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Archive for ottobre 2014

fea7099bae38c3cac08782290f9c9af2_L«(ANSA) – NAPOLI, 30 OTT – Il Tar, sul ricorso presentato da Luigi de Magistris, ha deciso di inviare gli atti alla Consulta per non manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale degli articoli 10 e 11 del decreto legislativo 235 e ha sospeso l’efficacia del provvedimento fino alla Camera di Consiglio successiva alla decisione della Consulta.La prima sezione del Tar della Campania, presidente Cesare Mastrocola, era stata sollecitata ad esprimersi sul ricorso presentato da Luigi de Magistris contro il provvedimento del prefetto di Napoli che lo scorso primo ottobre lo aveva sospeso dalla carica di sindaco del capoluogo partenopeo in base alla Legge Severino».

Ero certo che sarebbe andata così, ma l’emozione è fortissima ugualmente. Proprio oggi, dopo le manganellate di ieri agli operai di Terni e quelle di stamattina a Napoli, questa sentenza assume un valore simbolico altissimo. Contro l’attacco ai diritti si può formare uno schieramento ampio e Napoli può diventare un laboratorio alternativo a quello di Renzi e dei suoi camerati. Attorno a De Magistris è possibile raccogliere un fronte di lotta che si schieri nella trincea dei diritti e affronti il tema centrale della crisi: quello della democrazia, per il quale evidentemente  passa la questione del lavoro. L’arroganza preoccupante e pericolosa di questa classe dirigente ha superato ogni limite. Valgano per tutti l’esempio di Grasso, Presidente del Senato ed ex magistrato, che si affrettò per primo a domandare le dimissione del sindaco e quello della “senatrice nominata” Angelica Saggese, che, senza ritegno, giunse a chiederne addirittura il “confino politico“. Nel conformismo imperante, nessuno chiede ora le sacrosante dimissioni di Grasso né, sua sponte, la Saggese decide di cambiare mestiere. Attaccare i diritti e sfidare la popolazione sul terreno della democrazia proprio a Napoli, capitale dell’antifascismo e medaglia d’oro per le sue memorabili Quattro Giornate, è tuttavia un suicidio politico che solo la pochezza del pupo fiorentino poteva causare. Ambienti bene informati riferiscono che Renzi, dopo avere programmato per il 7 novembre una visita a Napoli, nel quartiere di Bagnoli, epicentro del terremoto che ha prodotto il dissennato attacco al sindaco della città, ora non se la senta di venirci e stia brigando per mandare al suo posto il riottoso Delrio con la scusa di una riunione dell’ANCI. Consapevole della Waterloo, sa che il suo PD gli somiglia maledettamente. Inesistente per spessore politico e rappresentato da gente come Bassolino, è più impresentabile degli uomini di Aurelio Padovani. La città lo attende al varco per presentargli il conto. La sospensione, come era prevedibile, si è rivelata un vero e proprio regalo per Luigi De Magistris. Più che mai ora la città si stringe attorno al sindaco che ha eletto e si interroga sulla legittimità democratica di Renzi e del suo governo. Più che mai sente che val la pena di andare avanti nella battaglia. Mentre in piazza, ormai, ovunque il governo scatena le forze dell’ordine contro chi protesta e aggredisce i lavoratori, è sempre più chiaro: si lotta soprattutto per i diritti e la democrazia. In questo clima politico di regime che si consolida, con un Presidente della Repubblica eletto due volte e un Parlamento di “nominati” accampati alle Camere grazie a una legge dichiarata incostituzionale dalla Consulta, De Magistris e i napoletani, anche quelli che non l’hanno votato ma si ribellano all’idea che gli elettori non contino più nulla, possono diventare un baluardo e un esempio; un modello nuovo che, nella città di Giovanni Amendola, accende luci impensate nel buio che avvolge il Paese.

