genova 2001. In questo quadro si spiegano l’indifferenza per la tortura, le impunite morti «di polizia» e i loro tragici connotati: Frezzi ammazzato di botte in una caserma di Pubblica Sicurezza, Acciarito torturato, Passannante ridotto alla pazzia, Bresci «suicidato» e il suo fascicolo sparito, Anteo Zamboni linciato dopo un oscuro attentato a Mussolini, che consente di tornare alla pena di morte, e via via, Pinelli, Giuliani e i torturati di Bolzaneto e della Diaz, Cucchi, Uva, Aldrovandi, Magherini e i tanti sventurati che nessuno paga.
Non è questione di momenti storici. Se nel 1894, mentre lo scandalo della Banca Romana svela i contatti mai più interrotti tra politica e malaffare, per colpire il PSI, Crispi si «affida» all’esperienza di un prefetto per un processo che non lasci scampo – e il processo truccato si farà; più abile, la repubblica cancella mille verità col segreto di Stato. In ogni tempo, indeterminatezza e discrezionalità della legge consentono di colpire il dissenso come e quando si vuole. In età liberale a domicilio coatto ti manda la polizia, col fascismo il confino non riguarda i magistrati e il «Daspo» che Maroni e la Cancellieri, avrebbero invano voluto estendere al dissenso di piazza, con Minniti c’è ed è sanzione amministrativa e di polizia. Quale criterio regoli da noi il rapporto legalità, tribunali, miseria e dissenso emerge da dati che non ci parlano di età liberal-fascista, ma pienamente repubblicana: dal 1948 al 1952, mentre nei grandi Paesi europei si contano in piazza da tre a sei morti, qui la polizia fa sessantacinque vittime. Nove furono poi i morti nel 1960, in due caddero ad Avola nel 1968 e si potrebbe proseguire. Nel 1968, quando una legge poté infine deciderlo, l’Italia scoprì che la repubblica aveva avuto quindicimila perseguitati politici con pene carcerarie dure come quelle fasciste. Di lì a poco, all’ennesima emergenza – stavolta è il terrorismo – si replicò col fermo di polizia, la discrezionalità della forza pubblica nell’uso delle armi e barbare leggi sulla detenzione, nate per essere eccezionali, ma ancora vigenti, quasi a dimostrare che di «normale» da noi c’è stata solo la stagione democratica nata con la Resistenza. Anche quella seguita da innumerevoli processi, condanne e internamento in manicomio di numerosi partigiani.

Così stando le cose, con una protesta di piazza che costa a un giovane quattordici dodici anni di galera, mentre un poliziotto che uccide per strada un ragazzo inerme se la cava con nulla, una domanda è d’obbligo: perché si fanno carte false per archiviare la Costituzione antifascista e nessuno si preoccupa di cancellare il codice fascista? Perché così si può mandare in galera un barbone, cui peraltro non si è mai dato un aiuto, o per colpire il dissenso e assolvere ladri di Stato e mafiosi in veste di statisti?

Giuseppe Aragno, Coordinatore DemA

DemAFuoriregistro e Agoravox, 20 giugno 2017.

Read Full Post »

visita-guidata-pedamentina-san-martino-640x400.jpgEsiste un elemento decisivo per la sorte di un progetto politico di svolta e rinnovamento: la sua necessità storica. O ha risposte da dare alle domande pressanti che non trovano ascolto nei partiti e nei movimenti presenti sulla scena – e si afferma perciò come motore di un cambiamento storicamente necessario – o un movimento politico è destinato al naufragio. Nella Francia dell’89, i club in cui si raccolsero gli uomini della rivoluzione rispondevano a un problema storico ineludibile: la necessità che le redini del potere politico passassero dalle mani ormai inadeguate dell’aristocrazia parassitaria a quelle delle classi sociali che producevano la ricchezza sperperata dalla nobiltà. Quando i parigini incendiarono la Bastiglia, i ceti popolari – il proletariato e le diverse componenti della borghesia – erano il cuore pulsante della vita economica e sociale del Paese, ma non avevano accesso alle leve del potere politico, perché lo Stato era modellato sugli interessi di un’aristocrazia che aveva esaurito la sua funzione storica. E’ sempre così nei momenti di svolta. Si dice solitamente che l’Impero di Roma cadde per l’urto dei barbari, ma molto prima che ciò accadesse il “civis romanus”, un tempo orgoglioso baluardo della “res pubblica”, oppresso dal fisco e nauseato dalla corruttela, varcava il sacro “limes” e si stabiliva presso i barbari, dov’era più libero e meno angariato. Si potrebbero citare mille esempi, anzitutto la rivoluzione d’ottobre, ma questa è una riflessione politica e guarda alla storia solo perché essa suscita domande, sollecita risposte e aiuta a definire un percorso.

