Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Giovanni Amendola’

fea7099bae38c3cac08782290f9c9af2_L«(ANSA) – NAPOLI, 30 OTT – Il Tar, sul ricorso presentato da Luigi de Magistris, ha deciso di inviare gli atti alla Consulta per non manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale degli articoli 10 e 11 del decreto legislativo 235 e ha sospeso l’efficacia del provvedimento fino alla Camera di Consiglio successiva alla decisione della Consulta.La prima sezione del Tar della Campania, presidente Cesare Mastrocola, era stata sollecitata ad esprimersi sul ricorso presentato da Luigi de Magistris contro il provvedimento del prefetto di Napoli che lo scorso primo ottobre lo aveva sospeso dalla carica di sindaco del capoluogo partenopeo in base alla Legge Severino».

Ero certo che sarebbe andata così, ma l’emozione è fortissima ugualmente. Proprio oggi, dopo le manganellate di ieri agli operai di Terni e quelle di stamattina a Napoli, questa sentenza assume un valore simbolico altissimo. Contro l’attacco ai diritti si può formare uno schieramento ampio e Napoli può diventare un laboratorio alternativo a quello di Renzi e dei suoi camerati. Attorno a De Magistris è possibile raccogliere un fronte di lotta che si schieri nella trincea dei diritti e affronti il tema centrale della crisi: quello della democrazia, per il quale evidentemente  passa la questione del lavoro. L’arroganza preoccupante e pericolosa di questa classe dirigente ha superato ogni limite. Valgano per tutti l’esempio di Grasso, Presidente del Senato ed ex magistrato, che si affrettò per primo a domandare le dimissione del sindaco e quello della “senatrice nominata” Angelica Saggese, che, senza ritegno, giunse a chiederne addirittura il “confino politico“. Nel conformismo imperante, nessuno chiede ora le sacrosante dimissioni di Grasso né, sua sponte, la Saggese decide di cambiare mestiere. Attaccare i diritti e sfidare la popolazione sul terreno della democrazia proprio a Napoli, capitale dell’antifascismo e medaglia d’oro per le sue memorabili Quattro Giornate, è tuttavia un suicidio politico che solo la pochezza del pupo fiorentino poteva causare. Ambienti bene informati riferiscono che Renzi, dopo avere programmato per il 7 novembre una visita a Napoli, nel quartiere di Bagnoli, epicentro del terremoto che ha prodotto il dissennato attacco al sindaco della città, ora non se la senta di venirci e stia brigando per mandare al suo posto il riottoso Delrio con la scusa di una riunione dell’ANCI. Consapevole della Waterloo, sa che il suo PD gli somiglia maledettamente. Inesistente per spessore politico e rappresentato da gente come Bassolino, è più impresentabile degli uomini di Aurelio Padovani. La città lo attende al varco per presentargli il conto. La sospensione, come era prevedibile, si è rivelata un vero e proprio regalo per Luigi De Magistris. Più che mai ora la città si stringe attorno al sindaco che ha eletto e si interroga sulla legittimità democratica di Renzi e del suo governo. Più che mai sente che val la pena di andare avanti nella battaglia. Mentre in piazza, ormai, ovunque il governo scatena le forze dell’ordine contro chi protesta e aggredisce i lavoratori, è sempre più chiaro: si lotta soprattutto per i diritti e la democrazia. In questo clima politico di regime che si consolida, con un Presidente della Repubblica eletto due volte e un Parlamento di “nominati” accampati alle Camere grazie a una legge dichiarata incostituzionale dalla Consulta, De Magistris e i napoletani, anche quelli che non l’hanno votato ma si ribellano all’idea che gli elettori non contino più nulla, possono diventare un baluardo e un esempio; un modello nuovo che, nella città di Giovanni Amendola, accende luci impensate nel buio che avvolge il Paese.

Uscito su Fuoriregistro il 30 ottobre 2014 e su Agoravox il 31 ottobre 2014

Annunci

Read Full Post »

