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Archive for giugno 2011

Naturalmente, chiosano i benpensanti, s’è trattato d’un caso, forse d’una distrazione, e i più “saggi” e “moderati” – quelli che di solito si strappano i capelli per le vittime del terrorismo, per i “nostri ragazzi” uccisi in “missione di pace” mentre, armati fino ai denti, danno una mano a truppe d’occupazione, quelli che di moderazione in moderazione ormai chiudono gli occhi su tutto, sui lager che chiamiamo CIE, sui richiedenti asilo rispediti al mittente, sui cimiteri nei fondali meridionali, su Aldovrandi, su Cucchi e chi più ne ha più ne metta. I più “saggi” e “moderati” invitano a non strumentalizzare. E va bene, non strumentalizziamo. Notizia secca:

Ieri pomeriggio, 29 giugno, un mezzo blindato antisommossa dei Carabinieri diretto a Chiomonte ha investito e ucciso una pensionata a Venaria. Si chiamava , Anna Reccia e aveva 65 anni”.

Note a margine.

Non era libica, la sventurata, e questo è davvero un peccato, perché qualcuno ci avrebbe potuto “informare” con scrupolo professionale: “ecco una vittima di Gheddafi.  Perciò siamo in Libia, per difendere i civili“. Invece, è nata da noi e l’abbiamo “protetta” come meglio sanno fare uomini messi a guidare mezzi militari da guerra in territorio italiano, per accorrere in tutta fretta contro non si sa bene quali pericolosi invasori.

Non sarebbe accaduto, se non fosse ormai del tutto normale vedere le nostre città presidiate da uomini armati, in assetto antisommossa, pronti a far fronte ai tremendi rischi che vengono al Paese da tutto ciò che somiglia a una protesta. Nessuno sa se le nostre efficientissime forze dell’ordine dormono con gli anfibi e gli elmetti per tenersi pronte, come si direbbe girando per le vie. E’ certo, però, che  l’ordine è perfetto: sono stati picchiati i pastori sardi giunti a Civitavecchia dalla Sardegna, i terremotati del’Aquila presentatisi a Roma, gli operai licenziati, gli studenti scippati delle scuole e delle università, le popolazioni che difendono il territorio da speculatori e malavitosi e non si fa un corteo se prima non si concentrano ingenti reparti di forze dell’ordine, schierai contro i cittadini.

E’ vero, sì, ma sono dettagli. Impunemente si organizzano cacce ai gay, tra poco, come sempre col caldo, i piromani manderanno felicemente in fumo i nostri boschi per fare spazio alla cementificazione, le barche da venti e più metri fanno sonni tranquilli nei porticcioli turistici, senza che nessuno si chieda cosa facciano e di che vivano i proprietari, e gli affari della mafia non vanno certamente male. E’ verissimo: se un magistrato chiede l’arresto d’un deputato, le manette non le usa nessuno, se uno ruba, invece, e magari per fame, finisce dentro carceri orrende e qualche volta si suicida. Qui il Parlamento, però, non mette il becco e chi s’è visto s’è visto.

Lo sanno tutti: l’Italia protegge i civili. Nessuno sa farlo meglio.

I civili che ne pensano? I civili sono felicissimi. Non potrebbero non esserlo: in genere, un corteo di protesta si sa come comincia, ma è difficile prevedere come finisce. E fioccano le imputazioni per veri, presunti e comunque pericolosissimi “sovversivi”. I civili pagano senza fiatare i protettori e sono tutti “sinceri” ammiratori del leghista Maroni che combatte così efficacemente i “clandestini”, che sono tutti una gran manica di mariuoli, e atterrisce la malavita organizzata. Ha  efficacemente protetto finora tutti i deputati inquisiti, processati o in attesa di processo. Tutti, perfino uno che la magistratura ha chiesto di arrestare. Il ministro e il suo partito naturalmente non hanno voluto che si eseguisse il mandato di cattura: gli alleati, si sa, sono per definizione anime innocenti. Ricordate Gheddafi? Una gara d’inchini e riverenze… 

Povera donna. L’accompagnerà certamente il dolore del nostro Presidente della Repubblica.

Adelante Pedro…

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Il 2 ottobre 1925, quando a Palazzo Vidoni si giunse alla firma, Edmondo Rossoni, capo del sindacalismo “rosso” ormai in camicia nera, cantò vittoria. Illusione o menzogna, dichiarò che il comune interesse nazionale avrebbe costretto Confindustria a una linea di “superiore disciplina”. Il patto, da cui nasceva ufficialmente il sedicente “sindacalismo” fascista, non negava l’idea di classe.
L’assumeva, anzi, la faceva sua, per definire un contesto che oggi diremmo “concertativo” e disegnare una gerarchia. Agile e comprensibile, s’ispirava a un prototipo di “politica del fare”, tornata ai suoi nefasti nel clima velenoso del dilagante “autoritarismo democratico”. Cinque articoli: una parte sociale, sopravvissuta a se stessa solo perché accettava la cancellazione di tutte le altre, era riconosciuta come rappresentanza unica dei lavoratori da imprenditori che, in compenso, si appropriavano dei rapporti sindacali, ottenevano lo svuotamento della contrattazione e la conseguente sparizione delle Commissioni interne. Non si trattava di un complesso accordo sindacale, ma di un decisivo passo politico. Un sindacalismo di funzionari trovava la sua legittimazione nel riconoscimento della controparte e non in quello dei lavoratori, cancellava ogni altra sigla e – bere o affogare – non lasciava scelte ai lavoratori: aderire, per non subire la ritorsione.

