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Archive for giugno 2017

Riprendo integralmente, così come la leggo, la notizia riferita da Laura Bismuto, consigliera comunale demA a Napoli e il suo intervento amaro che, però, è anche un secco invito a reagire. Di mio ci metto due parole, che non posso e non voglio tenere per me.  Ci si può girare attorno, dirlo pacatamente, ma la sostanza non cambia: una sfida mortale, impastata di disprezzo per i diritti e per la stessa natura umana, impone a ogni singola coscienza e a tutti noi assieme di organizzare una risposta all’altezza della ferocia della sfida. Dal genocidio mediterraneo, alla violenza sui lavoratori, dal massacro delle giovani generazioni, alla volontà di eliminare quelle ormai “fuori produzione”, tutto ci parla ormai di “eversione dall’alto”, di un capitalismo che non riconosce limiti e fa della forza bruta la misura dei rapporti tra le classi sociali. Esiste un solo modo per replicare: ragionare in termini di Resistenza, nel senso storicamente più ampio ed estremo della parola.

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MORTO UN LAVORATORE SE NE FANNO ALTRI… DI MORTI!

19511257_1904629669804767_7164819524238825792_nIl tentato suicidio di Concetta Iolanda Candido, una donna di 46 anni di Torino licenziata da 6 mesi, anticipa di poche ore la morte di un altro lavoratore, Nicola Di Giacomo, 51 anni, Lavoratore Socialmente Utile del Comune di Napoli morto di infarto.

Minimo Comune Denominatore: uno Stato che nega i diritti, che fa ammalare i suoi figli, uno Stato che colpisce al CUORE!

Come donna e come madre, prima che come rappresentante di questo Stato sordo e cieco, sento forte un senso di impotenza, un dolore profondo, una rabbia che non trova tregua!

Alle loro famiglie, la mia più sentita vicinanza.

Questi avvenimenti devono servire da sprono per continuare a lottare, per non lasciare da soli i nostri fratelli ed amici in difficoltà, che siano loro uomini, donne, migranti, o chicchessia.
Lottare per i propri diritti è un dovere. Farlo insieme, una necessità.
Questo genocidio di Stato non è più tollerabile!!!

 

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Di_padre_in_figlio_ARAGNO-360x240Alla Domus Ars di Napoli c’è l’aria delle grandi occasioni. E si capisce perché. Marco Lillo presenta il suo Di padre in figlio. Le carte inedite sul caso Consip e il familismo renziano, un libro che da solo è un programma. Il baraccone mediatico spara a palle incatenate – è “azzardato”, è “provocatorio” – ma non ci sono dubbi: è uno di quei libri che per definizione si definiscono “coraggiosi”.

Per Vincenzo Iurillo, che fa da moderatore, l’autore è il migliore tra quelli che fanno inchiesta giudiziaria, ma lui, Marco Lillo, ti colpisce soprattutto quando ringrazia gli intervenuti per la loro presenza “rassicurante” e senza atteggiarsi a vittima, ammette che sta attraversando il momento più “delicato” della sia vita professionale. Nessuno l’ha pronunciata, ma ti torna in mente la parola “coraggio”, che farà da padrona per l’intera presentazione. Di coraggio ti parla, infatti, Iurillo e di coraggio è impastata la figura dell’altro ospite, un uomo che non ha bisogno di presentazioni: Luigi De Magistris, che Marco Lillo l’ha conosciuto da magistrato, quando si è messo contro il sistema, ha rischiato e pagato. Da politico, De Magistris non è cambiato molto: è lui il motore di quel “laboratorio Napoli” di cui si può dire tutto, meno che non sia un coraggioso esempio di “governo alternativo delle Istituzioni”. Ieri come oggi, il sindaco di Napoli naviga controcorrente e vive una “vita pericolosa” per il fatto stesso di esistere: gliel’hanno giurata e la guerra che gli si fa non ammette esclusione di colpi. Non c’è, ma è come ci fosse, un ex collega di De Magistris, il Pubblico Ministero Henry John Woodcock, indagato dalla procura di Roma, dopo aver scoperchiato la pentola della corruzione e – misteri italiani – inquisito per il reato di rivelazione di segreto di ufficio. Una fuga di notizie che non avrebbe avuto alcun interesse a propalare. Woodcock non c’è, ma al suo posto è seduto, autentico convitato di pietra, un invisibile monito: “lascia stare, è pericoloso”.

