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Posts Tagged ‘Foibe’

Sono grato a Paolo Pezzino per la segnalazione e per le parole giustamente indignate. Ha certamente ragione: «Si torna al pensiero unico, al rifiuto del libero dibattito, confondendo negazionismo ed esercizio della libertà di ricerca e di critica». Che poi questa fosca vicenda provochi «una forte risposta da parte di tutti i democratici», purtroppo è tutto da vedere e personalmente non ci metterei le mani sul fuoco.
In questi giorni facebook ha censurato la «Nuova Alabarda» di Claudia Cernigoi. Nonostante le sue vibrate proteste, nessuno s’è mosso e temo non ci sia molto da sperare. In ogni caso colgo l’occasione e pubblico il suo appello:

Car* tutt*, scusate se vi “rompo” ancora, ma mi è stato suggerito (per chiedere che venga ripristinata la pagina de La Nuova Alabarda) di inviare a questi indirizzi mail
disabled@facebook.com
disabled@fb.com
appeals@facebook.com
info@facebook.com
legal@facebook.com
il seguente testo (in inglese)

Dear Facebook support team,
I’m contacting you because few days ago you deleted “La nuova Alabarda”, an Italian journalistic page focused on antifascist themes. During the years La nuova Alabarda made a precious work inquiring fascist and nazi activities in our country and debunking old and new fascist narrations. Precisely because of this work the page and its autor, Claudia Cernigoi, found themselves under the attentions of fascist peoples and groups who made a constant reporting to the facebook team.
I would like to know why Facebook decided to delete this page and all his precious content and if is it possible to restore it.

Che dire? Ringrazio Gaetano Colantuono per le parole con cui ricorda «ancora con rabbia l’attacco anonimo e scriteriato che un box del Corriere della sera riservò al collega Giuseppe Aragno, coautore di un volume Fascismo e foibe, bollandolo come “negazionista” (nella neolingua post-antifascista: termine riservato a chi discute la vulgata sulle cd. foibe)». Di mio ci aggiungo due ricordi: la noncuranza con cui l’associazioni degli storici contemporanei si rifiutò di sottoscrivere una lettera di protesta firmata tra gli altri da un uomo del valore di Gerardo Marotta e le parole profetiche di un altro maestro, Gaetano Arfè, che dopo aver puntato il dito su quella che definì “storiografia benpensante”, si scagliò su un revisionismo che ci traghettava dall’a-fascismo al filo-fascismo e il 12 dicembre del 2000 sulla “Rivista del Manifesto”non usò mezze parole per denunciare un documento approvato dalla Regione Lazio nel quale si sosteneva che le giovani generazioni erano «avvelenate dal sinistrismo e dal marxismo di cui sono intrisi i libri di storia correnti nelle scuole» e si proponevano «provvedimenti idonei a fronteggiare la minaccia». «Sovversivismo storiografico», scrisse guardando lontano Arfè , e invitò a reagire.
Rimase praticamente solo, così come soli fummo lasciati io e il compianto Marotta ai quali Ferruccio De Bortoli e il suo Corsera pensarono bene di non rispondere. Nove anni dopo questa vergogna, non ci si può stupire. Si può e si deve sperare nei giovani, come  lucidamente scrive Gaetano Colantuono.
Ecco il link: .
https://giuseppearagno.wordpress.com/2010/04/22/corriere-della-sera-immagine-dellitalia-che-muore-da-fuoriregistro/

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Prigioniero degli italiani internato ad Arbe

«A Pola c’è l’Arena, a Pisino c’è la foiba: in quell’abisso vien buttato chi ha certi pruriti». Sono queste le parole minacciose e rivelatrici del «Canto dei fascisti di Pisino», ma non c’è più nessuno che ricordi: le camicie nere utilizzarono le foibe per farvi sparire avversari politici slavi. Nella sua Storia della rivoluzione fascista lo scrive e se ne vanta lo squadrista istriano Giorgio Alberto Chiurco.
Se, messa da parte la camicia nera ancora puzzolente del gas utilizzato per le stragi etiopi, fossimo andati come in pellegrinaggio, col capo cosparso di cenere, a chiedere perdono agli slavi per l’italianizzazione imposta col terrore, forse capirei una festa della riconciliazione o una giornata dedicata alla memoria condivisa. Un giorno del ricordo di parte mi pare invece una manomissione delle coscienze.
Noi non abbiamo mai chiesto scusa ai nostri vicini per i paesi bruciati col lanciafiamme assieme alla popolazione inerme nell’intento di togliere ai partigiani di Tito il sostegno della popolazione. Eppure quell’orrore viene fuori terribile e chiaro dalle lettere censurate dall’esercito: «non si sa se dobbiamo combattere i civili o i militari», confessavano i soldati ai parenti. «Siamo costretti a prendere d’assalto le case […] costretti ad usare dei lancia fiamme per bruciare delle case dove dentro c’era gente che non ha voluto farsi prigioniera e poi è morta bruciata».
Non abbiamo mai consegnato ai giudici Graziani, Badoglio, Robotti, Roatta e gli altri nostri criminali di guerra, restituendo così all’Italia la dignità che il fascismo le aveva tolto. Non ci siamo mai apertamente vergognati per la guerra portata in Jugoslavia dietro i tedeschi che non l’avevano dichiarata, per Lubiana circondata di filo spinato nel corso di una notte, per le migliaia di uomini rastrellati, per le donne e i bambini rinchiusi a Fraschette di Alatri e a Gonars solo perché slavi. Per quella gente sparita per sempre, non ci siamo vergognati e non abbiamo mai chiesto la carità del perdono per i morti di Arbe, seppelliti in tombe a più strati, in modo che nessuno potesse contarli, mentre morivano di stenti con una frequenza superiore a quella degli internati di Dachau e Buchenwald.
Se mai giungeremo a confessare le nostre terribili colpe, prima di rimproverare agli altri quelle di cui siamo stati i responsabili morali, allora sì, allora forse una giornata dedicata al ricordo condiviso potrà avere senso. Oggi no. Oggi è una tragica farsa.

