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Archive for settembre 2013

Credo che nessuno abbia mai avuto tra le mani le carte che in archivio il commesso mette da un po’ nel mio scaffale. La rivolta, nel racconto di chi prese le armi, è un’emozione così nuova che a settant’anni dalla cacciata dei tedeschi, interroga la coscienza: perché decorare gli “scugnizzi” e “dimenticare” Adolfo Pansini, studente antifascista caduto combattendo, al quale s’è intestato a stento un liceo? Perché l’icona delle Quattro Giornate è una foto scattata a posteriori a un “lazzaro” travestito da guerrigliero? Settembre a Napoli è ricco di celebrazioni e discorsi d’occasione, ma è anche “memoria a scadenza fissa”: non dà risposte a domande decisive e forse perciò non coinvolge i giovani, alle prese con una crisi che li fa scettici e disincantati.
Il rifiuto di seppellire Adolfo al MausoleoUn dato è evidente: se si potessero quotare le Quattro Giornate nella Borsa ideale dei valori etici, i promotori eviterebbero con cura quel tanto di lettura politica che va oltre il cliché degli scugnizzi armati fino ai denti contro i panzer tedeschi. Chi dice politica ormai bestemmia e sempre più spesso, delle Quattro Giornate, si criticano le “letture politicizzate” di una sinistra che ha tinto tutto di rosso e una destra che è giunta a negare l’insurrezione. In questo clima di crisi della politica, c’è il rischio che la rivolta diventi figlia dell’impulso, generoso ma ambiguo, del “cuore” di una città che per un po’ s’infiamma, poi di colpo si spegne e si vende all’incanto: un tempo allo spagnolo corruttore, poi al padre padrone che sa comprarla col chilo di pasta e la promessa di un “posto”. Chi ha familiarità con gli Archivi di Stato sa che non è vero e che, in realtà, la città di Viviani convive con quella di Eduardo ed entrambe, per dirla con Ermanno Corsi, lottano con accanimento “per il diritto a vivere la propria vita” ed esprimono una “forte rivendicazione di progresso”.
Visto con gli occhi del presente, mentre l’Europa va a traino della “locomotiva” germanica, politico appare, anzitutto politico, il 9 settembre del ’43 e i soldati tedeschi pallidi come stracci, usciti dalle caserme con un fazzoletto bianco al braccio come offerta d’una pace che sarà tradita. Sono timorosi – la paura non è esclusiva dei popoli latini – e sanno bene perché i napoletani li odiano: per troppo tempo si son dovute difendere le donne da militari “alleati” che smentivano il mito della galanteria teutonica; per troppo tempo si son dovuti contrastare i “furbi” soldati del Reich, che nascondevano munizioni nei condomini esposti ai bombardamenti angloamericani. Nemmeno la “furbizia” è esclusiva mediterranea e persino il mito della “corretta amministrazione” è stato tradito. Nella città affamata, infatti, il contrabbando di carne, alimentato dal Comando delle forze aeree tedesche, ha ingozzato gli ufficiali e “privatizzato” gli aerei della Luftwaffe, per inviare la merce nel Reich e farci affari d’oro. Come non bastasse, Kesserling e gli incorruttibili ufficiali della Wermacht hanno autorizzato furto e rapina, requisendo non solo le armi, le automobili e gli autocarri, ma arraffando «apparecchi radio, strumenti musicali, orologi da polso e da tasca, macchine fotografiche e strumenti ottici». E poiché prima di tutto c’è il bilancio, “il controvalore degli oggetti è da mettere in conto alla Prefettura”. Gli italiani derubati hanno pagato così il debito tedesco.
