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Archive for gennaio 2010

Con lo “sviluppo“, Franco Meledandri s’era fatto alto e macilento. Un giunco dagli occhi azzurri, mutevoli e profondi, che rubavano i colori del cielo fino a quando dal fondo del petto non saliva improvvisa l’amara dolcezza della malinconia. Gli occhi si facevano allora specchio dell’animo e il cielo diventava grigio. Franco conosceva poco del mondo, perché poco gli aveva dato la vita. Il padre non sapeva chi fosse e la povera madre s’era spezzata la schiena per non fargli mancare l’indispensabile. Al vico Candelora l’estate era stata un morire di caldo nella luce opaca e sudata e nell’aria appestata dai rifiuti marciti. L’inverno, uno stillicidio d’umido nel buio. Quando la madre se n’era andata tra i santi che aveva pregato senza speranza per tutta la vita, un parente che non conosceva, ricco e maligno quanto può esserlo un borghese che ci tiene al buon nome, l’aveva sistemato per procura dai Salesiani, sul dosso della Doganella, tra il vecchio e diroccato cimitero israelita e l’inutile pompa delle monumentali tombe degli “uomini illustri”.
Non l’avrebbe creduto, Franco, ma l’imparò in poco tempo, con un senso di doloroso smarrimento: si può giungere a tal punto di disperazione, da rimpiangere il peggiore passato. E’ solo questione di quanto faccia male. Dal lunedì al sabato mattino andava a scuola con gli “alunni esterni”, ma non c’era nulla che gli togliesse dalla testa il suo vicolo, la gente che ci viveva come una grande famiglia che ti protegge dalla solitudine, la sua mamma sparita e i suoi antichi compagni di scorribande. Gli insegnanti si facevano in quattro per metterlo a suo agio, ma Franco non voleva saperne di studiare.
– Non so più che fare con te – gli diceva disperata l’insegnante d’italiano, giovane e inesperta di fronte a una matassa così ingarbugliata – e non posso darti torto, pensava disperata, la scuola è ormai ridotta all’impotenza. Tu poni domande e noi non ti diamo risposte.
Il conflitto tra i convittori e gli “esterni” riproduceva in qualche modo le dinamiche feroci che da tempo stravolgevano l’anima d’una città tradizionalmente ospitale e accogliente. Nella piccola e anomala comunità, interni ed esterni si guardavano in cagnesco. Franco, senza trovare la forza e il coraggio di dirlo a se stesso, sentiva di essere geloso degli “esterni“, di quei fortunati che avevano tutto ciò che non aveva lui: casa e affetti. I convittori, chiassosi, arroganti, svogliati e pronti a menar le mani, erano per gli esterni un corpo estraneo alla scuola.
Ma perché non stanno coi preti e gli istitutori? – si chiedevano tutti. – ” Perché dobbiamo tenerli nella nostra scuola, se a scuola non vogliono stare?
L’asprezza tipica delle guerre tra poveri rendeva la vita scolastica impossibile, ma nella lotta sorda e feroce che lo metteva ogni giorno contro compagni e insegnanti incattiviti dall’impotenza, Franco sentiva il sangue tornare a scorrere nelle vene e gli pareva così d’essere vivo. Provocava la rissa e l’odio, che sempre più spesso agitava il cielo e il mare che aveva negli occhi, metteva in equilibrio la serotonina nell’inconsapevole e disperato laboratorio chimico che teneva in piedi la baracca della sua vita. Il prezzo dello scontro era però salato e ogni volta qualcuno doveva pagarlo: l’insegnante segnava una nota sul registro e il prete che reggeva il convitto negava al convittore la visita ai parenti per il fine settimana. Chi si teneva dentro le lacrime, diventava più duro e maligno e, quando poteva, metteva soqquadro la classe. I più cedevano alla disperazione. “Non lo faccio più“, imploravano, “prometto di cambiare” sussurravano in un pianto dirotto, torcendosi in una rabbia devastante, che gli bruciava dentro i sentimenti umani. Puniti senza pietà, diventavano lupi travestiti da agnelli, gatte morte a vedersi, vendicativi dentro e pronti a far male se solo si presentava l’occasione. Franco no. “Franco Meledandri non ha nessuno fuori” sbottava il preside sacerdote con una punta di rabbia impotente, quando un bidello lo portava da lui col registo e la nota. “Meledandri non ha nessuno fuori” ripeteva il ragazzo, ma sembrava impossibile capire se era per fare dispetto o per sentire fino in fondo il dolore che procura la solitudine. Imparare a farci i conti significa difendersi e perciò Franco sentiva un estremo bisogno di farsi del male.
I convittori, come i carcerati, pensavano di essere i soli a sognare di evadere dal convitto, ma talvolta, nei rari momenti in cui interni ed esterni firmavano brevi e precarie tregue, i ragazzi scoprivano che la scuola li accomunava almeno in una cosa: l’idea dell’evasione. Molti tra gli esterni vivevano la scuola con insofferenza e disagio. Non m’interessa nulla, ripetevano stanchi e demotivati. E c’era chi non sognava null’altro che il lavoro. Fra scuola e lavoro, Franco non aveva dubbi: avrebbe dato l’anima al diavolo per uscire dal quel maledetto convitto. Il lavoro era per lui sinonimo di libertà. Gli piacevano da morire le ore dedicate a un laboratorio di teatro che la giovane insegnante d’italiano aveva messo in piedi tra mille difficoltà, ma non era certo che quella fosse scuola. Il professore di matematica ripeteva di continuo che la “collega d’italiano” non sapeva insegnare e Franco non riusciva a capire perché tutti quelli che a scuola lo avevano saputo interessare si portavano appresso questa etichetta di incapaci e sfaticati. Incerto tra vita e teatro, Il ragazzo riprendeva così la sua guerra personale.
Ancora un anno e mezzo in quest’inferno!, pensava ogni giorno. E più ci pensava, più sognava di scappare. Poi, dio sa come, il miracolo s’era compiuto.
Nella riunione mensile di convittori e istitutori, il segaligno capoprete, aveva annunciato la novità, con parole d’elogio per il governo, “preoccupato del destino della gioventù e favorevole ad ogni iniziativa che permetta un rapido inserimento dei giovani nel mondo del lavoro e favorisca la transizione tra scuola e lavoro, consentendo così ai giovani di disporre delle competenze necessarie per trovare un’occupazione“. Chi voleva, spiegò, poi per farsi capire, poteva andare a lavorare e prendere ugualmente la licenza.
Franco non poteva saperlo e probabilmente, anche se gliel’avessero detto, sarebbe “evaso” senza pensarci due volte. La povera gente, privata dei diritti più elementari, non ha strumenti per sognare e vive d’incubi. La povera gente, ingannata dal potere, sente sulla sua pelle il peso del dovere ma non sa cosa sia la libertà dei diritti. E’ facile da governare, si contenta di poco e puoi sfruttarla come meglio credi. Per quelli come Franco, che intuivano la libera magia del teatro, il governo s’era attrezzato con scuole somiglianti a prigioni. Aveva suscitato così un desiderio ansioso di libertà pronto a volgersi contro i soli strumenti pacifici dell’emancipazione. E’ solo a queste condizioni, infatti, che lo spirito libero che vive in ogni uomo accetta di farsi schiavo. Ridotta a galera, la scuola è, allo stesso tempo, un antico e sperimentato strumento di selezione delle classi dirigenti e una fabbrica di servi volontari da reclutare tra le classi subalterne. La scuola, vera, quella che insegna la ribellione dello spirito critico, per un attimo intuita e subito poi persa, Franco non la conosceva. Sul teatro della vita i ruoli erano ormai assegnati e al lui toccava recitare la parte di chi paga. Altri, quelli che avevano tutto, avrebbero riscosso. Se poi per caso si fosse ribellato, sarebbe tornato al convitto da cui era evaso.
Non più una scuola ormai, ma solo una galera.

