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Archive for gennaio 2012

Non sappiamo e non sapremo mai se, in Paradiso, Gabriele sia l’angelo meglio riuscito alla divina fabbrica del Creatore. Se la maiuscola sia d’obbligo, chiedetelo a bruciapelo al ministro Profumo e alla sua scienza dell’ortografia, ma si lasci a chi pensa il diritto del dubbio, perché non c’è rimedio: non ci sono certezze, se non permangono dubbi. Se gli angeli siano uguali tra loro, se l’impegno lavorativo del Padreterno abbia tenuto costante il livello della produzione nei fatidici “sei giorni” in cui s’è generata questa “valle di lacrime“, non siamo in grado di dire. Come un indocile ribelle, ognuno nella vita una volta almeno s’ostina a capire ciò che capire non può e, di fronte ai suoi mille dubbi, sta lì, a rovesciare invano col secchiello in un buco scavato sulla sabbia tutto l’Oceano mare. Più acqua rovescia, più vana è l’impresa, ma non per questo s’arrende la voglia di capire. Per quanto difficile sia l’impresa e disperato l’esito finale, noi scaveremo sempre, nei secoli dei secoli; fino a quando uomini e donne vivranno, questo conflitto indomabile si perpetuerà di generazione in generazione. Corpi di Pubblica Sicurezza e apparati repressivi, di cui le migliori democrazie non sanno fare a meno, vedranno in questo sforzo di progresso vene di sedizione, ma Dio ci scampi se la tesi della certezza l’avrà vinta sulla lungimiranza dell’utopia.
Nessuno sa se il sommo, infallibile artefice abbia commesso errori o battuto la fiacca, sta di fatto che tra gli angeli forgiati dalla sua mano si sono registrate immense differenze e non solo il migliore dei demoni, Lucifero, è il peggiore degli angeli ma, ciò che più conta, dal punto di vista del Male – senza del quale non si trova Bene – l’opera più perfetta è la peggiore di tutte. Sarà una divina pazzia, ma la perfezione del Creato aveva da passare per questa incomprensibile imperfezione.
Il ministro Profumo ora giura su un’idea di università che sposi le regole del mercato e, a suo modo di vedere, l’abolizione del valore legale del titolo di studio, con la creazione di un clima concorrenziale tra atenei – è questo il dogma che ispira il creatore – indurrà le università a migliorare la propria offerta e finalmente si vedranno trionfare il merito e la competenza. Quando il miracolo sarà compiuto – anche Profumo il settimo giorno dovrà riposare – l’angelo ribelle, che l’irato Creatore invano sprofondò nell’inferno, seminerà i suoi dubbi: domanderà com’è che all’estero ci rubano i giovani senza difficoltà, nonostante Profumo, Gelmini, Moratti e Berlinguer; vorrà sapere se, con i ficchi secchi, s’hanno da fare matrimoni regali, indagherà sui criteri informatori della scelta dei ricercatori e dei docenti, sulla regolarità dei concorsi, siederà nei laboratori deprivati, inseguirà cervelli in fuga provenienti da buone scuole che spesso danno più incollature all’eccellenza, ascolterà, le mani nei capelli, incomprensibili lezioni dei sacerdoti della scienza nuova e, maligno com’è, concluderà che la ricetta sbagliata ha già sfasciato troppo un mondo nato male e governato peggio. Politica di classe, borbotterà, velenoso; una filosofia della storia che si fa scienza esatta non ha fondamento. Vivono ancora, però, Lucifero lo sa bene, armi efficaci come strumenti di guerra in mano a buoni maestri, che insegnano molto meglio di un accademico ciò che la peggiore delle università non riuscirà a distruggere: i giovani sanno che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è più una virtù. Sanno che ormai non c’è molto rischio di peggiorare il mondo, qualunque cosa si faccia, sicché un po’ di ribellione, se venisse, sarebbe solo la fine di un ordine così disordinato.
Gliel’ha insegnato, e aveva ragione, Don Milani, angelo e diavolo, che – c’è da stupirsi? – non aveva certo studiato alla Bocconi.