Se le Quattro Giornate dovessero diventare il “cuore della città” in rivolta, non solo ci sarebbe il rischio di fermarsi agli scugnizzi, ma si lascerebbero in ombra figure che costituiscono un simbolo della nobiltà della politica; Edoardo Pansini e il figlio Adolfo, ad esempio, incompatibili con lo stereotipo degli Alleati «liberatori» e del popolo lazzarone che si leva in armi per fame, poi vende il voto a chi lo paga meglio. Uno stereotipo in cui non c’è posto per Adolfo Pansini che, studente al liceo artistico, si “rivela pericoloso per l’ordine politico” e finisce in galera per aver “ideato e coordinato attività antifascista” e a vent’anni, ormai universitario, cade con le armi in pugno nelle Quattro Giornate. E posto non c’è per Edoardo, il padre, che gli ha trasmesso ideali mazziniani e simpatizza per gli azionisti. Molto più di un indefinito “cuore della città” e altro, ben altro che scugnizzi incoscienti e sanfedisti.
Edoardo Pansini rappresenta idealmente quella parte di città che consapevolmente rifiuta di essere “liberata”; rappresenta i settantaquattro militari napoletani che proprio in quei giorni, nei Balcani, entrano nella “Divisione Italia” e danno man forte ai partigiani di Tito. Un personaggio scomodo in un’Italia in cui molti antifascisti scelgono il re e Badoglio, che sono scappati lasciando il Paese in mano ai tedeschi, perché sanno che, per gli interessi dei ceti più abbienti, un «ordine costituito», quale che sia, è di gran lunga più rassicurante di un popolo in armi che sceglie il suo destino. Non a caso, Edoardo Pansini prova a non sciogliere il suo gruppo armato, stana i gerarchi, entra nelle loro case e sequestra i viveri che vi nascondono per sostenere il mercato nero. Ha visto cadere il figlio, ha lottato con coraggio contro i nazifascisti, ha posto i “liberatori” di fronte a un popolo che non è fatto solo di lazzaroni e ha coraggio e dignità, ma questo conta poco. Di fatto Pansini intralcia i piani degli Alleati, pronti a riciclare i fascisti in funzione anticomunista e decisi a non lasciarsi dietro uomini liberi di cui temere. E’ perciò che, mentre le manette dei carabinieri chiudono la sua carriera di rivoluzionario e lo costringono a rispondere dell’accusa di violazione di domicilio e saccheggio della merce tolta al contrabbando, gli americani gli chiudono una rivista già censurata dal regime.
E’ vero, la lotta parte dal basso e il ruolo dei partiti appena ricostituiti è del tutto marginale. In città, però, alla testa di chi combatte, ci sono antifascisti che nutrono ideali diversi tra loro. Federico Zvab, ad esempio, porta nella lotta la storia di un istriano che s’è rivoltato contro l’italianizzazione degli slavi, ha combattuto il fascismo in Istria, sulle barricate di Vienna e nella Spagna antifranchista ed è stato confinato a Ventotene. Non conosce Zvab, ma sta con lui, Antonio Ottaviano, che ha fondato l’associazione “Europa Unita” e arricchisce l’insurrezione di ideali europeisti che l’hanno condotto davanti al Tribunale Speciale. Con Zvab e Ottaviano, ci sono i fratelli Murolo, Ezio e Tito, l’uno braccio destro di D’Annunzio a Fiume e uomo di spicco tra gli amici di Giovanni Amendola, finito al confino negli anni Trenta, l’altro anarchico schedato, che sulle barricate ritrova compagni di fede: Armido Abbate, sindacalista dei ferrovieri, noto alla squadra politica dai tempi di Giolitti, i fratelli Malagoli e Alastor Imondi, figlio di Giuseppe, dentista libertario e punto di riferimento per gli antifascisti di ogni parte d’Italia negli anni del regime.
Si potrebbe continuare a lungo: nomi, storie e sistemi di valori. La verità è che non conta molto chiedersi quanta “politica” salì sulle barricate. La domanda cui occorre dare risposta è un’altra: quanto del Paese nuovo, che poteva nascere e nei fatti abortì, si batté contro i nazifascisti? Com’è potuto accadere che un uomo come Giovanni Leone, che in quei mesi, in nome della «continuità dello Stato» difese in tribunale i collaborazionisti nemici dei Pansini, divenne poi presidente della repubblica? E’ qui che emerge il volto politico delle Quattro Giornate, vittoriose sul campo e subito sconfitte dall’oscura trama di chi lavorava perché, cambiata la forma, nella sostanza tutto rimanesse com’era. Tutto, persino il codice Rocco, quello fascista, che è ancora il codice penale dell’Italia antifascista.