Uscito su Fuoriregistro il 30 ottobre 2014 e su Agoravox il 31 ottobre 2014

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10417641_745006022259474_4035144759249105902_nOggi a Napoli operai e studenti sono andati alla stazione marittima, alla Conferenza del FEMIP dove è intervenuto Pier Carlo Padoan. Volevamo esporre uno striscione in solidarietà con i lavoratori di Terni, ma polizia e carabinieri prima li hanno caricato e poi hanno sbarrato l’ingresso.
Ma che fanno i nostri ragazzi e i nostri operai quotidianamente massacrati di botte? Nulla. Guardano lontano, vedono la Grecia sempre più vicina e urlano il loro no.
E’ perciò che lottano, lavoratori, studenti, precari e disoccupati: per se stessi e per i diritti che i nostri nonni conquistarono a costo di sanguinose lotte. E noi? Noi che facciamo, dopo le violenze della sbirraglia contro gli operai di Terni? Una giovane generazione senza futuro, i padri di famiglia colpiti nella dignità e privati di ogni tutela, i lavoratori schiavizzati, i precari ignorati, le regole calpestate, la scuola distrutta, l’università in ginocchio, la ricerca avvilita, i sindacati disprezzati e chi si azzarda a protestare, è assalito con i gas, gli idranti e le manganellate. E se questo non basta, ogni tanto da una pistola parte un colpo. “Accidentale”, s’intende, ma assassino.
Non si può più stare a guardare. E’ ora di affiancare chi lotta!

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comunicazione-curatore-fallimentare-registro-imprese2«E’ finito il tempo che le manifestazioni facevano cambiare idea ai governi», ha affermato ieri Renzi a uno dei TG padronali, parlando della CGIL.
Inutile fare storie e provare a negarlo. Per una volta bisognerà riconoscere che il pupo fiorentino dice purtroppo una mezza verità. L’altra metà, quella che Renzi si guarda bene dal raccontare o forse non conosce, è che prima è finito il tempo dei governi che avevano idee, poi è finito il tempo dei governi.
Nessuna manifestazione può far cambiare idea a qualcosa che non esiste più. L’Italia, infatti, da tempo non ha più un governo, ma uno scadente gruppo di curatori fallimentari.

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Una notizia che farà certamente piacere ai democratici. Finalmente la sede del PD, al Largo del Nazareno, ha i doppi servizi!

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Gennaro Migliore: un’emozione fare la tessera del PD, mi sento a casa mia.

