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Archive for aprile 2009

 
 

I moderati a tutti i costi, i paladini della prudenza tattica e dell’opposizione “costruttiva” sono serviti. La precipitosa ritirata di Berlusconi sul 25 aprile e sulla proposta di legge che equiparava i reduci di Salò ai partigiani dimostra quale effetto dirompente possa avere sulle mire autoritarie del governo una battaglia per la democrazia e la Costituzione ingaggiata in campo aperto, senza ricorrere a inutili tatticismi e offrire sterili aperture ad un impossibile “dialogo“.
Abbandonato il terreno d’una generosa prudenza, il presidente Napolitano ha rotto ogni indugio e, con voce per una attimo spezzata dall’impeto commosso ma col cuore impavido e la coscienza ferma, ha finalmente ammonito: piaccia o no, i partigiani sono stati fondamentali e i valori della Resistenza sono tradotti nei principi della Carta repubblicana che non è un residuato bellico. Piaccia o no, questa è la storia e non c’è governo che possa cambiarla.
Colto in contropiede da un’opposizine inattesa e “supplente“, che si accende nel Paese quanto più tace in Parlameno, intimidito da un insolito e fermo contrasto, Berlusconi ha mutato i toni e si è acconciato a malincuore a una penosa e inevitabile ritirata. Chiamato a dar conto al Paese, non ha avuto scelta: non solo ha smentito e ridicolizzato La Russa e le sue deliranti affermazioni sui partigiani rossi che “lottarono per un’Italia stalinista“, ma ha lasciato per strada Formigoni con le sue vergognose provocazioni sui giovanili errori dei repubblichini, meritatamente subissate dai fischi della civilissima Milano, stanca di integralismi ciellini, di razzismo padano, di Bossi e di Maroni.
Piaccia o no. Diamo forza a questo ammonimento, amplifichiamolo, sosteniamolo, ripetiamolo con forza ossessionanate, facciamone la bandiera d’una battaglia senza quartiere. Piaccia o no, sulle regole e sui valori non si tratta, non si fanno compromessi, non si accettano imposizioni: la ragione è tutta e interamente nostra e bene sarà per tutti che il governa la riconosca, se non vuole che ce la prendiamo, con le buone maniere se possibile, con le cattive, se necessario. Piaccia o no, non c’è spazio per le avventure ed è bene si sappia: non abbiamo paura.
I moderati a tutti i costi, i paladini della prudenza tattica e dell’opposizione “costruttiva” sono serviti: poche parole e l’eroe da burletta batte in ritirata.

Uscito su “Fuoriregistro” il 28 aprile 2009

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Luigi Maresca

Luigi Maresca, liberale, antifascista e partigiano durante le “Quattro Giornate”, nacque a Napoli sotto il segno della reazione, nel luglio del 1898, subito dopo i “moti della fame” e le cannonate di Bava Beccaris, mentre corti marziali e miopia di ceti dirigenti disperdevano nelle isole di confino o seppellivano sotto secoli di galera le voci del dissenso. Cresciuto negli anni di Giolitti, Maresca, non scelse ruoli da “protagonista”, ma non recitò da “comparsa” sul palcoscenico della storia e interpretò la sua parte con passione e dignità. Calato il sipario sulla sua vicenda umana e politica, gli toccò, tuttavia, una sorte amara – è accaduto più spesso di quanto si creda – e pagò due volte il prezzo delle distorsioni causate da quello che, con un eufemismo pudico da “addetti ai lavori”, chiamiamo “uso pubblico della storia”. All’alba della repubblica, infatti, negli anni del “frontismo”, gli studiosi “organici”, di ispirazione più o meno togliattiana, lo cancellarono dalla vicenda storica: la realtà concreta d’un moto popolare riuscito vittorioso nel cimento coi nazifasisti senza la direzione di “avanguardie politiche”, mal si conciliava con la teoria del “partito di classe”, guida del “proletariato rivoluzionario”[1] . Qualche decennio più tardi, con la caduta del muro di Berlino e il suicidio dei socialisti, rinnegata l’anima comunista, la sinistra ha cercato a centro spazio, credito e consensi, sicché un revisionismo di nuovo conio, ha condannato Maresca per una responsabilità che non gli compete. Esposta al tiro della destra rinascente e all’offensiva incalzante degli opinion-makers del circo mediatico, infatti, una sinistra in crisi di identità – e gli storici che ad essa fanno riferimento – nel tentativo di chiudere la partita col “secolo delle ideologie”, hanno condiviso senza batter ciglio la sostanza ideologica dell’attacco: è vero – si è detto – “non vi è stato antifascismo senza il contributo decisivo del comunismo; ed è vero che il comunismo è finito male” sicché, “nonostante la loro estraneità personale agli orrori del Gulag“, sui partigiani, su Maresca e sui “padri della patria” inevitabilmente si è allungata “l’ombra del comunismo, con il suo carico enorme di sofferenze e di atrocità, […] sino a farli apparire improbabili come campioni di moralità e maestri di democrazia“[2] .
Un giudizio pesante, che, senza alcun fondamento, chiama direttamente in causa Maresca, del quale, per questo se non per altro, vale la pena di ricostruire la vicenda. Quando attira l’attenzione della polizia fascista, Maresca è un commesso postale che, in tema di politica, annota la Questura con le formule generiche del linguaggio burocratico, “ha mostrato sempre regolare condotta“[3]. In realtà le cose non stanno così. Piccolo borghese di media cultura, il giovane impiegato ha alle spalle non solo il fango e il sangue delle trincee che, non ancora diciottenne, lo hanno visto combattere da volontario la “grande guerra”, ma anche un breve ma acceso passato di radicale maturato nel dibattito sull’industrializzazione del Sud aperto da Nitti negli anni delle “leggi speciali”[4] . L’avversione al fascismo si intreccia perciò inizialmente con la grande ammirazione che il giovane nutre per Nitti, costretto all’esilio dal minaccioso regime di Mussolini. Nessuna simpatia bolscevica, nessuna adesione a “partiti estremi”, nessuna esperienza cospirativa[5] . Nulla di tutto ciò. Più semplicemente, un rifiuto “morale” mai apertamente manifestato e destinato probabilmente a non evolvere in una scelta di campo esposta ai rischi della dissidenza, se le autorità di Pubblica Sicurezza non avessero voluto fargli pagare l’innocua fedeltà a un ideale politico. Un antifascismo, quindi, figlio naturale del fascismo e della sua pretesa di imporsi non solo come regime reazionario e classista, ma anche, e soprattutto, come riferimento per le coscienze. Uscito allo scoperto per caso, come vedremo, Luigi Maresca diventa antifascista militante nel momento in cui il regime viola il confine tra pubblico e privato e si presenta nella sua natura reale di prigione del pensiero [6] . E’ il 28 dicembre del 1927 quando, spinto dal desiderio di manifestare la sua ammirazione, Maresca, invia a Nitti, fuoruscito a Bruxelles, gli auguri di buon anno:

Eccellenza – gli scrive – io penso che il preciso dovere di ogni italiano sia quello di far giungere costì, in terra straniera, l’omaggio deferente e grato al Ministro che dopo Caporetto seppe vincere a Vittorio Veneto e che avrebbe guidato la nazione a ben altri destini: Ma purtroppo oggi non sono consentite certe manifestazioni al merito del nostro grande Ministro. Gli [sic] sia di conforto però il pensare che il ricordo suo è più vivo che mai nella mente dei suoi compatrioti, che sperano, sperano, sperano, nel domani luminoso che non mancherà di venire. Voglia perdonarmi Eccellenza dell’ardire che mi prendo; io sono di quelli durissimi, e sono molti e sono quasi tutti gli italiani a pensare come me. Auguri, auguri devoti per il nuovo anno”[7].

Un’innocua e, tutto sommato, ingenua manifestazione di dissenso, che il regime, spietato, non perdona. Il 2 gennaio del 1928 la lettera, intercettata dalla censura che controlla con grande attenzione la corrispondenza di Nitti, giunge a Roma e, dopo una breve indagine e una stretta sorveglianza della posta, il Ministero dell’Interno non ha dubbi: Maresca, già processato per “abbandono di posto di fronte al nemico”, si tiene accuratamente lontano dalle manifestazioni indette dal regime e, come non bastasse, ha un “misterioso” scambio di corrispondenza con la Francia [8] . Benché dalle lettere non emerga nulla che basti a tenere in piedi un’ipotesi di reato, il regime non esita: sospensione dal posto e dallo stipendio, poi licenziamento, fascicolo personale nello schedario politico, sorveglianza strettissima e nessuna possibilità di trovare un lavoro stabile per mantenere dignitosamente la famiglia [9] . Seguono i mesi interminabili degli stenti e delle umiliazioni, col fascicolo personale che si riempie di inutili rapporti sul “comportamento che non dà adito a rilievi”, il dissenso politico che si tinge d’odio e disperazione e l’etichetta di “antifascista” che non consente vie d’uscita. Inevitabile e doloroso, l’espatrio clandestino beffa militi e questurini: “a maggio del 1928 – scrive a Roma l’Alto Commissario Castelli – si è allontanato da Napoli per ignota destinazione”[10].

Segnalato nella “Rubrica di frontiera” per la perquisizione e la vigilanza, Maresca sembra svanire nel nulla, finché una cartolina inviata a casa da Saint Germain des Prés nel luglio del 1931 rivela alla polizia la sua presenza a Parigi, dove frequenta fuorusciti e si arrangia come può per tirare avanti [11] , finché, raggiunto dalla moglie, Elvira Urciuolo, e da Tonino, il loro piccolo figlio [12] , si trasferisce a Charleroi, in Belgio, dove la vita non è meno stentata e, come riferisce a Roma un confidente di polizia, “vive a carico del Soccorso Rosso e dell’ex Presidente del Consiglio Francesco Nitti” [13] L’antifascista e il “patriota liberale” convivono senza problemi nella sua esperienza di fuoruscito sino alla guerra d’Africa, quando il groviglio di amor patrio e nazionalismo che in fondo sono uno dei volti del suo antifascismo sembrano aver la meglio sui sentimenti democratici e l’ex combattente scrive a Mussolini: “Eccellenza. Nell’ora in cui si debbono compiere i grandi destini africani d’Italia, sento il dovere di mettermi a disposizione”. E, tuttavia, firmandosi “Luigi Maresca, ex impiegato postale, rimosso per antifascismo“, l’uomo ribadisce in qualche modo la sua avversione al regime, sicché all’ultimo momento, temendo di finire in galera invece che al fronte, decide di non muoversi dal Belgio [14].

Le condizioni di vita sono estremamente dure, la lontananza di amici e parenti rende tutto difficile e una forma d’ansia crescente sembra dominare la vita di due persone qualunque, che il caso, la dignità e un ideale politico, intrecciandosi tra loro in maniera impensabile, hanno precipitato in un’avventura dai caratteri indefiniti di cui non è facile immaginare l’epilogo. A suscitare timori basta poco:

“Miei cari, un’ora scarsa mi è giunta la vostra dell’8 e come vedete subito rispondo” – scrive al padre Maresca nel novembre 1939. “Cosa significa la frase di Nina: pregate perché attendiamo una grazia? Io frasi sibilline non ne voglio, perciò mi scriverete subito di che si tratta, facendo scrivere da tutti di casa. Di zio Filippo non sapevo niente. Poveretto, anche lui se n’è andato!” [15].

Nelle lettere alla famiglia abbandonata in tutta fretta anni primi, la lotta con la povertà emerge solo a tratti, tenuta per lo più nell’ombra dal desiderio di non rendere più penosa la lontananza, ma s’intreccia spesso con le riflessioni politiche, l’ammirazione per i belgi e la delusione a stento celata per l’inerzia degli italiani:

“Il mesale[16] lo vendetti subito, 350 franchi, pochi in verità, ma fui costretto a venderlo. […] Gli affari sono scarsi, ma che volete, questo è un popolo che pensa al lavoro, al divertimento e alla pace, mentre in altri luoghi si parla e si fa la guerra, così che gli altri sono giustamente disoccupati. […] Ora attendo il medico per Tonino che come al solito ha la febbre e le viscere malate. Ma fortunatamente niente di grave ed oggi, giorno 16, è del tutto guarito“[17].

Tra il 1938 e il 1939, quando la situazione internazionale precipita e appare chiaro che la guerra si avvicina, i due coniugi prendono a scavare nella propria umanità e, tra incertezze e contraddizioni, riconoscono le ragioni più vere della loro ostilità al regime e giungono a definirle in maniera complessa e articolata. L’Austria è ormai tedesca e, dopo Monaco, la Germania ha ottenuto i Sudeti e si accinge ad aprire un conflitto che sconvolgerà l’Europa. Quando, dopo un lungo percorso, il 20 settembre del 1938, Elvira chiede alla madre notizie dei fratelli, le sue parole hanno un valore profondo, morale ancor prima che politico, sono parole che interrogano e ad un tempo esprimono un bisogno di solidarietà che si manifesti in un’aperta scelta di campo:

“Gigino di qui non si muove a fare la guerra per i tedeschi, che oggi mangiano nel vostro piatto e domani vi tradiscono. Qui hanno chiamato fino adesso 250.000 uomini. Prevedono quello che arriva. Scrivetemi, ditemi se Peppino e Arturo stanno ancora a casa, ma non mi scrivete che anche voi come mamma non potete fare differentemente perché non è per la nostra patria che si deve combattere, ma per gli altri”[18].