Uscito su “Fuoriregistro” il 27 gennaio 2012

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Si dice – e dev’esserci un fondo di verità – che Iddio acceca chi condanna a perdersi. Si levano da più parti lamenti scandalizzati per il referendum sulla legge elettorale che la Consulta ha giudicato inammissibile e c’è chi si mostra sorpreso per le reazioni degli immancabili “illuminati”. La verità è che da tempo immemorabile ormai, la cosiddetta “società civile” fa danni come si muove e se è onnipresente, quando la discussione si fa sulla “lana caprina”, stupisce per l’ostinato silenzio, se in gioco ci sono le questioni scomode e gli equilibri legati alle formule bieche del “politicamente corretto”. Sono anni che andiamo avanti così ed era fatale: siamo al capolinea. Dopo che Scalfari ha dato dell’imbecille a chi provava ad avanzavare dubbi sulla costituzionalità dell’operazione Monti – e il privilegio della “consacrazione” è toccato anche a me, che sul Manifesto i miei dubbi li ho esposti – appare sempre più probabile che un Dio onnipotente si sia messo all’opera per ridurci al ruolo di oche starnazzanti per la sicurezza del Campidoglio, mentre l’Urbe va a fuoco e non c’è chi provveda. Chi, se non la divina cecità dell’amore, ha spinto “Libertà e Giustizia” a ventilare non so che “sciopero del voto” e indotto, per converso, Flores d’Arcais, a quella sorta di dispetto infantile, che chiama i cittadini a votare, perché c’è una legge con cui non si può… votare?

Un rischio mortale incombe sulla vita della democrazia. Si profila all’orizzonte ogni giorno più chiaro, ma non preoccupa praticamente nessuno, non scatena indignate proteste dell’accecata – o complice? – “società civile”: la maggiominoranza di nominati che siede in un Parlamento ridotto ormai a una sorta di svergognata Camera dei Fasci e delle Corporazioni, tiene in piedi un Governo mai eletto e onnipotente – eccolo il marchingegno fraudolento – pronto a varare una “modifica” costituzionale che inserisce nella Carta il cosiddetto “pareggio di bilancio”. Nella forma tutto ha i crismi della santità, nella sostanza è una pugnalata vibrata al cuore della democrazia, un colpo mortale che cancella ogni possibile autonomia della politica e chiude le vie praticabili a qualunque serio provvedimento di tutela sociale. “Costoso” si dirà domani, eppure sacrosanto.

Quando tutto questo sarà accaduto, un buon ragioniere basterà a governare la repubblica e nessuno potrà più rimediare al danno e far sì che si torni alla situazione attuale. Quale che potrà essere la legge elettorale che avremo, e non c’è da sperare in provvedimenti miracolosi, un dato è certo, e per questo occorre ringraziare il presidente Giorgio Napolitano: non vi sarà mai una maggioranza numericamente sufficiente e politicamente alternative alla maggio-minoranza che sostiene Monti, in grado di cancellare le riforme già approvate alla Camera e al Senato in prima istanza e quelle che in un prossimo futuro Monti intende realizzare. Due terzi del Parlamento e neanche la possibilità  di reagire, raccogliendo firme per un referendum! Non c’è legge elettorale in grado di riproporre questa situazione. Per condurci a questa tragica crisi era necessario che accadesse quello che c’è passato sotto il naso, mentre manipoli di manipolati salutavano il “nuovo 25 aprile”. Gli storici diranno domani cos’è stata davvero questa seconda liberazione. A noi tocca oggi prenderne atto e denunciarlo: sarà impossibile cambiare di nuovo la Costituzione. Una via sola rimane: dar fondo alle energie, mettere assieme le intelligenze, alimentare il dissenso e costruire al più presto una straordinaria mobilitazione che sbarri il passo alla reazione e ponga fine a questa sorte di agonia della Costituzione, che apre la via a un vero e proprio omicidio di quello che un tempo chiamavamo “Stato sociale”.

Uscito su “il Manifesto” del 18 gennaio 2012.

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La bandiera subito alzata dal governo politico dei “tecnici” è di quelle che fanno un grandisimo effetto in questi giorni di crisi trionfante: favorire la concorrenza economica nel mercato interno. Per quel che riguarda la formazione, però, alle chiacchiere degli esordi piagnucolosi non corrispondono i fatti e pare quasi che il concetto stesso di “concorrenza” abbia assunto significati decisamente fuorvianti. Che senso ha, infatti, chiedono i precari, voler fare concorsi per aprire ai giovani, quando migliaia di validi professionisti della formazione, che giovani sono pur stati, risultano abbandonati così al loro destino? Concorrenza per il Ministero significa forse mettere l’uno contro l’altro i giovani e i meno giovani, in modo gli uni tolgano il pane agli altri e tutti insieme facciano la fame? E da un punto di vista puramente “tecnico“, poi, dov’è mai scritto che più si è giovani e più si vale? E un mistero glorioso.