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180_scuolaE’ un mistero glorioso: la scuola che Renzi propone, la favola bella della “svolta epocale”, attiva e innovativa, non prevede studenti. E’ una scuola che divide i docenti, fa ardite promesse – quattrini per l’edilizia scolastica, aumento dei progetti formativi pomeridiani grazie ai soldi di generosi privati, porte aperte alle aspirazioni di chi “merita” – ma gli studenti non li trovi nemmeno a pagarli. I loro bisogni, ciò che hanno proposto in anni di assemblee, occupazioni, autogestioni, lezioni in piazza, denunce, narrazione dei loro problemi e soluzioni da adottare, tutto ciò non ha voce in capitolo. Per Renzi la scuola si fa senza studenti. In loro nome, il governo s’è posto la domanda che li rappresenta e s’è dato la risposta: volete entrare nel mondo del lavoro che preferite? Ci andrete. E’ già pronto per voi un “hackathon” per suggerire app in un quadro generale di “opening up education”. Dietro l’inglese americanizzato, però, c’è solo l’armamentario ideologico di governi falliti: guerra all’istruzione pubblica, gerarchizzazione del personale e privatizzazione del sistema.
Gli studenti come soggetti pensanti, non esistono.
Eppure chi vive con loro l’esperienza scolastica e li affianca nelle lotte, sa che nei Consigli d’Istituto e negli organi accademici le loro rappresentanze non contano nulla. Devono lottare per tutto: un’aula autogestita in cui esprimersi e creare cultura, una scuola inclusiva, che privilegi il pensiero critico, un corso pomeridiano, la sostenibilità dei costi per poter studiare, la possibilità di accesso ai più alti gradi dell’istruzione . Si scontrano ogni giorno con una realtà che li chiama ad avallare ciò che altri hanno deciso per loro. A torto o a ragione , si sentono trattati come contenitori vuoti, che la scuola riempirà di nozioni e regole di comportamento “adeguato” e invano chiedono che il loro mondo trovi cittadinanza tra i banchi, che i loro problemi siano ascoltati. Di coscienza critica non si parla più e tutto ciò che conta è l’acritico rispetto verso ogni autorità. Per gli studenti, la favola non cambierà la scuola: Renzi finge di ascoltare tutti, amministrativi, presidi e docenti, ma agli studenti non promette niente. La “buona scuola” di loro non parla. E’ come un carcere senza detenuti, un ospedale senza malati, un cinema senza film. Con loro soprattutto Renzi mostra la sfida autoritaria di Renzi svela il suo valore devastante: dovete imparare a credere che la realtà coincide con le mie chiacchiere surreali. E’ questo il mondo: il vuoto dietro un tweet.
Nel trionfo virtuale dell’illusionismo, la favola è un incubo: il motore perde colpi? Lo metteremo a punto con gli attori che lo fanno funzionare: presidi, amministrativi, docenti. Nessuno meglio di loro può dire quali siano le regole inutili e le complicazioni superflue. Assieme a loro sbloccherò la scuola. E’ una gara di formula uno studiata ascoltando tutti, meno che il rombo del motore, come se a tagliare il traguardo a fine corsa dovessero essere il preside-manager, i docenti sopravvissuti alla guerra dei poveri sul “merito”, i criteri di valutazione, e le aule vuote. Svaniti gli studenti, ai quali nessuno chiede se nella corsa c’è il rischio di rompersi l’osso del collo, Renzi non dice nulla sul lavoro che si farà in classe. La sua, è la favola d’un’azienda che, ottimizzati i ritmi della produttività dei docenti, si dà una nuovo monte ore, decide le modalità di assunzione, la quantità di progetti da sfornare, i costi della pubblicità e i tagliandi per la messa a punto con la verifica dei test. Degli studenti, della loro umanità, della corrispondenza tra le loro domande e le risposte del bolide che andrà in pista, di tutto questo la favola di Renzi non parla. La “buona scuola” è pensata per una società di yesman e disciplinate carte assorbenti. Si raccontano mirabilie, ma il modello di riferimento non sono gli individui da formare.
Gli studenti non c’entrano nulla con la scuola di Renzi. La favola buona è un’impresa produttiva per padroni che intendono far profitto, investendo sulla formazione. Gli studenti, il diritto allo studio, le disparità tra condizioni economiche e sociali di partenza, sono sciolte nell’acido dei test Invalsi. Se Renzi si fosse ricordato che a scuola ci vanno gli studenti, si sarebbe accorto che c’è bisogno di una formazione che conti su laboratori attrezzati, che aprano la mente e guardino lontano fino all’accademia; c’è bisogno di maggiori scambi culturali e di momenti collettivi da vivere furori dalle aule. Di tutto questo la “buona scuola” non parla. Confindustria ha raccontato a Renzi che il mondo degli studenti vive di uno sogno solo: “la possibilità di fare percorsi di didattica in realtà lavorative aziendali, così come pubbliche e del no profit” e lui non è stato a pensarci: ha promesso che questa possibilità “sarà resa sistemica per gli studenti di tutte le scuole secondarie di secondo grado”.
Digital, appl, inglese a gogò, la fanfara suonata per musica e storia dell’arte, e poi che si fa? Senza studenti, la rivoluzione di Renzi diventa uno spot per lo sfruttamento. Altro che formazione della coscienza critica: lavoro senza retribuzione e una grande riserva di manovalanza a basso costo o gratuita, grazie ai tirocini, che manda in brodo di giuggiole i padroni. La “buona scuola” di Renzi è un elementare dettato del padronato. Mentre gli studenti, cancellati dalla scuola, raccontano di “libretti delle giustifiche”, trasformati in pubblicità del pub “Pollo Veloce” – l’impresa si sa, non fa nulla per nulla e il proprietario del locale ci ha messo quattrini – la Lockheed presto vanterà sui moduli d’iscrizione le delizie degli F35 e la Beretta ricorderà che il suo modello di mitra fa il record di morti con un solo caricatore.

