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Archive for novembre 2013

A00082597Appunti impopolari, poche parole, mentre si volta pagina e si consegna alla storia che si ripete – un po’ farsa e un po’ tragedia – un altro capitolo da scrivere vergognandosi.
In Italia i regimi durano tutti su per giù vent’anni e si chiudono più o meno allo stesso modo. Stavolta, è vero, dopo il Gran Consiglio, la spuntano, a quanto pare, congiurati e traditori e addirittura ci governa Ciano… anzi, scusate, Alfano. La sostanza, però, rimane quella e non c’è stata nemmeno una qualche Resistenza a salvarci la faccia.
Come s’usa da queste parti, il Duce paga per tutti; siamo sessanta milioni di anime innocenti e in fondo non cambia nulla. Non cambia nemmeno la sedicente sinistra che leva i calici e si dichiara vittoriosa, mentre nell’ombra si vede già tramare una ricostituita Democrazia Cristiana, un ennesimo mostriciattolo che stavolta non può contare nemmeno su gente come De Gasperi. A noi toccano i due Letta, Gianni, quello del Vaticano, che lavora nell’ombra, ed Enrico, il nipotino raccomandato. Pochi mesi, poi verrà Renzi e ricominceremo. Un nuovo giro, un nuovo ventennio, mentre, chissà, già cresce nell’ombra il terzo Ciano. Intanto ci teniamo Napolitano e Alfano.
Incredibile a dirsi, ma molto probabile: in un Paese nato male e cresciuto peggio, finisce che la Costituzione repubblicana per ora la salva il pregiudicato Berlusconi… Spiace per Napolitano, ci aveva messo il cuore, ma i “saggi” non hanno funzionato. E chissà che la nemesi non giunga a vendicare partigiani e antifascisti. Tutti prima o poi chiudiamo la nostra avventura terrena. Anche i sovrani assoluti di una repubblica nata parlamentare.
Non si sa se ridere o piangere.

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imagesLegga queste mie parole, direttore, come una lettera aperta a un giornalista indipendente, che d’un tratto mostra i sintomi di un singolare restringimento del campo visivo. Pare ormai che lei osservi il mondo guardandolo dal buco di una serratura e ci racconti la parte per il tutto. Le violenze dei No Tav, per dirne una, che non servono «degnamente una causa democratica». Si direbbe che lei non veda la crisi in cui versa la democrazia nel nostro Paese.
L’incostituzionalità dell’attività di governo è una violenza esercitata su principi fondanti e regole della nostra democrazia; non penso alle occupazioni militari imposte là dove mancano argomenti da opporre alle ragioni incontestabili di chi protesta: dalla Campania del biocidio alla Val di Susa, schieriamo contro i diritti più uomini di quanti combattono guerre sedicenti «umanitarie», talora disumane, spesso in odore di incostituzionalità. Certo, questo sarebbe un tema su cui riflettere, ma io penso piuttosto allo stato comatoso in cui versano le Istituzioni nel Paese. Si fermi solo al 2013. Si va al voto con una legge elettorale incostituzionale, di gran lunga peggiore di quella Acerbo, che consegnò il Paese a Mussolini. Sceglie la destra chi si sente tutelato dall’impegno preso durante la campagna elettorale: mai con la sinistra. Vota il PD chi gli crede: non faremo governi con la destra. Dopo il voto, ecco il ceffone agli elettori: si fa il governo delle «larghe intese»”: destra e sinistra unite con la fiducia accordata da un Parlamento di «nominati», gente che nessuno ha votato, scelta dai segretari di partito secondo criteri che non tutelano l’interesse del Paese. Non basta. La Camera dei Deputati, nata scandalosamente da una legge truffaldina – di fatto illegittima – non si fa scrupolo di contribuire alla rielezione di Napolitano che, a meno di patti col diavolo, diventa così non solo Presidente della Repubblica per la seconda volta – mai accaduto nella storia della Repubblica – ma Presidente a vita.