Uscito su BlogS…era il 20 settembre 2013 e su Fuoriregistro e su Repubblica il 26 settembre 2013

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Ho letto con attenzione, ma anche con crescente disappunto, il ricco elenco di iniziative e ho sperato fino alla fine di trovarci ciò che era naturale ci fosse; conclusa la lettura, ho dovuto trarne, invece, una inevitabile e triste conclusione: dopo settant’anni, il grande assente è l’antifascismo. C’è di tutto nel programma: una giornata che ha per protagonisti i carabinieri, una iniziativa che riguarda la cultura ebraica e una sui luoghi dell’insurrezione; ci sono Napoli, la Campania, il Mediterraneo, il vento del Sud, i combattenti inquadrati nell’esercito. L’antifascismo no. L’antifascismo non c’è. Si direbbe quasi che si sia evitato con cura ogni cenno a quei combattenti – e a quella città – che non lottarono solo contro i nazisti, ma sorsero in armi anche contro i fascisti. Quei combattenti, intendo dire, che avevano alle spalle un lungo passato di antifascismo militante e si battevano in nome di ideali politici. Non si trattò di casi sporadici o di figure di secondo piano, come comunemente si crede, ma di protagonisti di primo piano, che diedero all’insurrezione il suo volto politico e la inserirono a pieno titolo nella storia della Resistenza.
Mi riferisco, per fare dei nomi, ai fratelli Murolo che animarono la rivolta a Poggioreale e al Vasto: Ezio, confinato politico, giornalista del “Mondo” e molto vicino a Giovanni Amendola, e Tito, di formazione anarchica. Penso a Edoardo Pansini, antifascista diffidato, simpatizzante degli azionisti e protagonista della lotta al Vomero assieme al comunista Antonino Tarsia in Curia. Penso al giovane Adolfo, suo figlio, che prima di cadere armi in pugno aveva conosciuto la galera fascista. Mi riferisco a Federico Zvab, confinato politico che portò sulle barricate la tragedia istriana e una lunga esperienza di lotta armata al fascismo, maturata nei fatti di “Vienna la rossa” e nella guerra di Spagna. Penso alla nutrita pattuglia di comunisti – Ennio Villone, i confinati Eduardo Corona, Giuseppe Cafasso, Ciro Picardi ed Eugenio Mancini, per ricordarne alcuni – e mi tornano in mente il fuoruscito Luigi Maresca, radicale e seguace di Nitti, Antonio Ottaviano, che aveva affrontato il Tribunale Speciale e arricchito l’insurrezione dei suoi precoci ideali europeisti, il sindacalista Federico Mutarelli, attivo dai tempi di Bordiga, i socialisti schedati Rocco D’Ambra e Giuseppe Benvenuto, Ettore Ceccoli, che aveva agito nell’ombra per “Italia Libera”, conducendovi tra gli altri il giovanissimo Gaetano Arfè, e alcune belle figure di libertari, quali Ermidio Abbate, dirigente del sindacato ferrovieri, che aveva già tenuto testa alle squadre fasciste negli anni Venti, il giovane Malagoli e Alastor Imondi, il cui padre, Giuseppe, benché schedato, fu un riferimento sicuro per ogni militante in difficoltà nel ventennio. Potrei continuare ancora a lungo, ma mi pare che l’elenco basti a spiegare il mio sconcerto.
Non ce l’ho con gli uomini in divisa – il capitano medico Spoto era comunista e i tenenti Armando Dusatti e Aiello Santi furono antifascisti schedati e parteciparono tutti valorosamente alle Quattro Giornate – non dimentico, però, che autorità politiche, vertici militari e buona parte degli ufficiali superiori consegnarono la città ai tedeschi; lo fecero,  perché ritennero l’«ordine  costituito», quale che fosse, persino quello affidato ai nazisti, molto più rassicurante per gli interessi dei ceti abbienti che non il popolo in armi. E’ vero, ci sono stati carabinieri valorosi, ma sarebbe pericoloso dimenticare che già a metà ottobre, mentre si udiva ancora l’eco delle fucilate, furono proprio i carabinieri ad arrestare Edoardo Pansini, che proseguiva la lotta e stanava i vecchi gerarchi. Non si può fingere d’ignorare che di lì a poco, mentre si costruiva la nuova Italia, Guido Dorso non esitò a chiedere esplicitamente lo scioglimento dell’Arma dei carabinieri. Di tutto questo purtroppo non c’è cenno nel programma. La lettura che viene proposta diventa così tutta “sociale” e pare fatta apposta per mettere in ombra il significato politico dell’insurrezione.
Spiace dirlo, ma così si rischia di fare il gioco del revisionismo.

