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Posts Tagged ‘Galeazzo Ciano’

Balilla_adunata“Stanno sfasciando tutto”, scrive con enfasi sospetta Alessandro Barbano sul “Mattino” del primo dicembre. Gli studenti, prosegue, o, per dir meglio, “i teppisti”, rompono “telecamere […] rubano computer, lavagne luminose e proiettore […] sfogano il loro disprezzo spaccando cattedre e banchi, imbrattando muri […] come un’orda barbarica”. Dietro Carrozza e Letta, nel silenzio rassegnato dei docenti, spuntano ormai le voci della reazione e l’apologia della scuola degli anni Cinquanta, affidata a un vecchio e nostalgico lettore che ricorda una società fondata “su categorie univoche, come il merito, il dovere e la responsabilità.
In prima linea è “Il Mattino” che non smentisce se stesso. Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao, che lo fondarono, non furono modelli di giornalismo indipendente e illuminato. Ebbero Bracco e Nitti in redazione, ma il giornale si qualificò subito come avamposto dei ceti dominanti contro la “bestia elettiva”, la democrazia, che punta solo “sull’abbassamento sistematico delle superiorità legittime acquisite”. Di lì a poco, coinvolto pesantemente nell’Inchiesta Saredo sui rapporti politica-camorra, Scarfoglio scelse la via che non è più cambiata: soffiare sul fuoco della reazione. Le pagine sulla “bandiera rosso vino”, dei lavoratori in festa il Primo Maggio, quelle dedicate alla “teppaglia scioperante” nel giugno del 1914, quando la protesta contro il militarismo e la guerra incombente costa la vita a quattro operai, gli applausi per il capitano Aurelio Padovani, fanno parte della storia e mostrano un giornale in trincea, pronto a servire gli interessi dell’ala più arretrata e reazionaria dei ceti dominanti. Il sostegno alle peggiori avventure coloniali e la scelta di schierarsi apertamente contro il “cadavere putrefatto della democrazia”, non bastano a cancellare il guizzo neutralista per la “grande Guerra”; Mussolini non si fida e Paolo Scarfoglio è messo da parte. Paradossalmente, però, nel 1950, quando il giornale torna nelle edicole, alla direzione è chiamato Giovanni Ansaldo, consigliere di Galeazzo Ciano e voce nota della radio fascista, passato dalla leggi razziali e la mistica  fascista alla repubblica democratica.
Si può capire un lettore ultrasettantenne che rimpiange la scuola degli anni Cinquanta – giunti alla fine del percorso, il passato pare spesso meraviglioso – è inaccettabile che un giornalista faccia di questa debolezza lo strumento di misura di un processo storico durato oltre mezzo secolo. Volete capire chi sono i ragazzi che occupano le scuole? – chiede ai lettori Barbano. Bene, fatevi dire da uno studente del dopoguerra cos’era l’ ”Alessandro Volta” negli anni Cinquanta e andateci ora. Scoprirete che in pochi giorni di occupazione uno sparuto gruppo di studenti ha smantellato non solo la scuola, ma l’Istituzione, il Sistema Formativo e  – perché no? – è diventato la causa vera del disastro del Paese. Per capire cinquant’anni di storia della scuola, insomma, al “Mattino” non  occorre altro: basta una visita al “Volta”! Perché stupirsi? Teppisti erano nel 1914 gli operai in lotta per la pace, teppisti sono a maggior ragione gli studenti oggi, con mezzo secolo d’esperienza accumulata e la malizia tipica della gioventù.
Sarà che talora si fanno brutti sogni, sarà che del passato ognuno ricorda ciò che gli conviene, ma c’è chi si rammenta di un “Alessandro Volta” che, dopo il terremoto dell’Ottanta, condivise per anni i locali con una scuola media inferiore e vede ancora, come improvvisi flash, la porta carraio senza custodi, ormai intimoriti dai camorristi, in quella terra di nessuno che i napoletani chiamano “Siberia”, lo spaccio di droga all’ordine del giorno e la montagna di fonogrammi che chiedeva l’intervento delle forze dell’ordine. Incubi che il “Mattino” si guarda bene dal raccontare.
