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Archive for marzo 2011

Mi piacerebbe parlare di scuola, senza dover dire nell’ordine “ragazze e ragazzi“, così come continuo a far uso di netturbino o spazzino, handicappato e cieco, e non mi convincono i ragionamenti da cui nascono l’operatore ecologico, il diversamente abile e il non vedente. Non ne faccio questioni di forma. E’ il contrario. Si tratta di sostanza: c’è una maniera di parlare e scrivere che appiattisce il pensiero sull’idea corrente, scade nel conformismo e nuoce all’intelligenza critica.

Mi piacerebbe parlare di scuola, senza cancellare un’idea tutta sindacale, da lavoratore, e poter dire, senza scandalizzare, che mi pagano poco e faccio sinceramente troppo. Poterlo dire e non sentirmi replicare che nessuno m’impedisce di cambiar mestiere.

Mi piacerebbe molto parlare di scuola, per ricordare le centomila volte in cui i “peggiori” diventano bravissimi, quando mettiamo da parte le scartoffie di politici e sedicenti “esperti” e, se ci pare giusto, facciamo teatro e laboratorio tutto l’anno, perché il balbuziente giunge allo scioglilingua, il classico “svogliato” protesta al suono dell’ultima campana – “Noooo! Già finito?” – e l’eccellenza si fa, se possibile, ancora più eccellente.

Mi piacerebbe parlare di scuola, partendo dalla saggezza popolare d’un tempo semplice e più onesto, quando un contadino semianalfabeta sosteneva con qualche ragione che “gli ultimi a scuola spesso sono i primi nella vita“. Tutti sappiamo che intendeva, il contadino ma, pressati dal giardino zoologico della politica e dalla Vandea accademica, facciamo fatica a riconoscerlo e ci teniamo per noi ciò che pure ci ha insegnato don Milani: “Spesso gli amici mi chiedono come faccio a far scuola e come faccio ad averla piena. Insistono perché io scriva per loro un metodo, che io precisi i programmi, le materie, la tecnica didattica. Sbagliano la domanda, non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare scuola, ma solo di come bisogna essere per poter fare scuola“.

Mi piacerebbe parlare di scuola, dando il giusto valore alla programmazione e alla verifica, senza dimenticare il fine ultimo e quello immediato, verificando ogni giorno se li capisco, gli studenti, se gli studenti capiscono me e se si fanno capire. Mi piacerebbe se da fuori venissero a valutarmi. Vorrei però che lo facessero per capire se i miei studenti si stanno schierando contro la miseria morale del sistema che li valuterà, se cresce in loro la nausea per il razzismo che dilaga, se coltivano grandi e nobili ideali da opporre all’analfabetismo di valori che tenta di annichilirli, se sanno dubitare di quello in cui credono, se hanno orrore di un mondo in cui pochi spendono e spandono e molti muoiono letteralmente di fame, se hanno scoperto, infine, che, quando un pilota vola sulla Libia di turno, in nome della libertà e della democrazia, i popoli diventano più servi, i poveri più poveri e i ricchi assai più ricchi.

Mi piacerebbe parlare di scuola, partendo dal fatto che ho bisogno di soldi per comprare libri, mi occorre un anno sabatico per aggiornarmi, una università che non sia sulla luna e una valutazione della formazione consapevole del fatto che investiamo sul futuro in un contesto dato, che un professore è più bravo se è stato maestro per qualche anno e della sua vita professionale possa dire: “io al mio popolo gli ho tolto la pace. Non ho seminato che contrasti, discussioni, contrapposti schieramenti di pensiero“. Ho tentato sempre di cancellare l’odio, ma ho cercato di far capire che la legalità non è sinonimo di giustizia sociale e, con Eraclito, ho ricordato sempre che il motore della storia è il conflitto.

Mi piacerebbe molto parlare di scuola.

