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Posts Tagged ‘Borghezio’

Che furba la Gelmini!

Il delirio di Pontida è al parossismo e Alberto da Giussano, scudo, elmo, celata, spadone e lancia in resta, ha minacciato: “nessuna festa per l’Unità d’Italia, sennò mandiamo a casa le mezze calzette del Parlamento di Roma ladrona!.
Se questo ritorno al Medio Evo non celasse un pericoloso progetto separatista e il germe d’una tragedia, ci sarebbe da ridere. L’avvocato Gelmini lo sa e ha paura. Il destino di Berlusconi non dipende dalla Procura di Milano. Decide Bossi, filosofo del celodurismo, e l’avvocato tenta di mediare: il prossimo 17 marzo, piuttosto che festeggiare a casa, è «meglio stare in classe e parlare dei 150 anni dell’Unità d’Italia». A ben vedere, l’idea non è malvagia. Articolando meglio l’argomento, la proposta è molto interessante. Fermo restando il tema dell’Unità, bisognerebbe occuparsi dei pericoli che corre l’Italia e spiegare in classe cos’è la Lega, partendo dall’articolo 1 dello statuto che s’è dato: “Il Movimento politico denominato Lega Nord per l’Indipendenza della Padania […] ha per finalità il conseguimento dell’indipendenza della Padania“. La Gelmini sarebbe così accontentata, la “festa” utilmente celebrata e, come chiede l’avarizia avida della Marcegaglia, con poca spesa, faremmo un gran guadagno.

In quanto alla discussione in classe, un insegnante avrebbe solo l’imbarazzo della scelta.
La Costituzione della Repubblica afferma che “tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge”. Borghezio, europarlamentare leghista ci spiega che la Padania, si distingue dall’Italia perché è “bianca e cristiana“.
La Costituzione della Repubblica dichiara solennemente che tutti “hanno pari dignità sociale davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali“. Gentilini, dirigente leghista di primo piano, ci informa che la Padania la pensa diversamente. Obiettivi della Lega sono “la rivoluzione contro gli extracomunitari” e “l’eliminazione di tutti i bambini degli zingari“.
La Costituzione della Repubblica “riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo“. Roberto Maroni, ministro dell’Interno, (Roma ladrona gli paga lo stipendio) s’è inventato un reato incostituzionale e ha messo in piedi vergognosi campi di internamento che richiamano alla mente i lager del nazisti. All’annientamento pensa il dittatore Gheddafi, grande amico del governo che vive solo dei voti della sedicente Padania.

L’Italia, potrà dire senza tema di smentita qualunque docente, è una repubblica democratica nata dalla guerra di liberazione dal nazifascismo. La Lega, al contrario, rinnegati i valori della lotta partigiana, conduce da tempo una sua nuova e vergognosa guerra di “liberazione”. Vuol liberare la sua deliriante Padania dall’Italia Meridionale, da Roma ladrona, dai rom, dai maomettani e da tutti gli stranieri poveri che la ferocia capitalista produce su scala planetaria. Insomma, la Lega Nord, alleata della Gelmini, sogna uno Stato teocratico e razzista.

Ringraziando l’avvocato, festeggiamola a scuola l’Unità d’Italia e spieghiamo bene chi sono e che vogliono Bossi, i crociati leghisti, il delirio di Pontida e il ministro Gelmini, che, nel nostro silenzio complice, il razzismo e la violenza li ha portati a scuola.
Facciamo festa così, poi scendiamo in piazza coi nostri studenti, occupiamole e rimaniamoci finché non avremo sconfitto questa pericolosa pazzia criminale.

Uscito su “Fuoriregistro” il 13 febbraio 2011

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Bruciano i bambini rom. Non è fumo di camino, ma razzismo, e le parole del lutto diventano miseria e complicità morale. Gli storici domani documenteranno ciò che oggi fingiamo d’ignorare. Nei libri il capitolo s’aprirà col titolo prevedibile: L’Italia di nuovo razzista. Altro esito politico non poteva avere la serie di menzogne che i moderati chiamano revisionismo storico e non è una polemica tra studiosi, ma un crimine compiuto in nome del profitto.

C’è da aspettarselo. Molti storceranno il naso, altri si fingeranno scandalizzati, qualcuno protesterà, ma diciamolo: questi morti hanno mandanti morali. Li hanno uccisi anzitutto i tanti storici che hanno taciuto o disertato, se gli italiani sono ancora “brava gente”. Tanti storici e, di conseguenza, la storia male appresa e peggio insegnata per decenni nelle scuole e nelle università della repubblica. E qui sì, qui, ben più che in matematica e scienze, il sistema formativo ha fatto i suoi danni, perché, occorrerà pur dirselo, là si sono formati Gelmini, Carfagna, Brambilla, Maroni e compagnia cantante.
Molti protesteranno scandalizzati, ma è così. Li ha uccisi una consapevole manomissione della verità storica a fini di eversione politica. Li hanno uccisi – e altri ne uccideranno – le “verità” ingigantite o mai provate, versate come ondate di fango sulla Resistenza, il “sangue dei vinti” che non fu nemmeno goccia nell’oceano dimenticato di quello versato dai 60.000 milioni di morti causati dagli aggressori nazifascisti. Li hanno uccisi i giorni della memoria falsificata e la volontà politica di ingigantire mediaticamente la tragedia delle foibe per rivalutare il vecchio nazionalismo fascista, col suo corteo impunito di leggi sulla razza e collaborazione con le SS. Il mandante morale è il neofascismo dilagante, con le sue guerre tra poveri, le sue nuove camicie e le sue rinnovate leggi razziali.