In un Paese di normale democrazia borghese, in cui il “quarto potere” controlla gli altri tre senza che nessuno si scandalizzi, la storia che Marco Lillo racconta troverebbe l’unanime consenso delle Istituzioni. E’ la storia di Alfredo Romeo, che corrompe un funzionario pubblico; non sarebbe gran che, se Romeo non fosse entrato, però, nelle inchieste che costarono la carriera a De Magistris ed è decisamente inquietante scoprire che l’ex giudice, diventato sindaco, l’abbia trovato sulla sua strada di nuovo, stavolta come gestore del patrimonio immobiliare della città di Napoli, da cui l’ha mandato via. La storia di Lillo è la storia di un “facilitatore” di affari, che cerca di far quattrini per sé e per il suo amico Tiziano Renzi, che si dichiara all’oscuro di tutto, ma irrita il suo Matteo, che non gli crede. In ultima analisi, Lillo racconta l’Italia corrotta che Renzi non ha rottamato.
Negli Usa il giornalista che costrinse Nixon alle dimissioni fece un favore alle Istituzione e divenne una sorta di monumento nazionale; qui da noi il potere non gradisce e i suoi uomini fanno quadrato. Lillo è lapidato, Woodcock, rischia di fare la fine del collega De Magistris, per mano dello stesso magistrato che colpì l’ex PM.

Lillo sta raccontando lo sconcerto del figlio e De Magistris ha appena smesso di invitare a non arrendersi, a denunziare e a lottare, quando la gente capisce che in quella splendida sala non si sta parlando semplicemente di corruzione. Il tema vero del libro di Lillo è in fondo lo stato di salute comatoso della democrazia e il rischio sempre più concreto di una svolta autoritaria che è già nei fatti, come dimostra la vita eterna di un Parlamento che nessuno ha eletto e si è formato grazie a una legge che una sentenza della Consulta ha messo fuorilegge.
A questo punto della serata, se ti guardi attorno, ti accorgi che i presenti hanno capito e glielo leggi negli occhi ciò che pensa: ci sono libri che vanno letti, storie che vanno raccontate e ascoltate, uomini che vanno accompagnati e difesi. Perché di una cosa si può esser certi: viviamo tempi di malafede nei quali occorre stare insieme e tenere alta la guardia, perché o ci si salva assieme o non si salva nessuno.

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esame-universitarioNon sono più un ragazzo, ma c’è chi ancora mi invita a iniziative pubbliche di tipo “culturale”: convegni, conferenze, presentazioni di libri e incontri più o meno informali. Ogni volta che mi accade, faccio i conti con una richiesta, mi oppongo, spiego e talora finisce che respingo l’invito: “Grazie, ma non ci sarò”.
A molti sembra normale che locandine, manifesti e messaggi promozionali esibiscano titoli, meglio di tutti l’università in cui lavori e il ruolo che vi svolgi. Di solito l’invitato sbandiera la sua condizione di ordinario, associato, ricercatore o docente a contratto in questo o quell’ateneo e tutto finisce lì. Io no. Il “titolo” che a molti pare biglietto da visita prestigioso, per me è ormai un’autentica vergogna. Non a caso ho troncato ogni rapporto con l’università dopo la nascita dell’ANVUR, l’Agenzia di valutazione della ricerca, che costituisce ai miei occhi la quintessenza di tutte le miserie di questo sventurato Paese.

