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Archive for aprile 2011

Un’aggressione non è mai un episodio edificante. Quando è vile, come quella di stamattina agli studenti di Lettere, a Napoli, è per sua natura fascista. Non per una questione di idee politiche, che non c’entrano nulla, ma per ragioni banali di natura lessicale. Vile è, infatti, sinonimo di fascista e stamattina se n’è avuta l’ennesima conferma. Tutto quello che c’è da dire l’hanno già detto gli uomini della Resistenza. Eccone uno, che in tribunale parla ai giudici fascisti. E’ Ferruccio Parri, il futuro partigiano “Maurizio”, che con Longo e Cadorna diventerà poi vice comandate del Corpo Volontari della Libertà, guida militare dei partigiani, davanti ai giudici fascisti.

«Non mi hanno guidato ragioni di personale rancore contro il regime: non ambizioni o delusioni o vendette da soddisfare: in­sisto nel definire moventi strettamente secondari lo stesso sdegno del momento e la sollecitudine per l’uomo nobilissimo minacciato […]. Contro il fascismo non ho che una ragione di avversione: ma quest’ultima perentoria e irriducibile, perché è avversione morale: e, meglio, integrale negazione del clima fascista. Né son solo. Il mio antifascismo non è fermentazione di solitaria acidità. Le mie idee sono di mille altri giovani, generosi combattenti ieri, nemici oggi del traffico di benemerenze e del baccanale di rettorica che contrassegnano e colorano l’ora fascista.
Indenni di responsabilità recenti, intransigenti perché disin­teressati, intransigenti verso il fascismo perché intransigenti con la loro coscienza, sono questi giovani i più veri antagonisti del re­gime come quelli che hanno immacolato diritto ad erigersene giudi­ci. Ad essi il fascismo deve, e dovrà, rendere strettissimo conto del­le lacrime e dell’odio di cui gronda la sua storia, dei beni morali devastati, della dignità nazionale lacerata.

Il regime li può colpire, perseguitare, disperdere, ma non potrà mai avere ragione della loro opposizione, perché non si può estirpare un istinto morale. Consapevoli custodi essi sanno che al­la loro coscienza è affidata per le speranze dell’avvenire la tradizio­ne del passato.
Questa tradizione è nella aspirazione perenne della nostra storia migliore, alla libertà e alla giustizia, ragione ideale del no­stro risorgimento, ragione domani, ancora, della nostra storia, della storia del mondo.
 Chi, come il fascismo ha fatto, oblia e cieco rinnega questa ere­dità ideale, perduti insieme freno e timore, fatalmente degrada il suo dominio politico a sopraffazione: menzogna e ipocrisia si fan­no strumenti di governo e ragioni di corruzione e corrosione, ca­de ogni norma e limite di moralità pubblica, è consentita ogni offesa alla dignità personale, si disfrena, serva padrona dei potenti, la bestialità umana.

 Perché questa buia parentesi di cattività sia chiusa ed espiata occorre che l’esperimento fascista, percorso tutto l’arco del suo sviluppo secondo la logica del suo impulso e del suo peso, abbia maturato nella coscienza del popolo tutti i suoi frutti amari e sa­lutari, restituendogli ansiosa sete dei beni perduti, ferma volontà di riconquista e ferma volontà di difesa. Secondo risorgimento di popolo – non più di sole avanguardie – che solo potrà riallaccia­re il passato al!’ avvenire.
È in noi la certezza che libertà e giustizia, idee inintelligibili e mute solo ai tempi di supina servitù, ma non periture e non cor­ruttibili perché radicate nel più intimo spirito dell’uomo, che questi due valori civili primi debbano immutabilmente sostanziare ogni sforzo di liberazione e di ascensione di classe e di popolo.
Nella fede in queste idee noi ci riconosciamo, nel dispregio di queste idee riconosciamo il fascismo. Contro le nostre persone es­so ha bastone e manette; contro la nostra fede è inane. Non ha invero che i sofismi dei suoi retori e servi»*.

 *Da Piero Calamandrei, Scritti e discorsi politici, v. I, tomo II, La Nuova Italia, 1966, pp. 69-71.