Il fanatismo etnico, come quello religioso, è stato e sarà sempre l’arma segreta dello sfruttamento. “Divide et impera“. E’ antica scienza politica, la stessa che oggi produce Rosarno, i rastrellamenti romani, gli affondamenti mediterranei. Oggi come ieri, ha taciuto o fa poco la scuola annichilita, là dove dovrebbe levare gli scudi, rompere i patti concertativi dei sindacati, denunciare la regolamentazione dello sciopero e aprire uno scontro senza quartiere con un Ministero che s’è fatto e si fa paladino di feroci discriminazioni: il “tetto” del 30 % per gli immigrati, le graduatorie regionali per i docenti, la corsia privilegiata per gli studenti “indigeni” nell’accesso alle borse di studio. La scuola invece tace e si acconcia al tempo nuovo, dopo avere abbandonato al suo destino i precari. Una sola battaglia prende a cuore, quella sulla valutazione, sacrosanta quanto si vuole, ma ricca d’ombre corporative.

Bruciano i bambini rom, nella memoria corta di un Paese di “senzastoria“, in un’Italia tutta escort e Pil, Mibtel e veline, shopping e consumi, Un’Italia di nuovo razzista.
Sono morti che pesano sulla coscienza di tutti“, sento dire. E’ un ritornello. Lo ripetono in tanti e mi ribello. Ognuno si prenda quel che gli compete e smettiamola con questa notte indistinta, in cui le vacche sono solo scure. Non è così. Non è colpa di tutti e anche questo va detto.
Chi ce l’ha messi, chi è che ancora li difende, i Cota alle Regioni, i Borghezio in Europa, i Gasparri e i Quagliariello in Parlamento, i Bossi e i Larussa a governare? Chi l’ha portato Alemanno al governo della capitale? Chi è stato?
Non siamo stati tutti.

Con questa gente non ho nulla a che spartire. Ho protestato, ho scritto parole di fuoco, quando Veltroni ha chiesto l’espulsione di tutti i rom solo perché un rumeno aveva stuprato un’italiana. Non li votati io, questi campioni della democrazia che hanno fatto a gara con la destra nella caccia all’uomo, nelle scelte forcaiole, nelle politiche di discriminazione razziale. Non c’entro nulla con questa gente che, pur di governare, ha fatto causa comune col razzismo leghista.

Da tempo faccio parte per me stesso, e anche in questi mesi, mentre si faceva filosofia morale sulla violenza romana degli studenti, sulle pratiche della lotta e su tutti i distinguo che mettono in pace la coscienza, anche in questi mesi c’era chi stava con gli studenti. E ci sto ancora. Sto con le loro mille ragioni, con la loro rabbia, coi loro diritti, coi loro tentativi di saldare le lotte, con la loro sacrosanta voglia di ribellarsi. Perché non altro resta. Ribellarsi.

Lasciatemelo dire. No, davvero non c’entro nulla con questi poveri morti.

Uscito su “Fuoriregistro” l’8 febbraio 2011.  

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Anche oggi, la “libera” stampa cuce, scuce e rattoppa il quadro d’un Paese che non c’è. Ci hanno detto mille volte che la riforma Gelmini è passata, ma hanno “dimenticato” che ci sono centinaia di statuti da approvare e, al primo tentativo, ecco il CNR occupato. Se per ogni statuto si fanno barricate, la notizia vera non è che la legge è passata, tanto più che nelle scuole di Napoli e Torino la meritocrazia pezzente e la strisciante gerarchizzazione del personale docente sono fallite. Chi si ricorda di Roma il 14 dicembre, lo capisce bene: la notizia vera è che la prova di forza continua.

Se un governo la forza ce l’ha, e pensa di usarla, può andargli anche bene. Ma la forza governa un Paese?

Chi ha visto dai cellulari tunisini studenti e professori uccisi e un popolo insorto che urlava “non abbiamo paura” chiede ai fatti se la forza governa. E i fatti dicono no. Lì in Tunisia, dicono, non è solo rivolta della fame e, interrogati, spiegano che Ben Alì, l’amico di Frattini, Gelmini, Berlusconi e soci, il dittatore tunisino di cui grancassa e sordina coprono da vent’anni il romanzo criminale, è stato cacciato sì dalla fame, ma era soprattutto fame di diritti.

