Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘Carta stampata e giornali on line’ Category

Come fotografo valgo ben poco e il ritocco è un disastro. L’articolo però è bello. Condivido e non mi nascondo dietro un dito: spero che procuri lettori al mio libro….

classifiche

Read Full Post »


Gli anni sconsigliano che mi riprometta futuri paragoni tra ultimo e penultimo sindaco di Napoli, ma mi stupisce che Manfredi scopra d’un tratto che De Magistris aveva ragione – non ci sono soldi – e mi  disgusta la rappresentazione consapevolmente falsa, che utilizza di fatto un principio nazista: una menzogna ostinata e spudoratamente ripetuta diventa verità.
Ce l’ho, se non si è capito, con i leccapiedi del nuovo Sindaco, che sputano veleno su Luigi de Magistris e sostengono che Napoli così ridotta non s’era mai vista. Ce l’ho col popolo dei “senzastoria”, di quelli che ignorano chi sono e da dove vengono. Gente i cui bisnonni consentirono senza fiatare che Quintino Sella declassasse il porto di Napoli a favore di quello di Genova, seminando miseria, perché Napoli, disse, “è troppo bella città per esporla a bombardamenti”.
Mussolini però dimenticò Sella, prese per i fondelli i padri e i nonni di chi ora protesta, rinnovò il porto, definì Napoli “città regina del Mediterraneo”, ma dimenticò la difesa della regina e gli Alleati la seppellirono sotto le bombe. Un regalo più grande la città l’aveva avuto molti anni prima da Liborio Romano, che, passato dai Borboni ai Savoia, coprì le spalle a Garibaldi diretto a Gaeta, facendo della camorra la Guardia Nazionale. Un  regalo così costoso che ancora oggi Napoli paga il conto.
Nel 1901 Francesco Saverio Nitti, studiando i bilanci dello Stato dall’unità alla fine dell’Ottocento, scoprì che Napoli e il Sud avevano pagato più tasse del Nord e avevano ricevuto la metà dei servizi. Nel 1904 e nel 1911 si vararono perciò due leggi speciali per Napoli, ma pochi anni dopo, nell’immediato primo dopoguerra, Arturo Labriola, socialista, ministro del lavoro con Giolitti e poi sindaco di Napoli, si trovò ad amministrare una città che – ebbe a scrivere – contava 20.000 accattoni e 100.000 selvaggi.  Era accaduto quello che i critici di De Magistris ignorano o fingono di non sapere: le leggi per Napoli erano diventate leggi per il Nord.
Gli imprenditori settentrionali, piombati a Sud come sciacalli perché lo Stato dava gratis la materia prima, non imponeva tasse e consentiva salari diversi da quelli settentrionali, fecero infatti soldi a palate finché durarono i privilegi delle due leggi, poi chiusero e si portarono i soldi a Nord. Ora dovrebbe essere chiaro: invece di rivoltarsi contro chi li tratta da sempre come selvaggi, i “senzastoria” puntano il dito su chi si è battuto per loro contro 160 anni di storia.
Quando De Magistris è diventato sindaco, la Napoli di Labriola era un paradiso; la città era ormai collassata: fabbriche chiuse, metà delle scuole inagibili, Sanità in ginocchio, mobilità allo stremo, turisti in fuga e strade attraversate da fiumi di disoccupati. Avrà commesso errori – chi non ne fa? – ma alla fine ha fatto quanto poteva con quello che aveva ed ha sbattuto il portone in faccia alla malavita organizzata, facendosi nemico chi la tiene in vita.
Si è capito subito che non si sarebbe adattato al sistema; per questo, non per altro, si è visto tagliare l’ossigeno: 1500 miliardi in meno dei sindaci precedenti e un debito mostruoso, risalente al 1980. Ha celebrato le nozze coi fichi secchi, ma ha lasciato una città più viva e gelosa della sua dignità, rientrata nel circuito del turismo e di gran lunga migliore di quella ricevuta al tempo delle montagne d’immondizia.

Agoravox, 22 novembre 2021

classifiche

Read Full Post »


Se un padrone che non è in regola con la sicurezza uccide un operaio, teoricamente gli tocca una pena massima di 5 anni. In realtà il peggio che gli può può capitare è una condanna a un anno con la condizionale. La pena di Mimmo Lucano per la sua idea di umanità e solidarietà, equivale, quindi, a quella massima che dovrebbe toccare a un padrone che ha ucciso due o tre lavoratori.
Il punto, però, ora non è se la sentenza sia da considerare “giusta”, perché evidentemente non lo è. Il punto è che il capitalismo riconosce il fascismo come suo modello di organizzazione e governo della società. E’ che il nuovo fascismo, ridotti a carta straccia la Costituzione e a un inutile fastidio il Parlamento, comincia purtroppo a gettare la maschera.