Nessuno si stupirà se dopo una premessa rivolta a eventi di immensa portata storica, giungono domande su una realtà apparentemente locale, come quella napoletana. Poiché le “piccole storie” ci aiutano spesso a capire la “grande storia”, Napoli può dirci se e fino a che punto esiste una necessità storica che giustifichi la nascita di un nuovo movimento politico. L’esperienza partenopea di questi anni, per cominciare, è compatibile con il quadro nazionale e internazionale nel quale si è realizzata, o siamo di fronte a realtà radicalmente alternative? Non è una domanda banale e non è la sola che ci pongono alcuni dati di fatto. Dopo la seconda affermazione elettorale di De Magistris, del suo “progetto di governo”, del personale politico che è stato in gran parte riconfermato, dopo il tracollo napoletano dell’intero schieramento politico nazionale, si può ancora parlare di isolamento e populismo? Di fronte all’innegabile maturazione di gruppi militanti e attivisti, alla loro scelta di autonomia spesso critica, ma dialettica e costruttiva, si può ancora parlare di una “narrazione” priva di fondamento? Se i dati formali e gli slogan elettorali si sono “riempiti” di scelte, di contenuti e di significati innovativi, la cosiddetta “città ribelle” è un’invenzione propagandistica? E’ propaganda, anche quando esistono ormai dei fatti e una storia con cui fare i conti? Anche quando essa fonda su un coagulo di principi, su una sia pur iniziale “teoria”  e una pratica ad essa legata, che spiegano il risultato e danno senso alla ostinata richiesta di autonomia che viene da più parti, da più territori e da classi sociali diverse tra loro?

Forse non è così, forse non è “narrazione” e non si tratta di slogan. Forse il consenso è dovuto alle prime risposte politiche date alla ostinata, incalzante richiesta di discontinuità, di rottura con quanto è accaduto e accade al livello romano nell’Italia di Monti, Letta, Renzi e Gentiloni. Una richiesta che viene dal basso e ha un peso fortissimo perché nasce da una necessità storica: uscire da una crisi economica che è crisi di sistema. L’esperienza napoletana esiste e ha vinto le sue prime battaglie perché ha dato le prime, sia pur parziali risposte a questa domanda e perciò non potrà convivere con l’Italia “romana” che l’assedia. Potrà vivere e affermarsi solo se non si adatterà alla convivenza, se lavorerà per costruire un sistema alternativo, se sarà il motore di un cambiamento reale e non solo locale, se impedirà che tutto resti com’è, e vorrà dare il colpo di grazia al passato che non intende morire.

Tuttavia, poiché nulla è più pericoloso delle speranze suscitate e deluse, un problema esiste: così com’è, il movimento che si organizza è di per sé proposta alternativa che risponde in pieno alla necessità storica della rottura del pensiero unico e delle strutture politiche che esso ha messo in campo, o ha bisogno di attrezzarsi? E’ questo il nodo politico da affrontare, senza badare troppo ai tentativi di banalizzazione – il populismo alla Masaniello – e senza voler replicare alla ridicola criminalizzazione – il sindaco dei sovversivi nella città di camorra. Quello che conta è ben altro. Conta cercare un modello organizzativo, che non sia scelta tecnica, ma politica, costruire un contenitore e metterci dentro contenuti all’altezza della sfida.