Uscito su “Fuoriregistro” il 30 marzo 2011

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Fuoriregistro” è una bellissima rivista on line. “Scuola militante”, un pianeta da esplorare, mille cose da leggere. Eccone una:

 

Disabili, centinaia di sentenze condannano i tagli della Gelmini“, titola “Repubblica“. In soli sette mesi il Miur ha collezionato 4 mila sentenze di condanna in ogni parte del Paese e la Gelmini è costata all’amministrazione quattro milioni di spese legali.
Nessun Paese al mondo terrebbe ancora dov’è il duo Gelmini-Tremonti. Ha devastato la scuola – i giudici lo dicono chiaro – ma il “no” che non ammette repliche, che sfida e dice apertamente basta, per orgoglio se non per altro, il rifiuto che le gazzette di regime definirebbero “sovversivo“, il no come obiezione di coscienza, questa pacifica. sacrosanta e benedetta rivolta morale purtroppo non viene.
La Gelmini non cade nel mercato parlamentare, non va a casa spedita per raccomandata dalla casta dei “nominati”, ma è andata gambe all’aria più volte in Tribunale. Di queste ripetute sentenze si parla molto poco, si predilige il terreno dello scandalo pruriginoso e il “no” non viene. Le scuole smantellate sono aperte, qualche genitore animoso dà battaglia, qualche docente si oppone come può alla marea montante d’uno sfascio che non ha precedenti, ma i partiti d’opposizione fanno melina, le organizzazioni sindacali non dichiarano sciopero ad oltranza, la maggior parte dei docenti tace e tutto va avanti come nulla fosse.
Repubblica” è chiarissima: “Alunni disabili privati del sostegno per mesi, classi che ne ospitano “troppi” e, come se non bastasse, sovraffollate. Per far quadrare i conti nella scuola pubblica, il governo Berlusconi ha di fatto tagliato il sostegno agli allievi più deboli: i portatori di handicap“. Segue l’elenco delle condanne, l’azione delle associazioni che difendono i diritti dei disabili e denunciano lo scempio, ma la protesta vera, il rifiuto fermo e deciso, quello che blocca tutto e dice e basta, quello non viene e, pare, non verrà.
I “tagli indiscriminati alla spesa per l’istruzione statale, con conseguente sovraffollamento delle classi“, le preoccupanti “forme di concentrazione di soli alunni con disabilità in totale violazione della normativa apparentemente integra sull’inclusione scolastica“, la vergognosa campagna contro la scuola pubblica, nulla pare più muovere il pantano nel quale affondiamo.
In gioco non è la sorte della scuola, ma il futuro dei figli. Cosa occorre che accada perché la gente della scuola si unisca in un sol blocco e dichiari coi i fatti che la misura è colma?

 Uscito su “Fuoriregistro” il 30 marzo 2011

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Burocrate Gianrico

L’animale più strano che ho mäi visto,
che di stampi, timbri e bolli è il più provvisto,
è l’amico del fratello d’un mio amico,
che di nome fa Burocrate Gianrico.
E’ impiegato alle “imposte sul consumo”,
un ufficio che ha il color del nerofumo,
all’incrocio tra via Cosimo Gabella
ed il corso Santevaso alla Quietella.
Capitò che, rovistando uno scaffale,
in ufficio scivolò, si fece male
ed urtò, mi pare, il muro con la testa.
La ferita non del sangue emise, lesta,
ma dei sogni più repressi il manifesto
ed un pacco di cambiali già in protesto.
Poi dovette, almeno invero così pare,
in barella all’ospedale riparare,
ma tornò in ufficio proprio alla chiusura
e timbrò i suoi cinque punti di sutura.

21 marzo 1966

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Se il punto vero fossero i diritti, tre morti al giorno in un anno, uccisi sul lavoro, e il dolore senza rimedio delle famiglie distrutte sarebbero il biglietto da visita più serio e più eloquente dell’ultima crociata all’italiana. Un oltraggio al pudore che le parole e la figura dell’onnipresente Larussa incarnano a meraviglia nei “salotti buoni“, dove i diritti spariscono e compaiono gli interessi. Al confronto Gheddafi non esce poi male e, non a caso, tra i due regimi vigeva, e in parte sopravvive, un trattato d’amicizia.