Dopo l’accordo sindacale di ieri, Vico trova una clamorosa conferma e la civiltà fa luogo nuovamente alla barbarie. Sacconi non vale Bottai, ma la lezione l’ha appresa bene: l’interesse nazionale coincide con quello dell’impresa e nel mondo del lavoro c’è una scala di valori. Meglio di lui, lo disse Mussolini: in azienda c’è solo la gerarchia tecnica. Oggi come ieri, in vista delle manovre “lacrime e sangue” di Tremonti, i colpevoli del disastro annunciato prodotto da un mercato che specula su stesso e mette la vita e i diritti della povera gente al servizio del Pil, si trova modo di vietare lo sciopero, si affida agli imprenditori il compito di certificare le deleghe e si riduce il Contratto nazionale a una pantomima messa in scena per oscurare il peso decisivo di una contrattazione aziendale che potrà legittimamente stravolgerne il contenuto a seconda degli interessi delle aziende. Si apre così l’era nuova del “sindacato aziendale”.
Peggio del peggiore corporativismo. Certo, manchiamo ancora di una “Carta del Lavoro” e beffardamente sopravvive a se stesso lo Statuto dei lavoratori, ma Susanna Camusso dà voce ad un sindacalismo di classe mummificato: contenta di una rinnovata collocazione “privilegiata”, non capisce, o finge di ignorare, che si è voltata pagina alla storia. A partire dall’accordo del 28 giugno, se mai vorrà provare a rifiutare il ruolo di cinghia di trasmissione delle scelte del capitale, se, per improvviso impazzimento, uscirà dall’acquiescenza, la Triplice sindacale sarà frantumata.
In quanto rappresentanza unica dei lavoratori, non si è semplicemente piegata alla dottrina Marchionne. Ha accettato senza riserve l’intimo significato del pensiero di Alfredo Rocco che, qui da noi, fu alla base dello Stato totalitario: la proprietà privata e il capitale hanno una funzione insostituibile nella vita sociale e il sindacato esiste solo per disarmare e addormentare i lavoratori.

Uscito su “Fuoriregistro” il 29 giugno 2011 e su “il Manifesto” il 3 luglio 2011

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Pina entrò nella mia vita per caso. Ci si fece un posto che pochi hanno mai avuto e nessuno glielo avrebbe tolto se, quindici anni dopo il nostro incontro, una mattina di quelle che non sono uguali ad altre, non avessimo scelto di affidare la nostra sorte al caso. E allora sì, perché noi lo volemmo, poi ci si divise e ciò che venne dopo doveva venire: non si affida impunemente alla sorte ciò che dà un senso a molta parte della propria vita.
I fili che ci avevano condotti al nostro appuntamento erano parte di una storia collettiva: sessantottini si prendeva a dire qua e là, chi per invidia malevola, chi con disprezzo astioso, mettendo insieme qualche ragione e numerosi torti. E’ vero, si potrebbe provare a smentirli, ma a che servirebbe fare qui la storia di un manipolo di giuda mercanti, che vendono fumo dalle colonne di giornali prezzolati e s’arrampicano sugli scranni untuosi di quelle istituzioni tante volte spregiate? Ogni tempo li porta con sé: hanno largo consenso nei giorni della storia che dal passato si avviano a quel futuro che sarà il presente di nuove generazioni, poi, esclusi da ogni tempo, si perdono in una irrimediabile oscurità. Esistono sempre e non sono mai esistiti.