Agoravox, 1 ottobre 2021

classifiche

Read Full Post »

Desidero ringraziare “La Repubblica”, che mi riconosce diritto di parola. Da tempo i “compagni” preferiscono che stia zitto…

La Repubblica Napoli, 26 settembre 2021

classifiche

Read Full Post »

MITI D’OGGI
Marino Niola

QUELLE PAROLE SONO PASSWORD SCADUTE


Ci sono momenti in cui le parole non stanno al loro posto e non riescono più a descrivere quel che veramente ci accade. Questo svuotamento del linguaggio è uno del primi sintomi di una crisi. Sociale, culturale, economica. Come quella che stiamo attraversando. Lo dicono Tiziana Drago ed Enzo Scandurra, classicista l’una e urbanista l’altro, che per Castelvecchi hanno curato un bel  libro con una densa prefazione di Piero Bevilacqua. Il volume, (Contronarrazioni, pp.148, euro17,50), ingaggia una battaglia contro quelle che gli autori definiscono «narrazioni tossiche».
Al loro appello ha risposto una schiera di studiosi, scrittori, analisti economici, da Laura Marchetti a Mario Fiorentini, da Patrizia Ferri a Salvalore Cingari, da Anna Angelucci a Giuseppe Aragno, da Ilaria Agostini a Velio Abati ed altri ancora.
Gli autori del volume, dedicato al compianto Franco Cassano, smontano luoghi comuni del pensiero unico, cominciando dal vocabolario e dalle parole mainstream come “crescita”, “sostenibiltà”, “partecipazione”, “resilienza”, “performance”,“competitività”, “lavoro”, “Sud”. Termini che aprono qualsiasi porta ma che hanno ormai l’insignificanza delle password. Le ripetiamo, anzi le digitiamo,senza interrogarci sulla loro verità e sulla loro capacità di descrivere la realtà. Sono parole condivise proprio perché non significano più niente. Ma formattano la nostra capacità di giudizio che impedisce di vedere i veri problemi e confonde menti e coscienza con una real-fiction che ha la stessa inconsistenza dei talk show. Insomma, crediamo di parlare, ma in realtà siamo parlati da questo linguaggio porta a porta. Che inquina il  dibattito pubblico, le relazioni umane, producendo conformismo, insicurezza, chiusura in noi stessi.
Il rimedio?
Ricominciare a pensare criticamente per ridare alle parole un nuovo senso.

15 agosto 2021 – Il Venerdì di Repubblica

classifiche

Read Full Post »


Nel corso di una vita che tramonta ho seguito una bussola artigianale che non mi hai mai tradito.
Al nord l’ago colloca la mia unica certezza e c’è una scritta sintetica: «so di non sapere». Parole che Socrate pagò con la vita.
Al punto opposto il Sud martirizzato segna la posizione che ho tenuto rispetto al potere a ai potenti. Me la insegnò un antico maestro latino ma sotto il punto cardinale la scritta è in volgare: «Cesare, non faccio nulla per piacerti, né m’interessa sapere se sei un uomo bianco o nero».
A Est, dove sorge il sole e in qualche modo puoi immaginare un inizio, la bussola mostra un’indicazione metodologica: «sia lode al dubbio» c’è scritto e in ogni viaggio queste parole mi hanno accompagnato.
Di fronte, perpendicolare al Nord, c’è l’Ovest, l’Occidente sempre più famigerato, che la mia bussola considera in qualche modo fine del percorso. Poiché spera che sia stato un viaggio dignitoso, ci trovi un invito alla dignità: «Amico, se ti compri, / pagati quanto vali. / Non un quattrino in più. / Credimi, non sentirti prezioso, / tanto nemmeno serve e poi si muore. / Ma se ti vendono un giorno per caso, / e magari all’incanto, / tu non avere prezzo. / Stattene duro e il banditore invano / attenda di picchiare il martelletto».
Per la prima volta, mentre mi avvio ormai verso il buio dell’ultimo viaggio, non guardo la mia bussola. A che servirebbe? Non viviamo tempi da bussole e trionfano i disorientati. E’ il tempo delle contrapposizioni assurde tra oppositori di un governo liberticida, che ne difendono, però, i provvedimenti più autoritari tra quelli levati a dignità di legge, e i suoi sostenitori, che hanno sempre difeso l’assassino della democrazia, ma gli si sollevano contro e fanno addirittura quadrato attorno alla libertà, contro un provvedimento che, di fatto, hanno creato assieme ai loro complici assassini.