Del libico si dirà ch’è un delinquente, ma non c’è dubbio: l’associazione a delinquere ha funzionato bene fino al mistero glorioso d’una armata Brancaleone nata alla “rivoluzione” dalla sera al mattino, sostenuta e alimentata nell’ombra da qualche “zero sette” occidentale, il tempo utile a montare il “caso umanitario“, come anni fa le fantomatiche armi di “distruzione di massa“, e consentire alle armate della “democrazia” di macellare popoli indifesi. Dei mille scempi dei diritti umani di cui s’è macchiato Gheddafi, il peggiore l’ha compiuto senza ombra di dubbio su mandato italiano, tra il Mar Mediterraneo e il deserto del Sahara. Quanti siano stati i morti d’una strage premeditata, non sapremo mai, ma il dato è questo: l’Italia ha pagato Gheddafi perché massacrasse la disperazione africana. Quella disperazione che la nostra tragica storia di “potenza” coloniale ha contribuito a fa nascere. Se il mondo ce ne avesse chiesto conto, come avrebbe dovuto, la “guerra umanitaria” l’avrebbe fatta alla ferocia fascioleghista che ci governa e al silenzio complice di un Paese che lascia fare.

Si vive di miseria morale e questo è il capitale. D’altra parte, tra bandiere tricolori e becera retorica patriottarda, la nobile diplomazia italiana ha compiuto il suo ennesimo capolavoro. Dopo Sarajevo, tra il 1914 e il 1915, con una penosa capriola, dichiarammo guerra agli alleati austriaci e tedeschi; nel 1940, cominciammo la guerra al fianco dei tedeschi, pugnalando alla schiena la Francia messa in ginocchio dai nazisti, ma tre anni dopo, per salvare la pelle, passammo al nemico e finì che sparammo ai tedeschi, sicché dal disonore ci salvò la guerra partigiana che ora processiamo. Oggi, a conferma dell’infame solidità della tradizione, facciamo guerra all’alleato Gheddafi per “difendere” quei diritti umani che l’abbiamo spinto a violare per conto del razzismo della futura Padania, in cambio dei quattrini dei lavoratori, sottratti alle giovani generazioni, alla ricerca e alla salute degli italiani.
Questo è. Pane al pane e vino al vino, senza girarci attorno: guerra alla povera gente. La solita, ignobile guerra italiana.

Uscito su “Fuoriregistro” il 23 marzo 2011

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Colore di pelle, religione, lingua, cultura diverse da chi a scuola l’ospita e prova a riconoscergli, con passione e accoglienza, la dignità che Maroni e l’Italia leghista ogni giorno gli negano, al ragazzo indiano non sono sfuggiti né il misterioso fermento di questi giorni imbandierati, né la diversità incomprensibile delle bandiere sventolate: verde leghista, giglio borbonico in campo bianco e il tricolore della “libertà“.
Viene dalla terra di Ghandi, ha occhi attenti e riflessi veloci, il ragazzo immigrato, e deve aver pensato a chissà quale problema risolto, a quale antica servitù spezzata, sicché me l’ha chiesto, con commovente innocenza e involontaria ironia:
Unità vuol dire indipendenza?.
Così, a bruciapelo, non è una domanda facile e rispondo d’istinto:
No, l’indipendenza non è l’unità.
Lo so, c’è qualcosa di spurio e confuso in questo 17 marzo tutto italiano, un vizio di partenza, i sintomi d’un quadro patologico, che la “festa” tira fuori d’un tratto. E si mostra com’è: desolante.
Saremo uniti quanto si vuole in confini geografici apparentemente stabili, ma unificate non si sentono le coscienze e le singole realtà.
La scuola, per esempio, in cui il ragazzo straniero si trova a suo agio, è certo “unita“, ma sta lottando per l’indipendenza.