Ce n’è quanto basta per guardare preoccupati alla salute della democrazia in Italia, tanto più che la violenza esercitata contro il «popolo sovrano» non si ferma qui. Il Parlamento dei «nominati», infatti – un’assemblea autorevole quanto la mussoliniana Camera dei Fasci e delle Corporazioni – decide di cambiare le regole del gioco, modificando l’articolo 138 della Costituzione: proprio quello che ne faceva uno «Statuto rigido». A chiudere il cerchio pensa, infine, Napolitano, che ha già voluto la cancellazione di alcune sue conversazioni con un imputato per reati in cui si vede spuntare la mafia. L’ha fatto, sostiene, per difendere le prerogative del ruolo istituzionale. Una questione di principio, insomma, che non avrebbe minato la sua credibilità, già indebolita dalla vicenda Monti, se, ottenuto lo scopo, avesse avuto la «sensibilità democratica» di divulgare «sua sponte» il contenuto delle telefonate intercettate per caso. Conversazioni di per sé censurabili, dal momento che un Capo dello Stato non dovrebbe intrattenere rapporti con imputati eccellenti, tanto più se indagati per ragioni di mafia. E’ stato proprio lui, Giorgio Napolitano, campione di trasparenza, ad avviare una prassi obliqua, se non incostituzionale, per cambiare la legge fondamentale dello Stato, inventandosi una «Commissione di saggi», qualcuno scelto anche tra i «creduloni» della tragicomica faccenda Ruby-Mubarak. Cambiato l’articolo 138 e affidata la sorte della Costituzione a uomini che nessuno ha eletto, a un Parlamento di «nominati» e a un governo sostenuto da forzitalioti e neocentrisiti di ventennale militanza berlusconiana – è questa la nostra nuova Costituente – il gioco è fatto e la Costituzione rischia l’oltraggio estremo. Non è un’opinione peregrina; lo affermano giuristi di chiara fama come Rodotà e Zagrebelsky, per fare dei nomi.
Un clima di così inaudita violenza verso le Istituzioni del Paese si è registrato solo con l’avvento del fascismo, caro Mentana, ma lei insiste sulla democrazia minacciata dai No Tav. Così, direttore, fa torto alla sua intelligenza e a quella di chi l’ascolta, credendola diverso da pennivendoli e velinari che costituiscono purtroppo il nerbo della sua categoria. La crisi della democrazia esiste, direttore, è gravissima e i No Tav ne sono al più l’inevitabile conseguenza. Le cause, quelle vere e preoccupanti sono da cercare tutte tra partiti e uomini delle Istituzioni. Questo, però, evidentemente non si vede dal buco della sua serratura.

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ImmagineIl Parlamento vive ormai di ricatti e Letta è il vero protagonista del degrado morale e dello sfacelo politico della Repubblica. Dopo Alfano, è toccato a Cancellieri: impunità in cambio della sopravvivenza del governo. Meglio, per certi versi molto meglio, la delinquenza politica aperta, col capo che si assume la responsabilità dei crimini – «se il fascismo […] è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione!» –, sfida i deputati – «fuori il palo e fuori la corda!» – e apertamente minaccia: «state certi che nelle quarantott’ore successive a questo mio discorso, la situazione sarà chiarita su tutta l’area». In questa maniera di aggredire il Parlamento e il Paese, c’è un nemico che ti dichiara guerra.
Noi non abbiamo di fronte né una destra nemica che si firma, né una sinistra debole perché separata. Renzi e D’Alema non sono certo Bordiga e Gramsci, giganti contrapposti, e nella polemica astiosa non senti la stima per l’avversario, narrata da ammirati testimoni oculari: «Caro  Antonio, tu ti fai influenzare dalla filosofia di Benedetto Croce… Non sono mai stato un crociano; piuttosto in te, Amadeo, si vede bene che affiora l’ingegnere». Nessun lampo di occhi febbricitanti, nessun palpito di animo nobile prigioniero in un corpo deforme, contrapposto a una durezza teorica estrema che sa, tuttavia, essere umana e cortese con l’avversario tanto più valoroso, quanto più debole malato. Noi non abbiamo contro né il pensiero d’un filosofo, foss’anche Giovanni Gentile, né l’audacia di un reprobo socialista, egocentrico e violento, giunto dalla piazza al palazzo. A noi toccano «sinistri» pentiti e preti più o meno spretati, mezze calze senza cuore e cultura, privi persino dell’illusione allucinata, che fu per un attimo il sogno presto abortito d’una generazione tirata su a «biberon di sangue», tra baionette e shrapnel, nelle trincee della «grande guerra» tra potenze industriali. A noi tocca una gentaglia incolta, che non ha nemmeno il nero coraggio degli «arditi»; ci fa fronte la viltà d’una soldataglia mercenaria e senza sogni, addestrata a esser forte coi deboli nei rari rischi di «guerre umanitarie», che si combattono per lo più contro  civili inermi, lungo le vie del petrolio e i bui canali della droga. L’attacco ci viene da chi baratta miseria morale con interesse di bottega, chi ha per manganello il ricatto e per olio di ricino il «metodo Boffo».