In questo senso, l’esperienza fin qui accumulata può essere preziosa, perché suggerisce in via diretta le domande cui dare risposte. I vincoli di bilancio, per esempio, con cui si scontra quotidianamente e sistematicamente l’Amministrazione, sono semplicemente un problema locale, l’esito fatale del presunto isolamento di Napoli, o, viceversa, la prova che l’Unione Europea e i vassalli e valvassori che governano per conto di Draghi e soci le provincie dell’Impero, costituiscono il nodo concreto da sciogliere, il terreno di scontro su cui si decide il futuro? Se, come pare evidente, l’Unione Europea è lo scudo del passato e dei privilegi di classe, se è la conservazione dell’esistente e ad un tempo la reazione al cambiamento, allora un movimento politico che nasce e si organizza per cambiare l’esistente, ha bisogno di definire le sue scelte sulle grandi questioni di questo tempo buio. Non basta dire che si è antiliberisti. Occorre che questa parola diventi una scelta di campo rispetto all’Europa così com’è; occorre che la Costituzione, levata come bandiera, significhi strumento di ribellione attorno a un principio: non è il bilancio che pesa sullo stato sociale, ma lo stato sociale che decide del bilancio.

Questa affermazione di principio, nucleo di una teoria e allo stesso sangue e carne della Costituzione, chiede di essere definita in una linea politica. Un movimento che ha l’ambizione di essere nuovo e radicalmente alternativo, ma orienta l’ago della sua bussola verso la Costituzione del 1948 potrebbe apparire contraddittorio, se non rispondesse a una necessità e non si inserisse in un contesto che si intende cambiare. Si può avere perciò come guida la Costituzione e poi lasciare che essa viva con la ferita profonda del Trattato sulla stabilità e la governance nell’unione economica e monetaria, meglio conosciuto come “fiscal compact”? Probabilmente non c’è speranza di cambiare i trattati, ma fingiamo di crederlo possibile. Nel frattempo che si fa? Si lascia che essi dissanguino la povera gente, rendano impossibile la battaglia politica, screditando chi amministra, o si sceglie l’obiettivo programmatico immediato del ritorno alla Costituzione e alla sua totale incompatibilità con l’obbligo del perseguimento del pareggio di bilancio? Non è forse quest’obbligo che strangola la “città ribelle”, strangola il Sud e tutti Sud dell’Unione? E’ così, certo, ma non basta dirselo, occorre scriverlo e farne un obiettivo immediato e praticato, che cementi alla base il patto su cui si è costruita l’unità d’intenti con una base eterogenea, ma unita e compatta sulla battaglia del referendum. Diciamolo, quindi, ma scriviamolo e facciamolo. E’ questa una linea politica, su di essa si decidono alleanze e si produce una prassi: noi non accettiamo questa regola che impone una riduzione del rapporto fra debito pubblico e PIL, pari ogni anno a un ventesimo della parte eccedente il 60% del PIL. Non l’accettiamo perché non si concilia con i principi della nostra Costituzione e non sta in piedi nemmeno se si fa riferimento a Spinelli. Non lo facciamo, non per astratte velleità rivoluzionarie, ma perché dalla nostra c’è una sentenza chiarissima della Consulta – la n. 275 del 2016 – in cui si afferma a chiare lettere un principio che ci consegna un’arma: “È la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione”.

La ragione storica, anzi, la necessità storica per cui un movimento politico può e deve nascere, ha oggi le radici in un’antica scelta: quella tra socialismo e barbarie, perché oggi barbarie è sinonimo di Unione Europea. E’ il corso della storia che si ribella e ci chiede di scegliere tra l’Europa di Napolitano e quella di Calamandrei. Una scelta che impone di rovesciare la teoria e la pratica dei governi targati PD: non è l’equilibrio del bilancio a decidere del diritto alla salute e della libertà dei lavoratori, ma il contrario: é la garanzia dei diritti che impone al bilancio le spese e il rispetto dei lavoratori. Di questo, credo, si debba parlare, su questo prendere decisioni e fare scelte per costruire un movimento politico che intende governare e cambiare. Partendo da un punto: da Monti in poi, la Costituzione è stata stravolta. E’ vero che occorre applicarla, ma è necessario anzitutto restituirle ciò che le hanno tolto: la sua anima sociale. Quando l’avremo fatto, constateremo che è l’intero corpus normativo dell’UE che non si concilia con la nostra Costituzione.