Se vi dicono che affondiamo, voi pensate subito alla politica, alla burocrazia e alla corruttela. Io penso invece alla classe docente. Soprattutto a quella universitaria. E non è stravaganza o demenza senile. E’ che nessuno più dei docenti ha contribuito alla distruzione delle Istituzioni formative nel nostro Paese. Sono stati per lo più docenti universitari a inventarsi le regole più distruttive e – a parte rare eccezioni – chi non ha agito, ha subito.
Mi costa molto dirlo, ma è andata così e i più integralisti e fanatici fautori delle ideologie che hanno distrutto l’università, provengono per lo più dalla sinistra. Chi pensa ancora che il PD sia “di sinistra”, lo sappia: il Gotha dell’ideologia che sta sfasciando il Paese è ai vertici di quel partito.

Nessun Paese al mondo ha pagato così tanto i suoi sedicenti intellettuali e ne è stato poi ripagato con un tradimento altrettanto grave. Nessuna rinuncia al ruolo di intellettuale libero e critico è stata così completa, totale e perniciosa come quella registrata nelle nostre università. In nessuna realtà del Paese la rinuncia alla dimensione critica e libera è stata così immediata e opportunistica. Non c’è stata battaglia, non perché non si sia capita l’importanza della posta in palio. Non ci si è battuti per calcolo, perché è stato subito chiaro che le risorse sottratte ai pochi “dissidenti”, sarebbero state spartite tra i collaborazionisti, i rinunciatari e i più ligi alle disposizioni.
E’ andata così anche con la funzione vitale di analisi e discussione culturale, scientifica e politica. Più attuali e vicini sono stati i problemi, più si è scelto di ignorarli o allinearsi. Ne è derivata così una sorta di condanna a morte dell’intelligenza critica, che non è stata giustiziata, cadendo libera davanti a plotoni d’esecuzione e fucilazioni di massa. E’ stata uccisa dal silenzio complice e dall’acquiescenza dei docenti. E’ andata come ai tempi delle leggi razziali, allorché, eccezion fatta per dodici persone perbene, acconsentirono tutti, in vista della spartizione delle cattedre degli ebrei.

Basta guardarsi attorno, per valutare la portata del disastro prodotto da un rigoroso controllo della cultura in un Paese non a caso attestato su posizioni da sottosviluppo persino sul terreno delicatissimo quale quello della libertà di stampa: la dimensione qualitativa della ricerca è del tutto ignorata; la partita si gioca sul terreno quantitativo ed è legata al potere dei grandi editori, alle scelte di un pugno di docenti, che fa il bello e il cattivo tempo nel controllo delle collane, negli inviti ai convegni, nel meccanismo di scambio di citazioni tra autori di testi privi di ogni qualità scientifica.

Ho rinunciato ai titoli. Ho rifiutato ogni ruolo in un sistema formativo in cui tutto conta, la teoria del metodo, le tecniche di valutazione totalmente decontestualizzata, la capacità di formulare in astratto unità didattiche, piani di lavoro e compagnia cantante, l’assoluto disinteresse per quello che effettivamente si sa di ciò che si insegna. La conoscenza dell’italiano e della matematica, quella della storia, della geografia, delle scienze e chi più ne ha più ne metta, non contano praticamente più nulla.
A chi mi chiede titoli, rispondo “storico” e mi rifiuto di essere associato a un mondo da cui sono andato via perché non ha più spazio per il dubbio, pretende che il risultato della mia ricerca rientri nella gamma dei “prodotti” e serva ad arricchire un mostro comunemente  chiamato “offerta formativa”. Non ce l’ho con i giovani. E’ stata la mia generazione la responsabile principale di una Caporetto che ha lasciato loro un deserto da attraversare.
Buona fortuna.