In quanto alla scuola degli anni Cinquanta, qualcuno dovrebbe spiegare agli esperti del giornale che già fin dal 1943, nell’Italia “liberata”, una commissione americana guidata da Washbume, allievo di Dewey, provò a rivedere gli osceni programmi scolastici fascisti. Partì dalle elementari e pensò a una scuola aperta, che rifiutava il primato della religione cattolica. Una scuola pluriconfessionale, che non fu possibile realizzare per l’opposizione dei cattolici. Tutto si fermò a metà del guado, con idee avanzate paralizzate dai clerico-fascisti. E’ vero, la Costituzione si schierò per l’istruzione pubblica, gratuita e obbligatoria, ma non poté modificare il sistema scolastico fascista: cinque anni di elementari, poi esame di ammissione costoso e selettivo per accedere alla “scuola media” col latino, chiave di accesso alla media superiore; per le classi subalterne, invece, che il latino e l’esame non potevano permetterselo, c’era la “scuola di avviamento professionale” senza latino e senza prosecuzione degli studi; una scuola che riduceva l’obbligo scolastico all’addestramento della manodopera di bassa specializzazione, senza possibilità di accesso a ruoli decisionali. Anche l’iscrizione agli Istituti tecnici, infatti, prevedeva esami molto selettivi di italiano e latino.
Poiché si andò avanti così fino al 1965, non è difficile capire quale scuola rimpianga il “Mattino”: quella fatta a misura delle classi dirigenti, che non aveva sezioni miste maschili e femminili e non prevedeva la “scuola materna” statale? La scuola fascista, insomma, faticosamente cancellata negli anni Sessanta dalla media unificata e dai decreti delegati. Se le cose stanno così, perché tirare in ballo la nostalgia di un ultrasettantenne? Molto più onesto sarebbe dichiararlo: vogliamo la scuola che serve ai padroni. Nessuno si scandalizzerebbe, stia tranquillo Barbano. Il “Mattino” è sempre stato coi padroni. I peggiori di tutti: i reazionari.

Uscito il 3 dicembre 2013 su “Fuoriregistro” col titolo Scuola. Le voci della reazione e su “Liberazione” col titolo Dietro Carrozza spuntano le voci della reazione;  il 4 dicembre 2013 su “Report on Line” col titolo Il Mattino di Napoli e a scuola dei padroni. Voci della reazione.

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Perbenino nel vestito a la page, elegante addirittura, se il verde nel taschino non guastasse la festa, il padano Cota “studia a memoria” e si spegne, ripetendo acriticamente concetti che hanno radici nella notte dei tempi, in un italiano che ancora attende un buon “risciacquo in Arno Il mondo di Cota, fiumi compresi, parte da Pian del Re e si ferma alla foce del Po. L’Arno è in terre sconosciute. Il razzismo è molto più vecchio di Cota e, per non andar lontano, basta ricordare il recente fascismo: Giacomo Acerbo, Giuseppe Bottai, Guido Buffarini Guidi, Galeazzo Ciano, Julius Evola, Giovanni Gentile, Paolo Orano, Giovanni Preziosi, Nicola Pende e Benito Mussolini. Sarebbero tutti d’accordo con l’avvocato Gelmini che, in un nota inviata alle scuole, ha comandato: per il prossimo anno scolastico le prime classi di elementari, medie e superiori avranno un tetto del 30% per gli alunni stranieri, che potrà essere innalzato o ridotto a seconda di come i ragazzi parlano già l’italiano. Cota non sa che un bambino impara in un mese quello che un leghista adulto non apprenderà mai più e non ha dubbi: “Il Ministro Gelmini ha sostanzialmente tradotto in pratica una delle due disposizioni contenute nella nostra mozione approvata alla Camera“. E quando dice nostra si riferisce alla “Lega Nord“, il partito dei filosofi del “ce l’ho duro“.
Tutto si tiene, quindi, e il principio da cui parte la Gelmini si integra alla perfezione con la crociata del cattolicissimo Roberto Maroni per l’approvazione del “reato di clandestinità” e la reclusione coatta degli immigrati in campo di concentramento. ”Se in una classe c’è una percentuale troppo alta di stranieri – spiega Cota – l’integrazione non si può realizzare, si crea il ghetto, con la conseguenza che i nostri alunni non riescono ad apprendere e così anche gli alunni stranieri, ne sanno qualcosa gli studenti e le famiglie di alcune città dove la situazione nelle classi si è fatta difficilissima”. A sentir Cota, Gelmini e Maroni, quindi, la disperazione della nostra scuola non nasce dai tagli dissennati del governo, ma dai figli degli immigrati seduti a scuola con quelli italiani. Un ghetto, perciò, non è più un luogo in cui una maggioranza barbara e incivile chiude le minoranze, ma, con ardita innovazione leghista, diventa precisamente il contrario: “dicesi ghetto la classe d’una scuola in cui una minoranza straniera convive civilmente con una maggioranza indigena“.