Di lì a poco è il marito a scrivere alla madre. Una lettera in cui la speranza che si trovi un modo per scongiurare il conflitto non fa velo alla consapevolezza di un dissenso politico con la famiglia rimasta in Italia; un dissenso tanto più doloroso e forte, quanto più deboli si mostrano le possibilità di un cambiamento nel Paese. Speriamo, scrive alla madre Maresca,

“che a furia di concessioni sia da un parte che dell’altra l’Italia riesca a distaccarsi dalla Germania […]. Nei giorni della mobilitazione la calma, la serenità e l’assoluta osservanza dei doveri dei cittadini fu cosa veramente ammirabile. […] Mi si domandava: gli italiani che faranno? Niente! rispondevo. Neutri o per gli ex alleati. Che volete: è ancora troppo vivo nei cuori il ricordo dei 700 mila italiani morti contro i tedeschi […]. L’Italia riprenderà la vecchia politica di amicizia con la Francia e l’Inghilterra, unico mezzo per arrestare i tedeschi che vogliono più che mai governare l’Europa. […] E non vi scandalizzate se qualche mia frase non sarà troppo gradita alle vostre orecchie, […] voi conoscete la mia opinione di ieri, di oggi e di domani” [19].

In realtà, tempo per discutere non ce n’è più: il dramma personale di Luigi Maresca e di sua moglie Elvira si intreccia ormai in maniera inestricabile con la tragedia che incombe e, poiché la strada scelta dal fascismo non conduce a un distacco dalla Germania, sono loro, i due coniugi, a doversi separare. Nonostante la resistenza opposta, Elvira Urciuolo sa bene che il marito ha ragione. Da mesi scrive alla madre perché la convinca “a rimpatriare in caso di guerra. […] L’armistizio segnato a Monaco – sostiene convinto – non avrà una lunga durata” e ne va della sicurezza del figlio [20]. A novembre del 1939, ottenuto il rinnovo del passaporto, la donna non ha più nulla da opporre e non le resta che tornare a Napoli con la morte nel cuore: i nazisti sono entrati a Praga, gli italiani a Tirana, Ciano ha firmato il “Patto di Acciaio”, la guerra si avvicina e il Belgio è in pericolo [21] . Scrivendo al padre da Charleroi, Maresca osserva con rabbia:

“somme fantastiche si spendono per gli armamenti e ogni giorno si scatenano minacce a destra e a sinistra. Tutto ciò fa sì che il commercio si paralizzi. È tempo, è gran tempo, di riunirsi tutti e concentrarsi per un’era di pace e di lavoro, ma ciò avverrà difficilmente” [22].

Se la guerra dovesse scoppiare, prosegue,

“se per dannata ipotesi ciò si dovesse verificare, noi creperemo di fame e ne usciremo con tutte le ossa rotte, perché amici nel mondo non ne abbiamo e […] la guerra è un disastro” [23].

Maresca è lucidissimo: la Germania, sostiene, è pronta per aprire un conflitto feroce, dagli sviluppi e dagli esiti imprevedibili, che ridurrà in cenere l’Europa. Enormi gli appaiono pèrciò le responsabilità di Mussolini:

“i tedeschi hanno occupato la Cecoslovacchia – scrive a casa con angoscia – e così ci avviciniamo a passi di gigante verso il disastro finale. Oggi ancora il nostro paese potrebbe salvare la situazione; alleandosi alla Francia e all’Inghilterra; […] otterrebbe tutto: aiuti finanziari, morali e soddisfazioni territoriali. Ma non farà niente, ostinandosi nella politica pro-tedesca che è la razza nemica nostra” [24].

