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Posts Tagged ‘Mirafiori’

Anche oggi, la “libera” stampa cuce, scuce e rattoppa il quadro d’un Paese che non c’è. Ci hanno detto mille volte che la riforma Gelmini è passata, ma hanno “dimenticato” che ci sono centinaia di statuti da approvare e, al primo tentativo, ecco il CNR occupato. Se per ogni statuto si fanno barricate, la notizia vera non è che la legge è passata, tanto più che nelle scuole di Napoli e Torino la meritocrazia pezzente e la strisciante gerarchizzazione del personale docente sono fallite. Chi si ricorda di Roma il 14 dicembre, lo capisce bene: la notizia vera è che la prova di forza continua.

Se un governo la forza ce l’ha, e pensa di usarla, può andargli anche bene. Ma la forza governa un Paese?

Chi ha visto dai cellulari tunisini studenti e professori uccisi e un popolo insorto che urlava “non abbiamo paura” chiede ai fatti se la forza governa. E i fatti dicono no. Lì in Tunisia, dicono, non è solo rivolta della fame e, interrogati, spiegano che Ben Alì, l’amico di Frattini, Gelmini, Berlusconi e soci, il dittatore tunisino di cui grancassa e sordina coprono da vent’anni il romanzo criminale, è stato cacciato sì dalla fame, ma era soprattutto fame di diritti.

C’è fame e fame, dicono i fatti, e meglio sarebbe ascoltarli.

Diritti. Sì, certo, qui da noi la difesa è all’ordine del giorno. C’è un diluvio di “notizie iraniane” e ci sono i mille ripetuti appelli per la povera Sakinè. Siamo liberali e liberisti, noi, non c’è dubbio, ma siamo soprattutto “occidentali” e qui da noi la globalizzazione farà i conti con la civiltà. Così dice la stampa ad ogni piè sospinto. Sta di fatto, però, che abbiamo avuto vent’anni di Sakiné tunisine e i nostri pennivendoli, sbadati, striminziti, col loro misurato contagocce, con la loro scientifica avarizia, se ne sono stati rigorosamente zitti. Mai un attacco, mai una denuncia. Né sì né no. Solo da un po’ qualche . Ed è stato già molto.

A scuola, da noi, la Tunisia è solo un paese mediterraneo; confini, economia, l’indipendenza nel ’56, poi storia in pillole e tanto turismo. Del sistema politico, poco o niente, ma si sa: gli amici del regime da noi sono potenti. A ben vedere, la Tunisia s’è quasi persa nella coscienza nostra e l’avremmo dimenticata, se la grancassa non togliesse la sordina per il can can sugli immigrati e i clandestini stupratori e delinquenti, persi tra motovedette corsare nel Canal di Sicilia, i CIE di Maroni e le nostre civili galere: carne da macello per la lega di Bossi e Borghezio. Ovunque cerchi, nell’elenco liberale e liberista di “fatti tunisini” non c’è traccia dei settecento colleghi di Marchionne alleati del regime di Ben Alì per spolpare l’osso, come comanda l’etica del profitto.

Etica del profitto, certo. Se questa però è l’etica, ecco il senso reale della riforma Gelmini, ecco spiegata la volontà di sottomettere scuola e cultura al potere economico. Ecco, soprattutto, la saldatura della lotta per la cultura con quella per il lavoro. L’Italia che lotta nelle scuole e nelle università è la stessa che soffre a Mirafiori con la Fiat che “modernizza“. Diverso è il contesto, ma uguale l’origine della questione: la cosiddetta “globalizzazione“. Eccolo il problema. Di là, dal feticcio della globalizzazione, partono Gelmini, Sacconi e Marchionne, da una regola fissa: questo è, questo può e deve essere. Viste così, quale che sia l’angolo visuale, Italia e Tunisia diventano incredibilmente vicine: i giovani diplomati rapinati del futuro, i costi della “modernizzazione“, la difficile scelta tra vivere e sopravvivere che spinge in piazza e sconfigge la paura, i legami inconfessabili tra due governi complici nello sfruttamento delle risorse umane e materiali.

Lo sfruttamento. Non se ne parla più, ma esiste e cresce.