Tu non lo sai, ma la scuola che frequenti ha radici lontane. Porta sulle spalle il peso di lunghe battaglie. L’ha avuta vinta sulla legge Casati, che si fermava all’obbligo in seconda elementare e al ginnasio già viveva coi soldi dei genitori. Ci vollero uomini come Francesco De Sanctis e Pasquale Villari, per difenderne quel tanto di esistenza autonoma e la funzione di promozione sociale delle aree arretrate, in un paese rurale, in cui l’analfabetismo e l’emigrazione veneti univano il Nord e il Sud, più di cento guerre d’indipendenza.
Che vuoi che ti dica? Dieci anni di unità non erano serviti a nulla e il censimento del 1871 certificò che l’Italia unita, “libera“, e disgraziatamente piemontese, era molto più analfabeta di quella dei piccoli stati regionali. Fu poi vergogna d’intellettuali la posizione di Carducci, il “vate della patria“, posizione che rischiò di diventare uffuciale: “Basta coi lavori forzati del saper leggere! L’alfabeto è il più ipocrita strumento di corruzione e delitto per l’uomo, questo animale eminentemente politico”.
Così andava con questi grandi liberali e, se te lo dico, lo capisci bene, tu, oggi che il tuo diploma qui non conta nulla e sei il contadino veneto e campano del tempo nostro. Lo capisci bene e perciò me lo domandi:
Ma se non ho una scuola indipendente, io sto qui da voi, servo per sempre.

Tu non lo sai che anche da noi una legge non scritta creava caste e produceva paria. E lo strumento di separazione, in un paese unito, era una scuola senza indipendenza.
Tu non lo sai quante belle intelligenze fini, al soldo del padrone unito, latifondista al Sud, mercante con ambizioni di imprenditore al Nord, hanno messo al servizio del capitale. Penne e Gazzette di tutti i colori, per sostenere un’idea di unità che non prevedeva l’indipendenza delle classi subalterne. Un pensiero reso forte da forti interessi nascosti, che pretendeva la libertà e l’indipendenza dei padroni in una terra di servi e di bestie votanti: “In manifesta opposizione al più elementare concetto di Stato Costituzionale, – scrissero questi signori dai loro giornali – da anni i nostri governanti con tutti i mezzi sopprimono ogni privata iniziativa nelle cultura. Così s’affermano principi sovversivi, si cancellano le scuole private vigili custodi dei nostri infrangibili diritti e dei nostri valori, e si produce uno scadimento intellettuale, morale ed economico della nazione”.

Te lo leggo negli occhi, giovane indiano, quello che pensi. Tu l’hai intuito, forse ne hai parlato coi tuoi compagni di sventura e sai quello che accade, perciò mi fai le tue domande. Sai che, da qualunque parte la guardi, la tua scuola, la scuola di chi come te ha bisogno di cittadinanza, vive in in Paese unito, ma non è indipendente. Negano le risorse necessarie .
Tu che vieni dal “sottosviluppo” lo sai che Sud non è solo un dato geografico. Sai che attorno a noi, come lupi famelici, tribuni, venditori di fumo e ciarlatani rissosi, leghisti, borbonici e liberali tricolori, tutti assieme lavorano per il profitto, si annidano nei pori della produzione, moltiplicano le funzioni, spartiscono potere e territorio, federano per dividere, fanno conti da bottegai, speculano sulla distribuzione della merce, mediano, appaltano, spediscono, prestano danaro come usurai.

Chi oggi non vuole che tu parli la nostra lingua, ieri faceva guerra all’alfabeto, perché il cambiamento è periodicamente necessario, ma se tu impari a dire la tua, l’unità diventa crescita sociale.
No, l’unità non è indipendenza se non produce diritti.
E’ questa la mia risposta, giovane indiano. Cerca i tuoi compagni tra gli sventurati di ogni colore e lotta con loro. L’indipendenza è una conquista sociale. L’unità non c’entra niente.

Uscito su “Fuoriregistro” il 17 marzo 2011

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L’Italia c’è, non è un nome sulle carte. E ci sono gli italiani. Non portano retoriche coccarde all’occhiello, cravatte verdi o gigli del Borbone in un leghismo di rimbalzo che vorrebbe scendere al Sud.

Gli italiani ci sono, non chiudono gli occhi per non vedere, non fanno ipocrite feste, hanno buona memoria e coltivano la speranza.