Ex combattente, da giovanetto Maresca ha probabilmente sperato che Nitti facesse grande l’Italia, ma in mente aveva una grandezza conquistata con le armi del progresso sul terreno della civiltà, non quella insanguinata e oscena della barbarie militare e dell’orrore razzista. A guardarle oggi, con lo sguardo sereno di chi non indulge a pregiudizi ideologici ma non fa appello ad una pretesa neutralità dello storico, “sacerdote dei fatti”, per sottrarsi al dovere di formulare un giudizio etico, a guardarle oggi, le ragioni più profonde e meditate del suo antifascismo sono complesse. Se la guerra in Etiopia ha potuto smussarne gli angoli sino al punto di indurlo a mettersi a disposizione della “patria in armi”, il rapporto sempre più stretto che lega il fascismo alla Germania nazista, risulta incompatibile con il suo “patriottismo liberale” e determina il rifiuto definitivo di un regime sempre più estraneo e incapace di rappresentare i bisogni reali del paese. È un passaggio delicato, decisivo e per molti versi emblematico di una svolta che non segna semplicemente l’allontanamento definitivo del Maresca dal fascismo, ma la separazione del regime da strati consistenti della popolazione; una svolta che non solo matura molto prima di quanto si pensi, ma ha un chiaro significato politico e non è riconducibile a processi spontanei avviati successivamente dai rovesci militari e dalla tragedia dei bombardamenti [25] . Certo, per un momento, quando la moglie, rientrata in patria, scopre che da tempo un’amnistia avrebbe consentito all’uomo di tornare a casa, Maresca vacilla e sembra lasciarsi andare, com’è naturale che sia, come accade di solito nella vita di uomini comuni che il destino fa eroi: non a caso Brecht, in un capolavoro che guarda all’eterno, scrive che “beato è quel popolo che non ha bisogno di eroi” ma l’eroe che si sceglie rinnega le proprie convinzioni di fronte alla solitudine e alla paura del dolore fisico [26] .
Per ricongiungersi e restituire al figlio una famiglia, Maresca e la moglie cercano ogni via, si piegano al regime e hanno lampi di orgoglio. Così, nella bufera della guerra che si avvicina, la donna “rimpatriata […] con un bambino e costretta a vivere una vita precaria e incerta”, si affida “alla bontà del duce” e gli chiede di far rientrare in Italia il marito a spese dell’erario. Il Maresca però, rifiuta orgogliosamente ogni aiuto [27] . Disperata, la donna presenta allora al Consolato “una […] istanza con la quale chiede che al marito sia rilasciato il passaporto per Ungheria, Jugoslavia e Grecia, ove si recherebbe per ragioni di commercio”[28] . Maresca, coinvolto ormai nel conflitto, si piega, sceglie di collaborare con la moglie e, “ottemperando alle nuove disposizioni, quale ex combattente”, rivolge una petizione “onde ottenere l’iscrizione al PNF” senza la quale non può sperare che il Console lo aiuti [29] . Finalmente, il 9 maggio 1940, lo spettro della guerra sembra allontanarsi: a Charleroi il Console rilascia al Maresca un passaporto [30] . Come egli riesca a uscire dal Belgio in fiamme è difficile dire, sta di fatto che solo il 16 giugno del 1940, in una lettera partita dal Lussemburgo e passata per Monaco prima di giungere in Italia, il Maresca può scrivere alla moglie: “Mia cara Elvira, è l’ora della gioia e del trionfo. Sto bene, mi trovo alla legazione d’Italia […] in attesa che formino un treno per rientrare in Patria. Ti raccomando il nostro piccolo Tonino. Statemi bene“[31] . Lo accompagnano verso casa le notizie delle fulminanti vittorie tedesche e l’illusione che la guerra, nella quale l’Italia si è comunque cacciata, sia finita ancor prima di cominciare. Il 15 luglio, però, al Brennero, la polizia di frontiera, la “perquisizione e la segnalazione per la vigilanza” prescritte per gli antifascisti lo riconducono bruscamente alla realtà [32]. Tornato a Napoli dopo dodici anni, non più fuoruscito e tuttavia “sovversivo“, vede la guerra abbattersi sulla città con una ferocia inaudita e sembra chiudersi in se stesso. Diventato prudente, non dà “luogo a rilievi“, riferiscono gli uomini della squadra politica che non lo perdono di vista. In effetti, i conti col fascismo sono tutti aperti. Maresca lo chiuderà rischiando la vita sulle barricate delle Quattro Giornate, poi si farà da parte.
Travolto dalle macerie di un mondo che pretendeva di costruire e aveva saputo solo distruggere, Mussolini, il suo spietato nemico, chiuderà la sua tragica esistenza a Piazzale Loreto. Molti dei suoi uomini, invece, tenendosi a galla nel fiume di sangue nato della guerra che avevano contribuito a provocare, si fecero a poco a poco nuovamente spazio e qualcuno ancora si muove sulla scena pubblica che fa da sfondo sconcertante alla vita della repubblica nata dal sacrificio e dalle lotte di uomini come Maresca. Non è un paradosso, né un scherzo del destino “cinico e baro” se per i relitti d’un orribile naufragio troviamo marmo, vie e piazze in un Paese che sembra non avere più storia e memoria. Il destino non c’entra. Sono i frutti amari di quel revisionismo per il quale Luigi Maresca, liberale, patriota e partigiano è diventato solo un “comunista compromesso coi gulag“, di cui, tutto sommato è meglio tacere, per non vergognarsi.

