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Archive for luglio 2017

Hitachi lotta“Bisogna creare le condizioni per attirare i capitali e agevolare gli investimenti”. Ce lo ripetono da anni politici, giornali e televisioni, ma nessuno si ferma a spiegare alla gente quanta ingiustizia sociale, quale violenza, dolore e disperazione si nascondono dietro questa nuova “verità di fede”, utilizzata da governi di dubbia legittimità. Governi che hanno avuto e hanno per programma la bibbia firmata da Draghi e Trichet nel 2011. Si sono così create le condizioni per giungere alla cancellazione dello Statuto dei lavoratori e alla sostanziale inutilità dei contratti a tempo indeterminato, si è lasciata mano libera ai padroni nei licenziamenti, si è creato uno sterminato esercito di disoccupati ricattabili e privi di potere contrattuale, si sono espulsi dai luoghi di lavoro i sindacati conflittuali e si sono ferocemente ridotti i salari.

I risultati di queste scelte sono sotto gli occhi di tutti. La “civiltà del lavoro”, figlia di decenni di durissime lotte, è diventata ormai aperta barbarie e il lavoro stesso, da diritto costituzionalmente garantito, si è trasformato in una nuova intollerabile servitù. La povera gente, massacrata da leggi vergognose, ha imparato a sue spese cosa voglia dire in concreto “creare le condizioni per attirare gli investimenti”: significa espulsione violenta della Costituzione dal mondo del lavoro, giovani generazioni derubate della speranza e del futuro, lavoro e vita precarizzati, diritti negati, dolore, disperazione, suicidi e una sostanziale, drammatica colonizzazione.

In questo clima di violenza reazionaria e di impunita prevaricazione si inserisce la vicenda dei licenziamenti decisi a Napoli dall’Hitachi, la multinazionale che, invitata per l’1 agosto in Prefettura per un esame della questione, sprezzante non solo nei confronti delle regole della democrazia, ma dei più elementari sentimentidi umanità, ha già annunciato che non si presenterà. L’Hitachi non ha alcuna intenzione didiscutere degli odiosi licenziamenti decisi a danno di quattro operai, le cui situazioni familiari non consentono di accettare le condizioni capestro imposte dall’azienda: trasferimento a Porto Marghera per un corso di formazione senza garanzia di assunzione, per nuclei familiari in cui sono presenti disabili e una bambina malata di tumore al cervello. Tutto questo accade in una città come Napoli, in cui le conseguenze della disoccupazione sono drammatiche, le condizioni dei lavoratori terribili e la disgregazione sociale è giunta ben oltre i livelli di guardia.

La risposta dei lavoratori in lotta è stata immediata e coraggiosa e un presidio si radunerà il 28 luglio davanti alla Prefettura per fare il massimo della pressione possibile e indurre l’azienda a partecipare alla riunione.  A questo punto, però, la vinceda dell’Hitachi non è più una lotta come tante in questi tempi di malafede. Essa ha ormai il valore emblematico di uno scontro tra arroganza padronale e giustizia sociale ed è bene sia chiaro: i lavoratori non stanno difendendo solo il  sacrosanto diritto al lavoro, ma affermano un principio sociale e politico di importanza capitale: Napoli non può perdere altri posti di lavoro e le multinazionali non possono continuare a utilizzare il nostro Paese, il Sud in particolare, come terreno di caccia per mano d’opera a bassi salari e senza diritti. Lo scontro delinea così due campi, due mondi e due sistemi di valore contrapposti. Da una parte la prepotenza e la violenza di un capitalismo che non riconosce limiti alla logica del profitto, dall’altra la dignità del lavoro e di lavoratori e le regole che stanno alla base della nostra democrazia.  Uno scontro tra civiltà e barbarie. La città non può  lasciare soli i lavoratori e la politica non può chiamarsi fuori. C’è un limite a tutto e la storia ce l’ha insegnato: quando lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo pretende di diventare schiavismo, i rischi per la civile convivenza diventano altissimi. Ognuno perciò faccia la sua parte e si assuma le responsabilità che gli competono, perché i limiti sono ormai superati. Tutti. Anche quello della decenza.