L’Italia c’è e ci sono gli italiani. Si sono “fatti” nelle tragedie vissute assieme e nelle lotte che li hanno uniti, ben più che mille proclami, referendum e chiacchiere vuote della politica. Si portano dentro il tratto incancellabile d’una vicenda che li accomuna. Non è nazionalismo, è storia comune e forse Dna. Settentrionali venuti a morire di solidarietà nel colera del Sud, nell’ultimo scorcio dell’Ottocento, dissidenti perseguitati ovunque nel paese, operai presi a sciabolate in tutte le piazze dei nostri cento campanili, quando si lottava per i diritti: le otto ore, l’assicurazione obbligatoria sul lavoro contro gli infortuni, la pensione. I contadini senza terra, in lotta ovunque per più equi patti agrari e condizioni di lavoro degne di esseri umani; il popolo lacero e affamato, intisichito da uno sviluppo che pretendeva sottosviluppo in nome del saggio di profitto e della necessità di mercati di consumo; i milioni di veneti e campani, genovesi e calabresi, che, come i nordafricani d’oggi, scendevano in piazza a mani nude contro i cannoni caricati a mitraglia o emigravano in cerca di lavoro e dignità.

Gli italiani si son “fatti” nelle trincee sul Piave, sardi, siciliani, piemontesi, che non sapevano cosa temere di più, nella guerra del capitale, se gli sventurati austriaci delle trincee “nemiche” o gli scherani dei padroni che sparavano nella schiena di chi cedeva alla paura; si sono “fatti” nei campi di prigionia. Uomini d’ogni regione, condannati a morir di fame da padroni e nazionalisti imboscati che li ritennero traditori, come Bixio aveva massacrato i contadini di Bronte, Cialdini, Lamarmora e Cadorma i meridionali ribelli, Bava Beccaris gli operai a Milano, Giolitti i proletari di tutt’Italia, Mussolini gli antifascisti e Scelba i “comunisti”.

Gli italiani ci sono, sono nati nei deserti d’Africa e nel gelo siberiano, dove li mandò a morire il capitale, si sono riconosciuti uguali, sui monti della guerra partigiana, uomini e donne “che volontari si adunarono per dignità non per odio”, figli d’ogni monte e campanile del paese delle cento città.

L’Italia c’è, nelle sue fabbriche attaccate da Marchionne e Confindustria, c’è coi suoi giovani scesi in piazza a Roma contro un potere sempre uguale a se stesso e sempre pronto a cambiare perché nulla cambi. C’è, lotta ancora nelle piazze e nei luoghi di lavoro, nei collegi docenti di quelle scuole che invano si prova a piegare.

L’Italia c’è. E ci sono gli italiani. Non fanno festa. Lottano. E non dimenticano il colore del cielo .

Uscito su “Fuoriregistro” il 17 marzo 2003

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In maniera subdola, i pedagogisti che fanno capo al PD si schierano per le prove Invalsi e non fa meraviglia. Berlusconi e Gelmini hanno solo chiuso il cerchio e non a caso quel galantuomo di Berlinguer ha elogiato più volte il ministro della distruzione. Come si può, rispondiamo tutti. Io ci ho provato così. Ma è come affrontare i tank con una cerbottana…

Si dice – e l’attenzione va alle prove Invalsi – che “il test è uno strumento di indagine finalizzato a rilevare dati oggettivi“. Si aggiunge, con rivelatrice “prudenza difensiva” – che è vero, sì sono strumenti “poveri” e ce ne sono di più “ricchi“. I “reattivi, le conversazioni mirate, certi tipi di questionari, gli elaborati scritti. Nasce così il paradosso di un riconoscimento che afferma e nega: ci sono strumenti “ricchi” ma scegliamo quelli “poveri“. Perché? Anacronistica passione proletaria? Evidentemente no. Nobile o ignobile, sono punti di vista, la ragione è un’altra. E’ che la Costituzione, sputacchiata in tema di privatizzazione del sistema formativo, guerra, uguaglianza di fronte alla legge, libertà di stampa, opinione, ricerca, diritto allo studio e chi più ne ha più ne metta, la Costituzione formalmente c’è, esiste ancora e, se qualcuno ne ha bisogno, la tira in ballo per sostenere tesi peregrine, allinearsi al potere e far la guardia armata del “pensiero unico“. Quel pensiero che sottende il sedicente “mondo globalizzato” e tiene insieme, di volta in volta, senza problemi di comune senso del pudore, Gheddafi e Berlusconi, la “democrazia” di Obama e il cinese disprezzo dei diritti umani.