Io e Pina avevamo viaggiato sullo stesso treno, ognuno una carrozza, ma il binario era quello: dalla stessa parte, con gli stessi sogni, sulla stessa barricata. E ci eravamo attardati nella giovinezza senza accorgerci della maturità alla quale un’idea cronologica della vita ci aveva assegnati. E’ una verità banale, ma puoi stentare a capirla: col tempo che passa, occorre diventare adulti. Fa parte del gioco e, se non ci arrivi da solo, qualcuno prima o poi te lo dice. Ma è proprio vero che l’apparenza inganna: piccola, i capelli neri tagliati a caschetto, il viso lievemente largo che aveva preso a truccare molto tardi, usando il rimmel molto più che l’ombretto, Pina pareva una di quelle “signorine charleston” degli anni ’30.
Inganna l’apparenza, le avevo confessato in un giorno di stanchezza mortale, in cui tutti, chissà perché, persino lei, solitamente così acuta, tutti mi vedevano felice e forse, a vedermi, felice davvero dovevo apparire.
Ma felice di che? – la interruppi, mentre mi si era messa sottobraccio e mi teneva stretto – Felice perché?
E non lo vedi? I ragazzi ti stanno attorno, ti cercano, ti vogliono bene. Perché non sei contento?
C’era quasi timore nella sua voce dalle inflessioni fini, articolate, che se aveva paura tremava, se era felice si spezzava, se lottava con l’ansia era concitata. La voce di chi mette l’anima nelle parole ed esprime nel tono e nella musica dei suoni ciò che dentro gli vive.

Sembravo contento e sorridevo. Ma contento di che?
‘O pruvessore! – aveva gridato qualcuno mentre entravo in classe. Gli evviva mi avevano sommerso e Pina se li era goduti. Conoscevo da tempo la sua teoria:
Se apri una breccia nei cuori, poi si parla. Parlano poi – diceva – e, se lo fanno, vai dal cuore alla testa e lasci il segno.
Contento di che? Che ne avremmo poi fatto di Formisano, se persino la natura s’era divertita a farlo doppio nel viso, come doppio sempre più gli facevano il cuore in petto la scuola della strada, le regole della famiglia e la miseria morale che gli affaristi della politica contrapponevano giorno dopo giorno alla miseria materiale da cui traeva forze la camorra. Che ne avremmo fatto di quello spilungone col viso d’un coniglio e un occhio storto che gli faceva il profilo destro diverso da quello sinistro e gli inquietava il volto che inquietava?
Contento di che? Tornerei a chiedertelo oggi ancora, amica mia, se solo sapessi come farmi ascoltare e dove andare a cercare la risposta. E una, una almeno tu l’avresti, non ho dubbi. Breve, di quelle che facevano luce nel buio che dentro mi insidia da sempre.
Contento di che, Pina? Di essermi trovato a passare con l’auto davanti al crocchio dei giovani eccitati, chiusi a cerchio attorno all’aggressione? Perché fu naturale soccorrerlo Formisano, che la lingua e le mani non sapeva e non voleva tenerle a freno, messo sotto da tre, quattro ragazzi più grandi e più grossi, mentre prendeva calci e pugni e, senza lamenti, restituiva come poteva, colpo su colpo, persino coi morsi, e soccombeva insanguinato? Perché il pugno che presi anch’io mi spezzò un dente, mentre qualcuno s’era messo a urlare: E’ ‘o pruvessore!
Contento di che? Del filo di sangue che disegnando un rivolo giù, fino alla camicia, sconfiggeva penosamente le mie impossibili lezioni sulla superiorità del dialogo? Quella superiorità che il ragazzo insanguinato non aveva mai voluto accettare e tornò a rifiutare in un soffio, mentre lo strappavo a viva forza dalle grinfie dei suoi carnefici:
Avite visto chi aveva ragione?
Contento di che? Di quel consenso che mi trasformava in uno di loro?
Solo così si può provare a parlargli – mi disse Pina senza rabbuiarsi – solo così e lo sai: tu suoni a orecchio. Uno di loro. E’ la musica giusta.

E suonai, Pina, suonammo, dopo che un terremoto più terribile di quello che aveva scosso ogni pietra della città divenne un’onda d’urto micidiale che investì le coscienze e tutti incarognì. Suonammo, Pina, senza gli strumenti. Me la ricordo ancora la tua ragazza violentata dal padre – quanto parlasti, quanta strada facesti dal cuore alla testa! – quella ragazza che un giorno si lanciò a corpo morto nella vetrata del balcone dell’aula. E quell’improbabile fantino grassoccio che giorno dopo giorno mi incalzava:
Venite pruvessò, stasera è sicuro, ve facit’e sorde. Tengo ‘o cavallo buono e a vuie v’o dico! Stasera arrivo primmo, pure si trovo nu cavallo ch’è chiù forte. Venite pruvessò, stanotte chiudimm’a strada pe’ Casoria e ve facite ‘e sorde.
Suonammo, Pina, sorridendo, quando la malizia delle ragazzine che sapevano tutto della vita ci sussurrò all’orecchio:
Site ‘na bella coppia, ma tenite famiglia… – e i colleghi maligni se ne stavano zitti, ma facevano sì con la testa.