 Agoravox, 24 aprile 2017, Fuoriregistro, 25 aprile 2017

Read Full Post »

de luca«Ultima Voce», mi ha chiesto di ripubblicare articoli del mio Blog. La compagnia è ottima: Pino Aprile, Dario Arkel, Bruno Ballardini, Oliviero Beha, Barbara Benedettelli, Sabina Guzzanti e tanti altri. Senza alcun intento di tradire la preziosa Agoravox, ho acconsentito. C’è chi vorrebbe metterci a tacere, ma non è facile toglierci la parola.
Questo l’esordio, dedicato a un autentico nobiluomo:

«Ultima Voce», 31 marzo 2017

Read Full Post »

la-banalit-del-male-5-638Quando i villaggi sui sette colli divennero “città-stato”, inglobarono terre confinanti e fecero i conti con i popoli entrati nel nuovo territorio, nacquero immediate questioni di diritti. Il padrone romano volle negare la cittadinanza, impedire la mescolanza di genti, difendere privilegi e imporre un’iniqua divisione della ricchezza. L’egoismo di classe nascose così interessi ignobili dietro la bandiera nobile della “civiltà dei patres” e trovò i suoi Salvini, i suoi Trump e le scorciatoie ideologiche di chi s’illude di impedire il corso della storia.
L’Islam non esisteva, è vero, ma la predica sull’islamismo e la pratica dell’espulsione era già nata.
L’egoismo e la cecità sono antichi come l’uomo ma non meno antica è la risposta delle classi discriminate e “inferiori”. Migliaia di anni fa, cinque secoli prima di Cristo, la plebe di Menenio Agrippa, che sull’Aventino incrocia le braccia, impone alla ferocia di un’antica Le Pen un immortale principio di civiltà: non c’è organo del corpo sociale che non abbia una sua insopprimibile funzione e non contribuisca alla salute dell’intero organismo, sicché chiunque pensi di poter metterne impunemente al bando una parte, condanna a morte gli altri e se stesso. Come sempre, i Trump e i Salvini, campioni di un’eterna purezza latina, incitano alla reazione e mettono mano alle armi. Pugnalare i Gracchi, però, non basta a fermare il corso della storia, che procede indifferente sui suoi binari . Molti secoli dopo i liberi Comuni dimostrano che non c’è alcun bisogno di poteri universali e invano Barbarossa riveste di menzogne universalistiche la fame di potere e la difesa dei privilegi feudali. L’imperatore muore, condannato all’inevitabile sconfitta, ma la lezione non basta e quando, in uno dei ricorrenti deliri della sedicente “civiltà occidentale”, complici le immancabili “grandi democrazie”, Hitler, un Tramp in formato tedesco, porta le sue armi assassine verso l’est degli odiati “Soviet”, Barbarossa dà il nome alla spedizione. Sappiamo tutti come finì.
Si potrebbe spiegare il mondo d’oggi così, seguendo il corso delle cose passate, perché in ogni momento di crisi è nato un Salvini, mentre è mancata talvolta la risposta unitaria della plebe. Bisogna dirlo: furono i liberi Comuni di Lodi, Pavia e Como a chiedere l’aiuto dell’Imperatore contro Milano, così come oggi questioni di consenso hanno spinto le pallide ombre di una agonizzante sinistra a dar man forte ai Salvini.
Basta guardarsi attorno per capire. L’allarme per l’ennesimo pericolo islamico non è che la fotocopia della pazzia che agitò l’Europa ai tempi del complotto pluto-giudaico-massonico. E chi grida al lupo? I complici del massacro palestinese, gli alleati di Erdogan, un macellaio della razza dei Mussolini, i soci in affari dei dittatori del pianeta. Sono questi lestofanti i crociati della “civiltà superiore”. Di quale civiltà parliamo non è difficile capire e non occorre scomodare l’etnocidio dei popoli del nuovo mondo, non occorre ricordare i milioni di maghi e streghe bruciati vivi o l’indice dei libri proibiti. La civiltà che difende Salvini è quella di Abu Ghraib e Guantanamo, della pena di morte, del Ku Klux Klan, e delle prigioni piene zeppe di bianchi poveri e miserabili immigrati, la civiltà dell’Euro, della Grecia colonizzata e del Mediterraneo trasformato in cimitero.
La verità è sotto gli occhi di tutti: non s’è ancora ripulita l’aria dal fumo dei camini nazisti e già si sente il tanfo di nuovi genocidi, già si vedono ombre terrificanti di muri rinforzati dal filo spinato. Non c’è da farsi illusioni: tutto questo finirà, ma la banalità del male non si cancella e pagheremo prezzi altissimi. Tuttavia, prima saremo capaci di costruire vie alternative a questa nuova e terribile saga dei Nibelunghi e meglio sarà; una cosa occorre sia chiara, però: le mezze misure possono avere una funzione tattica, ma non hanno respiro. Non è più tempo di compromessi. E’ tempo di riprendere la via dell’Aventino.