La Costituzione, quindi. Ecco la colpevole del paradosso! I test Invalsi non hanno grandi pretese, ma c’è un obbligo: “verificare“. Cosa? Se si sono raggiunti finalità e obiettivi prescritti da Indicazioni nazionali e norme generali pubblicate dal Miur, il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, non più pubbliche, ormai, ma qui siamo permissivi e della Costituzione antifascista … ce ne freghiamo. Lo prescrive e fa comodo stavolta rispettarla.
Si sussurra anche, ma puntuali piovono smentite, di utilizzazioni politiche improprie, che starebbero a cuore alla tecnocrazia: valutare scuole e docenti come fossero aziende e “quadri“, a fini retributivi, dividere i fedeli dagli infedeli al verbo del Capitale, “orientare” l’insegnamento verso “obiettivi formativi” cari a Confindustria e in linea con la mercificazione del sapere che impazza nel letamaio nobilmente etichettato come “Unione Europea”. Che dire? Sarebbe auspicabile, anzitutto, una verifica della competenza del Ministero, ma qui la docimologia fa posto alla politica e conta solo il consenso, che, tuttavia, non è sinonimo di competenza.

Certo, una verifica nazionale delle competenze, che non sia decontestualizzata, che punti ad accertare, in primo luogo, se stiamo tirando su intelligenze critiche e cittadini che non si rivelino poi “bestiame votante“, che investa più risorse, dove più si registrano insuccessi e problemi, una verifica nazionale di questo genere sarebbe non solo necessaria, ma auspicata da tutti gli insegnanti degni di questo nome. E sono la maggioranza, checché ne pensino Gelmini, Brunetta e Berlusconi. La resistenza non nasce dalla volontà di chiudersi in classe e fare da riferimento di se stessi. Si chiedono, piuttosto, verifiche che non abbiano fini aziendalistici, non accertino semplicemente il numero di chi sa quanto fa due più due, ma mostrino anche quanti hanno capito che la somma di due asini e due gatti non fa quattro. Verifiche che riconoscano il valore “relativo” di un risultato, perché, teorie a parte, che due più due faccia o no quattro, una cosa è che risponda bene il figlio d’un analfabeta, in una classe piena zeppa d’immigrati abbandonati a se stessi, in una scuola fatiscente che non ha un soldo da spendere, un’altra che risponda – o non risponda – chi alle spalle ha famiglia colta e benestante, in una classe “equilibrata“, con un “numero di problemi” e un rapporto numerico docenti-studenti accettabile, in una scuola attrezzata che ha risorse da investire.

A Scampia, terra di camorra, il gatto non esiste, c’è la “iatta“, femminile che comincia per i, e il topo si chiama “zoccola” maschile che comincia con zeta. I maestri, meglio se non “unici, “creeranno” gatti e topi in un percorso che non si misura coi parametri della “Milano bene”. Se l’Ispettore o l’Invalsi di turno si presentano a metà del percorso, coi loro test sul gatto e sul topo e, come accade talvolta, con le domande “à la page” sui colori dei pois della cravatta di papà, il risultato è uno e già noto e la domanda antica: chi custodirà i custodi?. Tra ragazzi e docenti, a Scampia, ci sono intelligenze lucide e valorose. E’ mancato sinora lo Stato. Se ora, si presenta per “verificare”, benvenuto. Nessuno ricordava più che esistesse, ma va bene. Per favore, però, prudenza e umiltà. Non sono i gradi a fare i buoni generali.

Uscito su “Fuoriregistro” il 12 marzo 2011

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