Uscito su “Fuoriregistro” il 30 gennaio 2010.

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Sono così, c’è poco da stupirsi. Vanno diritto dove li conduce l’ interesse di parte e fanno abilmente quello che crede di volere un paese ubriaco, che più lo prendi a schiaffi e più, riverente, s’inchina. “Un goccio ancora“, ripetono invitanti, e aspettano che crolli, perché lo sanno bene: più distruggi la scuola, più un Paese s’ubriaca. Più ubriaco è un Paese, meglio vive un regime.

Falchi rapaci e buoni falconieri, volano basso e, se minaccia tempesta, non assaltano il cielo per volare più in alto. Il rifugio è assicurato: ci pensa il silenzio complice d’una opposizione pronta a dare il cambio.
Non c’è medaglia che non abbia rovescio: ognuno ha il suo conflitto d’interesse, ognuno la sua tresca, ognuno il suo cliente per lo scambio.

Da ministro della pubblica Istruzione, per compiacere il papa, Fioroni si fece in quattro e finanziò la scuola privata, tagliando i viveri a quella pubblica; oggi, che sie de sui banchi dell’opposizione, trova indecente che il governo ignori l’obbligo scolastico per far piacere ad Emma Marcegaglia.

Sono così, c’è poco da sperare. Tutti fanno le pulci a Berlusconi, nemici o amici, ma è il gioco delle parti: comandano i padroni e il governo obbedisce. Berlusconi per sfuggire ai processi, i “nominati” per meritare il premio fedeltà.

Il commendator Cazzola, sindacalista ardito e poi pentito, svicolato lemme lemme dalla Cgil fino a Berlusconi, è amico dei socialisti Brunetta e Sacconi, passati a loro volta senza patemi da sinistra a destra. Da qualunque parti la prendi, questa è gente che ti porta difilato alla prima, “famigerata” Repubblica, gente che a vario titolo – e con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti – governa l’azienda Italia dagli anni lontani del vituperato socialismo di classe a quelli recenti del mercato e del profitto.

Uomini nuovi, com’è nuovo chi cambia idea quando gli torna utile cambiarla, Giuliano Cazzola, Renato Brunetta e Maurizio Sacconi s’intendono di scuola a meraviglia. L’ultimo colpo, in ordine di tempo, mentre il Paese naviga a vista tra prostitute, complotti e processi, è quello messo a segno giorni fa da Cazzola, spalleggiato validamente dai due amici: il lavoro a 15 anni con l’obbligo scolastico che termina a… 16 anni.

Miracoli di socialisti e sindacalisti pentiti, in questo tempo nuovo di “revival” del craxismo. Mentre i lavoratori licenziati diventano un esercito di disperati, il governo annuncia la buona novella: con un emendamento alla legge Finanziaria – l’unica ormai a occuparsi di scuola con un qualche interesse – l’obbligo di istruzione, che nacque tra l’altro per sottrarre al lavoro i minorenni, è soddisfatto anche se lo studente si mette a lavorare.

Si opporrebbero assieme il liberale Coppino e il socialista Turati, che si rivolta tomba, ma Sacconi, che non sa di che si parli, sostiene di aver ragione: senza nemmeno provare a capire perché 126.000 ragazzi italiani dai 14 ai 17 anni lavorano al nero invece di andare al scuola, il ministro taglia la testa al toro e si affida all’apprendistato professionalizzante. Lo sfruttamento minorile e la discriminazione di classe assumono così valenza didattica e valore culturale.

Da bravo socialista, benché sia un po’ confuso tra fannulloni e bamboccioni, Renato Brunetta si dice ovviamente d’accordo e Maria Stella Gelmini, che in tema di scuola, cultura e formazione non cede il campo nemmeno a Gentile, non ha dubbi: è “favorevole ad ogni iniziativa che permetta un rapido inserimento dei giovani nel mondo del lavoro […] e favorisca la transizione tra scuola e lavoro, consentendo così ai giovani di disporre delle competenze necessarie per trovare un’occupazione“.

E come contraddirla? Dalla scuola al Parlamento, dal Parlamento al Governo, nessun inserimento è mai stato più veloce e competente.