Ce l’hanno detto mille volte: a questo governo non c’è alternativa, come non c’è alternativa alla “globalizzazione“. La scelta è comunque tra fame e diritti. Da una parte ci sono il diritto al lavoro e il diritto allo studio, dall’altra la promessa d’un piatto di lenticchie. In ogni caso, scuola o lavoro, la condizione è una: rinuncia al diritto di avere diritti. Può darsi che sia così, può darsi che il civilissimo Occidente, geloso custode di una pretesa identità di fronte all’integralismo musulmano, sia al bivio fatale: o profitto o diritti. E’ la logica di Marchionne. E tuttavia, se quattrocento impiegati cinesizzano l’Italia, il modello Fiat nasce tunisino e, dopo Mirafiori, deciderà la piazza.

Uscito su “Fuoriregistro” il 17 gennaio 2011

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Michele Giraudo non sapeva molto di nulla e conosceva poco di quasi tutto ma, dopo anni di catena di montaggio, nessuno gli dava torto quando sosteneva che ormai l’unico modello di successo prodotto dalla Fiat, era la confusione.
Ma quella non fa concorrenza! commentava.
Da tempo i discorsi di padroni e politici gli parevano tutti uguali e non li capiva. e, in quanto ai sindacalisti, se qualcuno glieli nominava allargava le braccia sconsolato:
Chi li capisce è bravo! Ripeteva. E peli sulla lingua non ne aveva. Per lui, dietro i toni polemici, i gesti teatrali e le reazioni sempre più scomposte, c’erano disaccordi che non capiva.
Qui del lavoro non interessa niente più a nessuno. Che pensa il padrone? Che dicono gli imprenditori? Di questo si tratta. E noi? Noi che pensiamo? Noi stiamo con le armi in mano, ma io sparo a te e tu a me. Uno trova disastrosa la strada che l’altro ritiene miracolosa. Il muro contro muro lo fanno tra loro i sindacati, la lotta ce la facciamo tra noi e così dividiamo i lavoratori.
E come dargli torto? Non s’erano mai visti tanti licenziamenti e la situazione si faceva di giorno in giorno più confusa.
E’ un gioco al massacro. Prima dicevi prete, soldato, pacifista, e sapevi bene di cosa parlavi. Ora no. Ora i preti sono per la guerra perché con quella si fa la pace e i pacifisti collaborano coi militari armati sino ai denti, ma non vogliono sentir parlare di guerra. Loro sono solo “operatori di pace”.
Chi? gli domandava Luigi, un giovane operaio meridionale che non sempre lo seguiva nelle sue sfuriate in stretto torinese, ma aveva un fiducia sconfinata nel “compagno Michele” che in assemblea non la faceva buona a nessuno. E Michele gli rispondeva con sperimentata pazienza, anche se uno più pronto di Luigi gli avrebbe visto negli occhi un malcelato lampo di compatimento:
Soldati e pacifisti. Poi scuoteva la testa tonda, folta, bruna e arruffata, e sembrava dire: che vuoi che ti dica? Ecco qua, sei uno dei migliori prodotti dell’ultimo modello Fiat. Così va il mondo ormai. La scuola s’è sfasciata davvero e qui, in fabbrica, la cultura operaia sta scomparendo.
Di una cosa era esperto, Michele, e ne sapeva più dei centomila “esperti” che ogni sera si accapigliavano in questo o quell’angolo del “piccolo schermo”, discutendo del “bene del paese”, che, urlavano tutti, dandosi sulla voce, “è il bene più prezioso dell’operaio e dell’azienda”. Una cosa conosceva bene: “lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo” – come diceva, ironico e tagliente, quasi sillabando – visto però dalla parte di chi è sfruttato, non da quella dell’intellettuale che fa la teoria.
Te li raccomando gli intellettuali, Luigi. Brutta razza, dammi retta, Tienili alla larga.