 

 

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downloadMimmo Mignano lo introduce con poche parole chiarissime a cui non aggiungo una virgola: CHI NON FIRMA E’ SOLO UN SERVO DEI PADRONI

Appello per fermare i lavoratori della Hitachi… di Giuseppe Aragno.

C’è stato un tempo in cui la stabilità del lavoro e la tutela della dignità dei lavoratori davano un senso all’idea che in qualche misura esistesse davvero un modello di “civiltà del lavoro”.
Cancellata ogni tutela, ridotti i lavoratori in condizioni di servitù, precarizzati vita, speranze e futuro di intere generazioni, quella civiltà ha ceduto il posto a una inaccettabile barbarie.
Intollerabile e barbaro è quanto accade alla Hitachi di Napoli, che ha licenziato quattro operai, nonostante il contratto a tempo indeterminato, senza altro motivo, se non l’intento di risparmiare sui salari, assumendo lavoratori interinali.
Nel gioco di scatole cinesi, in cui aziende che producono aziende si spartiscono lavoratori come fossero macchine, ai quattro operai era toccato in sorte un fantomatico corso di formazione a Porto Marghera, in un limbo che annunciava licenziamenti, e si era chiesto di firmare una lettera “volontaria” di dimissioni con la classica formula del “nulla a pretendere” poi dall’azienda. A rendere più odiose e disumane le arbitrarie scelte dell’Hitachi, ci sono le condizioni personali e familiari dei lavoratori, con disabilità fisiche proprie o dei figli. Uno di loro ha addirittura una bambina di pochi mesi con un tumore al cervello.
Con un gesto disperato, ma anche con coraggio e dignità, gli operai hanno rifiutato, sono stati licenziati e hanno incatenato ai cancelli della fabbrica i loro corpi, le loro speranze e il loro futuro.
In questa orribile vicenda tutto sa di vergogna e violenza – le regole violate e la dignità calpestata, nonostante le drammatiche condizioni familiari – e tutto ci ricorda che la “legalità” senza giustizia sociale è solo una volgare prepotenza.
Noi chiediamo all’azienda di tornare sui propri passi, in nome di quanto prescrive la Costituzione della repubblica che, con l’art. 41, impone all’iniziativa economica di svolgersi in piena armonia con l’utilità sociale e di non creare danno alla libertà e alla dignità umana.
Nello stesso tempo, chiediamo con forza alle Autorità politiche nazionali e locali di intervenire, per affiancare i lavoratori, far sentire la loro solidarietà e imporre il rispetto di quella Costituzione che è la migliore eredità della Resistenza.

Primi firmatari

Giuseppe Aragno, storico;
Francesca Fornario, giornalista e autrice satirica;
Marcella Raiola, Diritto e Istituzioni, Università Parthenope e Coord. Docenti Precari NA
Valeria Pinto, Filosofia Teoretica, Università “Federico II” NA.
Alessandro Arienzo, professore di storia delle dottrine politiche, Università Federico II di Napoli
Daniela Padoan, scrittrice
Guido Viale, sociologo
Valeria Parrella, scrittrice
Giuseppe De Marzo, attivista e scrittore, coordinatore della campagna “Miseria Ladra” di Libera
Gianfranco Borrelli, docente Università Federico II di Napoli
Ugo Maria Olivieri, docente Università Federico II di Napoli
Laura Bismuto, consigliera comunale di Napoli
Don Peppino Gambardella, parroco Chiesa S. Felice di Pomigliano
Giuseppe Antonio Di Marco, docente Università Federico II di Napoli
Annamaria Rivera, antropologa, Università di Bari
Maurizio Acerbo, segretario PRC
Stefano Galieni, responsabile immigrazione PRC
Paolo Ferrero, vice presidente Sinistra Europea
Rosa Rinaldi, PRC
Raffaele Tecce, PRC
Roberta Fantozzi, PRC
Enrico Flamini, PRC
Don Peppino Gambardella, parroco di S. Felice di Pomigliano
Giuseppe Antonio Di Marco, docente Università Federico II – Napoli
Alex Zanotelli, missionario comboniano
Nello Niglio, operaio FCA Pomigliano, direttivo FIOM regionale
Claudio Cimmino, musicista
Musicisti indipendenti campani del Collettivo Insorgenza Musicaù
Sandro Pescopagano, responsabile CAF AUTOGESTITO “WIDERSTAND”- VENEZIA-TRIESTE
Andrea Di Paolo, operaio FCA Termoli – SOA Sindacato Operai Autorganizzati
Aldo Castellano, operaio FCA Pomigliano
Luigi DeMagistris, sindaco diNapoli