C’è fame e fame, dicono i fatti, e meglio sarebbe ascoltarli.

Diritti. Sì, certo, qui da noi la difesa è all’ordine del giorno. C’è un diluvio di “notizie iraniane” e ci sono i mille ripetuti appelli per la povera Sakinè. Siamo liberali e liberisti, noi, non c’è dubbio, ma siamo soprattutto “occidentali” e qui da noi la globalizzazione farà i conti con la civiltà. Così dice la stampa ad ogni piè sospinto. Sta di fatto, però, che abbiamo avuto vent’anni di Sakiné tunisine e i nostri pennivendoli, sbadati, striminziti, col loro misurato contagocce, con la loro scientifica avarizia, se ne sono stati rigorosamente zitti. Mai un attacco, mai una denuncia. Né sì né no. Solo da un po’ qualche . Ed è stato già molto.

A scuola, da noi, la Tunisia è solo un paese mediterraneo; confini, economia, l’indipendenza nel ’56, poi storia in pillole e tanto turismo. Del sistema politico, poco o niente, ma si sa: gli amici del regime da noi sono potenti. A ben vedere, la Tunisia s’è quasi persa nella coscienza nostra e l’avremmo dimenticata, se la grancassa non togliesse la sordina per il can can sugli immigrati e i clandestini stupratori e delinquenti, persi tra motovedette corsare nel Canal di Sicilia, i CIE di Maroni e le nostre civili galere: carne da macello per la lega di Bossi e Borghezio. Ovunque cerchi, nell’elenco liberale e liberista di “fatti tunisini” non c’è traccia dei settecento colleghi di Marchionne alleati del regime di Ben Alì per spolpare l’osso, come comanda l’etica del profitto.

Etica del profitto, certo. Se questa però è l’etica, ecco il senso reale della riforma Gelmini, ecco spiegata la volontà di sottomettere scuola e cultura al potere economico. Ecco, soprattutto, la saldatura della lotta per la cultura con quella per il lavoro. L’Italia che lotta nelle scuole e nelle università è la stessa che soffre a Mirafiori con la Fiat che “modernizza“. Diverso è il contesto, ma uguale l’origine della questione: la cosiddetta “globalizzazione“. Eccolo il problema. Di là, dal feticcio della globalizzazione, partono Gelmini, Sacconi e Marchionne, da una regola fissa: questo è, questo può e deve essere. Viste così, quale che sia l’angolo visuale, Italia e Tunisia diventano incredibilmente vicine: i giovani diplomati rapinati del futuro, i costi della “modernizzazione“, la difficile scelta tra vivere e sopravvivere che spinge in piazza e sconfigge la paura, i legami inconfessabili tra due governi complici nello sfruttamento delle risorse umane e materiali.

Lo sfruttamento. Non se ne parla più, ma esiste e cresce.

Ce l’hanno detto mille volte: a questo governo non c’è alternativa, come non c’è alternativa alla “globalizzazione“. La scelta è comunque tra fame e diritti. Da una parte ci sono il diritto al lavoro e il diritto allo studio, dall’altra la promessa d’un piatto di lenticchie. In ogni caso, scuola o lavoro, la condizione è una: rinuncia al diritto di avere diritti. Può darsi che sia così, può darsi che il civilissimo Occidente, geloso custode di una pretesa identità di fronte all’integralismo musulmano, sia al bivio fatale: o profitto o diritti. E’ la logica di Marchionne. E tuttavia, se quattrocento impiegati cinesizzano l’Italia, il modello Fiat nasce tunisino e, dopo Mirafiori, deciderà la piazza.

Uscito su “Fuoriregistro” il 17 gennaio 2011

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Dalle parole ai fatti. Il governo verde cavalletta dei celoduristi, sostenuto dai quattrini versati a fiumi da “Roma ladrona”, procede come uno schiacciasassi e appare chiaro: nasce un Principato Gallo-Cisalpino.

A Bossi che straccia il tricolore e a Calderoni che fa il filo alle gabbie salariali, copre le spalle con piglio celtico Maroni, “Roberto delle bande verdi”, con la Guardia Nazionale, gli alpini di Padania e, da ultimo, la Milizia Volontaria per la Sicurezza dell’agiatezza gallo-cisalpina. E’ il principato dell’egoismo e tanto peggio per i poveri d’ogni contrada: nordici, sudici e comunitari o islamici, marocchini e clandestini. 