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Diciamola tutta, per noi stessi e per la storia che qualcuno poi domani scriverà: Napolitano è un mostro di coerenza. Se guerra doveva essere, occorreva seguire almeno il corso della nostra storia e tener ferma la tradizione nobile dell’Italia guerriera. Son cose cui il Colle ha da badare e, per favore, non cominciamo a sproloquiare di scelte costituzionali. L’arbitro è lui e se giocando commette un qualche fallo, pazienza. D’accordo, non tutto quadra: forse l’arbitro non dovrebbe giocare, forse la guerra è un’ignobile forzatura, forse l’arbitro giocatore è entrato a gamba tesa sull’articolo 11 della Costituzione di cui è garante, forse c’è una violazione del principio di autodeterminazione dei popoli, ma a questo mondo non puoi avere tutto e qualcosa va sacrificata. Questi sono dettagli secondari. Napolitano ha badato anzitutto alla coerenza dell’azione diplomatica. Non facciamo gli ingenui, per favore. Le guerre, quelle vinte e quelle perse, noi le abbiamo fatte sempre seguendo un duplice principio: violare le regole e tradire le alleanze. Sotto questo punto di vista le scelte di Giorgio Napolitano sono veramente ineccepibili.

In sintesi per non esser pedanti, però diciamolo. Non eravamo ancora nati, nemmeno si sapeva se saremmo stati una repubblica, una monarchia o uno stato federale e già si coltivava la strada dell’onore. E poi si sa: a liquidare la favola delle regole, provvedono la ragion di Stato, il segreto inviolabile del palazzo e le menzogne degli storici. Il dato è certo: il 23 agosto 1860, con Garibaldi in marcia verso Reggio Calabria e la Sicilia in fiamme, il Regno di Sardegna tradiva il re di Napoli dichiarandosi “nazione amica, che ha il suo rappresentante nella capitale e che nulla ha di comune con i volontari di Garibaldi”. Di qui, una tradizione: Sarajevo ci trova alleati degli Imperi Centrali, ma una manica di nazionalisti da operetta e un re che ignora bellamente popolo e Parlamento fanno la piroetta: la guerra si fa contro gli alleati. Com’è ovvio, ne ricaviamo il disprezzo di vincitori e vinti, l’isolamento di Versailles e vent’anni di fascismo, perché la guerra costa e la pagano sempre i poveracci.

Su questa nobile linea, c’inventiamo un incidente di confine per gassare gli etiopi, bisognosi di civiltà romana e, senza nemmeno dichiarar guerra, massacriamo la Spagna repubblicana assieme ai nazisti di Hitler, notissimi campioni di civiltà occidentale. Nel giugno del 1940, quando la Francia è in ginocchio, la pugnaliamo coraggiosamente alla schiena e ci mettiamo in guerra contro il mondo. Pensiamo che Hitler l’abbia già vinta e da buoni sciacalli ci prepariamo a spartire il bottino. Le cose però vanno male e a settembre del ’43 nuovo tuffo carpiato: il re fugge eroicamente a Brindisi e Badoglio, scappando con lui, salva la tradizione e, si capisce, dichiara subito guerra all’alleato tedesco. I partigiani sulle montagne ci salvano la faccia, ma poi ricicliamo tutto il fascismo nella repubblica e chi s’è visto s’è visto; Dubbi? Ci pensa Pansa – Madonna che bisticcio! – che prontamente spiega: la Resistenza fu una vergogna.

Le chiacchiere non resuscitano i  morti, d’accordo, ma oggi quel sant’uomo di presidente che ha chiesto scusa per l’invasione dell’Ungheria e il martirio dell’ungherese Nagy , compie il suo capolavoro. E’ vero, noi ripudiamo la guerra e in Libia non si sa che accade, però c’è un conflitto e, costi quel che costi, pensioni, stipendi, ricerca cancellata, giovani senza futuro, non c’è scelta: noi dobbiamo far la guerra all’alleato. Ne va dell’onore.

I nostri ragazzi in lotta per i loro sacrosanti diritti hanno già provato a farsi ascoltare da Napolitano, che s’è prontamente dichiarato loro alleato. Tornino se necessario, ma ricordino bene: così Napolitano tratta gli alleati.