All’università, come oggi s’usa, in nome come della immancabile “qualità“, il ministro dell’Istruzione ha deciso di assegnare i fondi per la ricerca di base a gruppi di almeno cinque “unità di ricerca” che facciano parte di dipartimenti l’uno diverso dall’altro. Secondo Profumo, è questa la via per indurre le singole università a stabilire rapporti di collaborazione su progetti aperti a più larghi orizzonti, in modo da aumentare la qualità media della ricerca italiana e impedire che tutto vada alle punte di eccellenza. Qualità ed eccellenza! Non c’è un ministro che non sia obbligato a recitare questa commedia tre volte al giorno, assieme alle dieci Ave Maria e ai venti Pater Noster prescritti dal confessore subito dopo la quotidiana messa mattutina. A chiedere in giro, però, con laica diffidenza, sembra che in questo modo si vadano a colpire i gruppi più piccoli, quelli che, in realtà, sono il vero motore di una ricerca che, qui da noi, è fondata appunto sulle “eccellenze” e sui piccoli gruppi, che andrebbero, a quanto pare, sostenuti in ben altra maniera. A conferma di questa critica ci sono i numeri: nel 2005, in Italia, su 51 progetti finanziati in campo economico, ad accaparrarsi le risorse sono stati 54 atenei. In pratica, la quasi totalità delle Università.

Il ministro, nato e cresciuto nell’università, sui precari tace, prende tempo, balbetta e si direbbe quasi che non sappia di che parli. Sui fondi universitari, invece, un terreno su cui evidentemente si muove molto meglio, risponde con una punta di arroganza: occorre semplificare le procedure perché il numero delle domande è elevato per l’entità dei finanziamenti. Un’osservazione acuta, se la lentezza delle procedure non dipendesse proprio dal suo Ministero.

Sull’entità dei fondi, meglio tacere. Di tagli alla formazione l’Italia ormai muore, ma il governo dei tecnici non se n’è ancora accorto e tutto quello che ha saputo fare finora è seguire le tracce dei predecessori. La scuola del Mezzogiorno attende il miracolo dell’immancabile “progetto pilota” fondato sul prolungamento dell’obbligo in uno stretto e ambiguo rapporto con gli istituti professionali regionali (che si fa, si va dal padrone e poi si dice che si è andati a scuola?), sui concorsi per “giovani docenti”, coi “vecchi” messi alla porta dalla Gelmini o costretti dalla Fornero a lavorare fino a settant’anni, trovando in classe, magari, i nipoti dei nipoti dei loro primi studenti.

Si va avanti così: miracoli o scommesse, come quella di trasformare edifici scolastici che dovrebbero essere da tempo in pensione e nessuno sa come stiano in piedi, in centri di aggregazione, oltre che, se ci sono tempo, voglia e possibilità, centri “anche” di formazione a buon mercato, con i docenti sempre peggio pagati. Soldi naturalmente non ce ne sono, ma si fa affidamento sull’Europa. Quale Europa, nessuno sa, nemmeno Profumo, al quale Unicredit evidentemente non ha fatto in tempo a mandare il suo avviso alla clientela: “Le preoccupazioni relative all’aggravarsi della situazione del debito sovrano dei paesi dell’area euro potrebbero portare alla reintroduzione, in uno o più paesi dell’area euro di valute nazionali o, in circostanze particolarmente gravi, all’abbandono dell’Euro“. Testuale. Non sarà la banca di Profumo, ma non c’è dubbio: la faccenda riguarda anche lui. Lui e la fantasia che i “tecnici” hanno saputo portare al potere, come fossero giovani e scapigliati sessantottini. Con il rispetto dovuto a Capanna.

Uscito su “Fuoriregistro” l’11 gennaio 2012

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E’ uno stato d’ansia palpabile e giustificato. Basta ti guardi attorno e te ne accorgi: lo smarrimento è evidente. Ieri sera, al tg de La7, Mentana pareva addirittura spiritato. Non uno straccio di notizia d’agenzia. Niente. Giorgio Napolitano non ha parlato!

Un silenzio che inquieta e nessuno sa interpretare.