Note

1. A proposito di quanti, come Maresca, furono combattenti partigiani nelle Quattro Giornate di Napoli e, più in generale, sulla Resistenza in area meridionale, Luigi Cortesi ha osservato con sfortunata precocità che “lo studio di Napoli e della Campania negli anni della seconda guerra mondiale consente […] di far giustizia della tentazione di relegare il Sud ad un ruolo soltanto passivo o frenante, ad una estraneità alle tensioni e alle scelte degli anni dell’esperienza fascista, delle lotta antifascista e della ricostruzione”. Luigi Cortesi, introduzione a Luigi Cortesi, Giovanna Percopo, Sergio Riccio, La Campania dal fascismo alla Repubblica. Società e politica, Regione Campania, Napoli, 1977, I, pp. 7-8. Più recentemente, Luigi Parente ha ricordato le distinzioni ideologiche tra “effimeri fuochi di paglia” della lotta al nazifascismo che si sarebbe registrata nel Mezzogiorno rispetto alla “vera” Resistenza e alla “vera” Liberazione, accennando ad una “congiura del silenzio” e ricordando come la vicenda meridionale, con la sua “atipicità”, abbia avuto il “torto” di non rientrare nella “nota classificazione di Henry Michel che vede la lotta della Resistenza prendere origine dalla ribellione della singola coscienza o gruppo sociale per arrivare dopo, passata la fase dell’organizzazione, alla conclusiva insurrezione armata”. Luigi Parente, prefazione a Corrado Barbagallo, Napoli sotto il terrore nazista. 28 settembre-1° ottobre 1943, La Città del Sole, Napoli, 2004, p. IX, ed Henry Michel, La guerra dell’ombra. La Resistenza in Europa, tr. it., Mursia, Milano, 1973, pp. 13-14. Una concezione dura a morire, ha osservato a sua volta Sergio Muzzupappa, se a distanza di decenni, persino Claudio Pavone, di fronte a masse che si muovono senza una guida politica, “riprende i giudizi datati espressi a caldo da Benedetto Croce e Palmiro Togliatti nel 1943-44” per esprimere una valutazione insufficiente, incentrata “ancora una volta sulla lotta pro aris et focis, sulla considerazione che era la prima volta che i lazzari si trovavano nella storia dalla parte giusta”. Sergio Muzzupappa, introduzione a Corrado Barbagallo, Napoli sotto il terrore…, cit., p. XXXVII e Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino, 1991, p. 138.
2. Sergio Luzzatto, La crisi dell’antifascismo, Einaudi, Torino, 2004, p. 8. E’ singolare che Luzzatto, studioso attento e preparato, si lasci guidare da un criterio anzitutto politico e, dopo aver giustamente assegnato alla sua generazione “una responsabilità retrospettiva ben precisa: non consentire che la storia del Novecento anneghi nel mare dell’indistizione”, non senta il bisogno di distinguere, nell’antifascismo accorso in Spagna, gli anarchici, i socialisti liberali di Giustizia e Libertà e i comunisti internazionalisti dagli stalinisti. In quanto alla Resistenza, il tentativo di impedire l’indistinzione produce purtroppo solo figure di partigiani così fortemente indistinte che “per un patetico paradosso […] gli uomini e le donne che scegliendo a vent’anni l’antifascismo anziché il fascismo contribuirono in maniera straordinaria a redimere l’Italia dalla colpa storica della dittatura, si trovano adesso, da ottuagenari, a doversi confessare per peccati che non hanno materialmente commessi”. Scontano così il loro presunto silenzio “sui crimini staliniani nella guerra di Spagna o sulle nefandezze del socialismo reale”. Un lavoro di distinzione che non distingue i Vidali dagli Arfè ha caratteri non meno ideologici delle ideologie che dice di voler combattere. Finisce così che persino Luzzatto, che ha un’indiscutibile dignità culturale, nello sforzo di non “calarsi nei panni di chi è stato schiavo dell’una o dell’altra utopia novecentesca”, non si avveda che un Novecento sottratto alle sue utopie si legge fatalmente attraverso le lente deformante della peggiore di tutte le ideologie: quella che dichiara di rifiutare l’ideologia. Ivi, pp. 8-9.
3. Archivio Centrale dello Stato di Roma, Casellario Politico Centrale (da qui in avanti ACS, CPC), busta (d’ora in poi b.) 3051, fascicolo (da questo momento f.) “Maresca Luigi”, Profilo biografico, febbraio 1928.
4. Le tesi di Nitti sull’industrializzazione dell’area napoletana, esposte poi in un saggio rigoroso per l’ampiezza della visione socio-economica e la modernità dell’impianto, aprirono un dibattito che coinvolse non solo le realtà locali ma influì sulle scelte politiche di Giolitti e ispirò una legge che intese pianificare lo sviluppo economico di intere aree del mezzogiorno. Sul tema si vedano Francesco Saverio Nitti, Napoli e la Questione Meridionale, Pierro, Napoli, 1903, ristampato in Domenico De Masi, Napoli e la questione meridionale. 1903-2005, Guida, Napoli, 2005; Marcella Marmo, L’economia napoletana alla svolta dell’inchiesta Saredo e la Legge dell’8 luglio 1904 per l’incremento industriale di Napoli, “Rivista storica italiana”, a. 31, fasc. 4. 955-1023 e Giuseppe Aragno, Il ‘risorgimento’ industriale di Napoli a inizio secolo, in “Prospettive Settanta”, 1988, nuova serie, anno X, n. 2-3-4, pp. 513-534.
5. ACS, CPC, b. 3051, f. “Maresca…”, cit, Profilo biografico.
6. Sul rapporto tra sfera privata e pubblica durante il regime, Pier Giorgio Zumino, L’ ideologia del fascismo: miti, credenze e valori nella stabilizzazione del regime, Il Mulino, Bologna, 1985; Erminio Gentile, Il culto del littorio. La sacralizzazione della politica nell’Italia fascista, Laterza, Roma-Bari, 1993; Idem, Fascismo. Storia e interpretazione, Laterza, Roma-Bari, 2002.
7. La lettera, spedita da Napoli, è in ACS, CPC, b. 3051, f. “Maresca…”, cit. Il termine “fuoruscito” usato per gli antifascisti costretti a espatriare, fu contestato da Arturo Labriola, protagonista di un’avventurosa fuga da Napoli. “Il vezzo di chiamar fuorusciti gli esuli politici”, egli scrisse, “non è giusto nell’ordine storico, né nell’ordine filologico. I nostri storici classici chiamavano fuorusciti i membri di una fazione armata vinta in patria o uscitane che si riproponevano di rientrare in patria con le armi in pugno. I dizionari chiamano fuoruscito il bandito, lo scacciato; il che non è di persone che purtroppo se ne vanno di nascosto, e sprovvisti di documenti necessari per passare legalmente le frontiere”. Arturo Labriola, Spiegazioni a me stesso, Centro Studi Sociali Problemi Dopoguerra, Napoli, sd, ma 1945.
8. ACS, CPC, b. 3051, f. “Maresca…”, cit., nota n. 52 del 31-1-1928 da Alto Commissario per la Città e la Provincia di Napoli a Direttore Provinciale Regie Poste.
9. Ivi, nota senza n. del 9-2-1928 e nota n. 107360 del 4-71940, entrambe dal Prefetto di Napoli al Ministero dell’Interno (d’ora in avanti MI).
10. Ibidem, nota n. 13889 del 17-8-1931 da Alto Commissario per la Città e la Provincia di Napoli a MI.
11. Ibidem, appunto protocollato col n. 500 il 29-11-1935 senza mittente e destinatario.
12. Elvira Urciuolo era figlia del socialista Francesco Urciuolo, che partecipò a Napoli ai moti della Settimana Rossa e fu perciò condannato a due anni di carcere. Su di lui si vedano Archivio di Stato di Napoli, Questura, Polizia Amministrativa e Giudiziaria, b. 390, f. “Caserma dei RR.CC. di Sant’Onofrio alla Vicaria”, fonogramma del 28-8-1914 da Ufficio P.S. di Castelcapuano a Questura; Corriere Giudiziario. Echi dei fatti di giugno, “Roma”, 30-8-1914; Giuseppe Aragno (a cura di), La Settimana Rossa a Napoli, presentazione di Michele Fatica, La Città del Sole, Napoli, 2000, p. 102; Fabrizio Giulietti, L’anarchismo napoletano agli inizi del Novecento. Dalla svolta liberale alla settimana rossa (1901-1914), Angeli, Milano, 2008, p. 185.
13. ACS, CPC, b. 3051, f. “Maresca…”, cit., appunto n. 500 del 29-11-1935, senza mittente e destinatario.
14. Ivi, Lettera del 28-10-1935, trasmessa a Mussolini con telegramma del 14 novembre. Come scoprirà la moglie anni dopo, la condanna per espatrio clandestino pronunziata nel 1931 era stata ormai amnistiata e il Maresca avrebbe probabilmente evitato l’arresto. Ibidem, nota n, 107360 del 12-6-1940 da Prefetto di Napoli a MI. Come scrive Anne Morelli, la “comunità italiana on Belgio, fortemente politicizzata”, fu “molto sensibile ai grandi avvenimenti politici del periodo tra le due guerre” che dimostravano sempre più come il fascismo non “fosse più un fenomeno tipicamente italiano, ma, come avevano predicato gli antifascisti, stava diventando un fenomeno pericoloso per l’Europa e il mondo”. Anne Morelli, Fascismo e antifascismo nell’emigrazione italiana in Belgio. 1922-1940, Bonacci Editore, Roma, 1987, p 245 e, più in generale pp. 245-262. Un pericolo che già nel 1933 Louis De Brouckére al congresso del PSI di Bruxelles, quando, rivolto ai compagni italiani, dichiarò: “Il vostro problema è diventato il problema del mondo”. Gaetano Arfè, Il Partito socialista nei suoi congressi. I congressi dell’esilio, vol. IV, Avanti, Milano, 1963, p. 10. Anne Morelli osserva giustamente che una “delle forme più spettacolari dell’appoggio dell’emigrazione italiana alla spedizione italiana contro l’Etiopia è il ritorno in Italia del ‘volontari’ destinati a combattere in Africa”. Si trattava soprattutto, scrive a sua volta del Boca, di membri dei “fasci all’estero”, ed è vero, ma il caso di Luigi Maresca e ancor più quello di Arturo Labriola dimostrano la complessità dell’adesione. Anne Morelli, Fascismo e antifascismo…, cit., p 247 e Angelo del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, vol. II, La conquista dell’impero, Laterza, Roma-Bari, 1979, p. 33. Labriola, che era iscritto al PSI e viveva a Bruxelles, accettò la tesi fascista della possibile aggressione etiope, scrisse all’ambasciatore italiano a Bruxelles per garantirgli i “sentimenti di piena solidarietà col mio paese al di sopra e al di là tutte le mie preferenze politiche” e a dicembre del 1935 rientrò in Italia, offrendo al regime più d’un motivo per agitare la grancassa contro l’antifascismo. ACS, Segretria del Duce. Carteggio riservato (1922-1943), b. 168/R, f. “Labriola prof. Arturo”; Renzo De Felice, Mussolini il duce. Gli anni del consenso, 1929-1936, Einaudi Tascabili, 1996, p. 772; Lucio Labriola, Storia e leggenda di Arturo Labriola, Edi Europa, Casoria, 1967, pp. 234 e sgg.
15. ACS, CPC, b. 3051, f. “Maresca…”, cit., copia di lettera del 16-11-1939, proveniente dal Belgio, firmata Gigino e indirizzata dal Maresca al padre Alberto.
16. Dialettale. Sta per “panno di lino, per lo più tessuto a opera, con cui si copre la mensa. Tovaglia”. Raffaele Andreoli, Vocabolario Napoletano-Italiano, Istituto Grafico Editoriale Italiano, Napoli, 1988, p. 233.
17. ACS, CPC, b. 3051, f. “Maresca…”, cit., lettera del 16-11-1939, proveniente dal Belgio, firmata Gigino e indirizzata dal Maresca al padre Alberto.
18. Ivi, lettera inviata da Elvira Urciuolo alla madre il 29-9-1938.
19. Ibidem, copia di lettera del 16-11-1939, proveniente dal Belgio, firmata Gigino e indirizzata dal Maresca al padre Alberto.
20. Ibidem, lettera inviata dal Maresca alla madre da Charleroi il 10-101938.
21. Ibidem.
22. Ibidem, lettera del 16-11-1939, proveniente dal Belgio, firmata Gigino…, cit.
23. Ibidem.
24. Ibidem. Maresca non può saperlo, ma in quei mesi Mussolini, pieno di sé, gioca a fare lo statista. Nelle riunioni del Gran Consiglio, quando si discute della “questione tedesca”, ascolta da Buffarini Guidi che “dà lettura del Bollettino riservato della Cultura Popolare sulla stampa estera […] con una mimica espressiva: ironia, ira, noia, disgusto, disprezzo, passano sulla sua maschera. Si crea così uno stato d”animo già definito, che regolerà la discussione. Se discussione ci sarà”. Egli crede che la guerra non ci sarà, ma è pronto a ogni avventura e alza la voce coi gerarchi: “Voglio farvi una dichiarazione cinica: nei rapporti internazionali non c’è che una morale: il successo. Noi eravamo immorali, quando abbiamo assalito il Negus. Abbiamo vinto e siamo diventati morali, moralissimi. […] Cosa ci si chiede oggi? Di mollare i nostri amici? Di fare un giro di valzer? Arrossisco pensando che si possa ancora pensare l’Italia capace di un giro di valzer. […] Il problema per noi è un altro. E’ il rapporto di forze all’interno dell’Asse. […] Fronte unico delle democrazie? Non se ne farà nulla. Gli Stati Uniti daranno cannoni a contanti. Insomma dobbiamo accresce la nostra statura nei confronti del nostro compagno dell’asse. Quando? dove? Lo vedremo”. La questione tedesca al Gran Consiglio nel Diario di G. Bottai, in Renzo De Felice, Mussolini il duce. Lo Stato totalitario. 1936-1940, Einaudi tascabili, 1996, pp. 878-79, ora in Giuseppe Bottai, Diario 1935-1944, a cura di Giordano Bruno Guerri, Rizzoli, Milano, 1989.
25. Come ha notato Mancini, la rappresentazione mussoliniana di una società italiana divisa in tre categorie – i fascisti, gli indifferenti e gli oppositori – risulta, alla prova dei fatti, un’astrazione del tutto inadeguata di fronte alla complessità della natura umana e, nello specifico, di una società segnata da una molteplicità di approcci alla politica. L’antifascismo di Maresca, che non è mai un “indifferente”, ha radici in valori che il fascismo ha professato o fatto suoi per anni, sicché la sua opposizione può cedere il passo a un consenso che convive col dissenso, come nel caso della guerra d’Africa. Maresca, quindi, sfugge sia alla “classificazione” di Mussolini che alla categoria defeliciana del “consenso”. L’una e l’altra, infatti, misurano su valori statici la dinamica della vicenda storica. Ugo Mancini, Il fascismo dallo Stato liberale al regime, Rubettino, Soveria Mandelli, 2007, p. 9.
26. Bertold Brecht, Vita di Galileo, traduzione di Emilio Castellani, Einaudi, Torino, 1974.
27. ACS, CPC, b. 3051, f. “Maresca…”, cit., telegramma n. 2233 dell’8-5-1940 da Console di Charleroi a MI.
28. Ivi, telegramma n. 34/R 06848 del 13-5-1940 Da Ministero degli Esteri a Consolato di Charleroi.
29. Ibidem, telegramma n. 2233 dell’8-5-1940 da Consolato Charleroi a MI.
30. Ibidem, telegramma n. 63/1346 dell’11-6-1940, da Consolato di Charleroi a MI.
31. Ibidem, nota n. 107360 del 4-7-1940 e copia di una lettera inviata alla moglie dal Lussemburgo in data 16-5-1940 e intercettata dalla polizia dopo che è giunta inspiegabilmente a Monaco.
32. Ibidem, nota n. 107360 del 21-7-1940, da prefetto di Napoli a MI</p>