Ho letto con attenzione, ma anche con crescente disappunto, il ricco elenco di iniziative e ho sperato fino alla fine di trovarci ciò che era naturale ci fosse; conclusa la lettura, ho dovuto trarne, invece, una inevitabile e triste conclusione: dopo settant’anni, il grande assente è l’antifascismo. C’è di tutto nel programma: una giornata che ha per protagonisti i carabinieri, una iniziativa che riguarda la cultura ebraica e una sui luoghi dell’insurrezione; ci sono Napoli, la Campania, il Mediterraneo, il vento del Sud, i combattenti inquadrati nell’esercito. L’antifascismo no. L’antifascismo non c’è. Si direbbe quasi che si sia evitato con cura ogni cenno a quei combattenti – e a quella città – che non lottarono solo contro i nazisti, ma sorsero in armi anche contro i fascisti. Quei combattenti, intendo dire, che avevano alle spalle un lungo passato di antifascismo militante e si battevano in nome di ideali politici. Non si trattò di casi sporadici o di figure di secondo piano, come comunemente si crede, ma di protagonisti di primo piano, che diedero all’insurrezione il suo volto politico e la inserirono a pieno titolo nella storia della Resistenza.
Mi riferisco, per fare dei nomi, ai fratelli Murolo che animarono la rivolta a Poggioreale e al Vasto: Ezio, confinato politico, giornalista del “Mondo” e molto vicino a Giovanni Amendola, e Tito, di formazione anarchica. Penso a Edoardo Pansini, antifascista diffidato, simpatizzante degli azionisti e protagonista della lotta al Vomero assieme al comunista Antonino Tarsia in Curia. Penso al giovane Adolfo, suo figlio, che prima di cadere armi in pugno aveva conosciuto la galera fascista. Mi riferisco a Federico Zvab, confinato politico che portò sulle barricate la tragedia istriana e una lunga esperienza di lotta armata al fascismo, maturata nei fatti di “Vienna la rossa” e nella guerra di Spagna. Penso alla nutrita pattuglia di comunisti – Ennio Villone, i confinati Eduardo Corona, Giuseppe Cafasso, Ciro Picardi ed Eugenio Mancini, per ricordarne alcuni – e mi tornano in mente il fuoruscito Luigi Maresca, radicale e seguace di Nitti, Antonio Ottaviano, che aveva affrontato il Tribunale Speciale e arricchito l’insurrezione dei suoi precoci ideali europeisti, il sindacalista Federico Mutarelli, attivo dai tempi di Bordiga, i socialisti schedati Rocco D’Ambra e Giuseppe Benvenuto, Ettore Ceccoli, che aveva agito nell’ombra per “Italia Libera”, conducendovi tra gli altri il giovanissimo Gaetano Arfè, e alcune belle figure di libertari, quali Ermidio Abbate, dirigente del sindacato ferrovieri, che aveva già tenuto testa alle squadre fasciste negli anni Venti, il giovane Malagoli e Alastor Imondi, il cui padre, Giuseppe, benché schedato, fu un riferimento sicuro per ogni militante in difficoltà nel ventennio. Potrei continuare ancora a lungo, ma mi pare che l’elenco basti a spiegare il mio sconcerto.
Non ce l’ho con gli uomini in divisa – il capitano medico Spoto era comunista e i tenenti Armando Dusatti e Aiello Santi furono antifascisti schedati e parteciparono tutti valorosamente alle Quattro Giornate – non dimentico, però, che autorità politiche, vertici militari e buona parte degli ufficiali superiori consegnarono la città ai tedeschi; lo fecero,  perché ritennero l’«ordine  costituito», quale che fosse, persino quello affidato ai nazisti, molto più rassicurante per gli interessi dei ceti abbienti che non il popolo in armi. E’ vero, ci sono stati carabinieri valorosi, ma sarebbe pericoloso dimenticare che già a metà ottobre, mentre si udiva ancora l’eco delle fucilate, furono proprio i carabinieri ad arrestare Edoardo Pansini, che proseguiva la lotta e stanava i vecchi gerarchi. Non si può fingere d’ignorare che di lì a poco, mentre si costruiva la nuova Italia, Guido Dorso non esitò a chiedere esplicitamente lo scioglimento dell’Arma dei carabinieri. Di tutto questo purtroppo non c’è cenno nel programma. La lettura che viene proposta diventa così tutta “sociale” e pare fatta apposta per mettere in ombra il significato politico dell’insurrezione.
Spiace dirlo, ma così si rischia di fare il gioco del revisionismo.

Read Full Post »

Se un 25 aprile di “liberazione” nasce malato di suggestioni autoritarie, forse non è un paradosso in una città che vive solo di luce riflessa, dimentica di se stessa e della sua storia, tra la spazzatura che si rassegna e il confronto elettorale che appassisce, si svuota e cede alla tentazione del plebiscito. Nella città di Amendola, il 25 aprile dovrebbero tornare alla mente Matteotti, Rosselli, Gramsci e Gobetti e invece mai come oggi si ricordano le ultime, amare riflessioni di Gaetano Arfè, napoletano e maestro di tante generazioni, che intuì la minaccia incombente e ci ammonì: “fortunato il paese che quando ha avuto bisogno di eroi li ha trovati, ha scritto Brecht. Io aggiungo: sciagurato il paese che non sa rimanerne degno.