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Se un 25 aprile di “liberazione” nasce malato di suggestioni autoritarie, forse non è un paradosso in una città che vive solo di luce riflessa, dimentica di se stessa e della sua storia, tra la spazzatura che si rassegna e il confronto elettorale che appassisce, si svuota e cede alla tentazione del plebiscito. Nella città di Amendola, il 25 aprile dovrebbero tornare alla mente Matteotti, Rosselli, Gramsci e Gobetti e invece mai come oggi si ricordano le ultime, amare riflessioni di Gaetano Arfè, napoletano e maestro di tante generazioni, che intuì la minaccia incombente e ci ammonì: “fortunato il paese che quando ha avuto bisogno di eroi li ha trovati, ha scritto Brecht. Io aggiungo: sciagurato il paese che non sa rimanerne degno.

“Scuola e Resistenza”, numero unico del “Comitato di Liberazione Nazionale della Scuola”, uscì quando la sorte del fascismo era ora ormai segnata e l’impegno morale era soprattutto quello d’una vittoria che non fosse vendetta. Nella copia che ho qui davanti, tra le mie mille carte, la data non si legge, ma è sicuro: il giornale uscì alla macchia fra giugno e luglio del 1945. Quattro facciate fitte, articoli scritti col sangue e la passione civile: il ricordo commosso di docenti caduti lottando contro la barbarie fascista, la questione ormai attuale della “epurazione dei libri di testo fascistizzati”, l’invito a sfidare il regime morente, “macabro fantasma” che si sforza di delinquere per credersi e affermarsi vivo – “Non giurate! […] Insegnanti! Opponete un incrollabile rifiuto” – il sogno di “un’Italia risorta” in cui la scuola “sarà il fondamento, l’elemento innovatore” perché “l’educazione forma l’uomo vero ed eleva il popolo; essa è l’unica condizione di libertà e di eguaglianza e di progresso”. Ancora si combatteva, ma a Napoli i partigiani delle Quattro Giornate conoscevano già la delusione del dopoguerra e i giudici fascisti, tutti scampati all’epurazione, erano già al lavoro. Oggi si vede il danno ma non c’è rimedio, la storia l’inventa Pansa e nessuno ricorda più, ma Eduardo Pansini, pittore e partigiano, padre di quell’Adolfo caduto combattendo tedeschi e fascisti, su al Vomero, alla Masseria Pezzalonga, era stato chiamato a rispondere dei suoi “misfatti”: violazione di domicilio il capo d’accusa. Per sparare ai tedeschi aveva sfondato la porta di casa d’un fascista.

Oggi si vede chiaro. Quell’Italia risorta fu messa subito sotto processo e c’è chi, come me, se li ricorda ancora i manifesti elettorali con l’ex federale Sansanelli in corsa alle elezioni ormai repubblicane. Qui da noi, oggi, nella città che avviò la lotta armata contro la dittatura, basta guardarsi attorno: la scuola pubblica è ferita a morte. Non è cosa da poco. E’ il confine tra la civiltà repubblicana e la rinnovata barbarie che vedi all’orizzonte. In quanto al resto, è paradossale, ma l’epurazione che non fece il comunista Togliatti, è diventata l’ossessione d’una destra che ha smarrito se stessa e quel senso dello Stato di cui menava vanto. Passa sotto silenzio, ma è per certi aspetti sconvolgente, l’iniziativa dell’onorevole “Gabriella Carlucci che chiede una commissione parlamentare d’inchiesta per verificare l’imparzialità dei libri di testo scolastici”, senza porsi il problema dell’imparzialità di un intervento parlamentare in tema di libertà d’insegnamento e ricerca.