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Bisogna riconoscerlo, Angelino Alfano, vice di Letta, Ministro dell’interno e segretario del Pdl, ha il fascino singolare e perverso dei celebri personaggi di Robert Luois Stevenson.Il dottro Jakill e mister Hyde Lo sdoppiamento della personalità è figlio naturale dell’eterno conflitto tra ragione e istinto; un conflitto che chiama così direttamente in causa le coscienze che nessuno potrebbe onestamente dichiarare di non averlo mai vissuto. Negarlo è impossibile, ignorarlo è sintomo di un vero delirio, volerlo, coltivarlo come una conquista, farne il perno attorno a cui gira la vita è forse banale opportunismo, ma non sarebbe giusto fare del moralismo a buon mercato: il vincolo che lega bene e male nell’ambiguità dell’animo umano è uno dei fattori determinanti nel corso degli eventi storici.
Alfano, che nella vita politica di questi ultimi anni ha assunto un ruolo di primo piano, da qualche tempo si sdoppia e recita due ruoli, dei quali uno è la negazione dell’altro. E’ ad un tempo insensato e saggio, senza mostrare sintomi di una qualche sofferenza, ferite aperte e sanguinanti o lacerazioni che minaccino suppurazioni. E’ uomo delle Istituzioni e allo stesso tempo uomo di Berlusconi, che delle Istituzioni è nemico dichiarato e agguerrito. Al Ministero, in veste di responsabile degli Affari Interni, Alfano è un vero cane da guardia delle Istituzioni, conosce per esperienza diretta la naturale controparte, sa chi sono, cosa pensano e come si muovono i nemici dello Stato e non ha timore di affrontarli con strema decisione. E’ uno, insomma, che l’ordine pubblico lo tiene a qualunque costo e non perdona nulla, toni sbagliati, parole stonate e persino un fischio o un’innocua pernacchia.
“Lo Stato fa lo Stato” – ha dichiarato giorni fa a muso duro, mettendo sull’avviso i No Tav. I “delinquenti si rassegnino”, ha proseguito poi minaccioso, e in un battibaleno è passato dalle parole ai fatti, trattando la Valsusa” come fosse la Libia ai tempi del fascismo. Si può sospettare che, come ai tempi delle avventure in terra d’Africa, anche Alfano abbia da tutelare gli interessi di una qualche “Banca di Roma”, di certo, però c’è che non va per il sottile. In un amen, infatti, ha inviato contro le nascenti bande di guerriglieri, brigatisti e anarco-insurrezionisti più di duecento soldati in assetto di guerra, che si sommano ai duecento già in linea assieme a reparti scelti di celerini e carabinieri; a segnare la rotta pensa il Codice Rocco, bussola fascista felicemente adottata dall’Italia antifascista. Non bastasse, per annientare chi pretende di “contrapporsi alla legge ed alla democrazia”, Alfano ha chiamato una donna Prefetto con esperienza di territorio e ordine pubblico a lavorare di concerto con l’agguerrita Procura della Repubblica, adeguatamente rafforzata da un magistrato esperto di terrorismo. Insomma, un inappuntabile servitore dello Stato: ligio alla legge, ossequioso coi giudici, deciso a reprimere ogni movimento di piazza e ogni delinquente.
Non giungerò a sostenere che, nuovo dottor Jakyll, nella stessa giornata, cambiando di sede, Alfano si trasformi, muti la carnagione, diventi pallido, piccolo e tozzo, al punto da apparire ripugnante come mister Hyde sembrava a Utterson nel romanzo di Stevenson; un dato però è certo: con un sdoppiamento inspiegabile, nelle riunioni di partito, quando è uomo di Berlusconi, Alfani rovescia come un guanto la sua impeccabile condotta di ministro. Tanto è servitore dello Stato al Ministero, quanto ne diventa nemico a Palazzo Grazioli; tanto è vicino al Presidente Enrico Letta, di cui fa il vice sui banchi di governo, quanto gli è ostile a Villa Certosa. Tanto è rispettoso coi giudici quando indossa l’abito di ministro tanto ostile e minaccioso quando lo vuole Berlusconi. Va così ogni giorno. A momenti alterni, a seconda del tempo e del luogo, ora prevale la natura ortodossa di Jakyll, ora quella aggressiva di Hyde. In un folle andirivieni, l’aspro conflitto tra bene e male si rinnova, aspro e reiterato. A pranzo è un idillio coi democratici, a cena minaccia il divorzio e se al mattino si accorda pacificamente coi magistrati sulla strategia valligiana, la sera chi gli si parla di pubblici ministeri diventa un torero che agita un panno rosso sul muso di un toro. Alfano urla alla provocazione, strepita, minaccia la crisi e, se il capo lo vuole, si dice pronto a far ricorso alla piazza. Così, da amico che era in veste di ministro, diventa un nemico, assumendo le sembianze di Hyde e i panni di segretario del Pdl.
In questa sorta di schizofrenia da romanzi di fantasia vive e si contorce negli spasimi di una pietosa agonia la nostra sventurata democrazia.