“Scuola e Resistenza”, numero unico del “Comitato di Liberazione Nazionale della Scuola”, uscì quando la sorte del fascismo era ora ormai segnata e l’impegno morale era soprattutto quello d’una vittoria che non fosse vendetta. Nella copia che ho qui davanti, tra le mie mille carte, la data non si legge, ma è sicuro: il giornale uscì alla macchia fra giugno e luglio del 1945. Quattro facciate fitte, articoli scritti col sangue e la passione civile: il ricordo commosso di docenti caduti lottando contro la barbarie fascista, la questione ormai attuale della “epurazione dei libri di testo fascistizzati”, l’invito a sfidare il regime morente, “macabro fantasma” che si sforza di delinquere per credersi e affermarsi vivo – “Non giurate! […] Insegnanti! Opponete un incrollabile rifiuto” – il sogno di “un’Italia risorta” in cui la scuola “sarà il fondamento, l’elemento innovatore” perché “l’educazione forma l’uomo vero ed eleva il popolo; essa è l’unica condizione di libertà e di eguaglianza e di progresso”. Ancora si combatteva, ma a Napoli i partigiani delle Quattro Giornate conoscevano già la delusione del dopoguerra e i giudici fascisti, tutti scampati all’epurazione, erano già al lavoro. Oggi si vede il danno ma non c’è rimedio, la storia l’inventa Pansa e nessuno ricorda più, ma Eduardo Pansini, pittore e partigiano, padre di quell’Adolfo caduto combattendo tedeschi e fascisti, su al Vomero, alla Masseria Pezzalonga, era stato chiamato a rispondere dei suoi “misfatti”: violazione di domicilio il capo d’accusa. Per sparare ai tedeschi aveva sfondato la porta di casa d’un fascista.

Oggi si vede chiaro. Quell’Italia risorta fu messa subito sotto processo e c’è chi, come me, se li ricorda ancora i manifesti elettorali con l’ex federale Sansanelli in corsa alle elezioni ormai repubblicane. Qui da noi, oggi, nella città che avviò la lotta armata contro la dittatura, basta guardarsi attorno: la scuola pubblica è ferita a morte. Non è cosa da poco. E’ il confine tra la civiltà repubblicana e la rinnovata barbarie che vedi all’orizzonte. In quanto al resto, è paradossale, ma l’epurazione che non fece il comunista Togliatti, è diventata l’ossessione d’una destra che ha smarrito se stessa e quel senso dello Stato di cui menava vanto. Passa sotto silenzio, ma è per certi aspetti sconvolgente, l’iniziativa dell’onorevole “Gabriella Carlucci che chiede una commissione parlamentare d’inchiesta per verificare l’imparzialità dei libri di testo scolastici”, senza porsi il problema dell’imparzialità di un intervento parlamentare in tema di libertà d’insegnamento e ricerca.

Storici improvvisati versano lacrime strumentali sul “sangue dei vinti”, leader d’una presunta sinistra recitano il “mea culpa” non si sa bene per quali colpe, la Costituzione nata dalla Resistenza è calpestata ed è passata una riforma della scuola, per la quale davvero si potrebbero usare le parole che scrivevano nel 1945 gli insegnanti in armi, pronti alla battaglia decisiva contro la dittatura: “L’istruzione è la vera liberatrice dello spirito umano, che eleva e libera l’uomo e lo rende conscio dei doveri, dei diritti, delle sue fondamentali rivendicazioni; ma il fascismo temeva il popolo; voleva il gregge, la massa, la folla, da sfruttare, da gettare al macello. Allora comprò letterati e falsi profeti, per traviare l’opinione, tarpare le ali al libero ricreatore insegnamento”. Era il 1945, ma diresti sia oggi. “L’insegnante fu asservito e domato colla miseria, l’insegnamento fu come la classe dominante imponeva e la gioventù crebbe informata a principi falsi, a ideologie assurde e funeste come si voleva. L’attuale catastrofe è l’ineluttabile risultato”. Attuale, sì. E sfido a capire quando. Ieri o domani?

Gli articoli sono tutti anonimi – era in gioco la vita – ma il nome dei caduti conduce spesso al Sud, a quei professori della nostra terra coinvolti nella Resistenza e caduti per mano nazifascista. Oggi un napoletano avrebbe fatto fatica a partecipare: prima che ai tunisini, il suo “fora d’ì balle” Bossi l’ha dedicato a noi. Un solo “pezzo”, l’ultimo, un “Appello”, reca in calce una firma – Luisa, maestra e partigiana – e si rivolge alle compagne di lavoro per incitarle alla lotta: “Uniamoci, ribelliamoci, seguiamo l’esempio delle colleghe più ardite, aiutiamole nella loro e nostra lotta, altrimenti saremo indegne di partecipare alla vita della futura scuola dell’Italia libera”.