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Da bambino mi affacciai raramente nella parte di pianeta abitata dalle donne. Mi ci accostavo inquieto, come una barca che affronta la burrasca, e tornavo di corsa sui miei passi, senza voltarmi indietro. Ogni volta, però, tornato al riparo, mi portavo negli occhi le illusioni soavi di un caleidoscopio, tutto vetri e pietruzze rilucenti: nulla che avesse a che fare con il sesso, di cui non sapevo e che non riconoscevo nemmeno in mia madre, angelo e diavolo che abitava l’inferno e il paradiso. Una donna era per me l’abito che indossava – vissi in un tempo di insuperabili discriminazioni sessuali in fatto d’indumenti – e, in quanto al resto, tutto ciò che in qualche modo conducesse l’abito al corpo che copriva, mi risvegliava il dolore misterioso d’una ferita invisibile e profonda, un graffio nella mente, un colpo antico, inferto a tradimento da un coltello inatteso, in una notte mai più terminata, alla fine d’una corsa impazzita, negli anni dell’infanzia violentata. Per un po’, di quella ferita, sentii con orrore il calore del sangue che colava e rimasi atterrito, ma presto lo stillicidio trovò canali interni in cui defluire e sfuggì alla guardia dei sensi, benché mia madre cucisse e ricucisse la ferita con l’ago e il filo doppio delle sue accuse a mio padre, che di ago e filo doppio si serviva a sua volta replicando.
Come un baco da seta che si imbozzola, chiusi nel sangue raggrumato di quella ferita il coltello che me l’aveva inferta e, nel fondo irraggiungibile dell’animo, rimase il bozzolo infetto di sangue annerito. Emise a lungo un fetore di fogna, acuto e nauseabondo, e, prima di sparire, mi procurò, negli anni della mia agitata adolescenza, un’inquietudine frequente e devastante; ne coglievo i sintomi improvvisi nel fastidio causato dal muoversi incontro, dal reciproco curvarsi, o anche solo sfiorarsi, di abiti maschili e femminili, dentro i quali cominciavo a riconoscere uomini e donne, nel palpitare agitato del cuore in petto di fronte ai gesti e alle parole dell’amore intuiti nell’ombra di un vicolo, disegnati su locandine dei film, persino nell’abbraccio di parenti: in tutto ciò che avesse odore o colore di contenuti d’abiti avvicinati. Non so perché, eppure l’inquietudine si fece tormento, quando un moto vitale mi prese e mi spinse curioso ad esplorare la mia ancora inconsapevole mascolinità ed a giocarci con puerile lascivia. Come un lampo mi torna alla memoria – e ancora m’inquieta – il senso di colpa doloroso e soffocante che me ne derivava e mi induceva a pregare non so bene che Dio, affinché, per quella che sentivo come una intollerabile vergogna, alla quale, tuttavia, non sapevo sottrarmi, mi facesse meritatamente soffrire le pene dell’inferno.
Poi l’inferno finì: non ne chiesi più le pene e i desideri torbidi dell’adolescenza sembrarono bruciare in un sol fuoco memoria, paura e miasmi del grumo perso dio sa dove. Dentro mi rimase il camino di un vulcano quiescente, sepolto sotto strati di lava sedimentati da scordate eruzioni, e il futuro mi si fece presente: divenni uomo, ignaro come tutti del futuro, immemore del mio passato e dei legami oscuri che il tempo andato aveva col tempo che sarebbe venuto.
Uomo – come non mancò di osservare compiaciuto, mio padre, per una volta stranamente attento – chiusi la voglia di lotta fisica nei campetti di calcio della periferia, portiere biondo e lunatico, che strabiliava e indisponeva per le sua pazze capriole, le sospensioni magiche del volo, i tuffi delle uscite a catapulta su attaccanti lanciati a tutta corsa e per gli imprevedibili strafalcioni delle giornate storte e dei palloni facili diventati d’un tratto irraggiungibili e beffardi. I palloni, come i pensieri, quasi avessero un’autonoma capacità di calcolare traiettorie e parabole alternative. Ai pensieri toccava zittirsi, al portiere accettare il coro feroce dei rari spettatori: “tirate in porta, ca ‘o portiere è scemo!”.
Uomo, come annotò grossolano ed ironico al liceo il professore fascista: e lo guardai negli occhi come fa un uomo che non ha paura.
Uomo, come registrai da solo, per i mille cambiamenti del corpo, sui quali preferivo non fermarmi.
Uomo, benché nella parte di pianeta abitato dalle donne, continuassi a spingermi assai poco e senza mai fermarmi: scorribande veloci, sconfinamenti brevi lungo sentieri ignoti. Un andare e tornare, mai per chiedere o dare. Poi vetri e pietruzze rilucenti, esplose d’un tratto dal caleidoscopio, portarono il pianeta fino a me.

Allora avevo ancora dentro fili interi. Non grovigli celati alla luce infelice della coscienza, non trame soffocanti di viluppi, nessun ricordo di trucidi coltelli imbozzolati. E se provo a domandarmi cosa ancora ricordi di quegli anni, quando la giovinezza non era ancora storia e non avrei mai pensato che mi sarebbe toccato di provare a ricostuirla, spiegarla e non capirla, bene, ciò che ancora ricordo con maggior chiarezza fu proprio quel pianeta che sbucò s’improvviso all’interno del nostro, come un cratere che si apre entro un cono già in fiamme. Le donne: un mondo – il mondo – messo a fuoco in una camera oscura e rivoltato -quella sì, quella davvero fu rivoluzione – un, mondo nato ai margini dell’altro in cui vivevo, e diventato d‘un tratto l’occhio della terra.
Le donne, vetri e pietruzze rilucenti, d’età diversa, condizione varia, eppure equivalenti, solidali, senza ufficiali e soldati: stesse parole di un linguaggio antico.
Non lasciatevi incantare dall’inganno del tempo. Lo so, voi le vedete oggi, piegate su stesse dal saldo in rosso che abbiamo accumulato con la vita. Peggio, assai peggio. Voi le vedete disanimate, neutralizzate, nelle dosi prescritte di pellicola tagliata, ridotta, censurata, stravolta e montata con inesorabile perizia tecnica, dagli eterni soldati di ventura della manipolazione televisiva, che prestidigitano la storia nei documentari o raccontano chi fummo e insieme che facemmo. Voi le vedete, come pupazzi abbigliati secondo comune regole formali, intruppate nei cortei della protesta, bocche che urlano, ma non hanno la voce o le parole, stereotipi al femminile d’una generazione ridotta a merce di consumo intellettuale, simboli commerciabili di un eterno luogo comune: il contrasto tra generazioni. Ma è una bestemmia.