La “scuola italiana – afferma l’avvocato Gelmini – deve mantenere con orgoglio le proprie tradizioni storiche e insegnare la cultura del nostro Paese” e non sono concetti originali. In Germania, anni fa, c’è stato chi ha chiesto “uno Stato che riconosca sua mansione suprema la conservazione […] delle caratteristiche migliori, rimaste incontaminate, della nostra nazione” e ha sostenuto che “non si impara la storia solo per conoscere gli avvenimenti, ma per trarne insegnamento per il futuro e la conservazione del popolo” [1]. Si chiamava Adolfo Hitler e, per salvaguardare la cultura e la morale tedesca, chiuse nei suoi campi di concentramento testimoni di Geova, Rom, omosessuali e internazionalisti. Se a questo siamo, occorre far presto. I fatti di Rosarno sono un campanello d’allarme: le razze inferiori, potrebbero ribellarsi.

1] Adolf Hitler, Mein Kampf, La Lucciola Editrice, Albairate, pp. 24 e 45.

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Quando ci misi piede – nel 1960 se ricordo bene – il “Vincenzo Cuoco” era il primo ed unico liceo scientifico di Napoli.
Achille Lauro, giovane industriale nelle corporazioni fasciste, amico di Ciano, finto “lupo di mare”, che aveva fatto fortuna assicurandosi i favori del regime e il monopolio dei traffici con le colonie, tirato fuori da un campo di prigionia e rimesso in circolo dagli alleati, era il campione della città delle “Quattro Giornate”, quella che aveva messo in fuga i nazisti e poi, stremata dalla fame e accecata dall’ignoranza, s’era ridotta a vendere i suoi voti ai pacchi di pasta ed alle mille lire del “comandante”.
Mio padre, con sottili distinguo tra monarchici e fascisti, l’aveva votato gratis il vecchio volpone e si adirò, ne fece un dramma, quando la DC di Fanfani gli cominciò a scavare la fossa sotto i piedi. Fanfani, uomo di chiesa e di potere che a Napoli diede alla DC la veste dell’arroganza. Bastava avere l’occhio sveglio e lo capivi: eravamo una colonia. La legge nei vicoli cedeva il passo al potere e il potere si apriva alla camorra; fuori dei vicoli i colossi del nord dettavano le regole. Dove non c’era miseria, c’era subordinazione e dove mancavano l’una a l’altra c’era la corruzione. Le medaglie d’oro alla Resistenza finivano intanto nella pattumiera: a Napoli, in tribunale, novantasette marittimi in lotta per il lavoro comparivano in manette davanti ai giudici accusati di adunata sediziosa; il fascismo tornava a mostrarsi alla luce del sole e il Movimento Sociale, il partito di un vecchio arnese di Salò, Giorgio Almirante, otteneva di tenere a Genova il congresso delle vecchie glorie fasciste. Certo, il congresso non si tenne e la CGIL mandò a casa Tambroni che l’aveva consentito; certo, con la sua acuta sensibilità Eduardo De Filippo – il mito che mia madre aveva un giorno incrociato senza cogliere al volo la fortuna che la baciava – s’era oscurato nel viso e contro Tambroni aveva dettato il suo manifesto: “in Italia riappare il volto orrido del fascismo”. Ma gli anarchici che anni dopo avrei studiato in archivio, usciti dalle galere e dalle isole popolate dal duce, rimanevano sorvegliati dalla polizia della repubblica – quella dei Fasci che aveva cambiato padrone – e i rapporti si accumulavano nei fascicoli personali dei “politici”, eredità di Crispi, Giolitti, Salandra e compagni, consegnata agli squadristi diventati uomini di governo e – lo avrei scoperto con raccapriccio in un futuro che non sospettavo ed è ormai il mio tempo passato, ma non so se passato sia del tutto – aggiornati e arricchiti dai magistrati della repubblica nata dalla Resistenza. La repubblica che anche gli anarchici, come ogni altra specie di “sovversivi” avevano contribuito a far nascere regalandole il proprio sangue in Spagna ed in Italia. Gli anarchici ingiuriati da guitti momentaneamente usciti dalla divisa, che hanno sfilato a Firenze per un mondo migliore e per questione d’onore.