Non saprò mai chi fosse Luisa, ma ci giurerei: tornerebbe a scriverlo oggi questo suo coraggioso appello e muterebbe solo poche parole. “Per difendere – correggerebbe – il futuro dell’Italia libera”. E occorrerebbe ascoltarla questa nostra dimenticata e coraggiosa maestra. Tutto, in questi giorni bui, tutto, dalla riforma Gelmini al progetto di legge Carlucci, al razzismo leghista, tutto sembra chiamare davvero a una resistenza civile. E mentre cresce l’ingiustizia sociale e in nostri giovani non hanno futuro, ti pare di ascoltare la voce dei nostri grandi maestri, la voce di Giovanni Bovio, filosofo e principe del foro napoletano che, vedendo avvicinarsi la bufera, così implorava governanti e giudici: “I chierici ci fecero dubitare di Dio; i signori feudali ci fecero dubitare di noi stessi, se uomini fossimo o animali; la borghesia ci fa dubitare della patria da che ci ha fatti stranieri sulle terre nostre; per carità di voi stessi e per quel pudore che è l’ultimo custode delle società umane, non ci fate dubitare della giustizia. Noi fummo nati al lavoro. Non fate noi delinquenti e voi giudici!.

E’ tanto che si aspetta. Troppo. Ora, però, basta guardarsi attorno, in questa nostra città nobile e sventurata, ed è subito chiaro: non c’è più molto tempo.

Uscito su Repubblica (Napoli) il 23 aprile 2011

Read Full Post »