Ma ora sono diventati “lavoratori della cultura”, non l’hai visto come difendono a scuola dello Stato? replicava Luigi sconcertato, ma a Michele le chiacchiere non piacevano e c’era una questione di solidarietà che lo mandava in bestia:
Già, lavoratori! – esclamava. Un attimo, poi esplodeva: ma la Gelmini ha licenziato centomila precari e che hanno fatto? Tu li hai sentiti parlare?
Beh, onestamente no…
E non li sentirai, sta tranquillo.
Luigi, giovane com’era, conosceva solo il “sindacato dei servizi” e di lotte non capiva nulla, ma il sangue nelle vene ce l’aveva, perciò stringeva occhi e labbra in un moto di genuino disgusto e, senza nemmeno sapere il perché, ritornava al punto centrale della questione:
Se tutti vogliono questo benedetto bene nostro, sbottava esasperato, perché non si trova mai la via che mette tutti d’accordo una volta e per sempre?
Perché? – replicava Michele, senza pensarci su – Perché è sbagliato il punto di partenza. Non sta in piedi questa teoria. Chi l’ha detto che il bene dell’operaio è sempre uguale a quello dell’azienda? Così hai voglia di cercarla una via che unisce. Non la trovi. Senza lottare per conquistare e difendere diritti, gli operai devono rassegnarsi: per stare bene, non solo devono vivere peggio dei padroni, ma devono riconoscere che meglio di questo “peggio” non potranno mai stare, anzi, se così peggio non basta, c’è il peggio del peggio. Questo è il mercato.
E allora che dobbiamo fare? Rispondeva Luigi intimorito ed eccitato.
Stare insieme, lottare e, se necessario, ribellarsi, caro Luigi. Ribellarsi. Quando non se ne può più, quando ti vogliono togliere tutto, anche la dignità, allora devi dire basta. Facci caso: quando si parla del bene dei lavoratori, la parola tocca a tutti. Parlano cani e porci ma l’operaio no, l’operaio non l’ascolta nessuno.
Luigi annuiva sconsolato, mentre guardava il compagno con evidente ammirazione. Col nonno e col padre, per tre generazioni, la sua famiglia, era stata alla Fiat. Il nonno era entrato al Lingotto sin dai tempi di Ugo Gobbato e c’era rimasto fino al 1939, quando era stato mandato a Mirafiori, Luigi l’aveva sentito mille volte raccontare la storia di quegli anni alla Fiat: era come parlassero assieme migliaia di operai.
Altro che operai fascisti, diceva Michele. queste cazzate le dicono i compagni intellettuali, che attaccano il somaro al carro del padrone. Qui, a Mirafiori, il 15 maggio del ‘39 venne Mussolini in persona per l’inaugurazione. I capoccioni del sindacato fascista gli avevano assicurato il trionfo, ma si trovò di fronte una massa di lavoratori muti. Fece domande, parlò agli operai, chiese risposte, ma niente. Gelo e silenzio: su molte migliaia di presenti, risposero solo quattro gatti. No, no, niente fascismo da noi.
Niente?
Niente, tranne i capi, i dirigenti e poche centinaia di scemi e venduti che si trovano in ogni tempo e in ogni paese.
Potresti fare il professore di storia, diceva talvolta Luigi e non aveva torto. Ma Michele, come sempre, era amaro e tagliente:
No, no. Agli studenti parlano i professori di storia, i compagni “lavoratori della cultura”, come li chiami tu, quelli che a Mirafiori gridavano viva il Duce e quando cadde il fascismo diventarono tutti socialisti e comunisti. La fabbrica è nostra, Luigi. Quelli come mio nonno lo sapevano bene ed erano pronti a lottare. Noi, no, noi non abbiamo più memoria, ce ne siamo dimenticati e questi qua ci fregano. Noi abbiamo detto no al fascismo dei padroni, noi abbiamo fatto gli scioperi nel ‘43. Noi siamo andati in montagna a fare i partigiani a difendere le fabbriche e a sabotare la produzione e dopo tutto questo ci hanno schedati tutti, ci hanno messo in galera e perseguitato peggio dei fascisti.