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download1Non so perché, ma è così: ciò che accade all’estero sembra lontano mille miglia da noi e dal nostro mondo, fa notizia, ma non induce a riflettere su di noi e non suscita allarme. Uno dei principali obiettivi della nostra “libera stampa” è quello di indurre il lettore a credere che qui da noi certe cose non accadono e non possono accadere. Ha fato scalpore, per fare un esempio, la notizia di un docente turco trascinato in Tribunale perché, durante un esame, ha posto una domanda sul leader curdo del PKK Öcalan.
Accade così che nessuno si accorga di fatti gravissimi che accadono sotto i nostri occhi. Un esempio? Per il 10 febbraio “Resistenza Storica” e la Sinistra goriziana antifascista organizzano un convegno presso il Palazzo Attems. Tra gli altri ci sarebbero stati gli interventi di Alessandra Kersevan sul ruolo della Decima Mas al confine orientale e di Claudia Cernigoi sul fenomeno delle foibe e gli scomparsi da Gorizia nel maggio 1945. Non se n’è fatto nulla perché il presidente della provincia, Gherghetta, (sedicente Partito Democratico) ha cancellato l’autorizzazione all’uso della sala per “inopportunità politica”. Nessuno sa che c’entri la Storia con i politici e le loro opportunità e – ciò che è peggio – nessuno chiede le dimissioni di Gherghetta e soci, che, con evidente abuso di potere, decidono quali storici possono parlare e quali devono tacere, sicché gli antifascisti sono messi a tacere, mentre, contro lo spirito e la lettera della Costituzione, i labari della Decima Mas e della Repubblica di Salò entrano come ospiti di riguardo nella sala del Consiglio comunale.
In questa sorta di galera senza sbarre che è ormai l’Italia, anni fa un manipolo di storici è finito in una vera e propria lista di proscrizione, comparsa sul “Corriere della Sera”. Il giornale li accusava di “negazionismo” per avere pubblicato una ricerca scientifica rigorosamente documentata sulla cultura della violenza che formò le giovani generazioni nell’Italia fascista e si giunse a mettere all’indice gli studiosi perché ponevano in discussione la verità di Stato sulla vicenda delle foibe. Il nodo ora viene al pettine. Nel silenzio complice della stampa, mentre nelle scuole i militari sono ormai di casa e si prepara una guerra, al Senato è passata una legge che crea un reato nuovo e lo punisce con la galera: il “negazionismo”. Nel dibattito parlamentare è emerso chiaro un obiettivo: mettere a tacere gli studiosi che ancora si azzardano a confutare la versione dei fatti fascista, che ormai si insegna nei manuali di storia e il 10 febbraio si celebra come verità di fede in un Paese istupidito dalla propaganda e dalle chiacchiere televisive.
Presto la legge sarà approvata anche alla Camera e poiché non consente di negare il negazionismo, perché si dà per scontato che esista una verità storica decisa dalla politica e dai giudici, peraltro incompetenti, sarà necessario scegliere tra silenzio e carcere.

Il saggio che segue è scritto in modo semplice e ha uno scopo divulgativo. Lo consiglio a chi vuole sentire una campana che non sia quella di Vespa e del senatore Gasparri. Il lettore scoprirà un mondo cancellato dai libri di testo delle nostre scuole e negato dai fascisti che hanno voluto la festa del 10 febbraio. Il saggio fa parte di un agile volume intitolato Fascismo e Foibe, di cui sono stato il curatore. Il libro, che pubblica gli atti di un convegno tenuto a Napoli nel 2007, ospita un lavoro di Alessandra Kersevan, uno scritto di Alexander Höbel e una presentazione di Spartaco Capogreco. Per il Parlamento dei “nominati”, degni eredi della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, e per il “Corriere della Sera” che oggi fa da cassa risonanza del neofascismo, come ieri lo fu del fascismo storico, il libro è un esempio di quel “negazionismo”, contro il quale il Senato ha approvato una legge che difende con la galera una stupida verità di Stato.
Io non riconosco la legittimità di questo Parlamento, che occupa abusivamente le Camere grazie a una legge dichiarata incostituzionale dalla Consulta e ritengo incostituzionale ogni legge che colpisce la libertà di ricerca e di espressione delle opinioni; pubblico perciò qui per ora il saggio incriminato e prendo un impegno: qualora la Camera dei nominati dovesse approvare  la legge sul “negazionismo”, pubblicherò una nuova edizione del saggio incriminato. Lo farò anche a mie spese, se necessario e se, com’è probabile, stavolta non troverò un editore. Manderò poi una copia del libro ai relatori della legge e li sfiderò a  trascinarmi in tribunale prima e poi in carcere. Dovranno farlo, li costringerà la loro legge e si capirà finalmente quale nuova tragedia sta vivendo l’Italia.