Uscito su Fuoriregistro il 21 ottobre 2014

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SerraDue parole a mente fredda sulla morte di Luigi Bifulco. Due parole oggi, quando la stampa di regime, compiuta la missione, ha chiuso la pratica e ha sepolto la verità con il ragazzo. Due parole per controinformarzione, sul velenoso trafiletto che Michele Serra scrisse per Repubblica l’undici settembre:

«La tragedia napoletana che ha visto morire un ragazzo per mano di un carabiniere è una specie di memento della catastrofe sociale italiana. Si vedono e si sentono i coetanei di Davide piangere e inveire, scandire slogan con il braccio teso nel modo degli ultras (la cultura “politica” largamente egemone tra i giovani dei ceti popolari di tutta Italia, anche fuori dagli stadi), e ieri chiedere e ottenere che il capo degli “sbirri” – un maresciallo civile, gentile – si levi il cappello davanti al lutto popolare. Ne sono morti dieci, cento volte di più per mano di camorra, di ragazzi come Davide, qualcuno anche innocente come lui, ma non risultano boss con il cappello in mano, a chiedere scusa.
L’illegalità implacabile che regola la vita di quei quartieri è l’evidente causa di questa e altre morti, fermarsi a un posto di blocco o mettere il casco o avere documenti in regola non fa parte delle premure messe a tutela degli altri e di se stessi. Nel clima di guerra l’assenza di pietà, i nervi tesi, lo sfoggio continuo di prestanza fisica e di impudenza sono le “qualità” richieste ai maschi giovani, e ne è rimasto vittima anche il carabiniere che ha sparato, lui, almeno, riconoscibile da una divisa e da quella divisa inchiodato alle sue responsabilità. Ma le responsabilità degli altri? Di tutti gli altri? Quanto se ne è parlato, in questi giorni? Quanto ha dominato il coro, invece, il lamento contro lo Stato sbirro e traditore, eterno alibi per non vedere il quotidiano tradimento contro se stessi di così tante persone?
».