Storici improvvisati versano lacrime strumentali sul “sangue dei vinti”, leader d’una presunta sinistra recitano il “mea culpa” non si sa bene per quali colpe, la Costituzione nata dalla Resistenza è calpestata ed è passata una riforma della scuola, per la quale davvero si potrebbero usare le parole che scrivevano nel 1945 gli insegnanti in armi, pronti alla battaglia decisiva contro la dittatura: “L’istruzione è la vera liberatrice dello spirito umano, che eleva e libera l’uomo e lo rende conscio dei doveri, dei diritti, delle sue fondamentali rivendicazioni; ma il fascismo temeva il popolo; voleva il gregge, la massa, la folla, da sfruttare, da gettare al macello. Allora comprò letterati e falsi profeti, per traviare l’opinione, tarpare le ali al libero ricreatore insegnamento”. Era il 1945, ma diresti sia oggi. “L’insegnante fu asservito e domato colla miseria, l’insegnamento fu come la classe dominante imponeva e la gioventù crebbe informata a principi falsi, a ideologie assurde e funeste come si voleva. L’attuale catastrofe è l’ineluttabile risultato”. Attuale, sì. E sfido a capire quando. Ieri o domani?

Gli articoli sono tutti anonimi – era in gioco la vita – ma il nome dei caduti conduce spesso al Sud, a quei professori della nostra terra coinvolti nella Resistenza e caduti per mano nazifascista. Oggi un napoletano avrebbe fatto fatica a partecipare: prima che ai tunisini, il suo “fora d’ì balle” Bossi l’ha dedicato a noi. Un solo “pezzo”, l’ultimo, un “Appello”, reca in calce una firma – Luisa, maestra e partigiana – e si rivolge alle compagne di lavoro per incitarle alla lotta: “Uniamoci, ribelliamoci, seguiamo l’esempio delle colleghe più ardite, aiutiamole nella loro e nostra lotta, altrimenti saremo indegne di partecipare alla vita della futura scuola dell’Italia libera”.

Non saprò mai chi fosse Luisa, ma ci giurerei: tornerebbe a scriverlo oggi questo suo coraggioso appello e muterebbe solo poche parole. “Per difendere – correggerebbe – il futuro dell’Italia libera”. E occorrerebbe ascoltarla questa nostra dimenticata e coraggiosa maestra. Tutto, in questi giorni bui, tutto, dalla riforma Gelmini al progetto di legge Carlucci, al razzismo leghista, tutto sembra chiamare davvero a una resistenza civile. E mentre cresce l’ingiustizia sociale e in nostri giovani non hanno futuro, ti pare di ascoltare la voce dei nostri grandi maestri, la voce di Giovanni Bovio, filosofo e principe del foro napoletano che, vedendo avvicinarsi la bufera, così implorava governanti e giudici: “I chierici ci fecero dubitare di Dio; i signori feudali ci fecero dubitare di noi stessi, se uomini fossimo o animali; la borghesia ci fa dubitare della patria da che ci ha fatti stranieri sulle terre nostre; per carità di voi stessi e per quel pudore che è l’ultimo custode delle società umane, non ci fate dubitare della giustizia. Noi fummo nati al lavoro. Non fate noi delinquenti e voi giudici!.

E’ tanto che si aspetta. Troppo. Ora, però, basta guardarsi attorno, in questa nostra città nobile e sventurata, ed è subito chiaro: non c’è più molto tempo.

Uscito su Repubblica (Napoli) il 23 aprile 2011

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Due parole. Quante ne detta la coscienza e ne merita un provocatore sicuro dell’impunità. Solo due. Le devo a me stesso, alla mia vita di studi, lavoro e militanza. C’è un confine oltre il quale al diritto violato tocca il dovere della replica. E quel che costa, costa.

Sarete certamente d’accordo: un uomo ti è pari, se da pari ti affronta. Se invece ti colpisce quando non lo puoi colpire, è un volgare brigante da strada, un teppista e un cialtrone. Con le sue dichiarazioni pubbliche sui professori di sinistra, Silvio Berlusconi calpesta la mia dignità, facendosi forte del ruolo pubblico che ricopre e del potere che gliene deriva. Come posso difendermi? Quali strumenti ho per ottenere che mi chieda scusa? Per tutelare il mio onore e la mia dignità, posso solo dichiarare pubblicamente il mio sdegno: un uomo che si comporta come lui è un miserabile vigliacco.