Letta ed  Epifani non si sono nutriti alla scuola dello spirito fondante di Gentile o all’idea di società gerarchica che vive nella perizia giuridica di Rocco, nell’ideologia corporativa e nell’aberrante, ma «politico» slogan del Duce: «tutto per lo Stato, nulla al di fuori dello Stato». Epifani e Letta volano rasoterra e lo confessano: sanno di fare scelte vergognose, ma una passione ignobile – la libidine di potere – gli impone di garantire la fiducia e chi non ha titoli per meritarla. Mussolini, alla resa dei conti, si appellò al suo «amore sconfinato e possente per la patria», Letta si limita a ricattare il suo partito: anche se è una vergogna, questo governo è tutto ciò che sappiamo esprimere, è il «nostro governo», colpisce la povera gente, ma per noi e per i nostri interessi è una scelta senza  alternative. Gli interessi personali e quelli del PD. La gente gli ha votato contro al governo delle ammucchiate, la gente non lo voleva, questo governo della paralisi, e tornerebbe a dirglielo chiaro se non glielo impedisse la legge Calderoli, di gran lunga peggiore di quella del fascista Acerbo. Letta lo sa e perciò non la cambia. Attende di escogitarne una più disonesta.
Siamo a questo. Peggio delle peggiori pagine della nostra storia. Un Parlamento di «nominati», eletto con una «legge truffa» che da anni si dovrebbe cambiare e non si cambia mai; un ministro dell’Interno che o ignora il diritto d’asilo o le malefatte del suo Ministero; la Guardasigilli colta sul fatto, mentre ricambia l’amicizia di un amico latitante in Svizzera; un Presidente della Repubblica che ha fatto carte false per non rendere pubblico il contenuto delle sue conversazioni con un imputato per reati in cui spunta la mafia. Degli ultimi tre Presidenti del Consiglio, Letta è una nullità incline alla megalomania – «après nous le déluge» ripete ad ogni piè sospinto per ricattare il Parlamento – Monti è senatore a vita per meriti ignoti e, massacrati i diritti dei lavoratori, passa alla storia per la concezione reazionaria del governo che ha funzione pedagogica rispetto al Parlamento e in quanto al terzo, Berlusconi è un pregiudicato che tiene in piedi il governo.
Inutile girarci più attorno: occorre organizzare una nuova Resistenza, civile e pacifica, se possibile, come quella di Genova in questi giorni o, se non ci si lascia altra via, degna di quella che seppero fare i nostri nonni. Se nel volgere di pochi mesi lavoratori, giovani, precari, disoccupati e sfruttati non risponderanno alla inaudita violenza delle classi dirigenti, provando a spazzare via la peggior classe dirigente della nostra storia, di noi si dirà che ci meritammo ciò che avemmo e che fu colpa nostra se i padroni ci ridussero in servitù.

Uscito su Report on line e su Liberazione il 22 novembre 2013

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Ho lavorato dodici ore e va così da molte settimane. La notte, quando mi accorgo che non ho più la forza di andare avanti, lascio poche parole scritte con una penna rossa sul foglio che ho davanti: sei arrivato qui… domani devi ricominciare dai documenti che hai ordinato lì, nell’angolo sinistro della scrivania. C’è un mondo da scoprire in quelle carte ammonticchiate una sull’altra e ricorda: prima di interrompere, hai trovato le tracce di Salvatore Mauriello. Te l’aspettavi, è vero, ma è importante ugualmente, perché è un’altra figura di antifascista che c’era, ebbe un ruolo ma non ce ne hanno parlato. Un caso? Una scelta? Come che sia, è una conferma. Tuttavia, non è il caso di far troppa festa. Non  puoi certamente fermarti qui e convincerti che hai capito. Non è così. Hai visto quante domande ti facevi stasera? Tante e le risposte ancora non le avevi tutte.
Domattina, appena sveglio, ricomincerò dalle domande, lo so. La ricerca storica a volte è una via crucis. Una gran parte della tua vita se ne va in una sorta di muto dialogo con mille persone che non ci sono più. Fortuna che, se le interroghi, una riposta te la danno, sennò sarebbe davvero una cosa da pazzi. Una via di mezzo tra il cimitero e il manicomio. Fortuna che sono stati militanti e hanno vissuto per un sistema di valori che continui a sentire tuo; fortuna che sono stati e sono uomini e donne di grande valore, per quanto sconosciuti o, forse, grandi proprio perché ignorati, accantonati, messi da parte e dimenticati. Si guarda in alto, ai leader, e ci si dimentica che senza soldati valorosi non ci sono generali vittoriosi.