Ex sessantottini, Pina. Ma cosa vuol dire? Quelli che sanno mettere insieme un “Comitato genitori e docenti” a Via Cannola al Trivio, nel vecchio Rione Sant’Alfonso, alla Siberia, dove siamo di casa e dove gli alunni che hanno già un “nome” ci fanno da scorta? Dove comanda ‘O romano, un criminale latitante, ufficialmente super ricercato all’estero, mentre i nostri ragazzi ci dicono orgogliosi che va e viene da casa perché “ten‘e sorde e si paga l’amici pulite, ‘a gente comm’ a vuie?”.
Cosa vuol dire? Che siamo gente che nel “Comitato” hanno saputo portare le mogli e le sorelle dei camorristi e quelle si rivoltano contro i padri e i mariti che fittano la scuola data in prestito ai terremotati per farne casa d’appuntamento, deposito di droga e refurtiva, covo per ricercati? Che tutto quessto non serve a niente perché finiamo contro il muro invalicabile dei silenzi e delle collusioni? Contro il muro custodito da scienziati della borghesia passati ai posti di comando?
Vedite, pruvessò, chi aveva ragione?

Ex sessantottini, Pina. Che vuol dire? Che tutti i giorni la stampa cittadina confeziona un prodotto da tre soldi per raccontare, come fossero imprese coraggiose ed epiche, che il “gruppo di fuoco legato alla potente famiglia di Bakù ha riaperto lo scontro per il controllo del territorio“. Tutti i giorni, là dove si potrebbe titolare semplicemente: “Un deliquente esce dal fango e spara“? Che vuol dire? Domandiamolo al giornalista famoso, sceso una volta al Sud dal suo Piemonte – è storia antica. Quello che, entrando in città dalla tangenziale, attraverso lo svincolo del Corso Malta, sull’alto viadotto che sovrasta la “Siberia”, si ricorda – chi vuoi che non lo sappia? – che quella è la “più insanguinata strada di Napoli perché la città per cui passa è divisa fra i clan della camorra; le rese dei conti avvengono nei punti di confine, rapide sparatorie, scontri e fughe su motociclette potenti, e, a cose fatte, arrivano i “falchi”, i poliziotti motociclisti o gli “zingari”, come chiamano i carabinieri in divisa nera. I cadaveri non li tocca nessuno prima che arrivino le autoambulanze a ritirarli. Lungo la tangenziale avvengono anche molti scippi classici; due in motoretta che raggiungono la donna con la borsetta a tracolla e gliela tirano via come una frustata“.
Ma che dice, Pina, questo giornalista scrittore e partigiano? Il giornalista che non si ferma giù nell’inferno, non scende là dove i cadaveri si toccano: che storia è mai questa, chi glielo ha detto dei carabinieri zingari e di quello che si tocca? Non scende, no, perché gli basta vedere dall’alto l’oleografica strada che va dall’aeroporto al mare, e mostra in fondo il Vesuvio a gobbe da cammello e raccontare alla gente la favola delle borsette a tracolla e degli scippi sulla tangenziale. Gli basta raccontare con le parole di un tassista che è inutile dirlo, “ha una bella faccia feroce e istrionica“, gli parla del tempo che è cambiato, del “sole acqua” che sta sulla città e non inserisce il tassametro perché vuole rubargli qualcosa sulla corsa: “uno o due euro, purché sia lui a deciderlo, lui che è più intelligente del forestiero. La maledetta presunzione individualista per la quale un napoletano è pronto a dannarsi“.

Che vuol dire, Pina, ex sessantottini? Che ogni denuncia del “Comitato genitori e docenti”, in via Piazzolla al Trivio, cadeva sistematicamente nel vuoto e per un miracolo del Signore vecchi malati comparivano d’incanto nei loro lettucci nella nostra scuola data in prestito a inesistenti terremotati ogni volta che a sirene spiegate arrivavano in forza polizia e carabinieri?
Tutto questo ci siamo raccontati in un giorno, un giorno solo, uno di quelli che non sono uguali ad altri e ti lasciano il segno. Quel padre – ricordi? – che ci aveva pregato in un italiano inusuale e stentato di non continuare a denunciare il figlio che non veniva a scuola.
Lavora, gli ho trovato un posto – ripeteva – e cu ‘sti carabinieri ‘o posto chillo ‘o perde!
Il posto ce l’aveva davvero: una bancarella che ufficialmente vendeva sigarette di contrabbando ma copriva lo spaccio di eroina.
Tutto ci siamo raccontati in un giorno. Che la scuola chiudeva, perché ora a sinistra ci si orientava per l’efficienza e i tagli alla spesa pubblica e, a conti fatti, costavamo troppo. Dimensionamento, razionalizzazione, accorpamento erano le parole d’ordine della scuola azienda. Tutto ci siamo raccontati quel giorno, e io ti ricordai – ridesti fino alle lacrime – di quella rappresentante dei genitori in Consiglio di classe ch’era venuta a una riunione affannata e in ritardo, con una creatura stretta tra le braccia, chiedendo scusa a tutti – c’eravamo guadagnati un gran rispetto! – e s’era accomodata al suo posto.
Scusate per il bambino, nun tenevo a chi lasciarlo!
Ma il bambino tutto sporco, che lei teneva in braccio con amore, puzzava in maniera insopportabile e anche di questo la donna si scusò:
Se tornavo a casa per lavarlo, ccà nun ce venevo. E ci tenevo a venire. Sapete come vanno qua le cose. Sono uscita dal portone, pochi metri e hanno cominciato a sparare. Tenevo davanti ‘o cassunetto ‘e zinco da’ munnezza. Voi che avreste fatto al posto mio? Ci ho messo dentro il bambino e me so’ arreparata. E’ per questo che puzza!