Quali fascicoli esistono oggi ed in quale nuovo e vergognoso “Casellario Politico Centrale” sono custoditi?
Eduardo non può saperlo, ma l’erede di Almirante è oggi al governo d’un paese senza memoria. Sembra un secolo, ma è storia di ieri. Ora i repubblichini sono più o meno eroi, di partigiani meglio non parlare e la repubblica presidenziale predicata dai reduci di Salò è un cavallo di battaglia della sinistra.
Portai al “Vincenzo Cuoco” la mia intollerabile storia di nipote d’un antifascista, figlio di un ex contrabbandiere, di fede laurina, tornato in salumeria dopo gli anni della borsa nera: uno che aveva in testa un’idea confusa di società, ma si sentiva sempre più soffocare nei panni da chierico che gli imponeva la parrocchia, non sopportava la disciplina familiare in una casa in cui la famiglia era allo sbando ed il padre picchiava la madre, che piangeva, chiedeva vendetta in silenzio e si chiudeva in un mondo popolato da spettri che mettevano paura.
Entrava al liceo un tranquillo ribelle che non sapeva di fascismo e comunismo, ma si preparava alla rivoluzione e non ne aveva coscienza. Varcava il regno della matematica affascinato da Renato Caccioppoli, il genio suicida, che portava l’analisi nella testa e la morte nel cuore.
Il più noto professore di matematica del liceo “Cuoco” aveva insegnato nell’università fascista. Epurato, s’era riciclato non so come e si contentava degli studenti liceali. Riemerso dal buio del passato, senza camicia nera e senza orbace, rimaneva fascista. Gli Achille Lauro nella mia città delle “Quattro Giornate” erano in tanti. Migliaia e nei posti di comando.
Chi li aveva cacciati nelle fogne moriva di fame e vendeva i suoi voti.
Sulla mia strada di studente sottoproletario con animo proletario, sul sogno di mia madre d’un figlio recuperato alla buona borghesia da cui la storia lo aveva strappato, il fascista – le dita perennemente nel naso, gli eterni e inconcludenti accenni a filosofie individuali e l’improperio frequente, astioso e premonitore contro i topi della sinistra – si parò come un’ombra tragica al terzo anno. La mia vita di studente anomalo si fece subito stentata e fu presto stroncata. Fu dapprima fastidio fisico: era sporco fuori com’era sozzo dentro. Così mi pareva e se mi fissavo non ero uno che si defilava. Avevo cercato Caccioppoli, trovai una macchia di grasso vestita da professore, un doppiopetto grigio su di una cravatta arrotolata attorno ad una camicia mai bianca. Uno sguardo bonario che sapeva farsi tagliente e maligno e puntava ad intimorire. Non era importante aver paura. Importante era mostrare di averne.
Non fui mai tra quelli che abbassarono lo sguardo.
Illusioni, comunque, non ci fu tempo di coltivarne. Al primo compito in classe d’italiano apparve, incomprensibile e senza alcun commento, un punto interrogativo che fu il biglietto da visita che il liceo mi consegnò nei primi mesi del tumultuoso autunno nel quale un’intera generazione di ingegneri, matematici e chimici in formazione mi accolse con la diffidenza e la spocchia di figli dei professionisti e dei commercianti arricchiti che sentono a naso l’odore straniero di un intruso.
Punto interrogativo – come capii all’istante – era marchio d’infamia, previsto dai codici orali della tradizione, valutazione inespressa – o se si vuole – non valutazione del mio tema, occhiolino furbo ed ammiccante ritratto da un’invisibile camera oscura sul viso bufalino del professore e stampato sul foglio stupito. Chiesi lumi. Correttamente. Mi spiegò, traducendo, non più complice e furbo, ma severo, perplesso ed accigliato con me che “già sapevo”: non si valuta un tema copiato.