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L’intenzione era quella di provocare e sfidare senza offendere, ma i nervi sono subito saltati. Al mio breve e tutto sommato civilissimo articoletto, scritto per un amico che se lo meritava, Simone Scotto di Carlo, di cui non so altro, se non che è persona civile, ha replicato esponendo la sua opinione: “Non c’è un dato importante nell’analisi politica: Josi la rivoluzione l’aveva già fatta due anni fa con il 65% dei voti, ovvero circa 8900 voti. Oggi con il 48% e circa 6200 voti raccoglie una sconfitta personale”. Altrettanto garbatamente mi sono limitato a un’osservazione: “Senza polemica”, ho scritto, “e rispettosamente: quando l’analisi del voto si riduce ai numeri, i politici non servono. Basta un pallottoliere”.
Apriti cielo! Saltando di palo in frasca, una non meglio identificata Manuela Cuccurese, s’è inalberata e non ci ha pensato due volte: “Signor Aragno”,
mi ha intimato, “smetta la politica. E vada a lavorare, qualsiasi professione lei eserciti”.
Ecco qua, mi sono detto, bersaglio centrato! Poi, ridendo tra me, le ho risposto: “Ho 71 anni, sig.ra Cuccurese, e ne ho trascorsi 40 insegnando. Dalla scuola elementare all’università. Mai fatto il “politico”. Di mestiere faccio lo storico e le assicuro che è un lavoro faticoso. Naturalmente tutto questo non c’entra niente con quello che ho scritto. Come, del resto, il suo sconcertante commento che naturalmente chiude la discussione”.  Non gliel’ho detto, per non mandarla ulteriormente in bestia, ma mi sono davvero divertito e dovrei ringraziarla!
Ecco il corpo del reato:

JosiIn questo nostro benedetto Paese che prima cambia e meglio è c’è una regola fissa, buona per mischiare le carte in tutte le occasioni. Giochi male? Conta il risultato… E pazienza se sul filo di lana all’ultimo momento ci si mette assai spesso anche la “distrazione del direttore di gara”. Conta il filo  tagliato. Per carità. Ognuno si contenta del mondo che vuole e della vittoria che ottiene, però, per fortuna, la gente che ragiona aumenta ogni giorno di più e passo dopo passo, se vinci giocando male, cominci a prendere più fischi che applausi…

Vi interessa? Cliccate e proseguite

 

 

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imagesLeggo qua e là di un “tentativo realistico” di Pisapia in cui una “sinistra intelligente” avrebbe occasione di fare la sua parte nella costruzione del progetto e rispetto a temi rilevanti.
Personalmente Pisapia me lo ricordo nella trincea del sì e non gli farei credito perché penso che il suo “realismo” conduca difilato a fianco del PD. Nella palude, per intenderci, in cui quotidianamente navighiamo, a rischio di affondare in una sorta di pattumiera della storia. Aggiungo di mio che da troppo tempo purtroppo si scambiano per l’oceano mare squallidi letamai. Benedetto chi conserva quel tanto di forza morale e onestà intellettuale per denunciare a lettere chiare l’indigenza culturale e la miseria etica di una politica ridotta “a maneggio” di periodo breve, al tempo delle campagne elettorali!
In quanto al realismo, se diventa “campanello d’allarme”, individua nel vorticoso susseguirsi delle iniziative elettorali il sintomo premonitore di una patologia cronica e ormai mortale, beh, c’è ancora da sperare. Come non concordare? Dove cercare segni di vita di quella “grande politica” di cui parlava Gramsci? Chi, al momento, sente la necessità di un progetto oltre il dato contingente, di immaginare modelli di Stati, nella crisi di quelli nazionali, cui si somma l’esito desolante sul piano sociale del grande progetto europeista? C’è l’Eurostop, progetto necessariamente di tempo lungo, che un’attenzione la meriterebbe, e c’è  Varoufakis, che, però, indugia su giusti principi astratti, ma non disegna percorsi praticabili e concreti.