Le commemorazioni non guardano indietro, però – sembra fatale – diventano una sorta di “memoria a scadenza fissa”, il “gesso” che immobilizza fratture scomposte tra un mitico “passato” e un infelice “presente”. Per un giorno inni bandiere al vento e valori universali, poi il limbo d’un realismo rinunciatario, che è quasi sempre rassegnazione o, se si vuole, identità annacquata in cerca di consensi. D’accordo, anche questo è politica, ma dirlo onestamente non ci farà male: esistono due “memorie”. Una, ufficiale e condivisa, non lascia segni, non fa domande. E’ Narciso allo specchio: guarda se stessa e ignora il presente. L’altra, sempre più rara, indaga il passato per capire il presente. E’ la storia “maestra di vita”, che racconta la verità nuda e cruda, parla alle coscienze, ma non trova ascolto, non insegna più niente a nessuno e dà fastidio, perché ci mette davanti noi stessi, così come siamo davvero. E non è un bel vedere.
Me lo chiedono spesso: “Ci dici delle Quattro Giornate?”. Da me si attendono retorica e poesia: “o campana, campana, campana, / la mia favola breve è finita / la breve mia favola vana”. Io, invece, tiro fuori il presente. Il primo pensiero non è per ciò ch’è stato, m’importa quel che accade e, più che raccontare, faccio domande. Perché, mi chiedo, qui a Napoli, superato il liceo Vico, alla Cesarea, la vecchia sede del PCI ospita ancora un partito antifascista, ma non porta più il nome di Maddalena Cerasuolo? Sono avvenute cose che non so? Non è più decorata al valor militare, non è la donna che “trattò ” al Vico delle Trone coi tedeschi? Non fu lei che lottò come un veterano assieme ai partigiani di Materdei e della Stella, salvando dalla distruzione il Ponte della Sanità e consentendo agli Alleati di avanzare verso quel Nord nel quale oggi Bossi resuscita il razzismo?
Risposte non ne ho e quindi insisto. Perché non ricordiamo più ciò che a Longo sembrò decisivo: “dopo Napoli la parola d’ordine dell’insurrezione finale acquistò un senso e un valore e fu allora la direttiva di marcia per la parte più audace della Resistenza italiana“? Cos’è cambiato? Guastiamo la festa a Brunetta, che ci accusa d’essere un “cancro“? Ma che sanno Brunetta e Bossi dell’Italia, del Sud e dell’antifascismo? Qualcuno glielo spieghi, per favore, chi era Ezio Murolo che, a Poggioreale, con Tito, il fratello anarchico, organizzò e guidò gli insorti contro i nazisti, in una battaglia che, come molti esponenti di questa maggioranza, li avrebbe visti assenti o, peggio, dall’altra parte della barricata. “Ardito” nella Grande Guerra, dannunziano a Fiume, poi giornalista al “Mondo” di Giovanni Amendola, infine coinvolto “nei maneggi sovversivi” ai tempi della guerra di Spagna e spedito al confino, Ezio Murolo fu “guastatore paracadutista” dietro le linee naziste e si batté per liberare il Nord, la Padania di Bossi, dopo aver meritato qui a Napoli una medaglia d’oro. Non possiamo dirlo perché oggi i partigiani passano spesso per “terroristi”? Io lo racconto, checché ne pensino l’elettorato più o meno moderato a centro ed a sinistra e Cota a destra: Murolo contribuì a liberare il Nord. Erano i giorni in cui, a dar retta a Galli Della Loggia e gli storici della destra fascio-leghista, la “Patria” moriva. Quale Patria? Quella fascista, che un pugno di inqualificabili nostalgici prova a rivalutare? La patria razzista, resuscitata dalle leggi sui clandestini? Qualcuno glielo spieghi che, prima ancora di Rosselli e di Altiero Spinelli, prima di quel miracolo di passione politica che fu il Manifesto di Ventotene, Antonio Ottaviano, uno dei tanti combattenti delle Quattro Giornate, s’era già fatto processare dal Tribunale Speciale, per aver provato a dar vita a una federazione di Stati europei, “L’Europa Unita”, come baluardo contro il pericolo nazifascista. Ben altra Europa che quella di Bossi, Brunetta, Berlusconi e Marchionne, nella quale si negano i diritti dei lavoratori, torna il razzismo, contano solo le banche e i banchieri, si riduce a merce il sapere, si precarizzano i docenti e si attacca la scuola pubblica, di cui nessuno più ricorda il ruolo nella Resistenza. Se ne trova traccia in un prezioso e sconosciuto “numero unico” del “Comitato di Liberazione Nazionale”, che ricorda i nomi dei suoi martiri e militanti; gente di ogni parte del Paese, checché ne pensi la Lega: Quintino Vona, vice preside “in una Scuola Media di Milano, caduto sotto il piombo di sgherri della ‘Muti’ il pomeriggio del 7 settembre”; Salvatore Principato, siciliano di Piazza Armerino, che, massacrato a Piazzale Loreto con 14 compagni “dopo essere stato torturato nelle carceri fasciste” aveva saputo “incoraggiare, nel momento estremo, le povere vittime, allargando le braccia: coraggio, è questione di pochi istanti”. Bisognerebbe tornarci su, ricordarla, la scuola delle maestre napoletane Giovanna Annunziata e Anna Bonagura, “arrestate e denunziate per reato di istigazione e oltraggio alla persona di S. E. il capo dello Stato” perché i loro studenti “hanno strappato dai libri di testo una effige del Duce” e uno addirittura “la ridusse in due parti e la lanciò dal balcone“. Si capirebbe perché si vuole distruggere la scuola, sarebbe chiaro che essa è stata e può essere presidio della democrazia. Si capirebbe che forse non è un caso se i precari della scuola stiano dando oggi luogo a una lotta che sa di Resistenza. Scuola e politica, nel senso alto e nobile della parola, nel senso di pensiero critico e non di puro e semplice addestramento al lavoro dipendente o alle professioni. La scuola di Lina Merlin, che non fu solo la socialista delle “case chiuse”, la partigiana e la deputata alla Costituente, ma la giovanissima maestra antifascista che si lasciò licenziare per non giurare fedeltà al regime. Occorrerà che qualcuno lo dica al leghista Maroni e lo ricordi ai nostri studenti: quando gli “scienziati” fascisti scoprirono la tragica purezza “ariana” del nostro popolo, che è stato e sarà sempre un’inestricabile e meravigliosa fusione di geni e culture, studenti come Teresa Mattei rifiutarono di assistere alle tragicomiche lezioni sulla razza e furono espulsi da tutte le scuole d’Italia. E pazienza se anni dopo, ormai deputata e dirigente del PCI e dell’Unione Donne Democratiche, l’ex comandante di compagnia di una “Brigata Garibaldi”, entrò in rotta di collisione con Togliatti e conobbe l’onta di una nuova espulsione.
Il passato non cambia e non si cancella. Arfè non sbagliava. Per le forze politiche di radice antifascista, la Resistenza non è più un riferimento e la globalizzazione ha sconvolto rapporti e modi di produzione, sistemi di valori, prassi politica, ideologie, mentalità, costumi e rapporti sociali. Questa, tuttavia, è la storia, queste le profonde radici politiche delle Quattro Giornate, rivolta di popolo da cui ricevono linfa vitale la guerra di Liberazione e quella Costituzione che, non a caso, è nel mirino di un Parlamento di “nominati” e di un governo sostenuto da forze politiche che non hanno tradizione e cultura antifascista. Di questo si tratta. Non di altro. Di riaffermare e, se occorre, difendere i principi della democrazia. Costi quel che costi. Non solo Napoli, ancora “milionaria“, come amaramente la definì Eduardo De Filippo, ma l’intero Paese, tornato povero, privato della cultura, della scuola e del lavoro, ridotto a terra di razzismo e malaffare, di pennivendoli, guitti e velinari, l’intero Paese ha bisogno di ricordare. Senza memoria non si ricomincia.