Sfido a darmi torto: un vile, un uomo che approfitta del suo ruolo pubblico e del suo potere politico per offendermi, denigrarmi, infangarmi, sapendo benissimo che non ho i mezzi per difendermi, non ha la dignità morale per governare il Paese. Lo dico pubblicamente: le sue parole lo rendono incompatibile col ruolo che ricopre e indegno della mia stima e del mio rispetto. Fino a quando non si scuserà, ho il pieno diritto di dirlo: chi è ad un tempo potente e vigliacco mi disgusta e mi disgustano profondamente tutti coloro che gli danno man forte e lo giustificano. Li ritengo complici di un miserabile abuso.

Se in Italia gli uomini liberi, che hanno rispetto di se stessi e degli altri, non sono più tutelati nel loro onore e nella loro dignità, se le idee che un uomo professa possono esser impunemente additate al pubblico disprezzo dal Presidente del Consiglio, senza che i suoi ministri sentano il dovere di prendere le distanze e, se insiste, sfiduciarlo, allora non ci sono dubbi: questo Paese non è più libero e tutto ciò che mi resta da fare è denunciare apertamente la violenza che subisco. Finché non si scuserà pubblicamente, io pubblicamente dirò che Silvio Berlusconi è un prepotente, un uomo dappoco, un maramaldo che si dimostra vile e coi suoi comportamenti disonora le Istituzioni democratiche.