La deformazione dei fatti è cosi strumentale e brutale che, al confronto, la violenza sul ragazzo ucciso diventa carezza. Basta leggere attentamente per capirlo: Serra è fuori da una dimensione storica, è colto, ma stranamente ignora che all’alba della repubblica Guido Dorso chiese di sciogliere l’Arma dei Carabinieri, minaccia per la democrazia. Per Serra, il cuore del problema sono i nervi tesi del carabiniere che, guarda caso, è «vittima» assieme al ragazzo che ha ucciso. Il punto è che, senza coperture istituzionali, la camorra sarebbe finita. Dal «dittatore», Garibaldi, che a Napoli affida l’ordine pubblico a Liborio Romano, fino alla nascita della Repubblica e alla mafia che apre la strada ai «liberatori», è andata così. Porti la «cartolina precetto», che sottrae al lavoro contadini e operai, spari nella schiena al fantaccino che scappa sulla linea del fuoco nella «Grande guerra», tiri un colpo di rivoltella al ragazzino di un quartiere abbandonato al suo destino, o si tolga gentilmente il cappello, il carabiniere costituisce uno dei pilastri di un’antica ingiustizia: tutela gli interessi dei ceti dominanti. Così fu con Crispi, così con Mussolini, così oggi col governo Renzi-Napolitano.
Chiacchiere da bar? Non direi. Partiamo da fatti solo apparentemente lontani. Tra 1948 e 1950 le forze dell’ordine denunciano decine di migliaia di lavoratori e i giudici fascisti, che l’amnistia ha lasciati al loro posto, grazie al codice del fascista Rocco che nessuno ha voluto mandare in pensione, condannano oltre 15.000 “sovversivi” a 7.598 anni di carcere. Per farsi un’idea del clima che c’è nel Paese, basta un raffronto coi dati dell’Italia fascista, in cui, tra il 1927 e il 1943, il Tribunale Speciale condannò complessivamente gli imputati per reati politici a 27.735 anni di carcere. Per un triennio di storia repubblicana, quindi, la media annuale è di 2533. Molto più dei 1631 che fu la media annuale dell’Italia fascista. Nell’Italia repubblicana, nel 1948-52, in piazza le forze dell’ordine fecero, secondo dati ufficiali, 65 vittime (82 secondo fonti non ufficiali); in quegli stessi anni, in Francia si ebbero 3 morti, in Gran Bretagna e in Germania 6. A conferma del ruolo delle forze dell’ordine e della Magistratura, c’è l’intramontabile “modello Fiat”, varato dal fascista Valletta, passato agevolmente tra le maglie dell’epurazione: reparti-confino (tornarti di moda con Marchionne), schedature politiche e licenziamenti per rappresaglia di lavoratori comunisti, socialisti e anarchici. Nel 1974, una legge riconobbe la qualifica di “perseguitati politici” a 15.099 lavoratori e lavoratrici vessati in ogni modo tra il gennaio 1948 e l’agosto 1966.
Non sarà male ricordare sinteticamente a Serra i numeri agghiaccianti delle vittime. Non “casi” che vivono ancora nella coscienza del Paese, come quello di Giuseppe Pinelli, anarchico volato giù dalle finestre della Questura di Milano il 12 dicembre 1969, affidato al fascista Marcello Guida, già direttore della colonia penale di Ventotene, dove il regime aveva confinato lo stato maggiore dell’antifascismo militante a partire da Sandro Pertini. Si tratta di morti dimenticati, uccisi negli anni che vanno dalla caduta del fascismo ai giorni nostri.
26 luglio-27 settembre 1943 (caduta del fascismo-Quattro Giornate di Napoli e inizio Resistenza): il governo Badoglio ordina alla forza pubblica di sparare su chi protesta. A Bari, Bologna, Budrione, Canegrate, Colle Val d’Elsa, Cuneo, Desio, Faenza, Genova, Imperia, La Spezia, Laveno Mombello, Lullio, Massalombarda, Milano, Monfalcone, Napoli, Palma di Montechiaro, Pozzuoli, Reggio Emilia, Rieti, Roma, Rufino, San Giovanni di Vigo di Fassa, Sarissola di Busalla, Sassuolo, Sesto Fiorentino, Sestri Ponente, Torino, Urgnano, carabinieri, polizia e reparti dell’esercito in servizio di ordine pubblico fanno almeno 98 morti nelle manifestazioni seguite all’arresto di Mussolini e nelle lotte per carovita, lavoro, pace e libertà dei detenuti politici. In un sol caso, a Torino, durante uno sciopero alla Fiat, gli Alpini rifiutano di sparare. il 18 dicembre a Montesano, (SA), mentre ormai si lotta per la liberazione , le ultime vittime del tragico 1943. Il paesino insorge contro il malgoverno e paga con 8 morti. I carabinieri fascisti, ora badogliani, accusano ovviamente “elementi comunisti”. Ai carabinieri di Napoli un record insuperabile: l’arresto del primo partigiano, Eduardo Pansini, uno dei capi delle Quattro Giornate, a pochi giorni dall’insurrezione in cui è caduto da eroe il figlio Adolfo. Nei giorni di lotta sanguinosa, gli ufficiali superiori dei carabinieri, delle Forze Armate e dei corpi di Polizia se l’erano squagliata, lasciando in balia dei nazisti i loro uomini e la città.
Il 1944 con 35 vittime accertate e numerose rimaste ignote non va molto meglio. Il 13 gennaio a Montefalcone Sannio e a Torremaggiore esercito e polizia sparano ai contadini in lotta. Un conto preciso dei morti non s’è mai fatto. A Roma un carabiniere uccide un minorenne che manifesta contro gli accaparratori di grano, a Regalbuto i carabinieri uccidono Santi Milisenna, segretario della federazione del Pci. Di lì a poco cade una donna che manifesta per la mancanza di cibo, 3 morti si registrano a Licata, dove polizia e carabinieri sparano contro chi protesta perché all’ufficio del collocamento è tornato il dirigente fascista. A Ortucchio i carabinieri, giunti a sostegno dei principi Torlonia durante un’occupazione di terre, fanno due morti. A Palermo, una protesta per il caropane costa 23 morti. Stavolta sparano i soldati. Seguono due morti a Licata, un morto a Roma, e i tre morti di dicembre tra i separatisti siciliani
1945: 38 morti tra cui Vincenzo Lobaccaro, bracciante, scambiato per un ex confinato politico;
1946; 42 morti (7 cadono tra le forze di polizia);
1947: 8 morti (6 sono i militi uccisi;
1948: 35 vittime (ci sono anche 7 agenti caduti);
1949: 22 morti;
1950: 19 caduti;
1951: 4 morti;
1952: 2 vittime;
1953: 12 uccisi;
1954: 6 morti.
1955: non si spara
e c’è tempo per un bilancio che non riguarda i morti. Secondo dati incompleti e parziali dal 1 gennaio 1948 al 31 dicembre 1954 ci furono 5.104 feriti e 148.269 arrestati.
1956: 7 morti;
1957: 4 vittime;
1959: 2 caduti;
1960: 11 morti ;
1961: 1 caduto;
1962: 2 vittime.