Uscito su Report on line il 22 settembre 2013 e su Liberazione.it il 23 settembre 2013

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imagesIl silenzio del circo mediatico e dei rappresentanti delle Istituzioni è caduto come una nuova pietra tombale sulla figura di Giancarlo Siani, il giovane cronista del Mattino assassinato dalla camorra a Napoli il 23 settembre 1985.
E’ un silenzio significativo per chi voglia misurare la temperatura di un’Italia gravemente malata. Nel momento storico più buio della vita della repubblica, ieri, 19 ottobre 2013, ci ha pensato l’associazione “Studenti Napoletani Contro la Camorra” a mobilitarsi per commemorare il coraggioso giornalista. L’ha fatto, radunandosi alle 11 in via Chiatamone, davanti alla sede del “Mattino” ma, nonostante il gran parlare che si fa di lotta al malaffare, l’iniziativa non ha trovato sponsor tra le istituzioni e la grande stampa si è guardata bene dal pubblicizzarla. L’Italia ormai sembra aver dimenticato il principio stesso della democrazia, così come ebbe a formularlo Montesquieu: “non serve molta onestà a governi monarchici o dispotici. Re e tiranni stanno in piedi con la forza della legge o con la violenza. Lo Stato popolare ha bisogno invece d’una molla in più: gli occorre la virtù”. Noi invece siamo inchiodati a due eventi: i filmini osceni di un pregiudicato e le invereconde manovre precongressuali del PD, che ogni giorno attacca il Pdl, però è al governo con Berlusconi e da anni lo copre, trascinandoci cosi nella miseria e nella vergogna.
Uno strano Paese, il nostro. Il Paese della “memoria a comando”, di un meccanismo sconcio, che pudicamente definiamo “uso pubblico della storia” laddove sarebbe necessario e a dir poco corretto parlare semplicemente di imbroglio e mistificazione.
Per un anno, nell’indifferenza complice delle Istituzioni, le più svariate organizzazioni neofasciste fanno il bello e il cattivo tempo; le destre giunte al governo hanno ottenuto persino un “giorno del ricordo” che il 10 febbraio sta lì a imbrogliare le carte, utilizzando la tragedia delle foibe come foglia di fico per le atrocità dei nostri soldati in Libia e nei Balcani. Trecentosessantaquattro giorni di libera uscita per innocui nostalgici e pericolosi neofascisti, poi, voilà, il 25 luglio, come per incanto, ci svegliamo dal sonno e va in scena l’ormai tragicomica passerella antifascista che ricorda la “Liberazione”.
E’ un dato di fatto: il razzismo dilaga a tutti i livelli. Le Istituzioni repubblicane hanno voluto i Centri d’accoglienza, campi di concentramento in cui ammassare in condizioni disumane gli immigrati clandestini. Come se campi e internati non esistessero, però, il 27 gennaio ci laviamo la coscienza con la “giornata della memoria” in ricordo dell’Olocausto e delle vittime del nazismo e celebriamo la liberazione del  campo di concentramento di Auschwitz, avvenuta storicamente ad opera dei soldati sovietici, che Benigni ha prontamente travestito da militari americani.
L’Italia d’oggi è questo: manipolazione della memoria e retorica della legalità aprono coni d’ombra su una crescente ingiustizia sociale e, mentre un volgare delinquente monopolizza l’informazione, il silenzio cade su giovani caduti lottando contro un potere marcio, che tiene in scacco impunemente il Paese. Mentre Berlusconi straparla, l’eloquente silenzio su Giancarlo Siani racconta l’agonia della nostra democrazia.