Fuoriregistro e Agoravox, 25 febbraio 2017

Read Full Post »

merola-675Gaetano Rizzo, napoletano del 1899, la generazione mandata a morire sul Piave per gli interessi del capitale, era un pacifico sarto socialista, impegnato nel sindacato. Quando il fascismo prese il potere a suon di bastonate, cercò un contratto e mediò abilmente fino a strappare un accordo, trasferendo nella Corporazione la sua scienza di capolega. Fu tutto inutile. Il regime disegnò il sindacato sul modello del potere e lui si disgustò. Immediata, giunse così la reazione, ma il sarto subì i colpi senza arretrare, attese la sua ora e dal 27 settembre all’1 ottobre del 1943 oppose alle ragioni della forza, la forza delle ragioni umane del lavoro e dei diritti. Armi contro armi, vita contro vita, rivendicò il diritto di uccidere il potere e i suoi mercenari e non fu semplicemente un partigiano contro i nazifascisti. Fu un rivoluzionario e la sua lezione perciò non piace al potere, che continua impunemente ad ammazzare l’arte della vita libera.

Il concerto che, molto in sordina, in verità, Bruxelles dedica oggi al tema dell’Arte e del Potere è, nel linguaggio universale delle note, la messa in scena di un quotidiano e storico dualismo che qui da noi ogni giorno prende la veste multiforme di una battaglia dai mille volti. Una perfetta metafora dello scontro è, sul terreno dello sport,  il grande baraccone del calcio. L’arte, sul manto erboso, è la destrezza, la forza, l’eleganza del Napoli. Il potere è la Juve senza gioco degli scudetti rubati. In questa linea di principio si colloca la recente vicenda bolognese. Gli studenti che occupano una biblioteca universitaria, manifestando così il più profondo dissenso per la mercificazione del sapere, in un mondo che privatizza le biblioteche municipali, sono un’espressione nobile dell’arte della politica. Contro di loro, contro la forza delle loro ragioni, s’è levata, espressione desolante di una sconcertante povertà culturale, la forza bruta del potere.

Qui l’arte sono libri e biblioteche violate e in campo ci sono i mille volti del potere. Quello di un Prefetto fermo ai tempi di Rocco, di un Questore imbarbarito dai suoi ministri di riferimento, di questurini traditori dei propri figli e di un sindaco che arma i suoi scherani di armi proibite.

Anche a Bologna c’è un concerto sull’arte e sul potere. Solo che qui i temi dominanti sono due: da un lato il De Profundis per la democrazia, messo in scena dal sindaco Merola, e dall’altro una sorta di Dies Irae liberatorio, in cui un’arte senza scelta è di per sé rivoluzione. In questo senso, il concerto nostrano ha un protagonista assoluto: Merola, il “democratico”, al quale tocca a buon diritto il titolo guadagnato sul campo, dirigendo l’orchestra; il titolo incontrastato, di “sindaco boia”. Il Partito Democratico, di cui è degno figlio, tripudia. Per il PD, com’è noto, Gaetano Rizzo ha da mettersi l’animo in pace: i repubblichini sono da tempo i bravi ragazzi di Salò.