Come spesso accade quando una menzogna pretende di essere un ideale, il cerchio però non si quadra e tra terre d’occupazione francese, plaghe di secolare colonizzazione iberica, lande austro-ungariche, fasti e nefasti di Visconti e Sforza, i geografi insubri invano si rompono la testa: nessuno conosce i confini del Principato che nasce, pertanto, elastico, precario e indefinito. Poche certezze. Un punto fermo prova a fissarlo Bricolo Ferdinando da Verona, sgrammaticando storia e Costituzione con una barzelletta di quelle berlusconiane, che movimenta l’incipit d’un agosto di crisi vacanziera, quando la Camera dei “nominati” a mezzo servizio ha esposto il tragicomico “chiuso per ferie”. Dopo il “federalismo fiscale”, che cristallizza le ragioni delle regioni ricche ai danni di quelle povere e, nelle regioni ricche, affonda definitivamente la causa dei poveri per tutelare borseggiatori d’alto bordo, evasori e mazzettieri, dopo la territorializzazione della docenza e l’indigenizzazione della cultura, si afferma ora la regionalizzazione dell’identità nazionale. Bricolo in testa, Cota, Goisis e tutti i capi delle bande maroniane rompono gli argini e puntano al cuore dell’unità nazionale: c’è un comma nuovo da inserire nell’articolo 12 dello Statuto di quella che fu la Repubblica italiana, per “riconoscere il rilievo costituzionale dei simboli identitari di ciascuna regione individuati nella bandiera e nell’inno”. E, senza scomodare il melodramma, un inno l’han trovato sin dal luglio scorso. E’ opera d’un genio verde cavalletta, quel Matteo Salvini che ha restituito alla “Questione settentrionale” l’anima sua più nobile e più schietta: quella eversiva e separatista del fascioleghismo alla Borghezio. Musica sacra in stile gregoriano, parole forti da gallo-cisalpino risciacquato nel Po’, si fa presto a cantarlo

Senti che puzza, scappano anche i cani, / senti la puzza, son napoletani, / son colerosi e son terremotati, / con il sapone mai si son lavati!”.

Bocchino e Quagliariello, casaliberisti partenopei e soci in affari di Matteo Salvini nell’armata berlusconiana, non han fatto una piega: si son lasciati prendere a schiaffi pubblicamente senza aprire bocca. A quanto pare, si riconoscono pienamente nell’inno e, con loro, tutti i napoletani sistemati da “nominati” nella casa della sedicente libertà. Firmeranno perciò senza fiatare questa e qualunque altra proposta celtica i napoletani Cesaro, De Luca, Di Caterino, Iapicca, Mazzocchi, Nastri, Papa, Russo, Scapagnini, Vito e le “deputate” Giulia Cosenza e Giuseppina Castello, per le quali chissà, Salvini potrebbe produrre una variante di genere che faccia rima con “cagne puzzolenti”.

Questo è lo stato dell’arte, né risulta che l’illustre storico Gaetano Quagliariello pensi di denunciare i rischi d’una tragedia che – Bricolo non ne sa probabilmente niente – abbiamo già vissuto ai tempi della “piemontesizzazione” e della destra cavouriana, quando l’ignorante tracotanza del blocco costituito da agrari del Sud e mercanti e manifatturieri del Nord costò al Paese più morti di quelli patiti in tre guerre d’indipendenza.

Giorni fa, sul Manifesto, Giorgio Salvetti si domandava quale ronda ci salverà da questo delirio. C’è una sola via per impedire questa sorta di ‘conquista regia’ rovesciata nel suo opposto, ha ragione Gianni Ferrara: è quella di una “conquista di civiltà unitaria, solidale, egualitaria”. Occorre una sinistra che torni ai valori fondanti sanciti dalla Costituzione e consacrati dal sangue dei combattenti della guerra di liberazione. Una sinistra che saldi la volontà di riscatto dei ceti deboli ed emarginati che esistono e crescono al nord come al sud, alle ragioni degli immigrati che l’egoismo leghista ricaccia nella disperazione. L’esercito non occorre e non servono armi. E’ un lavoro politico che travolgerà in un tempo solo, Cota, Bricolo, Bocchino e Quagliariello.

Anna Arendt aveva torto. Il male non è banale. Il male è una somma d’interessi miopi levati al rango di filosofia politica. Il male è una violenza contro la quale la politica alza bandiera bianca.

Uscito su “Fuoriregistro” l’8 agosto 2009

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Italia: guerra alla civiltà.
Siamo noi a sbagliare. Noi, che ancora non abbiamo capito o, forse peggio, fingiamo di non sapere. Siamo noi che sbagliamo. Noi, che ancora cerchiamo un filo di logica, la luce d’una ragione smarrita, un impossibile dialogo. Siamo noi che sbagliamo. L’illusione che si possano opporre parole alla crudezza dei fatti per difendere la civiltà smarrita è il nostro errore più grave.
Ciechi. Siamo davvero diventati ciechi e non vediamo quello che ormai si mostra nella sua drammatica e sconvolgente chiarezza. Noi ce ne stiamo inerti, forse timorosi del significato dei fatti, forse convinti che una guerra non riconosciuta come tale possa ancora evitarci l’onere dello scontro. Ma sbagliamo.