Suscitò, col mio rossore repentino e incontrollabile, la risata collettiva e bruciante dei futuri scienziati.
Divento rosso quando m’imbarazzo e bianco come un cencio quando m’adiro – e odio quel pallore che si presta all’ironia tagliente e alla spiegazione mortificante: il volto di chi ha paura.
Ma paura non era.
Mentre dentro sentivo un improvviso vuoto e il cuore mi balzava in gola, smentire, replicare subito a quello che mi sembrò un’offesa gratuita e premeditata, un’intollerabile manifestazione di feroce autoritarsmo, fu, a livello di percezione conscia, la molla che fece scattare la reazione. Imparai più tardi che ben altro scatta dal profondo se dentro sento un vuoto, il cuore balza in gola e attraverso ignoti percorsi mi ritrovo in un palazzo scuro, oltre l’orbita nera dell’arco del teatro romano, a via Anticaglia. E’ notte d’un tratto, fa freddo e mia madre mi tira per un braccio.
Fui tagliente.
Non firmo mai quello che scrive un altro. Certe cose le pensa solo uno che le ha fatte.
Il pallore sbiancò stavolta il viso bufalino. Anonimo persino nell’ira furibonda che lo invase, mi mise alla porta: vada fuori.
Senza nemmeno un punto eclamativo. Sibilando.
Uscii piano tra le file di banchi, vincitore morale – mi sembrò – sugli attoniti scienziati, che da quel giorno in effetti evitarono lo scontro.
Sostituito il punto interrogativo con voti parsimoniosi, il professore d’italiano seppe chiudere la partita senza ritorsioni e, conquistato dal cognome e dalla storia che lo accompagnava, si riscattò ampiamente leggendo in classe un mio tema premiato con un otto illustrato dalla nobiltà della chiosa: “per la prosa scorrevole e corretta e la notevole autonomia di giudizio“.
Allora non potevo immaginarlo, ma presto quell’attitudine a pensare con la mia testa, resa ancora più “sovversiva” dall’ostinato malcostume di dire quello che pensavo, avrebbe condizionato il futuro che ormai è passato ed ancora condiziona quello che non ho vissuto.
In quanto agli scienziati, i rischi di selezione feroce insiti nel DNA del terribile “primo anno al Cuoco” infransero alcune barriere. Il professore d’italiano decise d’ignorare la mia mano presente in una buona metà dei compiti d’italiano, io rifiutai sdegnosamente ogni ricompensa economica e firmai il mio primo accordo sindacale ottenendo un’adeguata assistenza nelle prove di francese, che un’anziana docente incipriata valutava con criteri strettamente algebrici, sottraendo al voto massimo – il mitico dieci – un punto ad errore – ogni tipo di errore – e conducendoci alla fossa delle Marianne dei numeri negativi, che, in una prova dalle caratteristiche particolarmente tempestose, inchiodò i più pigri tra gli scienziati ad un meno venti che finì nella storia del liceo col nome convenzionale di “gelata d’inverno”.
I due anni che mi separavano dallo scontro col fascista passarono senza lasciare alcun segno. Mio padre, fatalmente perdente nello scontro personale fatto di concetti e ragionamenti complessi, si chiudeva sempre più in uno stanco mondo maschile, fatto di soldi portati a casa, responsabilità evitate, amori extraconiugali senza futuro e ritmi padronali imposti in casa col terrore della forza fisica. Della mia vita di studente conobbe a stento i risultati finali e l’eco di elogi portati in famiglia con enfasi eccessiva da mia madre che aveva imparato vita e miracoli dei miei professori e seguiva con orgoglio insensato i miei lenti progressi, annotando mentalmente ogni particolare, amando chi amavo, disprezzando chi disprezzavo e recitando con impareggiabile perizia formale il ruolo marginale che il liceo di quei tempi assegnava ai genitori. Di due anni ricordo sì e no particolari marginali. Una ragazza bionda e sottile come un giunco che mi condusse all’amore con due sguardi e mi tenne con sé solo per un pomeriggio, e solo per dirmi che voleva un altro e mi aveva accalappiato per ingelosirlo. Lo scontro fisico con tre fascistelli del fronte della gioventù, che volevano imporre alla pattuglia di scienziati in erba una manifestazione nazionalista, e si ritirarono malconci messi in fuga da un gruppo di comunisti tra i quali fui arruolato seduta stante senza batter ciglio, come manovalanza operaia e forza di riserva, che non fu necessario usare.