Quante cose ho imparato oggi e quante ne porterò inevitabilmente con me! La cosa peggiore di tutte, però, non è la tristezza delle loro sconfitte. I fatti di cui ti parlano, la storia che ti raccontano è di per sé così ricca di umanità e così viva e vitale, che il peggio comincia quando alzi gli occhi e ti guardi attorno. Ma come abbiamo fatto a ridurci così? Monti, Renzi, Napolitano, D’Alema. Quando alzo gli occhi e mi guardo attorno, capisco che la sintesi vera tra manicomio e cimitero sta fuori dalle mie carte. E’ il mondo in cui viviamo.
Come ne usciamo?
Ricordati. Domani è questo che devi chiedere ai muti protagonisti delle tue quotidiane, interminabili chiacchierate. Come ne usciamo?

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418895Oggi in tutta Italia s’è spacciata droga, si sono vendute armi e s’è pagato il pizzo. Come ogni giorno, anche oggi c’è stata la solita evasione fiscale e lo sfruttamento della prostituzione è andato a gonfie vele come sempre. Per non parlare di corrotti, corruttori, ladri e rapinatori. A guardia e ladri non gioca più nessuno.  Se i ministri li fanno uscire, perché acchiapparli? E’ molto meglio caricare in piazza gli studenti. Si rischia poco e si fa il gioco di chi comanda.
Quando esagerano – e lo fanno molto spesso, per non dire sempre – i poliziotti sono irriconoscibili. BZGujHFIEAAQu5uQui da noi, in piazza, la polizia non porta numeri o matricole. Perché dovrebbe? studente-fermato1_672-458_resize
I tutori dell’ordine – così si chiamano – difendono chi ha distrutto il Paese e rubato il futuro alle giovani generazioni, anche quello dei loro figli naturalmente. Per questo li paghiamo, no? Difendono chi che ha riempito la Campania di veleni per più di vent’anni sotto il loro naso. Non hanno mai visto e mai sentito nulla. Mai una volta. Per forza: sono quotidianamente impegnati a manganellare studenti, operai, migranti, senzatetto. E che volete? studenti_01_672-458_resizePer questo gli diamo da mangiare, no? Difendono i prepotenti e i ladri di regime – per questo portano una divisa e sono armati, no? – e sono pronti a sparire quando dovrebbero esserci e a sbucare alle spalle della gente perbene quando dovrebbero stare da un’altra parte e rivoltarsi contro chi li comanda.
Bella gente, Bella davvero. Gente che fa da scorta ai pregiudicati come Berlusconi. Gente forte. Forte coi deboli e debole coi forti. Oggi Cucchi, ieri Pino Pinelli. Per questo li paghiamo, no?

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20131111_57000_juvenapoli_fuorigioco_llorente E’ difficile capire che diavolo stia guardando il segnalinee, così bene appostato. Perché non alza la bandierina? Non vede il fuorigioco? Tutto può essere. Però la domanda è lecita e Salvatore Di Giacomo glielo avrebbe certamente chiesto: “Dimme na cosa. T’allicuorde tu e quacche faccia ca p”o munno e’ vista, mo ca pe’ sempe nun ce vide cchiù?”
Mario Sconcerti, opinionista del Corriere della Sera, parlando di Juve-Napoli, giocata domenica e terminata tre a zero per i padroni di casa, ha diligentemente fatto notare che sul primo gol della Juventus, c’era “Llorente in fuorigioco: 20 cm, è vero, che si possono vedere”. Poiché la partita era cominciata da appena due minuti, ha osservato il giornalista, l’errore dell’arbitro l’ha messa certamente in discesa per la Juve. Gli azzurri, però, in ottantotto minuti non hanno saputo recuperare il gol, quindi, per Sconcerti, “il Napoli esce ridimensionato”. Può darsi, certo, e comunque è un’opinione e come tale va rispettata. Il giornalista, però, evidentemente distratto, ha dimenticato che un rigore grande come una casa è stato negato dall’arbitro a Higuain PicMonkey-Collage-638x425sullo zero a zero. Se ne fosse ricordato, avrebbe certamente osservato che la partita, sempre più in discesa per la Juve, è diventata a quel punto, per il Napoli, una sorta di scalata del Kappa due. Ne avrebbe ricavato così la conclusione, molto meno frettolosa e più aderente ai fatti, che il risultato è stato molto pesantemente condizionato da due errori arbitrali. Bisogna capirlo, però, Sconcerti. Parlare di Juve e arbitri non è mai facile.