La sua cultura, Michele se l’era costruita così, legando il filo della sua esperienza di vita ai ricordi, ai racconti, ai mille piccoli e grandi fatti appresi dal nonno e dal padre. Questo per anni era stato il merito suo vero, quello che gli aveva conquistato la stima e la fiducia dei compagni. Michele ricordava e pazienza se nessuno gli dava la parola. La difendeva come poteva, la memoria, fuori del piccolo rettangolo luminoso da cui era escluso, la “memoria storica” della grande fabbrica italiana di automobili.
Grosso e tozzo, come viene su chi non conosce palestre e s’è abbrutito precocemente nella fatica, Michele portava con sé quel miracolo di scienza comune che era allo stesso tempo vicenda personale ed esperienza collettiva. Quando si discuteva, le sue parole avevano i tratti semplici della storia popolare che non sa di lucerna, non si scrive nel chiuso delle biblioteche o nella polvere degli archivi, non s’insegna e non s’insegnerà mai nelle scuole della repubblica, ma s’è trasmessa per cento e più anni di generazione in generazione, seguendo il filo rosso della fatica, delle lotte feroci e delle nobili speranze, sempre più spesso liquidate in tre paragrafi asciutti e reticenti in manuali di storia buoni per coprire di motivi nobili, gli ignobili interessi e le passioni inconfessabili che stanno dietro la sequela noiosa delle date, delle guerre e dei trattati. Dietro la storia dei padroni che cancella la vicenda umana.
Di questo, anche di questo Michele era in grado di discutere. Che i libri di storia stessero cambiando, non poteva saperlo, ma capiva bene ch’era cambiato il mondo e non era solo geloso custode dei sui ricordi. Per lui, ogni occasione era buona per raccontare.
E’ una ricchezza anche questa, gli aveva detto più volte il padre quando s’era accorto della fine precoce che lo sorprendeva, non è facile spenderla, però tienila da conto che può tornarti utile talvolta.
Se ne ricordò una sera, tornando dalla catena di montaggio, tra degrado e cantieri della nuova modernizzazione, quando raggiunse le due stanze che gli facevano da casa, tra il Doria e la Barriera di Milano, e si lasciò cadere sul divano davanti alla televisione. S’era portato in casa l’odore medievale delle concerie, dei battitori da panno, delle peste da canapa e da olio che il nonno gli aveva insegnato a sentire cinquanta e più anni prima, conservato misteriosamente nella testa degli operai fino a oggi, impastato nel cemento che si sbriciola dov’erano fabbriche e ci sono covili d’immigrati. E’ un fatto psicologico si diceva da una vita, ma quella sera, come per incanto, l’odore familiare aveva ceduto il posto alla puzza inconfondibile della menzogna. S’era guardato intorno e c’era poco da sbagliare: la puzza era lì, nel piccolo e vecchio apparecchio televisivo che tra danni materiali e morali, canone d’abbonamento, corrente e pubblicità ingannevoli e petulanti, gli costava così tanto, che aveva pensato più volte di chiudere il conto e, se non l’aveva mai fatto, era stato perché è un mondo, questo, in cui si paga tutto col tempo del lavoro che ti ruba il tempo della vita, sicché anche chiudere un conto, quale che sia, chiede a un operaio sacrifici impossibili. La verità era semplice e amara. In quel piccolo e maledetto schermo una qualche scemenza per passare il tempo la trovi, una partita di calcio, un filmetto tutto sogni americani, uno sballo di scazzottate parlamentari, le curve procaci delle veline, sia quel che sia, in qualche modo passi la serata, ché altrimenti sei solo, ti scoli la bottiglia delle grandi occasioni che non verranno mai o ti fai di spinelli. E poi non è che vivi meglio.
Qui ci vendiamo tutti, mormorò disgustato, ma accese ugualmente e sibilò: è una droga.
Michele non avrebbe saputo descriverlo bene – tra le parole “colte” si muoveva male – ma a puzzare era uno dall’aria tonta e bovina, più furbo e maligno che intelligente, pesante troppo, soprattutto per chi può permettersi palestre, e soprattutto sfuggente, incapace di guardare negli occhi e sempre obliquo. Uno, pensò subito l’operaio, che se lo metti stasera alla catena domani marca visita e poi si dà da fare coi capi per patteggiare protezioni.
Perché tanta puzza? Era la manfrina di sempre. Domande concordate risposte senza un cane che dicesse ma che stai dicendo? E continuava così. Ogni parola un colpo di rivoltella:
La Fiat non ha debiti col Paese, abbiamo restituito tutto…
Tutto?
Michele saltava su dal divanetto traballante e per poco non lo sfasciava. Tutto? Anche i morti fatti in guerra dalle mitragliatrici raffreddate ad acqua inceppate nel gelo della Siberia? E che si pagano i morti? E il fascismo? E Valletta? E la salute che se ne va alla catena? Che cazzo hai pagato? Che hai pagato?
Ma quello non poteva sentirlo e il giornalista annuiva concordando.
Il mercato globale è questo: il lavoro costa, fuori si paga meno e perciò meno pause, meno malattie, niente sciopero e in fabbrica solo il sindacato che è d’accordo…
E per il giornalista tutto giusto.
Michele non urlava più da solo. Nel buio della stanza ora c’erano il nonno e il padre.
Luigi tradirà, ma ci vuole pazienza…
A loro non gli basta vincere, pretendono di stravincere.
Il nonno sibilò: poi c’è chi si lamenta di Piazzale Loreto.
Il padre annuì. Col padre solo due parole: tutto questo parte da lontano. Io mi ricordo la bomba di Piazza Fontana.
E la televisione continuava a gracchiare:
Due sindacati hanno già firmato. L’altro cederà. Basta lacci e lotta di classe. E’ un gran bel momento per tutti quelli che hanno faticato. Un’intesa è raggiunta, va bene per i lavoratori e per il futuro dello stabilimento. Mirafiori inizia oggi una nuova fase della sua vita.
– La fase del ricatto, sibilò il nonno.
Poi i due vecchi svanirono nel nulla.