Per aderire all’appello:
https://appellolavoratorihitachi.wordpress.com/ oppure inviare una mail a: appello.lavoratori.hitachi@gmail.com od un messaggio alla pagina Facebook: https://www.facebook.com/Appello-Per-i-Lavoratori-della…/

 

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biennio1Si dice che la storia non si fa con i se ed è vero. Non meno vero è, tuttavia, che spesso i se aiutano a capire quello che veramente si nasconde dietro i cosiddetti “documenti”.
Partendo da questa funzione del “dubbio”, rispetto alle presunte “certezze” dei fatti, tenterò, per una volta, contro le regole del gioco, una breve analisi alla rovescia, fondata su di una “ipotesi impossibile”: se la Giunta De Magistris non fosse mai esistita, quale sarebbe stata la sorte di Napoli in questi anni? Quale, per fare un esempio, il destino di Bagnoli, rispetto a quello che, dopo il recente accordo, si delinea per sommi capi persino nelle dichiarazioni più critiche dei movimenti? In altri termini, e per essere chiari, Bagnoli avrebbe avuto la grande spiaggia pubblica, il parco verde di 130 ettari, l’indietreggiamento della Città della Scienza, del Circolo Ilva, la rimozione della colmata e gli impegni per la bonifica, che tra le mille critiche si danno per acquisiti persino nei commenti dei comitati più radicali?
Se questo sia un risultato significativo o una Caporetto, come pare ritengano alcuni comitati, non si può decidere in base a criteri soggettivi o, peggio ancora, a tentazioni massimalistiche che storicamente hanno sempre causato disastri. C’è un solo criterio valido per definire l’esito di una trattativa, a meno che non si abbia in mente come modello la “presa del palazzo d’inverno” che è una prospettiva affascinante ma al momento irrealizzabile. E’ il contesto in cui ci si è mossi che dà la misura del risultato. Avendo di fronte un governo di ampia visione democratica, popolare nel senso costituzionale della parola, e cioè rispettoso della sovranità che la Costituzione assegna al popolo, diremmo tutti che si sarebbe potuto fare di più. E qualcuno potrebbe anche parlare di una parziale “sconfitta”. Qui però di governi democratici non si vede l’ombra; i conti si fanno con esecutivi di dubbia legittimità, in un panorama nazionale e internazionale di neofascismo dilagante.
La domanda, quindi, per restare nel campo dei se e dei ma, è un’altra: che avrebbe mai fatto concretamente un’Amministrazione comunale diversa da quella di De Magistris, oggi, con i rapporti di forza reali e nel momento storico in cui ci muoviamo? Quale sarebbe stato il risultato della trattativa, se il Comune si fosse schierato contro i movimenti, dalla parte del Governo centrale, giocando nel campo designato da Renzi, con il regolamento scritto dal pupo fiorentino, nel quadro del “pensiero romano” fissato in quel provvedimento legislativo che si chiama “Sblocca Italia” ed è una cambiale firmata in bianco vantaggio della speculazione? I movimenti, da soli, senza alcuna copertura istituzionale, avrebbero avuto la “forza militare” e la capacità politica di vincere la partita? Non c’è la controprova, ma non è azzardato supporre che il Governo avrebbe imposto l’espropriazione totale e incondizionata dell’intera area con il consenso del Comune, con la prepotenza di chi sa di essere forte. Oggi parleremmo di un trionfo assoluto della speculazione, delle logiche di profitto e di una totale ignoranza di ogni benché minima richiesta di bonifiche e di tutela per la salute.