La Juve ha vinto meritatamente? Se si ignorano il gol in fuorigioco e il rigore negato, si può dire di sì. Ma dopo un gol regalato a chi vince e uno negato a chi perde è possibile parlare di risultato giusto? A me sembra più un furto che una vittoria meritata. E i mariuoli non mi sono mai piaciuti. Eduardo aveva ragione, ‘O truffatore si t’a sape fa’, tu dice: – “Va bene, m’ha fatto scemo, ma insomma ha truvato nu si­stema”. – E magari uno dice: – “È simpatico”. – L’astuzia e ‘o curaggio ‘e circula’ cu nu camionne cu ‘e documenti falsi… E pure se po’ dicere: – “È n’ommo scetato, tene fegato, ha creato nu muvimento…” – Quanta gente ha mangiato pe’ via ‘e sti camionne ca vanno e vèneno… E po’ ha miso pure a rischio ‘a pelle, pecché ncopp’a na strada pruvinciale se po’ abbusca’ pure na palla ‘e muschetto… ‘A prostituzione? Embe’, brigadie’… E ‘a guerra nun porta ‘a miseria? E ‘a miseria nun porta ‘a famma? E ‘a famma che porta? E ‘o vvedite? Chi pe’ miseria, chi pe’ famma, chi per ignoranza, chi pecché ce aveva creduto overamente… Ma po’ passa, se scorda, fernesce… ‘E gguerre so’ state sempe accussì… Avimme pavato… ‘A guerra se pava cu tutto… Ma ‘o mariuolo, no! È ove’, brigadie’?[…] Nun s’addeventa mariuolo pe’ via d’a guerra. Mo qualunque cosa damme colpa ‘a guerra. Mariuolo se nasce. E nun se po’ dicere ca ‘o mariuolo è napulitano. O pure romano. Milanese. Inglese. Francese. Tedesco. Americano… ‘O mariuolo è mariuolo sulamente. Nun tene mamma, nun tene pato, nun tene famiglia. Nun tene nazionalità. E nun trova posto dint’ ‘o paese nuosto. Tant’è vero ca primma d’ ‘a guerra, ‘e mariuole pe’ fa’ furtuna attraversavano ‘o mare…
I tempi sono evidentemente cambiati. Se non fosse così, l’emigrazione di marca juventina sarebbe da qualche anno in fortissimo incremento.

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6afd69fca4d40105ff6471cfaee955a23715ba508864d078c6f087a9_175x175La «scuola breve» – il futuro dell’istruzione, a sentire Carrozza – fa i conti con mille impicci. Gelmini, per dirne una, ha messo al bando la sperimentazione negli istituti «tradizionali», ponendo un vincolo inderogabile: il percorso è quinquennale. Due anni, più due, più uno. Si tratta solo di tagli, ma ora che regna la Troika nelle colonie si dice «spending review». E’ il fascino dell’esotico.
Carrozza ha abrogato la norma Gelmini? Nemmeno per sogno!  Avrebbe nociuto alla cagionevole salute delle «larghe intese» e, ciò ch’è peggio, «tagliato i tagli». Insomma, partita persa prima di giocarla, ma la ministra s’è fatta furba e l’osso non l’ha mollato. Poiché Gelmini l’ha lasciata erede di un limbo senza regole – le imprecisate e mai ben individuate «sezioni internazionali» e i cosiddetti “licei classici europei” – di questa terra di nessuno che invano attende norme, non fuorilegge, ma certo «senzalegge», la ministra ha fatto l’ariete per sfondare le mura cadenti della scuola statale.
E’ evidente, Carrozza ignora le norme vigenti per la macchina che governa, ma i funzionari l’avranno avvisata: alle abolite sperimentazioni, anche quelle passate con l’inghippo delle sezioni «senzalegge», occorre il parere favorevole e obbligatorio del CNPI, il Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione. E’ legge. Ignorarla sarebbe una pessima lezione di educazione alla legalità. Senza fare una piega, Carrozza è andata avanti: niente parere. E’ vero, Profumo ha sciolto il CNPI, ma non l’ha abolito e il 15 ottobre, anzi, il Tar del Lazio – un vero guastafeste – ha intimato al Ministero di farlo rieleggere entro 60 giorni dalla sentenza. Carrozza, però, presa non si sa da quale fregola decisionista, ha tirato diritto per la sua strada e non s’è curata del vincolante parere scritto del CNPI. Dalle sezioni «senzalegge» alla sperimentazione fuorilegge il passo è stato breve e soprattutto ben coperto dal silenzio complice del baraccone mediatico, in cui ormai persino un mussoliniano come Teresio Interlandi farebbe la figura di un dilettante.