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narciso1Narciso, noi pensiamo in genere, è innamorato di se stesso. Non ama quindi. Amante senza amore, immaginiamo lo colga la sventura allorché, malaccorto, volto lo sguardo oltre lo specchio in cui si vede perfetto, è preso da qualcosa che non c’è nell’immagine restituita dallo specchio. Narciso è una finta perfezione: lo specchio non parla, non pensa, non vive. E’ lui che lo anima, pieno solo di sé. Quella è la vita. Può essere tutto sbagliato ma ogni cosa appare giusta: tra Narciso e lo specchio non esiste confronto. Fuori dello specchio – e perciò fuori di Narciso – c’è il mondo, nel quale questa specie di angelo dalle ali tronche non ha saputo entrare quando lo fanno tutti gli angeli che hanno sul dorso ali più adatte a volare. Narciso non è vanitoso, come spesso crediamo: qualcuno l’ha ferito quando è venuto al mondo ed ha smesso di volare. Il mondo di Narciso è Narciso: forma e sostanza di se stesso, territorio e confine d’un mondo contenuto in uno specchio. Se l’amore che è oltre lo specchio prende per mano Narciso e lo conduce nel mondo dal quale è fuggito, Tiresia lo ha predetto: è il primo e anche l’ultimo viaggio. Tutto gli è nuovo nel pianeta in cui vivono forma e sostanza che se lo portano via. C’è l’amore nei limiti del mondo – Narciso lo sente – c’è, in quel mondo nel quale lo trascina irrimediabilmente il mistero che gli è apparso oltre lo specchio. Il mondo che l’ha ferito. Ma questo Narciso non lo può sapere. Ha imparato a zittire il dolore con un finto amore. Un passo, ed è fuori da se stesso. Ora sa che c’è forma e sostanza ed intuisce che lo specchio è un inganno. E’ come precipitare in un abisso.