Dall’irrendentismo al fascismo (in Fascismo e foibe)

Questo breve saggio trae origine da una ricerca tutto sommato occasionale, ma intensa, appassionante e, ciò che più conta, ancora ricca di interessanti prospettive. Al centro della sua attenzione sembra collocarsi soprattutto il percorso di un’associazione nata per dar risposte a questioni culturali e politiche di ispirazione tardo risorgimentale, ma scivolata rapidamente – e direi fatalmente – sul terreno melmoso del nazionalismo razzista e dell’imperialismo esasperato e straccione di Mussolini. In realtà, l’interesse è più ampio e, a ben vedere, ciò che emerge dal lavoro sinora svolto non è solo il ruolo che l’irredentismo ebbe nella politica culturale e, per molti aspetti, interna ed estera del regime fino all’aggressione dell’Etiopia, ma anche, e soprattutto, il contesto in cui si collocano, e per tal uni versi si spiegano, le politiche della razza e i crimini di guerra di un paese in cui la stragrande maggioranza della borghesia benpensante, che è in buona parte classe dirigente, non ama fare i conti con la propria storia: moderata e, quando serve, papalina, nata per vocazione «brava gente», oggi lascia processare la Resistenza, come ieri consentì che si processassero gli antifascisti, e – senza indignarsi – sprofondò nel fango delle leggi razziali.

Chi è interessato a leggere può proseguire cliccando si questo link:

Dall’irrendentismo al fascismo in Fascismo e foibe…

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download (1)Nella nostra storia ci sono anche le foibe, vicenda minore di scarso significato, che ha radici nella «grande guerra», tragedia ben più grave, in cui su seicentomila «caduti», centomila li fecero la fame e il governo, che li lasciò al loro destino, prigionieri di Germania e Austria che non potevano alimentarli. Perché? Solo perché la resa fu ritenuta diserzione. Giovanna Procacci lo ha dimostrato documenti alla mano ed è strano che il Parlamento non li ricordi e «dimentichi» i prigionieri dei tedeschi, lasciati morire di stenti a migliaia, complice Salò, perché non aderirono alla Repubblica Sociale.
Radici lontane, quindi, nate dalla rottura del fronte interventista, quando i fascisti appiopparono a Bissolati il titolo di «croato onorario» e Salvemini divenne «Slavemini». Ciò che facemmo agli slavi fu vera barbarie. Si dirà che la violenza fascista non assolve la reazione, ed è vero, però la spiega ed è questo il compito della storia. Ciò che non si spiega, invece, è la speculazione politica che usa la memoria storica delle foibe per rovesciarne il senso, processare l’antifascismo e fare dei capi della Resistenza i protagonisti di una «congiura del silenzio» in un Paese in cui altri e ben più gravi e reali silenzi pesano sulla coscienza collettiva.
Per anni Gasparri e i suoi camerati hanno chiesto alla sinistra di dire fino in fondo la verità sulla nostra storia, ma non hanno mai incluso tra le verità da svelare le bombe di Piazza Fontana, Brescia, Bologna e quelle esplose nei treni e nelle piazze funestate dai neofascisti. Verità e silenzio sono temi obbligati quando si parla di foibe, ma non è chiaro chi avrebbe taciuto. A sinistra c’è una tradizione critica del comunismo che va da Malatesta a Salvemini, ma si finge d’ignorarlo. Galli Della Loggia e Giuliano Ferrara strepitano per i presunti silenzi, ma stanno zitti sul fatto che per decenni la grande stampa, tutta borghese e figlia del capitale, non diede spazio a chi aveva in tasca tessere rosse e solo di rado chi era di sinistra vinceva concorsi nella scuola, negli archivi e nelle biblioteche. Chi avrebbe taciuto, quindi, se l’editoria era in mano a borghesi, se Laterza era dominio di Croce e la Feltrinelli non era nata? Einaudi, da solo, fu il silenzio d’Italia?