classifiche

Read Full Post »


D’accordo, viene dall’Accademia. E tu che fai, lo condanni per questo?  Ti direbbero che non sono molti, ma ce ne sono anche di quelli non compromessi con l’andazzo dei concorsi pilotati, dei posti ereditati e delle cattedre moltiplicate come i pani e i pesci.
Tu che ne sai di Manfredi?  
E’ vero, diventò ministro, accettando di governare l’Università dopo il rifiuto di Lorenzo Fioramonti, giustamente indignato per il trattamento da Cenerentola riservato alla formazione. Manfredi non s’indignò.
Sì, non è bello, ma non è un reato…
Hai ragione, come ministro è stato un fantasma, però poi, per fare il sindaco, ha chiesto garanzie: voglio i fondi che avete negato a De Magistris. Insomma, per non tornare a fare il fantasma, ha dovuto riconoscere che contro il sindaco uscente si sono fatte scelte scorrette e vergognose.
E’ un punto a suo favore o la dimostrazione di una sconcertante pochezza?
I soldi li avrà?
Se gli consentiranno di battere moneta, probabilmente sì. Il fatto è che non solo è un neoliberista, ma a sostenerlo c’è soprattutto il neoliberista PD, che, come tutti sanno, vuole ciecamente la cosiddetta «autonomia differenziata». Hai capito bene, sì, la scelta feroce che unisce tutti i candidati contro Napoli e contro la Clemente, la sola che rifiuta di vendere Napoli al Nord, come sono pronti a fare il PD, la Meloni, i 5Stelle, l’innocente nullatenente e patetico Antonio Bassolino e naturalmente la Lega di Salvini per l’Indipendenza della Padania.
Proprio così, “indipendenza della Padania”…!!!!   
Stringi stringi, in questa situazione, due domande sono legittime e decisive:

  1. Quale credibilità può avere Manfredi, contraddittorio accusatore e allo stesso tempo avvocato d’ufficio di De Magistris?
  2. b. Quanti napoletani sono disponibili a votare un uomo pronto a pugnalarli nella schiena?   
classifiche

Read Full Post »