Articolo uscito, con qualche ritaglio, sull’edizione napoletana di “Repubblica” il 28 settembre 2010 e, nella sua  versione originale, Su “Fuoriregistro

Read Full Post »

Appare sempre più chiaro. L’uso pubblico della storia riaccende le ostilità e i rancori d’una stagione politica che sembrava conclusa e, alla resa dei conti, la memoria e il ricordo trasmettono ai nostri ragazzi il veleno dell’odio.
Le parole che seguono non nascono per caso: la risposta a chi da qualche tempo ci toglie la parola, levando in alto i labari fiumani, va affidata al rigore della ricerca e ad una scuola dello Stato che torni ad essere naturale cerniera tra scienza e conoscenza.
La contestazione – la mia generazione lo ricorda bene – può essere occasione preziosa per suscitare interessi e indurre al confronto. Da studioso, ho avviato perciò una ricerca e la sorte mi è stata amica: credo di aver qualcosa di nuovo da raccontare e sono più sicuro di quello che dico. Il mio mestiere è insegnare, ma si insegna solo se si continua a imparare.
Quella che vi racconto è la vicenda di un’associazione, nata dalla “Dante Alighieri” e intimamente legata alla “Associazione Nazionale Volontari di guerra”: la “Pro Dalmazia”, costituitasi legalmente in Italia nel 1919, quando il primo conflitto mondiale ha spento nel sangue i miti della “Belle époque” e al tavolo della pace la nostra diplomazia è paralizzata dalle sue contraddizioni. Ne è l’anima la “nota” Irma Melany Scodnik, suffragetta nelle battaglie femministe, che ha ereditato dal cognato, Matteo Renato Imbriani, l’ormai tarda visione di un irredentismo che, dopo essersi presentato come figlio della tradizione garibaldina e mazziniana, ha perso l’iniziale carattere di lotta per la creazione di una nuova identità nazionale, ed è scivolato nei meandri dell’etica e nell’ambiguo patriottismo di Giovanni Bovio. Com’è naturale, essa rivendica l’italianità della Dalmazia, raccoglie gente di nome – ha tra i soci Armando Diaz, un principe d’Aragona, il principe Colonna di Cesarò, Eugenio Cosleschi, stretto collaboratore di D’Annunzio a Fiume – e per un po’ vivacchia tra sussulti di orgoglio nazionale, commemorazioni del “fatidico 24 maggio”, di Foscolo e di Lissa e interpreta, tra i primi, truci bagliori del nascente squadrismo, i “voti dei connazionali tutti di Zara e di Fiume“. Giungono così, consacrazione ufficiale, mentre il paese è ormai in mano fascista, i “sovrani ringraziamenti per l’opera svolta“.
In un Paese giunto buon ultimo nella gara violentissima tra gli imperialismi, il fuoco della retorica dannunziana e l’esasperato nazionalismo fascista, sensibile alle cupe tentazioni del razzismo, formano così il crogiuolo nel quale nasce, col ferro e col fuoco, la tragedia del “confine orientale”, le cui terre, con arroganza pari solo alla rozzezza, sono state ribattezzate col nome di “Venezia Giulia”. Una tragedia destinata a condurre fatalmente alle “foibe”.
Come in buona parte d’Italia, la “Pro Dalmazia” ha una sezione anche a Napoli, nella città fascista di Michele Castelli, ministro plenipotenziario a Fiume nel 1922 e poi Alto Commissario imposto dal regime, e di manganellatori del calibro di Aurelio Padovani. A fare il bello e il cattivo tempo nella sezione napoletana dell’associazione è ormai il regime, che vi ha inserito i suoi immancabili squadristi “antemarcia”: Giovanni Maresca di Serracapriola, che sarà poi convinto sostenitore dell’universalità delle Corporazioni, Raffaele Pescione, fortemente legato a Padovani e Francesco Picone, futuro Federale della città. Basta guardarci dentro, ed eccoli all’opera, mentre “suggellano l’amore di Napoli per Fiume”, tumulando in città, nel recinto degli “uomini illustri” i resti mortali d’una sventurata dodicenne fiumana o fanno circolare – è la “Dante Alighieri” che diffonde in Italia il volantino – il “commosso saluto di Caleo da Spoleto, un “goliardo dalmata oppresso che urla ai camerati: “Memento Dalmatiae” e, intonando un suo inno rabbioso – Quando saremo a Spalato – scrive con un odio che impressiona: “Ringhio! Ed il ringhiar mio non avrà fine se non quando la nostra lama avrà inchiodato nel granito adamantino delle Mura di Spoleto romana i profanatori dei nostri focolari, i bestemmiatori del nome sacro d’Italia“. L’originaria impostazione irredentista e tardo risorgimentale della “Pro Dalmazia” è ormai svanita nelle spire della violenza squadrista e l’associazione non punta solo, come pure dichiara nel programma, alla “difesa dell’italianità in Dalmazia, ma intende imporre, in nome dell’antica prepotenza romana, una pretesa superiorità etnica, che precede di molto – e in qualche modo annunzia – la vergogna delle leggi razziali.