Tacquero i politici. E quali? Quelli dell’area “atlantica” sì, perché vedevano di buon occhio il Tito antistalinista. Per la sinistra di classe, ministro degli esteri nel Governi Parri e poi in quello De Gasperi, fu Pietro Nenni, ex interventista, che sentì con forza il problema dei confini orientali e si batté per impedire che l’Italia subisse gli accordi di Malta tra Roosevelt e Churchill del febbraio del ’45, poi formalizzati da una proposta francese per la creazione di un territorio libero di Trieste. Nenni peregrinò per le cancellerie europee – Oslo, Amsterdam, Londra, Parigi – ma ottenne solo impegni generici. Fu lucido, chiese trattative dirette con la Jugoslavia e capì che dalla soluzione della questione non dipendevano solo i rapporti con Tito, ma anche la possibilità di autonomia da Mosca e dagli Occidentali. Quando si rese conto che il confine non sarebbe mai passato per la linea etnica, chiese che il territorio libero di Trieste comprendesse Parenzo e Pola e che i punti più delicati fossero risolti da referendum. Fu Nenni, ancora lui, per la sinistra, che, firmata la pace nel febbraio 1947, domandò a De Gasperi di attendere che l’Urss approvasse il trattato prima di chiederne la ratifica al Parlamento. Eravamo, però, un Paese vinto e il contesto internazionale non ammetteva scelte. Anche a Tito, che chiese infine trattative bilaterali, si oppose un rifiuto. Il piano Marshall, la crisi di governo voluta da De Gasperi e la guerra fredda chiusero la partita.
Verità e silenzio. Ma chi avrebbe taciuto e cosa? Gli storici di sinistra? Cortesi, Arfè, che non furono certo teneri con Togliatti, per non dire di Merli e Bosio, avevano davanti milioni e milioni di morti e l’immane catastrofe che fu la seconda guerra mondiale. Era impensabile cominciare a scrivere di storia, partendo dalla classifica degli orrori; l’orrore era stato tema dominante della guerra: Coventry, Dresda, le città fucilate, le fosse di Katin, i lager, la Shoa, Hiroshima, Nagasaki Nessuno volle fare elenchi – e le foibe sarebbero comunque sparite nel mare di sangue causato dai nazifascisti. A tutti sembrò più serio e urgente ricostruire la storia stravolta dalla lettura fascista. E non a caso si partì da studiosi che non provenivano dall’accademia, compromessa col regime – la scuola di Croce, Salvemini, archivisti come Arfé – e si tornò a maestri come Gramsci, Gobetti e Rosselli. Per gli orrori bastava la nausea. Intanto occorreva capire com’era stato possibile cadere nell’abisso e conoscere l’Italia dei partiti, del movimento operaio, dell’antifascismo e della Resistenza. Nessun silenzio voluto.
La storiografia però è revisione continua e c’è sempre chi torna a Cesare e alla Repubblica romana. Il bisogno di approfondire e rivedere il quadro complessivo, tuttavia, incappò nel berlusconismo e nella crisi politica divenne propaganda. C’erano mille verità non dette cui sarebbe stato necessario dar rilievo: i gas sugli etiopi, i massacri libici, l’ignominia jugoslava e buon ultime quelle foibe, su cui le destre battono per presentare conti a croati e sloveni – senza badare a quelli ben più salati che loro potrebbero presentarci – e riesumare un anticomunismo grottesco, anacronistico, postumo, col metodo Goebbles: ingigantire i fatti e insistere sulla menzogna, perché diventi verità.
Come si è giunti all’uso politico di una vicenda storica secondaria? Ha ragione Gianpasquale Santomassimo: per un secolo la politica ha cercato legittimazione nella storia, vantando radici nel passato. Mussolini creò il mito della romanità, la sinistra, a giusta ragione, rivendicò le lotte del movimento operaio e l’antifascismo. Poi sono venuti l’89, il crollo del socialismo reale e il ’92 con Tangentopoli; a qualcuno il passato è parso ingombrante e il processo s’è capovolto. Ora nessuno cerca legittimità nella storia, perché essa è vergogna, lutto, dolore, violenza e c’è bisogno del «nuovo» che processi la storia e la separi dalla politica. I fascisti non sono più mussoliniani, il Pci si è autosciolto e i cattolici non sono più democristiani. Per non essere invischiati nel passato, i partiti prima hanno cercato casa al mercato ortofrutticolo, con largo spreco di rose nel pugno, garofani, ulivi e margherite – poi hanno preso nome dai leader e, infine, dopo la «Cosa», partito dei «senza storia» ecco quello “Nazionale” di Renzi. Su tutto si leva, comoda, la categoria del totalitarismo, che esalta le affinità a danno della differenze, come comanda il pensiero unico. Orwell aveva ragione: chi controlla il passato governa il futuro e chi controlla il presente gestisce il passato. Quello che conta è avere in mano il giorno che vivi.
Questo però non è fare storia.