Si dice che la storia non si ripete. Non è vero, ma Merola e il PD, che ne sono convinti, scopriranno l’errore a proprie spese. Stanno allevando da tempo la nuova generazione di quei Gaetano Rizzo che prima o poi presenteranno il conto, perché, scrive il poeta, mettendo in versi una legge della storia, una salus victsis: nullam sperare salutem. Una sola salvezza per i vinti: non sperare alcuna salvezza. In questo condizioni erano i partigiani sui monti, di fronte all’invincibile armata degli Unni dalla croce uncinata e ai bravi ragazzi di Salò.

Agoravox e Contropiano, 13 febbraio 2017

Read Full Post »

Medaglia della città di Napoli ad Aurelio Grossi, 97 anni, antifascista, perseguitato politico, internato in Francia, confinato in Italia, figlio di Napoli nobilissima e ultimo dei volontari repubblicani della guerra di Spagna.
212La mia pessima foto non rende giustizia alle persone e alle cose, ma la giornata è stata indimenticabile. Il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, oggi ha compiuto un gesto di grande significato storico e politico: nessun combattente italiano dell’esercito repubblicano spagnolo aveva mai avuto riconoscimenti ufficiali da un rappresentante delle nostre Istituzioni. Da noi hanno sempre premiato, senza provare vergogna, i legionari fascisti. Non è un caso che sia accaduto a Napoli e sia accaduto oggi.
Degna di nota è stata anche la scelta del sindaco di portare a Palazzo San Giacomo la bandiera della CNT, la Confederación Nacional del Trabajo, quella degli anarchici spagnoli, che combatterono contro Franco.
Non finisce qua, ma le novità vanno custodite con cura e se ne parlerà, se e quando sarà tempo di farlo. Intanto, il mio ringraziamento al sindaco e alla sua sensibilità. Checché ne pensino Saviano e tanti come lui, che non sanno di che parlano, Napoli e questa sua stagione non sono prive di contraddizioni e cose che possono e devono migliorare, ma chi vuole vederlo lo sa bene: in questo momento, Napoli è un avamposto, un’oasi in un deserto, una via che si è aperta verso un tempo che potrà essere nuovo. Com’è naturale, abbiamo numerosi nemici. Molto dipende perciò da noi tutti, cittadini di questa città, dalla capacità che avremo di criticare per costruire assieme.
I Romani antichi, che ebbero molti difetti e qualche pregio destinato a lasciare di sé memoria perenne, distinguevano i giorni con sassolini di due colori. Oggi, alla loro maniera, ho segnato il mio con un lapillo bianco. So bene che la storia è anche figlia del caso, dell’accidente e dell’imponderabile. Credo però fermamente – e con fondate ragioni – che a lungo andare la sorte cede il passo alla capacità di lotta e alle giuste battaglie che l’uomo sceglie di combattere. Oggi Aurelio Grossi, alla fine del suo percorso, ha avuto un po’ di quanto la sorte gli aveva negato. Tardi, forse, e nemmeno so se ne abbia avuto una consapevolezza piena. Tuttavia è accaduto e la forza della ragioni ha avuto la meglio sulle ragioni brute della forza. Questa lezione ho appreso oggi, in un giorno tardo della mia vita e così come l’ho appresa la trasmetto. Credo molto nel valore rivoluzionario della memoria storica. Il passato non esiste, se non nel presente, e ogni nostro momento presente diventerà passato, ma vivrà nel futuro.
Di questo si è trattato. Non di altro, Non è stato poco, però. Certamente no.

Agoravox, 22 dicembre 2016

Read Full Post »