Dopo aver letteralmente distrutto Napoli, voi, Antonio Bassolino, chiedete un voto per tornare a Palazzo San Giacomo. Giorni fa Matteotti s’è offeso, quando nella sua piazza avete radunato clientele e clienti per raccontare la storia del «perseguitato politico». Così vi siete presentato, reduce, a vostro dire, da 16 assoluzioni. La verità è che voi non siete un amministratore innocente. Vi guardate bene dal raccontarlo, però due condanne subite in via definitiva le avete avute: una ve l’ha appioppata la sezione di Appello della Corte dei Conti per una vicenda che vi riguardava come Commissario per l’emergenza idrogeologica, un’altra comportò una pena pecuniaria di oltre 3 milioni di euro.
E non è tutto. Contando sulla memoria corta e sulla complicità d’una stampa squalificata, voi insistete sulla favola dell’innocenza e come lo smemorato di Collegno non ricordate più il record che avete stabilito: personaggio politico di primo piano, ex ministro, ex Presidente di Regione e per due volte sindaco di Napoli,voi siete risultato nullatenente quando, sottoposto a procedimenti giudiziari, avete corso il rischio di dover metter mano alla tasca.
Potrete fare tutti i comizi che vorrete, voi passerete alla storia come l’uomo che ha trasformato Napoli in un immenso immondezzaio, gravato dai debiti per le assunzioni di potenziali elettori. Qui la politica cede il passo alla morale e l’innocenza si colloca in un quadro di valori che lei ignora.
Girateci attorno finché volete, ma la vostra esperienza politica si riduce a una parola semplice e incontestabile: fallimento. Potrete provare a nasconderlo alla gente – di mascheramenti avete vissuto per decenni  – ma le montagne di spazzatura sotto le quali ci avete sepolti hanno dimostrato che persino nell’arte della menzogna siete un guitto che recita da cane. Ora ci riprovate e tornate a giocare la partita in base a un’arte che non è la vostra: voi avete fallito e fallirete, ma continuate a rappresentare l’insuccesso come successo.
D’altra parte, in sede di bilancio del vostro personale naufragio, persino i vostri più stretti collaboratori sono stati costretti a riconoscere il disastro. Alla vostra memoria corta e al tentativo di ridurre la questione al gioco delle tre carte, un consiglio gioverà: andate in un’emeroteca, chiedete una copia del «Corriere del Mezzogiorno» del 21 settembre 2008, leggete l’intervista di Isaia Sales e al prossimo comizio cominciate dalle sue parole:
«È inutile negarlo, non ce l’abbiamo fatta a migliorare strutturalmente la città di Napoli, non ce l’abbiamo fatta a trasformare la Regione in un’istituzione autorevole e competitiva nei confronti delle migliori esperienze regionali, non ce l’abbiamo fatta a far vincere un modello alternativo alla pratica discrezionale di governo, relegando la clientela ad una eccezione e non ad una prassi corrente e abituale, non ce l’abbiamo fatta a rendere la politica e i partiti strumenti di grandi passioni civili dopo la fine di quelle ideologiche».
E se non vi fidate dei vostri collaboratori, date almeno credito a voi stesso. Siete stato voi, Bassolino, a riconoscere il vostro fallimento, quando, non sapendo più a cosa attaccarvi, avete ripetutamente tirato fuori quello che ritenete un vostro grande successo: la chiusura del ciclo è stata forse negativa, avete sibilato, il decollo non c’è stato, però voi non avete mai ceduto il governo della Campania e della città al centro destra. Una verità che equivale a un suicidio. Non l’avete ceduto, infatti, perché per anni il vero centro destra siete stato voi, i vostri uomini e le vostre politiche.
Voi siete un falso comunista e un autentico liberista. Per voi il PIL e tutto quello che riguarda l’economia sono articoli di fede. Invece di raccontare favole in una piazza sacra per la democrazia, dite alla gente quello che sapete: alla fine del vostro disastroso governo, la Campania aveva messo assieme una serie di numeri negativi: quasi sempre agli ultimi posti nelle classifiche regionali, un PIL in decrescita costante rispetto alle altre regioni, crollato a livelli negativi ben prima del fatale 2008. Avete governato per quindici anni vantando successi inesistenti, mentre un’anemia perniciosa metteva in ginocchio il nostro tessuto produttivo e l’annoso problema della disoccupazione di aggravava. Di scuola e formazione, meglio non parlare. Con voi abbiamo raggiunto tassi di dispersione da terzo mondo. Con voi la delocalizzazione si è fatta devastante e gli investimenti si sono ridotti a speculazione ed elemosina.
I cumuli di immondizia con i quali ci avete disonorati sono stati la chiusura del cerchio e la prova tangibile d’un degrado inenarrabile.
Con questa storia alle spalle, voi vorreste tornare a Palazzo San Giacomo?

Agoravox, 28 giugno 2021

classifiche

Read Full Post »


«L’ospite ingrato», la rivista fondata da Franco Fortini, ha appena pubblicato un numero dedicato alla scuola. Lo consiglio a chi riconosce il ruolo centrale della scuola in una democrazia; riporto l’inizio del mio intervento, ma gli autori sono tutti eccellenti. Per chi fosse interessato, c’è il link che conduce alla rivista, da cui si può ricavare il testo il numero in Pdf . Buona lettura.