Uscito su FuoriregistroAgoravox il 10 febbraio 2015

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La prima, grande unità partigiana croata che operò in Istria contro i nostri «bravi ragazzi» in divisa nacque nell’estate del 1942 e arruolò anche alcuni lavoratori italiani per i quali la speranza di 1017%20Gortancostruire un mondo migliore aveva un valore ben più alto della «patria fascista» e di ricorrenti deliri sulla «civiltà da esportare». Nata per sconfiggere il fascismo, la brigata si scelse il nome d’un giovane antifascista giustiziato, Vladimir Gortan, un contadino comunista formato alla prima tradizione internazionalista, fondata su sperimentati e solidi rapporti tra diverse identità etniche.
Gortan aveva solo quindici anni quando a Pisino, suo paese natale, nel 1919, subì le prime minacce fasciste: «A Pola xe l’Arena, la Foiba xe a Pisin che buta zo in quel fondo chi ga certo morbin» (1). Era l’annuncio della politica razzista posta in essere poi dall’Italia di Mussolini contro gli sloveni e della durissima repressione che colpì socialisti, comunisti e anarchici nelle realtà industriali di Trieste, Fiume, Monfalcone e Pola.
Dieci anni dopo, nel 1929, quando il fascismo si è ormai assunto la responsabilità di una violenza destinata a produrre una tragedia, il giovane istriano è consapevole che la sola possibile via di riscatto passa per una lotta senza quartiere e si è avvicinato al comunismo internazionalista. E’ così che, al termine di una serie di riunioni con alcuni compagni, Vladimir Gortan organizza un’azione armata che il 24 marzo 1929, a Monte Cosmus, tra Villa Treviso e Villa Padova, nel territorio di Pisino, intende impedire il «normale» svolgimento di elezioni alle quali gli slavi sono condotti dai fascisti inquadrati in colonna. In tasca ha due pistole e ai compagni che lo seguono ha procurato due moschetti e un pugno di cartucce. Per i fascisti sono naturalmente «individui di sentimenti slavi e ostili agli italiani», ma è chiaro che, a ruoli invertiti, sarebbero «eroici patrioti». Appostati in un bosco ai piedi del monte, gli uomini armati si dividono e attendono la colonna in due luoghi diversi. Gortan è solo, racconta a distanza di anni la sentenza del Tribunale Speciale fascista, lontano dai compagni e deciso a uccidere. Negli interrogatori il giovane ha sostenuto invece che, sia lui che i compagni, non si proponevano «di uccidere gli elettori, ma di spaventarli per impedire che vadano a votare». Hanno fatto fuoco, qualcuno ha sbagliato la mira e uno degli slavi è stato ucciso.
Vladimir Gortan – sono sempre i giudici a raccontare – «arrestato in treno il 28 marzo […] mentre stava per rifugiarsi in Jugoslavia», è stato «trovato in possesso di documenti che dimostrano la sua qualità di emissario delle Associazioni irredentiste di oltre confine. La credenziale trovata addosso attesta ufficialmente […] che è di nazionalità jugoslava e politicamente molto ben conosciuto». Il Tribunale Speciale, che lo giudicherà assieme a quattro compagni in un processo farsa durato appena un giorno, non non gli crede, non si cura di capire chi dei cinque ha tirato il colpo mortale e non prende in considerazione l’ipotesi di un’azione dimostrativa, terminata con un esito tragico ma involontario. Eppure, se avessero voluto, i cinque imputati avrebbero compiuto una strage. Per i giudici, sordi alle richieste di clemenza provenienti da molti paesi amanti della libertà, «la responsabilità del delitto del 24 marzo è dell’imputato Gortan Vladimir, l’emissario delle associazioni terroristiche di confine, l’organizzatore ed il capobanda della brigantesca impresa, colui che diede le istruzioni e fornì le armi e le munizioni». La condanna è già decisa e la corte, «ritenuto infine che un estratto della […] sentenza di morte, con la menzione dell’avvenuta esecuzione, deve essere affisso in tutti i Comuni del Regno […] condanna Gortan Vladimiro, quale capobanda terrorista, alla pena di morte mediante fucilazione nella schiena».
Alle 5,30 del giorno successivo, il 17 ottobre del 1929, appena ventiquattro ore dopo la sentenza, a «Pola, in località sud-ovest del poligono della Regia Marina», Gortan muove i suoi ultimi passi e si siede di spalle al plotone. Sono presenti Don Bartolomeo Grosso, cappellano della Milizia, Omero Mandruzzi, centurione medico, il maggiore dei carabinieri Roberto Marino, capo dell’Ufficio di polizia Giudiziaria presso il Tribunale Speciale e Giuseppe de Turris, il console Comandante della LX Legione della Milizia, che è schierata intorno all’imputato. Moralmente, il più innocente di tutti è Gortan. Alle 5,40 l’ordine di far fuoco.
Un prigioniero si può uccidere, ma le idee non si fucilano. Sarà anche in nome di Vladimir Gortan che i partigiani slavi e italiani liquideranno i conti militari con l’ultimo fascismo, il più miserabile di tutti, quello che si è reso complice delle nefandezze naziste, dei crimini cetnici, delle atrocità degli ustascia e nulla ha imparato da nessuno in tema di sadismo.
A ciò che è stato poi, alla sorte dei popoli stritolati nella morsa degli imperialismi, all’inevitabile risorgere di antiche rivalità nazionaliste, i combattenti della guerra di liberazione furono estranei. In quanto a Vladimir Gortan, la vita non avrebbe potuto restituirgliela più nessuno. Vivevano ancora i suoi quattro compagni. Il 3 ottobre del 1960 il Tribunale militare di Roma si decise a concedere loro l’amnistia, «dichiarando estinto il diritto dell’erario al recupero delle spese di giustizia». Erano usciti di prigione nell’estate del 1938, grazie a un condono condizionale della pena (2).
A chi li aveva condannati nessuno probabilmente aveva torto un capello e in ogni caso ognuno raccoglie ciò che semina. I fascisti se la cavarono così bene, da poter condurre indisturbati per decenni la loro polemica astiosa e menzognera contro la Resistenza, sicché oggi la Costituzione è sotto tiro. Ludovico Geymonat, partigiano e filosofo, vide lontano quando, in tempi tutto sommato non sospetti, osservò con amarezza che dopo la guerra di Liberazione, le strutture del Paese erano rimaste nella sostanza quelle di una società poco democratica, dalla quale era nata l’Italia fascista e totalitaria (3). Chiunque abbia occhi per vedere e voglia di usarli, può rendersene conto. Ed è vero, non ci sono dubbi: non si fucila un’idea. Si può tradirla, però. Ed è quello che accade da tempo sotto i nostri occhi.

1) «A Pola c’è l’Arena, a Pisino c’è la foiba: in quell’abisso vien buttato chi ha certi pruriti». Canto dei fascisti di Pisino. I fascisti utilizzarono le foibe per farvi sparire avversari politici slavi. Lo ricorda, vantandosene, lo squadrista istriano Giorgio Alberto Chiurco, nella sua Storia della rivoluzione fascista, Vallecchi, Firenze, 1929. Sui crimini fascisti e sulle foibe Giacomo Scotti, Foibe e foibe, «Il Ponte della Lombardia» n. 2, febbraio/marzo 1997; Claudia Cernigoi, Operazione foibe a Trieste: come si crea una mistificazione storica, Kappa Vu, Udine, 1997 e Operazione foibe tra storia e mito, prefazione di Sandi Volk, Kappa Vu, Trieste, 2005; Giuseppe Aragno, Alessandro Höbel, Alessandra Kersevan, Fascismo e Foibe. Ideologia e pratica della violenza nei Balcani, prefazione di Carlo Spartaco Capogreco, La città del Sole, Napoli, 2008; Jože Pirjevec, Foibe: una storia d’Italia, Einaudi, Torino, 2009; Federico Tenca Montini, Fenomenologia di un martirologio mediatico: le foibe nella rappresentazione pubblica dagli anni Novanta ad oggi, prefazione di Jože Pirjevec, postfazione di Sandi Volk, Kapa Vu, Udine, 2014.
2) Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, Tribunale Speciale per la difesa dello Stato. Decisioni emesse nel 1929, Roma 1983, Reg. Gen, n. 78/1929, sentenze n. 53 e 36, pp. 311-322. Gli altri quattro imputati, Živka Gortan , Victor Bacci , Dusan e Vjekoslava Ladavci, furono condananti a 30 anni di carcere e uscirono di prigione nell’estate del 1938, grazie a un condono condizionale della pena.
3) Ludovico Geymonat, La società come milizia, a cura di Fabio Minazzi, Marcos y Marco, Milano 1989, p. 83.