Il Manifesto 23 aprile 2011

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Un Paese ipnotizzato dal circo mediatico e dall’infinita querelle sulle vicende giudiziarie di Berlusconi, non presta molta attenzione alle mille, preziose notizie che la controinformazione riesce a far filtrare con intelligenza e coraggio attraverso le maglie del conformismo. Giorni fa, Iside Gjergji ci ha raccontato d’una scelta inquietante e rivelatrice del Presidente del Consiglio, che il 7 aprile “per consentire un efficace contrasto all’eccezionale afflusso di cittadini extracomunitari nel territorio nazionale“, ha dichiarato per decreto lo “stato di emergenza umanitaria nel territorio del Nord Africa (G.U. n. 83 del 11-4-2011)“.
Tragica, nella sua essenza comica – non si capisce quale Paese sia il Nord Africa e l’Italia non può dichiarare lo stato di emergenza in un altro Stato – l’anomalia giuridica ha le mille ombre sulle quali acutamente si ferma la studiosa, ma è anche un fatto da archiviare a futura memoria. Un fatto, uno dei tanti sui quali prima o poi gli storici si affaticheranno, per tentare di leggere il tempo che viviamo. Cronaca drammatica che scandisce il senso della nostra esperienza umana, ma allo stesso momento storia, possibile chiave di lettura d’un futuro che non conosciamo e che sarà il presente di chi, dopo di noi, si troverà a pagare i nostri conti. Un fatto, la tessera d’un mosaico da comporre, di cui non vediamo il disegno complessivo, ma del quale s’intuiscono i volti enigmatici e le ombre. Fatti muti, che troveranno mille parole domani, quando lo storico potrà interrogarli. E ai fatti, non a caso, si appella da tempo, per tirarli da ogni parte, per metterli in ombra o sovraesporli, una classe dirigente decisa a chiudere i conti col futuro, manipolando il presente e mistificando il passato.
Mettiamola agli atti e cataloghiamola, la dichiarazione che segue, e teniamola in evidenza, perché anche di questo dovranno tener conto domani gli storici, quando interogheranno lo sfascio e ricostruiranno la miseria morale del tempo che viviamo: “Quello dei libri di testo è un tema che ricorre spesso; penso che, in generale, nei libri di testo non debba entrare la politica ma una visione oggettiva di fatti e soprattutto di eventi storici“. Lo afferma l’avvocato Gelmini e sarebbe facile l’ironia sui sacerdoti del merito, per domandare dove siano le conoscenze teoriche, le competenze specifiche e le esperienze maturate sul campo dal “ministro“, che fa sua la delirante “iniziativa della parlamentare Gabriella Carlucci che chiede una commissione parlamentare d’inchiesta per verificare l’imparzialità dei libri di testo scolastici“, senza porsi il problema dell’imparzialità di un intervento parlamentare in tema di libertà d’insegnamento e ricerca. Sarebbe facile, l’ironia, se l’anomalia del decreto sullo stato d’emergenza del Nord Africa e l’attacco a storici e docenti non fossero i rovesci d’una stessa medaglia e non costituissero un tentativo di avere mano libera quando si compiono misfatti e assicurasi un’impunità che vada ben oltre la questione giudiziaria. Un’impunità che superi di gran lunga i rischi d’una innocenza strappata illegalmente in tribunale. Un’impunità “orwelliana“, che privi di cittadinanza la “memoria storica” e tolga alle classi subalterne il fondamento stesso sul quale si costruisce l’intelligenza critica. Quel fondamento per cui la rabbia disperata diventa consapevolezza nella ribellione e talvolta si fa rivoluzione.
Qui non basta ricordare, come a buon diritto fa l’accademia, che la “Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea“, si occupa da tempo dei problemi dell’insegnamento della storia nella scuola e nell’università. Ne fanno fede i convegni, i dossier sulla storia nelle scuole, quello su storia contemporanea e autonomia didattica e, per citarne uno, il saggio sulla Storia Contemporanea tra scuola e università. Manuali, programmi, docenti, curato da Giuseppe Bosco e Claudia Mantovani e stampato da Rubettino nel 2004.
La questione vera sono i “fatti” e la democrazia sostanziale che essi contengono nel momento in cui si fanno materia di ricerca e depositari delle mille verità della storia. Mille, non una, senza proprietari esclusivi, senza padroni, senza preclusioni, senza verità di fede. “Politica“, come “politiche” sono, in senso lato, le attività del pensiero umano e con esse l’insegnamento,
Una classe dirigente, che muove guerra alla Costituzione e riduce il Canale di Sicilia a una trappola in cui annegare diritti umani e rabbia dei popoli oppressi, può provare a imbavagliare gli storici, ma non potrà cancellare la storia. Persegua, se può, il suo intento sanguinario, faccia a pezzi il diritto internazionale, perché, come scrive lucidamente la Gjergji, intende “depotenziare le rivolte e la spinta di cambiamento in Tunisia, Egitto e in tutto il Medio Oriente“. Ricordi, però: sono i fatti a raccontare la storia. I fratelli Rosselli, uccisi da ferro prezzolato, Gramsci incarcerato, superarono sbarre e confino politico, sconfissero malattia e morte e nessuno poté fermarne il pensiero. Non si ingabbiano le idee e un ragazzo lucidissimo l’altra sera, in un’assemblea, me l’ha ricordato: noi siamo pochi, ma pochi spesso hanno cambiato il mondo. Noi siamo pochi e diverremo molti. Non servirà a nulla addossare a storici e docenti la responsabilità della tragedia che state costruendo.
Avevamo un patto fondante, si chiamava Costituzione ed era “borghese” come s’era voluto che fosse. Bene o male, l’avevano scritta col sangue i nostri nonni sui monti partigiani e l’avete violata. Rifiutammo la guerra e voi la fate. Ci facemmo democrazia parlamentare e voi ci impedite di scegliere i deputati. Volemmo una scuola statale e l’avete distrutta. Fondammo la pace sociale sul lavoro e voi ce lo negate. Vi accettammo giudici, a patto che la vostra legge valesse per tutti nei vostri tribunali, e voi legate le mani ai vostri stessi giudici e negate persino la giustizia borghese. Raccontatela voi, fin quando potrete, la vostra storia, nei termini di una legalità che cambia di momento in momento col mutare dei vostri interessi. Noi interroghiamo i fatti e ci guida un’idea di giustizia, quella che vi fa dire che siamo comunisti: la giustizia sociale.

Uscito su “Fuoriregistro” il 15 aprile 2011

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Un branco di australopitechi si sarebbe ribellato. Una tribù di trogloditi l’avrebbe cacciato via d’istinto e una comunità d’ominidi l’avrebbe punito, il ringhio vile: “fora d’i ball” sarebbe costato caro per sempre, ovunque e comunque, dal miocene all’età della pietra, dalla preistoria alla storia. L’istinto della bestia o l’onore del guerriero si sarebbero rivoltati e le femmine ne avrebbero fatto un punto d’onore: nessun genere di rapporto. Nulla, dalle necessità del sesso, alla carità d’una spidocchiata. Persino le pulci sarebbero saltate vie, nauseate dal sangue velenoso, e l’intero pianeta si sarebbe trovato unito in un universale e memorabile diluvio. Nulla sarebbe rimasto com’era.
L’evoluzione della specie, invece, qui da noi, oggi, s’è prima fermata, incerta e sospesa, poi ha scelto d’invertire il suo corso.