E’ un crescendo che non lascia spazio a dubbi. Per l’anniversario della “Marcia di Ronchi”, nel 1926, si recitano i “Canti di Guerra” di Michele Novelli e si riesuma Odoacre Caterini con le sue “Visioni Dalmate”, la “latinità del sangue” e una Dalmazia che le “le aspre cime dei monti Velebiti e dei rupestri contrafforti delle Dinariche […] nettamente tagliano e dividono e staccano come un severo, inappellabile decreto di separazione etnica dalle retrostanti, turbolente terre balcaniche“. Una “separazione” che va difesa ad ogni costo; la sorte di chi si oppone, di chi rivendica le proprie radici e rifiuta la snazionalizzazione ce la raccontano i comunicati della “Stefani”, che scrive gelida e professionale: “questa mattina ore sei nelle prossimità di Pola è stata eseguita mediante fucilazione nella schiena la sentenza di condanna a morte emessa dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato a carico capo banda terrorista Vladimiro Gortan“; una sorte segnata.
Mussolini, però, ancora non è pago. Il 4 novembre 1928, la “Pro Dalmazia” è assorbita nel “Comitato d’azione Dalmatica”, sorto “allo scopo di uniformare alle direttive del Regime e di rendere sempre più efficace ed omogenea l’azione per la difesa dell’italianità e dei diritti d’Italia nella Dalmazia“. Tra il 1929 e il 1930, mentre si moltiplicano le commemorazioni di “Tommaso Gulli ed Aldo Rossi uccisi a Spalato il giorno 11 luglio 1920” e nelle città italiane compaiono “striscioline di carta con la scritta dattilografata Dalmazia o morte“, la nuova associazione, che ha sede a Milano, finisce sotto il totale controllo del regime, che affida a Eugenio Coselschi la direzione di un organo settimanale nazionale, “Volontà d’Italia”, di ispirazione imperialista e assorbe nella “Pro Dalmazia” i militanti di tutte le associazioni consimili, sciolte dai prefetti per espressa volontà del duce.
E’ così che il nuovo organismo alza il tiro e intreccia il suo percorso, sia pure in maniera prudente e non ufficiale, con l’eugenica e una più aperta ed esplicita impostazione razzista della cosiddetta difesa dell’italianità. Tramite dell’operazione, che rimane ovviamente marginale, è l’avvocato Alfredo Vittorio Russo, ex liberaldemocratico e sindaco di Napoli nel 1920, che ha lungamente esitato tra la collaborazione con Mussolini e l’adesione all’opposizione costituzionale, guidata nel 1924 da Giovanni Amendola, ma infine, benché fortemente osteggiato dai fascisti napoletani che non dimenticano, è passato tra i simpatizzanti del regime e si è messo a studiare l’eugenica. E’ su questo tema che egli offre al “Comitato d’Azione per la Dalmazia” il suo contributo, intervenendo a sostegno delle tesi del “complesso problema demografico, come […] posto da Benito Mussolini“. Il suo contributo ha una duplice chiave di lettura: quella del “razzismo esterno”, nei confronti delle altre etnie – il “pericolo giallo” – e quello di un “razzismo interno”, inteso come “selezione della razza” e volto a impedire che la riproduzione umana tenda “sempre più a incombere sulle classi inferiori, ossia sui più deboli, con progressivo ed evidente deterioramento della specie“. Contro i pericoli che vengono dall’esterno, contro “il rapido aumento della razza slava” e “la predominanza quantitativa dei popoli di colore“, egli ricorda che tra gli scienziati c’è chi si è spinto “al punto da rimproverare, quasi, ai bianchi la diffusione, da essi operata, delle norme igieniche nell’Asia e nell’Africa“. Di fatto, però, egli osserva, il problema reale è quello della “quantità e qualità” della razza. Nessuno, infatti, “potrà mai sostenere che la quantità in tema di popolazione, possa sostituire la qualità. La necessità che si impone, quindi, è quella di combattere la “degenerazione umana” e, “tra le diverse provvidenze“, due, apprese dal noto psichiatra Leonardo Bianchi, gli appaiono essenziali: “educare in istituti speciali ben per tempo i fanciulli anormali […] malati e tarati” e “ vietare in qualunque modo il matrimonio di persone malate che presentino decise stimmate fisiche e morali della degenerazione umana. Lo spirito umanitario, l’amore, la pietà familiare devono piegare innanzi all’ineluttabile veto di questa legge. […]. Gli interessi delle nazioni esigono una prole sana“.