L’assalto ai forni e il controllo popolare sulla produzione e sui prezzi, l’occupazione delle fabbriche e la tragedia conclusiva del movimento operaio nel “biennio rosso”, non furono come ha preteso poi la vulgata comunista dopo Livorno e il 1921, la conseguenza fatale dei “tradimento dei riformisti”. I rivoluzionari sbagliarono l’analisi della fase storica e aprirono la porte al fascismo. Noi questa lezione non l’abbiamo mai appresa. Fu Matteotti a cadere sotto il pugnale fascista. Di ferro fascista morì Rosselli – il socialfascista – per aver portato per primo l’antifascismo armato nella Spagna repubblicana. Non sapremo mai quale distanza si era prodotta tra Gramsci carcerato e i “compagni” che ne fecero un’icona, ma sappiamo che Buozzi, il “traditore”, morì per mano tedesca mentre tentava di riorganizzare il sindacato. Di formule e formulette astratte è costellata la storia dei grandi sogni e delle tragiche sconfitte.
Napoli, per uscire dall’esperimento dei se, con le sue mille contraddizioni, è un baluardo contro la reazione. Si dovrebbe stimolare l’Amministrazione a fare meglio, si può lavorare per spostare equilibri a sinistra, si può e si deve puntare il dito sulle scelte sbagliate, quello che non si dovrebbe fare è il tiro a segno sulla croce rossa, mentre il Vesuvio brucia non solo perché si vuole creare l’emergenza e fare soldi. Quello che veramente si sta cercando di fare è più semplice e più tragico: si vuole che la tensione salga fino al punto che la popolazione stanca, disorientata e impaurita, invochi di sua “spontanea volontà” leggi liberticide, cercando scampo nello “Stato forte”. E’ per questo che il “Mattino” se la prende con i disoccupati organizzati e ogni giorno spara addosso all’Amministrazione.
Forse l’accordo non realizza i sogni. E’ certo però che impedisce un incubo in un momento storico tra i più oscuri e lascia aperti spazi di manovra. C’è tempo per guardare avanti? I movimenti programmano assalti al Comune e parlano di “fiato sul collo”. Domani la Corte dei Conti potrebbe chiudere un’altra partita e mettere fuori gioco De Magistris. Una città compatta avrebbe avuto un peso politico sulla decisione? E’ una domanda che sarebbe stato necessario porsi, perché se questa Giunta sarà battuta, la normalizzazione di Napoli richiederà pochi giorni ed è difficile credere che i movimenti possano far sentire il loro fiato sul collo di qualcuno. Nella migliore delle ipotesi, respireranno a fatica.

 

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IMG-20170719-WA0005.jpgUna donna trova la solidarietà dei benpensanti, se qualcuno la stupra. C’è chi s’inventa parole nuove per indicare una violenza che uccide e allora è un riempirsi la bocca di “femminicidio”, la parola che esorcizza fantasmi maschilisti e costa poco o nulla. Una donna diventa “quota rosa” e il bravo borghese si lava la coscienza, mentre tutte le sozzure del maschilismo restano lì a colpire chi è debole e ricattabile. Una donna esiste se non si impone come caso di coscienza, non mette in discussione il sistema, non utilizza il suo corpo come strumento di estrema protesta, scalando i tetti di una fabbrica, rischiando la vita e urlando sua disperazione.
La moglie di uno degli operai licenziati dalla Hitachi è appena salita sui tetti della Hitachi. Dovrebbe avere attorno migliaia, migliaia e migliaia di uomini e donne decisi a dire basta. Dovremmo vedere scrittori in fila per darle una mano, i grandi nomi della stampa, gli artisti, gli storici, i filosofi e gli “intellettuali”, tutti vicini a lei in una gara di solidarietà, impegnati a scrivere e firmare appelli composti di parole taglienti.
Invece è lì, con i suoi compagni di lotta. Tutto intorno è uguale a sempre e persino trovare la firma per un appello diventa difficile. A volte ti chiedi se tutto questo non sia solo un incubo, se nel sonno non ti sia capitato di immaginare un viaggio e un errore: sei sceso a una fermata sbagliata e ti sentiti spaesato, sperduto, straniero in una terra che ti respinge. Inutilmente attendi il risveglio. Inutilmente speri di sentire qualcuno che parli la tua lingua. Non stai dormendo. Sei sveglio. Il Vesuvio brucia e respiri veleni, gli operai vanno quotidianamente al macello e la gente vive la sua vita. Indifferente.
Lo sai da sempre, ma ora capisci meglio perché odi gli indifferenti.