Uscito su Liberazione.it e su Report on line il 20 settembre 2013 col titolo Gli studenti ricordano Giancarlo Siani.

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Resitenza TeatraleQuest’anno a Napoli a celebrare le Quattro Giornate verrà Giorgio Napolitano, che all’epoca dell’insurrezione aveva altri impegni e non poté prendere parte alla lotta antifascista. Pochi anni dopo, secondo criteri inesplicabili adottati dal Pci, mise piede in Parlamento, dove ha vissuto tutt’intera la vita. Gli storici non avranno molto spazio, ma non sarà una grave perdita. In quanto a me, nessuno naturalmente ha pensato d’invitarmi, forse perché chi mi conosce sa bene che avrei declinato l’invito. Non amo la “memoria storica a scadenza fissa” e ritengo un oltraggio ai combattenti di quelle eroiche giornate di lotta la presenza di un uomo che sta lavorando per stravolgere la nostra Costituzione.
Il 27 non me ne starò a casa, però. Metterò da parte le carte d’archivio che ho raccolto sull’insurrezione, da cui emerge una realtà politica e sociale ben più articolata di quella che ci hanno raccontato accendendo i riflettori sugli “scugnizzi”, e me ne andrò allo “Zurzolo teatro live”. Va in scena “Radio Libertà”, un testo tratto dal mio ultimo libro sull’antifascismo e sarò lieto di trascorrere una serata tra gente che non frequenta i salotti buoni, non è fascista per tutto l’anno e antifascista in occasione di quelle commemorazioni in cui Bella Ciao si “porta” ancora “molto e non c’è nulla di più “radical chic” delle note di “Fischia il vento”. A 67 anni suonati, Il 27 farò il mio esordio come “uomo di teatro” e mia madre, attrice di buona qualità, amica e compagna di lavoro di Pupella Maggio, da qualche parte dell’universo sorriderà orgogliosa di questo ritardatario “figlio d’arte”. Prima di andarsene ha ascoltato tante di quelle volte i miei “racconti sovversivi” che conosce il testo meglio di me e sarebbe certamente affettuosa con i suoi giovani e valenti colleghi attori.
Il 27, lontano dai circuiti ufficiali e da gente come il nostro antifascistissimo presidente della Repubblica, andrà in scena la stupenda e terribile storia della famiglia Grossi e di una radio antifascista che, da Barcellona in fiamme sotto le bombe di Mussolini e Hitler, difese con le armi e con la controinformazione la dignità e la libertà di due popoli, quello spagnolo e quello italiano. Un esempio di antifascismo che pagò prezzi terribili a grandi ideali e nulla chiese in cambio, né retorica, né commemorazioni ufficiali in cui molto spesso incontri vecchi e nuovi fascisti. Carmine Cesare Grossi, la moglie Maria Olandese e il figlio Renato, combattente a Teruel, sono ormai morti, Aurelio, anch’egli giovanissimo combattente nella neve insanguinata di Teruel e la sorella Ada, la “voce” di “Radio Liberà”, vivono a Napoli, ultranovantenni, soli e dimenticati da una classe dirigente inetta e ingrata. L’antifascista Napolitano, non sa nemmeno che esistono. Senza di loro, però, la Repubblica di cui è Presidente non esisterebbe.