Una lunga pausa in coincidenza con l’esperienza del centro-sinistra, poi la contestazione giovanile e il triste elenco che si allunga:
1968: 3 morti;
1969: 5 caduti (1 poliziotto ucciso)
, cui si aggiungono Giuseppe Pinelli e Domenico Criscuolo, tassista incarcerato a Napoli durante una manifestazione sindacale. L’uomo si uccide dopo un colloquio con la moglie, che gli confessa di non sapere come procurarsi il denaro per vivere, insieme ai 5 figli. Strage di Stato e Servizi Segreti fanno i 17 morti del 12 dicembre a Milano uccisi da una bomba esplosa alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. E’ la cosiddetta “strategia della tensione“, che consentirà la repressione dei movimenti di massa di quegli anni. Per la strage di matrice fascista furono accusati senza alcuna prova gli anarchici, tra cui Pinelli e Pietro Valpeda.
Gli anni di piombo non rientrano un questo doloroso elenco. Furono anni di guerra civile strisciante e occorrerebbe un discorso a parte.
Il ritorno alla “normalità” si ha con il G8 di Genova nel 2001, quando una pistolettata uccide Carlo Giuliani e si registrano le feroci torture alla caserma Bolzaneto e alla scuola Diaz
. Forse l’elenco che segue è incompleto e gli ammazzamenti non sono della stessa natura, ma basta avanza a giustificare la nausea per l’operazione di Serra.
11 luglio 2003: Marcello Lonzi, finito nel carcere di Livorno.
5 settembre 2005: Federico Aldovrandi, ucciso mentre viene arrestato.
27 ottobre 2006: Riccardo Rasman, finito per “asfissia da posizione”.
14 ottobre 2007: Aldo Bianzino, trovato morto nel carcere di Perugia.
11 novembre 2007: Gabriele Sandri, ucciso come Bifulco da un colpo accidentale.
14 giugno 2008: Giuseppe Uva, morto nella caserma in cui era stato portato.
22 ottobre 2009: Stefano Cucchi, ucciso durante la custodia cautelare.
3 marzo 2014: Riccardo Magherini, morto durante l’arresto.
Serra aveva di che riflettere su vittime e innocenti, ma il suo compito, per gli editori, è quello di impedire che riflettano i lettori. Meglio perciò le chiacchiere sulla camorra.