Dietro il respiro corto del “maneggio” elettorale, ci sono molti buchi neri: teoria senza prassi, prassi senza masse e masse senza lotte; c’è il rischio di contagio del più diffuso dei germi distruttivi: l’operazione d’immagine – bisogna far parlare la stampa a tutti i costi- la conquista del centro del palcoscenico  e poi, sempre incombente, il rischio delle alleanze costruite sulle leggi del mercato: i sondaggi, lo sbarramento e, per quanto rispettabile, l’urgenza della rappresentanza che alla fine non rappresenta nemmeno se stessa, perché ha mille ragioni tattiche, ma soffre d’asma per mancanza di spessore strategico.
E’ vero, sì, è un errore fare di Renzi il tipico e unico modo di evolversi di questa malattia, quasi che Gentiloni e soci costituissero l’alternativa o addirittura un antidoto. Meno vero è al momento – domani si vedrà – che nell’ analisi-diagnosi dagli esiti letali, si possa inserire una iniziativa come quella di Anna Falcone e Montanari, se non altro, perché ha alle spalle – e in essa affonda le radici – la battaglia per il no al referendum istituzionale e un’autentica stella polare: il forte richiamo all’articolo 3 della Costituzione, suo cuore pulsante, uscito dall’antifascismo e dalla Resistenza, bussola per un programma che abbia ambizioni molto più che elettorali.

A Roma non ho visto reduci. Mi è piaciuto ascoltare un giornalista del “Corsera” che ci raccontava la tecnica della disinformazione – ci voleva del fegato per farlo. Ho apprezzato moltissimo il gesto dell’eurodeputata Eleonora Forenza, che ha ceduto la parola ai giovani di un collettivo, e negli interventi spesso ho riconosciuto temi dell’esperienza napoletana di questi ultimi anni: Costituzione da attuare, lotta alle disuguaglianze sociali, economiche, ambientali e culturali, neomunicipalismo come restituzione di centralità ai territori entro una rete di solidarietà sociale, accoglienza e difesa delle minoranze e degli esclusi, capacità di unire i contributi delle forze che lottano per il bene comune e la finalizzazione della proprietà pubblica e privata al godimento dei diritti fondamentali, crescita della democrazia mediante la sperimentazione di nuove forme di partecipazione alla vita politica.
Parte dei “napoletani” ha portato i valori di DemA,  movimento fortemente legato all’esperienza amministrativa di De Magistris, che di originale, ha la scelta di produrre atti normativi che traducono in sostanza giuridica principi e punti programmatici; un modello che può avere dimensione nazionale, la “rivoluzione attraverso il diritto” che significa governare in senso costituzionale le barbare leggi imposte dal sistema liberista a un Parlamento sempre meno legittimo e sempre più reazionario.
Anche questa credo sia “battaglia delle idee” e scelta di campo: il movimento del sindaco con ogni probabilità seguirà il processo politico ormai aperto dall’appello, ci sarà, non creerà vuoti che sarebbero  riempiti dai protagonisti dello sfascio del Paese, darà un contributo di proposte, farà muro contro il peggio e spingerà verso il meglio. Ci sarà, dovrà esserci, in nome di una convinzione: la crisi devastante della democrazia si va consumando troppo rapidamente per stare a guardare.