Uscito su Fuoriregistro il 25 aprile 2007

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scansione0001Da giorni ad Alessandra Kersevan, studiosa seria e preparata, che documenta ogni sua ricerca con grande scrupolo e notevole capacità professionale, si sta impedendo di parlare. Avrebbe diritto di farlo, anche se dicesse sciocchezze, ma non è così. In sua difesa, si dovrebbero sollevare tutti, anche gli avversari. Non parla nessuno. La Boldrini, Grasso, Napolitano recitano, predicano, ma assieme pensano a come far passare una legge liberticida contro quello che chiamano «negazionismo», e punta invece a cancellare la libertà di ricerca, di pensiero e di opinione. Ci mancano solo le manette. Verranno anche quelle, temo. Chissà se qualcuno si sveglierà dal sonno e finalmente proverà a dire basta.
So quanto vale Alessandra. Con lei ho scritto un libro e mi permetto di dire che tutti dovrebbero leggerlo,perché è raro trovare tanta chiarezza, una così indiscutibile documentazione su argomenti che si avviano a diventare una sorta di religione di Stato sulla quale è proibito discutere.  Purtroppo non è più facile da reperire, ma non escludo che si possa ristampare.
Sono solidale con Alessandra Kersevan e non ho dubbi: chi vuole che stia zitta è semplicemente fascista. Qui, su questo blog, ha ed avrà diritto di parola. E chi vuole può ascoltarla. E’ solo un’intervista e si vede che è scossa, ma la sua accusa è chiarissima e la faccio mia: in Italia c’è ormai un regime, una vergognosa, vile e intollerabile dittatura.

 Ecco il link con la breve intervista.

Uscito su Contropiano il 7 febbraio 2014

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“Qui rido io” scrisse all’ingresso della sua villa, chiamata “Na santarella”, il celebre commediografo Eduardo Scarpetta. 260px-La_Santarella100_1811[1]Senza tentare paragoni irriverenti, questo blog è la mia villa napoletana e anch’io avviso idealmente chi legge: “Qui scrivo io”. Quella che segue, perciò, è una vera eccezione alla regola. Per una volta mi affido alle parole di un grande storico del Novecento, Gaetano Arfè, di cui ho avuto la sorte di essere amico. E’ un gesto di umiltà, ma anche la calcolata rinuncia a tentare una battaglia estenuante. Non spero più di poter discutere della tragedia delle foibe con qualche risultato. Non me la prendo con gli interlocutori. Sono i miei insuperabili limiti a decidere per me. Qui scrivo io, ma stavolta, a conclusione di una corrispondenza inizialmente tempestosa, lascio la parola a uno degli intellettuali più acuti del Novecento italiano. Uomo di grande onestà intellettuale. Di mio solo una premessa, in modo che chi avrà la pazienza di leggere, capirà di che si tratta. Al sig. Ernesto della Sernia, che ha avuto la bontà di commentare per ben due volte un mio intervento in difesa di Alessandra Kersevan e Claudia Cernigoi, mie amiche e valenti studiose, dirò solo due parole, che non pretendo condivida e non aprono discussioni: dopo la fine della guerra, la sinistra ebbe un suo breve ruolo, poi fu battuta dalla Dc che governò per lunghi decenni. La sua “potenza mediatica e culturale” nel dopoguerra fu a lungo perciò pari a zero. Dopo vent’anni e più di dittatura, gli storici di sinistra furono costretti a ripartire da dove si erano fermati i loro maestri con l’avvento del fascismo. La scuola e le università rimasero a lungo feudo di un mondo che non si era dissolto con la caduto del regime. La mia generazione ha studiato la storia sui libri fascisti – a stento riveduti e corretti – e bisognò attendere i manuali di Spini e Saitta e gli anni Sessanta per sapere cos’era stato il fascismo non solo nei Balcani, ma anche nelle colonie d’Africa. In quanto alla Germania, nonostante Norimberga, si è trovata a fare i conti con storici come Nolte che, a partire dal suo celebre “I tre volti del fascismo” fino al volumetto intitolato “Gli anni della Violenza”, non solo definì il fascismo essenzialmente antimarxismo, ma lo descrisse come un’esperienza europea. Egli aprì così la strada a una lettura del nazismo che ne faceva il figlio naturale di una sorta di baluardo contro il bolscevismo o, per dir meglio, contro la barbarie bolscevica. In pratica, egli trovò una giustifica al nazismo e affermò che il nazionalsocialismo aveva certamente ecceduto, ma era stato soprattutto una replica alla minaccia bolscevica.
Gli storici di sinistra, quelli veri, Kersevan e Cernigoi tra loro, hanno provato in tutti i modi a raccontare i crimini del nostro Paese. Non sono riusciti però a farli entrare nella memoria collettiva. E’ vero, noi manchiamo di una storia seria della repubblica; ma questo non è accaduto perché non l’abbiamo voluta scrivere. E’ che le carte necessarie sono secretate. Da Portella della Ginestra, a Piazza Fontana, dall’Italicus a Brescia, a Bologna e all’aereo abbattuto a Ustica, noi siamo urtati e urtiamo nel segreto di Stato, nell’omertà dei militari e dei servizi segreti. Provi l’ottimo sig. Ernesto ad entrare negli archivi militari e scoprirà che uomini come Roatta, appesi alle pareti e incorniciati con tutti gli onori possibili, ancora oggi sfidano gli storici. E si ricordi: l’italianizzazione dei Balcani contò molto sulla diffusa complicità del nazionalismo e dei nazionalisti italiani. Non spero di averlo convinto e dubito che ci riesca Arfè. Una cosa mi conforta: essendosene andato da qualche anno, il mio amico Gaetano non potrà continuare la discussione. E non lo farò io. Questo blog è la mia villa napoletana, la mia ideale “santarella”. Qui scrivo io.