Dal Blog di Marco Fontana - giornalista

Dal Blog di Marco Fontana – giornalista

«E’ successo quello che non doveva accadere». Così inizia un’intervista di padre Zanotelli sulla vicenda dell’acqua a Napoli. E’ vero, prosegue poi il missionario, De Magistris è il sindaco che «per la prima volta in Italia, ha rispettato e applicato il volere popolare espresso in un referendum», uno che «ha portato l’ABC in azienda speciale», che «ha fatto approvare in Consiglio Comunale uno statuto molto bello», che ha messo in moto «uno dei processi di democratizzazione più alta» e che, per finire, ha lasciato «entrare nell’azienda persone che vengono dalle battaglie e dalle esperienze di lotte sull’acqua libera». Questa esperienza «è stata di per sé una cosa grande».
Dopo queste parole, tutto ti attendi, tranne i funerali di quella «anomalia Napoli», di cui Zanotelli è – o devo dire è stato? – tra i protagonisti. Il missionario non ci pensa due volte: «Quella a Napoli sull’acqua», afferma, «poteva essere una piccola grande goccia», forse «sarebbe annegata nel mondo del profitto e dell’indifferenza», ma poteva anche produrre «un effetto domino». Invece, dice il padre, niente acqua pubblica, niente democrazia, niente di niente. E mette fiori sulla tomba: «peccato aver perso quest’occasione. È stata un’esperienza molto espressiva che ha rafforzato la nostra idea: si scrive acqua si legge democrazia», ma «tutto è stato bruscamente interrotto».
Firmato il certificato di morte, ecco le cause del decesso: «Il motivo per me va sempre ricercato nella maledetta politica, perché il Sindaco in campagna elettorale per essere eletto aveva fatto una promessa in chiave elettorale a 107 operai di San Giovanni di assumerli in ABC». A questo punto il buon sindaco non c’è più. Da un giorno all’altro, c’è un patto scellerato, un meccanismo che non c’entra con la politica e pare piuttosto voto di scambio illegale. Poiché, infatti, soldi non ce ne sono, secondo Zanotelli, i lavoratori saranno assunti alzando le tariffe e mandando in crisi l’ABC. Il resto viene da sé: si privatizza l’acqua e – mi permetto di aggiungere – si rivela un’autentica vocazione al suicidio, perché è inutile girarci attorno: se uno alza la bandiera dei beni comuni, va in giro per il mondo con un fiore all’occhiello poi privatizza, si gioca la faccia e il suo futuro politico.
Mi scuserà, Zanotelli, ma io non credo che De Magistris pensi di privatizzare l’acqua e mi pare assurdo pensare che abbia preso voti che saranno «pagati» dai cittadini. Il Sindaco della bella esperienza napoletana, che il missionario stesso descrive all’inizio dell’intervista, non si è «inventato» difensore dei beni comuni per uno squallido interesse elettorale. L’ha fatto perché ci crede e non è così sprovveduto da non capire che, se privatizzasse, la sua credibilità sarebbe poi pari a zero. Tanto valeva allearsi subito col PD. Avrebbe avuto una vita più tranquilla e una posizione più solida. Col PD, però, non ci è andato.
Il nodo, secondo me, è più serio e molto più difficile da sciogliere. Riguarda la politica, che Zanotelli ritiene una iattura e che invece è una nobile e necessaria attività umana. Per non mettere l’acqua sul mercato, per tenere in piedi le scuole comunali, garantire l’assistenza ai disabili e via dicendo, come in fondo ha fatto e fino a prova contraria prova ancora a fare il sindaco, occorrono risorse, libertà di manovra, una maggioranza forte e coesa e il coraggio di rompere i vincoli imposti dal renzismo e da un europeismo alla rovescia, che sostiene le banche e cancella i diritti. Sperare che la soluzione possa venire da Roma è, a mio avviso, un’illusione pericolosa e qui va cercata la natura reale della questione, che non rientra nella categoria del «tradimento», ma conduce a un problema di fondo. Mentre costruisci una forza capace di andare allo scontro, puoi giostrare tra i capitoli del bilancio e affrontare singoli problemi, mettendo soldi qua e levando là. Ci puoi riuscire, però sai che sposti solo il problema in avanti e non lo risolvi; facendo graduatorie dei diritti, in base ai tre soldi che hai per difenderli, ti metti in contraddizione con te stesso. I diritti, o li difendi tutti e fai vivere così concretamente la «città ribelle», la costruisci e pratichi la