Se non ci avesse colpito un’apatia malaticcia, una supina rassegnazione alla fatalità degli eventi, una volontà di pace rinunciataria, noi diremmo quello che certamente sappiamo e fingiamo d’ignorare: siamo in guerra. Una guerra della barbarie contro la civiltà, una guerra che non abbiamo voluto e che altri ci fanno, una guerra che diventa necessaria perché si pone in termini di legittima difesa nei confronti di scelte politiche apertamente razziste e dichiaratamente classiste, finalizzate alla difesa d’interessi privati contro le leggi e la morale della Repubblica.
Siamo noi che sbagliamo. Non è vero che la forsennata offensiva leghista abbia trovato in Parlamento l’altolà e i presidi e i medici non faranno la spia: trasformando in reato l’immigrazione clandestina, di fatto, si fa obbligo ai pubblici ufficiali di denunciarla. Noi lo sappiamo bene e fingiamo d’ignorarlo: non si può sperare che qualcosa di buono venga dal Parlamento. Se il sonno contagioso della ragione non ce lo impedisse, smetteremmo d’ingannare noi stessi: il Parlamento non c’è, non esiste; il Parlamento è costituito da una combriccola di cooptati, da una camarilla di vassalli che gestiscono il loro scranno in nome e per conto di chi li ha chiamati a sedere nell’aula ormai sorda e grigia. E conta poco se siano veline, buffoni o scienziati. Sono nominati.
Qui è il problema di fondo. Ineludibile, decisivo e, per certi versi, ormai fatale: il problema del rapporto tra governati e governanti, nel momento in cui i governanti sono fuorilegge. Il problema cruciale e decisivo della legittimità delle norme approvate da organismi illegalmente costituiti e, di conseguenza, quello della scelta difficile tra il dovere di rifiutarsi e il diritto di ribellarsi. Sui modi del rifiuto, sulla natura della ribellione – l’obiezione pacifica che fa appello alla coscienza o il ricorso alla forza che raccoglie la sfida d’un regime e lotta con ogni mezzo per abbatterlo – su tutto questo si potrà poi riflettere e ognuno sceglierà la sua via. Conta ora soprattutto prendere atto: la legalità repubblicana è stata cancellata da un governo nato da una legge elettorale che ha sottratto la sovranità al popolo e ha cancellato il Parlamento dalla vita politica del Paese.
In questi giorni di buio della ragione, con le prime pagine occupate dalle vicende personali d’un capo di governo che la moglie denuncia al Paese con un atto d’accusa politico – bonapartismo ella dice, parlando di rischi per la democrazia – in questi giorni melmosi, i nostri soldati sparano addosso a civili fuori dai nostri confini e giungono ad ammazzare una bambina, la scuola della Repubblica viene privatizzata, il lavoro mortificato e negato e il governo, in aperto disprezzo dei trattati sottoscritti e delle regole della civile convivenza tra i popoli, manda la marina a respingere in acque internazionali e a ricondurre alla base di partenza navi cariche di immigrati, molti dei quali in cerca d’asilo politico. Maroni, che governa l’Italia in nome e per conto della Lega di Borghezio, mena vanto della sua scelta e in una sorta di delirio efficientista esalta il “governo che fa i fatti e non le parole”. E’ vero. Questa gente è passata dalle parole ai fatti. E i fatti sono chiari: l’articolo 33 dello Statuto dei Rifugiati inserito nella Convenzione adottata a Ginevra il 28 luglio 1951, recita testualmente: “Nessuno Stato Contraente espellerà o respingerà, in qualsiasi modo, un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche. L’Italia ha sottoscritto la convenzione nel 1955, allorché, lasciatosi alle spalle il fascismo, si sforzava di diventare un Paese civile, e l’ha calpestata oggi, quando appare chiaro che ha cancellato la parola civiltà dal suo dizionario.
Questo è. Non ci sono più varchi aperti al dialogo.

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La scuola, che alla bell’e meglio l’ha alfabetizzata, avvocato Gelmini, non si spaventa per gli strafalcioni e stia tranquilla: non rischia l’onta delle “orecchie d’asino“. Per quanto la sgoverni con l’arroganza che è figlia naturale dell’incompetenza, per sua buona sorte – e per quel tanto di ritegno che la fatica di docenti ha saputo insegnarle – lei non l’ha confessata la nostalgia struggente che sente per questi antichi strumenti educativi. Lei s’è fermata al voto di condotta, al grembiulino e alla piuma rossa del “Cuore” di De Amicis. Mi spiace d’informala: il bravo Edmondo fu di quella sinistra che lei, senza sapere bene di che parla, disprezza col furore ideologico dei chierici.