Feci così le prime prove nella sezione Bertoli, a via Cirillo – quattro passi dal liceo – dove imparai ad usare il ciclostile, intonai per la prima volta canti partigiani e misi insieme con promettente incisività due o tre volantini sui primi, prudenti tentativi di conquistare il riconoscimento per un “rappresentante” di classe, che facesse da portavoce presso i professori. A raccontarlo non si crederebbe, ma i ragazzi che cinque, sei anni dopo avrebbero scosso il paese dalle fondamenta, cominciarono a chiedere un po’ d’ossigeno con grande cortesia. Eppure il respiro era già molto pesante e un’asma angosciante assaliva un po’ tutti – gli scienziati borghesi e il proletario – quando si parlava della vita che facevamo e di quella che sognavamo. Nulla ancora di definito. Ma la sensazione che un altro mondo fosse possibile era palpabile.
Giunsi alla promozione in terza, sperperando tra gennaio e giugno il patrimonio di crediti acquisiti in un anno e mezzo di contestazione ferma, ma prudente, tutta sorrisi ironici e punture di spillo, concetti accennati e parole non dette. La faccenda dei giovani comunisti divenne ben presto di pubblico domino. Provocò una circolare del preside, che ricorse invano ai toni della minaccia, una gelida paternale di alcuni insegnati che non ammisero repliche, poi “note in condotta” seguite da visite sempre più frequenti alla lussuosa presidenza, e infine un crescendo: avvisi a casa, sventati bellamente da una serie di firme superbamente falsificate, la fatale e dura sospensione dalle lezioni seguita dal rituale ritorno con accompagnamento, esplicitamente inteso come conditio sine qua non della riammissione. Mi arrovellai e infine posi il vecchio segretario della sezione comunista di fronte ad una pressante ed eterodossa richiesta di “solidarietà politica” tra studenti ed operai, che il buon uomo accolse col senso del dovere che tutti gli riconoscevamo, spacciandosi per mio padre e dimostrando di aver appreso con profitto esemplare il senso profondo di quella che fu poi definita la doppiezza togliattiana, scendendo a compromessi “tipici del peggiore gradualismo” col professore fascista che si trovò in presidenza nel giorno della farsa. Un successo strategico e tattico che qrischiò di essermi fatale.
Rimesso a nuovo dalla riuscita del trucco, presto mi lasciai andare. Sorge talvolta dal di dentro e non lo freni un vero e proprio abbandono alla follia contro il quale null’altro puoi se non sperare nella buona sorte.
In due consecutivi lampi di autentica rivolta, scrissi in quei mesi pagine esaltanti di vita studentesca, e non finii fuori da ogni scuola pubblica perché la natura degli uomini è molto più complessa di quanto possa apparire a prima vista.
L’inimicizia irrimediabile che l’insegnante di francese produceva negli studenti con la sua periodica “gelata d’inverno” non era nulla a confronto con lo stato di aperta belligeranza che caratterizzava da tempo i suoi rapporti con i colleghi e d il preside. Prossima alla pensione, avvolta in una perenne nuvola di cipria che si posava ovunque, persino sul suo incomprensibile linguaggio perennemente sospeso tra musicalità francesi ed asprezza nostrana, irritante, fuori dal tempo e sorda ad ogni istanza metodologica e didattica, gelida dentro quanto eccessivamente colorata fuori, non salutava e non rispondeva al saluto di colleghi e genitori, era assente anche quand’era presente e costituiva sul piano formale e sostanziale una delle maggiori anomalie presenti nel liceo.
Un giorno che spiegava e a se stessa – com’era solita fare – in una lingua che intuivamo francese, senza comprendere nemmeno articoli e congiunzioni un’insipida pagina di Racine, m’accorsi, Dio sa come, d’un misterioso oscillare della sua vaporosa ed inspiegabilmente bionda capigliatura. Un oscillare anomalo, che anticipava o seguiva i movimenti civettuoli della testa senza seguirne né il ritmo né i tempi.
– Una parrucca!
La verità mi esplose nella testa senz’appello.