Non so più quante volte l’avevamo detto, Pina:
Ma perché non chiediamo il trasferimento? Sono quindici anni che stiamo qua.
Sono stanca, dicesti.
Anch’io, risposi.
Testa o croce, mormorasti, e mi desti la monetina. Croce. E’ il trasferimento…
Un lampo di tristezza.

Uscito su Fuoriregistro il 28 febbraio 2006

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Va in scena l’Occidente, “faro” di civiltà e “bussola” del pianeta. Il copione commuove, mentre un brivido “umanitario” corre la schiena inconsapevole e prona del popolo sovrano. Emozioni antiche nelle piazze per un attimo minacciose e subito imbrigliate nella “ribellione elettorale” che tutto cambierà per non cambiare nulla. Va in scena l’Occidente e, insieme alla guerra per la pace, alta si leva ormai, e non a caso simmetrica, la bandiera della “rivoluzione pacifica“. Si completa così un inganno sottile e già evidente nella “contraddizioni in termini” che forza il lessico dei saltimbanchi del potere: assieme alla guerra, ora diventa pacifica anche la rivoluzione. Non c’è altro da dire.
Come vuole l’antica tradizione dei teatranti, la commedia è finita, se v’è piaciuta applaudite.

La guerra non è guerra.
L’ha detto e ripetuto, il garante: tutto in regola con la Costituzione. E’ vero, a questa nostra “guerra e pace“, che non è pace e non è guerra, manca l’epica grandezza del capolavoro di Tolstoj. Qui però non si tratta di letteratura e sogni anarco-pacifisti; qui siamo alla concretezza della politica e il garante tiene i piedi piantati a terra, come comanda quel feroce boia della giustizia sociale che, dio solo sa perché, chiamiamo “ragion di Stato“. Ragione, sì, per quanto di ragionevole non abbia nulla e sia da sempre l’irragionevole radice dei peggiori disastri. La guerra, ripete ossessivo, il garante, la guerra, dico a voi, operai e cassintegrati, giovani derubati dei sogni, del futuro e di quella speranza che in ogni tempo fu la ricchezza della gioventù, uomini e donne che stentate la vita, vecchi oppressi dagli anni, che siete ormai fuori dal ciclo produttivo, pesi morti, scarpe rotte, che non sapete più come mettere Insieme dignità e miseria. Dico a voi: questa guerra di pace la dovete combattere.

Pacta sunt servanda“.
Così dice Napolitano, quasi appellandosi a Grozio, che gettò le basi del diritto internazionale. Grozio, però, non tenne insieme la guerra con la pace e ben sapeva che un patto assai spesso contrasta con altri, sicché, quando scegli di rispettarne uno, infrangi fatalmente gli altri. Questa guerra, però, non è guerra, afferma Napolitano, e in ogni caso si rispettano i patti ad ogni costo. Ad ogni costo. E non serve che andiate a raccontargli il vostro dramma. Lo sa bene che non riuscite a far quadrare i conti a fine mese, che siete disperati e che non c’è lavoro. Lo sa che mancano i soldi per la scuola, la ricerca e la salute, che non c’è padrone che rispetti i patti e non c’è regola che ancora tenga. Lo sa bene, il garante, ma questi sono altri fatti e altri patti. La guerra si fa. La guerra che non è guerra si deve fare.

Il Paese sta zitto.
Questo fa impressione. Va in scena l’Occidente. Stanno zitti gli opinionisti, tutti naturalmente “indipendenti“, gli ingenui autentici come fiori di fango, i finti tonti, i lacchè del potere noti e ignoti – “servitori dello Stato“, dice così l’insopportabile retorica democratico-costituzionale – i velinari, i pennivendoli, gli agitatori dei “salotti buoni“, perennemente scandalizzati da ogni sventurata iraniana lapidata, ma lieti sorridenti quando prendono il the coi più bestiali aguzzini d’ogni razza, religione e colore, quelli che comprano e vendono la fame e la sete del mondo. Tutti zitti in questo nostro misterioso Paese. La parola d’ordine è cambiata, ma rimane categorica. Non serve più che tu sia pronto a credere, obbedire e combattere. C’è chi lo fa per te. Tu accetta democraticamente di “proteggere i civili” ovunque una landa coloniale prometta ragionevoli profitti a chi sui civili morti di bombe, di fame e di lavoro costruisce ogni giorno la sua personale fortuna.