Giorni fa, intervenendo allo spettacolo pagato da Berlusconi per convincere i beoti che è nato un partito, lei s’è data da fare e non sarebbero bastate nutrite scorte di penne rossoblu per rimediare. Chiamata a un ruolo che conosce male, lei s’è tenuta sulle generali e, quando ha provato a recitare la parte del ministro dell’istruzione, se n’è venuta fuori coi proclami: “La scuola – ha voluto annunciare – non appartiene alla sinistra e al sindacato ma appartiene agli italiani“. Gli italiani che pensano, quelli che sanno leggere, scrivere e far di conto, si sarebbero limitati a una risata, se lei purtroppo non avesse voluto strafare. Veda, avvocato, il senso della misura è arte nobile che la scuola non sempre può insegnare. Sul nostro lavoro pesano spesso negatvamente i ministri non sempre competenti e in quanto ai risultati, lei converrà: occorre avere la materia prima. Fidia non avrebbe incantato il mondo senza il marmo e Caravaggio ebbe bisogno di colori di buona qualità. Sangue, lei lo sa bene, non ne cava nessuno dalle rape ed è per questo che la seconda parte del suo intervento non ha brillato per senso delle cose e per misura. Lei chiede troppo a se stessa. “E’ iniziata una rivoluzione della responsabilità – lei ha sostenuto – e a chi non si riconosce nei valori della sinistra voglio dire che è finita l’oppressione culturale“‘.

Da Piazza Navona in poi – lei finge d’ignorarlo – dalla vergogna di neofascisti, guidati probabilmente da poliziotti, armati e pronti all’uso, sempre più spesso nelle scuole e nelle università giovani fanatizzati da un’ideologia apertamente nostalgica del fascismo tentano di trasformare il dissenso democratico nei confroni dei suoi malaccorti provvedimenti in scontri tra opposti fazioni. Il suo alleato Borghezio ormai fa scuola e, quali che siano state le sue intenzioni, avvocato Gelmini, in un momento così delicato per il paese, nel cuore d’una crisi economica devastante, le sue parole sono benzina gettata sul fuoco. Sembrano istigazione e potrebbero generare un incendio di cui lei e il governo di cui fa parte si assumeranno poi la responsabilità di fronte alla storia. In quanto alla sua “rivoluzione”, i valori di cui lei si fa portabandiera, li conosciamo bene. Conducono difilato alle ronde e alla xenofobia, si chiamano tolleranza zero e si applicano in misura diversa a seconda del colore della pelle, della carta d’identità e della religione professata.

Lo scorso 5 marzo, avvocato, lei lo sa ma non le conviene parlarne, mentre preparava il suo discorso sulla scuola che fa la rivoluzione contro la sinistra, qui a Napoli, nella mia città un tempo tollerante, Kante Kadiatou, una rifugiata politica della Costa d’Avorio, che si era recata in ospedale per partorire, è stata denunciata alla polizia con un fax partito dall’ospedale e il figlio neonato le è stato sottratto per quasi dieci giorni. Tanto è occorso per “una verifica sulla sua identità“…
Il permesso di soggiorno di Kante infatti è scaduto, mentre è in atto il suo ricorso per ottenere l’asilo politico. Gli “studenti” oppressi dalla cultura di sinistra, quelli col casco e le spranghe dipinte col tricolore, quelli che sempre più spesso si rendono protagonisti di raid e di aggressioni, i giovani che lei vorrebbe “liberare“, sono d’un tratto spariti e nessuno sa dove siano nascosti. I nostri ragazzi, invece, gli studenti democratici, quelli che noi educhiamo ai valori della Costituzione, senza tenere in alcun conto i suoi comizi, avvocato Gelmini, si sono immediatamente mobilitati e hanno preso subito posizione:
La denuncia di Kante – hanno scritto in un loro bellissimo comunicato – nasce dalla vergognosa ansia di applicare le norme contenute nel cosiddetto “pacchetto sicurezza”, come quella che annulla il divieto di segnalazione per i migranti irregolari che vanno a curarsi o, come nel suo caso, a partorire. Un provvedimento che fa a pezzi le regole base del giuramento di Ippocrate e della convivenza civile. Un’iniziativa illegale, […] perché il pacchetto sicurezza non è ancora legge dello Stato e quindi vige sempre il divieto di segnalazione. Ma anche un’iniziativa che dimostra la barbarie che ci aspetta se venisse approvato. In questo caso non solo per gli immigrati irregolari ci sarà il rischio di segnalazione ed espulsione per il solo fatto di ricorrere a cure mediche, ma sarà impossibile anche la registrazione anagrafica del bambino, con un’incredibile condanna preventiva alla clandestinità amministrativa per le nuove generazioni!
Non è un caso che questa prima applicazione illegittima del pacchetto sicurezza avvenga proprio sul corpo di una donna, le più esposte e ricattabili anche all’interno della già difficile condizione dei migranti e dei rifugiati in Italia.
Dobbiamo mobilitarci subito, per pretendere provvedimenti immediati contro i responsabili di quest’assurda iniziativa e per chiedere con forza che il “pacchetto sicurezza” non sia approvato. Diritti e dignità per tutte e tutti!”.