Agli amici veri, agli antifascisti che non sperano nulla da D’Alema e soci e non darebbero mai la mano a chi ha deciso di stravolgere la Costituzione, si offre l’occasione per una serata di teatro e storia, fuori dal giro delle cerimonie ufficiali. Gli attori, la direzione artistica e chi scrive vi aspettano il 27 settembre alle ore 21.30 presso Spazio ZTL – Zurzolo Teatro Live.

RADIO LIBERTÀ
drammaturgia di Alfredo Giraldi con la collaborazione e l’aiuto di Giuseppe Aragno
con Alfredo Giraldi, Luana Martucci
aiuto regia Pasquale Napolitano
regia Luana Martucci

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images«All’azienda scuola sono stati sottratti 10 miliardi di euro e non si sa più come evitare il fallimento? Per favore, calma e ricordiamoci che la miglior difesa e l’attacco». Parlano chiaro tra loro il Presidente del Consiglio e il ministro dell’Istruzione, perché in fondo sanno di non correre rischi. Il mondo dell’informazione, quello che conta soprattutto e ha grande influenza sull’opinione pubblica, è tutto dalla loro parte e questo ha un peso decisivo. Se la stampa non fosse legata al carro dei padroni del vapore, il governo sarebbe al capolinea; aveva esordito promettendo dimissioni se non avesse lavorato per salvare dal fallimento il sistema formativo e oggi sarebbe facile metterlo alle corde: la scuola e l’università mancano persino di ossigeno in sala rianimazione e lo sfascio è evidente. Al governo però – orribile a dirsi! – ci sono assieme Berlusconi col suo impero mediatico e il PD, che con De Benedetti non ha certo difficoltà nella manipolazione delle coscienze. Passata parola, perciò, in un battibaleno la linea è tracciata e da sera a mattino si scatena un inferno. Anzitutto riflettori accesi sui 400 milioni stanziati dal governo per la Ricerca e la Scuola. Pensate che sia solo un’elemosina e vi sembra acqua che non toglie sete? Avete certamente ragione, ma il fuoco di fila di giornali e televisioni copre lo scandalo, convince i dubbiosi, zittisce i critici e capovolge i fatti. Non c’è giornale o televisione che non esulti, non venda patacche,  non trasformi la miseria in ricchezza, non parli di inversione di tendenza. L’azienda è sempre più vicina al fallimento, ma non c’è mezzobusto che non registri la scelta illuminata d’una classe dirigente che ha finalmente messo al primo punto della sua agenda il pianeta formazione.
E’ vero, sì, il 70 % degli undicimila vincitori di un imbroglio chiamato concorso rimarrà a casa, ma niente paura: è pronto un piano triennale di assunzioni che porterà a scuola 69.000 nuovi docenti… E poiché c’è ancora una pattuglia di insegnanti che non ama il quieto vivere, tenta di dar battaglia, e fa notare che è ora di piantarla con le promesse, ecco la stampa passare all’attacco: «Se non si inquadrano gli insegnati» – titola il giornalismo indipendente – «è inutile che il governo punti sulla formula magica Scuola–futuro». Il fuoco di fila è micidiale: «Per chi non lo sapesse» – cantano in coro le televisioni – «gli alunni sono somari perché i docenti non conoscono il loro mestiere!». E’ un coro da tragedia greca, una criminalizzazione da Colonna Infame e in fondo qualche ragione ce l’hanno. Politici e stampa sono, di fatto, la prova vivente dei limiti del nostro sistema formativo. Se avesse funzionato, noi non avremmo giornalisti messi così male che, al paragone, persino Interlandi vincerebbe il premio Pulitzer e risulterebbe un modello d’indipendenza. In quanto ai politici, spesso praticamente analfabeti, c’è poco da lamentarsi: probabilmente Renzi e compagni sono usciti quasi tutti dalle nostre aule.
Il fatto è, però, che noi, asini matricolati, abbiamo frequentato le facoltà in cui insegnano e ci hanno insegnato a insegnare i docenti delle nostre università. Se dagli studenti si dovessero giudicare gli insegnanti, beh, non ci sarebbero dubbi: gli asini per eccellenza andrebbero cercati là. Invece per loro la regola non vale. Sono tutti bravi, anzi, sono tutti bravissimi, come Berlinguer, Profumo e Carrozza, docenti universitari e ministri dell’Istruzione.