Il Presidente se n’è stato zitto e non s’è fatto notare: non ha chiesto nemmeno al Parlamento di finanziare la solita guerra umanitaria, con codicillo spiacevole di civili ammazzati dal “fuoco amico” e capi di Stato linciati o messi a morte da un vittorioso boia. Nulla. Inopinatamente Napolitano non ha “orientato” il lavoro delle opposizioni parlamentari, “invitandolecoram populo ad approvare senza neanche leggerlo il solito pacchetto d’infamie contrabbandato per una normale “manovra” economica, non ha “messo a posto” i redivivi sindacati che ancora si azzardano a tutelare gli incontentabili lavoratori, non ha intimato alla povera gente di accettare in dignitoso silenzio il tragico destino cui Monti la condanna, non ha benedetto il centocinquantesimo anniversario dell’unità nazionale, con Mazzini messo al bando e il trionfo del trasformismo.

Nulla. Silenzio di tomba.

Nessuno sa come abbia trascorso la giornata, ma a cinema e a teatro di certo non è andato, perché avrebbe subito “convocato” la solita squadra di pennivendoli e velinari disposti a sbandierare ai quattro venti l’evento commovente: un  democratico Presidente fa la fila come tutti i comuni mortali, finché – udite!, udite! – giunto al botteghino, paga il biglietto come fosse un pensionato da 500 euro mensili. Altro non può e per favore non pretendete troppo: non lo incontrerete mai dal medico della Mutua o in un affollato Pronto Soccorso, tra sventurati sistemati alla bell’e meglio su letti di fortuna nei corridoi d’un ospedale prossimo al fallimento e medici che non sanno a quale santo votarsi per andare avanti.

Lo stato di tensione si tocca con mano. Sono ormai ventiquattr’ore: Giorgio Napolitano non dice una parola, non dà notizia di sé, non presenta libri per la Confindustria, non parla alla stampa, non firma comunicati, non fa nulla di nulla.
Se può, Presidente, parli, per favore. Ci conduca nuovamente in guerra, mortifichi i sindacati, metta sullo stesso piano i cassintegrati e gli evasori fiscali, faccia qualcosa, se può.

Presidente, per carità, tranquillizzi il Paese!

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Nasce così il 2012, per me: pochi minuti dopo mezzanotte, ospite d’un amico in una casa a un passo dal castello di San Martino; è così vicino che tra mura e feritoie non mi stupirei di veder comparire “donna Lionora” e i rivoluzionari del ’99. “Il resto di niente”, penso, incantato, dal terrazzo che affaccia sul golfo, guardando Napoli che declina dalla collina al mare e ha i mille colori dei fuochi d’artificio. Il rumore giunge ovattato, incontra la musica dei Bennato che sale da Piazza Plebiscito e diventa suono. L’idea di filmare è naturale e fatale. Un attimo e il cellulare mi scappa di mano, batte sulla ringhiera e vola giù dal balcone. Lo seguo con lo sguardo – dio solo sa che sguardo: è quasi nuovo! – e mi ricordo blow up: scende irreale, cade al rallentatore, ma fa trenta metri in un lampo, rende l’anima al dio dei telefonini, poi risale invisibile verso il paradiso dei cellulari. La sim coi suoi mille numeri giace in un cortile condominiale di benestanti in giro per il mondo, gente che Monti non toccherà nemmeno se gli spari. Da queste parti, mi dicono, presto, molto presto, arriva un proletario con ramazza… Ci sono buone probabilità che la sim chiuda i suoi giorni nel mistero glorioso della raccolta differenziata di De Magistris.

A questo punto che fai? Dai retta alla vocina chioccia e superstiziosa che ti ripete petulante: “Beh, come inizio non c’è male…“? Ti degradi fino agli scongiuri, ti abbandoni all’angoscia per i numeri persi per sempre e le persone che sarà impossibile rintracciare? Cogli il messaggio funesto e ti prepari al peggio, dopo il minaccioso segnale della scalogna? Ma no ! mi pare di sentire in un soffio incoraggiante, mentre tra i merli per un attimo intravedo Eleonora Pimentel de Fonseca, meglio reagire con un sorriso e un piccolo gesto di solidarietà. Tre soldi per i giornalisti in lotta a Roma, poco purtroppo, perché poco passa il convento, ma sento subito un senso profondo di… Liberazione!

FONDO SOTTOSCRIZIONE LIBERAZIONE
c/o BANCA POPOLARE ETICA
IBAN: IT 11S0501803200000000333333

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