Foibe, un silenzio con tanti padri

Le foibe sono episodio tragico di una lunga storia che comincia da lontano, dalla fine della “grande guerra” quando sul problema dei rapporti con la Jugoslavia, “fungo velenoso nato nei boschi di Versailles”, si spaccò in Italia il fronte dell’interventismo. Leonida Bissolati, nel suo ultimo discorso, alla Scala di Milano, fu accolto dai fischi e dagli insulti dei nazional-fascisti e bollato come “croato onorario” e Gaetano Salvemini si vide il nome storpiato in quello di Slavemini. Lo squadrismo aggredì col ferro e col fuoco uomini, sedi e istituti degli slavi di Trieste. Il governo fascista seguì, nei loro confronti – come dei tedeschi dell’Alto Adige – una odiosa e stolida politica di persecuzione sistematica e di programmatica snazionalizzazione, che non si fermò neanche di fronte alle lapidi dei cimiteri e mutuò poi dai nazisti i metodi per assoggettare i popoli della Jugoslavia, la cui tradizione è satura di lotte secolari, sanguinose e crudeli, della cui recrudescenza siamo stati in date assai recenti testimoni. La documentazione è vasta, varia e inoppugnabile e mi limito a ricordare tra gli apporti più lontani le pagine dello stesso Salvemini, che per il comunismo, italiano e slavo che fosse, non ebbe mai indulgenze, tra quelli più recenti e facilmente accessibili lo scritto di Giacomo Scotti apparso nel Manifesto.
Tutto questo non giustifica ma spiega l’orrore dell’eccidio delle foibe. Una spiegazione, invece, va cercata per la petulanza, la meschinità, la strumentalità volgare che inquinano la campagna in atto, legittima e anche doverosa verso le vittime, per portare alla consapevolezza di tutti il crimine allora commesso, ma che, detto in parole semplici, mira a un obiettivo politico rozzamente perseguito: una chiamata di correità postuma per D’Alema e Fassino, una ennesima accusa alla cultura di sinistra di avere imposto sull’evento la congiura del silenzio.
Lascio agli interessati il compito di smentire solennemente che nella parte “secretata” del loro programma di governo ci siano la restaurazione del Tribunale Speciale, ben noto al vicepresidente del Consiglio, e il ripristino della pena di morte. Mi limito a dare una pacata risposta a Ernesto Galli della Loggia, il quale, in stridente contrasto con Claudio Magris e in suggestivo connubio con Giuliano Ferrara, che non ha mai utilizzato quella preziosa fonte sulla storia del comunismo italiano che è la sua tradizione familiare, ha ribadito ancora una volta l’accusa di colpevole reticenza agli intellettuali di sinistra che controllavano l’editoria, che erano annidati nella stampa, che – non lo ha detto, ma si può presumere – avevano un loro Min. CuI. Pop – il ministero fascista della cultura popolare – donde si diramavano direttive circa i temi di cui era lecito parlare. La giovane età non consente a Galli della Loggia di avere un nitido ricordo di quegli anni ed è presumibile che gli manchi il tempo e forse anche l’addestramento per cimentarsi nella ricerca. Egli non sa che delle case editrici da lui chiamate in causa Laterza era sotto l’ala di Croce, ancora vivo, e che, notoriamente, non aveva simpatie comuniste, la Feltrinelli non era ancora nata e solo Einaudi era legato al partito comunista; non sa che sulla grande stampa, che allora si chiamava borghese o padronale, le firme di collaboratori comunisti o anche socialisti erano più rare delle mosche bianche; non sa che per i giovani con una tessera rossa in tasca era impresa assai ardua vincere un concorso per entrare in una scuola, in un archivio o in una biblioteca. Le ragioni dei silenzi, e non solo sulle foibe, sono più complesse e intricate di quanto egli creda.
Una, della quale la responsabilità ricade sulle sfere dirigenti anche del nostro paese, è che la rottura verticale di Tito con Stalin e la posizione assunta dalla Jugoslavia in campo internazionale indusse tutto il campo atlantico alla benevola indulgenza nei confronti del suo regime e anche il trattamento piuttosto rude riservato agli stalinisti del suo paese fu accettato col silenzio.
Per quanto riguarda la sinistra va detto che le coscienze, e non solo quelle degli intellettuali, frastornate e sconvolte dalla enormità della catastrofe che si era abbattuta sui popoli, letteralmente stentavano a prendere lucida coscienza di quanto era avvenuto, a valutarne le manifestazioni, a giudicarne gli effetti, a stabilire graduatorie degli orrori. A segnare e a qualificare la guerra era stato il ricorso deliberato, programmato e indiscriminato al terrore che colpiva i combattenti, ma anche, e in molti casi con maggiore ferocia, le popolazioni civili, e gli episodi erano tanti che anche la capacità di sdegnarsi ne risultava allentata: le bombe sulle città inglesi, su Coventry che ispirò in Italia il brillante .neologismo “coventrizzare”; le “città fucilate”, da Oradour a Lidice, da Marzabotto a Kragujevak; i campi di sterminio. E c’erano anche le rappresaglie anglo-americane sulla Germania – Dresda rasa al suolo -; le fosse di Katin scavate e riempite di morti polacchi dai soldati dell’Armata rossa; l’atomica su Yroshima e la replica su Nagasaky. Neanche le persecuzioni antiebraiche e i campi di sterminio avevano un particolare rilievo in questo quadro: in un volantino antimonarchico largamente diffuso erano elencate tutte la grandi malefatte di casa Savoia a partire dal 1848, ma tra quelle di Vittorio Emanuele III non era denunciato l’atto più abietto, la legittimazione delle leggi razziali.