Uscito su “Fuoriregistro” il 22 giugno 2011

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Ai politici non va giù, ma la storia, a scuola, la insegniamo com’è: gli italiani non sono “un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigratori“. La grottesca definizione, che si legge ancora sul Palazzo della Civiltà del lavoro, a Roma Eur, la inventò Mussolini nel 1935, mentre “civilizzava” gli etiopi, sepolti sotto nuvole d’iprite, in nome di Roma antica e di un colonialismo straccione di retroguardia.
L’Italia non ha una gran storia e all’estero lo sanno. Il biglietto da visita fu la “piemontesizzazione” del Regno, ottenuta dopo massacri, processi sommari, deportazioni e domicilio coatto. Si disse che la “giovane unità” poteva andare in pezzi, ma si trattò di scontro d’interessi, i dissidenti furono macellati e il mondo civile ne fu nauseato. Mazzini morto in casa Rosselli sotto falso nome, Garibaldi sorvegliato come un delinquente, gli scandali bancari e i rapporti tra politica e mafia non portarono, poi, acqua al mulino del nuovo regno e la crisi di credibilità del nostro paese è molto più vecchia di Berlusconi. Prima abbiamo avuto Crispi con leggi marziali e domicilio coatto, Bava Beccaris decorato al valore per aver sparato a mitraglia sui milanesi scesi in piazza per la fame, le giovani generazioni senza diritto di voto costrette ad ammazzare e farsi ammazzare per la “patria dei galantuomini” e una questione femminile che si riassume in un amen: le donne contavano quanto gli asini e le mucche. Nel tritacarne della “grande guerra” operai e contadini ce l’infilarono con la forza il re e gli industriali, ma quando si trattò di saldare il conto, pagò la povera gente e gli imprenditori furono così egoisti che Giolitti minacciò Agnelli di sciogliere la Confindustria. Per tutta risposta, i padroni del vapore finanziarono il fascismo.

Questa è la nostra storia, così la conoscono all’estero e così noi la spieghiamo agli studenti. Il capitolo giustizia è tra i più tristi con la vicenda atroce di anarchici, socialisti e comunisti segregati nelle isole e nelle galere o sepolti vivi nei manicomi. Ce n’è per ogni momento storico. Romeo Frezzi ingiustamente sospettato di complicità in un attentato, fu arrestato a Roma il 17 aprile 1897 e morì per le percosse subite nel corso di un interrogatorio. Nessuno fu punito. Nel giugno 1914 la polizia, infastidita dai discorsi contro la guerra, aprì il fuoco sui manifestanti. Sette giorni di scontri, tanti lavoratori morti ammazzati, ma i giudici non trovarono un colpevole. Tra il 1927 e il 1943, il Tribunale Speciale condannò 4.596 “sovversivi” a 27.735 anni di carcere. “Carcere duro” si disse allora.
Con la repubblica, nacquero speranze, ma tra il 1948 e il 1950 ci furono 15.000 oppositori politici condannati a 7.598 anni di galera. Tra il 1948 e il 1952 in piazza, da noi, la polizia fece 65 morti. In Francia, in quegli anni, di morti ce ne furono 3 e in Inghilterra e Germania se ne contarono 6. Sono numeri che all’estero conoscono bene, così come è noto un dato impressionante: una legge dello Stato ha riconosciuto che tra il 1948 e il 1966 in Italia ci sono stati 12.981 lavoratori e 2.078 lavoratrici che hanno subito persecuzioni politiche.

Col 1968 sembrò che si girasse pagina. A Milano, invece, nel dicembre del 1969, Giuseppe Pinelli, ch’era stato staffetta partigiana, arrestato benché innocente per la strage di Piazza Fontana, morì dopo un inspiegabile volo dal quarto piano della Questura di Milano. “Malore attivo“, decise il giudice D’Ambrosio. Nessuno capì cosa fosse, ma nessuno pagò.
Così va da sempre.
Marcello Lonzi, detenuto per tentato furto, è stato massacrato ed è morto in cella alle Sughere, a Livorno, l’11 luglio del 2003. La sentenza di archiviazione del 2010 ricorda il caso Frezzi: è stato un “forte infarto“. Le perizie, però, hanno accertato fratture, escoriazioni e due “buchi” in testa.
Il 27 ottobre 2006 Riccardo Rasman, un povero psicopatico, si rifiutò di aprire la porta. La polizia non chiamò il centro di salute mentale, entrò con la forza, gli bloccò i polsi con due manette, gli legò le caviglie con filo di ferro e lo pestò – dall’autopsia emerge una ferita alla testa inferta presumibilmente con un corpo contundente – poi lo stese a terra, un agente si sedette sulla schiena e lo sventurato morì per asfissia. Il giudice ha condannato due capi pattuglia e un assistente a sei mesi di reclusione ciascuno con la sospensione condizionale della pena.
Stefano Cucchi, arrestato a Milano nella notte del 15 ottobre 2008, morì una settimana dopo all’Ospedale “Sandro Pertini” per un violentissimo pestaggio e sono in pochi a credere che i colpevoli pagheranno. In compenso, Spartaco Mortola, ex dirigente della Digos di Genova durante il G8 del 2001, condannato in secondo grado a tre anni e otto mesi di carcere e a cinque anni di interdizione dai pubblici uffici per l’irruzione alla scuola Diaz, è stato promosso questore.
Qui da noi va così. Dal 2001 al 2010 nell’inferno delle carceri sono morti 1582 detenuti; di essi 775 si sono suicidati. Gli Istituti di pena ammassano reclusi come carne in scatola, ma nessuno muove un dito, così come nessuno parla dei CIE, i lager nei quali, per disposizioni del ministro Maroni, non fanno entrare nemmeno i deputati.