Chi le ha viste lo sa: fu come sognare. Anna Kuliscioff, Maria Rygier, Angelica Balabanof, Maria Verone: mi sembrò che incarnassero i modelli che avevo dell’universo ribelle femminile. E loro no, loro ostinate e nuove, mi cambiarono l’universo e mi tolsi dalla testa la tentazione di fare accostamenti. Non c’era modello che tenesse: facevano politica secondo libertà, opponevano il riso e il pianto, le unghie e i denti all’antica bestialità di lacrimogeni e manganelli. Donne, come finalmente le vidi in un pianeta unico in cui vivere insieme – e pensai fosse per sempre – corali, uguali, dignitose pensarono un mondo nuovo e ci strapparono tutta quanta la parità che si poteva.
Nulla di tutto questo resta. Nelle manipolazioni dei soldati di ventura le donne sono pupazzi vestiti secondo una maniera, intruppati nei cortei della protesta, con le bocche che urlano senza voce o parole. Furono invece bellezza trasparente, corpi lievi che ballavano tenendosi sottobraccio senza toccare terra, furono dita veloci su corde di chitarra, sfrontate mani in alto sopra la testa, i pollici contro i pollici, gli indici contro gli indici, e trovarono parole che hanno scalato montagne.
Donne, riprendiamoci la vita!”, incitarono alcune, annunciando rivolta. Altre, più semplici e immediate, ma concrete e rivoluzionarie, ci avvertirono: “le donne escono dalla cucina”. E se alcune, già sposate e affaticate, strinsero il pugno chiuso, affiancando i compagni e urlarono sul viso ai questurini:
E sorde so’ pochi e nun ponno abbastà!
E sorde so’ pochi e nun se po’ campa’!”,
subito si sentirono quelle che gridavano, lucide e conseguenti:
donne unite, donne unite,
tutta la vita dobbiamo cambiare,
per questo, per questo vogliamo lottare
“.
Mi pare di sentirle e vederle, le donne, vetri e pietruzze rilucenti, esplose dio sa come dal caleidoscopio che pareva un altro pianeta, mentre ci lasciavano indietro, nel nostro sogno di un mondo migliore che non prendeva mai corpo; tenevano, con le mani avanti al petto, il lungo striscione rosso delle femministe: Contro tutte le oppressioni.
Anche contro la nostra. E questo ci separò, più di quanto non ci avessero uniti le barricate che provammo a fare assieme per la casa, il lavoro, la pace, il divorzio, l’aborto. Le dighe nelle quali oggi si aprono brecce. Perdemmo così nelle piazze, dove pure le avevamo incontrate, le mogli che avremmo avuto, e per noi, figli del patriarcato, oppressori che facevamo le lotte egalitarie, fu impossibile sentire quanto vero e profondo fosse lo strappo nella famiglia che non c’era e sarebbe venuta. Le nostre compagne, belle, lucide e conseguenti, capaci d’inseguire l’invisibile concretezza dei sogni, fecero della parità possibile la loro bandiera. A noi era rimasto dentro l’ossigeno maschilista respirato da bambini, e un desiderio smisurato di quel potere contro il quale facevamo la guerra. Tutto troppo difficile e veloce, tutto accaduto in un tempo troppo breve e troppo presto concluso.
Avessi avuto modo di capirlo, avrei alzato dei muri, ma tutto fu troppo veloce e sasso e pietruzza mi si presentarono insieme in una figurina contegnosa e bruna. L’attrazione fu subito fortissima.

Giovanna mi abitava di fianco, porta a porta, a Vico Zuroli, nel cuore di Forcella. Non me n’ero mai accorto. Era tutta occhi profondi e neri e subito mi parve che dentro vi corressero i pensieri elevati. Aveva in più, ma non me lo dicevo, capelli ricci e corvini attorno a un viso acceso e appassionato, sul quale si apriva un sorriso ammaliante. Per mesi ci contrapponemmo. Io rifiutai di prendere in considerazione il seno che le spuntava sul torace, troppo grande per le sue spalle ancora infantili, e i fianchi che si andavano allargando sulle cosce diventate forti, sotto una gonna che non stava mai ferma, e lei, Giovanna, si studiò, con incredibile innocenza, di dimostrasi donna.
Tutto accadde sotto gli occhi dei parenti; la madre di Giovanna, soprattutto, pittrice torinese d’una sensibilità nervosa e riservata, piccola e tonda, capitata dio sa come in quel budello a ridosso dell’antico decumano, nel cuore della della Vicaria spagnola – e mia madre, attenta e impenetrabile, che pareva facesse la guardia.
Più volte capitò che seduti di fianco per ripetere assieme la storia – quella, di disciplina, c’era parsa fra tutte la più adatta a ripassare assieme – ci toccammo. Più volte, antichi flash produssero disagio nel mio petto e spensero la luce nei miei occhi. Più volte ricacciai fantasmi e ripresi a parlare di storia.
Lei sedici anni, io ventiquattro, tra la sua testa e le sue mani vidi la luce del mondo.
Tutto quanto voleva, se l’avessi potuto, le avrei dato: ma non chiedeva nulla.
Per quello che facevo e pensavo io ero il regno della libertà, il signore dei sogni, il padrone del tempo. Il futuro era già nel presente – forse che non l’amavo per la sua indipendenza? – ma lo leggi il futuro, solo quando s’è fatto passato.
Facemmo assieme una corsa lunghissima, senza tirare mai una volta il fiato. Corremmo avanti, quanto bastò per intrecciare radici profonde, per amarsi senza capirsi, scegliersi senza conoscersi, legarsi per non separarsi, incatenarsi dopo aver buttato via le chiavi del lucchetto.
Facemmo una corsa lunghissima – corsa in avanti – senza guardarci più attorno.
Un fuoco d’artificio.
Se il suo liceo occupato ebbe fama d’inviolabilità, io ci entrai ed uscii: nel movimento avevo un qualche nome ed una posizione estrema.
Marx, di cui tutti parlavano a casaccio, lo leggemmo e studiammo nel gruppo delle intelligenze fini che splendeva allora in città, e lei, acutissima, corresse più volte Lucia, che se a scuola di marxismo della Rossanda avrebbe fatto poi strada e faville, già mostrava l’ambiguità che l’ha condotta a destra.
Se ad altri servivano parole, a noi bastavano il silenzio ed un cenno della testa; quando negli altri il silenzio svelava un gelo d’incomprensioni, noi avevamo le infinite parole dell’intesa. Dividemmo tutto: i sogni e la realtà: una l’idea di sinistra, una la prospettiva, uno il fastidio estremo dei teoremi.
Teoria e prassi – le dicevo, ridendo.
Prassi e teoria – rispondeva battendo il palmo della bella mano sul mio palmo aperto.
Una corsa lunghissima senza prendere mai una volta fiato. Il nostro tempo se ne andò accompagnato dagli accordi della sua chitarra e disegnato sulla tela dal pennello col quale fissava in pochi tratti una sua umanità senza confini.
I miei fantasmi sembravano svaniti e, per quello che sembrava necessario, ci demmo regole e fummo di una chiarezza senza fine.
Un figlio se lo vorremo in due.
Un figlio se lo vorrai.
Se tu ti stancherai…
Te lo dirò.
Senza tradire.
Una volta, d’un tratto, un’ombra oscurò il cielo: la donna che sarebbe nata era già nella sua testa. Io però non la vidi.
In piazza c’erano stati morti e da tempo qualcuno tirava fili oscuri. Ad un corteo sotto la pioggia mi calai sul viso un passamontagna e a pugno teso in alto mi strinsi ai compagni inferociti. Puntò i piedi come un purosangue che rifiuta l’ostacolo, disse in soffio:
E così che lo vogliamo un mondo nuovo? Se tu vuoi, va bene, resta pure. Io però me ne vado. Sono stanca di rivoluzionari che ricorrono agli stessi simboli e comportamenti del potere contro il quale si scagliano. Basta con questa storia della libertà rivoluzionaria. Noi non abbiamo un ideale superiore. Noi vogliamo potere. In tutto questo non c’è nessun valore superiore.