Compiuto lo strappo, si tratta ora di trovare un manipolo di Dirigenti Scolastici, tra quelli più pronti a dare una mano, più servizievoli e più ideologicamente schierati. I bravi e zelanti, insomma, che non mancano mai, pronti a far nascere sezioni di «Liceo classico internazionale» all’interno dei licei «tradizionali» marca Gentile. Anche qui, s’intende, regole, impicci e quell’autentica rogna che si chiama democrazia, ma l’esempio, si sa, viene dall’alto e di educazione alla legalità si parla anzitutto per vendere fumo. Che volete che sia, per un buon Dirigente Scolastico, in tempi come i nostri, con l’Europa in delirio per le palle di Letta che sono d’acciaio, seguire l’esempio, mettere in campo gli attributi e pilotare, se necessario, piegare un Collegio Docenti preventivamente terrorizzato dalla spada di Damocle di ventilati cali delle iscrizioni, conseguente precarizzazione, spostamenti di sede e via crucis dei soprannumerari? Occorrerebbe starci nelle scuole, per cogliere il senso di smarrimento del personale docente, vedere gli anziani, giunti al capolinea stremati, timorosi di una nuova riforma, che ancora una volta gli neghi un diritto, li irrida, gli faccia toccare con mano la loro impotenza, mentre un saputello del sindacato di Stato, disteso e ben pasciuto, tutto chiacchiere e cellulari, gli spiega che sbagliano, confondono: non di diritti si sta parlando, ma che dicono? Si tratta solo di aspettative di vita. Non pensa ad altro, buona parte degli anziani: tagliare la corda una volta e per tutte. In quanto ai «giovani», a loro diresti abbia pensato Ungaretti cantando la disperata rassegnazione: «si sta, come d’autunno sugli alberi le foglie».
Dalle mie parti, al liceo «Sannazzaro», pubblico e privato corrono già gomito a gomito: «sezione internazionale», quattro anni e un successo già scritto. Non c’è voluto un grande sforzo: un Collegio dei Docenti convocato dalla sera alla mattina nell’inerzia della rappresentanza sindacale – anche qui regole sotto i piedi – senza il tempo per capire che si approvasse. Un’urgenza insensata, una fretta così ingiustificata, che alla resa dei conti, nonostante la rassegnazione, è finita sul filo di lana: il liceo breve è passato per un voto e con tanti astenuti, mentre circolavano esempi di un orario nuovo, in cui non mancavano le compresenze; colpiva, tra tutti, il caso di due docenti pagati con due stipendi per fare insieme un’ora di religione e di filosofia. Senza contare l’equilibrismo sul filo del pensiero laico, anche stavolta la Gelmini è stata del tutto ignorata e le compresenze, abolite alle elementari, hanno fatto l’esordio al liceo. Una scelta compatibile con gli attuali ordinamenti della scuola? Il Consiglio d’Istituto non ha eccepito e tutto è filato liscio come l’olio.
Perché scandalizzarsi? La ministra Cancellieri siede tranquillamente al suo posto, il partito della ministra Carrozza va al Congresso con le tessere moltiplicate come pane e pesci e il governo poggia sull’accoppiata diavolo e acqua santa, mentre il polverone quotidiano, levato ad arte sulla sorte di un pregiudicato che coi suoi fedelissimi, fa l’opposizione e governa, non scandalizza il Senato, non crea casi di coscienza a Letta e ai suoi ammennicoli d’acciaio. E’ vero, in Germania si tende ormai a ripudiare la scuola breve, che in Francia non è mai esistita, ma chi si azzardasse a sostenere che la sola qualità del liceo di quattro anni sono i quarantamila posti di lavoro che taglia, diventerebbe subito lo scandalo nazionale, paladino senza vergogna della corporazione più potente d’Italia: gli insegnanti, ridotti ormai peggio dei loro colleghi nell’Italia fascista.

E’ uscito su Fuoriregistro l’11 novembre 2013, col titolo Educazione alla legalità e su Liberazione e Report on Line il 12 novembre 2013.

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