Narciso, che per dolore rifiutò di nascere, ora scopre per amore il dolore di stare nel mondo: quanta gioia gli dà così quell’amore, che lo libera dalla menzogna dello specchio, tanto inspiegabile dolore gli proviene da quell’accettare di amare e quindi venire nuovamente al mondo. L’amore di Narciso per ciò che è fuori dallo specchio è ora vero. Egli lo sa, lo avverte ed accetta un sublime calvario.narciso3
– O ti riconcili con la vita – sente Narciso che qualcuno gli va dicendo con voce che nasce dal petto suo in tumulto – o la smetti e ti uccidi.
– Non posso – mormora piangendo – ucciderei l’amore che mi porto dentro.
Se il cielo non fosse una celeste menzogna, verrebbero in aiuto i cavalieri dell’Apocalisse, la gloria celeste recupererebbe quel figlio suo innocente fuggito per dolore e tornato per amore. I santi che millantano credito presso la misteriosa Trinità ai piedi del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo invocherebbero per lui grazia.
Nulla di tutto questo. La forza che produsse un diluvio, che spaccò il Mar Rosso da una costa all’altra, che scolpì sulle Tavole Sacre strappate al Sinai coi fulmini della tempesta le leggi date a Mosé, quella forza rimane inerte. Come inerte è l’Olimpo coi suoi numi, come fermi nel loro meditare se ne stanno gli orientali celesti pensatori e fermo il profeta di Medina.
Tutte le forze di quello che chiamiamo bene se ne stanno immote: vada Narciso per la strada che ha scelto e a nessuno sia consentito spostare gli equilibri sui quali poggia da sempre la storia del creato. Narciso è dolore, non può essere amore.
Eppure egli ora ama. Nessuno sa amare qualcosa oltre lo specchio più di quanto non l’ami Narciso, nessuno ne soffre come ne soffre Narciso. Nessun amore è più dolce e doloroso dell’amore di Narciso, perché in quell’amore c’è la fatica di accettare il mondo che lo ha ferito a tradimento, in un agguato così oscuro che nulla resta nella mente oltre il dolore. E’ l’amore per il tradimento e per il dolore quello che accetta di portare sulle spalle quest’innocente violato, l’amore per una Croce pesante come quella che a Cristo guadagna un posto accanto al padre ed a lui, gigante Cireneo, promette solo la Via Crucis.
Non moltiplica i pani – non ne ha il potere – e, tuttavia, dalle sue lacrime nasce talvolta, più che dall’acqua a Cana, il vino per le nozze. Narciso ha il suo deserto e un orto a Getsemani l’accoglie perché sudi sangue, egli che è uomo e tale resterà, mortale come la sua fatica, come la sua innocenza tentata all’inverso.

narciso0311Egli non oppone, non può, la sua divina perfezione. Tutt’altro: è la perfezione quello che combatte, e ciò che il demonio gli offre è la perfezione. “Vade retro”, può opporre. Ma quando e se lo dice, parla a se stesso, al demone che dentro gli alberga. Sicché più fiera è la lotta, più difficile il rifiuto, più dolorosa la ferita. “Vade retro!”: lo urla con coraggio nel deserto, tra le orribili tarantole e la sabbia inafferrabile. “Vade retro!”. Coraggio, certo. Perché può scegliere Narciso, tra non amare e vivere a lungo, come a tutte le madri racconta Tiresia, o amare e attraversare la vita accettando di morire quando comanda l’amore. “Vade retro!”: lo urla con ardire nel deserto che di notte ha freddo. Ardire, certo. Perché può scegliere Narciso tra amare e morire, senz’altra speranza che quella di uccidere se stesso. Per amare. Per amore.
E dimmi Tiresia, tu che sai tutto: il male è dentro Narciso e il suo specchio o è nel mondo che egli accetta di guardare oltre lo specchio? E però non mentire, Tiresia. Tu non conosci ciò che soffre in lui e sai che non ha un padre. E quando ce l’ha si chiama Erode. Che cerca, Tiresia, dillo, che cerca Narciso dentro si sé?

Uscito su “Fuoriregistro“il 27 marzo 2005

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La scuola, che alla bell’e meglio l’ha alfabetizzata, avvocato Gelmini, non si spaventa per gli strafalcioni e stia tranquilla: non rischia l’onta delle “orecchie d’asino“. Per quanto la sgoverni con l’arroganza che è figlia naturale dell’incompetenza, per sua buona sorte – e per quel tanto di ritegno che la fatica di docenti ha saputo insegnarle – lei non l’ha confessata la nostalgia struggente che sente per questi antichi strumenti educativi. Lei s’è fermata al voto di condotta, al grembiulino e alla piuma rossa del “Cuore” di De Amicis. Mi spiace d’informala: il bravo Edmondo fu di quella sinistra che lei, senza sapere bene di che parla, disprezza col furore ideologico dei chierici.