Su un sogno di liberazione, lei poco più che bambina, io uomo appena, costruimmo una vita e una prigione. Ci ingabbiò la natura politica dei rapporti di coppia nella famiglia borghese che avevamo distrutto dentro di noi e volemmo vivesse.
Giovanna non suona più e l’ultima volta che ha messo il pennello sulla tela ne è nata una testa di donna tra Medusa e Cassandra. Non dipinge più Giovanna e il ritratto di Andromaca, che con angoscia scoprii di aver sperato volesse dipingere non è mai nato. Piuttosto non ha più dipinto. La corsa un giorno si fermò: teoria e prassi ormai discordavano, parole e silenzi non trovavano più l’antica sincronia.
Ognuno aveva una sua verità e non sapevamo nemmeno se l’amore fosse finito.
Eravamo finiti noi com’eravamo e, al momento di patteggiare una resa, l’uno non era più più nemmeno riconoscibile per l’altra. Per mio conto, ritrovai un’inquietudine frequente e devastante; ne colsi i sintomi improvvisi nel fastidio causato dal muoversi incontro, dal reciproco curvarsi, o anche solo sfiorarsi, di abiti maschili e femminili, dentro i quali erano chiusi di nuovo uomini e donne, nel palpitare agitato del cuore in petto di fronte ai gesti e alle parole dell’amore intuiti nell’ombra di un vicolo, disegnati su locandine dei film, persino nell’abbraccio di parenti: in tutto ciò che abbia odore o colore di contenuti d’abiti avvicinati.
Nel petto e nella testa, i I fili che parevano doversi spezzare rimasero apparentemente intatti, ma dove le tensioni avevano sfiorato lo strappo, si formarono a poco a poco nodi insidiosi e tenaci e una rete complicata di bava setolosa, un viluppo di maglie via via più strette, un invisibile filtro che mi ingolfò la testa con scorie di sensazioni, brani di immagini condotti alla coscienza da lampi di invisibili flash e frammenti di pensieri, sepolti chissà dove nella loro interezza. Più la trama crebbe e si avvinghiò al respiro della vita, più la logica segreta dell’ordito mi sfuggì e, come un ragno smarrito nel suo tragico labirinto, mi scoprii prigioniero di fili, che si intrecciavano per moto spontaneo in una ragnatela soffocante. Stretto in quel groviglio, scoprii un altro me stesso, nascosto in un’ombra inesplorata.
Terrorizzato, lo lasciai dov’era.