L’alfabeto pericoloso
Giuseppe Aragno

  1. Il maestro degli anni Settanta

Nell’ottobre del 1971, centodieci anni dopo l’unità d’Italia, giovane e inesperto vincitore di concorso, divenni maestro in una prima elementare rigorosamente maschile dell’80° Circolo Didattico di Napoli. La scuola, un prefabbricato al centro di una spianata cosparsa di rifiuti, era circondata da un campo di Rom, guardati con sospetto dalla gente del posto. Periodicamente – ed era questo l’unico contatto umano – gli oziosi locali assistevano silenziosi a quello che tutti chiamavano «bagno della principessa». Come per antico rito, alcuni Rom formava no una scala con pietre di tufo davanti a un fusto metallico colmo d’ac qua e la giovane compagna del capo del campo, vestita dalla testa a piedi, s’immergeva più volte poi, aiutata dagli accompagnatori, usciva dal fusto grondando acqua, tornava al campo e spariva in una roulotte.
 I “Censi”, il quartiere dov’era la scuola, oggi non esistono più. In quegli anni, addensate tra il cimitero, i palazzi di Corso Italia decorati con fiori di stucco e gli alveari umani di via del Cassano, c’erano le case dei miei alunni. Affacciati sulla via uno dopo l’altro, quei bui tu guri ospitavano in un paio di locali padri, madri, nonni e una numerosa prole, cui si aggiungevano cani, gatti, uccelli in gabbia e non di rado un asino. Com’era naturale, un pullulare di pidocchi causava periodiche disinfestazioni e chiusure dei locali scolastici.
Come nuovo venuto, mi toccò il “fior fiore” degli alunni: ripetenti e figli di famiglie scansate da tutti. Fino a dicembre io e i miei cartelloni parlammo arabo e gli alunni, ancora analfabeti, vegetarono tra zingari e pidocchi, finché un bambino felice non mi portò un foglio miracoloso e rivelatore. Nell’angolo in alto a sinistra aveva disegnato un topo un po’ grande rispetto al foglio; sotto il topo, fitte e ordinate file di «z», di zeta. Quando gli chiesi che cosa avesse scritto, si illuminò e rispose sicuro di sé: «la z di zoccola». Fu come un lampo. Intuii così ciò che  per mesi non avevo capito: per lui il topo era e poteva essere solo un «sorice»; a seconda delle dimensioni, si faceva poi «suricillo», «zocco- la» e «zucculona». Nella sua lingua il gatto era una «iatta», l’oca una «paparella», la botte una «votta» e un frate francescano si chiamava «ze monaco». L’Italiano per quei ragazzi era una sorta di “lingua due”. Con l’alfabetiere nella loro lingua madre presero il volo. Imparai così che quartieri più o meno confinanti parlavano lingue diverse come mondi lontani; capii che un secolo dopo l’unità ai “Censi” non s’erano fatti l’Italia e gli Italiani e mi chiesi che ruolo ha la scuola se non è anzitutto strumento di liberazione di alunni e alunne che vi giungono quando qualcuno lo ha già “adattati” alle sue regole…

Per chi è interessato, ecco il link che conduce alla rivista, dalla quale si può ricavate il testo in Pdf: https://www.ospiteingrato.unisi.it/9gennaio-giugno-2021scuola-la-posta-in-gioco/

classifiche

Read Full Post »


Mi mancano dati e competenze. Tutto è ancora molto vago e non sono un giurista. Questo non vuol dire, però, che non possa legittimamente esprimere il mio sconcerto per una riforma della Giustizia che riconosco urgente, ma si presenta con la solita inaccettabile premessa – «è l’Europa che ce lo chiede» – accompagnata stavolta da una sorta di ricatto. «Se non accetteremo di cambiare le nostre abitudini, il nostro modo di svolgere i nostri compiti istituzionali e professionali, se opporremo resistenze ai cambiamenti», ci ha avvisati Marta Cartabia, «mancheremo gli obiettivi che la Commissione ci richiede quanto alla durata dei processi» e «l’Italia dovrà restituire quella imponente cifra che l’Europa sta per immettere nella vita economica e sociale del paese». 
O la borsa o la vita, quindi, che non è un bel modo di parlare di Giustizia, anche perché cambiare non è sininimo di migliorare.

E’ vero, abbiamo processi che durano un’eternità e c’è il problema della prescrizione. Sono cose serie che vanno risolte. I tecnici ci diranno come regolamentare la prescrizione e decideranno se impedire l’appello dopo un’assoluzione servirà a migliorare le cose, anche se la Consulta nel 2006 dichiarò questa soluzione incostituzionale, perché creava uno squilibrio nei rapporti fra accusa e difesa.
Di questioni tecniche, comunque, è bene si occupi chi ha le competenze per farlo e proceda senza pregiudiziali ideologiche. Da cittadino, io mi pongo invece domande che non non sembrano avere cittadinanza nell’idea di giustizia che muove l’Europa e la Guardasigilli Cartabia.

Avremo una Giustizia più giusta, se la cambieremo in pochi mesi e decideremo con l’acqua alla gola?
La nostra giustizia diventerà più giusta solo perché sarà più veloce?
Una giustizia giusta tratta i detenuti come bestie?
Si può avere una giustizia giusta, partendo da un Codice penale scritto da un fascista nel 1930?
Una giustizia è giusta se è così immorale, da prevedere una pena massima di sette anni per il padrone che ammazza un lavoratore ignorando la sicurezza sul lavoro, e mandare in galera per 14 anni un cittadino che distrugge un bancomat durante una manifestazione?
Una giustizia è giusta se prevede severe limitazioni di libertà per chi non ha commesso alcun reato, ma è ritenuto «socialmente pericoloso», perché – secondo il giudice – dimostra un’attitudine al delitto?

Per quello che mi riguarda, la risposta è no.

Agoravox, 13 maggio 2021

classifiche

Read Full Post »

Older Posts »