Uscito su Agoravox, IL 22 ottobre 2014

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kobane_1Egidio Giordano si è materializzato ieri sera sul mio computer con un link e due parole gentili: “scusa il disturbo“. Tornavo da una riunione di quelle che non capitano spesso, così densa di promesse e così limpida, dopo la fatica fatta per metterla su, che non avevo più spazio nel cuore e nella mente. Avevo appena trovato nello spam il commento di un idiota e me la ridevo: al mondo ci sono vermi che fanno schifo persino al fango che li ha generati. Ero contento e non c’era posto per altro. “Figurati”, ho risposto, “leggerò con attenzione”, ma ho dato solo un rapido sguardo. “Grazie”, mi ha detto, e “Grazie a te”, gli ho risposto. “Mi metti al corrente di cose che non so. Siamo così pochi e ci sono milioni di questioni e problemi”. Credo di averlo deluso e l’ho sentito nella risposta: “E’ vero, sì. Intanto stiamo partendo. Sarà importante costruire campagne di sostegno e solidarietà da Napoli”. Avrei dovuto fermarmi e provare a capire, ma nemmeno l’allegria a volte cancella la stanchezza e non ce l’ho fatta: ” Non te la prendere ora se ti lascio, purtroppo devo andare. Farò quello che potrò, prometto”.
Non so dov’è Egidio in questo momento e spero che tutto gli vada bene. So che tornato sul link, ho capito che vuol dire una sua frase che tempo fa mi colpì: “l’Italia che non vuole morire”. Egidio è andato nella Rojava dove si resiste eroicamente e si lotta. E perciò mi chiedeva di “costruire campagne di sostegno e solidarietà da Napoli”. E’ una domanda che giro a chiunque mi legga. Non si può lasciare solo un giovane giornalista che va a cercare la verità per tutti noi “a ridosso della Turchia di Erdogan, il governo “ambiguo, complice e vigliacco” che aiuta il fascismo islamico e colpisce la resistenza curda. Non si può. Non so come fare per non lasciarlo solo, ma comincio da qui, da quello che ieri mi chiese di leggere e ventiquattr’ore dopo, con un imperdonabile ritardo, mi porta da lui oltre il confine della “Turchia, specchio dell’Europa e delle sue politiche”.