 

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pisapia sìGiunge da più parti, sommesso ma pressante, probabilmente con l’intenzione maligna di costringerti a scelte frettolose, l’invito a prendere parte attiva al tentativo in atto di ricomporre le forze della sinistra. Quello che insospettisce è soprattutto un errore grossolano, che pare banale ma non lo è: il ricorso al singolare, quel “tentativo” tendenzioso e inappropriato che, di fatto, non consente di capire di che e di chi si parli e lascia credere a una via obbligata. E allora diciamocelo: di tentativi in campo ce ne sono due: uno è di Pisapia, l’altro fa capo ad Anna Falcone e Tommaso Montanari.
D’accordo, gli incontrollabili “ben informati” o, peggio ancora, fonti così “riservate”, da risultare anonime e quindi – fino a prova contraria – totalmente inattendibili, fanno girar la voce di un accordo preso sottobanco sin dall’inizio, per il quale dopo un gran polverone, si finisce tutti sotto la stessa bandiera: quella del centrosinistra capeggiato dal PD. E allora sarà meglio dirlo subito: il PD di Renzi, azionista di maggioranza di un governo che produce decreti come quello Minniti, è del tutto estraneo alla sinistra.
Se fosse necessaria, ma non lo è, la risposta alla scorretta sollecitazione genera anzitutto una inevitabile domanda: Pisapia o Falcone? In realtà, chi prova a ragionare con la propria testa, scopre che il percorso è chiaro, così come chiaro si mostra il punto partenza: un progetto politico ha un futuro solo se rappresenta una risposta possibile a una domanda che nasce dalla realtà politica e sociale; se ha, cioè, una sua stringente attualità storica. Ricostruire una sinistra nel nostro Paese è una necessità storica. L’Italia, così come la conosciamo, è figlia di tre culture politiche ben distinte tra loro: liberale, cattolica e socialista. Ognuna aveva valori, pensatori di riferimento e un’idea di società e ognuna si era andata strutturando in grandi partiti di massa. Oggi non è così; oggi nessuna di quelle grandi famiglie politiche è autonomamente presente nella nostra vita politica; quel vuoto di rappresentanza ha determinato un’altissima astensione e la nascita di un nuovo, anomalo “terzo polo” senza storia e senza cultura di riferimento, costituito dal movimento di Grillo. Ci sono liberali dispersi nei diversi campi – anche in quello di una destra illiberale con fortissime venature autoritarie – ma non c’è una destra liberale. Non esiste un centro autonomo, ma una formazione berlusconiana, che non ha vita autonoma e sembra poter sopravvivere solo in simbiosi con un’altra parte politica – il cosiddetto centrodestra – e una sinistra snaturata e priva di identità, che a sua volta mostra di saper esistere solo come ala avanzata di un partito – il PD – che si definisce di “centro-sinistra”, ma scavalca continuamente  a destra la Lega di Salvini e riporta in vita addirittura piccoli capolavori di violenza fascista, come ha fatto recentemente Minniti.
Di una sinistra autonoma, c’è solo un’abbondanza di sigle che stentano a rappresentare persino se stesse. Così stando le cose, la rinascita di una moderna e autentica sinistra non può e non deve coincidere con la proposta in campo di chi intende di fatto tornare a una formazione programmaticamente pensata come ala avanzata di uno schieramento di centrosinistra. Una iniziativa che rischia di cristallizzare un recente, fallimentare passato e allo stesso tempo un azzardo, perché, nei fatti, l’alleato di “centro” non c’è e se c’è vuole essere un baluardo del neoliberismo. Il cuore del problema è proprio qui.