Uscito su “Fuoriregistro” il 9 ottobre 2004

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Dopo quattro ore di discussione, nessuno dei presenti avrebbe saputo dire da che parte sarebbe finita la maggioranza del Consiglio di classe. Eppure avrebbero deciso loro, i componenti del disorientato e ormai disgregato “organo di democrazia dal basso“, come ci teneva a chiamarlo con incredibile faccia tosta Enzina Balina, una dirigente scolastica prepotente e autoritaria come non s’era mai visto nella scuola italiana.
Muro contro muro“, c’era poco da sperare e, in un sussulto di orgoglio, “matematica e scienze” – al secolo Maria Teresa Scacco – l’aveva detto alla preside fuori dai denti, guardandola negli occhi con tono involontariamente allusivo:
– “L’andamento dei lavori del Consiglio incarna alla perfezione il frutto malato d’un matrimonio incestuoso. Lei lo sa bene, preside. Un nanerottolo deforme…“.
Avesse avuto il tempo di farlo, raddrizzati gli occhiali tondi che si mettevano continuamente di sghimbescio sul bel naso francese, avrebbe chiarito con la voce calda dei momenti di passione che responsabile della nascita oscena era il miserabile connubio tra “una destra sempre più codina e fascioleghista e la sinistra neoclericale e centrista voluta da Veltroni e Dalema, i dioscuri del dopo Berlino“. Tempo però non ce n’era stato perché il cenno al mostriciattolo tarato aveva fatalmente toccato corde profonde in seno alla Balina che, tozza e sgraziata, dall’alto dei suoi incredibili tacchi a spillo, sfiorava a malapena il metro e quaranta. Il gelido “cafona comunista” di Pia Vassallo, la castigata docente di religione, zufolato ad arte per sembrare un soffio, ma forte abbastanza per giungere chiaro alle orecchie della Enzina, non era bastato ad evitare la tempesta.
Dopo aver fulminato “matematica e scienze” con uno sguardo luciferino, la Balina aveva sciolto le briglie alla bile e, scossa la criniera nera e cotonota dei suoi ricci, era incappata in un falsetto isterico:
E’ bene che lo sappia, signora Scacco, di qua non usciremo senza giungere a una conclusione! Sono stanca di questioni ideologiche. Se non troverete un accordo entro stasera, aggiorno il Consiglio a domattina e, se il tempo non dovesse bastare, stia certa, qualcuno darà spiegazioni a un ispettore!
Scacco aveva avuto un fremito. Il labbro inferiore s’era messo a tremare ma la donna, pallida come un cencio, aveva frenato il pianto e s’era evitata la considerazione “politica” sul disastro causato dall’opportunismo delle burocrazie sindacati. Enzina Balena, nota aguzzina di lavoratori, era da anni dirigente sindacale e sarebbe stata solo un’inutile imprudenza.
In un clima di estrema tensione, la discussione era ripartita, ma un attento osservatore avrebbe capito facilmente che ormai due sentimenti comuni attraversavano trasversalmente il piccolo consesso, poco prima diviso in “moderati” e “progressisti“: il timore di scontrarsi con la dirigente e la volontà di “sbrigare la pratica” e tornarsene a casa.
La tozza e deforme durezza di Enzina Balena ospitava nel petto floscio una prepotenza esperta, rafforzata da una struttura psicologica parafascista e da un’attitudine al comando di carattere addirittura militaresco, sicché, da quando il “potere dei dirigenti” aveva assunto i caratteri dell’assolutismo, la donna incuteva timore. Fino a qualche anno prima, nei rapporti con gli studenti e i professori, il bonapartismo di Enzina Balina aveva dovuto fare i conti con quanto sopravviveva dell’onda lunga del Sessantotto e di una domanda di cambiamento che ne aveva arginato, e talvolta umiliato la natura intollerante di regole democratiche. Enzina, tuttavia, aveva appreso prontamente la lezione e non era uscita schiantata dal vento della contestazione. Pronta a piegarsi coi forti, addirittura imbelle di fronte a ogni colore del potere, s’era sfogata coi deboli, esercitando un’autorità tanto più rabbiosa in basso, quanto più mortificata in alto, e s’era tenuta prudentemente fuori dal fuoco dello scontro sociale. Lucida e conseguente, aveva coltivato con tenacia ogni amicizia utile ed era stata bianca, rossa o nera, come comandavano calcoli e opportunità, occasione, interlocutori e bisogni. Nel buio profondo dell’animo aveva coltivato un disprezzo bieco e viscerale per “i feroci giacobini e i matti sognatori“, come nella ristretta cerchia degli “amici fidati” era solita definire chi aveva a cuore la coerenza ideale e l’interesse collettivo. Soffocato l’odio, tuttavia, se un “giacobino” le tornava utile, provava a conquistarlo con gli aperti segnali d’ammirazione, coi lampi sapienti degli occhi cinerini, con l’onda mossa ad arte della chioma riccioluta, fatta d’aspidi velenosi e aggrovigliati, troppo voluminosa per il suo tronco corto, per i fianchi grossi e le gambe tozze, cui, in verità, non aveva voluto negare il piacere della carne. Ricca di famiglia, aveva acquistato un marito al mercato, scegliendolo di suo gusto tra l’eterna genìa dei servi calcolatori in vendita per quattrini. Sesso e basta, nessun fremito d’amore: l’istintiva repulsione per una passione che sfiorasse l’anima, l’avrebbe resa certamente frigida, sicché nulla le era mancato nella vita meno quelli che definiva con sincero disprezzo “gli amori sentimentali e le fantasticherie da romanzi d’appendice“. Nel rimescolamento delle carte prodotto dalla crisi della “prima repubblica” s’era lanciata prontamente sul carro dei nuovi padroni che l’avevano saputa ripagare. Entrata a pieno titolo nella feccia del sottobosco del potere che si rinnovava e finalmente libera, Enzina aveva conosciuto l’impagabile soddisfazione della vendetta: sotto gli indecenti tacchi a spillo delle sue scarpe di pelle leopardata, era stato schiacciato senza pietà chiunque, di fronte al profondo cambiamento, s’era “. Mortificare “i feroci giacobini e i folli sognatori“, ai quali s’era dovuta inchinare negli anni della scuola di massa, era diventato uno degli obiettivi programmatici della sua vita di dirigente. Era solo un piccolo potere, il lume appena riflesso d’un satellite lontano anni luce dalle stelle vere – anche il male ha una sua genialità – , ma Enzina non altro aveva mai sperato che la gioia frustrata della ritorsione; chi “legge” con chiarezza la “fortuna” sa bene che, quando l’ambizione ha senso della misura e tiene nel conto dovuto il rapporto reale tra qualità personali e il valore quantitativo dell’investimento, la resa è mille volte produttiva e il successo non solo ripaga le attese, ma promette di allargare l’orizzonte. Enzina Balina valeva poco o niente, ma lo sapeva bene e questa consapevolezza era stata spesso decisiva al momento delle scelte cruciali. Se in quella barzelletta chiamata “organo di democrazia di base” qualcuno s’era messo in testa di decidere come credeva giusto, bene, doveva vedersela con la sua rabbia e non aveva dubbi: era giunto il momento di chiarire una volta per tutte cosa volesse dire “gerarchia“.