Questa è la nostra storia e, parlando di giustizia, un docente non può non ricordarlo: la legge Reale del 22 maggio 1975 consente alla forza pubblica discrezionalità nell’uso delle armi per necessità operative, estende il ricorso al carcere preventivo anche senza flagranza di reato, in modo da tener “dentro” un cittadino per 96 ore senza un decreto dell’autorità giudiziaria. Nel 1986 la legge n. 663 introduce l’articolo 41 bis che, emendato dall’art.19 del decreto legge n. 306, nel 1992 estende le limitazioni ai detenuti (anche in attesa di giudizio) per criminalità organizzata, terrorismo o eversione, riduce il numero e modifica le regole dei colloqui, limita la permanenza all’aperto (“ora d’aria“) e censura la corrispondenza. A tali categorie di detenuti s’è applicato l’art. 4 bis della stessa legge, che concede i benefici carcerari e le misure alternative alla detenzione (permessi premio, lavoro esterno, affidamento a servizi sociali, semi-libertà, detenzione domiciliare) solo a chi collabora con la giustizia. Di nuovo “carcere duro“, quindi, ma, dicono in molti, quello fascista era più mite,
Nel 1995 il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti, dopo aver visitato le nostre galere e verificato le condizioni dei detenuti soggetti al regime ex art. 41 bis, ha concluso che le restrizioni rendono i trattamenti inumani e degradanti. I detenuti, privati di ogni attività e tagliati fuori dal mondo esterno, presentano alterazioni spesso irreversibili delle facoltà sociali e mentali.

Nel 2002 il Ministro della Giustizia Castelli volle rendere permanente la validità dell’art.41 bis e il Parlamento con la legge 279 approvò la proposta, sicché oggi non c’è più alcun limite temporale e si va avanti così: una visita di un’ora al mese, sessanta minuti di colloquio, ascoltato e registrato, solo con familiari di grado diretto o conviventi. I volti sono separati da una lastra blindata per impedire, col gelo trasparente del vetro, ogni calore di contatto umano anche quello d’una mano sfiorata. La condanna, la pena e la sofferenza toccano così anche ai parenti innocenti. Lo scambio delle voci non è diretto: la voce, fatalmente alterata, passa per un citofono. Pare che a poco a poco si smarrisca così il ricordo del suono vero. Un ipocrita residuo d’umanità consente che i figli minori di12 anni possano parlare senza vetro e citofono una volta al mese, per dieci minuti.
Il Sant’Uffizio avrebbe provato brividi.
Il fine costituzionale del “recupero” è smarrito: mafiosi e “sovversivi” non sono più riconosciuti come uomini e poco importa se l’isolamento profondo fa impazzire. Il “pacchetto sicurezza” porta voti e più lo inasprisci più ci guadagni. Di qui, la gara a chi fa meglio: limiti alla possibilità di corrispondere con le famiglie, posta controllata, nessuna attività ricreativa, nemmeno se si tratta di studio, nessuna frequenza di corsi scolastici. Il detenuto studia da solo. Anche le celle sono fatte apposta: fitte maglie metalliche filtrano la luce e l’aria e le file di sbarre sono moltiplicate. Non c’è un’utilità pratica, né si garantisce più sicurezza. C’è, com’è stato scritto, “il valore simbolico ed effettivo di una ordinaria continua afflizione“*. Una sola via d’uscita: collaborare con la giustizia, com’era durante il fascismo, quando se la cavava solo chi vendeva nomi e passava al regime.

Questa è la storia. Napolitano e il Parlamento, che si strappano i capelli per Battisti non estradato da un Brasile che non prevede ergastolo e tortura, farebbero meglio a occuparsi di quello che accade a casa nostra. Una casa di cui noi, che siamo insegnanti, non possiamo che spiegare la miseria morale.