Avvocato Gelmini, Kante non aveva documenti perché il suo passaporto era trattenuto in questura, per un’istanza di permesso di soggiorno, che non si risolve mai: Kante è clandestina nella sua terra, perché in Costa d’Avorio, si combatte una sanguinosa guerra civile, nella quale quattro anni fa le fu ucciso il marito. Kante è clandestina perché lo Stato italiano le nega lo status di rifugiata politica e attende da tempo una sentenza del Tribunale di Roma che le riconosca il diritto di asilo.
Tutto questo, avvocato Gelmini è estraneo al sistema formativo della Repubblica. Noi possiamo avere limiti e commettere errori. Una cosa però l’abbiamo chiara: scuola e univesità non si presteranno a questo gioco. Noi ci rifiuteremo di formare i nostri ragazzi facendo ricorso a ideologie condannate dalla storia.
Nello spettacolo in cui lei ha recitato da comprimaria, il protagonista, Silvio Berlusconi, non ha mancato di elogiare e ringraziare Stefania Craxi, ‘figlia e degna erede politica del […] carissimo amico Bettino”.
E’ bene che lei sappia. Col rispetto che si deve ai defunti, noi spiegheremo ai nostri ragazzi che Bettino Craxi, il carissimo amico del suo amico Berlusconi, è stato condannato con sentenza passata in giudicato in due processi: a 5 anni e 6 mesi per corruzione e a 4 anni e 6 mesi per finanziamento illecito per le mazzette della metropolitana milanese. Faccia pure la sua rivoluzione, avvocato. Questa è la storia e questo insegneremo.
Se le basta l’animo, provi ad impedirlo.

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Lo spot che Tg1 intende far passare per notizia, dopo cenni confusi al “cinque in condotta” e un’esibizione da Bagaglino dell’avvocato Gelmini, l’ha offerto l’altra sera, tra squilli di trombe e rullar di tamburi, un Sacconi formato imbonitore, con la storiella tragicomica del “raddoppio”: prendere o lasciare. Se il padrone, che noi sovvenzioniamo in nome della crisi, prende i quattrini e, in nome della crisi, ti lascia per strada con le toppe al sedere e la famiglia da mantenere, voilà, il Presidente Fregoli, sedicente operaio, normalmente padrone, quando serve politico, talvolta imputato di questo o quel reato prontamente prescritto, ci garantisce, in nome della crisi, che vivremo da padreterni passando dal 10 al 20% della retribuzione annuale: prendevamo 1000 euro e ne avremo 200, che è come dire mancia competente. Un provvedimento che certo rassicura, ti assicura Vespa, rassicurato dal salotto buono in crisi d’astinenza per la penuria di catastrofi naturali, di omicidi morbosi su cui montare un caso e l’inflazione di violenze carnali su cui già troppi mostri si sono sbattuti in prima pagina per rinnovare i primati d’ascolto.

Lo spot ha un suo obiettivo; è una tiritera ipnotica che varca l’invisibile soglia della coscienza, fa breccia nell’inconscio e tu ci credi: tutto va bene, tutto è veramente normale, madama la marchesa. Tutto va bene ma, calato il sipario e terminata tra applausi prezzolati l’opera dei pupi, i precari della scuola della Campania si ostinano a far circolare notizie sediziose e tendenziose sul taglio degli organici previsto nella misura del 10%, perché, spiega un indecifrabile Direttore Generale della scuola targata Gelmini, la regione ha il 10% degli organici nazionali e le tocca pertanto – qui c’è un empito di giustizia sociale – il 10% dei tagli. A luci spente, sipario calato e platea deserta, il teatrino della politica mette in scena la sua quotidiana tragedia: tre ispettori di polizia – sottratti alla via consegnata a scippatori, ladri e stupratori – per tenere a bada la pericolosissima commissione d’insegnanti ricevuta durante un sit. E’ durato un’ora il colloquio coi precari e, sotto lo sguardo vigile e rassicurante dei solerti funzionari di Pubblica Sicurezza – la sicurezza è un’ossessione di questo governo sicuro delle sue insicurezze – il Direttore Generale d’una scuola che minaccia di andare avanti senza più insegnanti ha trovato il coraggio di sputare il rospo. Numeri approssimati per difetto: 5000 insegnati tagliati come spighe nei campi che, sommati ai 3500 dello scorso anno, raggiungeranno il totale impressionante di 9000 docenti tagliati definitivamente fuori da ogni possibilità d’insegnare. Il colpo più duro tocca per ora alla scuola primaria, che dovrà vedersela poi col maestro unico e col pensionamento delle compresenze.

– Cinque in condotta, blatera l’avvocato, perché noi amiamo la scuola.
– Dal 10 al 20 % per cento spara al vento Sacconi, come fosse al mercato delle vacche. In quanto al Direttore Generale, anima pia, si stringe nelle spalle rassicurato dagli ispettori di Pubblica Sicurezza, incuranti dell’insicuro futuro dei lavoratori.