Ciò che sta accadendo a Napoli meriterebbe cenni specifici; troppo spesso se ne parla in termini di “masaniellismo”, becero “sudismo”, populismo o “cesarismo”. Deformazioni. Replicare sarebbe lungo. A voler stare al gioco, però, sul filo del paradosso, si potrebbe ricordare Gramsci. Cos’è, in fondo, il “cesarismo” se non uno stato di fatto in cui forze contrapposte trovano un “equilibrio catastrofico” e la prosecuzione della lotta non può risolversi che con la distruzione scambievole? Varrebbe la pena di riflettere su quello che sta accadendo nel Paese per capire se il presunto “cesarismo” s’è affermato a Napoli con De Magistris o non sia accaduto il contrario: dall’equilibrio distruttivo tra forze divise nel nome, ma tutte di destra, compreso il PD, non siano nati spazi per una forza di sinistra autentica e moderna. E, per stare al gioco fino in fondo, mettiamo che l’equazione sia verificata, che cesarismo e laboratorio Napoli siano i termini di una equivalenza. Perché non dovrebbe essere lecito ricorrere a Gramsci, per trovare una chiave di lettura? Di certo c’è che il grande pensatore ebbe a scrivere: “ci può essere un cesarismo progressivo e uno regressivo e il significato esatto di ogni forma di cesarismo, in ultima analisi, può essere ricostruito dalla storia concreta e non da uno schema sociologico”.
Finora questa ricostruzione nessuno l’ha tentata e la storia concreta è un processo in via di costruzione. Questa è, in politica, la funzione delle formule: giudicare la storia, prima che sia accaduta. Propaganda.

Contropiano, 28 giugno 2017

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ImmagineHo letto con molto interesse un’acuta riflessione sul Decreto Minniti, scritta da Laura Bismuto, Consigliera DemA al Comune di Napoli. La offro ai miei tre lettori e di mio ci metto la convinzione che siamo molto più preparati di quanto si pensi e abbiamo la qualità e la passione civile necessarie a rintuzzare l’attacco. Come accade assai spesso, una riflessione ne provoca un‘altra e le ho scritto un commento che desidero riportare qui, sul mio Blog.

«Cara Laura, la volontà di distruggere la scuola pubblica, sottomettere la ricerca storica alla valutazione di agenzie governative ed estromettere gli storici dal dibattito politico dei “salotti buoni” ha avuto uno scopo preciso. Quanto accade in questi giorni costituisce il primo frutto velenoso di questo lavoro: l’imposizione violenta di quella che tu molto efficacemente definisci “pedagogia dell’ubbidienza”, Non ho trovato scritto da nessuna parte – ecco il peso del silenzio degli storici – di dove venga e quale ben definita radice culturale abbia quest’idea di “decoro” intesa come “orpello estetico che cela in sé una grave indecenza”. E’ verissimo e condivido pienamente l’autentica indecenza nasce dal fatto che chi rende la vita un inferno, precarizza, ruba il futuro e distrugge, pretenda poi di costruire una sorta di vasca per i pesci, nella quale la disperazione non ha voce e la realtà è prigioniera di una acquario. vita è un acquario. Non sarebbe andata così, se qualcuno avesse potuto dirlo: questa indecenza non è figlia di Minniti. Lui l’ha solo rubata. A chi? A un decreto del 1934, anno XIII dell’Era Fascista… E’ il passato che non passa. A noi però la storia l’insegnano i servi del potere. E dirò di più. I fascisti avevano Giovanni Gentile. Noi abbiamo Paolo Mieli. Il paragone è tutto a favore di Mussolini, Una vergogna, ma la gente non se ne accorge nemmeno. Basta ascoltare le notizie dai fronti di guerra e dai confini di terra e di mare disseminati di morti, per capirlo: se e quando la ragione si risveglierà, i nostri nipoti scopriranno che abbiamo assistito indifferenti a un nuovo e più atroce genocidio».

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minniti-decreto-migranti-altra-il-manifestoQuesto governo illegittimo, figlio di amplessi contro natura.

questo governo nato da nozze incestuose tra una legge truffa e un Presidente eletto abusivamente due volte,

questo governo che poggia sulla fiducia di un Parlamento che non abbiamo eletto,

questo governo che ha giurato fedeltà alla Costituzione e l’ammazza a tradimento,

questo governo che ruba i soldi ai pensionati e la vita ai lavoratori,

questo governo governato dall’Unione Europea che non ha Costituzione,

questo governo pianta ogni giorno un coltello nella schiena dei cittadini liberi!

Come che lo si guardi, questo governo è una violenta minaccia alla legalità repubblicana.

Agoravox

 

 

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