Una sinistra autentica, che non intenda ripudiare la sua cultura, la sua storia e la sua tradizione  è, infatti,  geneticamente anticapitalista  e assolutamente ostile al neoliberismo. In questo senso, personalità e gruppi politici che hanno finora professato dottrine neoliberiste, dando di fatto una mano a chi ha ridotto il Paese nella condizione in cui si trova, non possono essere legittimamente accolti nella sinistra che si va riaggregando. Né, d’altra parte, in una formazione che solleva la bandiera della Costituzione, può esservi posto per chi ha difeso il sì al referendum o si è schierato strumentalmente per il no, dopo aver lungamente negli anni contribuito a stravolgerla, portando il Paese in guerra e varando Bicamerali che meritarono l’elogio di Berlusconi e i voti leghisti.
Il compito di chi intende ricostruire la sinistra è quello di delimitare un perimetro difeso da un sistema  valori , entro cui raccogliere esclusivamente forze che condividono un’idea di società anticapitalista e antiliberista. Dar vita a un organismo che sia la sinistra di uno schieramento parlamentare – il centrosinistra – destinato a governare il Paese più o meno come hanno fatto Renzi e Berlusconi, non solo non è la risposta a una necessità della storia, ma diventa un azzardo, perché un “centro” per la “sinistra” non c’è. Esiste una formazione di destra che presenta chiaro il suo biglietto da vista: il decreto fascista del Ministro Minniti.
Tracciare questo perimetro non è difficile; si può considerare, infatti, di sinistra chi ha pensato, sostenuto o anche solo votato per una malintesa “disciplina di partito”, la Buona Scuola di Renzi? E’ possibile caricarsi sulle spalle il peso di chi ha lasciato passare il Jobs Act e l’abolizione dello “Statuto dei lavoratori”? Che c’entra con la sinistra chi ha seguito Renzi e Berlusconi ai tempi dello sciagurato patto del Nazareno e chi ha consentito che un governo di dubbia legittimità, tenuto in piedi da un Parlamento di nominati, grazie a una legge fuorilegge, stravolgesse la Costituzione, inserendovi il pareggio di bilancio e il Fiscal Compact , con tutto quanto ne è poi derivato?  Questi personaggi dovrebbero cercare casa a centro e se un centro non esiste, dovrebbero lavorare per farlo nascere. In questo senso, lavorare concretamente per la rinascita di un’autentica sinistra, vuol dire anche creare le condizioni per spingere altri a ripristinare un quadro politico realmente  costituzionale.
C‘è poi il mondo dei movimenti, ci sono le grandi esperienze di lotte territoriali, come quelle della Valsusa, c’è il laboratorio Napoli, con un esperimento di neomunicipalismo e quella “rivoluzione con il diritto” che significa, in estrema sintesi, stretta osservanza delle leggi costituzionali, rispetto a quelle ordinarie, quindi “disobbedienza”. Sullo sfondo c’è il vasto popolo della sinistra che non vota, perché non è rappresentato e che, però, quando decide di votare fa saltare il banco, com’è accaduto con il referendum.
Ecco, questo significa lavorare per riaggregare la sinistra.  Una sinistra anticapitalista e costituzionale, quindi nemica della guerra, decisa ad abolire una ad una le riforme incostituzionali di Monti e di Renzi, a ripristinare e applicare all’intero mondo del lavoro lo statuto dei lavoratori , pronta a cancellare l’Invalsi e l’Anvur, a difendere l’Europa di Spinelli, chiedendo che L’Unione Europea si dia una Costituzione fondata su un modello parlamentare e approvata dai popoli che intende unire.
E’ vero, questo comporta dei sacrifici e mette fuori gioco figure di rilievo che hanno un nome e una storia, ma  si tratta di gente che da molto tempo ormai ha divorziato dalla sinistra. Di un peso di cui occorre liberarsi.
Chi avrebbe giocato un centesimo bucato sull’esito così clamoroso del referendum? Sarà un’illusione, ma quel risultato può essere ripetuto.