Partire da Kobane per essere Kobane
di Egidio Giordano, Luca Manunza

15 / 10 / 2014
Sono settimane ormai che Kobane e la regione autonoma della Rojava resistono eroicamente agli attacchi e all’avanzata dello Stato Islamico.
Sono settimane che i compagni e le compagne di tutto il mondo guardano le immagini delle donne e degli uomini che giorno e notte, instancabilmente e nonostante la carenza di armi e aiuti, riescono a respingere i combattenti dell’Isis e finanche, come sta accadendo in queste ore, a guadagnare terreno.
Non c’è dubbio che quella resistenza è un faro che illumina la notte euromediterranea, una notte fatta di guerre permanenti e messe a sistema, di distruzione coatta dei processi costituenti e democratici in favore di una sistematica e autoritaria spartizione pulviscolare del potere politico e militare. E’ un faro insomma che offre a tutte e tutti noi la possibilità di riconoscimento, l’occasione di un nuovo sguardo partigiano, come quello che storicamente ci è appartenuto ogni volta che un fronte di resistenza e liberazione dall’oppressione si apriva in qualche angolo del pianeta.
Kobane poi è vicina. Alle pendici di quella frontiera che in questi anni ha definito il fuori e il dentro tra Europa e il suo altro. Al limite della cittadinanza europea che con le sue carte e i suoi accordi ha praticato una politica di inclusione ed esclusione tutta fondata su base etnica e di convenienza economica.
che crediamo debba rappresentare per tutti i movimenti europei un obiettivo costante di attacco e rivendicazione politica, che miri ad ottenere quanto prima l’apertura di un canale libero e la possibilità di ingresso di mezzi e uomini in sostegno alla resistenza.
Proprio questa vicinanza dunque non può esimerci dal partire. Non può esimerci in quanto generazione abituata alla mobilità internazionale, alle distanze abbreviate dai low cost e dai privilegi della cittadinanza europea. Non può esimerci soprattutto in quanto compagni e compagne convinti che le anguste pareti delle nazioni vadano superate nella prospettiva di zone autonome, indipendenti e plurali come quelle della Rojava.
E’ per questo che noi, da Napoli, stiamo andando lì: per la profonda convinzione che su quel territorio si stia sviluppando una battaglia importante in difesa della terza via, quella che non sceglie tra i signori della guerra e i loro finanziatori e che non si piega né al cinismo delle decisione economico fasciste del governo Erdogan nè alla follia islamista.
Stiamo andando lì accogliendo la richiesta che arriva da quei territori (è proprio di poche ore fa la pubblicazione della piattaforma “Support Kobane “che chiede esplicitamente aiuto materiale e politico ai movimenti e ai cittadini europei e non solo).
Andiamo lì profondamente interessati anche a quei flussi inesauribili di curdi (ma non solo), alcuni forse costretti da decenni alla guerra, altri, probabilmente, solo alla conflittualità delle metropoli che dalle città della Turchia partono verso il confine per partecipare attivamente alla riconquista dei territori occupati dall’ISIS. Proprio quel confine diventato impermeabile per i loro corpi e che è stato invece nei mesi passati assolutamente permeabile e poroso per lo Stato Islamico, per il transito di rifornimenti, armi e mezzi pesanti con cui oggi si pratica l’assedio permanente al Kurdistan e non solo. Questa è probabilmente una delle più grandi e vergognosa responsabilità del Governo di Erdogan, responsabilità coperte dalle potenze occidentali che oggi restano sostanzialmente immobili e indifferenti ma indignate, mentre Kobane resiste da sola e l’ISIS guadagna terreno saccheggiando la libertà.
E’ proprio per contribuire a rompere il silenzio e ad infrangere il regime di solitudine e retorica buonista dei media main stream che invece bisogna andare lì e tessere relazioni stabili affinché la lotta di Kobane sia la lotta di tutti i movimenti anti-autoritari e libertari che abitano lo spazio europeo e non solo.
Sicuramente quello che si può dire ancor prima di partire è che in quel coraggio, quella costanza del pressing alla frontiera, in quella capacità di organizzare mobilitazioni diffuse in luoghi sensibili (aeroporti, palazzi istituzionali, luoghi simbolici della decisione politica), riconosciamo una pratica rivoluzionaria che può e deve insegnare tanto. Deve insegnare soprattutto a tener conto sempre della singolarità dei contesti conflittuali, a non leggerli mai attraverso le chiavi analitiche e concettuali che ci sono più familiari, altrimenti probabilmente si perde il filo che sicuramente connette le pietre lanciate per mano curda a Taksim per difendere il parco di Gezi e la resistenza di Kobane.
A tutela di questa singolarità, contro le estreme banalizzazioni alle quali si presta il tempo dei social network e che stanno rischiando di spostare l’attenzione da quelli che sono gli aspetti più interessanti e peculiari della resistenza, che noi cominciamo ad andare e a provare a capire.
Il nostro augurio, che è un po’ anche il senso di queste poche righe scritte prima di partire, è che si addensi attorno a noi una rete di sostegno e diffusione delle cose che racconteremo, ma che soprattutto nasca in tanti altri compagni e compagne la voglia di fare lo stesso: l’esigenza di partire per la frontiera turca, per smascherare il governo di Erdogan nelle sue politiche omicide e soprattutto per rompere l’isolamento al fine di definire uno nuovo spazio euro-mediterraneo dei conflitti.
Kobane è per noi. Per tutti quelli che ancora resistono.

Uscito su Agoravox il 17 ottobre 2014 col titolo Partire da Kobane per essere Kobane. Egidio ci chiede un aiuto

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