La confidai ad uno scienziato amico e confermò. Feci tutto da solo: chiesi solo chiasso a sufficienza al segnale convenuto. Un amo da pesca ed un filo di nailon, legato alla sedia, una richiesta di spiegazione avanzata col libro che costrinse l’infelice a chinare la testa, l’amo lasciato cadere tra i capelli e il segnale. La classe in subbuglio crescente e la semifrancese balzò dalla sedia per urlare – come di consueto – il suo gallico sdegno.
Rimase a metà tra le sedia e la posizione completamente eretta, mentre la parrucca agganciata all’amo scivolava rapida indietro, lasciando scoperto il cranio lucido e calvo. Si portò le mani alla testa, emise grida disumane e si accasciò sulla sedia che sembrava in deliquio.
Dopo una risata spietata la classe provò una sincera compassione e tacque.
Un bidello fece capolino quando la miserabile aveva recuperato la dignità del cuoio capelluto – la parrucca per buona sorte s’era liberata da sola – e già indagava minacciando la decimazione. A meno che non venisse fuori il colpevole.
Avevo visto la parrucca volare, e la testa di sotto apparire lucida come cera da una posizione nuova. Come se a vedere fosse un altro e non io. Mai, nemmeno per un attimo, avevo pensato di essere in pericolo. Ora era chiaro. Mi denunciai con la lealtà che la situazione richiedeva e con la coscienza chiara che altro da fare non c’era. O un bel gesto e la denuncia di uno scienziato terrorizzato.
In presidenza l’insegnante urlò come una gallina. Il preside l’ascoltò con indifferenza compiaciuta, le fece sadicamente ripetere più volte il racconto della sua vergogna, e talvolta non tentò nemmeno di celare un sorriso, quindi annunziò decisioni collegiali da prendere. Le più adeguate. Le più spietate. Volle infine rimanere solo con me per capire meglio e valutare la profondità reale della mia abiezione e salutò la rincuorata insegnante improvvisando uno sguardo da Torquemada che tenne fisso su di me sino a che la porta non si chiuse e la vecchia sparì. M’ero rassegnato alla mia fine e mi sentivo un verme pensando a mia madre, quando cominciò a ridere gioviale e complice senza ritegno e lo sentii chiedermi di raccontargli di nuovo la faccenda. Più andavo avanti, cercando parole accorte, più rideva. Mi disse addirittura bravo.
La punizione collegiale terribile non venne, la storia fece il giro della scuola e l’anno seguente la professoressa non si vide né mai sapemmo se si fosse trasferita o avesse optato per la pensione.
Scontai tanta insperata fortuna a maggio, quando, preso da un’indomabile attrazione per la minigonna dell’unica compagna di classe che ci fosse capitata in sorte, decisi di scriverle un’originale dichiarazione d’amore, che misi assieme dopo una breve riflessione sulle mie conoscenze linguistiche. Scartato per necessità di cose il francese, trovata banale una soluzione in madrelingua, esitai tra napoletano e latino, e scelsi infine un’appassionante commistione. Ne venne fuori in quattro e quattr’otto una poesiola che mi piacque molto:

Patricia pulchra est,
sed sine vest, pulcherrim’est
et nemo dubitat,
quin qui Patricia amat
cornuà cornicia portat.

Soddisfatto, passai il foglietto ad uno degli scienziati conquistati alla causa proletaria e ne persi il controllo. Fece il giro della classe, la mise in agitazione, passando tra le mani della musa, Patrizia, che si mostrò particolarmente compiaciuta e approdò tra le mani del professore di latino, che lesse e rilesse pensoso, individuò subito il colpevole e senza pensarci due volte, mi assegnò un otto in latino e m’invitò a tornare a scuola sette giorni dopo. Accompagnato naturalmente da mio padre.
L’anno si chiuse così con un rinnovato gesto di solidarietà comunista tra operai e studenti ed il mio impagabile allievo di Togliatti, ricomparve a scuola nelle vesti impeccabile di un genitore borghese e severo. Così severo e borghese, che quando il professore di latino gli tradusse all’impronta il significato di ciò che avevo scritto, non esitò a prendermi sinceramente a schiaffi.
Per insegnarmi la “morale socialista“, mi spiegò in via riservata alcuni giorni dopo.

Uscito su “Fuoriregistro” il 16 novembre 2002

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