Uscito su “Fuoriregistro” il 3 gennaio 2011

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In una logica di mercato e profitto, Marchionne ha perfettamente ragione. Fa il suo mestiere: garantisce l’azienda e non gl’importa nulla se, coi soldi nostri, s’è tenuto a galla quando stava affondando. E storia antica: dallo Stato, la Fiat prende e non paga interessi.
Vent’anni fa, per difendere i margini di profitto degli azionisti d’una “grande azienda“, il cosiddetto “top manager” avrebbe fatto di Mirafiori un punto di forza della progettazione, del lavoro sui prototipi e sul loro sviluppo e si sarebbe affrettato a “delocalizzare” al Sud, nelle colonie meridionali. Uno Stato pronto a rimettere in sesto l’azienda coi soldi della collettività gli avrebbe assicurato elogi e quattrini.
Vent’anni fa il Sud era la Serbia di Callieri, Romiti e compagnia cantante e al sindacato giungevano le sollecitazioni che oggi ripete ineffabile Sacconi, recitando da guitto l’antico copione: “Occorrono relazioni sindacali cooperative. Il compito della Cgil, se vuole davvero rappresentare i lavoratori è quello di favorire la produzione.
Vent’anni fa, di proprietà e di furto, dei misteri dell’accumulazione primaria, dei fiumi di sangue versato versati dalla povera gente in due guerre mondiali per soddisfare i bisogni del padronato e la “baracca Agnelli” si smise di parlare. E oggi, se qualcuno s’azzarda a far cenno ai costi umani e sociali della ristrutturazione, la risposta è una e arrogante: “il sacrificio è quando ci metto di tasca mia!
Come e perché poche tasche siano così piene da poter fare “sacrifici” e tantissime così vuote, che il solo sacrificio possibile sia la vita da mandare al macello, non è più tema di discussione.

E’ accaduto tutto negli stessi anni. Le bombe del “terrorismo borghese“, di cui oggi qualcosa si comincia a capire, i giudici “pericolosi” – Falcone, Borsellino, gli antenati delle “toghe rosse” – fatti a pezzi uno dietro l’altro da “pezzi di Stato deviati“, la Caporetto sindacale passata alla storia col nome di “concertazione” e, dulcis in fundo, il governo D’Alema e le sue “bombe pacifiste” sulla Serbia ridotta a colonia.
Se si mettono insieme i fatti correttamente, questa è la storia e occorre dirlo: quando è servito, la “sinistra di governo” ha saputo far bene il gran lavoro sporco.

Senza tutto questo, Marchionne non sarebbe mai nato, la Lega di Bossi sarebbe ancora quel che era – un fenomeno da baraccone – e Cota e Chiamparino , d’accordo infine su un’idea razzista della politica , non avrebbero messo le tende in una Torino che difenderà “in tutti i modi il diritto dei torinesi a vedere rispettati gli impegni della Fiat sul futuro della città“, perché, si sa, “Mirafiori non è Pomigliano“. In altre parole: se ne avete bisogno, colpite pure a Sud, ma lasciateci in pace.
Senza tutto questo, nessuno si sarebbe azzardato a chiedere al sindacato di “cambiare cultura“, perché la Crysler si sta salvando affamando il lavoratori. Tutto questo però è accaduto e non c’è da stupirsi: la colonia serba bacia le mani al padrone che l’ha resa schiava, a Krakujevac dei cialtroni chiamati “management” esultano perché hanno dimostrato le loro miserabili capacità: gli operai affamati accettano ogni condizione imposta dal partner italiano e chi si azzarda a ricordare che un pugno di sedicenti imprenditori e finanzieri ha precipitato il pianeta in una crisi che li sta arricchendo a speso delle masse è un “vetero-comunsta attestato su posizioni ideologiche“.

C’è chi continua a sostenere che questa infinita vergogna si chiama globalizzazione e finge di non saperlo: è solo sfruttamento. E’ vero, la lezione è antica. E, tuttavia, nessuno la vuole imparare: chi semina vento, raccoglie tempesta.

Uscito su “Fuoriregistro” il 24 luglio 2010.

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