Gli intellettuali, in questo caso i giovani che si avviavano agli studi storici, non avevano, non potevano e non dovevano avere come primario interesse quello di ricostruire episodi di barbarie, quale ne fosse il colore, ma di dare della storia dell’Italia unita un’interpretazione che non fosse quella tramandataci dalla storiografia fascista o fascistizzata. I nostri maestri non furono gli storici d’accademia, furono Croce, Salvemini, Gramsci. Ci impegnammo a scoprire la storia di un’Italia sconosciuta, l’Italia dei partiti, del movimento operaio, dell’antifascismo, partendo da un problema storico appassionato: le ragioni della catastrofe nella quale eravamo stati precipitati. Eravamo ispirati da idealità apertamente professate, ma il nostro lavoro non fu, nella maggior parte dei casi, viziato da ideologismo. Facemmo della storia etico-politica, cercammo, cioè, di fare emergere l’importanza nel processo storico delle idee, dei valori, delle passioni che animavano le donne e gli uomini che ne erano protagonisti.
Il revisionismo storiografico dei tempi nostri è partito dalla legittima esigenza di allargare, articolare, approfondire il giudizio storico sul fascismo, ma nel suo procedere, e in coincidenza con l’avvento di Berlusconi, ha abbassato sempre più la storia a cronaca e ne ha degradato l’interpretazione a volgare propaganda politica.
L’ “operazione foibe” è, sotto questo aspetto, esemplare. L’episodio non era sconosciuto, ma non aveva avuto finora posto di rilievo nel macabro elenco delle stragi che hanno segnato la seconda guerra mondiale e poteva essere atto doveroso ricordarlo e metterlo in piena luce. Ma è imprudenza politica fame un atto di accusa contro sloveni e croati che sarebbero legittimati a presentare i conti, ben più pesanti, delle vessazioni e degli eccidi subìti; è vilipendio della storia estrapolare quel fatto dal suo contesto che è caratterizzato, fin dal suo primo formarsi dalla violenza fascista ed è ignobile che esso venga riesumato al fine di dar credito alle farneticazioni di un anticomunismo quarantottesco che non si è accorto della scomparsa definitiva dell’URSS e dei suoi partiti e che grottescamente denuncia nei dirigenti “diessini”, in Diliberto, in Bertinotti, i biechi e consapevoli strumenti di una politica destinata a seminare terrore “e a provocare morte”.
Negli anni del fascismo Benedetto Croce ci insegnò che la storia è storia della libertà e a quel monito ho ispirato le regole che mi hanno guidato nella mia attività professionale e politica. In essa era fedelmente riflessa la mia coscienza di uomo partecipe alla vita del proprio tempo. A conclusione di una lunga e sofferta esperienza durata una intera vita, alla libertà io oggi indissolubilmente associo la pace. E di qui faccio partire l’invito agli studiosi della più giovane generazione a intraprendere una revisione della storia d’Europa – la storia è sempre stata oggetto di revisione perenne – che parta dall’angosciante problema di andare all’origine della crisi che ha travolto, nello scorso secolo, la civiltà liberale e che io identifico nella guerra. Anche se sopravvissuti allo stato di larve, i miti dei nazionalismi scatenati e contrapposti ancora influenzano il giudizio storico. In realtà, la “grande guerra” non ebbe da nessuna parte nobiltà d’intenti, non fu da nessuna parte guerra per la patria, fu scontro di imperialismi. Di fatto essa demolì i valori nati dall’incontro dialettico del cristianesimo col liberalismo e col socialismo, impresse alle tendenziali linee di sviluppo delle economie una svolta incorreggibile, seminò, essa sì, terrore e morte e li levò a ideologia, fomentò l’odio tra le classi e tra i popoli. Quella guerra partorì dalle proprie viscere il bolscevismo, il fascismo e il nazismo e la pace dei vincitori ebbe a suo fatale sbocco la seconda guerra mondiale, cui hanno fatto seguito la guerra fredda e l’instaurazione di un ordine del pianeta terra che porta in sé i germi delle catastrofi.
In questa visione anche l’episodio delle foibe non sarà più un macabro confronto contabile di crimini orrendi e tutti imperdonabili, ma apparirà come manifestazione di quella stessa bestialità umana contro la quale, mano nella mano, come nei vecchi manifesti socialisti, tutti i popoli sono chiamati a muoversi, se l’umanità vorrà avere un futuro.

Gaetano Arfè, Foibe. Un silenzio con tanti padri, in Idem, Scritti di storia e politica, a cura di Giuseppe Aragno, La Città del Sole, Napoli, 2005. pp.395-400.

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