* Prefazione di Sergio D’Elia a Nazareno Dinoi, Dentro una vita

Uscito su “Fuoriregistro” e “Report on line” il 10 giugno 2011

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Stefano Esposito e Mario Pittoni sono stati “nominati” rispettivamente deputato e senatore nell’aprile del 2008. Il primo l’ha imposto agli italiani il segretario del Partito Democratico, il secondo ce l’ha regalato il padre padrone della Lega Padana. Negli anni vituperati della “prima repubblica” non sarebbero mai entrati alle Camere, in quelli nostri, che politologi, pennivendoli e velinari definiscono della “transizione“, godono di laute prebende, vasti privilegi e conseguenti onori. Accomunati dalla fede liberista, Esposito è pagato per far l’opposizione al governo, Pittoni, per sostenerlo, ma la fatica che fanno per dimostrare le contrapposte appartenenze ricorda Sisifo e il suo impossibile macigno. Entrambi federalisti, entrambi liberali e liberisti, più spesso d’accordo che divisi, s’occupano tutt’e due, nessuno sa bene in nome di quali titoli conquistati sul campo, di questioni legate alla scuola e anche qui, dietro le differenze sbandierate, dietro gli scontri sanguinosi recitati nell’aula sorda e grigia e le diverse linee ufficiali dei partiti, le vicinanze spurie sono ben più marcate delle distanze ostentate.

Lo sanno tutti. In tema di politica ormai vige il principio antico della regia marina: ciò che dici stasera non vale domattina. Non fa meraviglia, perciò, se oggi, mentre sul dramma dei precari della scuola Bersani punta il dito sul Governo e la Lega s’attesta a difesa, il democratico Esposito s’incontri a Torino col leghista Pittoni per un’intesa sulla questione delle graduatorie a pettine e sulla proposta di emendamenti legata al “bonus di permanenza“. Qui non conta entrare nel merito della proposta. Il trattamento ricevuto dai precari della scuola dalle due destre che in Parlamento recitano a turno i ruoli di maggioranza e opposizione basta da solo a giustificare centomila piazze italiane occupate e una rivolta ben più che nordafricana. Importa notare due cose: tra divergenze sbandierate e convergenze realizzate, questa maggioranza e questa opposizione hanno smantellato assieme scuola, università e ricerca. Non importa se alla fine la spunteranno Pittone e la Lega, sicché gli insegnanti che non hanno lasciato la propria provincia riceveranno un punteggio aggiuntivo, o se le cose rimarranno com’erano e ogni docente otterrà in graduatoria la posizione che gli spettava in base al punteggio maturato. Pettine o no, l’oltraggio sanguinoso al lavoro e ai diritti, l’attacco micidiale alla scuola, il disprezzo delle regole e della funzione decisiva del sistema formativo è tale, che non saranno Esposito e Pittone a migliorare o peggiorare il quadro. Conta invece, questo sì, nel clima euforico delle vittorie elettorali e nei legittimi sogni legati ai referendum, la consapevolezza che la via elettorale non produce automaticamente la soluzione della crisi, che fortissimo, anzi, è il rischio che tutto si riduca all’ennesima trucco dei gattopardi.

Abbiamo di fronte due destre consorziate per il potere contro i diritti. Due bande che si spalleggiano da anni, sceneggiando lo scontro nel palazzo e soffocando la rabbia nelle piazze. Abilmente Esposito e Pittone segnano confini inesistenti per ingannare i polli, ma in Parlamento siede gente che, da Genova 2001, copre sistematicamente le spalle a ogni prepotenza dell’ordine costituito, gente che ha lasciato passare ogni vergogna e in dieci anni, destra o sinistra è stato lo stesso, non ha voluto mettere insieme una Commissione d’inchiesta sulla macelleria cilena, sulle guerre incostituzionali condotte con armi proibite, sui bilanci di scuola e sanità criminalmente dissestati per incrementare la spesa militare. Gente che s’è assunta in solido la responsabilità del dissesto idrogeologico e delle sue tragiche conseguenze. Si può anche credere, è legittimo e la speranza è l’ultima a morire, che una marea di voti antisistema produca un pacifico terremoto, sicché finalmente poi si volti pagina. Si può e si deve crederlo. Dopo il 14 dicembre del 2010, tuttavia, con i giovani in piazza come a Tunisi e i deputati barricati nel palazzo per vendere e comprare voti, quel “golpe bianco” procede strisciante. Bene sarebbe, perciò, se Esposito e Pittone potessero sentire che non è più tempo di trucchi, che l’unità alla base s’è saldata: precari, lavoratori ancora “garantiti“, disoccupati e cassintegrati. Si parla da giorni di “un nuovo modo di fare politica“; sembra riguardi leader e partiti e non è vero. Il “nuovo modo” è antico e riguarda noi: dietro i gentili “Cahiers de Doléances “, c’è la rabbia che incendiò la Bastiglia.

Uscito su “Fuoriregistro” il 3 giugno 2011

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