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rossoni“Vi racconto cos’è un fascista, anche oggi”, scrive il grande amico di Napolitano e s’avventura in una lucida e puntigliosa critica a quanti, con troppa superficialità sottovalutano la crescente, “abominevole sensualità” presente “nel nazionalismo, nel sovranismo, nel razzismo, nell’antiparlamentarismo, tutte cose alle quali i popoli soccombono nel modo più penoso”.
Gli farei un applauso se non ricordassi bene che nel luglio di sei anni fa, quando il sindacato si inchinò senza nemmeno tentare la lotta alle regole imposte da Marchionne, la mia denuncia del fascismo che avanzava nella nostra società, pubblicata sul Manifesto, fu bollata proprio da Macaluso come “chiacchiere da bar”. Naturalmente sono lieto che finalmente egli scopra che da anni il fascismo sta rimettendo radici nel nostro Paese, nell’inerzia di una sinistra distratta o complice. Sei anni non sono molti, ma sono bastati purtroppo a condurci alla situazione in cui siamo. Quando si poteva fare molto, Macaluso non fece niente, oggi che siamo praticamente spalle al muro, il vecchio “migliorista” suona l’allarme. Perché meravigliarsi? Macaluso ha sempre strenuamente difeso Giorgio Napolitano, uno dei principali protagonisti della crisi della nostra democrazia.
Ecco il mio articolo, non così lontano da essere oggi illeggibile.

 

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L'italia è in fiamme

Per anni, in un Paese che programmaticamente non ha una seria politica per l’ambiente, si sono messe alla berlina le guardie forestali, “inutili prodotti del clientelismo meridionale”. Si è lavorato per una riforma che ha avuto come unico obiettivo tagli insensati e il passaggio della Forestale all’Arma dei Carabinieri, che non è certo una esperta del settore. Com’era prevedibile, si è aperta così la strada agli ecoreati e si è sacrificato l’ambiente all’ossessione del controllo del territorio ai fini della “sicurezza”.
Non bastasse, si sono sperperati miliardi per inutili cacciabombardieri, mentre avevamo un disperato bisogno di manutenzione del territorio, canadier ed elicotteri antincendio, che ora sono pochi e non bastano a far fronte agli incendi in corso che stanno bruciando migliaia di ettari di boschi e di macchia mediterranea, mettendo a rischio la vita delle persone e provocando la morte di diverse specie di animali. Non sono il caldo e la siccità che stano bruciando l’Italia con la mano dolosa dei piromani, ma governi incapaci di governare. Tra l’autunno e l’inverno, com’è purtroppo naturale, gli effetti di queste scelte dissennate si completeranno con le inevitabili frane gli smottamenti e le alluvioni. Verranno così nuove spese per l’emergenza, butteremo al vento milioni e assicureremo l’immancabile cuccagna agli amici degli amici.
Le responsabilità dei partiti e dei partitini che, privi di ogni legittimità morale e politica, siedono nel Parlamento sono sotto gli occhi di tutti. Dopo il referendum del 4 dicembre, in qualunque Paese civile e democratico questa sedicente classe dirigente sarebbe stata costretta a dimettersi e ci sarebbero state libere elezioni. In Italia purtroppo non bruciano solo i boschi. In ogni rogo va in fiamme ogni giorno la nostra Costituzione e con essa il nostro futuro.

Coordinamento Nazionale DemA

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