Duecentocinquanta esseri umani e, tra essi, numerosi cuccioli d’uomo, sono stati uccisi dal civilissimo Mediterraneo, inorridito di sé stesso, ma Nettuno chiama a testimone il fato e si discolpa: non è stato per sua scelta che l’onda mortale ha sommerso gli sventurati in cerca di scampo. E’ l’ordine delle cose che s’è sovvertito: gli dei non han colpe e non c’entrano nemmeno i diavoli e l’inferno. Tutto nasce da una disumana ferocia nel cuore d’un evo nuovo. L’ultimo, forse, che la storia consente.

Fora d’i ball” è la compiuta sintesi storica della civiltà dei consumi, nel trionfo della globalizzazione. L’ha scritta il degenerato discendente d’un innocente scimpanzé, capo d’una tribù di gorilla svergognati che, a disonore dei nobili antenati babbuini, non si rivoltano per istinto, non si indignano in nome d’un antico genoma, non si vergognano di se stessi e del genere che si dice umano.

C’è un’onda verde biliosa che avvelena la terra, appesta l’aria, ammorba l’acqua. Le femmine, contagiate, non inorridiscono per il seme del loro ventre ucciso; fanno sesso e spidocchiano, indifferenti, e i maschi si sottomettono a capi senza onore. Se non si leva subito, di villaggio in villaggio, un urlo di guerra, se il naturale amore per se stessi e la solidarietà che da sempre ci lega nella sventura non ci induce all’immediata rivolta, non c’è più futuro. Ci sono momenti della storia in cui la pace prende le armi e va in guerra, senza patria o bandiere. E’ la sola guerra “umanitaria” che si combatte in natura: quella, senza quartiere, della dignità negata.