Uscito su Fuoriregistro il 17 settembre 2013 e su Liberazione.it il 18 settembre 2013

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0125 09 sett 2013 Dorgali piazza caduti sul lavoroA Dorgali ci sono entrato ricordando di quando avevo vent’anni e in caserma mi aveva colpito un ragazzo moro dalla parlata per me incomprensibile; dormiva con una guardia armata di sentinella perché aveva rifiutato di assoggettarsi ai “nonni”; per un mese non c’era stata notte che non gli fosse piovuta addosso una valanga d’acqua. Ogni notte, anche quando il comandante aveva ordinato che al tramonto si chiudessero le chiavi e si arrestasse così il flusso ai rubinetti. Mille borracce riempite di giorno bastavano e avanzavano per un “gavettone” che giungeva puntuale, così come puntuale era il suo rifiuto di stare a un gioco che dettava regole umilianti.
Piazza Caduti sul Lavoro, linda e suggestiva, me la sono trovata di lato d’un tratto e mi sono fermato stupito a leggere le parole di Michele Piruddu scolpite sulla lapide che arricchisce il monumento realizzato da Antonio Fancello:

“L’immane sforzo, la bontà infinita / è giusto premio al sacrificio loro / oh, dorgalesi, caduti sul lavoro!/ Per voi “il teatro della vita” / a meditar, riflettere c’invita/ e al dovuto rispetto. Non sol l’alloro, / ma la prece costante per costoro / e una lacrima calda al cuor sfuggita. / Il tempo, la mano, la memoria / integro conservi com’è nei cuori / il ricordo di chi la vita diede / per il lavoro ed in sua mercede. / Oh Dorgali! Nel libro dei valori / rilega questa pagina di storia”.

GramsciEsiste un legame forte tra le rocce del Gennargentu e quel piccolo angolo di un mondo che non puoi fare a meno di amare. Forte e bello è quel monumento metallico che per una volta ricorda i morti d’una guerra che il potere non ama ricordare: la guerra che il capitale e i padroni fanno ai lavoratori, uccisi dallo sfruttamento. Una piazza così puoi solo ammirarla e, mentre ti fermi a guardare, ti tornano in mente il Gramsci dei murales che hai visto ad Orgosolo e le sue poche parole semplici e rivoluzionarie: “Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza”.
Ci sono sensazioni che non sai descrivere. La Barbagia devi vederla e lasciare che ti entri nel sangue a poco a poco.

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