A luci spente, sipario calato e platea deserta, il teatrino della politica mette in scena la sua quotidiana tragedia e, a dire il vero, in barba alla sicurezza, la rappresentazione assume toni poco rassicuranti: gli esuberi basteranno a coprire tutte le cattedre vacanti e per i precari è sicuro: non c’è più speranza.
La crisi, ripete da Arcore il presidente Fregoli, sedicente operaio e normalmente padrone, è un’esagerazione cattocomunista. E di rincalzo Brunetta, che si muove a comando, ripete con voce chioccia e sprezzante: fannulloni!
– Nulla da sperare nemmeno per quanto riguarda trasferimenti e assegnazioni provvisorie in ingresso, sussurra il Generale Direttore. L’elevato numero di esuberi è una barriera insormontabile e in forte dubbio, per mancanza di fondi, risultano ormai anche gli incarichi regionali.
– Supplenze? Chiede la delegazione sotto ammonitore dei tre ispettrori.
– Assolutamente da escludere, risponde l’alto funzionario della scuola che non c’è più.
Inutile porre il problema delle continue violazioni della 626. Il governo del “pacchetto sicurezza” ritiene che a scuola la sicurezza sia un lusso e gioca a un rassicurante scaricabarile: la sicurezza dell’edilizia scolastica è competenza dei Comuni.
Rimangono le graduatorie a esaurimento che nella scuola primaria campana sono, “un bruttissimo quadro appeso alle pareti e alle bacheche degli Uffici Scolastici Provinciali della regione. Un elenco di nomi e cognomi che nessuno convocherà più e che pertanto possono anche riciclare per le fotocopie. Un lungo elenco di esseri umani di cui, nessuno, ha avuto considerazione, che nessuno ha rispettato, nessuno ha tutelato” [1].
Nessuno lo dice, nessuno se ne interessa e se chiedete a Cota vi dirà con inquietante sicurezza inquietante che la soluzione migliore è il federalismo fiscale. Cota, Bricolo, Bossi e Borghezio hanno una ricetta per tutto: hai la febbre? Il federalismo fiscale te la farà passare. Hai sonno? Il federalismo fiscale ti sveglia; vuoi dormire, il federalismo fiscale ti addormenta. Di tutto e per tutto.
Nani, mercanti, ballerine, cantano a coro:

La scuola? Federalismo fiscale!
Il lavoro? Federalismo fiscale!
L’immigrazione? Federalismo fiscale!
Ll’inquinamento? Federalismo fiscale!
La crisi economica? Federalismo fiscale!
Il maltempo? Federalismo fiscale
Federalismo, federalismo e federalismo. E si danno il cambio: se Cota è cotto, passa la palla a Bricolo, se Bricolo è alla frutta appoggia a Bossi e Bossi la dà a Borghezio.

Federalismo federalismo e ancora federalismo: è la ricetta per tutti i possibili mali.

Tradotta in termini lavorativi, in Campania, per gli insegnanti precari, la ricetta non significa solo disoccupazione, ma internamento, divieto e clausura: nella Repubblica un tempo fondata sul lavoro, oggi ai precari si nega il lavoro. Ridotto il Paese a un’accozzaglia di repubblichette, l’una arroccata attorno alla sua ricchezza, l’altra circondata dal muro invalicabile della sua povertà, i precari non hanno più diritto di cercar lavoro fuori della propria città e non possono assicurare un’esistenza dignitosa alla famiglia. Mariastela Gelmini di certo non lo sa, ma è peggio, molto peggio di quanto riuscì a fare quel nobiluomo di Mussolini, il duce del fascismo, quando decise la “disurbanizzazione degli immigrati privi di possibilità di lavoro“. Conquistatori d’imperi ma stranieri a casa loro, benché cittadini italiani, gli “immigrati” furono così espulsi e “rimpatriati” con foglio di via obbligatorio se non residenti e privi di lavoro. Gelmini taglia il male alla radice: il precario è internato nella sua provincia e non ne esce, anche se altrove può trovar lavoro.

Cancellato così così il principio di solidarietà e negata la libertà garantita dalla Costituzione, questa sorta di delirio va facendo lentamente il suo percoso, come una malattia dal decorso lento ma ineluttabile, danneggiando la qualità della scuola e minando alla radice il senso etico dei nostri giovani: Certo, l’avvocato Gelmini offre momenti di vero cabaret e Sacconi formato imbonitore insiste sulla storiella tragicomica del “raddoppio”: prendere o lasciare. Se il padrone, che noi sovvenzioniamo in nome della crisi, prende i quattrini e, in nome della crisi, ci lascia per strada con le toppe al sedere e la famiglia da mantenere, voilà, il Presidente Fregoli, sedicente operaio, normalmente padrone, quando serve politico, talvolta imputato di questo o quel reato prontamente prescritto, ci garantisce, in nome della crisi, che vivremo da padreterno passando dal 10 al 20% della retribuzione annuale: prendevamo 1000 euro e ne avremo 200, che è come dire mancia competente. Tutto va bene, madama la marchesa e, tuttavia, ci vuol poco a capirlo: questa gente sta seminando vento. Prima o poi, raccoglierà tempesta.

[1] Da una mail di Antonella Vaccaro, che ha fatto parte della delegazione di precari che ha incontrato il Direttore Generale Bottino.

Uscito su “Fuoriregistro” il 14 marzo 2009

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