E’ legge di natura: il silenzio pauroso dei deboli diventa schiamazzo prepotente, quando è coperto dal rumore delle armi di un alleato forte. Lucia Viso – una vita di sconfitte nella “maggioranza silenziosa” – nemica giurata dei “decreti delegati” e di ogni espressione di democrazia nella gestione del sistema formativo, aveva sentito subito che la giornata sarebbe stata finalmente sua. Sconfiggere finalmente l’antico avversario in quella maledetta scuola di periferia, sarebbe stato come girare la boa e sentire la campana dell’ultimo giro con largo anticipo sui concorrenti. Era la fine di una vera e propria egemonia culturale. Basta richiami alla condizione sociale, basta obiettivi minimi ridotti praticamente al nulla, basta pedagogismi, buonismi e pietismi. Basta tutto. Basta soprattutto duelli logoranti con teppisti, scansafatiche e scostumati eternamente protetti dalla sinistra.
Quell’impunito di Riverso va bocciato – seppe urlare – e non m’importa nulla delle chiacchiere sulla situazione di partenza, sulla famiglia che c’è e non c’è, se ha mantenuto l’impegno di migliorare nel secondo quadrimestre. E non venite a dirmi che in terra di camorra…
In un silenzio opprimente anche un alito di vento procura un sobbalzo e poche parole scatenarono la bufera:
Noi non abbiamo puntato sull’autorità. La scommessa nostra è quella dell’autorevolezza.
Era stato il professore d’italiano a replicare. La discussione era partita proprio da una sua strenua difesa di Riverso ed era impensabile che stesse zitto, ma il tono della voce rivelò una stanchezza anomala e una lontananza improvvisa e innaturale. I capelli bianchi un po’ disordinati, gli occhi profondi e azzurri diventati una lama dietro gli occhiali lievemente dorati, il viso affilato benché quadrato, le labbra nervose e serrate, tutto rivelavano che qualcosa non andava. Scacco, che lo conosceva bene, guardò con angoscia il suo amico e sentì che nel petto gli bruciavano con uguale intensità una passione non ancora disposta a piegarsi e una fatica così dolorosa da impedirgli di affrontare la prova. Capì e un tremendo senso di colpa la schiacciò. Nello scontro durato un anno tra il suo vecchio amico e la diabolica Balina, la solitudine aveva fatto bene il suo lavoro. Se un mezzo di contrasto avesse consentito una radiografia dell’anima, il filo che di norma tiene insieme la vita e la volontà di vivere sarebbe apparso irrimediabilmente vicino alla rottura.
Anche Viso percepì che l’avversario suo storico era infine perduto e lo incalzò. Nella vittoria, nessuno sa essere più feroce di un debole di fronte al forte ch’è caduto.
Tu e quelli come te ci avete imposto per anni l’idea deformata d’una scuola perennemente ‘sessantottina’ in cui, oltre ogni lecita misura, pesavano soprattutto il rapporto tra risultati e contesto. Tu, come in invasato giacobino che parla in nome del popolo che in realtà non ama, hai posto in prima linea la disponibilità al dialogo, una presenza diventata assidua e in qualche modo attiva…
Che io sappia, però, non c’è traccia di un tuo dissenso.
Qui fu fermata la replica. Viso e Balina cantarono a coro:
Il mondo per fortuna cambia, ed è tempo che cambiamo anche noi, ora che in alto loco ce ne danno finalmente l’occasione. Il punto centrale della discussione non gira più intorno alle chiacchiere. Il punto non è il ‘segnale fortissimo’, su cui si insiste tanto, d’una presa di distanza dai compagni in tigrati nel ‘sistema’ per cui si dice che Riverso non ‘spaccia’ più. Il punto è che quel diavolo di Riverso ci accusa di non capire nulla di lui e di quelli come lui. Il punto è che s’è permesso di dire che se lui fa schifo a noi, anche noi facciamo schifo a lui.
Ancora una volta Sacco fu tagliente:
Ha anche detto che non ce l’ha con tutti – replicò – e voglio ricordarvi che mesi fa tutti ci eravamo trovati d’accordo sul fatto che una bocciatura avrebbe provocato un sicuro abbandono.
Di conserva, con quanta forza aveva ancora, il professore d’italiano si rivolse direttamente a Viso:
Per onor di firma: non gli abbiamo dato quello di cui ha veramente bisogno. Né a lui, né a tanti come lui. Sono scelte che passano sopra la nostra e la loro testa, questo lo so. Pagano gli ultimi. Scelte politiche, se per politica s’intende amministrazione e favori al Vaticano. E lo dico io, prima che qualcuno me lo ricordi: questa non è la sede per discutere di certe cose.
Balina replicò a muso duro:
Non consento a nessuno, a lei meno che a tutti, professore, di valutare il lavoro di questa scuola e dei suoi colleghi. Meglio farebbe a badare a se stesso!.
Luca Grosso, l’ex maresciallo dei carabinieri, passato per l’Isef e acquisito dio sa come nei ranghi della scuola, intuì che era giunto finalmente il suo momento e non si fece pregare.
Io coi giovani discuto, s’era vantato per un anno coi colleghi e gli studenti. Ora gettava la maschera e sbottava:
Questo Riverso è solo un piccolo pendaglio da forca. Nient’altro. Un futuro avanzo di galera.
A quel punto, incoraggiata, Pia Vassallo aveva trovato finalmente modo di rompere con un’antica tradizione di gesuitica bontà e s’era associata senza esitazione, sbottonando nella furia la candida e accollata camicetta sul seno prosperoso.
Cacchio, finalmente qualcuno che lo dice: un gaglioffo indecente e senza dio.
D’un tratto languida, tra improvvisi e isterici rossori, s’era mangiata con gli occhi l’appetitoso carabiniere ormai “collega di educazione fisica” e s’era trovata alleate musica e arte, che le “qualità artistiche” dello “studente indiavolato”:
E’ vero, nella recita di fine anno ha dato un buon contributo per la scenografia e le musiche, ma solo il padreterno sa quello che c’è voluto per tenerlo a bada!
In una speranza disperata, il professore d’italiano aveva immaginato una difesa estrema:
Se ritorniamo sulle promozioni già approvate, non ci vorrà molto a verificare che tanti sono messi peggio di Riverso…
La speranza di salvarne uno produsse così la rovina degli altri. Prima delle verifiche, l’ex maresciallo ottenne che si adottassero preventimanete dei criteri di valutazione:
Sul giudizio finale – ottenne – peseranno parolacce, rispostacce e comportamenti provocatori sul piano sessuale di due o tre puttanelle che, lo sappiamo tutti, finiranno sicuramente sul marciapiede.
Fu così che, con Riverso, persero l’anno due ragazzi e due ragazze che prima della verifica erano stati promossi. Tutti naturalmente con un liberatorio cinque in condotta.
A settembre il professore d’italiano non prese servizio. Una commissione medica l’aveva assegnato ad altre mensioni per un gravissimo esaurimento nervoso e s’era trincerato nella biblioteca d’una scuola elementare. In quanto a Riverso, sarebbe andata probabilmente allo stesso modo anche con una promozione, ma una dato è certo. Alla ripresa non s’era presentato. Per tutta l’estate aveva scorrazzato sul motorino ed era tornato a fare il “puscher” per la camorra. A fine settembre, nessuno saprà mai perché, qualcuno gli aveva “insegnato per sempre l’educazione” e una mattina di primo ottobre l’avevano trovato poco lontano dalla scuola. Un solo colpo, tirato alla nuca. A bruciapelo.