disobbedienza, o alla fine non ne difendi nessuno. Tertium non datur. La questione non si risolve scegliendo tra due mali: o assumo i lavoratori o difendo l’acqua. L’errore è già nelle parole, in quella «o», in quella congiunzione disgiuntiva che ti conduce a un’alternativa tra due mali e si traduce in una resa: uno dei due lo accetto. Quella che occorre, invece, è una congiunzione che colleghi tra loro i diritti in un’unica logica anticapitalistica e coerente con il programma proposto agli elettori in una competizione elettorale che ha avuto i crismi della legalità costituzionale. Non scelgo e non subisco criteri ultimativi, difendo l’acqua e il lavoro, assumo e metto in mora il governo, aprendo una vertenza forte con un potere che è fuori dalle regole costituzionali ed è illegale persino rispetto a una legalità formale che ignora la giustizia, soprattutto quella sociale. Finora la congiunzione utilizzata è stata quella giusta, ma si fa una fatica crescente a tenere la barra. Mai come oggi, il momento per aprire lo scontro è però favorevole perché, mentre discutiamo di democrazia per un’Amministrazione come quella napoletana, una banda di abusivi mette mano alla Costituzione ed è possibile dare alla vertenza il valore enorme di autentico «contenuto» del no: un no per la Costituzione, certo, ma anche un no per la scuola, un no per il lavoro, un no per la salute, un no contro la guerra. Un no per diritti e principi che Renzi e i suoi trattano come se la Costituzione non esistesse. Sarebbe ribellione? Parlando alla Costituente, Dossetti, cattolico e uomo d’ordine, fu chiarissimo: «quando i poteri pubblici violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all’oppressione è diritto e dovere dei cittadini».
Va bene trattare per rivendicare, quindi, avendo però fermo il principio: sappiate che non vi riconosco alcuna legittimità morale e politica. I soli, gli autentici clandestini sbarcati dalle nostre parti siete voi, che occupate da anni il Parlamento grazie a un imbroglio, a una legge truffa che la Consulta dichiara illegittima. Altro che Jobs Act, Buona Scuola e Costituzione. Mettetevi in regola e poi se ne parla, perché, se pure vincesse il referendum, siete e restate ladri di democrazia. Le vostre leggi e la vostra «nuova» Costituzione non varranno nulla e non le rispetteremo. Cominciamo dai soldi che non ci date, mentre li sperperate, mandando in giro illegalmente soldati e armi che ci costano un occhio della testa e calpestano la Costituzione: i fondi ce li prendiamo. Roma non manda un euro? Da Napoli non arriva un soldo e le tasse restano tutte qua. Gli accordi con l’Europa? Voi li fate e voi ve li gestite. Noi, no. Non vedo altra via. Naturalmente ci sono mille modi e sulla forma si può discutere. Sulla sostanza no e non sono così cieco da non capire che, per giungere a questo strappo, che ritengo inevitabile, occorre un’autentica unità. Zanotelli ha ragione, quando dice che ci sono troppe divisioni, ma alla fine divide anche lui. Sull’acqua, come su tutto, si sarebbe dovuto discutere fino allo sfinimento, senza parlare di tradimento. Se l’ipotesi di fondo è condivisa, ci si può e ci si deve scontrare sul caso particolare, ma prima di rompere, si dovrebbe essere certi che non si metta così in discussione l’intero progetto.
Avrei preferito tacere e torno nell’ombra. Sto scrivendo un libro e voglio terminarlo, perché non so quanto tempo mi è dato e non mi va di buttare a mare anni di ricerca. D’altra parte, parlo o sto zitto, non cambia nulla. Rappresento me stesso, non ho Comitati, non ho partiti, non ho e non cerco poltrone. Questa idea di una rottura radicale, per la quale ho speso due anni di una vita che  tramonta, è solo mia, so che nessuno la condivide e non provo nemmeno a difenderla, anche se i fatti dicono che non è sbagliata. Il dibattito sull’acqua, assieme alla pessima maniera in cui si fa la campagna referendaria, che di fatto legittima chi non ha alcuna legittimità, annunciano perniciose sconfitte. Insistere non serve – gli dei accecano chi è destinato alla sconfitta – ma lo scrivo a futura memoria: se continua così, ci avviamo a un disastro. E non andrà meglio di come andò con il fascismo.

Agoravox, Contropiano e Canto Libre, 23 ottobre 2016.

Read Full Post »

Older Posts »