Non siamo ad una organica dottrina della razza, ma nelle parole del Russo, ben prima che il nazismo metta in campo la sua feroce pazzia, ci sono i caratteri specifici della psuedo scientificità di una teoria razzista.
E’ in questo clima culturale, e su questa base mai apertamente dichiarata, che si va formando la gioventù italiana sin dalla metà degli anni Venti. Un clima in cui, mentre cresce e si diffonde il culto della personalità del duce, “assertore magnifico del diritto e della civiltà della romanità e del Fascismo, egida vigoroso della nuova Italia“, si tiene desta una rivalità che ha le tinte fosche dell’odio contro quella che – cito testualmente da documenti reperiti in archivio – è “la canaglia jugoslava“. Non altrimenti si spiegano, se non con l’odio alimentato ad arte dalla propaganda del regime, le parole che Antonio Amato, un semplice capobarca in servizio ai motoscafi del Genio Civile scrive all’Alto Commissario Baratono nel dicembre del 1932: “Dica al Duce, Eccellenza, che gli azzurri del Battaglione di Napoli attendono frementi di sdegno un Suo comando, e quando la diana di guerra squillerà, dia a noi l’onore di piantare in quel sacro suolo profanato il tricolore d’Italia, […] di versare fino all’ultima stilla di sangue“.
Sono parole dietro le quali si cela la propaganda del regime che, avviandosi all’avventura coloniale, lavora ad una trasformazione profonda di ciò che resta della vecchia “Pro Dalmazia” e dei suoi Comitati, assorbiti, come annuncia la “Stefani” nell’ottobre del 1933, nei “Comitati d’azione per la Universalità di Roma”. Un piano complesso, che Mussolini elabora personalmente con la collaborazione di Eugenio Conselschi, Maresca di Serracapriola, Pietro Castellino e Pannunzio, facendo sì che progressivamente i toni salgano e gli animi si accendano. Nel 1935, mentre Buffarini Guidi lavora perché in ogni città l’attività di tali Comitati divenga sempre più intensa, agevole e proficua, anche Ciano, Starace e i Principi di Piemonte sono coinvolti nelle manifestazioni promosse dal Comitato e, poco prima della guerra d’Etiopia, entrano in gioco persino Bruno e Vittorio Mussolini, che la sezione napoletana dell’associazione Volontari di guerra e azzurri di Dalmazia […] saluta vibrante di entusiasmo […] iscrivendoli soci onorari nostro sodalizio“. Il duce se ne compiace e, in un crescendo di entusiasmo dai toni velatamente razzisti, Maresca di Serracapriola, membro di del Consiglio centrale dei “Comitati d’azione per la Universalità di Roma”, può salutarlo come il “rinnovatore della stirpe“. A scuola – si teorizza – “una cultura irredentista fra i giovani non solo servirà a conquistare le terre che sono nostre, ma sarà la più sicura garanzia di saperle tenere in seguito.
Si apre la stagione delle peggiori avventure e dei crimini di guerra quando, alla fine di settembre, Edgardo Borselli, console d’Albania, ad “una conferenza sul tema dell’Abissinia indetta dalla sezione di Napoli del Comitato per l’universalità di Roma” si intrattiene “sulla crisi economica del dopoguerra e sulle divisioni delle colonie tra gli stati belligeranti con la quasi totale esclusione dell’Italia“. Quando il Berselli accenna “allo stato di barbarie dell’Etiopia” e agli orrori della mortalità specie infantile“, gli aerei della nostra aviazione da guerra stanno già caricando spezzoni, gas e bombe incendiarie con cui si accingono a seppellire sotto in un diluvio di fuoco i poveri villaggi etiopi stretti nella morsa del terrore e nella disperazione.
E’ l’inizio della fine. Hitler non ha ancora mostrato al mondo la cupa ferocia del nazionalsocialismo ma, in tema di razzismo e crimini di guerra, il fascismo e il militarismo italiani non hanno in verità nulla da apprendere.

Uscito su “Fuoriregistro” il 4 aprile 2007.

Read Full Post »