Uscito su “Fuoriregistro” il 20 gennaio 2010

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Prima o dopo, che conta? Siamo in anticipo, lo so, ma il ministro con la sua circolare sul trenta per cento merita una risposta meditata, che venga da noi, professori e studenti. Dovrebbe saperlo: la scuola che governa e non conosce segue un filo suo rosso che non sempre mette insieme l’ordine logico e quello cronologico. La scuola, voi lo sapete bene, è un po’ “fuoriregistro”. L’avvocato dovrà impararlo.
Non s’è ancora messo in moto il baraccone, ma siamo prigionieri di noi stessi e non potremo farne a meno. Per quanta rabbia potremo mostrare, quale che sia l’insofferenza che sapremo opporre, in qualche modo ci scoveranno, potete giurarci. In qualche modo ci faranno partecipare e dovremo ascoltarli. Qualcuno premerà un pulsante e, come per incanto, in ogni angolo e piazza, in ogni strada e in ogni casa, da qualunque pulpito e da ogni cattedra, tutti ricorderemo: le televisioni ci mostreranno senza interruzione l’orrore dei lager, la tragedia dei camini, la feroce menzogna delle docce, l’invisibile agonia dei gas. Rivedremo angosciati cataste di cadaveri ammonticchiati nel bianco e nero cupo dei filmati d’epoca, i liberatori inorriditi, i carnefici grigi come la terra asciutta, i lampi di vita ostinata negli occhi dio sa come aperti su volti scheletriti, su mucchi d’ossa infagottati in un pigiama lacero di stoffa a righe. Un pulsante premuto e sarà “memoria” telecomandata.
Un giorno intero, anzi no, qualcosa in più d’un giorno, il tempo che occorre a suscitare il pathos con una pletora spocchiosa di esperti, con fiumi di parole sempre uguali, sempre smorte e banali. Parole senza vita vera. Ci sono cose che un professore non può tacere ai suoi studenti: se l’idiozia di questo tempo nostro feroce è stupefacente, disgustosa è l’ipocrisia che ci governa. Per tutto un anno, un popolo di smemorati vive di sensazioni forti e allucinate, vive senza farsi domande una vita virtuale e si lascia convincere che il rumeno stupra, il rom è ladro, l’albanese mafioso e il musulmano terrorista. Per un anno intero ascolta con fede incrollabile la nostra Gestapo che processa nell’immensa piazza Vespa gli ebrei del nostro tempo e passa con noncuranza davanti ai campi di concentramento. Indifferente vive la sua vita come comandano moda e pubblicità, tra ombre sfuggite alla morte silenziosa nel Mediterraneo, tra un dolore che non ha fine, ma non apre brecce nei cuori inebetiti dalle droghe del consumismo. Così è per un anno, ma il 27 c’è il rito della memoria e occorre d’improvviso ricordare. Tutto è stato costruito ad arte: si vuole che voi abbiate memoria di tutto il male ch’è stato, ma non riusciate a vedere l’infinito male che vi circonda. E’ infatti scientificamente provato che una micidiale overdose di antico razzismo ha la forza d’un vaccino: fa di un popolo di senzastoria una massa di consumatori di dolore virtuale immuni dall’orrore autentico. Un orrore ben più vivo di quello storico, più diffuso, più ostentato, più sottilmente teorizzato, più modernamente organizzato.
Che può dirvi un vecchio professore che già non v’abbia detto? Cercate una risposta dentro di voi e per quello che ritenete giusto, domandate giustizia. Pretendetela per voi e per gli altri. E’ un diritto e vi spetta.
La lezione che potete ricavare dall’inganno del 27 gennaio è amara ma preziosa: gli uomini che amano il bene non possono ubbidire a ordini ingiusti e malvagi. Urlatelo forte, mandatelo a dire tutti insieme alla Gelmini perché impari da voi cos’è la scuola. Quella che non conosce e pretende di governare.

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E’ il castigamatti dei lavativi, il nemico giurato dei fannulloni, lo stakanovista che non consente sgarri, l’insonne custode dell’efficienza. L’uomo che sta cambiando il volto del Paese, e che ci urla da tempo: “Occhi aperti! Sveglia poltroni, sveglia , chi dorme non piglia pesci!

Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia! Sveglia!

NULLA DA FARE: DORME!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

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Perbenino nel vestito a la page, elegante addirittura, se il verde nel taschino non guastasse la festa, il padano Cota “studia a memoria” e si spegne, ripetendo acriticamente concetti che hanno radici nella notte dei tempi, in un italiano che ancora attende un buon “risciacquo in Arno Il mondo di Cota, fiumi compresi, parte da Pian del Re e si ferma alla foce del Po. L’Arno è in terre sconosciute. Il razzismo è molto più vecchio di Cota e, per non andar lontano, basta ricordare il recente fascismo: Giacomo Acerbo, Giuseppe Bottai, Guido Buffarini Guidi, Galeazzo Ciano, Julius Evola, Giovanni Gentile, Paolo Orano, Giovanni Preziosi, Nicola Pende e Benito Mussolini. Sarebbero tutti d’accordo con l’avvocato Gelmini che, in un nota inviata alle scuole, ha comandato: per il prossimo anno scolastico le prime classi di elementari, medie e superiori avranno un tetto del 30% per gli alunni stranieri, che potrà essere innalzato o ridotto a seconda di come i ragazzi parlano già l’italiano. Cota non sa che un bambino impara in un mese quello che un leghista adulto non apprenderà mai più e non ha dubbi: “Il Ministro Gelmini ha sostanzialmente tradotto in pratica una delle due disposizioni contenute nella nostra mozione approvata alla Camera“. E quando dice nostra si riferisce alla “Lega Nord“, il partito dei filosofi del “ce l’ho duro“.
Tutto si tiene, quindi, e il principio da cui parte la Gelmini si integra alla perfezione con la crociata del cattolicissimo Roberto Maroni per l’approvazione del “reato di clandestinità” e la reclusione coatta degli immigrati in campo di concentramento. ”Se in una classe c’è una percentuale troppo alta di stranieri – spiega Cota – l’integrazione non si può realizzare, si crea il ghetto, con la conseguenza che i nostri alunni non riescono ad apprendere e così anche gli alunni stranieri, ne sanno qualcosa gli studenti e le famiglie di alcune città dove la situazione nelle classi si è fatta difficilissima”. A sentir Cota, Gelmini e Maroni, quindi, la disperazione della nostra scuola non nasce dai tagli dissennati del governo, ma dai figli degli immigrati seduti a scuola con quelli italiani. Un ghetto, perciò, non è più un luogo in cui una maggioranza barbara e incivile chiude le minoranze, ma, con ardita innovazione leghista, diventa precisamente il contrario: “dicesi ghetto la classe d’una scuola in cui una minoranza straniera convive civilmente con una maggioranza indigena“.
La “scuola italiana – afferma l’avvocato Gelmini – deve mantenere con orgoglio le proprie tradizioni storiche e insegnare la cultura del nostro Paese” e non sono concetti originali. In Germania, anni fa, c’è stato chi ha chiesto “uno Stato che riconosca sua mansione suprema la conservazione […] delle caratteristiche migliori, rimaste incontaminate, della nostra nazione” e ha sostenuto che “non si impara la storia solo per conoscere gli avvenimenti, ma per trarne insegnamento per il futuro e la conservazione del popolo” [1]. Si chiamava Adolfo Hitler e, per salvaguardare la cultura e la morale tedesca, chiuse nei suoi campi di concentramento testimoni di Geova, Rom, omosessuali e internazionalisti. Se a questo siamo, occorre far presto. I fatti di Rosarno sono un campanello d’allarme: le razze inferiori, potrebbero ribellarsi.

1] Adolf Hitler, Mein Kampf, La Lucciola Editrice, Albairate, pp. 24 e 45.

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