Giorni fa, intervenendo allo spettacolo pagato da Berlusconi per convincere i beoti che è nato un partito, lei s’è data da fare e non sarebbero bastate nutrite scorte di penne rossoblu per rimediare. Chiamata a un ruolo che conosce male, lei s’è tenuta sulle generali e, quando ha provato a recitare la parte del ministro dell’istruzione, se n’è venuta fuori coi proclami: “La scuola – ha voluto annunciare – non appartiene alla sinistra e al sindacato ma appartiene agli italiani“. Gli italiani che pensano, quelli che sanno leggere, scrivere e far di conto, si sarebbero limitati a una risata, se lei purtroppo non avesse voluto strafare. Veda, avvocato, il senso della misura è arte nobile che la scuola non sempre può insegnare. Sul nostro lavoro pesano spesso negatvamente i ministri non sempre competenti e in quanto ai risultati, lei converrà: occorre avere la materia prima. Fidia non avrebbe incantato il mondo senza il marmo e Caravaggio ebbe bisogno di colori di buona qualità. Sangue, lei lo sa bene, non ne cava nessuno dalle rape ed è per questo che la seconda parte del suo intervento non ha brillato per senso delle cose e per misura. Lei chiede troppo a se stessa. “E’ iniziata una rivoluzione della responsabilità – lei ha sostenuto – e a chi non si riconosce nei valori della sinistra voglio dire che è finita l’oppressione culturale“‘.

Da Piazza Navona in poi – lei finge d’ignorarlo – dalla vergogna di neofascisti, guidati probabilmente da poliziotti, armati e pronti all’uso, sempre più spesso nelle scuole e nelle università giovani fanatizzati da un’ideologia apertamente nostalgica del fascismo tentano di trasformare il dissenso democratico nei confroni dei suoi malaccorti provvedimenti in scontri tra opposti fazioni. Il suo alleato Borghezio ormai fa scuola e, quali che siano state le sue intenzioni, avvocato Gelmini, in un momento così delicato per il paese, nel cuore d’una crisi economica devastante, le sue parole sono benzina gettata sul fuoco. Sembrano istigazione e potrebbero generare un incendio di cui lei e il governo di cui fa parte si assumeranno poi la responsabilità di fronte alla storia. In quanto alla sua “rivoluzione”, i valori di cui lei si fa portabandiera, li conosciamo bene. Conducono difilato alle ronde e alla xenofobia, si chiamano tolleranza zero e si applicano in misura diversa a seconda del colore della pelle, della carta d’identità e della religione professata.

Lo scorso 5 marzo, avvocato, lei lo sa ma non le conviene parlarne, mentre preparava il suo discorso sulla scuola che fa la rivoluzione contro la sinistra, qui a Napoli, nella mia città un tempo tollerante, Kante Kadiatou, una rifugiata politica della Costa d’Avorio, che si era recata in ospedale per partorire, è stata denunciata alla polizia con un fax partito dall’ospedale e il figlio neonato le è stato sottratto per quasi dieci giorni. Tanto è occorso per “una verifica sulla sua identità“…
Il permesso di soggiorno di Kante infatti è scaduto, mentre è in atto il suo ricorso per ottenere l’asilo politico. Gli “studenti” oppressi dalla cultura di sinistra, quelli col casco e le spranghe dipinte col tricolore, quelli che sempre più spesso si rendono protagonisti di raid e di aggressioni, i giovani che lei vorrebbe “liberare“, sono d’un tratto spariti e nessuno sa dove siano nascosti. I nostri ragazzi, invece, gli studenti democratici, quelli che noi educhiamo ai valori della Costituzione, senza tenere in alcun conto i suoi comizi, avvocato Gelmini, si sono immediatamente mobilitati e hanno preso subito posizione:
La denuncia di Kante – hanno scritto in un loro bellissimo comunicato – nasce dalla vergognosa ansia di applicare le norme contenute nel cosiddetto “pacchetto sicurezza”, come quella che annulla il divieto di segnalazione per i migranti irregolari che vanno a curarsi o, come nel suo caso, a partorire. Un provvedimento che fa a pezzi le regole base del giuramento di Ippocrate e della convivenza civile. Un’iniziativa illegale, […] perché il pacchetto sicurezza non è ancora legge dello Stato e quindi vige sempre il divieto di segnalazione. Ma anche un’iniziativa che dimostra la barbarie che ci aspetta se venisse approvato. In questo caso non solo per gli immigrati irregolari ci sarà il rischio di segnalazione ed espulsione per il solo fatto di ricorrere a cure mediche, ma sarà impossibile anche la registrazione anagrafica del bambino, con un’incredibile condanna preventiva alla clandestinità amministrativa per le nuove generazioni!
Non è un caso che questa prima applicazione illegittima del pacchetto sicurezza avvenga proprio sul corpo di una donna, le più esposte e ricattabili anche all’interno della già difficile condizione dei migranti e dei rifugiati in Italia.
Dobbiamo mobilitarci subito, per pretendere provvedimenti immediati contro i responsabili di quest’assurda iniziativa e per chiedere con forza che il “pacchetto sicurezza” non sia approvato. Diritti e dignità per tutte e tutti!”.

Avvocato Gelmini, Kante non aveva documenti perché il suo passaporto era trattenuto in questura, per un’istanza di permesso di soggiorno, che non si risolve mai: Kante è clandestina nella sua terra, perché in Costa d’Avorio, si combatte una sanguinosa guerra civile, nella quale quattro anni fa le fu ucciso il marito. Kante è clandestina perché lo Stato italiano le nega lo status di rifugiata politica e attende da tempo una sentenza del Tribunale di Roma che le riconosca il diritto di asilo.
Tutto questo, avvocato Gelmini è estraneo al sistema formativo della Repubblica. Noi possiamo avere limiti e commettere errori. Una cosa però l’abbiamo chiara: scuola e univesità non si presteranno a questo gioco. Noi ci rifiuteremo di formare i nostri ragazzi facendo ricorso a ideologie condannate dalla storia.
Nello spettacolo in cui lei ha recitato da comprimaria, il protagonista, Silvio Berlusconi, non ha mancato di elogiare e ringraziare Stefania Craxi, ‘figlia e degna erede politica del […] carissimo amico Bettino”.
E’ bene che lei sappia. Col rispetto che si deve ai defunti, noi spiegheremo ai nostri ragazzi che Bettino Craxi, il carissimo amico del suo amico Berlusconi, è stato condannato con sentenza passata in giudicato in due processi: a 5 anni e 6 mesi per corruzione e a 4 anni e 6 mesi per finanziamento illecito per le mazzette della metropolitana milanese. Faccia pure la sua rivoluzione, avvocato. Questa è la storia e questo insegneremo.
Se le basta l’animo, provi ad impedirlo.

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