Uscito il 7 aprile 2011 su “Fuoriregstro” e sul “Manifesto” il 9 aprile 2011

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E’ tardi, sì. Che vuoi che ti dica? S’è fat-to tar-di! – sillabò urlando Marco, per dar spessore sonoro all’ira che montava. Si fermò un attimo, rabbrividì sfilandosi la giacca bagnata, poi riprese, come un pupazzo a molla che s’è incantato:
E’ tardi, sì, hai ragione, però non ti ci mettere anche tu, per favore. Piove, il traffico è impazzito e, come tutti i santi giorni, l’immancabile corteo di nullafacenti protesta, perché, si sa, così nasce un mondo migliore. E l’occasione non gli manca mai.
Sollevò gli occhi al cielo, sospirò profondamente per non farsi travolgere dalla rabbia e ricominciò, aiutandosi col corpo, le mani e le pieghe espressive del volto, come un mimo:
Sciarpa arcobaleno, orecchini, tatuaggi, capelli di tutti i colori, slogan, bandiere e via. Oggi è il turno della guerra. Quattro gatti, il traffico in tilt e la polizia, vedessi la polizia! – urlò sdegnato – Li scorta, la polizia, li accompagna e sta a guardare!
Mutò tono d’un tratto, si fece ironico e sbottò:
In palestra oggi non ci vai, caro Luigi. No! Diventi umano, paghi un prezzo anche tu alla guerra umanitaria e non ci vai!
Quando qualcosa si metteva tra lui, il figlio e i suoi “incasinati programmi“, come li chiamava col vezzo un po’ snob di sfiorare la parolaccia girandoci attorno, Marco diventava una furia. Non solo gli tremava la voce, ma la bella fronte larga si segnava di linee sottili e rivelatrici e lui non faceva nulla per evitarlo, anzi, lasciava che guastassero il bel viso curato e perennemente abbronzato e non se ne importava. Un fiume in piena, col suo “linguaggio medico” forzato alla bisogna, ce n’era per tutti:
Accidenti alla paraldeide ipnotica di cui son imbottiti gli eterni sognatori, accidenti alla sinistra parafrenica, sempre in bilico tra cultura di governo e culto della rivoluzione, alla destra paralogica che s’è giocata la faccia per il potere, al governo paraculo, appeso alle faccende private del suo presidente, alla parafimosi dell’italiano, che strangola l’intelligenza con la furbizia e ha quel che si merita. Aveva ragione Mussolini: il “popolo puttana” sta col più forte.
Il linguaggio ha una sua logica e puttana era la parolaccia che col figlio si poteva lasciar scappare senza esitazioni.
Ci sono cose che vanno dette come sono, con nome, cognome e indirizzo, sosteneva. Pochi mesi prima, gli era tornata utile per comunicare a Luigi il naufragio del “Partito felicità“, come aveva voluto chiamare la sua piccola famiglia, che s’era disgregata in quattro e quattr’otto, il giorno in cui al suo fianco era apparsa una bionda vistosa che poteva essere sua figlia:
Tua madre è una puttana, gli aveva detto, tienilo a mente e trattala come merita.
Luigi s’era fatto pallido. C’è un momento della vita in cui, senza saperlo, qualcosa ci ruba l’innocenza. Luigi l’aveva persa così, mentre usciva dalla cuccia, s’accorgeva del corpo, cercava una via tra gli impulsi del sesso e i mutevoli e crudeli confini di ciò che si può fare e ciò che si fa e non si dice. Marco era troppo pieno di sé, per sentire il dramma che esplodeva, per capire che il naturale scontro tra le generazioni assumeva le dimensioni traumatiche d’un conflitto tra persone e si faceva odio. La fine del “partito felicità” somigliava troppo alla crisi del suo mondo di adolescente e alla confusione indecifrabile della “vita da adulto” che lo aspettava, perché Luigi non ci vedesse una sorta di diluvio universale e non si trincerasse in un’arca di disprezzo integralista e fanatico, che non consentiva tonalità di grigio tra il bianco dell’infanzia e il nero ingestibile del futuro. Non ne aveva coscienza piena, ma una domanda lo tormentava: che sarebbe stato di lui? Sarebbe diventato come suo padre che s’era stancato del copione e l’aveva cambiato? Basta col “Partito felicità“, s’era fatto il lifting, la macchina veloce e l’amante giovane, ma il coraggio delle sue responsabilità non ce l’aveva e perciò scaricava tutto sulla moglie.
Così non sarò mai.
Il rifiuto era la sola certezza d’un ragazzo cresciuto in fretta nel dolore e troppo solo per non covare vendetta, mentre Marco insisteva.
Non ci vai in palestra! E sai che ti dico? Prenditela con tua madre. Lei certamente sta con i pacifisti, i bastian contrari, che vivono di sogni e stanno coi dittatori pur di aver ragione. No alla guerra! E poi? Abbiamo il dovere morale di difendere i popoli oppressi. La guerra nostra è giusta. Questa guerra è la pace.
Luigi aveva occhi verdi che diventavano cobalto, quando dentro si scatenava la tempesta. E così, col mare in burrasca negli occhi, trovò il coraggio che gli era mancato, quando il padre se n’era venuto fuori con la storia della mamma puttana.
Tu parli di guerra perché sei lontano da dove si spara e si muore. Vorrei vedere il tuo coraggio se quelli dall’Africa cominciassero a bombardare noi. Scapperesti. Vacci tu, se ci credi a quello che dici, va, falla tu la tua guerra, fatela voi, tu e tutti quelli come te, che parlano, parlano e mandano avanti gli altri. Non ci vado in palestra, né stasera né mai. Con te non ci andrò mai più!
Quel giorno Luigi diventò uomo, nacque alla vita e si scoprì ribelle. Oltre il padre, oltre la solita “crisi di crescenza”. E’ così che accade. D’un tratto una generazione prende sulle sue spalle il peso del cambiamento. Dietro ci sono quelli che hanno lottato e perso per un mondo migliore, ma Luigi non sa. E’ una gemma che s’apre in fiore e diventa primavera della storia.

Uscito su “Fuoriregistro” il 3 aprile 2011

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